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Sprazzi di eternità

«Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Osservate come l’agricoltore aspetta il frutto prezioso della terra pazientando… .Siate pazienti anche    voi; fortificate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina.»
(Giacomo 5:7-8)

Al giorno d’oggi milioni
di persone si trovano confinate nelle proprie case, imparando ad aspettare e
sperare. E, purtroppo, parecchi piangono la perdita dei loro cari, senza
nemmeno averli potuti salutare. Il cammino della sofferenza, già di per sé
stesso lungo e difficile, diventa ancora più duro in queste circostanze. “Ho
bisogno di aggrapparmi ad una buona notizia”
, mi diceva un giovane sopraffatto
dalla situazione. Dove trovarla?

La parola di Dio è un
unguento che cura le ferite ed è fonte di forza nel dolore. Risponde in modo
illuminante a due domande chiave nel tempo dell’attesa: come dobbiamo
aspettare, e che cosa ?

Due parole ci danno la
risposta: pazienza e speranza. Entrambe sono il nostro bagaglio imprescindibile
per passare attraverso questo arduo cammino. Dobbiamo trasformare i momenti
di attesa in momenti di speranza e di pazienza.
Allora scopriremo che Dio
può trasformare le nostre avversità in opportunità.

LE DUE BRACCIA DELLA
PAZIENZA

L’idea di pazienza nella
Bibbia è così preziosa che richiede due parole complementari. Equivalgono alle
due braccia di una persona.

  • Perseveranza: persistere
  • Forza d’animo: resistere

La Pazienza è
perseveranza: Persistere

«Anche noi, dunque…corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù» (Ebrei 12:1-2)

Il primo braccio della
pazienza ci fa perseverare. È l’attitudine che ci porta a persistere
fino alla fine in una situazione o in un progetto. Naturalmente, più è
difficile la situazione, più ci sarà bisogno di perseveranza.

Questa virtù, propria di
una persona matura, permette di affrontare le avversità con l’animo dell’atleta
che corre la maratona
. È in questo senso che l’autore di Ebrei ci esorta a correre
con perseveranza
la gara
«affinché non vi stanchiate perdendovi
d’animo» (Ebrei 12:3).

Questo tipo di pazienza
fu uno dei tratti distintivi del carattere di Cristo. Per questo l’autore
aggiunge: «fissando lo sguardo su Gesù…» (Ebrei 12:2). La pazienza lo
portò a «rendere la sua faccia dura come la pietra» (Luca 9:51, Isaia 50:7) e
gli permise di arrivare alla meta proposta, la Croce, anche attraverso la
sofferenza più estrema. Che grande consolazione ricevere il conforto di Colui
che «è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato!» (Ebrei
4:15).

Perseverare è già
vincere. Come Paolo ai Tessalonicesi preghiamo che «il Signore diriga i vostri
cuori all’amore di Dio e alla paziente attesa di Cristo». (2 Tessalonicesi 3:5)

La Pazienza è forza
d’animo: Resistere

«Il frutto dello Spirito invece è… pazienza» (Galati 5:22)

Il secondo braccio della
pazienza è chiaramente soprannaturale, una parte del frutto dello Spirito. Non
è umano, è divino. La parola usata nell’originale è attiva e positiva, molto
lontana dall’idea stoica di pazienza. Letteralmente significa “grande animo”.
Allude a uno spirito forte, resistente, che permane fermo nelle
avversità
. Questa pazienza non si arrende, non cede davanti
alle circostanze difficili. È il contrario di una persona codarda, pusillanime,
che “si perde in un bicchier d’acqua”.

L’idea biblica si
allontana molto dal concetto popolare di pazienza. “Che cosa possiamo farci?
Non possiamo far niente, quindi pazienza.”
È un atteggiamento di
rassegnazione davanti all’impotenza, un conformismo che nasce dal fatalismo. Al
contrario, la pazienza, frutto dello Spirito, non si arrende ma lotta, non si
ritira ma si tiene salda davanti alle avversità, non è passiva, ma indaga
attivamente in cerca di vie d’uscita.

Detto questo, che cosa
fanno queste due braccia nella pratica, come si esprime la pazienza nella vita
quotidiana?

LA PRATICA DELLA
PAZIENZA: SAPERSI ACCONTENTARE

«Io
ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo. So vivere nella
povertà e anche nell’abbondanza; in tutto e per tutto ho imparato… io posso
ogni cosa in colui che mi fortifica» (Filippesi 4:11-13)

Quando l’apostolo Paolo
scrisse queste parole si trovava confinato in carcere a Roma. Una reclusione
involontaria in circostanze molto dure. Non si rivolgeva ai suoi lettori da una
posizione di comodità, ma da una situazione profondamente inquietante e in
diretto pericolo di morte. La sua vita era cambiata completamente da un giorno
all’altro. Da dove gli veniva la forza per inviare un messaggio così sereno in
mezzo all’angoscia?

Egli stesso ci dà la
risposta: «ho imparato ad accontentarmi» (Filippesi 4:11). Una delle
testimonianze più importanti della pazienza è il sapersi accontentare. La
parola originale implica non dipendere dalle circostanze, non restare vincolato
ai problemi. Imparare a sapersi accontentare, quindi, è raggiungere
un certo grado di indipendenza dagli avvenimenti della vita
.

Il sapersi accontentare
ci porta a vedere, pensare e vivere in modo diverso una situazione inaspettata
o di cambiamento. Ai nostri giorni parleremmo di adattamento e di accettazione,
di flessibilità e resilienza. Tutto quanto finirebbe inglobato dentro il
sapersi accontentare. È la convinzione che Dio opera i suoi propositi
nella mia vita non nonostante le circostanze, ma attraverso di
esse
.

Paolo conclude il testo
con una frase che ha ispirato milioni di persone: «Io posso ogni cosa in
colui che mi fortifica»
(Filippesi 4:13). Vale a dire, posso essere più
forte di qualsiasi avversità, vincere qualsiasi circostanza, quanto sono in
Cristo, “connesso” con Cristo. In questo è radicato l’elemento soprannaturale
della pazienza e il segreto della nostra forza durante il nostro cammino.

SPERANZA E SPRAZZI DI
ETERNITÀ

«Fortificate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina» (Giacomo 5:8)

La pazienza è
inseparabile dalla speranza. Di fatto, si alimenta della speranza e a sua volta
genera speranza in un circolo glorioso (feedback) divino (Romani 5:4-5).
Potremmo dire che la pazienza e la speranza si fondono in un abbraccio.

Che cosa aspettiamo e
speriamo? Certamente la nostra speranza ha una dimensione attuale. Aspettiamo
con ansia la fine di un’epidemia. Però questa speranza non è sufficiente e può
trasformarsi in frustrazione se non si soddisfano le nostre aspettative.

La speranza non si limita
al qui e ora, vola più in alto e risale all’eternità. La vita sulla terra è
un bene prezioso, ma non è il bene supremo
. Il bene supremo è la vita
eterna. Per questo il Signore aveva detto: «E non temete coloro che uccidono il
corpo, ma non possono uccidere l’anima» (Matteo 10:28). Ci colpisce che questo
testo preceda la promessa consolatoria della cura di Dio «perfino i capelli del
vostro capo sono tutti contati» (Matteo 10:30).

Giacomo menziona due
volte la venuta del Signore nel parlare della pazienza. Non è un caso. La
visione della seconda venuta di Cristo è la visione dell’eternità e
«fortifica il nostro cuore»
(Giacomo 5:8). Guardare alla gloria
dell’eternità con Cristo relativizza il nostro dolore, così che l’afflizione
presente diventa “momentanea e leggera”
(2 Corinzi 4:17-18). Possiamo
prevedere che in cielo non finirà solo un’epidemia, ma la Grande Epidemia che è
il Peccato e il suo seguito di dolore e morte. (Apocalisse 21:4, Romani
8:23-25)

Per questo motivo,
«combatti il buon combattimento della fede, afferra la vita eterna» (1
Timoteo 6:12). Aggrappati, afferra la vita eterna. Questo consiglio di Paolo a
Timoteo è la risposta che ho dato al giovane che mi chiedeva “una buona notizia
a cui aggrapparsi”. Dobbiamo aggrapparci alla speranza dell’eternità, durante i
forti scossoni della vita. Questi sprazzi di eternità illuminano la nostra
oscurità e nutrono la nostra pazienza.

Il Gesù risuscitato
dichiara con grande autorità: «Ero morto, ma ecco sono vivo per i secoli dei
secoli, e tengo le chiavi della morte»
(Apocalisse 1:18).

Sì, Dio è colui che
segna le ore nell’orologio della nostra vita, non un virus.
Per questo, nel
mezzo della grande prova, ci riposiamo fiduciosi in Colui che ha promesso:

«Il
tuo sole non tramonterà più, la tua luna non si oscurerà più; poiché il Signore
sarà la tua luce perenne, i giorni del tuo lutto saranno finiti» (Isaia 60:20).

di Pablo Martinez
trad. Daniela Buraghi

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di Pablo Martinez
Basi per una famiglia sana 1
Basi per una famiglia sana 2

Con questo terzo e ultimo articolo arriviamo alla fine di una serie di
riflessioni sulla famiglia. Fino ad ora abbiamo preso in considerazione
come una famiglia sana non sia quella che non ha mai problemi, ma quella che sa
superare le difficoltà – capacità di combattere – e sa esprimere l’amore, sia
con gli atteggiamenti (fedeltà, fiducia, dedizione) sia con le parole. Parliamo
ora del terzo modo possibile di esprimere l’amore nella vita familiare.

C) Le decisioni come espressione d’amore

Le decisioni sono il sigillo che contraddistingue i nostri atteggiamenti
e parole. Per questo la presa di decisioni è un elemento essenziale
dell’amore familiare. Potremmo parafrasare l’apostolo Paolo nel suo famoso
inno in 1 Corinzi 13 e dire: «Se assumo gli atteggiamenti migliori e non
mi mancano parole d’amore, ma non lo dimostro con le mie azioni e con le mie
decisioni, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna». Le
decisioni sono la dimostrazione dell’amore, specialmente quelle che implicano l’”essere
accanto a”, l’accompagnare.

Osserviamo ancora la famiglia di Rut che è stata il nostro punto di riferimento
in questo studio: “Orpa baciò sua suocera, ma Rut rimase stretta a lei”
(Rut 1:14). Alcune versioni traducono “non si staccò da Naomi” o
“si aggrappò a Naomi”, espressioni meravigliose che illustrano con
grande forza poetica l’intensità del momento. Era il momento della
verità. Le memorabili parole di Rut 1:16 – commentate precedentemente
– sarebbero state di scarsa utilità se Rut avesse preso la stessa strada di Orpa. Quest’ultima
si limitò ad esprimere dei sentimenti: “pianse”, ma lì finisce la sua
dimostrazione d’amore. Rut, invece, prese la decisione di rimanere accanto
a sua suocera fino alla morte. Era il sigillo che siglava le sue parole
d’amore.

