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Mi piace l’autunno!

Mi piace perché, passata l’estate, è il periodo in cui si riparte a pieno ritmo con il lavoro. E lavorare con gli studenti universitari del GBU è bello!

Mi piace perché finalmente non c’è più quel caldo asfissiante, ma in Sicilia le giornate sono ancora belle, e si può godere di un piacevole sole.

Mi piace perché mi piacciono i suoi colori. Le foglie da verdi e rigogliose, si preparano a lasciare gli alberi facendosi gialle, arancioni, rosse…

Gialle… Arancioni… Rosse…

Pensandoci bene, quest’anno questi colori mi piacciono meno, molto meno. In questo autunno particolare, infatti, non sono solo le foglie ad essersi tinte dei colori dell’autunno.

Ma se è vero che per le foglie è la naturale colorazione che le prepara a seccarsi e a morire al suolo, speriamo che per le regioni d’Italia il processo sia inverso, e che tornino presto a essere verdi e rigogliose, come eravamo abituati a vederle nelle cartine geografiche o nei programmi meteo in TV.

Nel frattempo, i vari gruppi GBU hanno ripreso le loro attività in tutta Italia.

Gli studenti stanno vivendo sfide simili in tutte le regioni, e se è vero che alcuni gruppi riescono ancora a incontrarsi in presenza (alcuni gruppi nelle regioni gialle), per altri gli incontri si sono spostati tutti online (quasi tutti i gruppi delle regioni arancioni e rosse).

La difficoltà di relazionarsi con amici e colleghi certamente non facilita il lavoro del GBU, e certamente influisce negativamente sullo stato d’animo degli studenti. In tanti, inoltre, sono un po’ preoccupati perché al momento c’è molta incertezza sul loro percorso universitario. Alcuni vivono sfide ancora più gravi, come il rischio di non poter tornare a casa dalla famiglia, o ancora peggio, dover affrontare il fatto di avere una persona cara colpita dal covid.

Questo è l’autunno degli studenti GBU.

È un autunno dove sembra prevalere il grigio, oltre che il giallo, l’arancione e il rosso…

Eppure, basta leggere queste notizie dai vari gruppi GBU per scoprire che c’è molto di più dell’incertezza e della paura nei cuori di questi ragazzi. Ci sono creatività, fede, amore e passione per il vangelo!

Ti chiedo quindi di leggere con attenzione questo notiziario e di sostenere in preghiera gli studenti del GBU.

Leggerai di studenti che lottano, pregano e usano tutto il loro potenziale per “Condividere Gesù da studente a studente”, certi che la buona notizia della nascita, della morte e della resurrezione di Cristo sia potente da cambiare le vite dei loro amici e colleghi. Anche a distanza. Anche mentre si sentono incerti e spaesati. Anche se sono da soli dietro allo schermo di un pc o di uno smartphone.

Perché Gesù è la vera luce!

Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita.
(Giovanni 8:12)

E la luce, si dice, è l’insieme di tutti i colori: Il giallo, l’arancione, il rosso…

Domenico Campo
(staff GBU)

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Tom Wright

Forse la domanda più vitale di tutte, e che dovrebbe essere in cima a tutte le conversazioni serie ai più alti livelli tra chiesa, stato e tutte le parti interessate [in questa pandemia], è come andremo avanti, quale che sarà la «nuova normalità». Alcune persone hanno espres­so la pia speranza che quando tutto ciò passerà avremo una società meno ostile e più gentile. Pagheremo le nostre infer­miere di più. Ci prepareremo a dare più tasse per sostenere il Servizio Sanitario, e daremo di più per aiutare il movimento degli hospice. Ci farà piacere così tanto godere dell’aria fresca, non inquinata dalle migliaia di auto e aeroplani, che vorremo viaggiare di meno, e passare più tempo con la famiglia e i vi­cini. Celebreremo i nostri servizi di protezione civile, i nostri corrieri e tutte le persone che hanno badato a noi.

Mi piacerebbe pensare che ciò fosse vero. Temo, però, che non appena le restrizioni saranno tolte ci sarà una corsa ad iniziare di nuovo le nostre faccende come possiamo e, a ogni modo, è anche giusto e opportuno che sia così. Nessuno che è disperato per il rischio di fallire ci penserà due volte a usa­re nuovamente l’auto o l’aereo, se ciò sarà d’aiuto. Ci è sta­to detto in tutto i modi possibi che gli effetti economici del lockdown sono già catastrofici e potrebbe andare ancora peg­gio. Il problema è quindi abbastanza simile alle decisioni tra­giche che i leader si trovano ad assumere in tempo di guer­ra: pensate a Churchill durante il Blitz, che doveva decidere se sacrificare quell’unità per la salvezza di quest’altra, e se man­dare messaggi in codice al nemico che avrebbe bombardato quelle case al posto di quegli edifici pubblici. Nel momento in cui scrivevo eravamo concentrati ancora sullo «stare in sicu­rezza», con costi enormi in termini di fallimenti, disoccupa­zione, e malessere sociale. Le grandi elargizioni per coloro che sono nel bisogno da parte del Governo avranno come risulta­to, prima o poi, quello di dover ripagare. È chiaro che se il di­battito sarà tra coloro che considerano la morte come il peg­giore dei risultati possibili e coloro che vedono invece la rovi­na economica come il peggiore di tutti gli eventi possibili, al­lora la conseguenza sarà un duro dialogo tra sordi.

