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27 Gennaio 2021

di Daniele Mangiola (DiRS-GBU)

Tra il 22 luglio e il 12 settembre del 1942 le SS deportarono dal ghetto di Varsavia a Treblinka oltre 260 mila ebrei, al ritmo di 6-7 mila persone al giorno. Nei primi giorni di agosto, in mezzo a quella massa si trovavano i bambini dell’orfanatrofio diretto dal medico Janusz Korczak. All’anagrafe Henryk Goldszmit, ebreo discendente da famiglia benestante e oramai ben noto scienziato, autore di diverse pubblicazioni su e per l’infanzia.

Avrebbe potuto evitare l’internamento, avrebbe potuto anche evitare il ghetto, da più parti e ripetutamente gli erano arrivate proposte per fuggire dalla Polonia, grazie alle tante conoscenze importanti. Semplicemente rifiutò di lasciare i 200 bambini della Casa degli Orfani.

Le conoscenze che aveva le aveva sfruttate per recuperare scorte e viveri per l’orfanatrofio durante il soggiorno dentro il ghetto, dove il durissimo razionamento provocò la morte di 83 mila ebrei per denutrizione e malattie, tra il 1940 e il ’42.

Tra il 5 e il 6 agosto circa 4000 bambini del ghetto furono prelevati dalle SS. Alcune fonti raccontano che Korczak garantì che non ci sarebbero stati disordini tra i suoi 192 bambini, ma pretese, incurante del pericolo, che non ci fossero i cani attorno al corteo. Un dettaglio.

Di fronte alla tragedia oramai certa, il medico si preoccupa che i suoi orfani non siano terrorizzati da inutili violenze, li guida verso il convoglio che poi li avrebbe portati al campo. Si ostina a fare in modo che questo ultimo momento possa essere vissuto con dignità dai bambini, prima del disastro. I dettagli sono importanti.

Davanti allo spietato progetto di annientare l’umanità di un’intera razza di esseri umani messo a punto dal Terzo Reich, di incenerire la stessa dignità di persona, prima ancora della vita biologica, come le tante testimonianze dalla Shoah ricordano al mondo, qui c’è un anziano medico che si oppone al fatto che sia ignorata la dignità dei bambini.

Questo dettaglio testimonia con quanta determinazione e coerenza egli abbia perseguito durante la sua vita un unico e semplice principio: il bambino non è una persona in fieri, da formare e plasmare, ancora imperfetta, di là da venire; il bambino è persona fatta e compiuta. Qui ed ora.

“Non ci sono bambini, solo persone. Ma con un’altra scala di nozioni, un altro bagaglio di esperienze, altre passioni, altri giochi di sentimenti. Ricorda, noi non li conosciamo”. E invece di norma l’adulto non ha alcun dubbio sul fatto di conoscere bene cosa passa per la mente di un bambino, perché si comporti in un certo modo e quale sia il suo punto di vista.

“Guardatevi dal disprezzare alcuno di questi piccoli” (Mt18,10). Ebreo e cristiano, Korczak mise in pratica fino all’ultimo, fino alla perdita della propria stessa vita, qualcosa che Gesù aveva espresso con chiarezza: “chiunque riceve uno di questi bambini nel mio nome, riceve me” (Mc9,37)

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Massimo Rubboli

Siamo rimasti attoniti di fronte alla violazione del tempio della democrazia americana, perché è questo che il Congresso rappresenta nella retorica mitologica degli Stati Uniti: il baluardo della più antica costituzione scritta del mondo.

Le immagini di alcuni agenti di polizia che aprivano le transenne e incitavano i ribelli trumpiani ad assalire il Campidoglio ci ha lasciati sbalorditi e increduli. Come era possibile che si fosse arrivati a quel punto?

Poche ore dopo, Camera e Senato riprendevano i lavori e confermavano l’elezione del nuovo presidente, come se gli anticorpi della democrazia fossero riusciti a sconfiggere i suoi nemici. Ma i ribelli hanno promesso nuove azioni, anche violente, prima dell’insediamento ufficiale del nuovo presidente il 20 gennaio, e allora sprofondiamo nel dubbio, non sappiamo più cosa stia succedendo in America (sì, lo so, sarebbe più corretto usare ‘Stati Uniti’ ma purtroppo questo è l’uso comune e mi adeguo).

Per molti cristiani evangelici è stato sconvolgente vedere altri cristiani evangelici assaltare il Campidoglio nel nome di Gesù, alcuni con striscioni con la scritta “Gesù salva” e altri che portavano croci o simboli come il pesce [ΙΧΘΥΣ], l’acronimo usato dai primi cristiani per indicare Gesù Cristo. C’era chi pregava prima di scagliarsi contro le barriere di protezione e fracassare finestre per entrare illegalmente nella sede del Congresso.

Come hanno scritto pochi giorni dopo il 6 gennaio i professori e il personale non docente di Wheaton College, la più prestigiosa istituzione educativa dell’evangelicalism americano, “l’attacco è stato caratterizzato non solo da menzogne maligne, violenza deplorevole, suprematismo bianco, nazionalismo bianco e cattiva leadership – soprattutto del presidente Trump – ma anche da abusi idolatri e blasfemi di simboli cristiani”.

Ancor prima, il 7 gennaio, l’Associazione nazionale degli evangelici (NAE), la principale organizzazione degli evangelicals (che preferisco tradurre in italiano con “evangelici conservatori”, invece del brutto neologismo “evangelicali”) degli Stati Uniti, aveva emesso un comunicato di denuncia incondizionata dell’accaduto, nel quale affermava che “l’assalto di massa è stato provocato da leader, incluso il presidente Trump, che hanno usato menzone e teorie complottiste per calcolo politico”. La NAE avvertiva altresì che gli eventi del giorno prima “sono un altro doloroso segno del razzismo che affligge il nostro paese”.

