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di Valerio Bernardi

Ho considerato queste masse di  deportati:
sono stato uno di loro: ho ascoltato le loro conversazioni,
i loro desideri, i sogni per l’avvenire…
Trascinati gli avvenimenti li subivano.

Girardet, Come canne al vento

 

 

Speranza e angoscia. I diari di un deportato

Quando si ricorda la Resistenza, come in questi giorni, la tendenza dei nostri storici (ma anche dei nostri giornali e mass media) è quella di vedere in essa un passato glorioso, un momento di rifondazione del nostro Stato, una speranza, che, probabilmente proprio in questi nostri giorni difficili, ci dovrebbe far pensare a quel che si può fare in tempi di difficoltà.

Una delle domande che ci dobbiamo porre è: che ruolo hanno avuto gli evangelici in Italia sulla nascita della Repubblica e la “defascistizzazione” del Paese? Molto è stato pubblicato e molto è stato detto a tal proposito e non voglio ritornare su questi aspetti. Questa volta vorrei soffermarmi su una pubblicazione dello scorso anno che ha dato una nuova luce su uno dei personaggi più importanti della Chiesa Valdese italiana del Secondo dopoguerra: Giorgio Girardet.

Molti di noi hanno conosciuto Girardet e ne hanno apprezzato sicuramente la fede, le sue “aperture” verso tutto il mondo cristiano, ed i suoi tentativi (anche nel mondo del protestantesimo storico post anni 1960) di annunciare la Parola al mondo. Pochi di noi conoscevano le sue vicende durante il periodo bellico. Girardet, come molti studenti universitari dell’epoca, si era arruolato ed aveva frequentato il corso ufficiali, diventando sottotenente ed essendo inviato nella fase finale della guerra nelle isole dell’Egeo.

Quando l’Italia firmò l’armistizio l’esercito italiano (di fatto abbandonato a sé stesso) si divise in almeno due o tre tronconi: uno di questi era quello di coloro che decisero di non combattere affianco della Repubblica Sociale Italiana e dei Nazisti e che, pertanto, o opposero resistenza (come la guarnigione di Cefalonia o sull’isola di Kos) e furono trucidati oppure si arresero e furono internati dai tedeschi nei campi di prigionia sino alla fine del conflitto. Questa ultima e sostanziosa parte di esercito (stiamo parlando di più di 600.000 uomini) viene denominata dagli storici IMI (Internati Militari Italiani).

Girardet fu uno di questi militari internati e per cui non si applicarono le leggi della Convenzione di Ginevra da parte dei tedeschi, ritenendoli, nella gerarchia di prigionieri di guerra, al gradino più basso (prima venivano gli anglo-americani, poi i francesi, poi italiani e russi). Durante questo periodo egli tenne dei diari che la figlia Hilda Girardet ha ritrovato tra le sue carte e che lo scorso anno ha deciso di pubblicare per non dimenticare la memoria di quello che è successo per i tipi della Claudiana con il titolo Come canne al vento. Diari della speranza di un pastore evangelico nei lager.

La figlia afferma che la lettura di questi diari, insieme al racconto che il padre redasse e che dà il titolo al testo, fa emergere una figura del tutto diversa dal pastore valdese ironico e amante della vita e dimostra come la prigionia in un campo possa cambiare le persone.

Cosa emerge da questo diario? Diversi sono gli aspetti che vanno sottolineati.

In primo luogo, la comunanza con gli altri prigionieri. Girardet mostra tutte le sue frustrazioni, la sua limitatezza come essere umano, il suo cercare di sopravvivere in una fase difficile. La carenza di cibo, l’impossibilità di concentrarsi, la speranza che può diventare disperazioni, il sentirsi relegati e il non poter scambiare parole se non con gli italiani, il non sapere il destino dei propri amici (molte sono le righe dedicate a Franco Bosio, altro giovane ufficiale protestante, trucidato nell’eccidio di Kos)  la mancanza di comunicazione con i familiari, il non aver del tutto chiaro cosa sta succedendo nel resto del mondo, il sapere che, come dice il racconto, si è come “canne al vento”, che subiscono le variazioni degli accadimenti, emerge dalle pagine del diario per lo più composto nel campo di prigionia di Sandbostel dove rimase buona parte della sua prigionia, prima di essere trasferito nelle ultime settimane a Bergen.