Vediamo un altro esempio in Naomi quando prende l’iniziativa in modo che
Rut possa sposarsi. Non si limita a darle un consiglio vago, ma lei stessa
fa passi concreti in modo che sua nuora e Boaz possano conoscersi e la
istruisce in tutti i dettagli in modo che la relazione finisca in matrimonio (Rut
3:1-4). E cosa dovremmo dire di Boaz? In primo luogo, ebbe parole
d’amore e di consolazione che Rut stessa riconobbe: «Possa io trovare grazia ai
tuoi occhi, o mio signore, poiché tu mi hai consolata e hai parlato al cuore
della tua serva…» (Rut 2:13). Ma le parole furono seguite dalla
decisione: “Così Boaz prese Rut, che divenne sua moglie.” (Rut 4:13).

Ci sono alcuni momenti nella vita in cui atteggiamenti o parole non sono
sufficienti. Li chiamiamo momenti decisivi proprio perché richiedono una
decisione. Alla fine, l’amore si dimostra attraverso le decisioni prese
nel corso degli anni. Nella vita familiare queste decisioni diventano una
posa che si sedimenta gradualmente sul fondo del matrimonio. Questo
residuo accumulato può essere positivo – quando le decisioni rafforzano l’amore
– o portatore di tensioni e conflitti quando contraddicono l’amore.

Questi tre strumenti
dell’amore – atteggiamenti, parole e decisioni – sono il mezzo che può trasformare
una casa in un focolare
. Ci sono milioni di case nel mondo, ma quante
sono un focolare? Il focolare è caratterizzato dal calore – calore del
focolare – che proviene da questa pratica dell’amore ed è una delle più grandi
benedizioni che una persona può sperimentare in questa vita. È
l’anticamera del paradiso. Non è un caso che Davide, in uno dei suoi
salmi, affermi: “Dio fa abitare il solitario in una famiglia” (Sal 68:6). Una
famiglia sana è il miglior dono che Dio può fare al “solitario”.

La crisi familiare come fonte di violenza

L’attuazione dell’amore familiare attraverso i mezzi esposti finora non
è un’opzione, è un dovere. E non lo è solo per i credenti.  E’ in
gioco il futuro della nostra società. Sono molti oggi i problemi sociali
all’origine dei quali appare la rottura della famiglia. La violenza è
forse il miglior esempio. In tutte le sue tristi varianti – violenza
domestica, delinquenza giovanile o persino le guerre – troviamo un embrione di
crisi familiare nella sua genesi.

Se studiamo la vita familiare di uomini sanguinari come Stalin o lo jugoslavo
Milosevic, deceduto di recente, che portò il suo paese alle pagine più buie
della violenza in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, scopriamo le radici
della sua aggressività. Cosa ha vissuto quest’uomo nella sua vita
familiare? In quale ambiente ha respirato la sua sensibilità infantile e
giovanile? Il padre si suicidò quando lui aveva 21 anni; poco tempo dopo
si suicidò sua madre; per completare una tale atmosfera di violenza e
trauma, avvenne che in seguito pure suo zio si suicidò. Qualcuno si sorprende
forse che un simile ambiente familiare contribuisca fortemente a forgiare un
carattere estremamente duro e cinico? Il lettore conosce qualche grande
despota che è cresciuto in un ambiente di tenerezza e amore familiare?

Vogliamo tuttavia soffermarci su un fenomeno in crescita: la
violenza urbana giovanile
sotto forma di teppismo gratuito, immotivato. L’aggressività
di molti giovani oggi preoccupa politici, sociologi e giudici perché genera una
violenza ingiustificata. Come qualcuno ha commentato, il vandalismo attuale
dei giovani nelle città ci mostra “la violenza allo stato puro”, è
semplicemente un distruggere per distruggere. Si cerca qualsiasi scusa –
anche nella forma di una presunta festa – per far uscir fuori livelli di
aggressività davvero allarmanti. Da dove viene tanta frustrazione, tanto
bisogno di rompere tutto? Non possiamo semplificare l’argomento, ma in
molti casi troviamo giovani a cui non è mancato nulla dal punto di vista materiale,
hanno avuto tutto. Gli
è mancata però la cosa più importante: un focolare. Hanno
vissuto in case ricche di cose, ma molto povere di calore domestico. Che
gran contrasto tra la loro prosperità materiale e la loro povertà
affettiva! La Spagna si è lasciata alle spalle il sottosviluppo economico
qualche anno fa, ma ciò che ne è seguito è ancora più difficile: il
sottosviluppo affettivo e morale della vita familiare
. Divorzio “a
richiesta” – “questa persona non mi interessa più” -, individualismo
ed egoismo, illimitate ambizioni professionali o economiche, ognuno che fa la
propria vita, tutto questo porta praticamente a una convivenza familiare
praticamente nulla; non c’è quasi nessuna comunicazione né dialogo, non ci
sono momenti di condivisione, c’è mancanza di interesse per il mondo e il
benessere dell’altro. Così, a poco a poco, il focolare diventa una pensione. Qui
è radicata gran parte della frustrazione di molti giovani che, a sua volta,
porta all’aggressività. Quanto tempo occorrerà ai politici affinché si
rendano conto che il problema della violenza giovanile non è tanto una
questione di scuole migliori, strutture sociali migliori, psicologi migliori,
ma soprattutto di famiglie migliori? Investire in famiglie più sane è l’investimento
più redditizio per un paese. L’unico “problema” è che i valori
materiali non sono sufficienti per un tale investimento. La famiglia si
arricchisce soprattutto con valori morali e spirituali. E questo non si
acquista con denaro, viene dal cuore.

A questo punto, forse ci chiediamo con una certa aria triste: “E
per queste cose, chi è capace?” Ci invadono quindi frustrazione,
impotenza o persino sensi di colpa. Questo ci porta necessariamente alla
terza chiave, per i credenti la più importante perché diventa la chiave delle
chiavi.

3. – L’architetto della famiglia è Dio

Nel nostro primo articolo abbiamo parlato di tre ruoli principali nella
storia di Rut: le circostanze, la risposta della famiglia a queste circostanze
e Dio. Senza Dio, la famiglia diventa come un edificio costruito sulla
sabbia: manca di fondamenta. Il salmista esprime questa idea con una
metafora analoga, quella dell’architetto: “Se Dio non costruisce la casa,
coloro che la costruiscono lavorano invano … Inoltre, ti alzi presto la
mattina e vai tardi a riposare …” (Sal. 127:1-2 ).

Si possono frequentare molti corsi per il matrimonio o di terapia
familiare, si possono leggere tutti i libri disponibili su questi argomenti, ci
si può sforzare al punto di “mangiare il pane del duro lavoro”, come
dice il salmista (Sal 127:2). Tutto questo è buono in sé e lo raccomandiamo. Ma
non è abbastanza per noi come cristiani. Manca qualcosa, la cosa più
importante: la fede e fiducia in Dio, fondatore e architetto della
famiglia. Egli ha i “piani” dell’edificio perché è stato Lui a
progettare la famiglia. Noi siamo semplicemente i muratori, perciò abbiamo
bisogno di ricorrere costantemente a Lui per poter costruire con saggezza. A
nessun muratore capita di costruire a volontà e fare a meno della guida esperta
dell’architetto. Neanche noi possiamo commettere una simile insensatezza nel
delicato processo di edificazione del nostro matrimonio e della nostra
famiglia.

In altre parole, la fede e l’amore sono come le due ali di un uccello,
vanno insieme e non possono essere separate. L’amore è sostenuto dagli
occhi della fede e la fede è attiva nell’amore. Questa è la realtà che
scopriamo anche nel libro di Rut. Tutti i membri di quella famiglia
avevano fede in un Dio personale. La frase di Boaz riferita a Dio –
“sotto le cui ali sei venuta a rifugiarti” (Rut 2:12) – esprime un
concetto quasi materno di Dio. Osserviamo come fanno riferimento a Dio con
il termine “Il Signore”, alludendo così al Dio dell’Alleanza, fedele
e vicino. Alzare gli occhi al cielo in atteggiamento di fiducia e
dipendenza da Dio è ciò che farà sì che la famiglia funzioni.

Potremmo menzionare molti modi
con cui Dio “edifica la casa”; ma ci limiteremo ai due che sono
molto evidenti nella famiglia di Naomi:

• Dio rinnova le nostre forze . La vita familiare
comporta un’intensa battaglia quotidiana, e una lotta contro molti problemi
diversi: materiali, emotivi, spirituali. Questo lottare logora e può
portare scoraggiamento, stanchezza o, a volte, il desiderio di “abbandonare”. È
in questi momenti che lo sguardo verso il cielo rinfresca e rinnova le forze. Gli
occhi della fede ci avvicinano a Cristo, fonte di riposo dalle nostre “fatiche
e oppressioni”, compresi i problemi familiari (Mt 11:28).

• Dio trasforma i deserti in oasi . Dio non si limita a darci riposo e rinnovate forze. Nella sua saggezza Egli risana, trasforma, cambia i problemi e le circostanze al fine di realizzare i suoi scopi per il nostro bene. Questo avviene perché Egli dirige i nostri passi tanto nella vita personale che in quella familiare: “I passi dell’uomo sono guidati dall’Eterno, quando Egli gradisce le sue vie … Io sono stato fanciullo ed ora sono divenuto vecchio, ma non ho mai visto il giusto abbandonato, né la sua progenie (famiglia) mendicare il pane.” (Sal 37:23, Sal 37:25). Sì, Dio trasforma la disperazione in speranza perché provvede sempre una via d’uscita, apre la strada dove non sembra che ci sia: «Ecco, io sto per fare una cosa nuova; essa sta per germogliare; … Sì, io aprirò una strada nel deserto, farò scorrere dei fiumi nella steppa.» (Is. 43:19). Questa capacità di Dio di trasformare le tragedie in storie significative è la lezione più straordinaria del libro di Rut; questa è stata l’esperienza di quelle due donne che, in mezzo a molte avversità e sofferenze, sono andate a “rifugiarsi sotto le ali del Signore”. In questa fiducia sta la chiave fondamentale per una famiglia sana.

Pablo Martínez Vila (2006)

Traduzione Laura Pia Vallese

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di Pablo Martinez
Basi per una famiglia 1
Basi per una famiglia sana 3

Nella prima parte di questo tema abbiamo considerato la famiglia di Rut
e Naomi nella Bibbia come un modello realistico di famiglia, lontano dagli
ideali irraggiungibili che talvolta ci vengono proposti
trionfalmente. Abbiamo visto come la capacità di superare le prove – saper
soffrire – costituisca la prima prova di salute e forza della vita
familiare. Analizzeremo ora il secondo ingrediente di una famiglia sana.


2. Sa esprimere l’amore: capacità di amare

Il secondo indicatore di salute nella famiglia di Naomi era la sua
capacità di mostrare amore. Nella famiglia sana, i membri
hanno imparato a darsi l’un l’altro questo amore. Sottolineiamo la parola
“esprimere” o “dimostrare” perché in ciò sta la chiave: non
è sufficiente amare qualcuno; bisogna che questo amore gli arrivi, gli
venga trasmesso. In realtà, nella stragrande maggioranza delle famiglie
c’è l’amore. È difficile trovare, ad esempio, genitori che non amino i propri
figli. Sembra quindi un principio molto elementare. Tuttavia, ci sono
innumerevoli adulti che hanno problemi emotivi perché durante l’infanzia non
hanno sentito l’amore dei loro genitori. Senza dubbio li amavano, ma non
erano in grado di trasmettere loro questo amore in modo adeguato.

