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The Mark Drama… bis!

Lo scorso weekend, 14-15 gennaio, si sono svolte a Piacenza due rappresentazioni di The Mark Drama. Già nel 2014 c’era stata una produzione TMD in questa città a cura della stessa chiesa.

La mia prima esperienza da regista (in formazione) è stata ottima e ho imparato che si può sempre imparare dagli altri, anche quando siamo lì per insegnare…

L’accoglienza dei piacentini nei confronti di noi registi (Chris ed io) è stata eccellente, così come lo è stato l’impegno del cast.
La squadra era molto varia: c’erano adolescenti di 16 anni e padri di famiglia; ragazzi super entusiasti che avevano già rappresentato TMD e membri ‘scettici’ che erano stati quasi costretti a partecipare; persone con l’influenza, a rischio di perdere la voce e studenti con lezioni obbligatorie a scuola. Ma dopo tre giorni intensi di prove, il risultato è sempre lo stesso: maggiore entusiasmo per Gesù e desiderio di proclamare il vangelo.

Ecco alcuni commenti degli attori:

Il Vangelo va letto, meditato, interpretato e alla fine vissuto. The Mark Drama ti permette di interpretarlo e ti lascia la voglia di viverlo. (Marco)

The Mark Drama mi ha dato l’opportunità di conoscere più a fondo e comprendere meglio la parola di Dio e il significato del suo grande sacrificio per noi che non meritavamo niente. La vita di Gesù, le sue azioni e le sue emozioni parlano forte quanto le sue parole e penso che sia proprio questo che colpisce durante tutta la rappresentazione! (Gloria)

La cosa che più mi colpisce è la sofferenza di Gesù, perché essendo un ‘teatro’, sei lì presente; non è una cosa distante come quella che vedi su uno schermo al cinema. (Rebecca)

Vivere appieno il sacrificio di Cristo, l’amore di Dio per noi… Questo è stato per me The Mark Drama. (Daniele)

Tutte le volte che vivo The Mark Drama penso che se imparassimo a ‘leggere’ la Scrittura, tutta la Scrittura, così, a riviverla e a immaginarla in modo così vivido mentre leggiamo, davvero i nostri studi scaturirebbero in acqua viva, e saremmo anche più capaci di trasmetterli agli altri. (Eugenia)

Entrambe le rappresentazioni sono state ben frequentate; gli attori hanno invitato amici, parenti e compagni di scuola, e lo stesso hanno fatto i membri di chiesa. Preghiamo che il seme gettato porti frutto e giunga a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno!

 

Luisa Pasquale
(Staff GBU Ufficio Nazionale)

Da Marsala a Siena… e ritorno!

Abbiamo il piacere di presentare Domenico, uno studente che ha scelto di iniziare il nostro percorso di Staff in Formazione. Il piacere è ancora più grande perché lui rappresenta un’opportunità per cui abbiamo pregato per tanti anni: uno staff in Sicilia!
Abbiamo, e abbiamo avuto, gruppi GBU in Sicilia ma non abbiamo mai avuto uno staff che potesse dare continuità, visitare e presentare il GBU nelle chiese e iniziare gruppi nelle città universitarie dove mancano.
Dal 1 gennaio 2017 sarà una realtà, per adesso potete continuare la lettura e conoscere Domenico e Angela. Pregate per loro!
(Johan Soderkvist, Segretario Generale GBU)

domenicoIl percorso di uno studente nel GBU

Ho creduto in Gesù all’età di 14 anni e poco dopo mi sono battezzato. All’età di 13 anni cominciai a frequentare il gruppo degli adolescenti della mia chiesa di Marsala e lì compresi chi è Gesù. Fui costretto a dare la mia vita a Lui.
Dopo la scuola decisi di iscrivermi all’università. Il 1° ottobre del 2012 mi trasferii a Siena per studiare lettere moderne. Non avevo mai sentito parlare del GBU. La prima domenica andai in una chiesa e al termine del culto la persona che per prima mi avvicinò fu Giovanni Donato. Tra le altre cose mi disse che durante la settimana gli studenti si incontravano in facoltà per studiare la Bibbia. Fu il primo accenno al mondo del GBU.

Nei mesi successivi cominciai a frequentare gli incontri di studio e gli eventi del GBU Siena. Non fu difficile inserirsi in quel gruppo, non solo per la capacità dei Donato e degli studenti di accogliermi, ma soprattutto per ciò che il GBU era in sé, un gruppo di studenti cristiani che condividevano le stesse sfide e le stesse difficoltà nel mondo universitario, ma che soprattutto avevano un obiettivo comune: condividere Gesù da studente a studente a Siena. Vedere in Cristo il punto centrale di ogni attività degli studenti del GBU fu proprio ciò che più di ogni altra cosa mi convinse a dare il mio contributo alla causa del GBU e che alimentò in me il desiderio di evangelizzare, indirizzandolo nel contesto in cui mi trovavo, quello universitario.
Ad aprile del 2013 andai a Poggio Ubertini per il mio primo Convegno Studentesco Nazionale GBU. Se dovessi scegliere un momento in cui mi sentii chiamato per il lavoro del GBU in Italia sceglierei quei giorni di aprile. Fu lì a Poggio che il mio sguardo si ampliò, che vidi le risorse e i bisogni del GBU ad un livello nazionale e che il Signore mise nel mio cuore il desiderio profondo di impegnarmi in quest’opera missionaria.

