I gruppi di Milano, Firenze e Torino hanno sperimentato la distribuzione di una guida “di sopravvivenza” per gli studenti delle loro città, progettandola a partire dalla loro esperienza di universitari. Quali possono essere dei suggerimenti per chi volesse riproporre questa idea nella propria facoltà? Continua a leggere

Sono arrivato al XIV convegno GBU aspettandomi delle dissertazioni sulla sessualità secondo la prospettiva biblica. Sono tornato a casa con una moltitudine di stimoli, di prospettive e di sfide inattesi. Sul combattimento spirituale; su cosa sia l’intimità autentica e su cosa renda autentica la chiesa; su cosa renda plausibile non solo la sessualità secondo la Bibbia, ma la vita cristiana nella sua globalità, vissuta al seguito del Signore morto e risorto. E l’elenco potrebbe continuare.

Le righe che seguono vogliono essere una grata condivisione di questo inatteso sovrappiù. Sono grato al Signore, che non si stanca di mostrarmi come la sua grazia esorbiti sempre le mie ristrettezze mentali e la mia presunzione di sapere.

Ed Shaw al XIV Convegno si Studi GBU

Sono grato a Ed Shaw, per il suo radioso esempio di quanto possa essere contagioso -quand’è autenticamente vissuto- il desiderio di essere “più simile a Gesù”. Sono infine grato a coloro che hanno avuto l’audacia e la lungimiranza di realizzare un convegno simile.

Che il convegno avrebbe assunto
risvolti imprevisti fu chiaro dalla prima sera, quando l’oratore (a me del
tutto ignoto) si dichiarò attratto dal suo stesso sesso.

Poiché mi attendevo tre giorni
di conferenze che fossero più o meno il corollario della semplicistica formula “Sesso
etero in ambito matrimoniale” (non ne vado fiero, ma tant’è), fui piuttosto
sconcertato dalla dichiarazione.

Certo, le mie categorizzazioni
contemplavano l’opzione dell’omosessualità: nel catalogo delle perversioni. Punto.
Sapevo anche di coloro che ritengono conciliabile la professione del
cristianesimo con lo stile di vita omosessuale, purché nell’ambito di una
relazione stabile e fedele. Ed Shaw rappresenta una minoranza di cui sapevo
l’esistenza, senza però averne mai ascoltato la voce. Coloro che, fronteggiando
la tentazione omosessuale, ritengono il celibato l’unica condizione compatibile
con la fede in Gesù.

E la sua è stata una voce
profetica, nientemeno.

Come un profeta, mi ha ripulito
da alcune cianfrusaglie mentali di cui ero solo vagamente consapevole. Una fra
tutte: la convinzione secondo la quale la tentazione omosessuale, a differenza
d’ogni altra, viene invariabilmente cancellata dalla conversione. E perché,
poi? Il mio orientamento etero mi esenta forse dalla lotta per la purezza? E’ stato
salutare rivedere biblicamente la mia percezione del peccato in quest’ambito.

Ed Shaw è un uomo che trasmette
l’esperienza autentica di come la lotta per vivere il celibato in questa
tensione lo apra maggiormente alla grazia di Dio e lo disponga a dipendere davvero
da Lui. Per diventare più simile a Gesù, in un cammino di ubbidienza e purezza.
La plausibilità di questa vita controcorrente è possibile solo in una comunità
illuminata e sorretta dalla grazia di Dio. Un luogo amorevole dove l’intimità
sia una realtà sperimentabile anche dai celibi, etero o omosessuali che siano, attraverso
relazioni sante e profonde, di amicizia e di fraternità.

E, come un profeta, Ed mi ha
spezzato il cuore. Perché, confrontato con le sue parole, mi pento di aver
talvolta introdotto nella chiesa i modelli svianti del perbenismo e del
perfezionismo. Ma ho udito l’appello, e raccolgo la sfida.

Voglio re-imparare l’antica lezione della vulnerabilità onesta che accoglie la grazia. Voglio contribuire a rendere la chiesa una famiglia plausibile e desiderabile. Dove si abbraccia la croce e si respinge la seduzione del male in ogni ambito. Dove ci si incoraggia a vicenda ad essere più simili a Gesù.