La domanda logica è quindi: come trasmettere l’amore
all’interno della famiglia? Nel libro di Rut abbiamo scoperto alcuni modi
pratici. In particolare, vediamo tre modi che costituiscono qualcosa come
la spina dorsale dell’amore.

A) Con gli atteggiamenti

In primo luogo, l’amore pratico si manifesta attraverso gli
atteggiamenti. È l’espressione non verbale dell’amore. È strettamente
correlato al nostro modo di essere. Non è tanto quello che facciamo – le
opere dell’amore – ma come siamo. Il nostro carattere trasuda
atteggiamenti che possono essere di amore, ostilità o indifferenza. Gli
atteggiamenti sono lo specchio profondo del nostro carattere e rivelano
innegabilmente il contenuto del nostro cuore. L’apostolo Paolo diceva che
“siamo lettere viventi” in cui gli altri leggono sempre. È con
il nostro modo di essere che possiamo “onorare padre e madre”, il
coniuge o i figli.

Nel libro di Rut troviamo
diversi esempi di atteggiamenti che esprimono amore e che, a loro volta,
alimentano l’amore in un’ammirevole risposta. In realtà, questi
atteggiamenti formano un insieme inseparabile, come un grappolo. Sono
interdipendenti e l’uno conduce all’altro. Ne sottolineiamo tre per la
loro importanza per la stabilità familiare e perché, a nostro avviso, sono i
più necessari nelle famiglie di oggi.

Fedeltà. L’impegno, che si rispecchia
nella memorabile affermazione di Rut che è passata alla storia come una delle
più grandi dichiarazioni di amore familiare: «Non chiedermi di lasciarti e
separarmi da te; perché ovunque andrai, io andrò, e ovunque vivrai, io vivrò. Il
tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio» (Rut 1:16). Può
esserci una migliore dimostrazione di amore di questa fedeltà
incondizionata? Questa è la migliore terapia contro l’ansia e
l’insicurezza di tanti mariti o mogli che vivono intrappolati nell’incertezza
del futuro della loro relazione coniugale. Oggi la fedeltà nel matrimonio,
in particolare l’idea del matrimonio per tutta la vita, “finché morte non
ci separi” è oggetto non solo di rifiuto, ma anche di presa in
giro. Si preferisce la “monogamia consecutiva” (nell’espressione
di un famoso politico spagnolo). Strazianti e significative sono le
dichiarazioni di una famosa attrice francese: “Non so cosa si debba fare
per tenere al proprio fianco l’uomo che si ama”. Qualcosa non va
nella nostra società quando il patto più basilare, il patto matrimoniale, è
preso tanto alla leggera. Una società non può funzionare bene quando i suoi
membri non hanno la minima volontà di rispettare i patti e le promesse.

Fiducia. È una conseguenza della
precedente: quando c’è fedeltà, i rapporti familiari sono caratterizzati da una
profonda fiducia reciproca. Non c’è nulla da temere, non c’è motivo di essere
insicuri. C’era un’ammirevole fiducia tra Naomi e Rut, tra Rut e Boaz e
tra Naomi e Boaz. Tutti loro potevano fidarsi l’uno dell’altro perché
avevano imparato a fidarsi di Dio: la fonte che alimenta la fiducia tra gli
uomini è senza dubbio la fiducia in un Dio che dirige le nostre vite. Quanto
sono illuminanti a questo proposito le parole di Boaz a Rut: “Ho saputo tutto
ciò che hai fatto per tua suocera … sia davvero piena per te la ricompensa da
parte del Signore, Dio d’Israele, sotto le cui ali sei venuta a
rifugiarti” (Rut 2:11-12).

Che triste contrasto con la situazione di molte famiglie oggi! La
fiducia è stata sostituita dalla gelosia, a volte tanto forte da essere una
delle principali cause di violenza domestica. La sfiducia reciproca è ciò
che porta molti coniugi a problemi seri nella loro relazione. In casi
estremi, si arriva ad assumere un detective per spiare e controllare i
movimenti del coniuge. La gelosia non è segno d’amore, ma piuttosto il
contrario: è espressione di mancanza di fiducia nel coniuge e anche in se
stessi.


Abnegazione. 
Negare te stesso implica pensare
all’altro, preoccuparsi per lui, dei suoi bisogni, del suo benessere. Il
Signore Gesù ci ha mostrato molto bene questo concetto con la nota “regola
d’oro”: “Tutte le cose dunque che voi volete che gli uomini vi
facciano, fatele anche voi a loro” (Mt 7:12). In realtà, abnegazione
è qualcosa di tanto semplice come “ama il tuo prossimo come te
stesso”. Il primo posto, il più naturale, dove mettere in pratica
questo comandamento è la famiglia. Dov’è la mia autorità morale di donarmi
agli altri se trascuro la mia propria famiglia? Donarmi generosamente ai
miei cari ha un grande ostacolo: l’egoismo. Questo è il peggior nemico
dell’abnegazione. Il matrimonio non è adatto agli egoisti perché l’egoismo
spegne a poco a poco la fiamma dell’amore.

L’abnegazione è una lezione di vita che viene appresa soprattutto in
famiglia: il modello di padre e di madre e l’educazione che essi ci danno
influenzeranno notevolmente le nostre relazioni da adulti. Ad esempio, un
bambino viziato ha buone probabilità di essere un grande egoista, come dice
bene la Bibbia: “Il ragazzo viziato farà vergogna a sua madre” (Pr.
29:15).

È curioso osservare come l’essere umano abbia sentito il bisogno di
dedicare determinate date dell’anno per ricordare e rendere omaggio ai membri
della famiglia: la festa del papà, la festa della mamma, la festa degli
Innamorati, persino il Natale ci si presenta come il giorno della riunione
familiare per antonomasia. Non abbiamo nulla contro tali celebrazioni,
tranne per il fatto che sono attualmente fortemente commercializzate e soggette
a un’eccessiva pressione pubblicitaria. Non è vero però che dietro la
necessità di queste feste si possono nascondere dei sensi di colpa perché per
il resto dell’anno siamo stati egoisti? Non abbiamo espresso adeguatamente
l’amore all’interno della famiglia. Portare fiori e regali, avere parole
gentili, gesti di affetto o tenerezza non dovrebbero essere azioni riservate solo
a date specifiche. Ogni giorno dell’anno dovrebbe essere la festa del papà,
della mamma o degli innamorati.

B) Con le parole

Secondo, l’amore si trasmette con le parole. È l’espressione
verbale dell’amore. Non è sufficiente avere buoni atteggiamenti come
quelli descritti. Le parole sono il complemento necessario che viene per
condire il buon cibo che è l’amore. “Quanto fa bene una parola detta
a tempo giusto!” ci ricorda l’autore del libro dei Proverbi (Pr. 15:23). O
anche “Una parola detta al tempo giusto è come dei pomi d’oro su un
vassoio d’argento.” (Pr. 25:11).

Per me, una delle caratteristiche del libro di Rut che più fa riflettere
è la ricchezza dei dialoghi tra i suoi protagonisti. Mi affascina osservare
le dinamiche della comunicazione all’interno di quella famiglia. Quante
ore trascorreranno Naomi e Rut a parlare, ascoltarsi, confortarsi o
semplicemente soffrire insieme in silenzio! La comunicazione entra in
gioco costantemente e spontaneamente. Quant’è bella e incoraggiante è la
scena in cui Rut torna a casa da Naomi dopo aver spigolato tutto il giorno (Rut 2:19-23)
e racconta a sua suocera in dettaglio le sue esperienze della giornata, con la
spontaneità quasi tipica di un ragazza! Questo è successo perché in una
famiglia sana il dialogo nasce naturalmente. La comunicazione è
espressione di salute nella famiglia e, a sua volta, le aggiunge altra salute.

Parlare, ascoltare, dialogare è uno dei modi più pratici di amarsi gli
uni gli altri. Sfortunatamente, anche il fenomeno inverso è vero: la
mancanza di comunicazione esprime egoismo e genera isolamento e separazione
all’interno della famiglia. Non è un caso che una delle cause più
frequenti di rottura del matrimonio sia la mancanza di dialogo. Accade
anche tra genitori e figli. Una famiglia in cui nessuno parla, in cui
nessuno ascolta, dove non ci sono piccoli spazi di tempo per la condivisione
reciproca, è come una pianta che a poco a poco si secca. Quante famiglie oggi
sono come piante che languiscono per mancanza d’acqua, l’acqua vitale della
comunicazione! Frasi come “stai sempre nel tuo mondo”,
“quando ti parlo, sembri assente”, “con i miei genitori non
posso parlare perché non hanno tempo di ascoltarmi” sono frequenti
lamentele al giorno d’oggi.

Perché l’espressione verbale dell’amore è così importante? La
risposta a questa domanda ci porta a un aspetto unico della comunicazione umana
che non troviamo negli animali. Questi certamente comunicano tra loro, soprattutto
alcune specie; i delfini, ad esempio, hanno dei modi di comunicare davvero
sorprendenti. Anche negli uccelli vediamo un certo tipo di codice acustico
o di linguaggio. Ma non è la comunicazione umana. In che modo la
comunicazione di un delfino o di un usignolo differisce dalla comunicazione di
una moglie con suo figlio o suo marito? L’unicità della comunicazione
umana è data dalla capacità di ascoltareGli animali
possono udire, ma l’essere umano è l’unico in grado di ascoltare
. L’udire
è un atto meccanico e involontario; ascoltare, al contrario, è un atto
riflessivo che implica la volontà, il desiderio di farlo. Non posso fare a
meno di sentire, ma posso fare a meno di ascoltare. Perciò, nella misura in
cui ascolto il mio prossimo – marito, figlio, ecc. – gli esprimo interesse,
dedizione, in una parola, amore. Questa capacità di riflessione e ascolto
– ascolto riflessivo – unica nell’essere umano è frutto dell’immagine di Dio in
noi e uno dei modi più sublimi di amare.

Vorrei offrire ai miei lettori due consigli pratici sotto
forma di piccole abitudini. Mettendoli in pratica si può arricchire la
comunicazione familiare in modo sorprendente:

1.- In primo luogo, spegnere la televisione al momento di
mangiare. Il semplice atto di spegnere la televisione durante il pasto fornisce
un quadro prezioso e insostituibile per il dialogo familiare. La tavola è a
momenti l’ultima roccaforte della comunicazione tra i coniugi o con i
figli. Gli effetti sul benessere familiare possono essere davvero
sorprendenti.

2.- La seconda raccomandazione è più per i genitori: cercare piccoli frammenti
di tempo per stare con e essere lì per i figli. Li chiameremo
momenti di dedizione familiare. Sono momenti per stare con loro, parlare,
ascoltarli, scoprire i loro bisogni, le loro gioie, i loro dolori, mettersi nel
loro mondo. Periodi brevi di 20 o 30 minuti tre volte a settimana possono bastare,
ma devono essere momenti di dedizione esclusiva. Non è sufficiente
“stare con”, è necessario “essere lì per”. Questa
vicinanza emotiva dei genitori produce notevoli cambiamenti nell’ambiente
familiare e nel comportamento dei figli. È anche il modo migliore per
prevenire adolescenze burrascose.

Possiamo applicare lo stesso
suggerimento alla relazione tra coniugi: queste piccole oasi di reciproca
dedizione saranno fondamentali per mantenere vivo il rapporto matrimoniale. Chi
lo ha messo in pratica ha riconosciuto inoltre che è il miglior antidoto alla
routine e alla noia, grandi nemici della relazione coniugale.

