“Ma se l’unico modo per andare in cielo è credere in Cristo, allora come fanno quelli che non ne hanno mai sentito parlare? Non è Dio ingiusto a chiedere loro questo? Tu, cristiano, saresti fortunato quindi a essere nato in Italia.”

Immagino che almeno una volta nella vita vi sarà successo di sentirvi porre queste e altre simili domande. Da quando mi sono iscritta al corso di Giapponese dell’Università degli Studi di Milano questa domanda mi è stata posta da quasi ogni studente a cui ho parlato del Vangelo.

Ho iniziato ad appassionarmi al Giappone poco tempo dopo aver deciso di dare la mia vita a Cristo.
Era un mondo pieno di fascino agli occhi di una ragazzina delle superiori. Amavo la sua cultura, un po’ ingenuamente. Poi quando ho iniziato a studiare all’Università lingua, storia e letteratura Giapponese, la mia passione è maturata in una comprensione più accurata e informata. Alla fine del mio secondo anno non ero ancora mai andata in Asia ma ne avevo un’idea, ero ispirata dai miei professori. L’aspirazione di fare qualcosa di utile al regno di Dio nella vita c’era, ma non ero sicura di che forma darle.

Stavo servendo nei GBU a Milano, i miei amici venivano agli studi biblici e alle feste e c’erano state delle conversioni. Per la prima volta vivevo l’evangelizzazione come qualcosa che mi piacesse per davvero e non come un peso. Per la prima volta vedevo Dio coinvolto nell’evangelizzazione, anzi, che dico, quelli coinvolti eravamo noi, lui guidava e apriva porte. Vedevo come l’evangelizzazione cambiava me e i miei amici, cristiani e non. Iniziavo a farmi un’idea di missione.

Ma avevo delle remore…

Non è Dio ingiusto a chiedere di credere in Cristo a coloro che di Cristo non possono aver sentito che magari solo il nome? Sapevo dare le mie risposte teologiche o teologizzanti e parlare di come Dio, nel pratico, agisce nella mia vita; ma fidarsi veramente con tutto il cuore del giudizio di Dio è un’altra cosa, in fondo comprendevo le obiezioni degli scettici. Avevo abbastanza fede da credere che Dio fosse giusto anche in questo, se di Giappone non mi fosse mai interessato nulla. Ma siccome in me c’era il seme dell’idea di poterlo servire lì, allora sentivo che in qualche modo la questione mi riguardasse, la mia fede non era sufficiente, mi sentivo in tensione.

E di ragioni ce ne sarebbero per essere in tensione per il Giappone.

  • Su 120 milioni di abitanti solo lo 0.5% è cristiano.
  • Nei prossimi 15 anni metà dei pastori di chiesa immancabilmente morirà e non ci sono giovani pastori a rimpiazzarla.
  • La cultura Giapponese non ha il concetto di peccato. Tsumi, il termine usato nella Bibbia, significa infatti “crimine”.
  • Non sono mai stati abituati ad avere riunioni religiose a cadenza settimanale, quindi trovano pesante l’idea di aver un impegno fisso per la domenica.
  • La lingua è una delle più difficili al mondo. Anche per questo i missionari sono pochi.
  • La maggior parte dei credenti sono donne, perché gli uomini sembrano quasi impossibili da raggiungere siccome lavorano dalle 12 alle 15 ore al giorno, a volte anche per 6 giorni a settimana.

Questi e altri sono gli ostacoli. Il capolavoro del diavolo, si potrebbe chiamare. (Per ulteriori informazioni visitare il sito di OMF)

Prima del mio primo viaggio mi sono fissata delle domande a cui speravo di trovare una risposta. Sarei stata un’osservatrice. E il Signore ha risposto in maniera straordinaria al mio desiderio di comprendere meglio la sua sovranità e giustizia, ma non come mi aspettassi. Osservavo le persone ai templi. Pregavano delle statue o altri oggetti fisici. Leggevo i motivi di preghiera sugli amuleti in vendita. Lavoro, buona salute, superamento degli esami, ammissione all’università, fortuna, amore, buon parto. Era tutto molto familiare. La forma delle statue e dei riti forse era diverso, come la filosofia dietro ogni atteggiamento e visione del mondo, ma i bisogni umani, spirituali, quelli che spingono italiani cattolici e giapponesi shintoisti a cercare aiuto nel metafisico, erano gli stessi come lo erano le risposte alla loro ricerca di connessione col divino. Preghiere all’occorrenza. Fiducia in oggetti e riti.

Nemmeno la tua cultura rende le persone più vicine a me, sembrava Dio volesse dirmi.

E questa è stata un’idea illuminante.

Certo, è ovvio, anche noi cristiani evangelici italiani siamo circa l’1%. Se davvero il nascere in una nazione cristiana rendesse più vicini a Dio saremmo qualcosa come il 90%, o no? Anche noi italiani siamo un capolavoro del diavolo se pensiamo di essere sufficientemente cristiani di nascita per capire Dio o per conoscerlo come Egli vuole che lo conosciamo. Avevo questo concetto inconscio che il nostro lavoro per il regno di Dio qui in Italia fosse in qualche modo alleggerito perché le persone intorno a noi dicono di credere a Cristo, anche solo nominalmente o per tradizione, ma questo non mi faceva capire quanto sia grave, profonda e tragica la distanza tra Dio e l’uomo. Né il valore della grazia immeritata.
Così imparai ad amare di più la grazia.

Ma quindi il Giappone? Cosa posso fare io?

Finita l’Università ho chiesto a Dio di poter andare lì un’altra volta. Non avevo mezzi né conoscenze, ma durante la mia esperienza nel GBU avevo visto il Signore provvedere in maniera miracolosa ai nostri bisogni. Quando dovevamo organizzare The Mark Drama, affittare un posto per quattro giorni per la rappresentazione e pagare l’affitto ci siamo rivolti a Dio con un obbiettivo spirituale. Volevamo chiedere tutte queste cose direttamente a Dio, in modo che potesse essere evidente a tutti che era Dio stesso a provvedere per la sua missione. E Dio rispose in maniera incredibile. Ricevemmo un posto di 600 mq, modernissimo, gratis e per ben un anno e mezzo. Dio è stato molto buono con noi.

Ora che avevo finito l’Università mi ritrovavo in una situazione simile e il Signore, chiestomi di aver fede ancora una volta, mi ha dato tutto quello di cui avevo bisogno per il mio viaggio in Giappone attraverso una storia incredibile. Da che non avevo i soldi per pagarmi nemmeno metà del biglietto aereo, mi ha dato tutto quello di cui ho avuto bisogno per il mio soggiorno nel giro di un mese. I soldi sono semplicemente arrivati dai posti più impensabili. E anche i contatti. Attraverso nuove conoscenze e coincidenze incredibili ho trovato nuovi amici fra i missionari e ho iniziato a costruire relazioni con la missione Giapponese che sono andati a intensificarsi e durano tutt’ora. Fino a quando poi tutto questo miracolo ha dato un frutto molto più prezioso.

Un giorno ero a Sapporo, a cena con due studenti, e ho raccontato di come Dio è stato così potente e buono da provvedere ai miei bisogni in maniera sorprendente; uno dei due studenti è rimasto così sconvolto dalla storia che ha acconsentito a venire agli studi biblici in facoltà. E un anno dopo si è convertito.

Sì, è la potenza di Dio manifestata nelle nostre vite che fa la differenza. Quando gli chiediamo di mostrarsi in una maniera tale che le persone non potranno far altro che ammettere “il suo Dio è quello vero”, lui ne è molto onorato e non ci sarà cultura e storia che tenga.

Martina Panzani
(GBU Milano – laureata)

Derek e Dianne Tidball
(Bibbia e quote rosa, di prossima pubblicazione presso Edizioni GBU)

Giudici 19:1 – 30
La Bibbia non è nient’altro che realistica. Presenta il mondo così com’è, sia quando le relazioni umane sono bellissime sia quando sono caratterizzate da una spaventosa brutalità. Le sue storie recano frequentemente testimonianza a quanto tali relazioni si siano deteriorate dal tempo dell’iniziale disubbidienza di Adamo ed Eva; quanto sono caduti in basso, uomini e donne, rispetto ai propositi creazionali di Dio! Questo è vero più che mai nelle descrizioni dei numerosi e raccapriccianti episodi che coinvolgono le donne, che Phyllis Trible ha appropriatamente definito testi di terrore.

Leggere la Scrittura
Le tremende esperienze di alcune donne sono in genere riportate come dei dati di fatto, senza interpretazioni e spesso anche in modo asettico. Raccontare una storia non può mai essere un’operazione totalmente neutra. L’atto di raccontare storie comporta necessariamente l’adozione, da parte del narratore, di una certa prospettiva, che lo porta a selezionare alcuni aspetti in quanto più significativi di altri e a prestare più attenzione a certi personaggi che ad altri. Nondimeno, l’approccio espositivo prevalente della Bibbia, in linea con la migliore tradizione narrativa, è quello di lasciare che la storia parli da sola. Così, le storie in cui le donne sono vittime sono raccontate senza interpretazioni, senza essere corredate di lezioni morali e di solito senza che siano attribuite delle colpe. Si lascia che siamo noi a farci la nostra idea su quello che è giusto e quello che è sbagliato, su ciò che è bene o su ciò che è male. A volte il verdetto è chiaro o il contesto ci guida a una particolare, ineluttabile conclusione. Spesso, però, non è così.

