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di Daniele Mangiola

Rosalba Santoro, Contro i bambini. Memorie di una brava maestra, Il Saggiatore, Milano, 2019

Come in un classico film fantasy. La nipote unica erede,
cinque anni dopo la morte della cara zia, si ritrova a fare dei lavori di
ristrutturazione alla casa della defunta. Rovistando tra le vecchie cose trova
un plico, con spago e ceralacca. Delle vecchie carte. Un diario. Con un titolo
perfetto: Contro i bambini.

Dal fantasy alla realtà, Rosalba Santoro è stata una
tranquilla signora di un paesino dell’Abruzzo, la classica brava maestra, che
per quarant’anni si è occupata dell’educazione di intere generazioni di
bambini, amata e stimata da tutto il paese, onorata per l’esperienza e le
grandi capacità dai colleghi e dai dirigenti che si sono succeduti nel corso
della sua lunga carriera.

Questo racconta il sottotitolo che Il Saggiatore aggiunge in
edizione, all’intestazione originale data dall’autrice: Diario di una brava maestra. E l’immagine di copertina suggerisce
il contrasto agitantesi tra le pagine che il lettore scorrerà, aprendo. Una
vecchia foto di classe della maestra in abito classico e austero, accanto ai suoi
bambini, con abiti e pose di paese. L’oscuramento degli occhi a protezione
dell’identità dei minori, come si usa in immagini da rendere pubbliche, ha
sempre qualcosa di inquietante, ma qui, in copertina, la scelta grafica
suggerisce qualcosa di più, come se si fosse grattato via l’inchiostro, quasi
una monelleria, fatta magari proprio con mano bambina, delle grottesche
mascherine da carnevale.

Contro i bambini raccoglie
i pensieri sparsi di quarant’anni, descrive un semplice e profondo amore per la
propria vita di provincia, vibra di pensieri intensi e lievi sulla vita, sulla
morte, sulla nostalgia, sull’amore. Non un pensiero sul futuro, sulla speranza.
Forse è questa la dimensione più letteralmente cinica di questo scritto.
L’unico pensiero sul futuro, affidato alle ultime righe dell’ultima pagina di
diario è un desiderio rivolto alla morte “Io per me vorrei una morte che
assomiglia alla mia terra. La vorrei con la neve e il granoturco, con la sabbia
bianca e la schiuma del mare. Come in un girotondo me ne vorrei andare, di
quelli che facevano sempre i miei bambini”.

I pensieri tranquilli di questa brava maestra di provincia
però sono animati da immagini potenti, metafore che brillano di una fredda luce
e colpiscono come fulmini.

È lo stesso editore a utilizzare il termine cinica nella premessa al breve scritto.
A patto però che si precisi il contorno e il contesto di questa definizione. Il
tema dominante che innerva e pervade i racconti intimi della maestra Rosalba
sono le riflessioni sul mondo dell’infanzia. Ai bambini l’A. guarda dal suo
punto di vista di insegnante e il suo sguardo appare disincantato: “il mio
rapporto con loro è come quello dei medici con i pazienti”, afferma. E con
questa distaccata lucidità osserva, analizza, considera, ricorda, giudica.

Leggere, dalla penna di una maestra conosciuta in paese per
la sua pazienza e la sua accoglienza, affermazioni come “i bambini sono diavoli
col forcone” produce un effetto straniante. Così come spiazza il titolo da lei
stessa deciso per la raccolta di queste memorie, Contro i bambini. Però, se è vero che molte pagine riportano e
ricordano in modo impietoso episodi e immagini di bambini rumorosi, crudeli,
ingrati, puzzolenti addirittura, non è a questo che bisogna riferirsi quando
cerchiamo nello scritto espressioni di cinismo.

In realtà i pensieri dell’insegnante, anche con il passare
degli anni e dei decenni di una vita dedicata alla scuola, testimoniano
chiaramente amore e tenerezza, un interesse autentico e immutato nel tempo, un
grande rispetto. “Mi piange più il cuore a vedere che quasi tutti i bambini che
ho avuto sono ancora qua, che i loro sogni non li hanno portati via, lontano,
nel mondo” dice, ad esempio, parlando dei vecchi alunni restati a far la vita
di paese, a testimonianza di quanta cura e attenzione avesse per i sogni di
quelli che molti anni prima aveva educato nelle classi della sua scuola.

E allora il cinismo va rintracciato e riconosciuto nel suo
sforzo di liberarsi dai sentimentalismi, nel mettere da parte i moralismi e i
perbenismi con cui si autogiustifica e si autoassolve il mondo degli adulti con
l’atteggiarsi verso i bambini, con le moine dei pedagoghi.

Perché se “ai bambini si giustifica tutto”, non lo si fa per
amore vero, bensì perché si guarda ad essi come a persone non ancora formate,
abbozzi di individui, adulti ancora da plasmare e di cui bisogna compatire
l’incompletezza. Finanche nel mettere al mondo dei figli, lo si fa per “mettere
una spunta” nell’elenco delle cose importanti da fare nella vita, per atteggiarsi
a genitori, senza un minimo pensiero al fardello di sofferenze che la vita si
porta dietro come accessorio inevitabile, senza un minimo scrupolo per aver
“donato la morte” nell’atto stesso dell’avere messo al mondo un altro individuo
(di nuovo l’assenza di tracce di speranza di cui più sopra si diceva).