Come nell’antico mondo pagano, anche oggi un’epide­mia fa sì che la gente si chieda: «Quali degli dei sono adira­ti? Come li possiamo placare?». Man mano che il secolari­smo contemporaneo sta sempre più rivelando la sua filigra­na pagana, è affascinante immaginare il nostro presente di­lemma come un conflitto tra Asclepio, il dio della guarigione, e Mammona, il dio del denaro. Mammona, naturalmente, chiedeva di solito sacrifici umani; ed è per questo motivo che i più poveri tra i poveri sono oggi i più a rischio nell’attuale emergenza sanitaria. Forse non è una cosa malvagia che ades­so sia il turno di Asclepio, sebbene Marte, il dio della guer­ra e Afrodite, la dea dell’amore erotico, non sono mai molto distanti. Sicuramente non si tornerà totalmente all’imperati­vo della guarigione, perché il nostro dio favorito, Mammona, ci ha richiamato all’altro versante, non vedendo l’ora di avere più sacrifici umani.

Se tutto questo viene affrontato in maniera puramente pragmatica, come se la macchina dello Stato fosse, appunto, una macchina e niente più, piuttosto che il saggio lavoro di mediazione tra esseri umani viventi, il risultato sarà prevedi­bile. Il debole andrà di nuovo al muro. Come succede di so­lito. Dopo la crisi finanziaria del 2008, le banche e i grandi affari, avendo accettato enormi quantità di denaro per il loro salvataggio, sono tornate rapidamente ai loro vecchi standard, mentre le parti più povere degli stati occidentali (Gran Breta­gna nel testo originale, ndt) sono diventate più povere e sono rimaste così. Qualcuno dovrebbe levarsi e declamare non una ramanzina ma il Salmo 72. Questa è la lista delle priorità che la chiesa dovrebbe articolare, non soltanto a parole ma con proposte pratiche da mettere in cima all’ordine del giorno:

«O Dio, da’ i tuoi giudizi al re e la tua giustizia al figlio del re… Portino i monti pace al popolo, e le colline giustizia! Egli garantirà il diritto ai miseri del popolo, salverà i figli del biso­gnoso, e annienterà l’oppressore![…]  [Il giusto governante] libererà il bisognoso che grida e il misero che non ha chi l’aiuti. Egli avrà compassione dell’infelice e del bisognoso e salverà l’anima dei poveri. Riscatterà le loro anime dall’oppressione e dalla violenza e il loro sangue sarà prezioso ai suoi occhi» (Sal 72:1–4; 12–14).

Tutto ciò potrebbe essere oggetto di derisione, quasi si trattasse di un pensiero velleitario. Ma questo è ciò che la chiesa nella sua massima espressione ha sempre creduto e in­segnato, e che la chiesa ha sempre praticato stando sul fronte.

Nei primi giorni della chiesa gli imperatori romani e i gover­natori locali non sapevano molto di che cosa fosse realmen­te il cristianesimo. Tuttavia sapevano che questo strano mo­vimento aveva persone chiamate “vescovi” che sottolineavano sempre i bisogni dei poveri. Non sarebbe bello che le persone oggi avessero la stessa impressione?

Pertanto, cosa significa tutto ciò in un mondo in cui alcu­ni di noi si trovano rinchiusi per un leggero fastidio mentre altri stanno ancora affollando i campi profughi nelle città del terzo mondo in cui il «distanziamento sociale» è facile quan­to andare sulla luna? Dobbiamo pensare globalmente e agire localmente ma, nel fare entrambe le cose, lavorare con guide delle chiese di tutto il mondo per cercare politiche che pre­vengano una folle corsa al profitto con il diavolo che si prende gli ultimi. Naturalmente, nel mezzo di tutto ciò, occorre raf­forzare l’Organizzazione Mondiale della Sanità e insistere che tutti i paesi del mondo seguano scrupolosamente le sue poli­tiche e i suoi protocolli. Ci sono, senza dubbio, alcuni quesi­ti importanti che devono essere posti alle superpotenze mon­diali che hanno usato la crisi attuale come occasione per dare spettacolo e fare altri giochi politici. Si sente il rumore delle trasmissioni elettroniche, mente i canali di «fake news» stan­no facendo gli straordinari.

In tutto questo quadro, torno al tema del lamento. Non è forse un caso che il Salmo 72, che contiene il programma messianico che pone i poveri e i bisognosi in cima alla lista, sia seguito immediatamente dal Salmo 73, che si lamenta che il ricco e il potente si stanno comportando nella maniera soli­ta. Forse questo è come siamo costretti a vivere: intravedendo ciò che dovrebbe essere e lottando contro la maniera in cui le cose sono realmente. Tuttavia, l’unica maniera di vivere con queste cose è pregare di mantenere la visione e la realtà l’una al fianco dell’altra in quanto gemiamo con il gemito di tutta la creazione, e come lo Spirito geme con noi in maniera tale che la nuova creazione possa sorgere. Ciò che ci occorre adesso è qualcuno che faccia in questo momento di grande sfida quel­lo che Giuseppe fece alla corte di faraone; analizzare la situa­zione e ipotizzare una prospettiva per orientarsi verso di essa. Ci servono subito uomini di stato, leadership sagge, con gui­de cristiane in preghiera che prendano il posto l’uno accanto all’altro, per pensare alle sfide che affronteremo nei prossimi mesi sia avendo una visione sia realistticamente. Potrebbe es­sere che nei giorni a venire vedremo segni di nuove, reali pos­sibilità, nuove maniere di operare che rigenereranno vecchi sistemi e ne inventeranno di nuovi e migliori, che potremo quindi riconoscere come segni della nuova creazione che stia­mo aspettando. O forse, semplicemente, torneremo al «tutto come prima», alle vecchie polemiche, alle solite stantie e su­perficiali analisi e soluzioni.