In secondo luogo, a differenza che in altri diari, emerge la figura pastorale. L’A. ha sin da subito la preoccupazione di organizzare una comunità evangelica italiana nel campo. Girardet aveva una limitata esperienza pastorale all’epoca (venticinquenne era stato soprattutto studente di Lettere alla Sapienza di Roma), ma ritiene che sia importante mantenere salda la fede in un periodo di crisi. Il diario è pieno dei suoi sforzi per avere un locale autonomo per la piccola comunità che riesce a riunire (una ventina di persone) tramite il suo girovagare per le baracche e di trovare materiale per la liturgia (gli inni e i versetti verranno ricopiati su carta quando possibile) e per le sue predicazioni (su cui spesso si interroga). L’impresa, pur tra mille difficoltà riesce e, seppur a singhiozzo e con ritardi, la comunità viene organizzata. Il messaggio di speranza, però, non deve essere limitato solo ai credenti ma anche a coloro che sono definiti nel diario “Gentili”. Pertanto accanto al culto, gli studi, Girardet organizza anche una catechesi per coloro che non credono ma che possono essere avvicinati alla fede. La parola che spesso ricorre nelle pagine del diario è kerygma, l’annuncio che viene vista come una delle attività essenziali.

In una situazione di difficoltà, quindi, quello che conta è l’annuncio e la diffusione della Parola. Non mancano le difficoltà: il confronto con i Cattolici, anche se aperto, è sempre serrato e dipende anche da una cattiva conoscenza del mondo protestante. Traspare una figura di credente tenace pur in periodo di difficoltà che si occupa soprattutto di mettere Cristo al centro dei suoi discorsi, delle sue comunicazioni, del suo dialogo. Non mancano le righe che sono dedicate al futuro dell’Italia, a che ruolo i protestanti possano giocare nella formazione della nuova nazione che emergerà, di come il protestantesimo possa divenire veicolo di rinnovamento morale. Le linee teologiche e anche socio-politiche che emergono sono coerenti con la figura che poi molti di noi hanno conosciuto in seguito e mostrano chiaramente come questo periodo difficile ed angoscioso (l’angoscia è sempre emergente nelle pagine del diario) sia stato un vero periodo di formazione.

Ricordare Girardet in questo periodo con la lettura del suo diario, significa tornare a riflettere sulla nostra identità, sul nostro essere cristiani nel nostro paese e fa emergere come la speranza non debba morire anche in momenti di grande difficoltà. Il diario di Girardet è quello di un evangelico autentico che conosce i limiti dell’essere umano ma, grazie al dono della grazia, riesce a resistere nelle difficoltà ed a dare coraggio ai suoi fratelli, annunciando il Vangelo come possibilità. Nell’anniversario del 25 aprile sono cose che non vanno dimenticate nel nostro Paese e che questa lettura fa sicuramente riemergere.
(Valerio Bernardi – DIRS GBU)

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di Valerio Bernardi

Si è spento a 93 anni qualche giorno fa il teologo Hans Küng, uno dei più famosi e noti anche al grande pubblico per alcune delle sue posizioni che hanno fatto storia. Diversi anni fa, quando sono stato per motivi di studio a Tubinga, ho avuto il piacere di conoscerlo e con me è stata una persona affabile, assolutamente preparata e disponibile a parlare con un giovane studioso che stava preparando il suo lavoro di tesi in un campo che sicuramente era anche di suo interesse. Per me fu un piacere ed un onore ed il suo Istituto di Teologia ecumenica era anche il mio rifugio perché scoprii che per i teologi cattolici l’italiano era la lingua franca e, pertanto, quando volevo riposare la mia mente era il luogo adatto per andare a fare una chiacchierata con i suoi collaboratori.