E invece il rifiuto di infantilizzare l’infanzia, il
tentativo di guardare ai bambini come a persone in sé, è lo sforzo ricorrente
che si ritrova in tante riflessioni pedagogiche che hanno illuminato in modi
diversi l’ultimo secolo: Maria Montessori, Janusz Korczak, Françoise Dolto,
Lorenzo Milani, Danilo Dolci, giusto per citare alcuni nomi, ma la lista
potrebbe essere davvero lunga. Gerard Mendel affermava che l’infanzia che
abbiamo non è l’infanzia che potrebbe essere, ma è quella che gli adulti creano,
infantilizzando i bambini, deresponsabilizzandoli a forza con la scusa di
proteggerli e in realtà depotenziando le energie e le risorse di cui essi sono
dotati.

Il moralismo, poi, altra trappola pedagogica in cui viene
ingabbiata l’infanzia, e di cui è complice principale la scuola (basti leggere,
per fare un esempio, un testo di epica o di antologia di scuola media e
rilevare come ogni brano e ogni lettura con i relativi esercizi di comprensione,
spinga costantemente a riflettere sui buoni comportamenti, sul rispetto delle
autorità, sull’osservanza delle regole, sui rischi che si corrono a fare di
testa propria, invece che educare alla bellezza pura e semplice del testo, alla
riflessione su di sé, ecc).

L’anziana maestra vede chiaramente tutto questo e ci
riflette su, “l’insegnamento in sé è un grande errore, i metodi scolastici
fanno acqua da tutte le parti e la rigidità con cui ci si ostina a educare i
bambini assomiglia a quella di un militare nell’addestramento dei cani da
fiuto. È che continuiamo a pensare a loro come se fossero degli apprendisti
adulti, e alla scuola come a un corso di formazione per ottenere l’attestato
dei grandi. Dovremmo cambiare tutto, ripensare il sistema dal fondo, ma ormai
sono troppo stanca per fare la rivoluzione nel mondo”.

Una pagina, in particolare, parla dell’amore. I bambini sono
espertissimi nel circuire e conquistare l’adulto con moine e smancerie, ma è
questo amore? Sanno davvero i bambini cosa esso sia? Allo stesso modo altrove
l’A. osserva l’indifferenza spietata con cui i bambini siano in grado di
giocare con la morte e la sofferenza.

I temi della morte, dell’amore, del bene e del male, sono
aspetti cruciali della vita umana, in particolare nelle sue forme sociali, le
civiltà. Il bambino, nei suoi pochi anni di esperienza del mondo e della vita,
guarda a queste cose con curiosità, con famelica e insopprimibile voglia di
conoscere e apprendere. Sperimenta ed esplora in modo freddo e metodico azioni
e reazioni, gesti e modi, parole e atteggiamenti che l’adulto mette in atto.
Non ha i freni della morale, né quelli della paura, tutte cose che si
acquisiscono col tempo. Vive pienamente. Non è necessario ricorrere a Nietzsche
per comprenderlo. Basta osservare un qualsiasi cucciolo di gatto.

Questa fame di vita, questa esplorazione scientifica e
spregiudicata dell’umano fino ai suoi confini spaventa l’adulto, che frena in
ogni modo lo slancio vitale (Wilhelm Reich) proponendo le risposte
preconfezionate senza dare al bambino il tempo di trovarle con i propri tempi e
i propri modi.

C’è un modo di stare accanto al bambino in modo costruttivo
e utile? Certo che c’è, tanti pensieri della maestra Rosalba sono dedicati a
questo: “vanno condotti in salvo alla fine di questa loro meravigliosa e
insieme violentissima avventura che è l’infanzia. Senza di noi non ce la
farebbero, la loro fantasia, il loro spirito lunatico li farebbe morire tutti
giovani. Un insegnante è un barcaiolo che mena in salvo i bambini all’altra
sponda”.

Col linguaggio semplice di chi scrive di fronte allo
specchio, l’A. affronta molti temi importanti, e lo sguardo è sempre vivace, la
lettura illuminata da lampi di poesia potente. Un breve e agile diario,
insomma, che darebbe spunti preziosi a genitori e insegnanti, per guardare a se
stessi, soprattutto.

Come è uno sguardo teologico, su tutto questo? Come si declina
una pratica pedagogica cristiana che rispetti il bambino in quanto persona
senza pretendere di plasmarla, forzarla, spingerla ad essere altro da quello
che si sente chiamata ad essere? D’altronde lo stesso Gesù dichiara
espressamente di volere i bambini per quello che sono e non per quello che
qualcuno pretenda di decidere che debbano diventare.

È forse nell’appello ad essere testimoni, all’autenticità
della nostra personale esperienza di vita e di fede, senza pretese di imporre,
dirigere, dominare alcuno né mai pensarlo in qualche modo a noi sottoposto, che
si possono trovare le tracce di una chiamata ad educare, a indicare rotte e
percorsi, senza predisporre mete obbligatorie, lasciando a ciascuno il diritto
di procedere nel cammino con il proprio passo, lasciando a ognuno il tempo e il
modo di rispondere alla vocazione che gli giunge.

L’articolo Contro i bambini_Recensione proviene da DiRS GBU.

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