Ad inizio 2016 decisi due cose importanti. La prima insieme alla mia Angela. Ci sposeremo a marzo del 2017. La seconda che, per vari motivi, a maggio sarei tornato definitivamente in Sicilia e che avrei concluso gli studi lì. La consapevolezza che il mio lavoro con il GBU si sarebbe concluso mi rendeva molto triste, ma nutrivo la speranza di poter dare una mano in Sicilia, anche se non sapevo in che modo. Al Convegno Studentesco di aprile parlai di questo con Johan Soderkvist. Non sapevo che lavoro avrei fatto e se avessi avuto del tempo a disposizione, ma contribuire in qualche modo allo sviluppo del GBU in Sicilia era il mio desiderio.
La risposta di Johan andò oltre ogni mia possibile aspettativa. Mi disse che il GBU pregava da anni per una crescita del numero di Staff nel sud Italia e per qualcuno che potesse essere una presenza fissa in Sicilia. Mi propose di cominciare a valutare la possibilità di lavorare per il GBU e cominciò a illustrarmi cosa comporta un tale percorso. Fu una bellissima conversazione. Alla fine ero colpito dal fatto che Dio mi stava aprendo una porta che andava molto al di là di ogni mia capacità di immaginazione. C’era la possibilità di dare continuità al mio servizio con il GBU. Questo mi riempiva e mi riempie tutt’ora di gioia.

Ho davvero grandi speranze per i prossimi mesi e per i prossimi anni. La strada sembra anche piena di difficoltà, ma io e Angela sappiamo che Dio porta a compimento la Sua opera. Poniamo in Lui la nostra speranza.

Domenico Campo

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Convegno FEUER 2016 – Proclamare il vangelo nelle università europee

Il motto del GBU definisce bene la nostra missione: Condividere Gesù da studente a studente. Esistono potenzialmente tre modi per fare questo e riteniamo che tutti e tre siano egualmente importanti e necessari per un gruppo GBU: la testimonianza personale, lo studio della Bibbia in gruppo e la proclamazione pubblica. Lindsay Brown, ex Segretario Generale di IFES e coordinatore del network FEUER (di cui parleremo in questo breve articolo), afferma che i movimenti studenteschi più forti nel mondo sono proprio quelli che danno importanza a tutti e tre questi approcci all’evangelizzazione. A quanto pare, però, molti gruppi GBU nel mondo sono forti sui primi due aspetti, ma un po’ più deboli per quanto riguarda la proclamazione pubblica del messaggio del vangelo. Anche per questa ragione non molti anni fa è nato, in seno a IFES, un network chiamato FEUER che esiste proprio per rafforzare la passione per la proclamazione pubblica del vangelo nelle università dell’Europa e oltre. La sfida è grande, perché argomentare pubblicamente la nostra fede lì dove il credere in Dio viene sminuito a scapito della razionalità e del sapere, comporta coraggio, preparazione, intenzionalità e passione.

Ogni anno a novembre più di 100 persone si incontrano per 4 giorni di comunione, formazione e pratica. Coloro che prendono parte a questo raduno sono staff, studenti, collaboratori (tra questi sono inclusi leader di chiesa, accademici, artisti, ecc.) accomunati dal desiderio di vedere il vangelo proclamato pubblicamente e con vigore nel contesto universitario. Il convegno FEUER è un convegno itinerante e quest’anno si è tenuto proprio nel nostro paese, a Pescara, dal 3 al 7 novembre.

Tra le persone presenti dall’Italia c’erano alcuni staff, alcuni studenti, alcuni collaboratori, qualche accademico e un osservatore. È stata sicuramente una bella opportunità per essere nuovamente sfidati a cogliere con entusiasmo la sfida della proclamazione pubblica e abbiamo chiesto a due persone presenti di raccontarci la loro esperienza:

Quest’anno sono andata per la prima volta alla conferenza FEUER. Tutta la conferenza ruotava intorno alla riflessione, insegnamento e pratica della proclamazione pubblica del vangelo e per me è stata un’esperienza davvero ricca. Poter sentire le storie e testimonianze di diversi gruppi studenteschi di tutta Europa mi ha incoraggiato e fatto riflettere sull’importante ruolo che il GBU ha nella proclamazione della verità del Vangelo all’interno delle università italiane. Abbiamo sicuramente un grande potenziale non solo con l’evangelizzazione a tu per tu e attraverso gli studi biblici nei gruppi ma anche attraverso la predicazione evangelistica. È stato anche molto valido poter preparare ed esporre in piccoli gruppi un messaggio evangelistico con il proposito di migliorarci e di aiutarci a vicenda! Esco da questa esperienza con la consapevolezza che la sfida all’interno dell’università è grande ma anche con il cuore pieno di fiducia nella potenza del Vangelo per la trasformazione delle vite. – Carol Rocha, staff in formazione GBU Bologna