Come lettori, naturalmente, dobbiamo essere consapevoli del fatto che non possiamo evitare di applicare le prospettive che ci sono proprie al nostro approccio alla lettura dei racconti. Dato che la stragrande maggioranza degli insegnanti e dei predicatori, tradizionalmente, erano uomini, spesso questi racconti (anche i testi dove le donne sono evidentemente oggetto di atrocità) sono visti in una prospettiva maschile: il risultato è che l’esecrabilità a carico degli uomini per quegli atti di crudeltà è minimizzata e se ne fa addirittura ricadere la colpa sulle donne o si sorvola sull’obbrobriosità del comportamento maschile. Il passo che sarà più sotto esaminato in modo più particolareggiato è stato spesso spiegato nel senso di un difetto d’ospitalità, il ché è vero. Solo che la donna, che nel racconto è quella che soffre di più, a volte può essere quasi vista come se, nella storia, non fosse neppure una persona.

Vittimizzazione delle donne
Nell’Antico Testamento varie importanti donne sono vittime. Fra loro c’è Agar, vittima dell’impazienza di Abramo e dell’insofferenza di Sara. Dina, figlia di Giacobbe e Lea, è un’altra vittima. Fu rapita da Sichem con fatali conseguenze per lui e i suoi concittadini. Anche Tamar è vittima dell’indifferenza della sua famiglia e poi quasi vittima della giustizia dell’uomo, finché non ne mette allo scoperto l’ipocrisia. Più tardi, c’è un’altra Tamar che fu rapita dal principe reale Amnon e vendicata due anni dopo da suo fratello Absalom. La storia più sconvolgente di tutte, però, riportata in Gdc 19, è quella dell’anonima vittima della lussuria di un Levita, della violenza di gruppo da parte di un’intera città e della fredda indifferenza del suo padrone.

L’anonima protagonista
a. In quel tempo… (1)
L’ambientazione di quest’episodio è significativa. In quel tempo non c’era re in Israele (1) non si limita a segnalare che quest’episodio ebbe luogo nel periodo precedente l’esistenza di una monarchia. La clausola, che ricorre quattro volte alla fine del libro dei Giudici, fotografa il dilagare dell’illegalità, della violenza e dell’immoralità nella vita degli israeliti e ne attribuisce la colpa soprattutto alla mancanza di una buona leadership. I primi giudici avevano messo qualche freno ai peccati del popolo ma gli ultimi erano stati sempre meno incisivi nel farlo, non da ultimo perché la loro stessa personale vita di pietà era in rapido declino. Il sentiero su cui Israele si era incamminato, portò inesorabilmente al rovinoso quadro, dipinto negli ultimi capitoli del libro dei Giudici, di una società che aveva rigettato Dio; una società dove regnava l’anarchia e le persone avevano perso la loro umanità. Lungo questa china, le donne diventarono sempre di più le vittime.

Nel libro dei Giudici le donne svolgono un ruolo di tutto rilievo. Per cominciare, eroine come Debora o Iael salvano la nazione in tempo di crisi e nel caso di Debora prestano servizio come guide anche in periodi meno turbolenti. Con il venire meno della legge e il declino della pietà, però, sempre di più sono presentate come vittime del folle comportamento degli uomini; una follia che la figlia di Iefte paga con la vita, al di là delle buone intenzioni del voto di Iefte. Anche l’anonima madre di Sansone deve avere pianto, quando il suo tanto atteso figlio finì col comportarsi in modo spiritualmente tanto avventato. Il finale, punto culminante in ogni senso del messaggio del libro dei Giudici, è la descrizione della violenza esercitata sulle donne da parte dei Beniaminiti. Nell’immediato, a portarci a un tale scenario è la storia di una donna senza nome che subì la più atroce e terribile delle sorti per mano di alcuni uomini.

Dennis Olson coglie bene il significato del ruolo delle donne nel libro dei Giudici:
Il mutare dei rapporti di forza, l’indipendenza e il modo con cui sono trattati i tanti personaggi femminili all’interno del libro fanno da test sul quale misurare il livello di spiritualità e la fedeltà del popolo di Dio… Al generale declino delle donne, nel libro dei Giudici, da soggetti di azioni indipendenti a oggetti delle azioni e dei desideri dell’uomo, corrisponde il graduale declino, nell’età dei Giudici, della vita sociale e religiosa d’Israele. Declino che culmina con l’atrocità dello stupro e dell’omicidio perpetrati contro la concubina del Levita in Giudici 19, certamente una delle scene più brutali e violente di tutta la Scrittura.

Il modo con cui sono trattate le
donne, dunque, fa da termometro per misurare la temperatura spirituale
d’Israele.

b. Un Levita… si prese per concubina una donna (1 – 2b)
Il soggetto del racconto è un Levita, un uomo dalla forte personalità e di rango. In altre parole, il protagonista della storia è lui. Quest’uomo, pur abitando nella lontana Efraim, si prese per concubina una donna di Betlemme, che doveva essere a quel tempo molto più popolosa e dove le donne dovevano essergli risultate più accessibili che nella sua comunità di provenienza. In questa fase, non c’è nulla di allarmante che emerga dal racconto, anche se, appena scaviamo un po’ più in profondità, incomincia a suonare un campanello d’allarme. Potrebbe darsi che abbia sfruttato a proprio vantaggio la sua posizione di Levita, quantunque prendere una concubina, a quel tempo, dovesse essere reputata una pratica accettabile e non dovesse essere visto come un comportamento sessuale discutibile. Trent Butler sottolinea che Gedeone lo aveva fatto e il ruolo della concubina potrebbe meglio essere compreso se era vista come una «moglie secondaria». Accettabile o no, si rimane colpiti dal fatto che la concubina sia presentata come l’oggetto silenzioso e passivo della storia. Non le è neppure dato un nome. Nella sua vita è proprietà degli uomini, che possono quindi disporre di lei secondo i loro desideri.

Non passa molto tempo prima che scappi dal Levita e torni da suo padre. Il gli fu infedele (2) della NIV (e della maggior parte delle versioni italiane; ndt) implica che sia stata lei la responsabile della rottura della loro relazione. Il termine ebraico chiave può significare che fu «arrabbiata», piuttosto che «infedele» verso di lui. Potrebbe darsi benissimo che sia stato lui, con il suo comportamento, ad averla indotta ad andarsene e che abbia fatto quello che tutti gli altri facevano, vale a dire, quello che le pareva meglio.

c. Quattro mesi dopo… (2c – 10)
Quattro mesi dopo, il Levita si mise alla sua ricerca. Questa semplice affermazione solleva diverse domande, cui non ci sono risposte. Perché aspettò quattro mesi (2)? È indice d’indifferenza o stava cercando di porsi nella giusta attitudine mentale prima di mettersi in viaggio? Aspettava che il suo vero carattere si manifestasse, se davvero aveva commesso adulterio? Perché si mise alla sua ricerca? Era perché la amava o cercava una fredda giustizia, spinto dal desiderio di riprendersi quello che «gli apparteneva»? Se era in cerca di una vera riconciliazione, perché nel suo successivo comportamento la ignora tanto spesso? Perché il padre lo accolse così calorosamente (3)? Era perché si sentiva «solo e cercava un compagno di bevute»? Le domande si susseguono ma le risposte ci sfuggono.

Quali che siano le sue motivazioni,
il Levita è bene accolto dal padre della concubina e sembra legare subito con
lui. Per qualche giorno il Levita si gode l’ospitalità dei genitori di lei. Il
vino è abbondante, il cibo continua ad arrivare e la compagnia è piacevole.
Della concubina non si dice nulla. I riflettori sono puntati sugli uomini, che
rimangono il soggetto, gli attori principali; lei è una semplice comparsa.

Pochi giorni dopo, questo clima conviviale incomincia a deteriorarsi; il Levita ha fretta di partire e di tornare a casa sua, con la concubina al sicuro al suo seguito. Il padre impone al suo sempre più impaziente ospite la propria ospitalità fino a quando il Levita non ne può più. Il loro legame, come osserva Trible, si sfalda ed è sostituito dalla rivalità e da una prova di forza in cui la figlia / concubina è una pedina silenziosa che «tutto subisce senza che nessuno si curi di lei». Ma il marito non volle passarvi la notte; si alzò, partì, e giunse di fronte a Gebus, che è Gerusalemme (10). È una voluta ironia, quella dell’autore, quando aggiunge con i suoi due asini sellati e con la sua concubina? Non ha lei, ai suoi occhi, più valore di loro?

d. Andremo fino a Ghibea (11 – 21)
Se la decisione di partire da Betlemme di sera fu folle, quella di passare oltre Gerusalemme e di forzare le tappe fino a Ghibea fu disastrosa. I preparativi per dirigersi verso Ghibea sono fatti non con la concubina ma con il servo (11 – 12). È evidente che lei non viene consultata e che i suoi desideri non sono presi in considerazione. La ragione fornita è che Gebus non sarebbe stato un rifugio sicuro per loro, dal momento che non c’erano Israeliti residenti. Così presero la via di Ghibea e la raggiunsero quando il sole tramontò (14). I moderni timori di giungere di notte senza aver predisposto nulla per l’ospitalità non devono essere stati per loro motivo di preoccupazione. L’obbligo di offrire ospitalità agli stranieri affondava le proprie radici in profondità nelle vene degli Israeliti; erano fiduciosi che se si fossero recati nella piazza della città sarebbero subito stati invitati in casa di qualcuno. Così questo è quello che fecero, solo, ahimè, per un po’, senza successo.

