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di Valerio Bernardi

Devo ammettere che anche io, come probabilmente i giornalisti del Washington Post, quando ho sentito della morte di Ennio Morricone, uno dei figli del “genio” italiano, ho subito ricordato l’onomatopea della colonna sonora de Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone. Tra le innumerevoli colonne sonore composte dal maestro italiano, sicuramente una delle più riuscita per la sua penetrabilità nelle menti di tutti e per la sua giocosità.

Morricone è stato uno dei più grandi artisti italiani del XX secolo ed ha declinato la sua arte, la musica, coniugandola essenzialmente con la decima musa, il cinema e facendola diventare elemento caratterizzante dei film che “re-interpretava” musicalmente e a cui, talvolta, dava significato con essa. Chi ha visto i film di Sergio Leone, vero inventore di un genere (il western all’italiana, con uno sfondo anche di meditazione etico-esistenziale) considerato in un primo tempo di serie B, ma poi visto come chiaramente di valore, sa che il gioco degli sguardi o il famoso “triello” del film citato acquisirebbero un senso del tutto diverso se non avessimo avuto come commento musicale le melodie del compositore romano.

La scelta di coniugare la sua cultura musicale (che era profonda, formatasi con migliori studi possibili e che risentiva anche delle avanguardie “musical-futuriste” che erano state presenti in Italia e che erano state poco accolte nell’ambito musicale colto) con il mondo del cinema (che, in Italia, negli anni Cinquanta e Sessanta, aveva pienamente sostituito come spettacolo popolare pubblico l’opera) gli ha dato fama internazionale e, insieme a Rota e Piovani, lo ha fatto assurgere all’apice dei musicisti italiani che hanno saputo rendere la musica colta popolare veicolandola attraverso il cinema, associandola, così, in modo indissolubile alle immagini. Si trattava di un “artigiano” che, almeno nel suo primo periodo, non disponeva degli imponenti mezzi hollywoodiani e che ha dimostrato tutta la sua vena creativa con l’uso dell’impianto orchestrale (in particolare i fiati) e corale in maniera assolutamente originale.

Le musiche di Morricone ci fanno anche riflettere su quello che deve essere l’arte per il grande pubblico di “profani”, quale sono anche io quando parlo di un campo (quello musicale) di cui non sono un esperto: la musica (e qualsiasi forma artistica) non serve unicamente a sé stessa (come la “narrazione standard”, secondo N. Wolterstorff, sostiene, a partire in particolare dal periodo del romanticismo e del decadentismo) ma ha come scopo anche quello di suscitare emozioni e sentimenti nelle persone che ne fruiscono. La “fusione” con il mondo del cinema (e, più tardi, anche delle fiction televisive) ha permesso che questo tipo di musica fosse apprezzata in tutto il mondo, proprio per la sua efficacia comunicativa e per l’immediatezza con cui la usiamo. Nessuno di noi può vedere i film di Sergio Leone senza pensare alle musiche di Morricone, perché il narrato musicale è talvolta più potente ed evocativo del dialogo (che, a volte, è sin troppo scarno).

Il discorso sul musicista romano può continuare anche e riflettendo sul sacro e su come si sia avvicinato a questo ambito. Diverse sono le musiche che egli ha dedicato a soggetti che avevano uno sfondo di tipo religioso. Il primo grande esperimento è stato quello dello sceneggiato Mosè degli anni Settanta. Si trattava di una storia a puntate sulla vita del patriarca biblico, interpretato da Burt Lancaster e che era impreziosito dalle musiche di Morricone. Quando Morricone interpretava il suo rapporto con il sacro diventava molto solenne e usava spesso la coralità, ricordando sicuramente la potenza che il canto ha nelle liturgie sia del cristianesimo che dell’Ebraismo. Raccomandiamo a tutti di riascoltare il tema di questo sceneggiato che mentre scrivo mi ritorna nella mente insieme alle immagini.

I fiati sono stati usati con grande efficacia in un altro film a contenuto religioso: Mission. Anche in questo film il tema musicale fondamentale è Gabriel’s Oboe ed accompagna il gesuita-cavaliere interpretato da Robert de Niro che cerca di salvare il mondo innocente degli indios Guaranì dalle spietate grinfie dei colonizzatori occidentali ed in cui (di nuovo) il canto corale svolge una funzione salvifica. Negli ultimi anni il compositore romano aveva partecipato con le sue musiche al progetto sulla Bibbia della Lux Vide e, in particolare, aveva musicato le puntate dedicate a Giuseppe (uno degli episodi migliori della serie) e collaborato a quelle degli episodi dedicati ad Abramo. Sicuramente musiche meno famose di quelle citate precedentemente, ma non meno importanti per conoscere il compositore di oltre 500 colonne sonore di film.

Karl Barth, celebrando uno dei centenari della nascita di Mozart, affermava che quando sarebbe andato in Paradiso avrebbe prima cercato il compositore di Salisburgo e poi Lutero, perché la musica è gioco nel senso proprio della parola ed esprime meglio l’animo umano di qualsiasi dogmatica. Risentire in questi giorni i brani di Morricone (quelli sacri e non) ci dovrebbe far riflettere su come sia importante la musica anche nello sviluppo della nostra spiritualità e dovrebbe anche riportarci alla mente che musica “popolare” non significa necessariamente musica del momento (mi riferisco, in questo caso, ai “cangianti” generi della musica pop), ma la possibilità di fruire di un genere che venga riconosciuto da tutti come “bello” e “giocoso”.

La musica di Morricone è contemplabile proprio in questo canone: si tratta di una musica solenne (tipica della tradizione italiana), simile a quella sinfonica (ed anche operistica per il suo uso dei cori), ma capace di trasmettere sentimenti ed anche un senso di giocosità che è importante nella nostra vita e che fa parte anche di quello che Dio ci ha dato a disposizione. Non è un caso che, ancora oggi, nelle nostre comunità evangeliche, l’unica forma di arte che sembra essere ammessa a pieno titolo è quella musicale. Non dobbiamo dimenticarci, però, che anche la musica profana ha un suo valore e, come espressione artistica, è frutto della creatività umana donataci da Dio. Sentire le musiche di Morricone è anche questo: ci porta in qualche modo ad avvicinarci alla nostra creatività, ad uno degli aspetti che ci fa essere simili al divino ed anche, come diceva Barth, alla giocosità della vita.

Valerio Bernardi – DIRS GBU

L’articolo ‘Ah-ee-ah-ee-ah’. Arte, musica e sacralità in Ennio Morricone proviene da DiRS GBU.

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