Sono stati dei giorni molto incoraggianti per me. Mi ha stupito la praticità, la concretezza di ogni messaggio. La conferenza è stata strutturata per essere una ferramenta dove rifornire la propria cassetta degli attrezzi perché tutti gli oratori, anche se usando inquadrature e metodi diversi, hanno trattato un unico tema: il vangelo puro e semplice. Ed è stato fondamentale per me, per poter affrontare quella piccola paura che mi potrebbe portare a prepararmi su ciò che penso possa essere più accettabile dal non credente piuttosto che sul vangelo puro e semplice.
Ho sentito decine e decine di testimonianze di decine e decine di paesi diversi, di persone che Dio ha usato per portare il Suo nome nei cuori di tantissimi studenti europei. L’umiltà dei testimoni e dei messaggeri era palese perché tutti sapevano che qualsiasi strumento comunicativo o strategia di propaganda non avrebbero mai potuto cambiare la vita di una persona, ma solo il vangelo. Questo è stato il più grande incoraggiamento, che davvero il vangelo di Gesu Cristo è potente a cambiare e salvare.
Vedere l’Europa unita nell’obiettivo di proclamare pubblicamente Gesù ha anche evidenziato l’unicità di ciascun paese e ciascuna cultura. Il confronto con i metodi inglesi, tedeschi, serbi, ecc. non solo mi ha fatto sentire molto italiano, ma mi ha anche fatto riflettere su quali fattori culturali e ambientali potrebbero influenzare le strategie che vogliamo mettere in atto per rendere Gesù famoso nelle università italiane. Benji Di Lullo, studente GBU, Firenze

Il GBU crede nell’importanza di proclamare il vangelo pubblicamente nelle università italiane e lavoriamo perché ogni gruppo possa non soltanto essere forte nella testimonianza personale e nei gruppi di studio biblico, ma anche nella proclamazione pubblica tramite eventi speciali, conferenze, cene, aperitivi, cineforum, ecc. Che Dio benedica i nostri sforzi!

Giovanni Donato
(Staff GBU a Siena)

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FEUER visto da un “accademico”

Dal 3 al 7 novembre abbiamo avuto il piacere di ospitare in Italia, a Montesilvano (PE), il convegno annuale FEUER organizzato da IFES. Questo convegno esiste per far incontrare e per formare studenti, personale docente dell’università, collaboratori dei movimenti e altri che hanno a cuore la proclamazione pubblica del vangelo nell’università. Ci sono momenti in cui dobbiamo andare al di là dello studio biblico evangelistico o della testimonianza personale e alzarci in piedi nel contesto di una serata, una cena, una conferenza all’università per esporre il vangelo in modo chiaro ma anche rilevante. La rete FEUER esiste per incoraggiare chi fa questo, condividere esperienze ed essere formati. Abbiamo chiesto a Nicola Berretta (anziano di una chiesa di Roma), che ha fatto parte del percorso accademico, di condividere la sua esperienza.
Johan Soderkvist – Segretario Generale GBU

Sono stato alla conferenza FEUER! Per parlarvene dovrei forse cominciare proprio dal nome, che è sì un acronimo di “Fellowship of Evangelists in the Universities in EuRope” (Gruppo di Evangelisti nelle Università d’Europa, ndr.), ma è anche – così mi dicono – una parola tedesca che significa fuoco. In effetti un’atmosfera un po’ teutonica confesso di averla respirata. Mi riferisco soprattutto al fatto che ho partecipato alla conferenza nell’ambito del cosiddetto “percorso accademico”, cioè di coloro che operano all’interno dell’Università in qualità di docenti o di coloro che, come me, vi gravitano attorno molto strettamente. Bene, l’atmosfera che si respirava era abbastanza seriosa e a tratti intimidente, forse appunto per la presenza di docenti tedeschi che, non so perché, ma danno sempre un po’ l’impressione di prendere molto sul serio le cose che fanno.

Sto ovviamente scherzando, ma non nego di essermi preso un po’ in giro da solo, pensando all’impressione che forse trasmettevamo agli altri partecipanti al convegno, quasi che fossimo un’aristocrazia separata che si concedeva allo sguardo altrui quando si mangiava (in tavoli separati!) o avevamo l’incontro plenario nel dopo-cena. A questo aggiungo anche la sorpresa di notare che i partecipanti a questo “percorso accademico” fossero solo uomini. Pare che ciò fosse dovuto al fatto che 6 docenti di sesso femminile fossero state impossibilitate a venire. Fatto sta che stare per tre giorni dalla mattina alla sera – pause pranzo incluse – con uomini che parlano solo di fine tuning dell’universo è stata proprio dura.

Detto questo, sono davvero contento di avervi partecipato. Ci sono stati incontri molto intensivi in cui ho potuto recepire consigli davvero utili su come poter essere di testimonianza in ambito accademico e gestire anche occasioni in cui possiamo essere chiamati a parlare pubblicamente. La presenza in particolare di una persona come John Lennox, che ha presieduto gran parte degli incontri, è stata fonte di grande ispirazione, per le esperienze che ci ha condiviso e per la possibilità dunque di osservare in qualche modo da insider il modo come lui prepara e gestisce i suoi dibattiti e conferenze pubbliche. Quando si guardano su You-tube sembra tutto molto semplice e naturale per lui, mentre in realtà quella padronanza è frutto di tante ore di faticosa preparazione, e vissute poi nella costante consapevolezza di doversi rapportare con rispetto e sensibilità cristiana con l’interlocutore. Per me poi sono stati di particolare utilità i suggerimenti su come affrontare e fare miglior uso del tempo dedicato a domande e risposte dall’uditorio, che invece per me è normalmente fonte di forte insicurezza e nervosismo.