Se ci sediamo solo e aspettiamo per vedere, e incrociamo le nostre braccia perché le nostre chiese sono chiuse o perché è chiuso il nostro club di golf o la nostra azienda ha sospeso le attività, allora probabilmente le solite forze riprenderanno il controllo. Mammona è una divinità molto potente. I no­stri leader sanno cosa fare per calmarlo. Se fallisce lei, c’è sem­pre Marte, il dio della guerra. Possa il Signore salvarci dai suoi artigli. Se dobbiamo scappare da queste forze oscure, allora dobbiamo essere vigili di fronte ai pericoli e prendere le no­stre iniziative attivamente e in preghiera. Se nel giardino ven­gono piantati dei fiori è poco probabile che crescano dei rovi.

Non sta a me dire ai leader della chiesa (anglicana), per non parlare dei leader di altre comunità di fede, il modo in cui dovrebbero pianificare i prossimi mesi, cosa dovrebbero fare per fare pressione sui governi. Tuttavia quelli tra noi che guar­dano e aspettano e pregano per le nostre guide nella chiesa e nello Stato devono usare questo tempo di lamento come un tempo di preghiera e speranza. Quello per cui speriamo è an­che una saggia e intraprendente leadership umana che, come quella di Giuseppe in Egitto, porterà politiche nuove e di risa­namento e azione nell’ampio e ferito mondo di Dio:

«Manda la tua luce e la tua verità, perché mi guidino, mi con­ducano al tuo santo monte e alle tue dimore. Allora mi avvici­nerò all’altare di Dio al Dio della mia gioia e della mia esul­tanza; e ti celebrerò con la cetra, o Dio, Dio mio! Perché ti ab­batti, anima mia? Perché ti agiti in me? Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio» (Sal 43:3–5).

Tratto dal libro Dio la pandemia e noi. Implicazioni teologiche e conseguenze pratiche, Edizioni GBU, 2020. Ora in edizione ebook.

L’articolo Asclepio e Mammona. Del virus e di come procedere proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/asclepio-e-mammona-del-virus-e-di-come-procedere/

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I salmoni sono dei pesci un po’ particolari.

Nascono nei fiumi, trascorrono la loro vita adulta nei mari e a un certo punto, quando arriva il momento di riprodursi, ritornano al fiume da cui sono arrivati. Riescono a riconoscere il fiume tramite cui sono giunti al mare grazie all’olfatto e alla cosiddetta memoria molecolare del profumo di casa. Così, guidati dal loro istinto olfattivo, iniziano a vagare per il mare o l’oceano cercando la foce del loro fiume. Una volta riconosciuta la via di casa, cominciano a nuotare contro corrente fino al punto esatto in cui sono stati deposti sotto forma di uova.

I salmoni, quindi, nuotano nella direzione opposta rispetto al flusso dell’acqua: ciò richiede una notevole energia, chiarezza di obiettivi e testardaggine rispetto alle ovvie avversità che un percorso simile richiede. Nel nostro essere cristiani siamo spesso come salmoni.

Ci sono tanti pesci nel mare, ma solo alcuni risalgono la corrente. Dio non ha fatto tutti i pesci uguali, così come non tutti gli esseri umani diventano cristiani. Quando siamo immersi nel mare della cultura dominante abbiamo molte possibilità di scelta e alternative. Quando un cristiano si trova immerso nella cultura dominante e nella tradizione, è facile che inizi a omologarsi agli altri: a nessuno piace essere al centro dell’attenzione perché nuota contro corrente.

Eppure, Gesù era il contro corrente per definizione.

Era un salmone anche lui. Fino a 30 anni è stato nel mare come gli altri. Poi è iniziato il suo ministero e ha cominciato a risalire la corrente, convincendo anche altri a fare come lui. Ha detto parole contro corrente riguardo Dio, il Suo carattere e il Suo Regno. Ha passato il suo tempo con persone che all’epoca erano discriminate e disprezzate. È stato un leader contro corrente rispetto alle aspettative dei suoi compatrioti giudei. È stato tutto ciò che nessuno si aspettava e ancora oggi, Gesù e le sue parole, suscitano scalpore. Il Vangelo suscita scalpore. La sua morte per noi sulla croce è contro culturale rispetto all’io che salva sé stesso di cui sentiamo tanto parlare dai pulpiti moderni.

I giovani laureati cristiani sono come pesci nell’oceano.

Dopo aver navigato in acque tranquille e controllate, per la maggior parte del tempo sotto gli occhi degli adulti prima (in famiglia) e degli amici poi (dalla fine delle superiori fino all’università), si trovano immersi in uno spazio vasto e sconosciuto, dai confini labili: il mondo del lavoro. Si trovano ad abbandonare le città e le chiese di appartenenza, le famiglie e tutto ciò che conoscevano per intraprendere nuovi percorsi di vita e di crescita, nuove difficoltà e nuove sfide.

Con queste premesse, non stupisce che anche secondo gli studiosi la transizione dalla condizione di studenti a quella di lavoratori è una delle più difficili e dolorose. Senza la giusta energia, chiarezza di obiettivi e testardaggine, è facile perdere la via di casa. E la nostra casa non è qui, ma nel Regno di colui che ci ha creati, è la Casa del Signore, dove desideriamo abitare ogni giorno della nostra vita.

Cross-current è un progetto pensato proprio per giovani laureati cristiani che vogliono vivere pienamente la loro fede anche sul lavoro.

Nato come la prosecuzione dei GBU (Gruppi Biblici Universitari), Cross-current permette a giovani cristiani, entrati da poco nel mondo del lavoro, di riflettere sugli scopi di Dio per il lavoro e per noi personalmente, basandosi su un solido approccio teologico unito alla preghiera e al mentoring peer-to-peer.