(Marco Arturo, Responsabile di una Chiesa evangelica di Trezzano Rosa)

L’articolo Grazie Ed (Shaw): una voce profetica proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/grazie-ed-shaw-una-voce-profetica/

Plausibile / plausibilità
Il termine “plausibilità” rimanda a due universi di significati ben precisi, secondo la concisa presentazione che ne fa l’enciclopedia Treccani: il primo è un universo logico e argomentativo in cui plausibile è quasi sinonimo di razionale. Il secondo universo di significati, più fedele all’etimologia, rimanda al piano del processi sociali: plausibile è ciò che è degno di plauso, di essere apprezzato, approvato e ciò richiama alla mente uno scenario in cui il plauso viene fatto da qualcuno in carne e ossa nei confronti di qualcun altro o di altri. Nella plausibilità si esprime dunque una dinamica sociale e non una semplicemente logico–intellettiva.

Ecco le due definizioni della Treccani:
«plauṡìbile agg. [dal lat. plausibĭlis, der. di plaudĕre, part. pass. plausus]. – 1. letter. Degno di plauso, di approvazione, meritevole d’essere apprezzato. 2. Che è accettabile dal punto di vista logico, che appare ragionevole e convincente: ha dato una spiegazione p. delle sue azioni; spesso fa le cose senza una ragione p.; una teoria p., anche se non dimostrabile».

Il concetto di struttura di plausibilità è stato elaborato da Peter Berger e Thomas Luckmann in un famoso testo degli anni ’60, La realtà come costruzione sociale (Il Mulino, 1969, abbr. RCS) e da allora in poi ha continuato a emergere in continuazione in molti discorsi concernenti soprattutto, per quello che ci concerne qui, la riflessione teologica e apologetica[1].

Ed Shaw, per esempio, introduce il concetto di plausibilità nella riflessione relativa alla sessualità umana (L’etica sessuale nella Bibbia. Una questione di plausibilità, Edizioni GBU, 2019); egli presenta un’accezione di sessualità molto ampia che include non solo il suo disegno generale secondo una visione d’insieme della Bibbia – il sesso è per il matrimonio, e il matrimonio è l’unione permanente tra un uomo e una donna ­– ma anche le aree critiche (p.es. l’attrazione verso lo stesso sesso). Ecco le sue parole
«Abbiamo un problema di plausibilità: ciò che la Bibbia inse­gna chiaramente sembra irragionevole per molti di noi oggi. E quindi viene respinto (non irragionevolmente!) dappertut­to. … cosa possiamo fare? … dobbia­mo solo rendere nuovamente plausibile ciò che la Bibbia comanda chiaramente» (p. 21).

In questa accezione, e astraendo per
il momento dallo scenario in cui Shaw la introduce, è evidente che il concetto
di plausibilità viene richiamato e introdotto in un contesto apologetico: la plausibilità
viene convocata per la difesa della fede cristiana e delle sue conseguenze
etiche.

Apologetica
Se pensiamo all’apologetica non può sfuggirci un elemento problematico nell’incastro con il tema delle strutture di plausibilità. L’apologetica è un’impresa preminentemente logico–argomentativa.

«La parola greca apologia, dalla quale deriva il termine italiano apologetica, viene spesso tradotta “dare una riposta”, ma il suo significato è molto più intenso. Nel greco classico, era un termine legale e voleva dire difendersi da un’accusa, significato avvalorato da diversi esempi biblici» (Dictionary of Christian Apologetics, IVP, 2006)

Essa si inserisce nella più ampia impresa di condivisione del vangelo, l’evangelizzazione.

«L’apologetica
cristiana non è altro che il compito di difendere e raccomandare la veridicità
del vangelo di Gesù Cristo in una maniera che sia cristiana (christlike),
sensibile al contesto e adatta al tipo di interlocutore (audience)».