L’idea sottesa a questo “percorso accademico” era anche quella di creare una rete tra di noi, in modo da consigliarci e aiutarci l’un l’altro, oltre che creare un contesto per elaborare e discutere di tematiche di apologetica cristiana. Questo obiettivo penso che sia al momento ancora tutto da costruire, ma questa conferenza è stata certamente un buon inizio.

Al di là di tutto, questa esperienza è stata utile per me personalmente, per consolidare il mio desiderio di servire il Signore nel mio contesto professionale, e mettermi al servizio dell’opera del GBU in Italia, nei limiti delle mie capacità e delle mie possibilità.

 

Nicola Berretta

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Pronti… via!

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Quando Giovanni Donato mi propose di partecipare alla Formazione Coordinatori GBU, dal 30 settembre al 3 ottobre 2016 a Rocca di Papa, Roma, ammetto che la cosa mi suonò estranea. Pensai: “Ad Ancona (dove vivo) non è neanche presente un gruppo, perché mai dovrei formarmi per un incarico di cui non ho neanche una prospettiva futura?”… Ma facciamo un passo indietro.

A gennaio scorso, dopo anni di partecipazione alle attività/eventi GBU nazionali, Dio mise in me il desiderio di iniziare un gruppo anche ad Ancona: una città con diverse facoltà e, di conseguenza, con tanto bisogno di condividere Gesù da studente a studente. Cosi mi diedi da fare e iniziai a cercare universitari cristiani con il mio stesso desiderio, nella mia chiesa come in altre; creai tanti contatti con altri studenti, ma purtroppo non ci fu nulla di concreto. Successivamente partii per l’esperienza Erasmus fino ad agosto. Arriviamo quindi al 5 settembre, il giorno in cui ebbi la conversazione con Giovanni riguardo alla Formazione. Dopo aver ricevuto tantissimi incoraggiamenti a partecipare da tanti studenti conosciuti alla Festa GBU di aprile scorso, decisi di partecipare.

Eravamo ventisette studenti (circa uno/due per gruppo GBU delle varie università italiane) tutti riuniti e pronti a passare un intensivo weekend di preparazione ad affrontare l’anno accademico con i propri gruppi di appartenenza, ed il tutto con un solo tema: Siate santi perché Io sono santo (prima lettera di Pietro). Continua a leggere

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Una GBUina a Formación

Student Leadership Formacion è una conferenza di 10 giorni organizzata da IFES Europa in cui vengono affrontate questioni come “che tipo di persona chiama Dio a essere leader?” oppure “come posso sentire e sapere che sono stato chiamato?” e ancora “come può un leader crescere e non avere un burn out?”.

italiani a formacionDal 4 al 13 agosto 2016 ho avuto l’onore di andare in Polonia insieme ad altri 3 GBUini e imparare come essere buoni leader nella chiesa e nel ministero IFES attraverso la storia di Mosè. Posso dire con certezza che è stata una delle esperienze più incredibili della mia vita finora!

Eravamo 140 studenti da 40 paesi diversi, tutti con lo stesso ruolo di leader-coordinatori in un gruppo biblico universitario nella loro università. E’ stato molto incoraggiante conoscere altri studenti (tutti tra i 19 e i 23 anni) da diversi paesi nel mondo che servono Dio e ne sono appassionati quanto me! E’ stato molto bello poter condividere con loro le proprie esperienze di fede e anche il loro lavoro nelle università con IFES. Mi sono sentita di far parte di qualcosa di molto grande e importante e sono tornata a casa con un maggiore senso di responsabilità per il mio ruolo e con un grande entusiasmo di ricominciare quest’anno universitario.

Il programma era molto fitto e intenso ma mai pesante o stancante! E’ stato molto ben pensato! Era tutto dinamico, originale e interessante! Sono stati solo 10 giorni ma abbiamo davvero imparato tantissimo e siamo cresciuti nella nostra fede, come uomini e donne di Dio, come fratelli e sorelle amorevoli e come giovani leader consapevoli pronti ad assumersi responsabilità e a lavorare in modo efficace in un team per poter rendere Dio famoso nel migliore dei modi!

vmgvfne2Oltre alla mia crescita in Dio, è cresciuta anche la mia famiglia di credenti nel mondo! Ho fatto tanti nuovi amici con cui ho legato tanto e creato profonde amicizie nel nome di Dio che porto ancora avanti oggi. Ora ho fratelli e sorelle anche in Serbia, in Grecia, in Spagna, in Russia, in Francia, in Inghilterra, a Gerusalemme!