Il nostro primo weekend insieme a Bobbio Pellice è stato l’inizio di una bellissima avventura della durata di tre anni. Eravamo un gruppetto di circa dieci persone, sia in presenza sia su Zoom. Nel corso di questi 3 anni ci incontreremo altre 5 volte.

Ogni weekend insieme verte su un tema in particolare legato al lavoro e alla fede in Cristo. In particolare, a ottobre abbiamo visto come sia possibile redimere il lavoro vedendolo come servizio a Dio e agli altri, a partire dallo studio di Genesi 1 e 2. Abbiamo anche visto come Dio stesso si mette al lavoro e abbiamo tratto dalla Parola alcuni insegnamenti su come un cristiano dovrebbe comportarsi al lavoro.

Abbiamo potuto anche approfondire a coppie o in piccoli gruppi la condivisione delle nostre difficoltà e sfide, pregando gli uni per gli altri. Ovviamente non sono mancati momenti divertenti, sia nel tempo libero facendo una passeggiatina fino al bar più vicino per la scorta giornaliera di caffeina sia giocando e mangiando cioccolata il sabato sera.

Cross-current ci ha permesso di non sentirci gli unici salmoni del mare, aiutandoci a creare relazioni profonde con ragazzi e ragazze che vivono le nostre stesse sfide, in modo da avere la giusta energia e il giusto incoraggiamento per risalire la corrente. Il weekend a Bobbio è stata un’occasione di rimettere in chiaro chi è Dio e come Lui realmente è, basandosi in primis sulla Sua natura e sulla Sua Parola, fornendo così una prospettiva biblica e positiva del lavoro. Ci ha ricordato quali sono i nostri obiettivi principali come cristiani: amare Dio con tutto il nostro cuore e tutta la nostra anima, con tutta la nostra mente e con tutte le nostre forze (Deuteronomio 6:5) e amare gli altri come noi stessi (Levitico 19:18).

Il primo weekend di Cross-current Italia ci ha anche fornito strumenti pratici da mettere in atto tutti i giorni per vedere la potenza di Dio e la Sua gloria realizzarsi anche nei nostri posti di lavoro. Insomma, ci ha dato la giusta determinazione e testardaggine per riuscire ad arrivare alla fine della corsa.

Infine, ma sicuramente non ultimo per importanza, Cross-current ha fornito a tutti noi degli spunti per amare veramente i nostri colleghi, i nostri responsabili e il nostro lavoro, proclamando la salvezza per grazia nel sangue di Gesù tramite una testimonianza realistica e coerente portata avanti giorno dopo giorno.

Cross-current Italia, quindi, pur essendo appena cominciato, si è già dimostrato come la risposta a una preghiera che non avrei mai saputo esternare a Dio… perché la verità è che dopo la laurea non sapevo nemmeno io di cosa avrei avuto bisogno!

Tutto ciò che sapevo era che volevo seguire Cristo anche lavorando e Cross-current aveva un profumo di Casa, proprio come la foce dei fiumi per i salmoni. È stato un grande incoraggiamento per me e sono certa che anche i miei compagni cross-currentisti la pensino allo stesso modo!

Alessandra Rositani
(laureata GBU Torino)

 

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Anche quest’anno, nonostante la pandemia, non abbiamo voluto rinunciare al prezioso weekend di Formazione GBU nel quale giovani studenti disposti a servire Dio nel contesto universitario si riuniscono per ricaricarsi spiritualmente e iniziare insieme il nuovo anno. È un’occasione di crescita spirituale e formazione sia per “nuove leve” sia per studenti “più rodati”.

Vediamo infatti qui di seguito riportate le testimonianze di due studenti: Federico Beccati, alle prime esperienze nel mondo GBU nonché nuovo coordinatore a Torino, e Alice Novaria, coordinatrice già testata e affezionata ormai da anni a questa missione.

Federico scrive:

Grazie a Dio ho avuto la possibilità di partecipare quest’anno, per la prima volta, alla Formazione GBU. È stato bello e incoraggiante vedere coetanei universitari di altre città italiane pronti e disponibili a servire Dio anche nel contesto dei nostri atenei. Grazie ai coordinatori più esperti ho avuto la possibilità di ottenere consigli pratici e spirituali per iniziare questa esperienza secondo la volontà di Dio.

Inizialmente ero titubante su come io, con la mia inesperienza, potessi essere d’aiuto nella visione del GBU, cioè quella di “condividere Gesù da studente a studente”.

Invece Dio ha risposto ai miei dubbi sin dal primo giorno con lo studio del libro di Aggeo, un testo meraviglioso che tratta la devastazione in cui viveva il popolo di Israele dopo il ritorno a Gerusalemme dall’esilio, ma in cui Dio dà una speranza: “Io sono con voi, dice l’Eterno” (Aggeo 1:13) e Aggeo profetizza la gloria del Signore con la venuta di Gesù Cristo. Grazie allo studio di questo libro ho compreso appieno come ogni cosa deve essere affidata nelle mani di Dio e come noi coordinatori siamo chiamati, nel nostro compito, ad avere come unico obiettivo quello di glorificarLo e far conoscere agli altri il Suo Vangelo.

Come ho ripetuto spesso nei giorni successivi alla Formazione, non ho mai ricevuto così tanti input di crescita spirituale come in quel fine settimana. Grazie ai seminari sull’evangelizzazione, tra cui cito quello riguardo a “Condividere il Vangelo leggendo la Bibbia con un amico”, ho trovato la spinta per combattere la timidezza e accettare quel compito di evangelizzazione lasciato da Gesù dopo la Sua risurrezione.

Inoltre abbiamo visto come noi coordinatori siamo chiamati a essere dei leader, non secondo il mondo, bensì secondo Gesù Cristo. Essere un leader è quindi essere un servo che si sacrifica per gli altri, che ha una vita radicata nella Parola e che è di incoraggiamento e di crescita per gli altri membri del gruppo.