Perché Küng è stato un teologo importante e cosa dovrebbe interessare ad un evangelico del suo pensiero oggi, ad ormai quasi sessant’anni dal Concilio Vaticano II? In questo breve articolo indicherò alcune piste su cui vale la pena seguire il pensatore svizzero e solleverò anche alcune perplessità e disaccordi.

Küng fu tra i più giovani osservatori del Concilio Vaticano II e il suo pensiero mutò notevolmente in quel periodo, rendendolo uno dei maggiori pensatori dell’ala progressista cattolica. La sua opera più significativa dopo il Concilio fu quella che concerneva il concetto di Chiesa. Contrapponendosi a Ratzinger che, più o meno nello stesso periodo ritornava ad un concetto di Chiesa dove la gerarchia assumeva un ruolo fondamentale e l’aspetto sacramentale rimaneva importante, il trattato sulla chiesa del teologo svizzero invece sottolineava, riprendendo la Lumen Gentium (il decreto conciliare sulla Chiesa prodotto dal Concilio Vaticano II), che la Chiesa era una comunità che rappresentava il popolo di Dio, dove il sacerdozio era conferito a tutti, il Magistero era essenzialmente al servizio dei fedeli e lo stesso Papa (pur rimanendo convinto del ministero e del primato pietrino) non era il depositario della successione apostolica, ma semplicemente il ministro e servo del Popolo di Dio che egli rappresentava. Cristo per lui era l’unico mediatore e il Papa non aveva questo potere. Nonostante queste affermazioni coloccassero Küng dalla parte dell’ala più avanzata del cattolicesimo, rimaneva nell’alveo della Chiesa per diversi motivi: il primo era il forte radicamento nella Tradizione (che rimaneva una delle fonti di ispirazione della Chiesa), l’altra era quella  dell’idea del primato pietrino e la permanenza di un’idea sacramentale della Chiesa, benché già si accennasse allo “scandalo” di un cristianesimo separato e non nascondesse una vocazione ecumenica, in cui sperava in una sorta di Parlamento delle Chiese per risolvere i problemi anche di tipo dottrinale.

Una tale concezione “naturalmente” porterà al suo libro-dossier del 1970 (Infallibile?) dove verrà messo in discussione il dogma dell’infallibilità del Papa, che, come si sa, era stato proclamato tale da Pio IX nel 1870, proprio mentre l’esercito italiano si impossessava della città di Roma. La messa in discussione dell’infallibilità papale sembrava un altro segnale di volontà di ammodernare la Chiesa Cattolica e il discorso di Küng sembrava essere un tentativo di applicazione di alcuni dei decreti del Concilio Vaticano II. Nonostante ciò fu sospeso a divinis e gli fu tolta la possibilità di insegnare nella facoltà di teologia cattolica di Tubinga, la stessa dove era stato anche preside. Questo tentativo di disciplinamento e di messa a tacere del pensatore svizzero, divenne il suo trampolino di lancio nel mondo dei media. Infatti, la sua attività di insegnante non terminò ed ottenne di diventare direttore dell’Istituto di Teologia Ecumenica della stessa università, all’interno della Facoltà Protestante, ma, allo stesso tempo indipendente da essa: insomma, il suo Istituto, era una sorta di “Svizzera” (il suo paese di nascita) all’interno del panorama teologico.

Küng seppe a quel punto usare a suo vantaggio le sue grandi doti di comunicatore e divenne probabilmente il più noto teologo del mondo occidentale, cui veniva chiesto, soprattutto nell’Europa continentale un parere su tutte le questioni che concernevano la fede. Egli ha scritto per diversi dei quotidiani europei più prestigiosi (i suoi articoli sono spesso apparsi, in traduzione, in Italia su “Repubblica”). Anche alcuni dei suoi libri furono scritti in maniera tale da essere capiti da non addetti ai lavori. Proprio per questo motivo può essere considerato, a suo modo, anche un apologeta, avendo difeso in alcune delle sue opere divulgative l’esistenza di Dio e l’opera di Cristo. Lo stile in questi casi era quello delle tesi che potevano affascinare un pubblico che non era avvezzo alla cultura teologica e biblica ed erano scritti con un linguaggio chiaro e semplice ed immediato, senza per questo cadere nella banalità.

