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di Pablo Martinez
Basi per una famiglia sana 1
Basi per una famiglia sana 2

Con questo terzo e ultimo articolo arriviamo alla fine di una serie di
riflessioni sulla famiglia. Fino ad ora abbiamo preso in considerazione
come una famiglia sana non sia quella che non ha mai problemi, ma quella che sa
superare le difficoltà – capacità di combattere – e sa esprimere l’amore, sia
con gli atteggiamenti (fedeltà, fiducia, dedizione) sia con le parole. Parliamo
ora del terzo modo possibile di esprimere l’amore nella vita familiare.

C) Le decisioni come espressione d’amore

Le decisioni sono il sigillo che contraddistingue i nostri atteggiamenti
e parole. Per questo la presa di decisioni è un elemento essenziale
dell’amore familiare. Potremmo parafrasare l’apostolo Paolo nel suo famoso
inno in 1 Corinzi 13 e dire: «Se assumo gli atteggiamenti migliori e non
mi mancano parole d’amore, ma non lo dimostro con le mie azioni e con le mie
decisioni, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna». Le
decisioni sono la dimostrazione dell’amore, specialmente quelle che implicano l’”essere
accanto a”, l’accompagnare.

Osserviamo ancora la famiglia di Rut che è stata il nostro punto di riferimento
in questo studio: “Orpa baciò sua suocera, ma Rut rimase stretta a lei”
(Rut 1:14). Alcune versioni traducono “non si staccò da Naomi” o
“si aggrappò a Naomi”, espressioni meravigliose che illustrano con
grande forza poetica l’intensità del momento. Era il momento della
verità. Le memorabili parole di Rut 1:16 – commentate precedentemente
– sarebbero state di scarsa utilità se Rut avesse preso la stessa strada di Orpa. Quest’ultima
si limitò ad esprimere dei sentimenti: “pianse”, ma lì finisce la sua
dimostrazione d’amore. Rut, invece, prese la decisione di rimanere accanto
a sua suocera fino alla morte. Era il sigillo che siglava le sue parole
d’amore.

Vediamo un altro esempio in Naomi quando prende l’iniziativa in modo che
Rut possa sposarsi. Non si limita a darle un consiglio vago, ma lei stessa
fa passi concreti in modo che sua nuora e Boaz possano conoscersi e la
istruisce in tutti i dettagli in modo che la relazione finisca in matrimonio (Rut
3:1-4). E cosa dovremmo dire di Boaz? In primo luogo, ebbe parole
d’amore e di consolazione che Rut stessa riconobbe: «Possa io trovare grazia ai
tuoi occhi, o mio signore, poiché tu mi hai consolata e hai parlato al cuore
della tua serva…» (Rut 2:13). Ma le parole furono seguite dalla
decisione: “Così Boaz prese Rut, che divenne sua moglie.” (Rut 4:13).

Ci sono alcuni momenti nella vita in cui atteggiamenti o parole non sono
sufficienti. Li chiamiamo momenti decisivi proprio perché richiedono una
decisione. Alla fine, l’amore si dimostra attraverso le decisioni prese
nel corso degli anni. Nella vita familiare queste decisioni diventano una
posa che si sedimenta gradualmente sul fondo del matrimonio. Questo
residuo accumulato può essere positivo – quando le decisioni rafforzano l’amore
– o portatore di tensioni e conflitti quando contraddicono l’amore.

Questi tre strumenti
dell’amore – atteggiamenti, parole e decisioni – sono il mezzo che può trasformare
una casa in un focolare
. Ci sono milioni di case nel mondo, ma quante
sono un focolare? Il focolare è caratterizzato dal calore – calore del
focolare – che proviene da questa pratica dell’amore ed è una delle più grandi
benedizioni che una persona può sperimentare in questa vita. È
l’anticamera del paradiso. Non è un caso che Davide, in uno dei suoi
salmi, affermi: “Dio fa abitare il solitario in una famiglia” (Sal 68:6). Una
famiglia sana è il miglior dono che Dio può fare al “solitario”.