Alla fine un uomo che non era del posto, un vecchio… della regione montuosa d’Efraim (16) e dunque originario dello stesso territorio del Levita, che aveva lavorato fino a tardi, giunse in loro soccorso e si offrì di ospitarli. È evidente come, nell’accogliere l’invito, il Levita cerchi d’ingraziarselo parlando di se stesso e dei suoi compagni come dei tuoi servi e dicendo che hanno abbastanza provviste con loro e dunque non saranno di nessun impaccio: «A noi non manca nulla» (19). Quando si riferisce alla concubina, però, è condiscendente e parla di lei come di una «serva» (la NIV rende la parola da lui utilizzata semplicemente come «donna»), che è un «termine negativo e sprezzante». Ha quindi inizio una tranquilla notte di riposo, o almeno, questo è quello che loro pensano.

 e. Fa’ uscire quell’uomo… (22 – 26)
Quello che seguì fu terribile per tutte le persone coinvolte ma più di tutti per la concubina. La loro piacevole e tranquilla nottata fu bruscamente interrotta quando una folla di uomini del posto assolutamente privi di qualsiasi ritegno bussarono alla porta e chiesero che il visitatore maschio fosse fatto uscire in modo che potessero farne l’oggetto del loro sollazzo sessuale (22). Si trattava sotto ogni aspetto di una sconsiderata violazione delle regole dell’ospitalità. La tragica ironia era che «avendo sdegnato l’ospitalità degli stranieri ed essendosi affidato agli Israeliti, viene a trovarsi in una virtuale Sodoma». Chi lo ospita si rivela coraggioso, dato che esce a trattare con quella folla e rifiuta di cedere loro il suo ospite maschio. Ogni sensazione di avere a che fare con una persona per bene che sta facendo la cosa giusta, svanisce però rapidamente, non appena si affretta a usare la sua stessa figlia e la concubina del suo ospite come merce di scambio: due donne al posto di un uomo. Comportandosi in linea con i valori  le abitudini del suo tempo, l’ospite prese la sua posizione. Abusare di un uomo era inaccettabile. Lo stupro omosessuale sarebbe stata una palese violazione delle regole dell’ospitalità, che erano pesantemente sbilanciate in favore degli uomini. Violentare una o due donne, invece, non sembrava avere le stesse implicazioni o caricarsi dello stesso peso.

L’aspetto più sconcertante di
quest’episodio della storia è la facilità con cui gli uomini sono pronti a
consegnare le donne perché diventino dei giocattoli nelle mani del branco.
Viene loro detto: «Fatene quel che vi piacerà». Letteralmente
tradotto, l’ospite fa l’inquietante affermazione: «Fate loro quello che è
giusto agli occhi vostri». Le donne sono delle pedine impotenti fatte per
essere spostate sullo scacchiere a piacimento degli uomini che brandiscono il
potere in una relazione assolutamente impari. Gli uomini devono essere
protetti. Delle donne, tutte le volte che fa comodo, si può fare a meno. La
donna diventa una vittima del vigliacco ospite maschio, dell’indifferente
Levita di Efraim e dei depravati uomini di Ghibea, che, nella sciagura che
segue, sono tutti complici.

La folla sembra essere lasciata fuori della porta mentre gli uomini discutono sul da farsi dentro. La figlia dell’ospite esce di scena. Quando però la folla si fa più irrequieta, il Levita non ha esitazioni: offre la sua concubina perché sia loro preda. Apre la porta e la spinge fuori, dove è soggetta a un prolungato stupro di gruppo (25). Come sottolineato da Tammi Schneider: «Il testo, non cerca di minimizzare o di edulcorare quello che le è successo»; tuttavia, non ne va però neppure fiero. Riferisce in poche parole quanto è avvenuto, senza alcun incoraggiamento al voyeurismo. Dopo ore di supplizio, una volta che gli uomini ebbero finito con lei, lasciarono il suo corpo sulla soglia, come se fosse un topo con cui un gatto ha appena finito di giocare. Come il topo, avendo servito al suo scopo, ora è scaricata ed è praticamente morta.

A quanto pare il suo padrone ha dormito comodo e tranquillo all’interno, senza alcun rimorso di coscienza e senza mostrare alcuna preoccupazione per lei. Non si alzò presto, pronto a prendersi cura di lei nel momento che fosse tornata e meno che mai si mise ad andare in cerca di lei. Così è lasciata lì distesa, abbandonata, finché fu giorno chiaro (26). Quando alla fine il Levita si alzò, si ha come l’impressione che fosse decisamente pronto a tornare a casa senza di lei, se non fosse tornata per quando lui fosse stato pronto a partire. La trova sulla soglia ma non può avere da lei alcuna risposta. Di fatto, non ha mai parlato una sola volta in tutta la storia. È stata una persona senza voce, un oggetto silenzioso cui sono fatte via via diverse cose. Ora quell’esperienza l’ha traumatizzata profondamente e l’ha ridotta così, priva di conoscenza o, più probabilmente, l’ha uccisa. L’abuso, lo stupro e la violenza erano degenerati nell’omicidio. Così il Levita raccoglie il suo corpo malridotto come se fosse un «sacco di patate» o un tappetino in vendita in un mercato, la caricò sull’asino e partì per tornare a casa sua (28). Nulla, nella storia, ci offre alcuna indicazione dei suoi sentimenti. Non la piange. Il silenzio sembra calcolato per presentarcelo come un uomo indifferente, freddo e spietato.

f. Si munì di un coltello, prese la sua concubina e la divise… (27 – 30)
L’orrore del trattamento ricevuto dalla concubina per mano degli uomini di Ghibea è compensato dall’orrore del trattamento che riceve nella morte per mano di suo marito. Giunto a casa, si munì di un coltello, prese la sua concubina e la divise (29). Anni prima, Abramo aveva preso un coltello per squartare suo figlio come sacrificio; la differenza, però, è che in Genesi 22, Dio si fa avanti e blocca quell’atto terribile. «Nel libro dei Giudici, gli atti contro le donne furono incominciati e portati a termine dagli uomini». Il Levita divide tranquillamente il suo cadavere in dodici pezzi, che mandò per tutto il territorio d’Israele (29). Con un atto «inutilmente brutale», non mostra verso di lei nessun rispetto, non tratta il suo corpo con alcuna tenerezza d’affetti e la fa crudelmente a pezzi, proprio come se fosse la carcassa di un animale atta a essere esposta per la vendita nella vetrina di una macelleria. Solo che invece di mettere il suo corpo smembrato in mostra in un negozio, ne sparpaglia i pezzi per tutto Israele. Ci si può immaginare il Levita che giustifica il suo comportamento. L’ha fatto come segno d’avvertimento a Israele. È stato per impartire loro una lezione. La macabra natura del suo pacchetto doveva indurre tutti a fare un balzo sulla seggiola e a considerare quanto si fosse caduti in basso. Serviva una terapia d’urto. Nulla di meno sarebbe stato sufficiente. Quello che ha fatto era «una versione macabra e crudele dei mezzi abituali con cu nel vicino oriente antico s’invocava un contingente militare d’emergenza». Era qualche cosa di simile a quello che più tardi avrebbe fatto Saul, quando tagliò a pezzi una coppia di buoi e li distribuì alle tribù d’Israele per incitarli (con successo) alla battaglia. Di primo acchito, l’azione del Levita sembra avere sortito l’effetto sperato. Quella di tutti è una reazione d’orrore. «Una cosa simile non è mai accaduta né si è mai vista, da quando i figli d’Israele salirono dal paese d’Egitto fino al giorno d’oggi! Prendete a cuore questo fatto, consultatevi e parlate!» (30).

Tuttavia, per quanto egli possa trovare delle giustificazioni razionali alla sua azione, la verità è che svilendo il corpo di lei, conferma di non essere migliore di tutti gli altri protagonisti della storia. La tratta come una sua proprietà, un oggetto da usare e di cui abusare a proprio piacimento e di cui potersi disfare nella maniera che più gli fosse congeniale. Le parole con cui mobilita tutti per la causa confermano il suo egocentrismo. Prima di far menzione del fatto che la sua concubina era stata violentata e uccisa, dice loro che gli abitanti di Ghibea «insorsero contro di me e circondarono di notte la casa dove stavo; avevano l’intenzione di uccidermi»’ (20:5). Le sue parole sembrano finalizzate a declinare tutte le responsabilità da lui avute per la tragedia. Il giudizio di Olsen su quest’uomo sembra difficile da contestare: «Anche se abilmente costruito», è possibile che sia lui «il personaggio più sinistro» della storia.

Inoltre, a un esame più ravvicinato, la reazione generale è più ambigua di quanto non possa sembrare. «Qualche cosa deve essere fatto», gridano. Che cosa, però? A ben pensare, la speranza è che vogliano dire che devono pentirsi del loro stato di anarchia e riformare le loro vite in vista della creazione di una società più giusta e meno violenta. Quello che segue, però, suggerisce che abbiano in mente altri tipi di risposta. Quello che hanno in mente è la guerra civile! L’azione del Levita serve soltanto a dare libero corso ad altra violenza, non ad arginarla, dato che tutto Israele si raduna a Mispa per un consiglio di guerra e stabilisce unanime di trattare la tribù di Beniamino «secondo tutta l’infamia che ha commessa in Israele». Il risultato è che 25.000 soldati Beniaminiti muoiono in battaglia e le loro città sono date alle fiamme. Anche se è una forma di giustizia, si tratta per lo più di un tipo di giustizia in cui ci si fa giustizia da sé; dove si consulta Dio più o meno alla fine, invece di consultarlo fin dall’inizio.

L’eccidio di 25.000 dei loro
fratelli e il saccheggio delle loro città non soddisfece la sete di vendetta
delle tribù, così viene dato libero corso ad altra violenza. Nella seconda fase
sono le donne a diventare nuovamente l’oggetto della sofferenza. Molte di loro
sono uccise insieme con gli uomini rimasti in vita e quattrocento vergini sono
violentate. Poi, più tardi, altre duecento giovani donne sono rapite durante
una festa a Silo e costrette a sposare i Beniaminiti sopravvissuti per
assicurare la continuazione della tribù.[33] Lo stupro e la morte di una
donna è degenerato nello stupro, nel rapimento e nell’uccisione di molte. Le
donne sono quelle che pagano il prezzo più alto per l’anarchia sociale e
sessuale degli uomini di Ghibea.