«Nella maggior parte
dei casi, i nostri sforzi apologetici non sono altro che un piccolo tratto nel
viaggio lungo e tormentato di qualcuno, viaggio che si spera possa culminare in
una relazione di questo qualcuno con Gesù Cristo». (J.
Beilby)

Considerando la seconda definizione, che ci pare più pertinente
anche al recupero del senso autentico dell’apologetica cristiana dei primi
momenti della diffusione del cristianesimo (si veda A. Dulles e la sua Storia
dell’apologetica
), potremmo giungere a una conclusione del genere:

L’evangelizzazione senza l’apologetica presenta dei vuoti!
L’apologetica senza l’evangelizzazione è cieca e non raggiunge il suo obiettivo!

Non sfugge
però il fatto che l’apologetica resta pur sempre un’impresa dal carattere
logico, intellettivo, argomentativo, proposizionale. E l’impressione si
rafforza se passiamo in rassegna tutte le forme assunte dall’pologetica
cristiana negli ultimi cinquant’anni: evidenzialista, coerentista,
probabilistica, presupposizionalista.

Strutture di plausibilità
Se al contrario andiamo a ripercorrere la genesi del concetto di plausibilità troviamo che l’orizzonte di riferimento (la solciologia della conoscemza) è completamente diverso: «La sociologia della conoscenza si deve occupare di tutto ciò che passa per “conoscenza” nella società» (RCS, p. 29, enfasi aggiunta). Deve occuparsi della costruzione sociale della realtà, in quanto concerne quello che la gente “conosce” come “realtà” nella vita quotidiana a livello pre–teoretico o non–teoretico. Questa “conoscenza” della gente comune costituisce il «tessuto di significati senza il quale nessuna società potrebbe esistere» (RCS, p. 30). Da questo sapere, da questa “conoscenza”, sono escluse le dimensioni teoretiche, filosofiche o anche mitologiche della realtà.
La tesi centrale di Berger è che mediante i tre momenti della esteriorizzazione, oggettivazione e interiorizzazione giungiamo al cospetto di una realtà oggettiva che si è alienata da chi l’ha generata ma che nel contempo mantiene nel soggetto una sua dimensione coscienziale: la realtà costruita è oggettiva e soggettiva.
Dopo questo primo momento Berger introduce il tema della legittimazione della realtà costruita socialmente e snocciola tutte le fasi di un tale processo mediante i canali della socializzazione – primaria, avanzata, etc. – (vocabolario; proverbi e massime; educazione; universo simbolico).
Gli universi simbolici sono ciò che viene oggettivato; si sedimentano e si accumulano. E naturalmente svolgono una funzione sociale, sono una sorta di cupola al di sotto della quale si svolge la vita degli individui. Gli universi simbolici sono poi teorizzati, in ragione di alcuni fenomeni storici, epocali, culturali quali: l’eresia; il confronto culturale; la presenza di universi simbolici alternativi.
A questo punto sorge la necessità di preservare tali universi simbolici (che, ricordiamo, sono apparati legittimanti della realtà socialmente costruita); la conservazione è anch’essa di ordine sociale e agisce a livello della realtà soggettiva, come è percepita e pensata la realtà dal soggetto.
È a questo punto che incontriamo il concetto di struttura di plausibilità (SP):

«La
realtà soggettiva dipende da precise strutture di plausibilità, cioè dalla
particolare base sociale e dai processi sociali richiesti per la
sua preservazione»
(RCS, p. 229).

Berger
tenta di rilevare la consistenza delle SP andando ad analizzare i fenomeni di
ristrutturazione, vale a dire allorquando un individuo muta la realtà
soggettivamente intesa; l’esempio per eccellenza è la conversione religiosa (si
sofferma su Saulo/Paolo) e in questo contesto individua la SP nella comunità
cristiana:

«Fare
l’esperienza di una conversione non è poi una gran cosa: il difficile è essere
capaci di continuare a prenderla sul serio, di osservare il senso della sua
plausibilità. È qui che interviene la comunità religiosa: essa fornisce
l’indispensabile struttura di plausibilità per la nuova realtà» (RCS, p. 234).