La crisi familiare come fonte di violenza

L’attuazione dell’amore familiare attraverso i mezzi esposti finora non
è un’opzione, è un dovere. E non lo è solo per i credenti.  E’ in
gioco il futuro della nostra società. Sono molti oggi i problemi sociali
all’origine dei quali appare la rottura della famiglia. La violenza è
forse il miglior esempio. In tutte le sue tristi varianti – violenza
domestica, delinquenza giovanile o persino le guerre – troviamo un embrione di
crisi familiare nella sua genesi.

Se studiamo la vita familiare di uomini sanguinari come Stalin o lo jugoslavo
Milosevic, deceduto di recente, che portò il suo paese alle pagine più buie
della violenza in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, scopriamo le radici
della sua aggressività. Cosa ha vissuto quest’uomo nella sua vita
familiare? In quale ambiente ha respirato la sua sensibilità infantile e
giovanile? Il padre si suicidò quando lui aveva 21 anni; poco tempo dopo
si suicidò sua madre; per completare una tale atmosfera di violenza e
trauma, avvenne che in seguito pure suo zio si suicidò. Qualcuno si sorprende
forse che un simile ambiente familiare contribuisca fortemente a forgiare un
carattere estremamente duro e cinico? Il lettore conosce qualche grande
despota che è cresciuto in un ambiente di tenerezza e amore familiare?

Vogliamo tuttavia soffermarci su un fenomeno in crescita: la
violenza urbana giovanile
sotto forma di teppismo gratuito, immotivato. L’aggressività
di molti giovani oggi preoccupa politici, sociologi e giudici perché genera una
violenza ingiustificata. Come qualcuno ha commentato, il vandalismo attuale
dei giovani nelle città ci mostra “la violenza allo stato puro”, è
semplicemente un distruggere per distruggere. Si cerca qualsiasi scusa –
anche nella forma di una presunta festa – per far uscir fuori livelli di
aggressività davvero allarmanti. Da dove viene tanta frustrazione, tanto
bisogno di rompere tutto? Non possiamo semplificare l’argomento, ma in
molti casi troviamo giovani a cui non è mancato nulla dal punto di vista materiale,
hanno avuto tutto. Gli
è mancata però la cosa più importante: un focolare. Hanno
vissuto in case ricche di cose, ma molto povere di calore domestico. Che
gran contrasto tra la loro prosperità materiale e la loro povertà
affettiva! La Spagna si è lasciata alle spalle il sottosviluppo economico
qualche anno fa, ma ciò che ne è seguito è ancora più difficile: il
sottosviluppo affettivo e morale della vita familiare
. Divorzio “a
richiesta” – “questa persona non mi interessa più” -, individualismo
ed egoismo, illimitate ambizioni professionali o economiche, ognuno che fa la
propria vita, tutto questo porta praticamente a una convivenza familiare
praticamente nulla; non c’è quasi nessuna comunicazione né dialogo, non ci
sono momenti di condivisione, c’è mancanza di interesse per il mondo e il
benessere dell’altro. Così, a poco a poco, il focolare diventa una pensione. Qui
è radicata gran parte della frustrazione di molti giovani che, a sua volta,
porta all’aggressività. Quanto tempo occorrerà ai politici affinché si
rendano conto che il problema della violenza giovanile non è tanto una
questione di scuole migliori, strutture sociali migliori, psicologi migliori,
ma soprattutto di famiglie migliori? Investire in famiglie più sane è l’investimento
più redditizio per un paese. L’unico “problema” è che i valori
materiali non sono sufficienti per un tale investimento. La famiglia si
arricchisce soprattutto con valori morali e spirituali. E questo non si
acquista con denaro, viene dal cuore.

A questo punto, forse ci chiediamo con una certa aria triste: “E
per queste cose, chi è capace?” Ci invadono quindi frustrazione,
impotenza o persino sensi di colpa. Questo ci porta necessariamente alla
terza chiave, per i credenti la più importante perché diventa la chiave delle
chiavi.