Ma Formacion fa anche molto altro: ti fa conoscere la tua personalità e ti insegna come usarla in modo efficace; ti dà modo e tempo per riflettere sulla tua intera vita per vedere dove Dio ha operato e quali eventi hanno plasmato chi sei oggi; ti sfida e ti incoraggia a passare un’intera giornata in solitudine con Dio, a camminare per 20 km nelle colline polacche con solo una mappa a disposizione (motivo per cui il mio gruppo ha rischiato per pochi chilometri di superare il confine e trovarsi in Slovacchia); ti fa mangiare tante tante tante zuppe, verdure a colazione e pancakes a cena; ti dà l’occasione di imparare le peculiarità delle altre culture nella serata internazionale e ti sfida a superare le tue difficoltà e paure.

Sono davvero grata a Dio per avermi permesso di partecipare a questa esperienza unica che ha cambiato la mia vita!

Debora Oxenham
(GBU Roma Tre)

Il Metodo Svedese

Chi è entrato in contatto con un gruppo GBU o un evento nazionale GBU avrà sentito parlare dello studio biblico induttivo e in particolare di un suo derivato chiamato “metodo svedese”. Abbiamo incontrato questo metodo diversi anni fa mentre stavamo cercando modi per aiutare i gruppi a fare studi biblici che andassero bene sia per i credenti sia per i non credenti. Studi che portassero i credenti ad approfondire la loro conoscenza biblica e ad applicarne l’insegnamento alla loro vita, e che portassero i non credenti a scoprire che la Bibbia è rilevante oggi: un libro che vuole trasformare la loro vita. Abbiamo trovato questo articolo di Peter Blowes, abbiamo adattato il metodo da lui descritto, e da allora lo usiamo con molto successo nei gruppi. Il nostro incoraggiamento al lettore è di usarlo nello studio personale, nello studio con amici non credenti e negli studi in piccoli gruppi in chiesa. Crediamo che anche per voi sarà una piacevole sorpresa. (Johan Soderkvist, Segretario Generale GBU)

Per diciannove anni ho lavorato in Argentina, in un contesto in cui molti studenti universitari non erano abituati a leggere. In un paese in cui c’era una forte influenza cattolica le pratiche cattoliche erano camuffate in uno stile evangelico, gli studi biblici spesso consistevano nel dare un’occhiata veloce al testo e poi usare altre ‘autorità’ per avvalorare una tesi. Per esempio, un gruppo giovani tipico legge un passo della Scrittura e poi, quando deve discuterlo, chiude la Bibbia. Uno studente dice: «Il mio pastore dice X». Poi un altro risponde: «Ma il mio pastore dice Y». La discussione si accende mentre uno e poi l’altro si aggrappano ad autorità più alte nel mondo evangelico per giustificare il loro punto di vista. Citano ‘celebrità’ come Yiye Avila, Carlos Annacondia, Luis Palau e infine, per concludere la discussione, Billy Graham. Questa pratica è la versione protestante del cattolicesimo: appellarsi a un’autorità umana sempre più alta per “avere la meglio”.

Per quanto io rispetti e sostenga il ruolo degli insegnanti della Bibbia, volevo spezzare quella dipendenza dall’autorità umana e rafforzare la sicurezza nella sola scriptura. Ma come potevo riuscirci senza fare una ramanzina agli studenti sulla sufficienza della Scrittura, l’importanza di leggere la Bibbia e la potenza della Bibbia nel supplire ai loro bisogni spirituali? Desideravo che scoprissero che Dio proclama questa verità, non che la sentissero da me. Inoltre, per loro io ero una persona insignificante, sia a livello sociale sia ecclesiale, quindi la mia autorità sull’argomento non avrebbe avuto molto peso!

Presto mi resi conto che stavo lavorando con una generazione postmoderna. Scoprii che ciò di cui avevano bisogno, innanzitutto, era motivazione piuttosto che contenuto: dovevano essere motivati a leggere le Scritture, piuttosto che sentirsi dire che dovevano leggerle. Nel tipo di ministero giovanile nel quale ero coinvolto, c’erano tre fonti di motivazione classiche: musica, cibo e sport. La saggezza convenzionale sosteneva che, per svolgere il ministero studentesco, bisognava radunare dei giovani, offrire una delle sopra menzionate distrazioni e, al momento giusto, dare un messaggio biblico. Ero determinato a spezzare questo modello (inefficace) e a permettere alla parola di Dio stessa di essere la motivazione. Il mio obiettivo era quello di creare un ambiente in cui la parola di Dio sarebbe stata ascoltata attentamente e in modo diretto.

L’invito che proponemmo era semplice: «Ti vorrei invitare a venire a leggere la Bibbia con altri studenti», né più né meno. La Bibbia era l’unica motivazione. Fortunatamente in questa cultura apertamente ‘religiosa’, l’invito venne accolto bene: c’erano veramente persone interessate a leggere la Bibbia. Per queste semplici ‘cellule’ guidate da studenti, optammo per lo studio della Bibbia con il metodo svedese.

Il metodo svedese

Per quanto ne so, il nome “Metodo Svedese” fu attribuito inizialmente a questo semplice approccio allo studio da Ada Lum, una staff IFES e un’appassionata lettrice della Bibbia per molti anni. Lo chiamò così in onore di un gruppo di studenti svedesi da cui lo vide applicato per la prima volta.

Iniziare uno studio biblico usando questo metodo richiede un minimo di risorse e preparazione e può essere altamente appagante perché guida i lettori a confrontarsi direttamente con le Scritture.