I capitoli 17 – 21 costituiscono una parte ben congegnata del libro dei Giudici, che porta il suo messaggio a un punto di non ritorno. Non si tratta semplicemente di una vicenda che compare e finisce semplicemente lì. Questi racconti non sono lì per caso; sono appositamente scelti in quanto emblematici di quello che succede quando le leggi di Dio sono accantonate. La società degenera e imperversa l’individualismo. Tutti fanno quello che più aggrada loro senza pensare ad altri che a se stessi. Quando questo accade, i meno forti, che sono i più vulnerabili, diventano le vittime. Quante volte, nel corso della storia, sono le donne a trovarsi fra le più vulnerabili. Diventano non tanto le peccatrici, quanto quelle contro cui si commette peccato.

Il quadro contemporaneo
La storia della concubina senza nome è fin troppo attuale. Continuamente i giornali riferiscono di donne che sono abusate e violentate dai soldati sui campi di battaglia, dagli ubriachi nei centri cittadini e dai parenti, a porte chiuse. Rendere giustizia alle vittime di violenza è spesso difficile; gli uomini trovano ancora delle giustificazioni per il loro comportamento e dei motivi per far ricadere sulle donne la colpa delle sofferenze che vengono loro inflitte.

Ecco quello che riporta un recente
rilevamento di dati statistici, che è in linea con altre ricerche nel campo:

In Gran Bretagna:

  • Il 45% delle donne hanno sperimentato qualche forma di violenza domestica, si tratti di violenza sessuale o di stalking
  • Circa il 21% delle ragazze ha sperimentato qualche tipo di abuso sessuale.
  • Almeno 80.000 donne all’anno subiscono uno stupro.
  • In un sondaggio condotto per Amnesty International, secondo più di 1 intervistato su 4 una donna è parzialmente o totalmente responsabile, se è violentata, qualora si vesta in modo sessualmente eccitante o poco castigato e più di uno su cinque la pensava allo stesso modo qualora una donna avesse avuto diversi partner sessuali.
  • In media, in Inghilterra e in Galles, due donne alla settimana sono uccise da un compagno o ex compagno violento. Si tratta quasi del 40% di tutte le vittime di femminicidio.
  • Il 70% degli episodi di violenza domestica hanno per effetto una lesione.

Si stima che la violenza domestica
costi alle vittime, ai servizi sociali e allo stato, un totale di circa
ventitre miliardi di sterline (quasi trenta miliardi di euro, ndt) l’anno.

Nel mondo:

  • Almeno
    una donna su tre è picchiata, forzata a fare sesso o altrimenti abusata da
    parte di un compagno intimo nel corso della sua vita.
  • Secondo
    una banca dati mondiale, le donne di età compresa fra i 15 e i 44 anni sono più
    a rischio di stupro e violenza domestica che di cancro, incidenti
    automobilistici, guerre e malaria.

In più c’è lo scandalo del traffico di esseri umani:
Le Nazioni Unite stimano che un numero di donne e bambini compreso fra i 700.000 e i 4 milioni sia ogni anno, nel mondo, oggetto di traffico finalizzato alla prostituzione coatta, alla schiavitù e ad altre forme di sfruttamento. Si stima che il traffico di esseri umani sia un business da 7 miliardi di dollari l’anno.

Negli Stati uniti 50.000 donne e bambini sono oggetto di tratta da non meno di quarantanove paesi. Nell’ultimo decennio, all’interno degli Stati Uniti, sono stati oggetto di tratta qualche cosa come 750.000 donne e bambini.

5. Conclusione
La cultura occidentale contemporanea è diventata una cultura improntata al vittimismo, con effetti spesso banalizzanti. Il risultato è che non riusciamo a identificare le vere vittime e siamo ciechi nei confronti della vera ingiustizia che le ha rese tali. Non si dovrebbe consentire nulla che possa banalizzare le innegabili tragedie delle donne vittime dell’Antico Testamento o di quelle che nel mondo contemporaneo sono loro succedute.

Con parole che potrebbero calzare perfettamente alla concubina del Levita, Jonathan Sacks scrive:
La politica del vittimismo è cattiva politica. La psicologia del vittimismo è cattiva psicologia. Una vittima è per definizione un oggetto, non un soggetto, passiva piuttosto che attiva, qualcuno cui qualche cosa è stato fatto più che qualcuno che fa qualche cosa. Se vi vedete come una vittima, allora collocate la causa della vostra condizione in qualche cosa di esterno da voi stessi. Ciò significa che non potrete cambiarla.

Prosegue dicendo, in una citazione
di Martin Seligman, che il vittimismo è una «studiata impotenza». Quantunque
spesso questo sia vero, le cose non stanno sempre così. Le vere vittime sono
spesso vittime non tanto di una studiata quanto di una forzata impotenza.
Anche se possono esserci delle vittime che sono nelle condizioni di poter fare
qualche cosa per superare la loro condizione, ci sono delle autentiche vittime
che non possono farlo. La concubina del Levita era una di loro.

L’epoca
dei Giudici non è passata e del suo salutare messaggio c’è ancora bisogno. Il
libro dei Giudici, tuttavia, non è che una voce, quantunque una voce
inquietante e che non deve essere ignorata, in quello che la Bibbia ha da dire
sulle donne. Phyllis Trible sottolinea che nell’Antico Testamento greco al
libro dei Giudici segue quello di Rut e una tale disposizione non è casuale. In
Rut, che pure è ambientata nello stesso periodo dei Giudici, non c’è traccia di
«misoginia, violenza o rivalsa». Le donne non sono vittime passive o oggetti;
sono chiaramente dei soggetti attivi. Rut parla con voce diversa, una voce che
reca una «parola di guarigione nei giorni dei Giudici», un messaggio che parla
della possibilità di riscatto anche in una società patriarcale.[38] La
voce dei Giudici deve risuonare forte e chiara; lo stesso però vale per quella
di Rut.


L’articolo La vittimizzazione delle donne proviene da DiRS GBU.

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I gruppi di Milano, Firenze e Torino hanno sperimentato la distribuzione di una guida “di sopravvivenza” per gli studenti delle loro città, progettandola a partire dalla loro esperienza di universitari. Quali possono essere dei suggerimenti per chi volesse riproporre questa idea nella propria facoltà? Continua a leggere

Sono arrivato al XIV convegno GBU aspettandomi delle dissertazioni sulla sessualità secondo la prospettiva biblica. Sono tornato a casa con una moltitudine di stimoli, di prospettive e di sfide inattesi. Sul combattimento spirituale; su cosa sia l’intimità autentica e su cosa renda autentica la chiesa; su cosa renda plausibile non solo la sessualità secondo la Bibbia, ma la vita cristiana nella sua globalità, vissuta al seguito del Signore morto e risorto. E l’elenco potrebbe continuare.

Le righe che seguono vogliono essere una grata condivisione di questo inatteso sovrappiù. Sono grato al Signore, che non si stanca di mostrarmi come la sua grazia esorbiti sempre le mie ristrettezze mentali e la mia presunzione di sapere.

Ed Shaw al XIV Convegno si Studi GBU

Sono grato a Ed Shaw, per il suo radioso esempio di quanto possa essere contagioso -quand’è autenticamente vissuto- il desiderio di essere “più simile a Gesù”. Sono infine grato a coloro che hanno avuto l’audacia e la lungimiranza di realizzare un convegno simile.

Che il convegno avrebbe assunto
risvolti imprevisti fu chiaro dalla prima sera, quando l’oratore (a me del
tutto ignoto) si dichiarò attratto dal suo stesso sesso.

Poiché mi attendevo tre giorni
di conferenze che fossero più o meno il corollario della semplicistica formula “Sesso
etero in ambito matrimoniale” (non ne vado fiero, ma tant’è), fui piuttosto
sconcertato dalla dichiarazione.

Certo, le mie categorizzazioni
contemplavano l’opzione dell’omosessualità: nel catalogo delle perversioni. Punto.
Sapevo anche di coloro che ritengono conciliabile la professione del
cristianesimo con lo stile di vita omosessuale, purché nell’ambito di una
relazione stabile e fedele. Ed Shaw rappresenta una minoranza di cui sapevo
l’esistenza, senza però averne mai ascoltato la voce. Coloro che, fronteggiando
la tentazione omosessuale, ritengono il celibato l’unica condizione compatibile
con la fede in Gesù.

E la sua è stata una voce
profetica, nientemeno.

Come un profeta, mi ha ripulito
da alcune cianfrusaglie mentali di cui ero solo vagamente consapevole. Una fra
tutte: la convinzione secondo la quale la tentazione omosessuale, a differenza
d’ogni altra, viene invariabilmente cancellata dalla conversione. E perché,
poi? Il mio orientamento etero mi esenta forse dalla lotta per la purezza? E’ stato
salutare rivedere biblicamente la mia percezione del peccato in quest’ambito.

Ed Shaw è un uomo che trasmette
l’esperienza autentica di come la lotta per vivere il celibato in questa
tensione lo apra maggiormente alla grazia di Dio e lo disponga a dipendere davvero
da Lui. Per diventare più simile a Gesù, in un cammino di ubbidienza e purezza.
La plausibilità di questa vita controcorrente è possibile solo in una comunità
illuminata e sorretta dalla grazia di Dio. Un luogo amorevole dove l’intimità
sia una realtà sperimentabile anche dai celibi, etero o omosessuali che siano, attraverso
relazioni sante e profonde, di amicizia e di fraternità.