Il confronto con la cultura occidentale è sempre stata una delle costanti del pensiero di Küng (la sua dissertazione di dottorato era un serrato confronto della teologia cattolica con il pensiero di Hegel) e una delle sue opere più celebri (recentemente ripubblicata in italiano in una nuova edizione) è Esiste Dio? In questo testo il pensatore svizzero si confronta con il pensiero filosofico e scientifico moderno e cerca di mostrare come si possa dare una risposta all’incipiente atesimo. Al contrario dell’“ortodossia” cattolica, che si rifà normalmente alle tradizionali prove dell’esistenza di Dio messe a punto dalla teologia medievale, il suo testo si confronta con la modernità e contrappone in un excursus di circa 1000 pagine il modello pascaliano della scommessa (che è strettamente collegato alla plausibilità della fede) a quello cartesiano (ritenuto sin troppo razionale e portante direttamente all’ateismo). L’analisi di Küng è molto dettagliata e di grande interesse mostra la sua apertura verso il mondo moderno. Il testo ha il suo fascino (non ha caso è stato ripubblicato recentemente in una nuova edizione in italiano) e rimane un valido tentativo di confrontarsi con la contemporaneità, anche se non tiene del tutto conto del dibattitto post-moderno.

Nell’ultimo periodo il teologo svizzero si è dedicato non solo ai rapporti ecumenici tra Chiese, ma anche al dialogo interreligioso. Sue sono state le iniziative di un parlamento delle religioni che potesse contribuire alla pace nel mondo. L’iniziativa in questo caso non ha riscontrato grande successo anche se ha permesso la produzione di testi sulla conoscenza delle religioni ed in particolare dell’Islam di grande accuratezza, come sempre avveniva nella sua opera. Il dialogo interreligioso non è mai stato una novità nel mondo cattolico ed era sicuramente influenzato anche dall’inclusivismo di alcune posizioni teologiche che si sono sviluppate nel cattolicesimo olandese e tedesco della seconda parte del XX secolo.

Con la sua morte, pertanto, è venuto a mancare uno dei grandi teologi della tradizione liberale tedesca che, sin dal XIX secolo, si sono aperti al mondo moderno, hanno cercato di dialogare con il mondo nel senso più ampio del termine ed hanno anche cercato di produrre dei cambiamenti all’interno della struttura della chiesa cui appartenevano.

Cosa possiamo dire di questo teologo da un punto di vista evangelico? In primo luogo, quando si legge Küng, lo si deve sempre considerare nell’ambito del cattolicesimo: nonostante i chiari avvicinamenti al mondo protestante (soprattutto nella concezione di una chiesa come comunità di credenti), il suo attaccamento alla interpretazione della Tradizione della Chiesa, un certa concezione che va verso il sacramentale dell’istituzione ecclesiastica ed una gerarchia che, anche se al servizio, rimane tale (soprattutto se affiancata dai teologi) lo hanno fatto rimanere nella Chiesa cattolica, la cui continuità storica non è stata mai da lui messa in discussione. Le sue posizioni progressiste sono state sempre molto interessanti ma, allo stesso, la sua teologia non ha mai fatto un largo uso del testo biblico, pur conoscendolo (si vedano il suo libro sulla chiesa o le sue tesi su Gesù). Il suo attaccamento alla tradizione tedesca lo ha fatto sempre essere collegato al campo della teologia liberale.

Nonostante questi “limiti” la sua capacità di divulgazione lo ha reso probabilmente soprattutto nel ventennio che è andato dal 1970 al 1990, il teologo più conosciuto nel mondo. La sua profonda cultura (attestata dalle sue opere da studioso sempre molto accurate ed anche molto analitiche) sicuramente rimane un lato da apprezzare e che mancherà all’attuale panorama teologico mondiale. Küng ha avuto una capacità da cui varrebbe la pena imparare: quella di dialogare non solo con la Chiesa, ma anche (e forse soprattutto) con il mondo esterno.

Valerio Bernardi – DIRS GBU

L’articolo Hans Küng, il teologo che mise in discussione il Papato proviene da DiRS GBU.

