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di V. Bernardi e GC Di Gaetano

Vero tesoro della Chiesa di Cristo è il sacrosanto Vangelo, gloria e grazia di Dio.
(M. Lutero, Tesi 62 sulle indulgenze)

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, domenica 26 aprile, annunciando la cosiddetta “fase 2” dell’isolamento necessario per combattere la pandemia, ha ribadito, sicuramente a malincuore e non con qualche imbarazzo, che ancora per qualche settimana non sarà possibile aprire le chiese al pubblico per le funzioni religiose. Unica eccezione fatta è stata quella dei funerali che potranno essere presieduti da una quindicina di persone.

Poche ore dopo questa dichiarazione la
CEI (Conferenza Episcopale Italiana) ha risposto con le sue rimostranze al
Governo, accampando due motivazioni fondamentali: la prima di tipo
costituzionale (non sono stati interpellati come prevederebbe il dettato
costituzionale), la seconda di tipo teologico. Riportiamo quello che dice il
comunicato della CEI a proposito dell’importanza di celebrare Messa, in ordine
alla seconda motivazione:

I Vescovi italiani
non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto.
Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così
significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire
alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale”.

Come si può leggere il dovere di celebrare e partecipare alla Messa è essenzialmente dovuto al bisogno di attingere alla sorgente sacramentale necessaria al credente cattolico. In questo testo viene dunque ribadita la concezione sacramentale della funzione ecclesiale, tipica del Cattolicesimo romano, e magistralmente analizzata qualche decennio fa dal teologo evangelico Vittorio Subilia. Si tratta, in sostanza, di una delle principali caratteristiche di distinzione tra il cattolicesimo e il protestantesimo. Un buon credente cattolico per poter garantirsi la salvezza (secondo la terminologia biblica), deve durante la sua vita assolvere a tutti i sacramenti. Questa forma di disciplina ecclesiale è da noi evangelici ritenuta sbagliata in quanto cozza con quello che ci pare essere l’insegmaneto biblico centrale sulla salvezza che fa leva sulla sola fede in Gesù Cristo. Questo è il vangelo, questa è la buona notizia. Il Riformatore Martin Lutero sintetizzò mirabilmente questo punto nella sua Tesi 62 riportata sopra.

Nel 1527, quando Lutero scrive a Rudolf Hess nel periodo di diffusione della peste, ha ben chiaro questo concetto. Ma la sua voce è oggi utile anche per i consigli relativi alla questione fondamentale del discorso epidemiologico: il contagio possibile o probabile.

In primo luogo, Lutero ha la preoccupazione per le cominità locali e ritiene che sia fondamentale in una città colpita dall’epidemia che rimangano dei ministri di culto per adempiere essenzialmente a due compiti del loro ministero: il conforto delle anime e il seppellimento dei morti.

In secondo luogo, anch’egli ritiene doveroso mantenere i luoghi di culto aperti, anche se essenzialmente per due cose: il conforto che deriva del Vangelo e la preparazione alla morte che, in caso di epidemie, è sempre in agguato. Vi è anche un accenno al sacramento che, come è noto, per il teologo tedesco aveva una funzione diversa: ricordare la Grazia ricevuta tramite la Croce di Cristo.

Ma sono soprattutto le sue raccomandazioni relative al contagio quelle che vogliamo sottolineare in quanto sono quelle preminenti su tutto. Raccomandiamo queste parole a tutti coloro che in questo momento percepiscono il peso delle restrizioni fino a parlare addirittura di pericolo per la libertà di culto.

«È ancora più
disonorevole per una persona non prestare attenzione al suo proprio corpo e non
riuscire a proteggerlo dalla pestilenza al meglio delle sue capacità, e poi
infettare e avvelenare gli altri che sarebbero potuti restare vivi se quella
persona si fosse presa cura del suo corpo come avrebbe dovuto. Egli è quindi responsabile
davanti a Dio per la morte del suo prossimo ed è omicida molte volte. Infatti,
una tale persona si comporta come se una casa stesse bruciando nella città e
nessuno stesse cercando di spegnere il fuoco. Invece dà libertà alle fiamme in
maniera tale che l’intera città bruci, dicendo che se Dio lo volesse, potrebbe
salvare la città senza acqua per spegnere il fuoco.

No, miei cari
amici, questo non va bene. Usate le medicine; prendete le pozioni che vi
possono aiutare; disinfettate la casa, il cortile, la strada; evitate le
persone e i luoghi dove il vostro vicino non ha bisogno della vostra presenza o
è guarito, e agite come un uomo che vuole aiutare a estinguere le fiamme della
città.

Cos’altro è l’epidemia se non un incendio che invece di distruggere legno e paglia divora vite e corpi? Dovresti pensare in questa maniera: “Molto bene, per decisione di Dio il nemico ci ha mandato frattaglie velenose e mortali. Perciò io chiederò a Dio misericordioso di proteggerci. Poi disinfetterò, aiuterò a purificare l’aria, darò e prenderò le medicine. Eviterò luoghi e persone dove la mia presenza non è necessaria per non contaminarmi e quindi forse infettare e contaminare gli altri, e così causare la loro morte come risultato della mia negligenza. Se Dio vorrà prendermi, sicuramente mi troverà e io avrò fatto ciò che egli si aspetta da me, e così non sarò responsabile per la mia propria morte o per la morte degli altri. Se il mio vicino ha bisogno di me, comunque, non eviterò i luoghi o le persone ma ci andrò volontariamente, come ho già affermato”.

Vedi, questa è una fede realmente basata sul timore di Dio perché non è insolente né avventata né tenta Dio». (M. Lutero)

Se abbiamo lo scopo primario di preservare l’umanità e far
sì che tutti possano godere di buona salute, allora ci sentiamo di dire che il
restare a casa per evitare gli assembramenti che possono mettere a rischio la
vita del prossimo è un bene supremo. Lo Stato ha l’onere di assumere delle
decisioni per il bene comune mentre il nostro compito è quello di ubbidire, pur
potendo, all’interno del dibattito democratico, dissentire su decisioni che
possono essere soppesate con il pro e il contro.

Si potrebbe pensare però che quando è in gioco l’ubbidienza a Dio, l’ubbidienza allo Stato non deve essere vincolante (At 5:29). E allora chiediamoci: come ci rapportiamo noi cristiani evangelici a questa situazione? Per grazia di Dio, e in ragione di una visione della chiesa che ci viene direttamente dal Maestro, dalla testimonianza apostolica e dai vangeli, possiamo continuare a sentirci e a essere chiesa anche in queste condizioni difficili. I moderni mezzi informatici permettono di ricostituire la comunità locale anche a distanza, pur tra mille difficoltà, consentendoci di avvertire la presenza spirituale del Signore anche se mancano gli abbracci: è il radunamento “nel suo nome” quello che assicura la presenza del Signore (Mt 18:20); inoltre riceviamo l’assicurazione che il culto a Dio deve essere reso in spirito e verità, esigenza questa che non viene scalfita per nulla da un radunamento non in presenza (Gv 4:21–23)!

Ascoltiamo dunque un consiglio che, al di là della teologia, risuona di buon senso.

“Chiederò a Dio misericordioso di proteggerci. Poi disinfetterò, aiuterò a purificare l’aria, darò e prenderò le medicine. Eviterò luoghi e persone dove la mia presenza non è necessaria per non contaminarmi e quindi forse infettare e contaminare gli altri, e così causare la loro morte come risultato della mia negligenza” (M. Lutero)

L’articolo Lutero risponde alla CEI proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/lutero-risponde-alla-cei/