Anche se le restrizioni imposte dal Covid hanno ridotto le nostre interazioni, è stato bello incoraggiarci a vicenda per questo nuovo inizio delle attività, pieno di incertezze. Grazie ai momenti di preghiera, ci siamo sostenuti e continueremo a sostenerci a vicenda in quest’anno accademico; infatti, durante questo weekend abbiamo condiviso gli uni con gli altri preoccupazioni, incoraggiamenti e soggetti di preghiera che hanno rafforzato il legame che si era formato tra tutti i membri.

Concludo ringraziando lo Staff del GBU che ha reso possibile la Formazione e li ringrazio personalmente perché questa opportunità che mi è stata data sta mostrando cosa Dio ha in progetto per la mia vita e conferma il versetto che dice:

“Io sono l’Eterno, il tuo Dio, che ti insegna per il tuo bene, che ti guida per la via che devi seguire.”
(Isaia 48:17)

Alice scrive:

Quest’anno Dio ha risposto grandemente al mio desiderio di concludere un lungo percorso universitario con ciò che più per me è importante: condividere il messaggio del vangelo.

Il GBU è sempre stato un ottimo mezzo per far questo e Dio quest’anno ha riaperto per noi una strada a Urbino, città universitaria priva di qualsiasi testimonianza evangelica.

Infatti, dopo un paio di anni dove il GBU si è fermato per mancanza di “forza studenti”, siamo tornati e ciò mi riempie di gioia. Ho avuto così l’opportunità di partecipare, dopo anni, alla Formazione GBU. Questo weekend è stato un tuffo nel passato, ha suscitato in me molti ricordi e lo ammetto, anche un po’ di nostalgia. Sono stata sorpresa nel vedere un consistente “cambio generazionale” e alcuni amici di vecchia data.

Abbiamo studiato Aggeo, un libro che non ho mai approfondito personalmente. Penso che Dio ci abbia voluto equipaggiare così quest’anno, ricordandoci che LUI È E SARÀ CON NOI SEMPRE. Lo sarà anche quando saremo scoraggiati, anche quando tutti gli sforzi fatti sembreranno inutili o privi di senso perché l’opera è sua, non nostra.

Altro grande insegnamento che porto a casa e che mi ha colpito tanto è l’esempio di Aggeo e del suo “servizio nascosto”. Nonostante il libro che abbiamo studiato porti il suo nome, Aggeo sembra quasi essere una comparsa e non il vero protagonista della storia, come invece si potrebbe supporre. Aggeo riportò fedelmente il messaggio di Dio, non aggiunse e non tolse nulla alle Sue parole, fu solo uno strumento nelle Sue mani. L’insegnamento che ne deriva per me è quello di umiltà e fedeltà a Dio.

Questa è una riflessione scaturita da un semplice intervento durante una discussione biblica avvenuta durante il weekend. Lo voglio specificare perché credo che la Formazione GBU sia un tempo ricco di stimoli e che ogni momento possa essere potenzialmente determinante per la propria crescita spirituale. In tutte le Formazioni a cui ho partecipato ho riscontrato sempre grande voglia di condivisione e di scambio. Anche nei pochi momenti “liberi”, tra un seminario e l’altro o a fine serata è stato bello vedere come Gesù fosse il centro dei nostri  discorsi, la nostra priorità.

Sempre a questo riguardo, quello che pensavo sarebbe stato un limite di questa Formazione – stare sempre con la stessa persona in camera e a cena causa Covid – si è rivelato per me di grande benedizione: nella maggiore intimità delle conversazioni ci siamo incoraggiati a vicenda e abbiamo avuto l’occasione di stringere rapporti più forti. Dio ha guidato tutto anche in questo.

Mi è stato inoltre di grande utilità il seminario “Come preparare un intervento evangelistico” nel quale abbiamo avuto anche occasione di fare esercitazioni pratiche. E che dire della serata di preghiera, degli studi induttivi a gruppetti, dei focus di riflessione sul ruolo del coordinatore, dei “pranzi con”…

Penso che ora, così equipaggiati, non ci rimanga altro che rispondere con coraggio alla chiamata del nostro Signore:

“Mettetevi al lavoro! perché io sono con voi” (Aggeo 2:4)

 

Federico Beccati
(Coordinatore GBU Torino)

Alice Novaria
(Coordinatrice GBU Urbino)

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di Valerio Bernardi

 

Non mi piace scrivere di scuola, forse perché ci lavoro da più di un quarto di secolo ed ho vissuto sin troppo nell’ambiente, forse perché anche di scuola in Italia (un po’ come di religione e teologia) sono autorizzati a parlare tutti tranne che gli addetti ai lavori (dato uno sguardo ai giornali, dove chiunque può scrivere di scuola, senza magari averci vissuto da anni). Negli ultimi mesi, grazie anche alla pandemia e ad una presenza, sin troppo massiccia del nuovo ministro nei social e nei media, si è tornati a parlare di scuola, anche perché la chiusura per quasi tre mesi e gli interrogativi sulla eventuale riapertura a settembre preoccupano non pochi settori della società, a partire, in primis, dai genitori che avrebbero, a mio parere, il diritto di sapere quello che dovrà essere il futuro immediato dei loro figli dopo che dagli inizi di marzo (fine febbraio per le regioni più colpite) hanno avuto erogato il servizio scolastico nella formula della DaD (acronimo che sta per didattica a distanza).