E, come un profeta, Ed mi ha
spezzato il cuore. Perché, confrontato con le sue parole, mi pento di aver
talvolta introdotto nella chiesa i modelli svianti del perbenismo e del
perfezionismo. Ma ho udito l’appello, e raccolgo la sfida.

Voglio re-imparare l’antica lezione della vulnerabilità onesta che accoglie la grazia. Voglio contribuire a rendere la chiesa una famiglia plausibile e desiderabile. Dove si abbraccia la croce e si respinge la seduzione del male in ogni ambito. Dove ci si incoraggia a vicenda ad essere più simili a Gesù.

(Marco Arturo, Responsabile di una Chiesa evangelica di Trezzano Rosa)

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Plausibile / plausibilità
Il termine “plausibilità” rimanda a due universi di significati ben precisi, secondo la concisa presentazione che ne fa l’enciclopedia Treccani: il primo è un universo logico e argomentativo in cui plausibile è quasi sinonimo di razionale. Il secondo universo di significati, più fedele all’etimologia, rimanda al piano del processi sociali: plausibile è ciò che è degno di plauso, di essere apprezzato, approvato e ciò richiama alla mente uno scenario in cui il plauso viene fatto da qualcuno in carne e ossa nei confronti di qualcun altro o di altri. Nella plausibilità si esprime dunque una dinamica sociale e non una semplicemente logico–intellettiva.

Ecco le due definizioni della Treccani:
«plauṡìbile agg. [dal lat. plausibĭlis, der. di plaudĕre, part. pass. plausus]. – 1. letter. Degno di plauso, di approvazione, meritevole d’essere apprezzato. 2. Che è accettabile dal punto di vista logico, che appare ragionevole e convincente: ha dato una spiegazione p. delle sue azioni; spesso fa le cose senza una ragione p.; una teoria p., anche se non dimostrabile».

Il concetto di struttura di plausibilità è stato elaborato da Peter Berger e Thomas Luckmann in un famoso testo degli anni ’60, La realtà come costruzione sociale (Il Mulino, 1969, abbr. RCS) e da allora in poi ha continuato a emergere in continuazione in molti discorsi concernenti soprattutto, per quello che ci concerne qui, la riflessione teologica e apologetica[1].

Ed Shaw, per esempio, introduce il concetto di plausibilità nella riflessione relativa alla sessualità umana (L’etica sessuale nella Bibbia. Una questione di plausibilità, Edizioni GBU, 2019); egli presenta un’accezione di sessualità molto ampia che include non solo il suo disegno generale secondo una visione d’insieme della Bibbia – il sesso è per il matrimonio, e il matrimonio è l’unione permanente tra un uomo e una donna ­– ma anche le aree critiche (p.es. l’attrazione verso lo stesso sesso). Ecco le sue parole
«Abbiamo un problema di plausibilità: ciò che la Bibbia inse­gna chiaramente sembra irragionevole per molti di noi oggi. E quindi viene respinto (non irragionevolmente!) dappertut­to. … cosa possiamo fare? … dobbia­mo solo rendere nuovamente plausibile ciò che la Bibbia comanda chiaramente» (p. 21).

In questa accezione, e astraendo per
il momento dallo scenario in cui Shaw la introduce, è evidente che il concetto
di plausibilità viene richiamato e introdotto in un contesto apologetico: la plausibilità
viene convocata per la difesa della fede cristiana e delle sue conseguenze
etiche.

Apologetica
Se pensiamo all’apologetica non può sfuggirci un elemento problematico nell’incastro con il tema delle strutture di plausibilità. L’apologetica è un’impresa preminentemente logico–argomentativa.

«La parola greca apologia, dalla quale deriva il termine italiano apologetica, viene spesso tradotta “dare una riposta”, ma il suo significato è molto più intenso. Nel greco classico, era un termine legale e voleva dire difendersi da un’accusa, significato avvalorato da diversi esempi biblici» (Dictionary of Christian Apologetics, IVP, 2006)

Essa si inserisce nella più ampia impresa di condivisione del vangelo, l’evangelizzazione.

«L’apologetica
cristiana non è altro che il compito di difendere e raccomandare la veridicità
del vangelo di Gesù Cristo in una maniera che sia cristiana (christlike),
sensibile al contesto e adatta al tipo di interlocutore (audience)».

«Nella maggior parte
dei casi, i nostri sforzi apologetici non sono altro che un piccolo tratto nel
viaggio lungo e tormentato di qualcuno, viaggio che si spera possa culminare in
una relazione di questo qualcuno con Gesù Cristo». (J.
Beilby)

Considerando la seconda definizione, che ci pare più pertinente
anche al recupero del senso autentico dell’apologetica cristiana dei primi
momenti della diffusione del cristianesimo (si veda A. Dulles e la sua Storia
dell’apologetica
), potremmo giungere a una conclusione del genere:

L’evangelizzazione senza l’apologetica presenta dei vuoti!
L’apologetica senza l’evangelizzazione è cieca e non raggiunge il suo obiettivo!

Non sfugge
però il fatto che l’apologetica resta pur sempre un’impresa dal carattere
logico, intellettivo, argomentativo, proposizionale. E l’impressione si
rafforza se passiamo in rassegna tutte le forme assunte dall’pologetica
cristiana negli ultimi cinquant’anni: evidenzialista, coerentista,
probabilistica, presupposizionalista.

Strutture di plausibilità
Se al contrario andiamo a ripercorrere la genesi del concetto di plausibilità troviamo che l’orizzonte di riferimento (la solciologia della conoscemza) è completamente diverso: «La sociologia della conoscenza si deve occupare di tutto ciò che passa per “conoscenza” nella società» (RCS, p. 29, enfasi aggiunta). Deve occuparsi della costruzione sociale della realtà, in quanto concerne quello che la gente “conosce” come “realtà” nella vita quotidiana a livello pre–teoretico o non–teoretico. Questa “conoscenza” della gente comune costituisce il «tessuto di significati senza il quale nessuna società potrebbe esistere» (RCS, p. 30). Da questo sapere, da questa “conoscenza”, sono escluse le dimensioni teoretiche, filosofiche o anche mitologiche della realtà.
La tesi centrale di Berger è che mediante i tre momenti della esteriorizzazione, oggettivazione e interiorizzazione giungiamo al cospetto di una realtà oggettiva che si è alienata da chi l’ha generata ma che nel contempo mantiene nel soggetto una sua dimensione coscienziale: la realtà costruita è oggettiva e soggettiva.
Dopo questo primo momento Berger introduce il tema della legittimazione della realtà costruita socialmente e snocciola tutte le fasi di un tale processo mediante i canali della socializzazione – primaria, avanzata, etc. – (vocabolario; proverbi e massime; educazione; universo simbolico).
Gli universi simbolici sono ciò che viene oggettivato; si sedimentano e si accumulano. E naturalmente svolgono una funzione sociale, sono una sorta di cupola al di sotto della quale si svolge la vita degli individui. Gli universi simbolici sono poi teorizzati, in ragione di alcuni fenomeni storici, epocali, culturali quali: l’eresia; il confronto culturale; la presenza di universi simbolici alternativi.
A questo punto sorge la necessità di preservare tali universi simbolici (che, ricordiamo, sono apparati legittimanti della realtà socialmente costruita); la conservazione è anch’essa di ordine sociale e agisce a livello della realtà soggettiva, come è percepita e pensata la realtà dal soggetto.
È a questo punto che incontriamo il concetto di struttura di plausibilità (SP):

«La
realtà soggettiva dipende da precise strutture di plausibilità, cioè dalla
particolare base sociale e dai processi sociali richiesti per la
sua preservazione»
(RCS, p. 229).

Berger
tenta di rilevare la consistenza delle SP andando ad analizzare i fenomeni di
ristrutturazione, vale a dire allorquando un individuo muta la realtà
soggettivamente intesa; l’esempio per eccellenza è la conversione religiosa (si
sofferma su Saulo/Paolo) e in questo contesto individua la SP nella comunità
cristiana:

«Fare
l’esperienza di una conversione non è poi una gran cosa: il difficile è essere
capaci di continuare a prenderla sul serio, di osservare il senso della sua
plausibilità. È qui che interviene la comunità religiosa: essa fornisce
l’indispensabile struttura di plausibilità per la nuova realtà» (RCS, p. 234).

La religione è pensata da Berger (si veda il testo successivo, La sacra volta, tr. it. Sugarco, 1984, abbr. SV) come uno di quegli universi simbolici che servono a conservare il mondo socialmente costruito (SV,  p. 54); il suo potere legittimante consiste nella capacità di trasformare un cosmos in un nomos trascendente (la realtà viene giustificata a partire da una realtà trascendente) e il nomos della religione è potente perché capace di integrare le situazioni marginali che mettono in discussione la realtà della vita quotidiana (malattie, disturbi emotivi, morte).
È dunque ancora nel contesto della conservazione e stabilità dei mondi (che non significa fissità in quanto sono prevedibili anche sommovimenti, riforme o rivoluzioni) questa vota legittimati dalla religione e dunque dei mondi religiosi, che Berger afferma:

«i
mondi sono socialmente costruiti e socialmente conservati [e] la loro
persistente realtà, sia oggettiva (come fattualità comunque accettata per data)
che soggettiva (come fattualità che s’impone alla coscienza individuale)
dipende da specifici processi sociali, cioè da quei processi che
incessantemente ricostruiscono e mantengono i particolari mondi in questione …
Pertanto ciascun mondo richiede una “base” sociale per continuare a esistere
come mondo che sia reale per i reali esseri umani. Questa “base” può venire
definita come la sua struttura di plausibilità» (SV, p. 58).