Pablo
Martínez Vila (2005)

Traduzione di Laura Pia Vallese

Opere di Pablo Martinez tradotte e pubblicate in italiano

Abba Padre. Teologia e psicologia della preghiera (1998)
La spina nella carne. Come trovare forza e speranza nella sofferenza (2011)
Inseguendo l’arcobaleno. Oltre il dolore, il lutto e le separazioni (2014)

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Tempo di lettura: 8 minuti

di Pablo Martinez

Come credenti oggi viviamo bloccati tra due poli estremi riguardo alla famiglia. Da una parte c’è il modello del mondo occidentale, per molti simbolo di progresso e di modernità. Coloro che propugnano questo modello «nuovo» screditano, se non addirittura ridicolizzano, la famiglia tradizionale, quella costituita da padre, madre e figli, inclusi a volte anche i nonni. La presentano come una realtà passata di moda e la chiamano «patriarcale» perché in tal modo suona ancora più obsoleta (l’uso e la manipolazione delle parole è molto importante nel campo dell’etica). La posizione assunta è che nel pieno del secolo XXI «la famiglia patriarcale» è stata superata da concetti molto più «progressisti». Si tratta di modelli in cui si glorifica l’indipendenza di ognuno nel fare «quello che pare e piace » in ogni momento, guidati da un’etica fatta da ognuno a gusto del consumatore.

«Famiglie con
composizione a scelta».
 Al riguardo sono molto
esemplificative le dichiarazioni di una ex ministra del governo spagnolo e
scrittrice, Carmen Alborch: «Vivendo da sola, i tuoi rapporti sono totalmente
liberi e in questo modo guadagnano in qualità e profondità. Puoi vivere da sola
e mantenere una relazione stabile con un signore o signora, un’amicizia
profonda con qualcuno; può darsi che il tuo partner viva nella stessa città
oppure no, che vi vediate molto o poco, sempre o mai, con figli o senza figli,
tutto è possibile, siamo liberi» (sic). Fece queste affermazioni dopo aver
ridicolizzato la fedeltà matrimoniale e squalificato l’idea dell’amore per
sempre come mito. Di certo queste dichiarazioni costituiscono una vera e
propria testimonianza di religione secolare – un vero credo laico. E poi accusano
i cristiani di fare proselitismo!

In questo modo, ognuno organizza
la famiglia a modo suo come meglio gli conviene: non importa che ci sia solo la
madre o due padri o due madri. L’unica cosa che importa è la libertà di «costruirmela
a modo mio perché ho il diritto di essere felice » (dichiarazione testuale). Ciò
che conta di più è essere felici, intendendo per felicità la mancanza di
problemi o la non-perdita della propria indipendenza.

«Famiglie Disneyland». Fin
qui abbiamo visto il triste estremo della società attuale. Tuttavia, alcuni cristiani
cadono nell’estremo opposto, forse in risposta a questa ideologia tanto contraria
alla volontà di Dio per la famiglia. E’ “l’oscillazione del pendolo” che nasce
più per reazione che per riflessione. Ci presentano un modello di famiglia
perfetto, impeccabile. Una famiglia sana – sono convinti – non ha mai problemi,
è quella in cui i familiari non litigano mai e non alzano la voce, dove ci sono
sempre sorrisi e buonumore, in una parola, il paradiso in terra! Questo modello
di famiglia sembra uscire più da Disneyland che dagli insegnamenti biblici. Inoltre,
però, è fonte di frustrazione per quelli che cercano di raggiungere un tale
livello «super-spirituale» (o forse dovremmo dire «pseudo-spirituale»). Attenzione
ai libri o alle conferenze che enfatizzano questa impostazione trionfalista perché
non riflette il realismo della Bibbia riguardo alla vita di famiglia.

Verso un modello
realistico di famiglia
Il modello biblico di famiglia è un modello realistico: non esistono famiglie
perfette
. Sin dal principio della storia, in particolare dalla Caduta
e l’entrata del peccato nel mondo, la famiglia è stata oggetto di forti
tensioni e problemi. Ricordiamo come le prime manifestazioni del peccato compaiano
proprio nei rapporti familiari: Adamo, in uno sfoggio di irresponsabilità, si
lava le mani da qualsiasi colpa e addita sua moglie Eva: «La donna che tu mi hai messa accanto, è lei che mi ha
dato…». In verità questo schema di comportamento si ripete
continuamente in molti matrimoni, dove si è incapaci di assumersi i propri
errori o le proprie responsabilità. Sono sempre io ad avere ragione; la colpa è
sempre dell’altro. A questo primo attrito tra coniugi fa seguito il dramma
della morte di Abele per mano di suo fratello Caino, spaventoso atto di violenza
familiare, preludio della violenza domestica tanto tristemente di moda oggi.Non possiamo fingere né auto-ingannarci. Da quando l’uomo è uomo, la famiglia
è stata lo scenario di alcune delle pagine più sanguinose dei rapporti umani.
Perché? La risposta ci arriva da un fondamento importante del nostro studio: la
famiglia è uno dei bersagli favoriti del diavolo. Lo è sempre stata. La sua strategia
– dividere, ingannare e fare violenza – compare ancora costantemente nelle
famiglie della Bibbia. Sorprende che nelle famiglie scelte da Dio per compiere
i suoi propositi ci siano tante tensioni e che il peccato o gli errori non abbiano
mai scarseggiato al suo interno. Così fu per la famiglia di Abramo, di Isacco,
di Giacobbe, per non parlare del grande re Davide, un modello in così tante
aree, ma un disastro nella sua vita familiare. Davide ha fallito a tal punto
come padre e capofamiglia che verso la fine della vita lo riconobbe con umiltà
e confessò con le sue ultime parole: « Così è stabile la mia casa davanti a Dio » (2 Samuele 23:5).
Però, che sollievo, che gran consolazione sapere che Dio usa le famiglie in
pezzi
 per raggiungere i suoi obiettivi. Non importa se vieni da una famiglia
problematica o se non hai mai potuto godere della stabilità di una casa nella pace.
Ci incoraggia scoprire che nella genealogia del Signor Gesù compaiono famiglie
che erano ben lontane dalla perfezione, c’era persino una prostituta. Dio, nella
sua grazia, si avvale di vasi di argilla persino per gli scopi più eccelsi.

Abbiamo, quindi, il credente che
lotta per scoprire la volontà di Dio per la famiglia in mezzo a forti
pressioni. Questo ci porta alla domanda cruciale: Esiste una teologia pratica
della famiglia che possa darci una mano oggi? Quali sono le caratteristiche
bibliche di una famiglia sana?

Caratteristiche di
una famiglia sana
Dicevamo prima che non c’è nessuna famiglia nella Bibbia
che non abbia vissuto problemi o lotte. Ho scelto come modello la famiglia di Naomi
e Rut perché in essa compaiono gli elementi chiave per una famiglia sana. Prima
di passare ad esaminarli, tuttavia, osserviamo che nella storia della famiglia
di Ruth ci sono tre ingredienti che compaiono uno dopo l’altro:

• La sofferenza: le circostanze che non
possiamo cambiare, quello che ci accade.
• L’amore: la reazione della famiglia a queste circostanze. E’ la parte
che tocca a noi: come agiamo di fronte a quello che ci succede.

• Il ristabilimento: la risposta e le
concessioni di Dio. Egli, nella sua misteriosa provvidenza, interviene in tutta
la storia familiare.

Questi tre elementi si ripetono
in milioni di famiglie. E’ per questo che la storia di Naomi e Ruth è un classico
il cui studio contiene un insegnamento perfetto per le famiglie di oggi.

Alla luce del libro di Rut, una famiglia
sana ha tre caratteristiche. Nel presente articolo prenderemo in considerazione
solo la prima e lasceremo gli altri due aspetti per i mesi a venire.

1.-
Sa superare i problemi: capacità di lotta.

2.- Sa esprimere l’amore nelle sue varie sfaccettature:
capacità di trasmettere amore.

3.- Sa avere fiducia in Dio come artefice della propria vita
familiare.

1.- Sa superare i
problemi: capacità di lotta
In una famiglia sana i suoi membri si sforzano di
superare i problemi e le avversità. A volte si tratta di conflitti interni
prodotti dagli attriti propri della convivenza. Non ci stancheremo mai di
sottolineare che la salute di un matrimonio non si misura dal molto o poco che
i coniugi litigano ma dal tempo che ci mettono a riconciliarsi. La nostra capacità
di affrontare le divergenze e risolverle in modo maturo è molto più importante di
una pace apparente frutto di una convivenza superficiale.

In altri casi, l’attacco viene
da fuori sotto forma di disgrazie: una malattia, un incidente, la
disoccupazione, difficoltà economiche, un figlio difficile sono eventi che
mettono alla prova l’unità della famiglia. Sia che i problemi siano interni sia
che provengano dall’esterno a mo’ di tragedia, la risposta sana consiste nell’affrontare
tali circostanze con serenità e cercare delle vie d’uscita con decisione. La famiglia
immatura, al contrario, crolla alla prima avvisaglia di pericolo quando sorgono
tali attriti o calamità, è incapace di cercare vie d’uscita e cade in uno dei
due errori più frequenti: i rimproveri reciproci, la ricerca di capri espiatori
– di colpevoli –
negli altri membri della famiglia, o un’autocommiserazione paralizzante: «Io
non mi merito questo; come mi ha trattato male la vita; non me ne va mai una
giusta».

Il libro di Rut illustra molto
bene questo principio. In un primo tempo, Rut 1, troviamo una famiglia
distrutta dal dolore. Al trauma dell’emigrazione in terra straniera a causa
della fame, si aggiunge la morte inaspettata dei tre uomini, il marito e i due
figli. Così, Naomi rimane sola, vedova, con le sue due nuore in una terra
straniera. Ricordiamo che una vedova in quella società si trovava in una
situazione di grave emarginazione, indifesa e vulnerabile dal punto di vista
sociale.

Questa tappa iniziale
fu tanto dura che arriva a esclamare: «Non mi chiamate Naomi, bensì Mara – che
significa “amara”- «poiché l’Onnipotente m’ha riempita d’amarezza. 21 Io
partii nell’abbondanza, e il SIGNORE mi riconduce spoglia di tutto» (Rut 1:20-21). «La mia condizione
è più amara della vostra…» (ND Rut 1:13). Non c’è da stupirsi che questa
donna pia si lamenti apertamente verso Dio. Esprimere i propri sentimenti fa
parte della fede, non la contraddice, ed è conforme a molti grandi servi di Dio
che in momenti di tribolazione aprirono il cuore verso colui «i cui occhi sono sui
giusti, e i cui orecchi sono attenti al loro grido» (Sal 34:15). In nessun
momento Dio riprende Naomi; al contrario, le era molto vicino e controllava e
guidava gli eventi per portarli a buon fine.