La religione è pensata da Berger (si veda il testo successivo, La sacra volta, tr. it. Sugarco, 1984, abbr. SV) come uno di quegli universi simbolici che servono a conservare il mondo socialmente costruito (SV,  p. 54); il suo potere legittimante consiste nella capacità di trasformare un cosmos in un nomos trascendente (la realtà viene giustificata a partire da una realtà trascendente) e il nomos della religione è potente perché capace di integrare le situazioni marginali che mettono in discussione la realtà della vita quotidiana (malattie, disturbi emotivi, morte).
È dunque ancora nel contesto della conservazione e stabilità dei mondi (che non significa fissità in quanto sono prevedibili anche sommovimenti, riforme o rivoluzioni) questa vota legittimati dalla religione e dunque dei mondi religiosi, che Berger afferma:

«i
mondi sono socialmente costruiti e socialmente conservati [e] la loro
persistente realtà, sia oggettiva (come fattualità comunque accettata per data)
che soggettiva (come fattualità che s’impone alla coscienza individuale)
dipende da specifici processi sociali, cioè da quei processi che
incessantemente ricostruiscono e mantengono i particolari mondi in questione …
Pertanto ciascun mondo richiede una “base” sociale per continuare a esistere
come mondo che sia reale per i reali esseri umani. Questa “base” può venire
definita come la sua struttura di plausibilità» (SV, p. 58).

Come si vede da quste citazioni il contesto di origine del nostro concetto di stutture di plausibilità e dunque dello stesso concetto di plausibilità è chiaramente sociologico, una sociologia o una teoria sociale che cerca di spiegare la realtà come “costruzione”.
Siamo agli antipodi di una visione cristiana in quanto in essa la società e il vivere sociale contemplano almeno tre elementi di fondo:

  1. Dio
    ha creato (il giardino come prima comunità sociale, Gen 1)
  2. L’uomo
    ha rovinato (il peccato che ha come conseguenza la vergogna e il conflitto, Gen
    3)
  3. Dio
    fa patti e ricostruisce una dimensione sociale in cui egli è presente (il
    popolo di Dio, Gen 12).

Emerge dunque
il divario tra rivelazione e costruzione sociale della realtà. La rivelazione è
tra i presupposti più profondi dell’apologetica cristiana. Se volessimo
sintetizzare questo divario e il conseguente contrasto tra il concetto di plausibilità
e l’apologetica, potremmo ricorrere a due figure, quella della roccia
di chiara derivazione biblica (Dio e la sua parola, la sua rivelazione, sono
una roccia) e la sacra volta, immagine usata da Berger per descrivere l’universo
simbolico della religione che legittima la costrzione sociale della realtà.

Non
mancano i tentativi di coniugare il concetto di struttura di plausibilità e
apologetica trasmutando il primo e sottraendolo al suo universo culturale e sociologico;
per esempio Joe Carter, in una comunicazione sul network TGC (18 luglio 2014), ritiene
che le strutture di plausibilità siano una sorta di filtro per le
convinzioni di fede: ogni cosa che crediamo è filtrata dalle nostre stutture di
plausibilità (apparati di formazioni delle credenze che fungono da custodi che
lasciano passare convinzioni che si combinano con ciò che già crediamo essere
vero). In questo modo però le strutture di plausibilità non determinano la
verità (non la difendono né l’argomentano) ma semmai mirano alla loro coerenza;
assomigliano a visioni del mondo. Si tratta dunque di una intellettualizzazione
delle strutture di plausibilità, rispetto a Berger.

Come dunque adoperare una concezione chiaramente di matrice sociologica in uno scenario proposizionale come l’apologetica?
L’unica strada è quella di lasciarsi sfidare dal concetto di plausibilità come è stato ideato da Berger, vale a dire accettando l’idea che una verità sia sostenuta in buona sostanza da una base sociale, da una comunità, per dirla tutta. Una verità è tale perché quella comunità la ritiene tale; al suo interno essa è giustificata e giustificabile (corrisponde alla visone del mondo di quella comunità). Naturalmente questo scenario presta il fianco alle obiezioni che provengono dal versante del pluralismo e del relativismo: un’altra comunità non ritiene plausibile e dunque accettabile la stessa verità!

Eppure la
sfida, da un punto di vista biblico, non è assolutamente improponibile.