Come si vede da quste citazioni il contesto di origine del nostro concetto di stutture di plausibilità e dunque dello stesso concetto di plausibilità è chiaramente sociologico, una sociologia o una teoria sociale che cerca di spiegare la realtà come “costruzione”.
Siamo agli antipodi di una visione cristiana in quanto in essa la società e il vivere sociale contemplano almeno tre elementi di fondo:

  1. Dio
    ha creato (il giardino come prima comunità sociale, Gen 1)
  2. L’uomo
    ha rovinato (il peccato che ha come conseguenza la vergogna e il conflitto, Gen
    3)
  3. Dio
    fa patti e ricostruisce una dimensione sociale in cui egli è presente (il
    popolo di Dio, Gen 12).

Emerge dunque
il divario tra rivelazione e costruzione sociale della realtà. La rivelazione è
tra i presupposti più profondi dell’apologetica cristiana. Se volessimo
sintetizzare questo divario e il conseguente contrasto tra il concetto di plausibilità
e l’apologetica, potremmo ricorrere a due figure, quella della roccia
di chiara derivazione biblica (Dio e la sua parola, la sua rivelazione, sono
una roccia) e la sacra volta, immagine usata da Berger per descrivere l’universo
simbolico della religione che legittima la costrzione sociale della realtà.

Non
mancano i tentativi di coniugare il concetto di struttura di plausibilità e
apologetica trasmutando il primo e sottraendolo al suo universo culturale e sociologico;
per esempio Joe Carter, in una comunicazione sul network TGC (18 luglio 2014), ritiene
che le strutture di plausibilità siano una sorta di filtro per le
convinzioni di fede: ogni cosa che crediamo è filtrata dalle nostre stutture di
plausibilità (apparati di formazioni delle credenze che fungono da custodi che
lasciano passare convinzioni che si combinano con ciò che già crediamo essere
vero). In questo modo però le strutture di plausibilità non determinano la
verità (non la difendono né l’argomentano) ma semmai mirano alla loro coerenza;
assomigliano a visioni del mondo. Si tratta dunque di una intellettualizzazione
delle strutture di plausibilità, rispetto a Berger.

Come dunque adoperare una concezione chiaramente di matrice sociologica in uno scenario proposizionale come l’apologetica?
L’unica strada è quella di lasciarsi sfidare dal concetto di plausibilità come è stato ideato da Berger, vale a dire accettando l’idea che una verità sia sostenuta in buona sostanza da una base sociale, da una comunità, per dirla tutta. Una verità è tale perché quella comunità la ritiene tale; al suo interno essa è giustificata e giustificabile (corrisponde alla visone del mondo di quella comunità). Naturalmente questo scenario presta il fianco alle obiezioni che provengono dal versante del pluralismo e del relativismo: un’altra comunità non ritiene plausibile e dunque accettabile la stessa verità!

Eppure la
sfida, da un punto di vista biblico, non è assolutamente improponibile.

Se
pensiamo alla forma ultima che la dimensione sociale della comunità di fede che
fa riferimento al Dio d’Israele come si è manifestato in Gesù, vale a dire la
comunità cristiana, scopriamo che essa è il contesto in cui le verità di
rivelazione dovrebbero riverberarsi (la luce del mondo e il sale della terra,
secondo il Sermone sul monte):

Si pensi
all’insegnamento di Gesù sull’amore di Giovanni 13:35 Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli,
se avete amore gli uni per gli altri
.

Si tratta,
a tutti gli effetti, di una strategia apologetica vera e propria. La gente non
deve chiedersi se sia possibile un mondo in cui gli uomini possano vivere senza
conflitti e nel segno dell’amore ma devono semplicemente constatare la realtà,
e di conseguenza la plausibilità, di un simile mondo nella comunità di fede. Il
soggetto dell’apologetica diviene dunque plurale e sociale; il suo linguaggio
non è più l’argomentazione ma l’azione pratica e la testimonianza di vita!

È
possibile andare oltre alla constatatzione della plausibilità, andare oltre la
sua base sociale, per aggirare l’alibi relativista? Nella teoria di Berger  c’è un racconto relativo alle origini della
realtà socialmente costruita (sono le dimensioni marginali dell’esistenza) ma
anche un discorso sulle origini degli universi simbolici.

Si direbbe
che un passaggio eziologico sia inevitabile: posto che una verità sia
socialmente accettabile, sia plausibile in virtù di una comunità sociale che
l’incarna, il passo è quello di chiedersi quale sia l’origine della particolare
verità che incarnata si dimostra plausibile. Per non dire nulla sull’origine
della comunità stessa che incarna plausibilmente quella verità.

La risposta della visione biblica, anche di una che ha introiettato la lezione relativa alla plausibilità, è quella di riferirsi a un altro racconto delle origini; a questo punto, forse, ricominicia (giustificato) il ciclo dell’impegno apologetico tradizionale.

(Giacomo Carlo Di Gaetano)


[1] Riferimenti in A.E. McGrath: «I socio­logi della scienza ipotizzano che in ogni società umana vi sia quella che Peter Berger definisce «una struttura di plausibili­tà», vale a dire, una struttura di assunti e di pratiche, avvalo­rata dalle istituzioni e dalle loro azioni, che definisce quali cre­denze sono persuasive. Non la si deve confondere con il puro idealismo di una «visione del mondo». Quello a cui Berger si sta riferendo è un perimetro socialmente costruito che è me­diato e supportato dalle strutture sociali» (La Riforma protestante e le sue idee sovversive, p. 33). «È ormai am­piamente riconosciuto che la plausibilità, legittimità e coesio­ne interna dei sistemi di credenze sono create mediante stru­menti sociali e culturali» (Idem, p. 317).
E in D.A Carson, «Per quanto ne so, l’espressione «struttura di plausibilità» è stata coniata dal sociologo Peter L. Berger. Questi l’adotta per indicare modelli di pensiero ampiamente recepiti e accolti, quasi senza fare domande, all’interno di una particolare cultura. Uno dei corollari della sua argomentazione è che in culture più rigide e monolitiche (come quella giapponese), le strutture di plausibilità fondanti possono essere incredibilmente complesse – quello che intendo dire è che vi può essere una rete di posizioni vincolanti che costituiscono un sostrato di convinzioni, il quale raramente viene messo in discussione. Per contro, in una cultura fortemente eterogenea come quella che caratterizza molti paesi del mondo occidentale, le strutture di plausibilità sono necessariamente più limitate per la semplice ragione, un’ottima ragione a dire il vero, che esiste un numero minore di posizioni comuni. Le strutture di plausibilità che invece permangono tendono a essere ritenute con particolare forza, quasi che vi sia il riconoscimento che senza tali strutture la cultura correrebbe il rischio di sfaldarsi» (L’intolleranza della nuova tolleranza, p. 28)

L’articolo Il concetto di plausibilità in apologetica proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/il-concetto-di-plausibilita-in-apologetica/

Foto di Luca Montemarano e Luigi Tucci
Montesilvano 31 ott. – 3 nov.

L’articolo Convegno Nazionale GBU 2019 (Foto) proviene da DiRS GBU.

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Storie di vita quotidiana: discepoli per “fare discepoli” nelle mani di un grande Dio.

Aprile 2019

Sono in attesa di una nuova coinquilina. Vivo in una residenza universitaria, e non si è mai davvero pronti abbastanza per accogliere la nuova arrivata, non avendo la minima idea di chi possa essere. In situazioni poco chiare o incerte, da cristiani, Dio ci chiama a fidarci di lui e a presentare in preghiera i nostri dubbi, timori e desideri, sapendo che Lui stesso provvederà, secondo i suoi tempi, ciò che è meglio per noi. Inizialmente le mie richieste riguardavano per lo più aspetti pratici della convivenza: “Spero sia una persona educata, ordinata, e possibilmente italiana!”

Ma più trascorrevo tempo con Dio, più mi rendevo conto che Lui stava cambiando i miei desideri; le mie richieste non erano più le stesse e i miei pensieri si stavano allineando ai Suoi. Avevo dato priorità a cose di poca importanza. Ciò che Dio mi stava chiamando a fare era semplicemente mostrare con la mia vita chi Lui fosse e parlare della speranza in Cristo Gesù proprio alla mia nuova coinquilina, con il desiderio di poter leggere un giorno la Bibbia insieme a lei, a casa nostra! Dio avrebbe mandato la persona giusta al momento giusto. Quanto a me, ho riscoperto il valore e la potenza della preghiera, e il grande privilegio di poter godere di questa speciale relazione con Dio.

Per comprendere davvero la grandezza del nostro Dio, e perché questa storia è la Sua storia, è doveroso fare un passo indietro.

Durante le due settimane di attesa e di preghiera, è successa una cosa a dir poco singolare. Era un sabato mattina, avevo appena concluso la lettura del libro degli Atti, quando una dolce musica ha attirato la mia attenzione: conoscevo quella melodia, era un canto cristiano! Per un attimo ho davvero pensato di essermi sbagliata, ma poi ho visto una ragazza asiatica con una chitarra in mano, che cantava e lodava Dio davanti la residenza universitaria. Ero così entusiasta che sono scesa in piazza e, senza nemmeno conoscere il suo nome, mi sono unita al suo canto. Così ho conosciuto una cara sorella in Cristo (G. da Berlino) che è solita organizzare studi biblici a casa sua ogni venerdì, e che quel giorno distribuiva volantini presso le università per invitare giovani studenti. Da quel giorno abbiamo iniziato a vederci regolarmente e condividere la nostra passione per Gesù.