Dunque, la capacità di lotta
richiede un requisito: saper soffrire. Paolo comincia la sua formidabile
descrizione dell’amore in 1 Cor. 13  con queste precise
parole: «L’amore è paziente». Sarà un caso che abbia messo questa
caratteristica al primo posto? No, assolutamente. L’amore maturo ha come caratteristica
fondamentale il saper sopportare, la capacità di lottare e affrontare i
problemi che, in modo inevitabile, colpiranno la vita familiare. Abbiamo
bisogno, ciononostante, di sottolineare che l’«essere paziente» non è un invito
al masochismo. L’idea non è che il coniuge debba sopportare senza discutere e
all’infinito tutto quello che riceve; per esempio, maltrattamenti e violenza
ripetuta, questa sarebbe un’interpretazione distorta, più propria dello
stoicismo che della fede cristiana.

Per poter comprendere l’amore
come «paziente» abbiamo bisogno di ricorrere a un altro  concetto biblico essenziale e che occupa
anch’esso un posto centrale nella vita familiare: la perseveranza. In
senso biblico essere perseverante è molto lontano dal fatalismo e dalla
passività di fronte al dolore. La perseveranza è prima di tutto «grandezza d’animo»
(makrotimia). Questo è il senso che ha in Ebrei 12:1 quando siamo
esortati a correre con perseveranza la corsa della fede. L’esempio supremo di
perseveranza ce lo diede il Signor Gesù « uomo dei dolori e conoscitore della sofferenza».

Perchè falliscono tanti
matrimoni e si rompono tante famiglie ai nostri giorni? Perchè tanti figli litigano
con i genitori e i fratelli tra di loro? Non possiamo semplificare un argomento
così difficile e delicato. Come psichiatria professionista conosco la complessità
dei conflitti coniugali e familiari. Ho però la profonda convinzione che molti
di questi conflitti si risolverebbero, indipendentemente dalle loro cause, se i
coniugi – entrambi – fossero maggiormente disposti ad «essere pazienti» nel
senso di cercare attivamente vie d’uscita ai propri problemi. Per questo
bisogna essere perseveranti l’uno con l’altro, cosa che non abbonda nella
nostra società edonista che glorifica il benessere individuale – «ho il diritto
di essere felice» – e disprezza la lotta e il sacrificio nei rapporti
personali. Molti oggigiorno applicano alle loro relazioni il principio del «minimo
sforzo diviso in due». Questo modo di pensare e di vivere è agli antipodi dei
principi biblici. Noi credenti dobbiamo verificare fino a che punto stiamo privando
i nostri rapporti familiari di questo requisito primario dell’amore, l’«essere
paziente». Forse basterebbe aggiungere piccole dosi di amore paziente e
perseveranza per prevenire molte crisi in famiglia e nei matrimoni. Qui risiede
una delle chiavi per correre qualsiasi gara di fondo – e la vita familiare lo è
– con costanza. Si ottiene molto di più con qualche goccia di miele che con
barili di fiele. Di qui l’importanza del secondo requisito, saper esprimere
l’amore, che esamineremo nella seconda parte di questo articolo.

Traduzione di Laura Pia Vallese

Opere di Pablo Martinez tradotte e pubblicate in italiano

Abba Padre. Teologia e psicologia della preghiera (1998)
La spina nella carne. Come trovare forza e speranza nella sofferenza (2011)
Inseguendo l’arcobaleno. Oltre il dolore, il lutto e le separazioni (2014)

L’articolo Basi per una famiglia sana (I) proviene da DiRS GBU.

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Passi per l'approccio induttivo alla lettura della bibbia
Tempo di lettura: < 1 minuto

TV accese tutto il giorno, un episodio dopo l’altro su netflix, whatsapp instagram, e perfino il buon vecchio facebook… tutto nella speranza che questo virus passi presto.

Si, qualche lezione online e magari un paio di ore di studio al giorno. Ma, in che altro modo usare il tempo visto che restiamo a casa? Potrebbe essere l’occasione buona per fare quello che hai lasciato un po’ da parte per mancanza di tempo.

E fra hobby e workout casalinghi, potrebbe esserci anche il tempo di indagare, di investigare il bestseller di tutti i tempi.

La buona notizia è che ciò è possibile, e… adesso hai il tempo per farlo!

Se non hai una bibbia cartacea, scarica una delle tante applicazioni gratuite ai link qui sotto e inizia a leggerla.

Come per ogni altro libro vogliamo capire cosa dice, cosa significa e cosa cambia, ovvero le implicazioni.

Abbiamo preparato un mini-corso di quattro puntate per spiegarti come leggere la bibbia con un approccio induttivo. Spiegheremo i passi dell’approccio induttivo che usiamo nel GBU e troverai dei video di 4-5 minuti in cui mostriamo ogni singolo passo applicandolo al vangelo secondo Giovanni.

Fissa un momento specifico della giornata, metti un promemoria e per 15 minuti al giorno, leggi e usa il metodo induttivo su un capitolo del vangelo di Giovanni insieme a noi o ancora meglio insieme a un amico.

Indaghiamo insieme il libro dei libri per conoscere meglio Gesù, l’unico che dona speranza certa.

Tempo di lettura: 8 minuti

I
tempi che stiamo vivendo (in piena pandemia per il coronavirus), come era
facile immaginare, ma anche auspicabile, stanno spingendo gli uomini a dare
fondo a tutte le risorse per contrastare la pandemia. Gli stati elaborano
misure di profilassi sanitaria estrema (lockdown), con il correlato di misure
economiche; la comunità scientifica è impegnata in una corsa contro il tempo
per trovare la cura e un vaccino; i media tentano una copertura totale del
fenomeno, etc.
La dimensione religiosa dell’essere umano non poteva mancare ed è probabile,
così come nel passato che, tramite le grandi fedi mondiali, giocherà un ruolo
sempre più rilevante nello sviluppo di questo straordinario e drammatico
momento storico.
L’appello di Francesco (capo – non tanto indiscusso – della Chiesa di Roma) ai
cristiani di qualsiasi confessione, e orientmento a rivolgere al cielo tutti
insieme una preghiera, la preghiera (il Padre Nostro), è solo uno dei tasselli di
una vicenda che è destinata a ingrossarsi.
A questa iniziativa dall’afflato inclusivo fanno da contraltare, c’era da aspettarselo,
le pratiche esclusivistiche di tutti. Lo stesso Papa ne ha dato prova con l’indizione
dell’indulgenza plenaria. Dall’altro lato altre confessioni e denominazioni (e
qui mi avvicino al focus di queste note), non sono state da meno e hanno messo
in campo iniziative speculari sia inclusiviste (appelli alla preghiera e all’unità)
sia esclusiviste.

Non poteva mancare, in questo quadro, anche la polemica religiosa e
identitaria, soprattutto da parte evangelica, contro “l’idolatria” della Chiesa
di Roma. Non ho ancora notizia di qualche prelato o intellettuale cattolico che
punti il dito per questo “giudizio divino” contro i soliti mali della modernità,
alla base dei quali ci sarebbe la Riforma protestante (ricordate il famoso
discorso di Ratisbona di Benddetto XVI?).
Veniamo dunque al nostro tema: che cos’è l’approccio “identitario” al
cattolicesimo
(AIC)?
Si tratta di una prospettiva interna all’evangelismo italiano che si tenta di
esportare a livello globale, come è testimoniato dalle polemiche e dalle
schermaglie che suscita in organismi evangelici internazionali.

1. Qual è il focus di questo approccio?
Per spiegarlo, è utile una piccola digressione. Quando un bibliotecario deve
identificare il soggetto di un libro parla, usando un termine inglese, di aboutness
(ciò di cui il libro veramente parla). L’identificazione di un soggetto infatti
è un’operazione complessa che deve tener conto di diverse variabili tra le
quali spicca l’ambiguità del titolo: spesso infatti non corrisponde al soggetto
che il libro svilupperà ma risponde a esigenze di mercato o di indicizzazione.

Quando
gli evangelici dicono di volersi occupare di cattolicesimo, si stanno veramente
occupando di cattolicesimo? Ne fanno veramente un oggetto di studio che richiede
l’adozione di tecniche di interpretazione identificabili e tendenti
all’oggettività? Ogni studio “scientificamente” accurato ha poi il suo risvolto
pratico e appplicativo. A questa logica non sfugge neanche lo studio del
cattolicesimo. Perché si studia il cattolicesimo? Le risposte potrebbero essere
tante.
Chi scrive ritiene, per esempio, che l’unica ragione che dovrebbe spingere un
evangelico a fare del cattolicesimo un oggetto di studio sia il vangelo, inteso
nel più radicale dei significati (la buona notizia di Dio che è venuto sulla
terra per compiere un’opera di salvezza nei confronti di donne e uomini di
tutti i tempi). Ma questa ragione, le esigenze del vangelo, da sola, sarebbe
sufficiente a fare un oggetto di studio anche dell’evangelismo, e del
protestantesimo!
L’AIC afferma di occuparsi di cattolicesimo (e nauralmente questo è in parte vero
– c’è sempre una relazione tra il titolo di un libro e il suo contenuto) ma di
fatto, anzi de jure, il suo focus è “l’approccio evangelico al
cattolicesimo” (AIC). Questo è il “soggetto” di AIC (l’aboutness). Il
succo è: studiamo il cattolicesimo per comprendere il modo in cui interagiamo
con esso. Se c’è qualcosa che non va in questo approccio, allora lavoriamo su
noi stessi. Da qui il presupposto “identitario” di questo approccio: approccio identitario
al cattolicesimo (AIC). Uno dei grandi presupposti è che lo scopo, neanche
tanto velato, del cattolicesimo sarebbe quello di portare tutti gli evangelici
sotto Roma!

Chris Castaldo, pastore americano legato alla Gospel Coalition, lascia
trapelare questa curvatura dell’approccio al cattolicesimo quando afferma, in
un libro del 2015 dal titolo Talking with Catholics about the Gospel. A
Guide for Evangelicals
: “non
è abbastanza comprendere semplicemente che cosa sono i cattolici. Dobbiamo
anche fermarci un attimo e considerare l’approccio (attitude) e la
postura con i quali ci relazioniamo a essi” (p. 41).

Castaldo
esplicita questo passaggio rendendosi subito conto che non esiste UN approccio
evangelico al cattolicesimo ma ne esistono molteplici, tanto da riportare una
tassonomia di ben sette. Nel proseguire la sua indagine Castaldo adotta un
metodo descrittivo di questi approcci per poi fare la sua proposta, che è una
proposta classica: quali sono i punti di convergenza e quelli di differenza tra
evangelici e cattolici?

L’approccio identitario al cattolicesimo (AIC), dal momento che “de jure
è interessato, sotto il titolo di “studio del cattolicesimo”, alle nostre
reazioni al cattolicesimo non si limita alla descrizione di queste reazioni ma diviene
prescrittivo. Nel senso che tenta di correggere quelli che ritiene approcci
sbagliati e per tale motivo legge e studia il cattolicesimo per motivare la
prescrizione.