3. – L’architetto della famiglia è Dio

Nel nostro primo articolo abbiamo parlato di tre ruoli principali nella
storia di Rut: le circostanze, la risposta della famiglia a queste circostanze
e Dio. Senza Dio, la famiglia diventa come un edificio costruito sulla
sabbia: manca di fondamenta. Il salmista esprime questa idea con una
metafora analoga, quella dell’architetto: “Se Dio non costruisce la casa,
coloro che la costruiscono lavorano invano … Inoltre, ti alzi presto la
mattina e vai tardi a riposare …” (Sal. 127:1-2 ).

Si possono frequentare molti corsi per il matrimonio o di terapia
familiare, si possono leggere tutti i libri disponibili su questi argomenti, ci
si può sforzare al punto di “mangiare il pane del duro lavoro”, come
dice il salmista (Sal 127:2). Tutto questo è buono in sé e lo raccomandiamo. Ma
non è abbastanza per noi come cristiani. Manca qualcosa, la cosa più
importante: la fede e fiducia in Dio, fondatore e architetto della
famiglia. Egli ha i “piani” dell’edificio perché è stato Lui a
progettare la famiglia. Noi siamo semplicemente i muratori, perciò abbiamo
bisogno di ricorrere costantemente a Lui per poter costruire con saggezza. A
nessun muratore capita di costruire a volontà e fare a meno della guida esperta
dell’architetto. Neanche noi possiamo commettere una simile insensatezza nel
delicato processo di edificazione del nostro matrimonio e della nostra
famiglia.

In altre parole, la fede e l’amore sono come le due ali di un uccello,
vanno insieme e non possono essere separate. L’amore è sostenuto dagli
occhi della fede e la fede è attiva nell’amore. Questa è la realtà che
scopriamo anche nel libro di Rut. Tutti i membri di quella famiglia
avevano fede in un Dio personale. La frase di Boaz riferita a Dio –
“sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti” (Rut 2:12) – esprime un
concetto quasi materno di Dio. Osserviamo come fanno riferimento a Dio con
il termine “Il Signore”, alludendo così al Dio dell’Alleanza, fedele
e vicino. Alzare gli occhi al cielo in atteggiamento di fiducia e
dipendenza da Dio è ciò che farà sì che la famiglia funzioni.

Potremmo menzionare molti modi
con cui Dio “edifica la casa”; ma ci limiteremo ai due che sono
molto evidenti nella famiglia di Naomi:

• Dio rinnova le nostre forze . La vita familiare
comporta un’intensa battaglia quotidiana, e una lotta contro molti problemi
diversi: materiali, emotivi, spirituali. Questo lottare logora e può
portare scoraggiamento, stanchezza o, a volte, il desiderio di “abbandonare”. È
in questi momenti che lo sguardo verso il cielo rinfresca e rinnova le forze. Gli
occhi della fede ci avvicinano a Cristo, fonte di riposo dalle nostre “fatiche
e oppressioni”, compresi i problemi familiari (Mt 11:28).

• Dio trasforma i deserti in oasi . Dio non si limita a darci riposo e rinnovate forze. Nella sua saggezza Egli risana, trasforma, cambia i problemi e le circostanze al fine di realizzare i suoi scopi per il nostro bene. Questo avviene perché Egli dirige i nostri passi tanto nella vita personale che in quella familiare: “I passi dell’uomo sono guidati dall’Eterno, quando Egli gradisce le sue vie … Io sono stato fanciullo ed ora sono divenuto vecchio, ma non ho mai visto il giusto abbandonato, né la sua progenie (famiglia) mendicare il pane.” (Sal 37:23, Sal 37:25). Sì, Dio trasforma la disperazione in speranza perché provvede sempre una via d’uscita, apre la strada dove non sembra che ci sia: «Ecco, io sto per fare una cosa nuova; essa sta per germogliare; … Sì, io aprirò una strada nel deserto, farò scorrere dei fiumi nella steppa.» (Is. 43:19). Questa capacità di Dio di trasformare le tragedie in storie significative è la lezione più straordinaria del libro di Rut; questa è stata l’esperienza di quelle due donne che, in mezzo a molte avversità e sofferenze, sono andate a “rifugiarsi sotto le ali del Signore”. In questa fiducia sta la chiave fondamentale per una famiglia sana.

Pablo Martínez Vila (2006)

Traduzione Laura Pia Vallese

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