Tre giorni dopo ho conosciuto A. la mia nuova coinquilina… dalla Mongolia! Non parlava italiano, e non sarebbe stato facile comunicare con lei (conosceva solo un po’ di inglese), figuriamoci parlarle di Gesù! Non vedevo come avrei potuto presentarle in Vangelo, ma confidavo in Dio e nella sua fedeltà. Pregavo che mi donasse opportunità di condividere almeno la mia storia, e come lui avesse trasformato la mia vita, ma non avevo molte occasioni di dialogo. Dio mi ha sfidata a porre la mia completa fiducia in lui, a fare a meno delle parole ma, con la mia vita, a mostrare il Suo amore, la Sua gioia, la Sua pace, la Sua grazia e il Suo perdono. A. questo lo ha percepito, io ancora non ne ero cosciente, ma Dio già stava lavorando nel suo cuore.

Pasqua

Mi è chiaro che Dio abbia preparato per me un tempo speciale con A. anche se avevo immaginato una giornata diversa. La invito quindi ad andare al parco per una passeggiata dopo un pranzo veloce, e porto con me il mio ukulele. Ci sediamo su una panchina e inizio spontaneamente a lodare Dio con alcuni canti e a spiegarle il significato. Sono state due ore benedette, e Dio mi ha donato la gioia di condividere chi fosse Gesù per me, e di presentare con parole semplici il messaggio del Vangelo.
“Perché Dio ha tanto amato il mondo che, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.” (Giovanni 3:16)
Dio aveva già risposto in un modo incredibile alle mie preghiere, ma ecco subito dopo la sua domanda:

“Ma se iniziassimo a leggere la Bibbia insieme?”

Non avrei immaginato che dopo due sole settimane avremmo avuto il primo studio biblico a casa nostra!

Maggio

Primo studio biblico in inglese. Il desiderio di A. di voler conoscere Gesù era incoraggiante, ma non è stato facile per lei riuscire a comprendere il testo. Nonostante avessi avuto la dimostrazione che anche senza parole Dio può compiere miracoli, sentivo l’urgenza che lei comprendesse davvero la buona notizia di Gesù e sarebbe stato davvero grandioso conoscere un credente che parlasse la sua lingua con cui lei avrebbe potuto dialogare ed esporre tutte le sue domande.

Qui la storia si fa interessante: ricordate G. la ragazza asiatica conosciuta qualche settimana prima? Bene, ho omesso di dire che sua mamma è mongola. G. conosce ben 9 lingue, tra cui il mongolo.

E non finisce qui. Durante il secondo studio biblico con A., le ho parlato di G. e lei molto spontaneamente mi ha chiesto se fosse la stessa G. che era solita organizzare studi biblici il venerdì, e da cui qualche settimana prima aveva preso un volantino perché interessata a conoscere Gesù. Potete immaginare la mia faccia. Ero meravigliata di quanto Dio avesse orchestrato tutto in maniera perfetta. Ho compreso che questa era la Sua opera, che io ero solo uno strumento nelle sue mani, e questo mi ha donato gioia, pace e un senso di libertà incredibile. Ho lasciato completamente a lui il controllo di tutto.

Non è stato semplice fissare un incontro tra le due. Per tre settimane, questo appuntamento è saltato. Dio mi aveva già dimostrato la sua fedeltà e ancora una volta mi invitava a fidarmi di lui, niente di più rassicurante!

Giugno

Venerdì 14: il giorno del tanto atteso incontro, G., A., io e il mio ukulele, completamente immerse tra il verde della natura. Non appena si sono incontrate con grande gioia ed entusiasmo hanno iniziato a parlare in mongolo, mentre io, non potendo capire nulla di quella conversazione, cantavo e ringraziavo Dio per quello che i miei occhi stavano vedendo. G. ha aperto la sua Bibbia e ha iniziato a leggere e commentare dei versetti della lettera ai Romani:

Perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. Difatti la Scrittura dice: «Chiunque crede in lui, non sarà deluso».
(Romani 10: 9-11)

Dopo poco G. mi ha chiesto di unirmi in preghiera con loro, perché A. aveva il desiderio di conoscere Gesù personalmente e iniziare un nuovo percorso con Lui. I miei occhi a stento trattenevano le lacrime. È stata la gioia più grande della mia vita.

In due mesi Dio ha compiuto miracoli incredibili e mostrato tutta la sua potenza: niente è impossibile per lui! La meraviglia è stata gustare come nelle mani di un grande Dio ogni cristiano è equipaggiato per annunciare il messaggio del Vangelo a gente di ogni popolo e lingua, perché Egli ci ha donato già ogni cosa in Cristo Gesù.

Come suoi discepoli Lui ci chiama a “fare discepoli” e sono consapevole che A. è solo all’inizio del suo cammino con Dio; la mia preghiera è che lei possa innamorarsi sempre più di Gesù, conoscerlo attraverso la Bibbia e decidere di seguirlo con tutto il suo cuore. Continuiamo a pregare per l’opera di Dio nella sua vita!

Quanto a me, lodo Dio per il privilegio di esserle accanto in questo percorso che, malgrado piccole sfide quotidiane, è ricco di grandi benedizioni perché “vi è più gioia nel dare che nel ricevere”.

 

Alessandra Malta
(GBU Firenze)

Anche quest’anno ho avuto il privilegio di partecipare alla consueta Formazione GBU. Rispetto agli anni precedenti, essendo stata la mia terza volta, ho avuto modo di vivere le intense giornate di insegnamento da una prospettiva differente. Rivedere gli altri studenti, insieme ai quali ho iniziato il mio percorso da coordinatore, mi ha riempito il cuore di gioia e mi ha incoraggiato nel constatare che altri giovani come me stanno continuando con perseveranza la missione che il Signore ci ha affidato in questo momento della nostra vita: annunciare Gesù Cristo nelle Università italiane. Inoltre, conoscere le nuove “leve” mi ha confermato e reso più salda l’idea che non siamo noi coordinatori e studenti il centro del GBU, bensì Dio, che si compiace di usarsi degli studenti universitari per la sua opera di redenzione.

Studiare insieme la Lettera ai Filippesi mi ha decisamente arricchito spiritualmente ricordandomi che il coordinatore deve impegnarsi nel servire il gruppo, cercando non il proprio interesse, ma anche quello degli altri (Filippesi 2:4). Oltre a ciò, il Signore mi ha esortato, sia tramite le conversazioni avute con altri sia con la Sua Parola, a non angustiarmi di nulla, ma in ogni cosa fare conoscere le mie richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti (Filippesi 4:6). La preghiera, il carburante utilizzato durante la formazione, mi ha permesso di focalizzarmi sull’Eterno e di rendermi conto di quanto necessito della sua presenza nella mia vita quotidiana.

Mi è particolarmente piaciuto il seminario “Interagire con l’Università – il Vangelo incontra il mondo”, perché mi ha dato la possibilità di conoscere una delle prospettive del mondo riguardo la figura di Gesù e il canone biblico. Questo mi ha permesso di mettermi in discussione e di riconoscere la necessità di approfondire l’argomento per essere più preparato e pronto a eventuali conversazioni universitarie.

L’esercizio evangelistico, svolto nelle Università senesi, è stata un’esperienza che mi ha fatto riflettere molto. Nonostante avessimo argomentazioni valide, le persone alle quali abbiamo parlato continuavano a rimanere cieche di fronte alla realtà del Vangelo. Ho riavuto la conferma che la conoscenza del mondo serve, ma non basta e mai basterà. Paolo lo comprese pienamente quando scrisse queste parole: «[…] ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo» (Filippesi 3:3-9). La salvezza proviene esclusivamente dalla conoscenza di Gesù Cristo.

Il Signore ci ha dotato di doni e talenti per servirlo e glorificarlo. Per questo il GBU, durante la Formazione e l’anno accademico, ci equipaggia e ci incoraggia a utilizzare le conoscenze che abbiamo come mezzo per riuscire ancora più efficacemente a condividere Gesù da studente a studente.

Davide Ibrahim
(GBU Milano Statale)

Edizioni GBU,
170 p. | 14.00 €

 

Ed Shaw, secondo Vaughan Roberts

Questo è un libro importante, uno dei più importanti che ho letto negli ultimi anni. … non è proprio un libro moderato, indirizzato solo ai credenti che vivono un’attrazione verso lo stesso sesso, per spingerli a seguire su quel tema la linea biblica. Si tratta, soprattutto, di un libro radicale, che richiede a tutti i credenti una completa trasformazione del pensiero e del comportamento.

Lasciate che vi dica perché mi piace così tanto.

Innanzitutto, è un libro sensibile. È sensibile dal punto di vista pastorale, come ci si potrebbe aspettare da uno scrittore che è trasparente in merito alla propria esperienza dell’attrazione verso lo stesso sesso. La sua onestà su come ci si sente è nuova. Egli “capisce”. Questo è importante per quelli che si trovano nella stessa situazione. Ma, cosa altrettanto importante, Ed Shaw è sensibile da un punto di vista culturale. Riconosce che gli dei della nostra epoca, siano essi riconosciuti consapevolmente o meno, hanno una maggiore influenza sulla posizioni etiche rispetto all’interpretazione biblica, anche per molti cristiani sostenitori della tesi secondo la quale la Bibbia  sia l’unica autorità. Non si tratta tanto del fatto che le menti siano state conquistate da nuove interpretazioni ma che i cuori siano stati catturati dai presupposti dell’individualismo.

In un mondo e, troppo spesso, in una chiesa, in cui l’autoespressione e l’autorealizzazione sono valori ampiamenti incontrastati, la posizione cristiana ortodossa relativa all’omosessualità può apparire a un tempo sia insostenibile sia, persino, immorale. In questa ottica pochi saranno convinti della correttezza di quell’insegnamento, per quanto biblicamente ben esposto, a meno che non siano persuasi della sua plausibilità.

Ed Shaw si rende conto che questo clima esige una riflessione che non focalizzi semplicemente la mente sull’interpretazione di alcuni testi chiave, ma che si rivolga al cuore e alle sue spesso ignote e nascoste convinzioni.