2. La semplificazione identitaria
L’approccio “identitario” al cattolicesimo (AIC) impegna dunque le maggiori risorse nell’analisi e nella valutazione degli atteggiamenti e delle posture evangeliche verso il cattolicesimo. Da qui deriva che la rappresentazione del cattolicesimo ricorrere al metodo della semplificazione di una realtà complessa. Questa semplificazione può avvenire in diversi modi. Alcuni sono raffinati: per esempio il cattolicesimo, che ha dimensioni storiche, sociali, teologiche, istituzionali, di spiritualità, viene ritenuto un sistema coerente, espressione a sua volta di uno o due pochi principi di fondo. In qualsiasi sistema (limitiamoci qui solo al versante teologico) possono esserci elementi portanti. È indubbiamente un asse portante del pensiero “ufficiale” del cattolicesimo quello già ben focalizzato da Vittorio Subilia, vale a dire che nel credo della Chiesa di Roma la “chiesa” non sia altro che la prosecuzione dell’incarnazione di Gesù. Ma quanto un tale asse riesca ad aggregare del pensiero e della prassi del cattolicesimo è da dimostrare. Così come è da dimostrare un altro principio che secondo i teorici dell’AIC ricapitola in sé tutta la complessità del cattolicesimo: mi riferisco a un punto del pensiero di  Tommaso d’Aquino relativo alla relazione tra natura e grazia (la grazia perfeziona la natura, detto così in soldoni). Questo principio, per esempio, secondo AIC condizionerebbe la soteriologia cattolica.

Nel caso
di quest’ultimo principio ci troviamo di fronte a un’altra strategia di
semplificazione tipica di AIC, vale a dire la riduzione di elementi della
storia del pensiero a elementi sub specie aeternitatis, cioè non più
elementi che devono essere compresi nel loro contesto storico ed eventualmente
nella loro evoluzione sempre storica (ce lo insegna l’ermeneutica) ma come
chiavi interpretative globali dalla tonalità molto spesso negativa (oltre a natura/grazia,
possiamo pensare a termini quali “umanesimo”, sinergismo, pelagianesimo, etc.).

Ci
sono poi le strategie più terra terra che AIC in qualche modo sdogana,
propaganda e anche legittima, vale a dire l’armamentario tipico della
controversia del XVI secolo. Ray Galea, nel suo libretto A mani vuote.
Cattolici ed evangelici di fronte al messaggio della salvezza
(GBU, 2010),
sulla base della sua esperienza da ex sacerdote cattolico mette per esempio in
guardia sulla famosa retorica secondo la quale il cattolicesimo predicherebbe
una salvezza per SOLE opere: “A volte protestanti poco formati accusano il Cattolicesimo di
insegnare la «salvezza per opere» in opposizione alla concezione pro­testante
di «salvezza per fede». Quest’accusa non è esatta. Il Cattolicesi­mo insegna la
salvezza per fede più le opere…” (p. 61).

Il
risvolto complementare dell’impegno di AIC è che gli approcci evangelici al
cattalicesimo possano essere corretti se il cattolicesimo (ridotto a sistema) fosse
affrontato dagli evagelici sistemicamen. L’idea di uno studio sistemico (“sistemico”
è diverso da “sistematico”) di una realtà religiosa complessa o di una realtà
complessa dalle fattezze religiose ha un suo preciso pedigree storico che
affonda le sue radici nel neocalvinismo olandese della fine dell’800.
L’AIC, in buona sostanza, quando parla di cattolicesimo, si rivolge a noi e ci
chiede di adottare un sistema da cpontrapporre a un altro sistema. Detto in
parole povere: bisoga essere più protestanti di quelo che siamo. Questa è la
semplificazione identitaria: a identità si contrappone identità.

3. L’AIC è funzionale al relativismo
Qualche anno fa fece scalpore la visita di Papa Francesco alla comunità pentecostale del suo amico, il pastore Giovanni Traettino. In quella circostanza Francesco fece un discorso di tipo ecumenico, come sempre accade in questi casi, e non c’è da stupirsi. La particolarità fu che prese in prestito alcuni concetti e soprattutto l’immagine del prisma del teologo luterano Oscar Culmann. In sintesi: il discorso ecumenico non deve appoggiarsi su Giovanni 17 (la preghiera di Gesù per l’unità dei cristiani) ma su 1 Corinzi 12 (il discorso di Paolo sull’unico corpo di Cristo) che ha tante membra diverse. Le tradizioni teologiche (e qui semplifichiamo), incluso cattolici e protestanti, sono carismi dello Spirito, rifrazioni misericordiose dell’unico raggio della rivelazione che si rifange in tanti colori diversi. La chiamata di tutti i cristiani è quella di coltivare ognuno la peculiarità e l’identità del carisma ricevuto. Se sei un protesante (questo lo aggiungo io) non è necessario pensare ce tu divenga cattolico (e viceversa): sii più protestante!
Questo suggestivo sforzo ecumenico sembra implicare dunque la coltivazione delle proprie identità, se considerate alla luce del diversità dei doni e delle membra.

Tutti
sanno, però, anche, che questa è la porta d’ingresso e la strada maestra del
relativismo, nonché una straordinaria risposta ecumenica, di base, da rivolgere
alla testimonianza del vangelo che possiamo renderci reciprocamente
(protestanti e cattolici). Perché prendere in carico la peculiarità delle
visioni evangeliche su Maria, così come affondano nel testo biblico, quando in
realtà questa peculiarità è il portato precipuo del dono e del fascio di luce
che le tradizioni protestanti hanno ricevuto?
La risposta alla poemica anti–cattolica, all’AIC, potrebbe essere un clamoroso
gesto di affetto da parte di un interlocutore cattolico! Che bello, sii più
protestante!

L’AIC
diviene in tal modo un ostacolo alla testimonianza da rendere al vangelo.

4. L’AIC ritiene insufficiente lo spazio indipendente del vangelo

È
noto che nella controversia tra cattolici ed evangelici spesso si è fatto
ricorso a modelli intepretativi che giustificassero una situazione che il Nuovo
Testamento non lascia presagire (questo è un altro schema di lavoro). Il modello
forse più famoso è di assimilare la tradizione cattolica al farisaismo e quelle
protestanti alla predicazione di Paolo. Dopo ondate di rinnovamento degli studi
biblici, l’affinamento di strumenti interpretativi, il campo si è un po’
confuso.
Nella lettura reciproca che ci facciamo (noi leggiamo e studiamo il
cattolicesimo, ma avviene anche il contrario!) appare necessario allora cercare
un punto indipendente, che non significa “neutrale”. Questo sarebbe un modo,
nel nostro interagire con amici e fratelli cattolici di rinunciare alla nostra
tradizione per favorire la strada al vangelo.

Ci proviamo: nel capitolo 4 del Vangelo di Giovanni troviamo
il famoso dialogo di Gesù con la donna samaritana, nei pressi di un pozzo. La
donna, aldilà della sua condizione personale, esprime una preoccupazione che
affonda le sue radici nella coscienza identitaria di quei tempi: dove bisogna
adorare? Là dove punta la tradizione samaritana (su questo monte – dice la
donna) o al contrario dove punta la tradizione dei Giudei (a Gerusalemme?).
Conosciamo la risposta di Gesù che chiede a tutti i partiti in campo di non fare
più riferimento a se stessi ma a qualcos’altro (Gesù le disse: «Donna, credimi; l’ora viene che né su questo monte né a
Gerusalemme adorerete il Padre. … Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri
adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali
adoratori. Dio è Spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in
spirito e verità»
– Giovanni
4:21sg.).

Nello studio del cattolicesimo non dobbiamo studiare i nostri approcci al cattolicesimo ma i nostri approcci al vangelo!
E in questa zona indipendente, che è il vangelo, dobbiamo uscire dalle nostre tradizioni.

Siamo
partiti in questa lunga disamina dell’approccio identitario al cattolicesimo (AIC)
dalle condizioni che stiamo vivendo, dalla pandemia che sta imperversando fuori
dalle nostre case (e non troppo) e abbiamo evidenziato l’impegno sempre più
marcato delle religioni che tentano di dare all’uomo speranza e risposte.
Abbiamo evidenziato sia i contributi inclusivi sia quelli esclusivistici e
polemici, e da qui siamo partiti per l’analisi dell’AIC. Nel leggere alcuni di
questi contributi dell’AIC mi sono ricordato di un vecchio libro evangelico sul
cattlicesimo: La chiesa romana allo specchio (1971), scritto da un
autore francese, Jacques Blocher. L’autore racconta nella Prefazione di
aver scritto questo libro che analizza le dottrine della Chiesa di Roma all’indomani
di un’esperienza molto forte, simile a quella che stiamo vivendo noi oggi – i
campi di concentramento nazisti – un’esperienza vissuta insieme a sacerdoti
cattolici. Per la conclusione lascio volentieri a lui la parola.

“Quest’opera sulla Chiesa Romana [il libro], è stata scritta con un grande zelo
per la verità e senz’alcuna cattiveria. L’autore, durante l’ultima guerra
mondiale, trovandosi in campo di concentramento, ha avuto occasione d’aver per
camerati dei sacerdoti cattolici, molti dei quali gli son restati intimi amici.
Essi hanno scoperto assieme che il loro culto spirituale era diretto e
rivolto allo stesso Dio e al medesimo Salvatore, Gesù Cristo, nato dalla
Vergine Maria. Nelle loro conversazioni, hanno compreso quello che li univa ed
anche ciò che li separava. È questa esperienza di comunione fraterna che ha
spinto l’autore
a fare un esame sistematico delle dottrine e delle
pratiche cattoliche dalla luce della Rivelazione Biblica e della Storia
.
Questo chiaro esame è esposto in modo molto sereno e lautore spera di non
ferire alcuno, anzi è particolarmente lieto di vedere finalmente quest’opera
tradotta in italiano, poiché egli ama grandemente l’Italia ed i cuoi cittadini”
(Jacques Blocher).

(Giacomo Carlo Di Gaetano)

L’articolo Perché l’approccio “identitario” al cattolicesimo (AIC) nuoce al vangelo? proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/perche-lapproccio-identitario-al-cattolicesimo-aic-nuoce-al-vangelo/

Lutero e l'epidemia
Tempo di lettura: 3 minuti

Lutero e l'epidemia: La fede ai tempi del coronavirus

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C.S. Lewis nelle sue conferenze sulla sofferenza (The problem of pain – 1940; tr. it. Il problema della sofferenza – 1988) affermò che la sofferenza potrebbe essere considerata come una sorta di megafono con cui Dio cerca di parlare e a un mondo sordo ai suoi richiami.

Il regista Richard Attenborough, trasponendo cinematograficamente in Shadowlands (Viaggio in Inghilterra, 1983) un altro scritto dell’apologeta inglese Diario di un dolore (tr. it. 1990) in cui questi raccoglieva il suo calvario interiore per la morte della moglie Joy, metteva giustamente in contrapposizione la fulgida certezza della metafora riportata sopra con lo sconforto provato dallo scrittore dopo che quel megafono gli aveva strillato nelle orecchie, privandolo della moglie.

In quella vicenda la sofferenza era espressione di quello che i filosofi chiamano male naturale, il male come si manifesta nelle pieghe di una natura matrigna. È difficile (anche se non impossibile), in quei casi, pensare a un Dio che ti voglia parlare usando quel tipo di megafono.

La stessa condizione vivono sicuramente tutti coloro che nella pandemia che stiamo soffrendo stanno sperimentando il lutto e le separazioni (al 28 marzo, almeno in Italia, i morti sono ben 9134)!