Non mi soffermerò sulla opportunità o meno di questa formula (su questo, in una sede professionale, mi sono già espresso: si veda quello che dico in questo articolo https://www.sfi.it/files/download/Comunicazione%20Filosofica/cf44.pdf da un punto di vista di “tecnico” dell’insegnamento), ma sulla opportunità della riapertura e sulle sue criticità, che sono quelle della scuola italiana e, direi, in buona parte, della scuola dei paesi sviluppati, dove, quasi tutti i governi, negli ultimi decenni, in un’ondata di politiche neo-liberiste, hanno tagliato i fondi alla sistema di istruzione pubblico. Non parliamo poi delle scuole dei Paesi emergenti, dove possibilità come la Dad sono impraticabili e dove i bambini, non andando a scuola, hanno perso una grande occasione per la loro emancipazione e per l’eventuale miglioramento della loro situazione sociale.

La scuola in Italia, a mio parere, con tutte le cautele del caso e con uno sguardo all’andamento della curva epidemica va sicuramente riaperta per i seguenti motivi:

  1. È un luogo di incontro soprattutto per i più piccoli (mi riferisco agli alunni della primaria in particolare) che hanno bisogno del contatto “fisico-visivo” con la propria insegnante e che non possono riuscire ad ottenere risultati chiari in una didattica a distanza;
  2. Va fatto per il bene dei genitori, perché possano riprendere al meglio le loro attività lavorative che assicurino benessere a sé stessi, alla società ed alla propria famiglia. La scuola, anche secondo il nostro dettato costituzionale, non deve essere un ostacolo sociale, ma un veicolo di emancipazione e di benessere;
  3. La didattica a distanza è stata divisiva e lo diventerebbe di più se continuasse. Benché ci si sia sforzati di agevolare i propri studenti dandogli anche i mezzi informatici per seguire (nel caso non li avessero) e benché il Ministero stia continuando a rinforzare il reparto “informatico” delle scuole, risulta difficile per una famiglia con più figli e con spazi limitati in casa (gli italiani possiedono tra le case di metratura più piccola nell’Europa occidentale) far seguire la scuola con serenità:
  4. Un servizio pubblico va erogato in maniera personale e risulta difficile che questo, in un’organizzazione complessa come la scuola venga fatto a distanza. Per un evangelico istruire e far istruire i propri figli e dargli un’opportuna educazione che li formi al pensiero critico è essenziale e questo si piò fare solo se le scuole (pubbliche) sono aperte e se le università e le biblioteche tornino ad essere luoghi di studio (cosa che è sempre stato difficile in Italia).

Questi direi sono i motivi principali per tornare alla “normalità” del servizio, anche se bisognerà stare attenti a salvaguardare la salute delle persone, ad organizzarsi in maniera “differente” ed a riflettere sempre di più sulla scuola, sul suo futuro e sulla possibilità di farla diventare una risorsa per il nostro Paese e non un “peso”, guardato sempre con sospetto perché costosa e perché i docenti sono dei fannulloni impreparati (come spesso si sente dire nelle tempeste social-mediatiche). L’emergenza dovrebbe essere un’occasione per effettuare quei cambiamenti di cui la nostra società avrebbe bisogno.

Non entrerò nella polemica dei banchi mono-posto (che è applicabile soprattutto alla scuola primaria e secondaria di I grado: le scuole superiori sono in genere già dotati e quindi il mitico “Rocci” sarà salvo), dell’inadeguatezza o meno del nostro Ministro (in realtà andrebbe fatto un complesso discorso sulla governance del Ministero che è sicuramente di non grande qualità), perché conosco quelle che sono le “pecche” del nostro sistema politico e so anche quanto sia difficile gestire situazioni di emergenza. In questo il nostro Paese, nonostante la sua caoticità e disorganizzazione croniche, non ha fatto peggio di altri: anche per quanto riguarda la scuola: la impossibilità di riaprire prima derivava anche da un anno scolastico che da noi è fatto in modo che le attività (ad eccezione degli esami) si chiudano a giugno (anche perché assolutamente non attrezzate per gestire classi nel mese di luglio) e non da una cattiva volontà del legislatore.

Una ulteriore riflessione da evangelico sentirei di farla e la ritengo necessaria. Proprio dal nostro “mondo” soprattutto in ambito statunitense viene portato avanti una sorta di attacco alla scuola pubblica, o alla scuola come un bene sociale che deve riguardare tutti, anche coloro che non appartengono alle nostre chiese. Mi sento, da civil servant quale sono (conosco bene i discorsi sulla particular calling di tutti che si affianca alla nostra general calling), di dover difendere il nostro sistema pluralista e a molte voci che cerca di aprire le menti dei nostri figli, che ha come suo scopo ancora oggi quello di formare cittadini esemplari (pur con mezzi limitati). La scuola è anche il luogo della “memoria” della nostra cultura, del nostro sapere e del nostro saper fare e questo non va dimenticato.

La tradizione evangelica, seguendo in questo l’esempio dell’ebraismo, ha avuto sempre attenzione per l’educazione dei propri figli. Lutero ritenne necessario curare, oltre che l’insegnamento universitario, anche l’educazione dei bambini sia da un punto di vista religioso che civile (i due lati non andavano mai dimenticati). Ci sono stati grandi pensatori sull’educazione nel cristianesimo che vanno da Agostino e passano ad Erasmo, Comenio, Locke ed anche Alcott che hanno cercato di fare delle proposte sicuramente di tipo progressista per i loro tempi. L’istruzione e la cultura sono centrali. Molti di questi pensatori ritenevano che l’istruzione dovesse essere “pubblica” (sicuramente non nel senso che diamo alla parola oggi) e davano molta importanza a questo aspetto della vita della società. Anche gli evangelici italiani hanno avuto grande riguardo per l’istruzione, dando importanza alla propria alfabetizzazione e sapendo che nella scuola si formano le nuove menti.

