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di Stefano Molino

La seule chose qui nous reste, c’est la comptabilité
(L’unica cosa che ci resta è la contabilità).

Così si esprime uno dei protagonisti del celebre romanzo di Albert Camus, La peste del 1947, più volte ricordato in questo giorni per l’affinità con la condizione pandemica attuale. Chi parla è un amico del protagonista, un dottore che lotta contro un’epidemia di peste scoppiata nella città di Oran. Il personaggio rassegnato constata che non resta molto altro da fare se non occuparsi del computo quotidiano dei morti. Questa frase, letta nei tempi in cui le giornate si concludono con la conferenza del capo della protezione civile Borrelli sulle statistiche di vittime, guariti, contagiati, da covid 19, mi è saltata agli occhi.

La rilettura de La peste in questi tempi propone numerosi spunti di riflessione, ma tra i tanti quello della facilità con cui ci entusiasmiamo alla notizia dei 100 morti in meno, o viceversa ci inquietiamo se ne annunciano 100 in più, mi colpisce. La riflessione di Camus, del resto, mira proprio a puntare i riflettori sul problema della morte, spingendo a considerare come, anche nelle emergenze arriva un momento in cui ci si assuefà allo scandalo della morte, quindi della vita e della sua fine, riducendola ad un semplice problema di conteggio. Da cui l’incoraggiamento a considerare che tutta la vita è un’emergenza in quanto delimitata inevitabilmente dalla morte e che la preoccupazione per la vita non dovrebbe emergere solo in contesti di emergenza. Camus non ragiona in un orizzonte trascendente. Le soleil (il sole) nei suoi romanzi sostituisce Dio e non dà risposte. In risposta all’assurdo, o non senso della vita propone un impegno per la vita che altri personaggi del romanzo incarnano. È una risposta possibile ma la proposta di un impegno autentico, che al massimo riesce a limitare i numeri delle statistiche mortuarie non mi pare contribuire molto alla questione del senso della vita e della sua eventuale assurdità…

Mi piace affiancare la frase di Tarrou, il personaggio citato all’inizio, alle riflessioni di tre secoli prima del grande Pascal, con una frase lungimirante, molto fertile in tempi di quarantena: “… tout le malheur des hommes vient d’une seule chose, qui est de ne savoir pas demeurer en repos dans une chambre” (Pensées, XI Divertissement, 168 –  Tutto il male degli uomini viene da una sola cosa, che il non saper restarsene en pace in una stanza”). Detta in questi termini suona quasi ironica, e forse irriverente per chi in questi giorni è chiuso in spazi inospitali o scomodi.

Ma il pensiero di Pascal si inserisce in una meditazione sul “divertimento”, da intendersi in senso etimologico: il di-vertire, il distogliere lo sguardo da un altra parte quando si è posti davanti allo stesso problema: “Les hommes n’ayant pu guérir la mort, la misère, l’ignorance, ils se sont avisés, pour se rendre heureux, de n’y point penser”. (Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno risolto, per rendersi felici, di non pensarci affatto” (Pensées, IX Divertissement, 166). Davanti all’accecamento (l’aveuglement) e alla miseria dell’uomo, incapace di capire cosa ci stia a fare in questo mondo, e cosa gli accadrà dopo la morte, osserva uomini che si accontentano di “divertirsi”, e preferisce cercare se Dio non abbia per caso lasciato qualche segno di sé (Pensées, XVI, Transition, 229). Lo scandalo per la morte e la sua assurdità che Pascal ben avvertiva non lo porta ad un’accettazione dell’assurdo, ma alla conferma che il senso è oltre l’apparenza.

Forse dopo le statistiche quotidiane che possono portare tanto scandalo quanto  rassegnazione potremmo ricavare dalla lezione di Camus un spinta a non rassegnarci ad un mero conteggio di morti, che non è comunque che sineddoche di un’esistenza volta alla fine, indicando con Pascal, che i segni di Dio non mancano, e che davanti ad una vita volta a concludersi in modo più o meno rapido le parole di Paolo esprimono quella folgorazione di senso che chi ha incontrato Dio avverte e diffonde: “perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore” (Romani 6:23).

Stefano Molino, Dottore di Ricerca in Letteratura francese, è professore di Scuola Superiore a Lucca, città in cui guida anche una Chiesa evangelica locale. E’ membro del Comitato Editoriale di Edizioni GBU.

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