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di Andrea Papini

Vi ricordate quello che stavate facendo l’11 Settembre del 2001, quando sono cadute le Torri Gemelle ?
Io ero in ufficio, si è sparsa la voce e la prima cosa che ho fatto, ricordo, è stato chiamare un amico missionario svizzero che lavorava in Tunisia. Volevo avvisarlo di quello che stava succedendo, in caso fosse stato l’inizio di una sollevazione mondiale contro i cristiani. Oggi, ripensandoci, mi vengono in mente diversi se e ma; all’epoca, però, chiamare Bernard mi era sembrata la cosa più logica da fare.

Se foste genovesi vi ricordereste anche e forse ancora di più, quello che stavate facendo il 14 Agosto 2018, alle 11.36.  

Era Martedì ma, a causa delle ferie
estive, sembrava Sabato. Nostra figlia mi aveva chiesto di portarla in
biblioteca, in centro città, per studiare con amici. Uscendo di casa avevo
pensato che, già che ero in giro, sarei potuto andare a comprare delle luci da
Ikea ma pioveva troppo forte, così ho lasciato Elena in biblioteca e me ne sono
tornato a casa, con l’idea di godermi la mattinata in relax.

Ikea
si trova a pochissimi metri dal ponte Morandi. Inoltre, se ci fossi davvero
andato, quasi sicuramente lo avrei percorso per rientrare.

Ricordo
che, ad un certo punto, ho iniziato a ricevere messaggi da parte di amici e
fratelli da diverse parti d’Italia e del mondo. Chiedevano: ”Come state ?”,
“Tutto bene ?”. All’inizio pensavo che si trattasse di persone cordiali che si
informavano sulla salute della nostra famiglia ma ben presto ho capito che era
successo qualcosa di grave, emozionante ed irreparabile.

Ho
pensato distintamente “la nostra vita non sarà più la stessa”, ho chiamato mia
moglie, abbiamo acceso la televisione, cercato tra i canali, trovato la diretta
e siamo rimasti a guardare, increduli, quello sfacelo.

Piangevo
e intanto pensavo che forse sarebbe venuto fuori che era meno grave di quello
che sembrava, che forse era stato solo un cedimento, che alla fine sarebbe
andato tutto bene.

Dio ha avuto pietà ed il ponte è crollato
in uno dei giorni in assoluto meno trafficati dell’anno ma, comunque, non è
andato tutto bene. Non per le 43 vittime, nemmeno per le loro famiglie ed
amici.

Non
è andato tutto bene per la città, per il traffico che era abituato a circolare
intorno ed attraverso il Ponte, per il commercio nei quartieri coinvolti dal
disastro, per le persone corse via da casa, lasciando luci accese, porte aperte
e senza poter poi rientrare a prendere ciò di cui avevano bisogno.

Henry era originario dell’Ecuador, viveva
e studiava a Genova, era amico di nostra figlia. Veniva spesso da noi, era un
ottimo cuoco e ancora ricordo uno squisito risotto alle fragole che aveva
cucinato, invitandoci a pranzo a casa nostra. Il 14 Agosto stava tornando a
casa, dove viveva con la madre e il fratello e il ponte si è sbriciolato sotto
le ruote della sua auto. L’hanno trovato qualche giorno
dopo, scavando tra le macerie sulla riva del Polcevera. Con il passare dei
giorni sono venute fuori altre storie, di sconosciuti, di
conoscenti, di conoscenti di conoscenti. Si dice che l’amore non diminuisca con
l’aumentare del numero delle persone che amiamo. Lo stesso avviene per il
dolore. E’ stato un periodo di lacrime, rabbia, incredulità, incertezza.

Poi è iniziata la ricostruzione.

Un Ponte nuovo, costruito con una
tecnologia di derivazione navale, in acciaio, disegnato dall’architetto
genovese Renzo Piano, con una sezione cava per favorire la manutenzione ed un
parco pubblico sottostante.

I
lavori sono proseguiti alacremente, le promesse sono state sostanzialmente
mantenute. Oggi, 28 Aprile 2020, a mezzogiorno campane e sirene hanno
festeggiato il posizionamento dell’ultima sezione del viadotto. Molto resta da
fare prima di potervi di nuovo circolare, ovviamente, ma la ferita si sta
rimarginando.

Nel frattempo Genova ha guadagnato, per esempio, una nuova tangenziale a mare, costruita a tempo di record per permettere lo scorrimento del traffico che non poteva più usufruire dello svincolo autostradale mutilato. Ma ha anche perso posti di lavoro, abitazioni, vite, tempo.

Nella Bibbia non si parla di ponti
stradali. E’ normale, che cosa se ne facevano di un ponte in mezzo alla pianura
?

Non
si parla nemmeno di ponti navali, tranne un caso nel libro del profeta
Ezechiele. E’ normale, il popolo d’Israele non è mai stato famoso per le sue
capacità di navigazione ed ha sempre mostrato un certo disagio nei confronti di
mari, laghi e simili.

Ma il concetto di ponte nella Parola c’è eccome. Poter passare da un posto all’altro, scavalcando il precipizio che li separa. Una Struttura la cui assenza complica la vita alle persone, impedisce loro di arrivare alla giusta destinazione. Una Struttura la cui mancanza, se ad un certo punto cessasse di essere percorribile, può avere effetti eternamente letali.

Ancora qualche mese e i genovesi potranno di nuovo passare da una riva del Polcevera all’altra senza dover scendere e risalire. Turismo e commercio potranno ricominciare ad utilizzare il nodo autostradale di Genova Ovest come facevano in passato. 

Nel frattempo però, abbiamo dovuto, insieme al mondo intero, imparare a convivere con un altro ponte, ancora più intimo; la vicinanza, il contatto che permette ad una cosa piccolissima, forse nemmeno davvero viva, di transitare da un essere umano all’altro, causando infezione, disagi, malattia, a volte morte. Abbiamo capito che facilitare il contatto tra due punti non è sempre qualcosa di auspicabile e che ci sono casi in cui è meglio stare lontani, separarsi dalla sorgente dell’infezione. Che può anche arrivare da persone e luoghi amati, facenti parte delle nostre vite.

Lezioni massicce, ricevute le quali non si può rimanere, o ritornare a, come si era prima. Di quali Ponti dovremmo approfittare ? A quali faremmo meglio a rinunciare ?

Qual è la Via per cui transita solo ciò che ci fa bene, che permette di arrivare alla Destinazione migliore possibile ?

Esiste ed è stata progettata dal numero uno degli architetti, Uno a cui non è sfuggito nulla, che ha tenuto conto di tutto.

Esiste e non aspetta altro che essere percorsa.                

A Genova ed altrove.

Andrea Papini, abita a Genova con sua moglie Aida, il gatto Peloponneso e, se non sono da qualche altra parte, tre figli. Lavora per una società di ingegneria navale e cerca di servire il Signore come può, sia partecipando come interprete a diverse conferenze in Italia e all’estero, che condividendo la responsabilità della chiesa evangelica La Promessa.

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