La seconda caratteristica che colpisce di questo libro è che è molto positivo. Come sostiene Ed, un approccio all’omosessualità che si limiti a dire «soltanto no!» non è più efficace, ammesso che lo sia mai stato. Quello che egli ci offre invece è una visione positiva della possibilità di una vita vibrante e appagante in comunione con Cristo per i cristiani attratti verso lo stesso sesso, anche se questo vuol dire privarsi del sesso e del matrimonio.

Sicuramente, a volte ci sarà sofferenza ma, come ci si potrebbe aspettare qualcosa di diverso se si segue colui che è entrato nella gloria mediante la crocifissione e che ha invitato i suoi discepoli a percorrere la stessa strada, rinunciando a se stessi e prendendo la croce? Ciò a cui ci viene chiesto di rinunciare non è nulla in confronto a ciò che possiamo ricevere, sia al presente sia in futuro. La vita con Cristo implica sacrificio, come in tutte le relazioni, ma dopotutto è determinata non da ciò che viene negato ma da cosa o, meglio, da chi, viene abbracciato. Il dire “no” è preceduto e avvolto dal “si” detto a Cristo, in risposta al suo amorevole “SI” per noi. Egli è venuto per portarci la vita, non una forma di morte vivente, ed è morto per renderla possibile.

Potremmo sperimentare l’equivalente di ciò che Ed chiama i suoi «momenti in cui si è a terra», quando tutto sembra cupo, ma in Cristo e tutto ciò che Dio ci dà in lui abbiamo un buon motivo per rialzarci, perseverare e gioire! Egli ci chiama non a un ostinato stoicismo ma a una fede piena di gioia nel dolore e di speranza nell’afflizione.

L’ultima ragione per cui questo libro mi piace così tanto è che è incisivo. Il tono non è mai aggressivo o prepotente, ma si può percepire la passione dell’autore e la sua legittima frustrazione. I suoi punti di vista non sono rivolti verso un obiettivo prevedibile, cioè fare concessioni ai liberali, ma è rappresentato da coloro che appartengono alla sua stessa fede evangelica.

Piuttosto che accusare gli altri di non essere biblici, dobbiamo esaminare la nostra tradizione alla luce di ciò che dice la Parola di Dio. Mentre pretendiamo di resistere agli idoli dell’edonismo e del relativismo, dobbiamo chiederci: non siamo troppo spesso entrati in un empio accordo con l’egoismo, l’idolo moderno che viene adorato più di tutti? Il risultato, troppo spesso, è un travisamento del cristianesimo autentico, in cui non c’è spazio per gravosi sacrifici e che lascia l’individuo sul trono, al posto del Dio vivente.

Intenti a contrapporci alla rivoluzione sessuale, non abbiamo forse esaltato allo stesso modo il matrimonio e il nucleo famigliare, emarginando o ignorando la visione biblica della chiesa come famiglia di Dio e del celibato, scelto o meno, come vocazione? L’attuale controversia sull’omosessualità nella chiesa ci dà l’opportunità di riconoscere e tornare indietro su questi e altri «passi falsi» che hanno aumentato enormemente il senso di implausibilità della vita a cui sono chiamati alcuni di noi.

Dal punto di vista del mondo, la chiamata di Cristo a un discepolato interpretato con sincerità e sacrificio sembra implausibile e poco attraente per chiunque, indipendentemente dalla propria sessualità o da circostanze particolari. Se vogliamo perseverare nel discepolato e persuadere chiunque altro a unirsi a noi, dobbiamo in qualche modo comunicare che ciò che viene offerto non è un insieme di regole, ma una relazione dinamica con il Dio vivente.

Non potremmo mai vivere una vita del genere nell’isolamento; come cristiani, infatti, non siamo stati lasciati soli. Conosciamo Dio come nostro Padre, che è amorevolmente sovrano su tutte le cose ed è all’opera anche nei momenti e negli aspetti più difficili della nostra vita, per il nostro bene e per la sua gloria. Conosciamo Cristo come nostro Signore e Salvatore, colui che ci chiede di prendere la sua croce e di seguirlo, avendo già dato la sua vita per noi e offerto infinitamente più di quanto egli ci richieda. E conosciamo lo Spirito come Consolatore, che è con noi in ogni passo e ci chiama a vivere una vita di profonda e soddisfacente intimità insieme a Cristo e in comunione con la chiesa.

Quando la vita cristiana viene vissuta con questo Dio al centro, essa è non solo plausibile, ma meravigliosa.

(Vaughan Roberts – St Ebbe’s Church, Oxford)

L’articolo La plausibilità nella sfera delle scelte sessuali (a proposito di un libro di Ed Shaw) proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/la-plausibilita-nella-sfera-delle-scelte-sessuali-a-proposito-di-un-libro-di-ed-shaw/

Ricorderò l’esperienza in Sudafrica come una delle benedizioni più grandi e inaspettate che il Signore abbia voluto donarmi. Un anno fa non avrei mai potuto immaginare che potessi partecipare a un convegno come un’Assemblea Mondiale di IFES. Ancor meno avrei potuto immaginare che per dieci giorni sarei stata l’unica studentessa italiana in mezzo a persone provenienti da centinaia di altre nazionalità. Già dal momento in cui mi era stato proposto questo incredibile viaggio sapevo che Dio aveva in mente qualcosa di speciale per me. A distanza di più di un mese dal mio ritorno in Italia posso dire che il nostro buon Padre non smette mai di sorprenderci, e lo fa in modi davvero straordinari.

È innegabile che fin dall’inizio avevo dei dubbi. Sarebbe stato “solo” il mio secondo viaggio in aereo e sarebbe durato più di venti ore. Ma non è una responsabilità troppo grande? Per diversi giorni sono stata sommersa da domande, ma poi ho capito. Grazie all’aiuto del Signore ho preso consapevolezza di quali fossero le priorità nella mia vita, e al primo posto c’è sicuramente Lui. Quindi ho accettato e mi sono preparata a questa esperienza. Ho davvero visto la mano del Signore in ogni cosa facessi, dal primo istante fino all’ultimo.

Gioia, Johan e Chris, rappresentanti del GBU italiano

Già all’arrivo in aeroporto ho visto subito come tra i volontari di IFES e gli altri studenti appena arrivati aleggiasse qualcosa. Con i giorni ho capito che quel qualcosa era comune a tutte le 1200 persone che erano lì: l’amore e la passione per Cristo. I primi tre giorni erano dedicati allo Student gathering o, come piaceva chiamarlo a noi, al Family gathering. Tra le 300 persone presenti c’erano solo studenti. Sono stati tra i giorni più belli trascorsi lì. Ho potuto conoscere la maggior parte delle persone presenti e iniziare ad annotare i loro nomi e le loro nazionalità. Ho potuto fare domande e ascoltare storie. Ogni giorno chiedevo a Dio di poter ascoltare la storia di almeno una persona.

Siamo abbastanza giovani per sognare e per provarci. Siamo uniti cuore a cuore, spirito a spirito.
Sono queste le prime parole che ho annotato sul mio diario di viaggio, parole dette da una ex studentessa oggi impegnata a livello globale con IFES. È stata lei a mostrarci che IFES è la famiglia che non abbiamo mai saputo di avere. Circondata da così tante persone estranee non mi sono mai sentita così a casa.

Ho imparato che il nostro momento è ora, che la vita di noi studenti del GBU è di essere pazzi per il Vangelo e che Dio ci sta usando per trasformare l’università per la sua gloria.

Nonostante le differenze culturali, ho rivisto negli occhi di moltissime persone lo stesso entusiasmo che ha ogni studente italiano nel proprio gruppo GBU. Ho imparato che tutto questo non riguarda solo conoscere la Parola di Dio, ma comprende anche l’essere plasmati da essa. Ho imparato che le debolezze possono trasformarsi in forze per imparare l’umiltà e per imparare a dipendere completamente dal Signore. Ho capito che a volte non troviamo porte aperte, ma solo finestre aperte; quello che bisogna fare è saltarci dentro.

La World Assembly è stata per me un viaggio personale, ma l’ho vissuta anche come un viaggio in famiglia. Spesso viaggiamo con così tante cose nelle nostre borse che non vediamo cosa abbiamo con noi. Dio ci invita a guardare a tutte le cose che possediamo e a lasciarci guidare da Lui. Come i discepoli sulla via per Emmaus, anche noi possiamo essere reindirizzati da Cristo nel nostro cammino e diventare messaggeri di speranza.

Ho sentito molte persone raccontare cose meravigliose che Dio sta compiendo nei loro contesti. Se si ha piena fiducia nel piano di Dio si può anche avere piena consapevolezza che la nostra storia è solo parte della Sua storia. Noi, con le nostre vite, siamo solo un tassello del puzzle della storia di Dio.

Il Dio che ho visto in Sudafrica è il Dio delle nazioni. Non siamo soli in questo ministero che a volte sembra troppo grande; ora lo so, l’ho visto. Invito chiunque ad andare alla World Assembly, a vivere una delle esperienze più simili al paradiso che io abbia mai vissuto.

I momenti che mi rimarranno impressi nella mente e nel cuore saranno vedere la felicità e ascoltare le storie piene di sfide dei nuovi gruppi associati a IFES, le risate con i ragazzi sudamericani, i sorrisi dei popoli asiatici, la gioia dei popoli del medio oriente, l’emozione di lodare Dio in tante lingue e in tanti modi diversi, le lacrime e le preghiere condivise con persone speciali, ma soprattutto il falso accento italiano di chi sapeva dire soltanto pizza, pasta, mafia e Berlusconi!

Oggi IFES viene sorpresa di continuo da Dio. Lui è all’opera. Basta guardare a Lui per accorgersene.

Gioia Frasca
(GBU Roma La Sapienza)