Se
pensiamo alla forma ultima che la dimensione sociale della comunità di fede che
fa riferimento al Dio d’Israele come si è manifestato in Gesù, vale a dire la
comunità cristiana, scopriamo che essa è il contesto in cui le verità di
rivelazione dovrebbero riverberarsi (la luce del mondo e il sale della terra,
secondo il Sermone sul monte):

Si pensi
all’insegnamento di Gesù sull’amore di Giovanni 13:35 Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli,
se avete amore gli uni per gli altri
.

Si tratta,
a tutti gli effetti, di una strategia apologetica vera e propria. La gente non
deve chiedersi se sia possibile un mondo in cui gli uomini possano vivere senza
conflitti e nel segno dell’amore ma devono semplicemente constatare la realtà,
e di conseguenza la plausibilità, di un simile mondo nella comunità di fede. Il
soggetto dell’apologetica diviene dunque plurale e sociale; il suo linguaggio
non è più l’argomentazione ma l’azione pratica e la testimonianza di vita!

È
possibile andare oltre alla constatatzione della plausibilità, andare oltre la
sua base sociale, per aggirare l’alibi relativista? Nella teoria di Berger  c’è un racconto relativo alle origini della
realtà socialmente costruita (sono le dimensioni marginali dell’esistenza) ma
anche un discorso sulle origini degli universi simbolici.

Si direbbe
che un passaggio eziologico sia inevitabile: posto che una verità sia
socialmente accettabile, sia plausibile in virtù di una comunità sociale che
l’incarna, il passo è quello di chiedersi quale sia l’origine della particolare
verità che incarnata si dimostra plausibile. Per non dire nulla sull’origine
della comunità stessa che incarna plausibilmente quella verità.

La risposta della visione biblica, anche di una che ha introiettato la lezione relativa alla plausibilità, è quella di riferirsi a un altro racconto delle origini; a questo punto, forse, ricominicia (giustificato) il ciclo dell’impegno apologetico tradizionale.

(Giacomo Carlo Di Gaetano)


[1] Riferimenti in A.E. McGrath: «I socio­logi della scienza ipotizzano che in ogni società umana vi sia quella che Peter Berger definisce «una struttura di plausibili­tà», vale a dire, una struttura di assunti e di pratiche, avvalo­rata dalle istituzioni e dalle loro azioni, che definisce quali cre­denze sono persuasive. Non la si deve confondere con il puro idealismo di una «visione del mondo». Quello a cui Berger si sta riferendo è un perimetro socialmente costruito che è me­diato e supportato dalle strutture sociali» (La Riforma protestante e le sue idee sovversive, p. 33). «È ormai am­piamente riconosciuto che la plausibilità, legittimità e coesio­ne interna dei sistemi di credenze sono create mediante stru­menti sociali e culturali» (Idem, p. 317).
E in D.A Carson, «Per quanto ne so, l’espressione «struttura di plausibilità» è stata coniata dal sociologo Peter L. Berger. Questi l’adotta per indicare modelli di pensiero ampiamente recepiti e accolti, quasi senza fare domande, all’interno di una particolare cultura. Uno dei corollari della sua argomentazione è che in culture più rigide e monolitiche (come quella giapponese), le strutture di plausibilità fondanti possono essere incredibilmente complesse – quello che intendo dire è che vi può essere una rete di posizioni vincolanti che costituiscono un sostrato di convinzioni, il quale raramente viene messo in discussione. Per contro, in una cultura fortemente eterogenea come quella che caratterizza molti paesi del mondo occidentale, le strutture di plausibilità sono necessariamente più limitate per la semplice ragione, un’ottima ragione a dire il vero, che esiste un numero minore di posizioni comuni. Le strutture di plausibilità che invece permangono tendono a essere ritenute con particolare forza, quasi che vi sia il riconoscimento che senza tali strutture la cultura correrebbe il rischio di sfaldarsi» (L’intolleranza della nuova tolleranza, p. 28)

L’articolo Il concetto di plausibilità in apologetica proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/il-concetto-di-plausibilita-in-apologetica/

Foto di Luca Montemarano e Luigi Tucci
Montesilvano 31 ott. – 3 nov.

L’articolo Convegno Nazionale GBU 2019 (Foto) proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/convegno-nazionale-gbu-2019-foto/