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A Revive le plenarie sono tenute in inglese, ma non ti preoccupare! C’è la possibilità di ascoltare la traduzione simultanea. Se vorresti aiutare con la traduzione o se sei curioso di sapere chi ti sussurra nelle orecchie, ti racconto semplicemente cosa serve e cosa succede nelle cabine di traduzione.

Una buona conoscenza di entrambe le lingue

Io, per esempio sono madrelingua inglese, ma proprio per questo non sono l’interprete ideale! Servono persone che parlano italiano come prima lingua e che se la cavano molto bene con l’inglese – anche in accenti diversi! Se questo sei tu, facci un pensierino!

La Bibbia in italiano

È difficile tradurre al volo brani citati dal palco, ci si può aiutare con il testo. Può sembrare scontato, ma spesso andando ai convegni all’estero si preferisce il powerbank alla Bibbia per poter chiudere la valigia! È vero che le app che abbiamo a disposizione sono fantastiche, ma è sempre meglio avere la Bibbia cartacea per evitare inconvenienti o problemi tecnici.

Gli appunti

Ai traduttori solitamente arriva una scaletta della plenaria e alcuni appunti da parte degli oratori e MC in anticipo, quindi sì, ci sono spoiler! Ma così chi farà la traduzione si può preparare, magari cercando alcuni termini chiave nel dizionario o segnandosi alcuni falsi amici; senza appunti anche ai migliori può capitare di tradurre “pretend” con “pretendere”, creando un po’ di confusione.

Must have

Cioccolatini. E una tazza piena di caffè o tè. Tradurre richiede energie e zuccheri! Ma pensa anche ai pocket coffee da regalare alle altre cabine, è un ottimo modo di fare amicizia con gli altri interpreti.
Un amico. Di solito nella cabina di traduzione si sta in due. È un lavoro intenso, ma farlo in compagnia e dividere i pezzi aiuta tanto. Può anche diventare molto divertente! A Revive 2019 io e il mio compagno di traduzione ci siamo divertiti un sacco a “doppiare” una scenetta con due ruoli.

In tutto ciò ci vuole tanta voglia di rendere Revive l’esperienza più bella possibile per gli altri. Per chi ha la possibilità, è una vera gioia aiutare i partecipanti a seguire gli interventi e a trarne beneficio.

 

   Aoife Beville laureata GBU

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Marzo è arrivato e per molti di noi sembra di vivere in un film già visto e rivisto, una specie di loop temporale dal quale non si riesce a uscire. Un anno fa tanti nel nostro paese erano impauriti, scettici, terrorizzati, senza speranza. Ma non avremmo mai detto che dopo un anno, tanti di questi sentimenti sarebbero ancora nei nostri cuori e nelle nostre menti. Il fatto è che, nonostante il tempo sia passato, per molti la situazione sembra non essere cambiata.
Gli studenti sono ancora in didattica a distanza e ormai di atenei se ne vedono solo quelli online, con qualche eccezione qua e là. Il brivido di varcare la porta dell’aula universitaria per la prima volta per molti è saltato, ancora per un altro semestre. Per altri invece, l’esperienza della discussione di laurea in remoto diventerà un ricordo dal sapore agrodolce, da raccontare in futuro.

Anche la vita quotidiana dei Gruppi Biblici Universitari è ormai cambiata. Incontri di studio biblico online, mille messaggi nelle chat, promozione sui social ed eventi online sono diventati all’ordine del giorno. Ma non lasciamoci ingannare. L’essenza rimane. Quel desiderio di condividere Gesù con i propri amici, l’impegno nella testimonianza del vangelo e la fratellanza che spinge alla crescita della propria fede e della fede degli altri è lì, per chiunque lo voglia vedere.