Tuttavia la pandemia presenta un altro aspetto, non meno inquietante, del male naturale: esso è rappresentato dai miliardi di persone che, per evitare il contagio, sono costrette a vivere il distanziamento sociale; in pratica a recludersi e a immaginare il male che vaga nei dintorni della propria casa, cercando di intrufolarvisi ogni volta che si tocca una maniglia …

È pensando a questa massa enorme di donne e di uomini che è stato assemblato il libro che presentiamo dal titolo Lutero e la pandemia. La pandemia scopre la nostra fragilità di uomini minacciati da un elemento naturale che non si presenta, almeno non direttamente, con i contorni della tragedia diretta, improvvisa o deturpante come può essere un terremoto o un cancro. La scoperta della nostra fragilità avviene nel lento scorrere del tempo in quarantena, mentre i mezzi di comunicazione ci mettono al corrente dei numeri e delle notizie che rendono conto dell’ampliarsi del contagio e del restringersi dei nostri spazi vitali. In queste circostanze è possibile pensare alla sofferenza, a questo tipo di sofferenza, come a un messaggio che rintrona nelle nostre orecchie come se fosse trasmesso da un megafono, o da un altoparlante.

Dio sta parlando? Per i credenti è facile intravedere i tratti di questo discorso; lo è un po’ meno per chi credente non è. Il nostro testo vuole provare a raccogliere in uno le certezze del credente e i dubbi del non credente, rintracciando tutti i registri con i quali è possibile mettersi all’ascolto del megafono di Dio.

Queto instant book esce nel mentre l’OMS calcola che al mondo siano più di 300.000 i contagi mentre i morti arrivano a 15.000. Alcuni elementi caratterizzano il testo. Il primo è rappresentato dalla composizione: è evidente che il lbro è composto da due parti. Nella prima il fulcro è rappresentato dalla traduzione della lettera di Lutero sul comportamento dei cristiani nell’epidemia che imperversava nella seconda metà degli anni ’20 in Germania e che aveva coinvolto anche Wittenberg (Se sia lecito fuggire da una pestilenza mortale). Il testo di Lutero è preceduto da un’introduzione che ricostruisce il contesto storico e da un commento al testo medesimo da parte di uno studente di teologia ciinese della zona di Wuhan.
Nella seconda parte, segnata dal sottotitolo “la fede ai tempi del coronavirus”, sono raccolti i contributi in parte pubblicati sul nostro blog del DiRS–GBU.

Il secondo elemento che caratterizza questo libro è il fattore temporale: tutti i contributi, soprattutto quelli della seconda parte, riportano la data in cui sono stati pubblicati. Scorrendoli si ottiene una sorta di time lapse dell’esperienza della pandemia che, mentre pubblichiamo, è ben lungi dal permetterci di vedere all’orizzonte la luce in fondo al tunnel.

Nel darlo alle stampe nutriamo la fiducia che, pur nell’alternanza di certezze e interrogativi, il testo possa contribuire a farci cogliere il messaggio che Qualcuno vuole forse comunicarci.

(Giacomo Carlo Di Gaetano)

L’articolo Dio sussurra nei nostri piaceri, parla nelle nostre coscienze ma grida nelle nostre sofferenze proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/dio-sussurra-nei-nostri-piaceri-parla-nelle-nostre-coscienze-ma-grida-nelle-nostre-sofferenze/

Tempo di lettura: 4 minuti

(Pablo Martinez)

In cerca di un rifugio sicuro durante
l’epidemia

Viviamo giorni di ansia e incertezza. Il mondo intero ha
paura. All’improvviso abbiamo preso coscienza della fragilità della
vita. Che cosa succederà domani? La fortezza nella quale l’uomo contemporaneo si credeva sicuro
è diventata debolezza, ci sono delle crepe nei pilastri e noi ci sentiamo
vulnerabili. La gente va in cerca di un messaggio di serenità e
tranquillità.

Una situazione di crisi come quella che stiamo vivendo scuote
la nostra filosofia di vita e indebolisce la nostra autosufficienza. Ci obbliga
a cercare rifugio in valori sicuri. In ambito finanziario si ricorre all’oro,
quando la borsa crolla. Qual è l’equivalente dell’”oro”, nella nostra vita? Dove
possiamo riporre la nostra fiducia?
Questa è la domanda chiave.

Come cristiani crediamo che il valore rifugio per eccellenza,
“l’oro” a cui ricorrere, è la fede, la fede in Cristo. L’apostolo Pietro
scriveva «la vostra fede è ben più preziosa dell’oro» (1 Pietro 1:7). E noi lo
crediamo perché la fede cristiana risponde ai bisogni più profondi dell’essere
umano, ci dà tre grandi colonne che ci sostengono:

  •    Bisogno di un’identità: Chi sono? Da
    dove vengo?

    •    Bisogno di uno scopo: Che cos’è la
      vita? Perché sono qui?
    •    Bisogno di una speranza: Cosa c’è
      dopo la morte?

La Bibbia, la “lettera aperta” di Dio agli uomini, ci insegna
il cammino che porta alla fiducia nei momenti di crisi. Uno dei testi più
incoraggianti in questo senso è il Salmo 91, chiamato anche “L’inno
trionfale della fiducia”
. Ha dato respiro e pace a milioni di persone
durante il fuoco della prova.

Probabilmente fu scritto nel bel mezzo di un’epidemia di
peste
. Potrebbero essere state circostanze simili a quelle che stiamo
vivendo oggi. Quindi, il suo messaggio è particolarmente rilevante per la
nostra situazione attuale di epidemia.

Il suo messaggio di riassume in una frase: la fiducia
trionfa sulla paura
. Il salmista ci presenta il “percorso” dall’ansia-paura
verso la fiducia in tre passi. In realtà sono gli stessi passi che troviamo in
una relazione d’amore:

  •    Conosci Dio
    •    Ama Dio       
    •    Confida in Dio

Conoscendoci ci incontriamo, e incontrandoci ci amiamo.
Succede così con la fede. La fede cristiana è una relazione d’amore che inizia
con un incontro personale con Gesù, «l’immagine (il ritratto) del Dio
invisibile» (Colossesi 1:15), e si regge sula fiducia. Vediamo questi passi:

  1. Conosci Dio

Dio è il grande sconosciuto. Molte persone rifiutano Dio
senza sapere nulla di Lui; in realtà ciò che rifiutano è la loro idea di Dio,
un Dio frutto della loro immaginazione. Conoscere come sia Dio realmente è
un passo imprescindibile nel percorso verso la fiducia.
Per questo il salmo
inizia con una illuminante descrizione del carattere di Dio:

«Chi abita al riparo dell’Altissimo riposa all’ombra
dell’Onnipotente.

Io dico al Signore: “Tu sei il mio rifugio e la mia fortezza,
il mio Dio, in cui confido!”»

(Salmo 91:1-2)

Nei due versetti iniziali si menzionano perfino quattro nomi
diversi per spiegare chi è e come è Dio. Uno straordinario ingresso nella
fiducia! Per il salmista, Dio è l’Altissimo, l’Onnipotente, il Signore (Yahweh)
e il Dio Sublime.

La conoscenza di Dio è il fondamento della nostra fiducia.
Potremmo parafrasare il proverbio e affermare “dimmi com’è il tuo Dio e ti
dirò com’è la tua fiducia”
. Nel conoscerlo, il salmista sperimenta che Dio
è il suo Riparo, la sua Ombra, il suo Rifugio e la sua Fortezza.

2. Ama Dio

In secondo luogo, conoscendo, amiamo e si stabilisce una
relazione personale. Notiamo come il salmista si riferisca a Dio come il MIO
Dio, la mia speranza e il mio rifugio. L’aggettivo “mio” ci apre
una prospettiva particolare  e cambia
molte cose: il Dio del salmista è un Dio personale, vicino, che interviene
nella sua vita e si preoccupa
dei suoi timori e delle sue necessità.

Qui troviamo uno dei tratti più caratteristici della fede
cristiana
: Dio non è soltanto l’Onnipotente, il creatore dell’Universo, ma
anche un padre intimo, l’Abba (“papà”) che mi ama e mi protegge. Questo è il
nostro grande privilegio: Dio ci tratta come un padre tratta i suoi figli
perché in Cristo siamo fatti figli adottivi di Dio. Per il cristiano, Dio
non è un “lui” lontano, ma un “tu” vicino.
Per questo il salmista afferma
con una bellissima metafora:

«Egli ti coprirà con le sue penne e sotto le sue ali
troverai rifugio». (Salmo 91:4
)

3. Confida in Dio

Dopo aver scoperto com’è Dio e aver posto in Lui il suo amore
(Salmo 91:14), il salmista esclama: «Il mio Dio, in cui confido» (Salmo 91:2).
L’amore e la fiducia svolgono un’azione reciproca: la fiducia è una risposta
all’amore e l’amore, a sua volta, si esprime avendo fiducia.

Il cristiano confida nella protezione di Dio espressa in tre
maniere, la tripla “C” della protezione di Dio:

  • Dio conosce
    • Dio controlla
    • Dio ha cura (di
      me)

Il caso non è la forza che muove il mondo. La nostra vita
non è alla mercé di un virus, ma è nelle mani del Dio onnipotente.
Crediamo
che nulla accada fuori dal controllo di Dio. Per questo il salmista
esclama sicuro:

«Certo egli ti libererà dal laccio del cacciatore e dalla
peste micidiale… La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. Tu non temerai… né la
peste che vaga nelle tenebre, né lo sterminio che imperversa in pieno
mezzogiorno… Nessun male potrà colpirti, né piaga alcuna s’accosterà alla tua
tenda.» (Salmo 91:3-6, 10)

Lo stesso Gesù confermò questa realtà con parole piene di
sensibilità:

«Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne
cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino
i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più
di molti passeri.» (Matteo 10:29-31, vedi anche Luca 12:6-7)
.

Come magnifico riassunto, è Dio stesso che parla alla fine
del salmo e si prende l’impegno di compiere le sue promesse:

«Poich’egli ha posto in me il suo affetto, io lo salverò; lo
proteggerò, perché conosce il mio nome. Egli m’invocherà, e io gli risponderò;
sarò con lui nei momenti difficili; lo libererò, e lo glorificherò.» (Salmo
91:14-15)

In conclusione, la fede in Cristo non è un vaccino contro
tutti i mali, bensì una garanzia di totale sicurezza
, la sicurezza che «se
Dio è per noi, chi sarà contro di noi?»
(Rom. 8:31). In altre parole, la
fede non garantisce l’assenza della prova, ma garantisce la vittoria sopra la
prova.

Non c’è posto per i trionfalismi, ma certamente c’è un
trionfo.
È il
trionfo che la risurrezione di Cristo ci ha assicurato con la sua vittoria
sopra il male e la morte. È lo stesso Cristo che ci dice oggi:

«Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine
dell’età presente»
. (Matteo 28:20)

Lì è radicata la certezza della nostra fede e la fiducia che vince tutti i timori.

L’articolo Dalla paura alla fiducia proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/dalla-paura-alla-fiducia/

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(John Wyatt)

Nel mondo antico le epidemie erano una fonte di terrore. Si sarebbero abbattute sulle città dell’Impero romano portando devastazione. Quella che viene chiamata l’epidemia di Cipriano fu una pandemia che afflisse l’Impero romano all’incirca dal 249 al 262 d.C. In questo periodo, al culmine della sua esplosione, si disse che nella stessa città di Roma morivano 5000 persone al giorno.