Inizia pregando, chiedendo a Dio di parlare tramite la sua parola. Poi leggi un breve passo biblico ad alta voce (10-15 versetti sono l’ideale). Permetti a ognuno di rileggere il passo per conto proprio, tenendo gli occhi aperti per tre cose:

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Una lampadina: qualunque cosa “splenda” nel brano: ciò che colpisce o cattura l’attenzione

metsvedquestionmarkUn punto interrogativo: qualunque cosa difficile da capire nel testo, o una domanda che il lettore vorrebbe porre all’autore del passo o a Dio.

metsvedarrowUna freccia: un’applicazione personale per la vita del lettore.

 

Dovrebbero scrivere almeno una cosa accanto a ogni simbolo. Lascia che le persone assaporino il testo e lo esplorino, ognuno alla propria velocità. Ciò richiede circa 10 minuti di silenzio.

Poi chiedi a ogni partecipante di condividere una delle sue “lampadine” con il gruppo. Passa un po’ di tempo a discuterle, se il gruppo è interessato; è sempre interessante scoprire che cosa ha colpito le diverse persone.

Poi, al secondo turno, chiedi loro di condividere una delle domande sollevate dal passo. Spesso è meglio invitare la persona che fa la domanda a proporre un approccio per la risposta, e in genere incoraggiare quella persona a investigare ulteriormente. In alternativa, qualunque membro del gruppo può rispondere alla domanda, se la risposta appare nel passo in oggetto o in una sezione precedente del libro che il tuo gruppo ha già studiato.

Nel terzo turno, chiedi a ogni persona nel gruppo di condividere una delle “frecce” e come si applica alla sua vita. Prega per concludere: invita le persone a pregare come preferiscono: nessuno deve sentirsi costretto a pregare. Invita una persona adatta a concludere il tempo di preghiera; questo evita momenti di disagio per le persone nuove, perché rende chiara la conclusione e previene lunghi silenzi imbarazzanti.

Se nel tuo gruppo ci sono meno di cinque persone, chiedi di condividere due o tre “lampadine”, domande e applicazioni a testa. Poi puoi discutere in base al tempo a disposizione.

Dopo l’incontro, potresti affrontare di nuovo le domande. Tuttavia, nell’incontro stesso, è importante evitare la polemica, cadere nella trappola di “condividere ignoranza” e imporre la risposta facendo appello a un’autorità umana.

La filosofia dietro questo stile di lettura della Bibbia è quella di promuovere una buona osservazione del testo, una partecipazione di gruppo e una scoperta autonoma. Ogni persona ha l’opportunità di scoprire per sé ciò che Dio dice. In linea di principio, nessuno risponde alle domande a meno che riguardino una cosa semplice, come il significato di una parola. L’idea è che le domande motivino la ricerca da parte della persona che le ha sollevate. È anche importante evitare che qualcuno “prenda il microfono” e salti addosso alla povera persona nuova; piuttosto, è molto bello essere testimoni della capacità che anche i non credenti hanno di comprendere la Bibbia quando Dio parla a loro!

Principi teologici

Il metodo svedese, come l’ho usato io, risponde a svariati principi teologici che ho imparato da D. Broughton Knox, che era, tra le altre cose, il preside del Moore Theological College a Sydney dal 1959 al 1985. Questi principi includono:

1. La chiarezza della Bibbia: la Bibbia è comprensibile e la sua interpretazione non dipende da esperti e nemmeno da interpreti ufficiali (come il dogma della chiesa Cattolica).

2. La nozione sostenuta dal cattolicesimo è che la chiesa ha creato la Bibbia; nel protestantesimo, sosteniamo che è la Bibbia a creare la chiesa. Questa prospettiva deve essere vera se crediamo nella divina ispirazione della Scrittura o, come Broughton Knox era solito dire, nella “divina espirazione” della scrittura, in quanto le parole vengono emesse e non inalate. (Nel greco in 2 Timoteo 3:16 il termine è “espirata”.) La Scrittura è vera dal momento della sua ispirazione. I concili non l’hanno resa Scrittura; l’unica cosa che potevano fare era escludere quegli scritti che non erano ispirati. Questa prospettiva si può osservare facilmente nella storia della missione: in seguito alla scoperta o al dono di una copia della Scrittura, nasce una chiesa in quel villaggio o comunità dove viene portata. Di conseguenza, la Bibbia deve essere letta dalle persone nel linguaggio vernacolare. Quando lo Spirito Santo applica quella parola ai loro cuori, essi rispondono. Per questa ragione dobbiamo pregare che le persone leggano la Bibbia e che, nella loro lettura (o ascolto) della Bibbia, Dio apra i loro cuori e le loro menti.

3. L’intera Bibbia è il consiglio di Dio, quindi non è importante quali parti della Bibbia le persone leggano per prime, l’importante è che leggano! La parola di Dio è l’evangelista supremo, in questo senso. I vangeli sono, ovviamente, un buon punto di partenza affinché le persone ascoltino il vangelo, o siano evangelizzate, ma non è essenziale iniziare da quelli.