La scuola pubblica e gratuita (per quanto lo sia oggi) è stato un servizio acquisito nei secoli che ha permesso a diverse persone di poter accedere all’istruzione, cosa importante per un Paese come il nostro dove per anni i livelli di alfabetizzazione sono stati bassi (e sappiamo come questo impedisca anche la conoscenza del Vangelo). Pertanto a tutti coloro che si vogliono occupare di scuola oggi, chiedo anche di guardare (e pregare) anche alla scuola del futuro in quanto si tratta di un servizio strategico per ognuno di noi per il nostro Paese.

L’articolo Una scuola da apprezzare proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/una-scuola-da-apprezzare/

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di Giambattista Mendicino

 

Sono un frequentatore assiduo dei principali social networks, Facebook in particolare. Rimanere in contatto con i tanti amici e conoscenti che vivono lontano è un’opportunità preziosa, tuttavia bisogna fare i conti con gli aspetti negativi di questi mezzi; il più grave è costituito dalla circolazione di bufale, fake news virali e strampalate teorie cospirazioniste che nei social hanno trovato un terreno straordinariamente fertile. L’argomento merita qualche riflessione, soprattutto da quando si è capito che le bufale non sono innocue.

I social sono diventati campo di battaglia politico e la propaganda virale è un’arma in grado di condizionare fortemente il dibattito pubblico. Non si sono ancora spenti gli echi delle discussioni su quanto le campagne di disinformazione mirata orchestrate all’estero abbiano potuto influenzare le elezioni presidenziali americane del 2016, il referendum britannico per la Brexit o le elezioni politiche italiane del marzo 2018.

Oltre agli aspetti politici va considerata la disinformazione scientifica con i suoi potenziali effetti negativi: una questione di urgente attualità in tempo di pandemia globale[1].

I cristiani -e gli evangelici in particolare- non sono esenti da questo problema; anche sulle bacheche di contatti cristiani, che costituiscono la gran parte delle mie interazioni sociali, mi imbatto quasi quotidianamente in qualche notizia che è possibile etichettare come fake. La cosa è particolarmente allarmante se si considera che questo non succede solo con le pagine personali con poche decine o centinaia di interazioni ma anche con pagine pubbliche dichiaratamente cristiane che contano migliaia di followers.

Il primo fenomeno che si osserva è interno al mondo cristiano; si tratta per lo più di catene contenenti richieste di preghiera per particolari situazioni riguardanti i cristiani perseguitati. Il fenomeno è diventato così diffuso da indurre la principale organizzazione al servizio della Chiesa perseguitata ad aprire una pagina di fact-checking di notizie false legate a questo àmbito[2].

Il secondo fenomeno riguarda invece la permeabilità che sta mostrando il mondo evangelico verso le fake news create all’esterno che spesso si rifanno a teorie del complotto o, in certi casi, la diretta adesione di individui o movimenti cristiani ad alcune di queste teorie.

Se il primo esempio può essere etichettato come semplice ingenuità -comunque da evitare- il secondo richiede una riflessione particolare perché, a mio parere, la convivenza tra la fede cristiana, fake news e teorie del complotto è decisamente problematica.

Senza fare un’approfondita analisi che richiederebbe ampio spazio e altre competenze, in questa sede possiamo limitarci a qualche osservazione del fenomeno in relazione con l’insegnamento biblico.

Le fake news, che siano messe in giro per mero business o per propaganda funzionano perché fanno appello ai sentimenti, non alla ragione; la viralità online parte dalla “pancia”, non dalla “testa”. La fede cristiana fa invece appello all’uso dell’intelligenza e della ragione. John Stott nel breve ma fondamentale saggio “Creati per pensare” stigmatizza fortemente il mancato uso del pensiero e della riflessione, in quanto segno dell’immagine di Dio: ”Quando gli uomini non utilizzano la loro intelligenza ma solo l’istinto, si contraddicono, perché negano la loro origine e la loro natura, e perciò dovrebbero vergognarsene[3].

Una delle caratteristiche fondamentali del complottismo è l’offerta di una risposta semplice, alla portata di tutti, ai dubbi e alle incertezze dell’esistenza. E’ stato osservato che l’uomo preferisce una spiegazione, non importa se falsa, al dubbio. Il complottismo fa esattamente questo: offre risposte facili, spesso limitandosi a cercare un capro espiatorio a cui dare la colpa; la storia degli Ebrei, il capro espiatorio per eccellenza, è drammaticamente esemplificativa a riguardo. Il complottismo si nutre di rancore, invidia sociale e inquietudine e a sua volta li alimenta in un perverso circolo vizioso.

Non è un caso che più forti siano le crisi e le tensioni sociali, più ampia sia la diffusione del complottismo.

I cristiani non sono esenti dai dubbi e dalle paure comuni a tutti gli esseri umani, sia nella sfera individuale che in quella collettiva, ma non dovrebbero diventare ingranaggi di questo meccanismo disgregante perché sanno di poter fare affidamento in ogni circostanza all’aiuto del Dio in grado di provvedere ad ogni bisogno (Filippesi 4:19).

I cristiani che più o meno consapevolmente entrano in questa logica manifestano mancanza di fede nella sovranità di Dio, cessano di essere sale e luce per essere invece contaminati da sentimenti negativi, facendosi a loro volta strumento di ottenebrazione anziché di illuminazione.

Possiamo ancora osservare che le soluzioni offerte dal complottismo, oltre a essere semplicistiche e a non richiedere quindi particolari sforzi intellettuali hanno un altro punto di forza nella loro apparente credibilità; ciò è dovuto al fatto che smentirle è praticamente impossibile, trattandosi di supposizioni che richiedono una probatio diabolica impossibile da fornire.