In tempi come questi, dove le sfide alla nostra fede si accumulano, ci stringiamo alla Parola e alla speranza che possiamo trovare solo in Gesù. È Lui che ci ha garantito che sarebbe rimasto insieme a noi fino alla fine, con o senza pandemia. Il mio invito per voi è quello di andare a leggere le notizie dei diversi gruppi. Vedrete che più che lamentele o ‘toni sconfitti’ ci sono tanti motivi di gioia e di speranza. Ci sono notizie di gruppi grandi e consolidati ma anche il racconto delle sfide di piccoli gruppi nati da poco, che raccontano con entusiasmo ogni piccola vittoria. Ci sono tanti motivi di lode. E ci sono richieste di preghiera, perché gli studenti ormai hanno capito che nella loro vita di fede non potranno andare molto oltre senza la preghiera e l’intercessione dei loro fratelli e sorelle.

Cos’è cambiato allora dall’ultimo notiziario? Se guardiamo alle circostanze, non molto. Ma se guardiamo a Colui che opera ogni opera buona in noi, che agisce quando nessuno lo può fare e che cambia la vita di studenti ogni giorno, allora c’è tanto da vedere. Vi invito allora a leggere le notizie, a lodare il Signore per la sua opera e a pregare per i gruppi, con la certezza che Gesù non si è fermato nel tempo, ma è all’opera e rende nuova ogni cosa.

 

Carol Rocha
(staff GBU)

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di Valerio Bernardi

Il 2021 come ogni anno, ha una serie di ricorrenze più o meno importanti. Per l’Italia sicuramente un anniversario da ricordare è quello del settecentenario della morte di Dante Alighieri. Molti di noi hanno visto, attraverso i media, le diverse manifestazioni organizzate per il Dantedì, la scorsa settimana e sicuramente chi è più interessato avrà seguito quanto è stato detto e fatto. Dante è un punto di riferimento imprescindibile della cultura italiana e non solo.

La domanda che ci dobbiamo porre è: quanto è importante Dante Alighieri per gli evangelici e in particolare per quelli italiani? Merita un posto anche nei nostri ricordi? La mia risposta è affermativa e cercherò in questo breve scritto di capirne il perché.

Voglio partire per questo da un mio ricordo dell’infanzia. Quando andavo con i miei genitori a fare visita a questo anziano ex colportore valdese (diventato poi predicatore delle chiese di Cristo) che viveva nel Salento, ci accoglieva sempre recitando delle terzine della Commedia. All’epoca non capivo bene il perché, ma oggi lo comprendo. Dante è stato l’inventore della lingua italiana, veicolo fondamentale per la diffusione del messaggio di Cristo. Come evangelici siamo sempre stati convinti che il messaggio dovesse essere convogliato attraverso la lingua del popolo e benché l’italiano sia stato dapprima una lingua letteraria piuttosto che nazionale, non dobbiamo dimenticare che, al momento della diffusione delle idee riformate questa nuova lingua diviene il mezzo attraverso cui si diffonde il messaggio, si grazie alla pubblicazione di alcune opere scritte nel volgare (mi riferisco a capolavori di divulgazione delle idee evangeliche come il Beneficio di Cristo) sia attraverso la traduzione della Bibbia fatta prima dal Brucioli e da Diodati poi, in gran conto il lessico dantesco. Dante è il primo a teorizzare l’uso di una lingua media che fosse più comprensibile del latino e che avesse una sua dignità (ne parla diffusamente nel De Vulgari Eloquentia).

Un secondo motivo per cui Dante è di grande importanza è il campo politico. Nonostante rimanesse affezionato alla sua Firenze e ad i suoi localismi e faziosità, ritiene che l’Italia, già importante nelle sue ricchezze e nei profitti, sia condannata dalla piccolezza della sua politica che non le permette unitarietà di intenti. La famosa terzina del VI canto del Purgatorio (“Ahi serva Italia, di dolore ostello,/
nave sanza nocchiere in gran tempesta,/non donna di province, ma bordello!”) è stata poi abbondantemente ripresa nel Risorgimento italiano anche dagli evangelici ammiratori di Dante che vedevano il lui il poeta dell’Italia oltraggiata ed offesa  che aveva anche lei stessa le sue colpe. Non dobbiamo dimenticare la passione dantesca dei Rossetti in Inghilterra che chiamarono Dante uno dei loro figli che poi rivelò una notevole vena poetica e che pensava di rifarsi in parte (anche se in un’altra lingua) all’opera del poeta fiorentino. Dante, nonostante guelfo bianco e cattolico, riporta il campo dell’analisi della società ad un sano realismo dove bisogna richiamarsi alla responsabilità umana e dove contano le personalità che prendono decisioni e che hanno una forza morale.