4. La Bibbia è indirizzata ai suoi lettori o ascoltatori. In Matteo 22:31, Gesù, parlando con i Sadducei, dice: «Non avete letto quello che vi è stato detto da Dio…?». Ciò conferma il fatto che Dio avesse in mente ogni lettore della Scrittura al momento della sua “esalazione”. Questo significa che la parola di Dio è non soltanto ispirata e universalmente applicabile, ma anche che in essa Dio sta parlando ora a ogni specifico lettore (o ascoltatore) della sua parola. Questa è una nozione entusiasmante! Parla dell’immanenza (vicinanza) di Dio nella sua parola. Ma allo stesso tempo una persona potrebbe essere ignara del fatto che Dio sta parlando personalmente a qualcun altro tramite la sua parola. È un caso di grano e zizzania che crescono insieme, del regno di Dio che opera in segreto (Mt 13:24‒30).

Questo punto ci aiuta a comprendere l’assurdità della visione che identifica la Scrittura solamente come una ‘testimone’ della verità, o come semplicemente ‘contenente’ la parola di Dio. Dio è perfettamente capace di rivelarsi e, come nel caso delle relazioni umane, l’espressione massima è tramite le parole. Ciò è ancora più palesemente il nostro caso, essendo così lontani dagli eventi storici della Bibbia.

Adattamento

Il Metodo Svedese dello studio biblico è ben adattabile a diversi contesti perché:

  • non richiede preparazione
  • non richiede guide formate
  • dà risultati immediati
  • evita le polemiche
  • è gratuito
  • è riutilizzabile e ripetibile
  • può essere facilmente insegnato ad altri
  • con poco adattamento può essere utilizzato da persone analfabete, con qualcuno che legge loro la Bibbia
  • funziona altrettanto bene sia in gruppi grandi (ognuno condivide con la persona accanto) sia in gruppetti più piccoli
  • adatto a lettori post-moderni per via della sua ‘gratificazione’ istantanea ed enfasi sull’esplorazione personale
  • ognuno può esprimere la propria opinione (cosa che le persone amano fare) ma quelle opinioni sono sempre legate al testo della Bibbia
  • evita le prediche, in quanto credenti e non credenti vanno allo stesso passo nel gruppo di fronte alla parola di Dio
  • evita di appellarsi ad autorità più alte per “avere la meglio”
  • permette alla parola di Dio di parlare per sé
  • insegna alle persone il compito più difficile e più fondamentale nella lettura della Bibbia: osservare ciò che il testo realmente dice!
  • sprona all’investigazione e alla riflessione senza essere minaccioso
  • esercita le capacità di base nel porre domande che siano cruciali per lo sviluppo di un’adeguata interpretazione della Scrittura
  • mina l’anti-intellettualismo senza essere troppo intellettuale (ancora sorrido tristemente ricordando una critica che ho ricevuto una volta: che questo approccio è troppo intellettuale!)
  • applica la Scrittura direttamente alla vita del lettore già dal primo giorno
  • insegna lo studio biblico induttivo in maniera induttiva

Come per ogni studio biblico, questo approccio vuole raggiungere ciò che Paolo descrive in Colossesi 1:27‒28: “la ricchezza della gloria di questo mistero […] Cristo in voi, la speranza della gloria che noi proclamiamo, esortando ciascun uomo e ciascun uomo istruendo in ogni sapienza, affinché presentiamo ogni uomo perfetto in Cristo.”

Limiti

Il Metodo Svedese, tuttavia, non è una lettura induttiva del testo completamente sviluppata. Fornisce invece benefici immediati, con persone che, allo stesso tempo, imparano alcune abilità di base dello studio induttivo. Le guide a volte sono preoccupate che gli studenti novelli della Bibbia possano perdersi il messaggio centrale del passo o la sua applicazione, che in fondo non è sempre facile trovare anche per gli esperti insegnanti della Bibbia. Ma per la mia esperienza, la pratica produce perfezione: dopo un paio di settimane soltanto, le osservazioni delle persone tendono a migliorare drasticamente via via che si abituano a lasciare che la Bibbia parli per sé, piuttosto che colorarla con i loro preconcetti o autorità esterne.

Un altro limite è che trovare le applicazioni nel testo non sempre significa che i lettori le applichino davvero. Una struttura di accountability può essere utile, come riportare all’incontro successivo l’andamento della settimana riguardo all’applicazione.

Andare oltre

Man mano che il gruppo acquista più familiarità e abilità nel leggere la Bibbia, il Metodo Svedese può essere ampliato e includere simboli aggiuntivi che facciano emergere altri aspetti del brano. Non avere fretta di accelerare questo processo, in quanto dipende se i gruppi hanno affinato le loro capacità di osservazione. L’ampliamento non è sempre facile, e i concetti introdotti sono più aperti alla discussione. Ho visto buoni risultati quando li ho aggiunti in gruppi che avevano completato almeno un anno di lettura della Bibbia.