Un’altra presa di posizione significativa è stata quella dell’associazione di storici evangelici (ma non solo) chiamata Faith and History: “Come membri di un’organizzazione professionale dedicata a ‘esplorare la relazione tra la fede cristiana e la storia’ – e come cristiani praticanti – siamo sopraffatti dal dolore per la visione distorta del vangelo da parte di cristiani evangelici che hanno invaso il Campidoglio degli Stati Uniti nel nome di Gesù. […] Come storici, sappiamo che questa non è certamente la prima volta in cui il nome di Cristo è stato usato per giustificare una violenza di massa o una visione distorta di Dio e della nazione. Negli Stati Uniti, i suprematisti bianchi e le organizzazioni antisemite hanno usato frequentemente simboli cristiani e hanno fatto ricorso alla Scrittura per giustificare violenza ed esclusione. […] Travisamenti del vangelo avvengono ogni volta che le persone mescolano gli interessi della loro cultura, razza, classe sociale, genere, nazionalità, paese o partito politico con la causa di Cristo”.

Ovviamente, queste prese di posizione non sono trapelate – a mia conoscenza – sui mezzi d’informazione italiani, tantomeno su quelli protestanti, perché sono in evidente contraddizione con l’immagine stereotipata degli evangelici americani, tutti di destra, razzisti e sostenitori di Trump.

Di fronte a quanto abbiamo visto e, probabilmente, vedremo ancora, giudicare è facile, più difficile è capire.

Vorrei proporre alcuni elementi di riflessione, necessariamente schematici, che potrebbero aiutare a comprendere le radici di quanto sta accadendo.

Innanzi tutto, non bisogna pensare che Trump abbia creato il trumpismo (come Berlusconi non ha creato il berlusconismo), ma riconoscere che ha semplicemente fatto emergere e legittimato o sdoganato posizioni esistenti, anche se collocate ai margini della società americana.

Il secondo elemento che va tenuto presente è la complessità dell’America, il fatto che sin dagli albori degli Stati Uniti esistono tante “Americhe”, come testimoniano tutti gli osservatori più attenti, da quelli dell’Ottocento come Alexis de Tocqueville a quelli del Novecento come Vittorio Zucconi.

È possibile raccapezzarsi tra queste diverse Americhe, individuarne le caratteristiche? Correndo il rischio inevitabile di un’eccessiva semplificazione, vorrei indicarne due principali. Alcuni anni fa, lo storico Walter Karp propose la distinzione tra “repubblica americana”, che incarnerebbe gli ideali espressi dalla Dichiarazione d’Indipendenza e il Bill of Rights, e la “nazione americana”, alla ricerca del dominio, della ricchezza e del potere nel mondo. Le origini di questa distinzione risalgono alle visioni, da un lato, di una società che doveva essere un faro e un modello per il resto del mondo (“a city upon a hill” per usare la famosa espressione di John Winthrop, il primo governatore della colonia puritana del Massachusetts) e, dall’altro, una nazione che doveva esportare e imporre il suo modello (visione che già alla fine dell’Ottocento fu ferocemente criticata da Mark Twain).

Usando altre parole, si potrebbe dire che da sempre si fronteggiano negli Stati Uniti una cultura della pace e una cultura della guerra. Entrambe hanno fatto riferimento, in vari modi, alla fede cristiana e questo spiega, almeno in parte, la diversità di posizioni politiche tra gli evangelicals, che troviamo attestati su fronti contrapposti nelle grandi questioni della storia americana, a partire dalla schiavitù, e nei suoi momenti più drammatici, come la Guerra civile e la guerra in Vietnam.

Per un’ultima osservazione in relazione a quanto accaduto il 6 gennaio a Washington, prendo spunto dal libro di Kristin Kobes Du Mez, Jesus and John Wayne, nel quale l’autrice sostiene che il sostegno di una parte degli evangelicals bianchi per Trump non è un’aberrazione, bensì il risultato di oltre cinquant’anni di affinità tra gli evangelicals e una cultura di mascolinità militante. Questa interpretazione, di stampo sociologico e culturale, riapre il dibattito storiografico (in realtà mai chiuso) sulla definizione dell’evangelicesimo (evangelicalism) moderno, in particolare su quella di natura più teologica e dottrinale proposta da autori come David Bebbington e Thomas Kidd. Ma qui si apre un tema che va al di là di queste note.

Riferimenti

NAE Denounces Insurrection at the U.S. Capitol, 7 gennaio 2021,

NAE Denounces Insurrection at the U.S. Capitol – National Association of Evangelicals

“Statement from Wheaton College Faculty and Staff Concerning the January 6 Attack on the Capitol”, 11 gennaio 2021, Statement Regarding Attack on US Capitol – Wheaton College, IL

“Response to the Assault on the United States Capitol”, A Resolution of the Conference on Faith & History 13 gennaio 2021, CFH-resolution-January-2021-signed.pdf (faithandhistory.org)

David Bebbington, Evangelicalism in Modern Britain: A History from the 1730 to the 1980s, Routledge, London 1989.

Massimo Rubboli ha insegnato Storia dell’America del Nord presso le UNiversità di Firenze, Macerata e Genova.

L’articolo Sui fatti di Washington. Appunti per una riflessione proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/sui-fatti-di-washington-appunti-per-una-riflessione/