Una terza questione riguarda il rapporto con la Bibbia. Sono diversi gli studiosi che, negli ultimi decenni, hanno dimostrato che il vate fiorentino avesse una conoscenza profonda del testo biblico per un uomo del suo tempo. In buona parte delle sue opere il testo biblico è presente. Nonostante sia chiaro il richiamo alla tradizione cristiana nel senso più ampio (il poeta tiene conto di tutto quella che è stata la testimonianza cristiana latina nei secoli precedenti), il riferimento al testo biblico è costante ed è fatto nella tipica maniera dei pensatori medievali: non si tratta semplicemente di un richiamo alla lettera, ma anche al significato spirituale e teologico del testo. Una fonte autorevole, quindi che non deve pertanto farci dimenticare come, quando leggiamo il suo poema (ma anche il Convivio ed il De Monarchia) ci troviamo di fronte ad un credente sincero che è preoccupato per il destino del mondo ed anche di quello suo personale.

Non dobbiamo poi dimenticare che la Commedia è un’opera religiosa, un affresco di grande valore teologico e spirituale. Dante l’ha scritta attingendo ad una lunga tradizione che si è interrogata, sia nel campo cristiano che nella cultura classica, sull’aldilà. A prescindere dalla eventuale ortodossia dell’aldilà dantesco (sappiamo che il Purgatorio è stato ampiamente criticato dalla controversistica evangelica), quello che è interessante è la concezione del divino presente nell’opera e che, spesso, anche da coloro che si occupano di fede (ed anche perché non sempre trattato nella nostra scuola, dove si dà soprattutto attenzione ai personaggi presenti nella Commedia ed agli aspetti linguistici), è spesso messo in secondo piano. Vi sono due aspetti che mi sembrano fondamentali e che andrebbero recuperati dalla lettura di un’opera complessa come quella dantesca: la prima è la riproposizione dell’idea, fortemente sostenuta nel francescanesimo che il viaggio di Dante si un itinerario della mente umana per avvicinarsi a Dio, come sosteneva qualche decennio prima Bonaventura da Bagnoregio (uno dei massimi pensatori del Medio Evo). Il viaggio della Commedia ha una forte valenza simbolica e serve pertanto per avvicinarsi al divino, un itinerario fatto da un uomo consapevole di essere ad immagine e somiglianza di Dio e che cerca, in qualche modo, durante il viaggio di maturare e di purificare il suo animo. In fin dei conti Dante sta dicendo che ogni, uomo in quanto fatto ad immagine e somiglianza di Dio deve cercare nel suo itinerario di vita di avvicinarsi quanto più possibile a Dio. Un altro aspetto teologico da non ignorare è quello della concezione del divino: nonostante l’influenza della filosofia di Aristotele e di Tommaso d’Aquino che concepisce Dio come Motore Immobile (colui che immobile muove tutto), l’ultimo verso del poema è chiaro. “Amor che move il sole e le altre stelle” ci dice chiaramente che per Dante Dio è Amore e misericordia, nonostante l’immagine della visione dura poco perché la Natura umana non può comprendere appieno, ma concepisce il divino come un Amore misericordioso che muove l’intero universo.

L’opera dantesca è poi quella di un uomo del suo tempo, assolutamente geniale che ha cercato di interrogarsi su una delle grandi questioni che coinvolge non solo i credenti ma anche coloro che non lo sono: cosa succede dopo la morte? Cosa rimane della mia personalità, delle mie vicende personali?

Sono domande a cui tutti cercano risposte e la versione poetica che ce ne dà Dante merita comunque attenzione da parte di tutti noi, anche nel suo messaggio oltre che nella sua valenza civile e sociale per la nostra nazione.

(Valerio Bernardi – DIRS GBU)

 

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