I simboli di “seconda generazione” più comuni sono: una circonferenza formata da frecce (a indicare in che modo le idee nel brano sono collegate tra loro), un cuore (a indicare l’idea centrale del brano) e un cerchio con una freccia che esce dal centro (a indicare l’applicazione centrale insita nel testo). Durante i primi studi è utile esercitarsi senza fare commenti su chi ha ragione e chi torto, perché la capacità, la competenza e la sicurezza si acquistano con la pratica.
Di recente ho anche scoperto un ulteriore passo che, a quanto mi dicono, ha portato alla fondazione di migliaia di chiesa nell’India settentrionale. Alla fine dello studio biblico, accanto al simbolo di un fumetto, i membri del gruppo scrivono il nome di un amico o parente che potrebbe beneficiare dalla loro condivisione riguardo a ciò che hanno imparato dallo studio. L’obiettivo è quello di parlare a quella persona prima dell’incontro successivo. La norma e la pratica di condividere “la buona notizia” promossa da questo passo ha avuto effetti incredibili. Perché non provare nel tuo contesto?

Infine, lo studio induttivo della Bibbia può essere insegnato come passo successivo e avrà molto più senso per quei lettori che sono abituati a un’osservazione attenta del testo e alla pratica di lasciare la parola di Dio parlare per sé con autorità. Non vogliamo teorici raffazzonati dello studio induttivo; vogliamo professionisti competenti. Ho visto studenti che potevano insegnare un corso su come fare uno studio biblico induttivo, ma che non erano in grado di fare uno studio. Non vogliamo formare persone a fare corsi sullo studio biblico induttivo: vogliamo che leggano la Bibbia in maniera efficace!

I risultati

Il Metodo Svedese è stato usato in gruppi di cellule, gruppi giovani, come preparazione ai sermoni, meditazioni personali e in famiglia, preparazione per la scuola domenicale e anche in studi accademici all’università.

Quando gli studenti hanno posto le loro domande ai loro pastori o altri insegnanti, ciò ha stimolato i pastori a investigare ulteriormente. Alcuni pastori hanno addirittura predicato sulle domande poste dagli studenti! Avere studenti motivati nell’area della lettura della Bibbia ha spesso grandemente incoraggiato i pastori in quanto gli studenti tendono ad approcciare i pastori con le loro domande emerse dallo studio biblico, piuttosto che confrontarli con le risposte.

Durante i miei diciannove anni come missionario nel nordest dell’Argentina, tra tutto quello che ho fatto, credo che il Metodo Svedese abbia avuto l’impatto più grande, soprattutto considerando il fatto che non predicavo regolarmente. Ha caratterizzato il mio ministero, insieme alle due frasi più ripetute: “Questa è una buona domanda” e “Continua a leggere la tua Bibbia”, un detto di Broughton Knox che ho adottato, al quale i miei studenti argentini hanno aggiunto “attentamente”.

Ogni tanto abbiamo bisogno di aria fresca nel nostro studio della Bibbia per rinnovare la nostra sollecitudine a ciò che Dio ci sta dicendo. L’approccio del Metodo Svedese è piacevole e affina la nostra osservazione del testo. È stato utile nel condurre le persone a Cristo: Dio parla loro direttamente tramite la sua parola, senza il “rumore” che i presenti così spesso aggiungono.

Provalo con il tuo gruppo di studio biblico in casa. Invita i tuoi vicini, parenti o i bambini. Potresti restarne meravigliato e sorpreso, e anche loro.

 

Peter Blowes

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul sito GoThereFor.com, un sito dove cristiani con una mente evangelica possono trovare risorse, idee e incoraggiamento per completare il mandato di Cristo di fare discepoli tra tutti i popoli. L’articolo è tradotto e riprodotto con il permesso di Matthias Media e dell’autore. L’originale in inglese e altre lingue si trova su mathiasmedia.com.

terremoto ad Amatrice

Terremoto

Questo mercoledì notte migliaia di persone nelle zone di Accumuli, Amatrice, Arquata e Norcia si sono svegliate al rombo e al movimento lacerante del terremoto. Per molti di loro la vita non sarà più la stessa. Ciò che hanno costruito è stato distrutto, persone che amavano sono morte, alcuni di loro sono in ospedale lottando per la sopravvivenza.

Non ci sono grandi città universitarie nelle zone colpite e quindi forse l’evento non ci toccherà direttamente, perché non avremo studenti GBU con cui piangere o da incoraggiare e aiutare, però l’indifferenza non può essere l’atteggiamento di un cittadino e di un cristiano.

Anche se non sei direttamente coinvolto, anche se abiti lontano dall’epicentro del sisma, devi sentirti toccato. Siamo chiamati da Gesù Cristo a coinvolgerci nella realtà che le persone intorno a noi vivono. “Condividere Gesù da studente a studente” non significa solo condividere il piano di salvezza di Dio, ma anche amare il prossimo.

Come possiamo amare il prossimo in questa situazione?

In questi giorni abbiamo una possibilità molto pratica per farlo. Sono infiniti i modi con cui puoi amare le persone delle zone coinvolte dal sisma: pregare, telefonare a qualcuno che vive nella zona e non vedi da anni, donare soldi, donare sangue, chiamare le associazioni che sono coinvolte negli aiuti (evangeliche e non) per partire come volontario quando sarà il momento…

A me piacerebbe vedere gli studenti GBU in prima linea… se avete suggerimenti su come potremmo muoverci come GBU per fare qualcosa, scrivetemi!

Johan Soderkvist –