Ponzio di Cartagine scrisse una descrizione di prima mano: «In seguito, scoppiò una terribile piaga (peste), e l’eccessiva distruzione di destabile malattia invase ogni casa, una dopo l’altra, della popolazione tremolante, portando via giorno dopo giorno, con rapidità improvvisa innumerevoli persone, ciascuna dalla propria casa. Tutti tremavano, scappavano, cercavano di scansare il contagio, mettendosi empiamente a contatto con i proprio amici, esponendoli a rischio, come se, con l’esclusione della persona che sicuramente sarebbe morta di peste, uno potesse respingere anche la morte stessa. Intanto, ricoprivano tutta la città, non più di corpi, ma di carcasse di tanti e, la contemplazione di una sorte che a turno sarebbe stata la loro, esigeva che gli stessi passanti avessero compassione per se stessi. Nessuno considerava altro che il proprio crudele egoismo. Nessuno tremava al ricordo di un evento simile. Nessuno faceva all’altro quello che egli stesso avrebbe voluto sperimentare… »

Sorprendentemente, non ci sono giunti dei resoconti di prima mano relativi ai sintomi clinici e ai segni esteriori della piaga da parte dei medici ippocratici del tempo. Sebbene fossero rendicontate le descrizioni cliniche di molte altre malattie è stato notato che le descizioni mediche coeve della piaga sembrano vaghe e semplicistiche.

Perché? Sicuramente una ragione sta nel fatto che alle prime avvisaglie della piaga i medici ippocratici avrebbero disertato le città e sarebbero fuggiti nelle campagne per mettersi in salvo! Quando l’epidemia mise in pericolo Roma, il grande medico Galeno si spostò rapidamente in una tenuta di campagna dell’Asia Minore dove vi rimase fino a che non passò il pericolo.

Nell’opera
ippocratica De arte lo scopo del medico era definito come «l’eliminazione
della sofferenza del malato, ridurre la virulenza delle malattie e rifiutare
coloro che sono già dominati dai loro malanni con il rendersi conto che in tali
casi la medicina è impotente». Curare chi stava morendo equivaleva probabilmente a
gettare discredito sulla reputazione della professione e mettere a rischio la
fiducia nella capacità di guarire del medico.

È dunque notevole il fatto che fu un vescovo cristiano, Ciprano, che ci ha
fornito la più accurata e dettagliata descrizione clinica dell’antica piaga: «Queste
erano indicate come prova: mentre la forza del corpo si dissolve, le viscere si
dissipano in un flusso; un fuoco che inizia nelle parti più profonde sale e
brucia le ferite nella gola; gli intestini si scuotono a causa di un perpetuo
vomitare; gli occhi bruciano per la pressione del sangue; ad alcuni, l’infezione
della putrefazione mortale mozza i piedi o altre estremità; e mentre prevale la
debolezza per i fallimenti e le perdite dei corpi, si paralizza il passo si
perde l’udito si resta ciechi».

La descrizione di Cipriano ci fa pensare che la piaga del terzo secolo di cui egli fu testimone possa essere stata un’infezione virale emorragica, altamente infettiva e letale, simile al virus di ebola, sebbene continui il dibattito sulla natura di queste antiche epidemie.

Ciò che è chiaro è che c’erano scene di orrore – le strade piene di corpi
sanguinanti dei moribondi e c’era il disperato tentativo della popolazione di
salvarsi quali che fossero le conseguenze per gli altri. Qui c’è un’altra
testimonianza di Dionigi di Alessandria: «Alla prima manifestazione della
malattia i pagani allontanavano i malati e fuggivano dai loro cari gettandoli
nelle strade prima che fossero morti e lasciavano i loro corpi non sepolti come
si trattasse di immondizia, sperando così di evitare la diffusione e il contagio
della malattia fatale; facevano quel che potevano ma era difficile per loro
sfuggire …».

Eppure in molte di quelle città dell’Impero romano c’era un piccolo corpo di
credenti, spesso osteggiati e stigmatizzati come “atei” (per il fatto che nelle
loro case e nei loro luoghi di radunamento non c’erano state e idoli) oppure
definiti “galilei”. Come reagivano in questo tempo di distretta e orrore?
Scappavano anch’essi in campagna per salvare le proprie vite?

Il racconto di Dionigi prosegue: «La maggior parte dei nostri fratelli, dunque, senza avere alcun riguardo per se stessi, per un eccesso di carità e d’amore fraterno, accostandosi gli uni agli altri, visitavano senza preoccupazione gli ammalati, li servivano meravigliosamente, li soccorrevano in Cristo e morivano assai gioiosamente con loro;
contagiati dal male degli altri, attiravano su di sé la malattia del prossimo e
ne assumevano volentieri le sofferenze. Molti poi, dopo aver curato e ridato
forza agli altri, morirono essi stessi [ . . . ]».

Seguendo l’esempio di Cristo i cristiani credenti offrivano cure compassionevoli
ai loro vicini pagani – accogliendoli nelle loro case, lavando le ferite,
pulendo il sangue e gli effetti delle perdite, offrendo acqua, cibo e
medicinali di base, «li soccorrevano in Cristo», anche se sapevano che
esponevano se stessi a un rischio estremo.

Il mondo antico non aveva mai visto qualcosa del genere. Rodney Stark, uno
storico della società ha intrapreso un’analisi dettagliata gingendo alla
conclusione che le azioni dei cristiani al tempo dell’epidemia fu uno dei
fattori più importanti nella crescita esplosiva della chiesa cristiana in
questo periodo.

Quando ho letto questi racconti mi sono sentito indegno di portare lo stesso titolo di un servo cristiano. Quanto poco ho sperimentato il costo della cura simile a quela di Cristo se i paragono alle mie sorelle e ai miei fratelli del terzo secolo.
Ma nei secoli successivi i servi cristani si sono comportati allo stesso modo dalla storia tragica della piaga dell’epidemia di Cipirano del 250 fino all’epidemia di ebola del 2014 e fino ad oggi. Molti degli infermieri e dei dottori della Sierra Leone che hanno sacrificato le loro vite per curare le vittime di ebola erano cristiani credenti. Sapevano che l’equipaggiamento protettivo era scadente e che nonostante tutte le loro precauzioni, non avrebbero potuto difendersi. Eppure essi si sono presi cura, come le loro antiche sorelle e i loro fratelli che ministrarono ai malati nel nome di Cristo.

Non ho dubbi che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi verranno fuori le
storie di sacrificio eroico. Va detto che nel mondo moderno non sono solo i
cristiani credenti che si sacrifiano nella cura degli sconosciuti. Dobbiamo
celebrabre l’impegno nella cura di tutti a prescindere dal loro credo o
motivazione. E naturalmente, come professionisti dobbiamo essere sapienti nel
prendere le precauzioni, sì da poter continuare a curare il più possibile,
piuttosto che infettarci anche noi. Ma non dobbiamo dimenticare la nobile
storia del cristianesimo in tempi di epidemia, ricordando le parole di Gesù,
come fecero i primi cristiani: « In verità vi dico che in quanto lo avete fatto
a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me» (Matteo 25:40).

John Wyatt è Professore emerito di Neonatal Paediatrics alla UCL e Senior Researcher presso il Faraday Institute for Science and Religion, dell’Università di Cambridge

In italiano si può leggere, dello stesso autore, Questioni di vita e di morte. Dilemmi moderni alla luce della fede cristiana, Edizioni GBU, 2018.

L’articolo è stato ripreso dal blog di CMF (Chrisrian Medical Fellowship) ed è stato tradotto con permesso. (https://cmfblog.org.uk)

L’articolo Il cristianesimo in tempi di epidemie proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/il-cristianesimo-in-tempi-di-epidemie/

Tempo di lettura: 2 minuti

9 marzo 2020: la vita degli italiani cambia con l’ultimo decreto ministeriale che ci impone di restare a casa per via dell’emergenza sanitaria Coronavirus.

Come staff GBU, ci siamo incontrati online per pregare insieme e discutere sul da farsi. A livello locale, gli studenti dei gruppi GBU ci hanno fornito un bellissimo esempio di come trovare metodi alternativi di proseguire la testimonianza nell’università. E come staff a livello nazionale, che cosa può fare il GBU?

Ci siamo attivati con diverse idee su più fronti, ma la risposta primaria è stata: pregare.

Sicuramente, in un momento senza precedenti come questo, la prima sensazione è quella di impotenza e, per molti, di ansia. Per chi crede in Dio, il primo istinto è proprio quello di rivolgersi a lui: il senso di dipendenza da Dio si riveste di nuovo significato.

Oltre a pregare individualmente, come chiese, come staff GBU, come gruppi locali… perché non pregare con tutti gli studenti a livello nazionale? E così sono partiti i lavori per organizzare il Raduno Nazionale di Preghiera, per la prima volta nella storia del GBU, il 19 marzo alle 18:00.

Come per tutte le cose nuove, un po’ di dubbi c’erano: funzionerà? Gli studenti parteciperanno? A livello tecnico sarà fattibile?

Penso di parlare a nome di tutto il GBU nel dire che l’evento ha superato alla grande le nostre aspettative.
Già quindici minuti prima dell’appuntamento c’erano diversi studenti che si stavano collegando; per ogni persona che si aggiungeva, l’emozione aumentava. A un certo punto dell’incontro siamo arrivati addirittura a 90 partecipanti.

Dopo un breve messaggio di sprone alla preghiera da parte di Domenico (staff GBU Sicilia), da Matteo 7:7-11, abbiamo avuto un momento di condivisione da parte di tutti i gruppi. Poter sentire le voci e vedere i volti di ognuno, piuttosto che soltanto leggere una loro mail con le notizie, è stato davvero speciale e ci ha dato un forte senso di unità malgrado la distanza. È stato molto incoraggiante sentire che quasi tutti i gruppi non hanno sospeso i loro incontri, ma li hanno semplicemente spostati su piattaforme virtuali. Lode a Dio per la tecnologia e per l’entusiasmo degli studenti nonostante le difficoltà!

Ci siamo poi divisi in 5 gruppi in base alle regioni, e abbiamo potuto ascoltare richieste più specifiche e personali, e soprattutto abbiamo pregato gli uni per gli altri e per il nostro Paese.

Concluso il collegamento, avevo un cuore pieno di gratitudine e di fiducia nel Signore che è l’unico ad avere l’assoluto controllo su tutto, malgrado le apparenze ai nostri occhi limitati.
Il primo pensiero è stato: quando avremo il prossimo incontro?

 

Luisa Pasquale
(Ufficio Nazionale GBU)

 

(estratto dal messaggio di Domenico)

Se dunque voi, che siete malvagi, sapete dare doni buoni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro, che è nei cieli, darà cose buone a quelli che gliele domandano.
(Matteo 7:11)

In questo momento, quali sono queste cose buone che vogliamo chiedere al nostro Padre?

  • Che Dio benedica la nostra nazione! Benediciamo il paese, i politici, i medici, gli infermierie tutti coloro che lavorano per il nostro bene. Amiamo il nostro prossimo attraverso la preghiera!
  • Che Dio benedica gli studenti del GBU, le loro famiglie e i loro studi.
  • Che Dio benedica le iniziative dei gruppi, affinché possiamo continuare a Condividere Gesù da studente a studente.
  • Che Dio possa convertire i nostri amici, che possa trasformare i loro cuori. Che il Signore possa usarsi di noi per parlare loro della speranza e della gioia che c’è nel seguire Cristo, certi della salvezza che abbiamo per mezzo di Lui.