Questa è una delle differenze più profonde con la fede cristiana che, al contrario, è una fede storica, fondata su fatti documentati e che dà ampio rilievo alle evidenze. L’evangelista Luca scrive a Teofilo di “essersi accuratamente informato di ogni cosa dall’origine” prima di accingersi a raccontare la vita terrena di Cristo (Luca 1:3);  Pietro sottolinea il fatto di essere stato testimone oculare della maestà di Cristo (2 Pietro 1:16).  La fede biblica è il contrario della credulità, perché si fonda su fatti che possono essere provati; difficile che non ci si renda conto di quanto sia dannosa per la credibilità della nostra testimonianza la condivisione di notizie false: essere testimoni di colui che “si presentò vivente con molte prove” (Atti 1:3) e, contemporaneamente, contribuire alla diffusione di teorie improbabili è incoerente.

Se qualche critico della fede si imbattesse in alcuni dei post che a volte condividiamo senza riflettere, la sua convinzione che i cristiani sono degli ingenui e dei creduloni ne uscirebbe rafforzata.

Possiamo fare qualche ipotesi per provare a spiegare il successo del complottismo nel mondo evangelico.

Innanzitutto, credo che esista un terreno fertile dovuto alla diffusione, trasversale nel mondo evangelicale, di una certa diffidenza (più o meno ampia) verso le Istituzioni, l’attività scientifica e la cultura in generale.

Si deve poi aggiungere la rilevanza che la predicazione “apocalittica” ha assunto negli ultimi decenni. I grandi sconvolgimenti della storia risvegliano i fermenti millenaristi che in periodi più tranquilli paiono sopirsi; stiamo assistendo a qualcosa di simile a partire dall’attentato dell’11 settembre 2001. Gli occhi della chiesa, negli ambienti dispensazionalisti, sono puntati sui “segni dei tempi” della seconda venuta di Cristo che sappiamo essere preceduta, secondo una diffusa interpretazione, dall’ascesa “fisica” dell’Anticristo alla guida dell’umanità. Si pone enfasi particolare su qualsiasi fatto che possa in qualche modo essere messo in relazione all’Anticristo; sembra che questi eventi suscitino in noi più paura che speranza, ne abbiamo un chiaro esempio nell’annosa questione del “microchip-marchio della bestia”.

Questa visione ha un forte terreno comune con le teorie complottiste –il microchip è anche un loro cavallo di battaglia- che vedono individui e gruppi organizzati lavorare nell’ombra per ottenere o mantenere il controllo sul mondo. “La lotta segreta fra bene e male, Satana, la grande congiura internazionale, sono tutti elementi perfettamente compatibili con certe forme di predicazione” osserva Marc-André Argentino, ricercatore presso la Concordia University di Montréal[4]; l’adesione di alcuni movimenti evangelicals di stampo neo-carismatico alle teorie complottiste del gruppo “Q-Anon[5]” porta  a ipotizzare la nascita di un nuovo movimento religioso, in cui Bibbia e teoria del complotto svolgono il ruolo di reciproche chiavi interpretative[6]. Pur senza evocare quest’ultimo scenario, decisamente inquietante, appare chiaro che la Chiesa si trova ad affrontare una sfida delicata.  Probabilmente la situazione attuale è il risultato di decenni di trascuratezza degli aspetti della vita cristiana e della fede legati all’intelligenza e al pensiero “critico”. Nelle parole scritte negli anni ’60 da Harry Blamires in The Christian Mind possiamo trovare quella che può essere considerata la radice del problema: “Un pensiero specificamente cristiano non c’è più. Rimane ancora, naturalmente, un’etica cristiana, una pratica cristiana ed una spiritualità cristiana…Ma come esseri pensanti, i cristiani moderni sono stati vinti dalla secolarizzazione[7]. La ricostituzione di un autentico pensiero cristiano dovrebbe essere il punto da cui partire per dotare la Chiesa degli anticorpi necessari per resistere al virus cospirazionista; i giovani studenti e laureati dei GBU hanno un ruolo importante da giocare in questa partita.

 

Giambattista Mendicino si è laureato in giurisprudenza con una tesi in diritto ecclesiastico. E’ stato coordinatore del gruppo GBU di Torino.

[1] https://dirs.gbu.it/complottismo-e-coronavirus/

[2] https://www.porteaperteitalia.org/fake-news/

[3] John Stott, Creati per pensare, Edizioni GBU, p. 19

[4] https://www.evangelici.net/focus/1592729014.html

[5] https://it.wikipedia.org/wiki/QAnon

[6] https://theconversation.com/the-church-of-qanon-will-conspiracy-theories-form-the-basis-of-a-new-religious-movement-137859 (in inglese)

[7] Harry Blamires, The Cristian Mind, SPKC,  p.43

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di Valerio Bernardi

Devo ammettere che anche io, come probabilmente i giornalisti del Washington Post, quando ho sentito della morte di Ennio Morricone, uno dei figli del “genio” italiano, ho subito ricordato l’onomatopea della colonna sonora de Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone. Tra le innumerevoli colonne sonore composte dal maestro italiano, sicuramente una delle più riuscita per la sua penetrabilità nelle menti di tutti e per la sua giocosità.

Morricone è stato uno dei più grandi artisti italiani del XX secolo ed ha declinato la sua arte, la musica, coniugandola essenzialmente con la decima musa, il cinema e facendola diventare elemento caratterizzante dei film che “re-interpretava” musicalmente e a cui, talvolta, dava significato con essa. Chi ha visto i film di Sergio Leone, vero inventore di un genere (il western all’italiana, con uno sfondo anche di meditazione etico-esistenziale) considerato in un primo tempo di serie B, ma poi visto come chiaramente di valore, sa che il gioco degli sguardi o il famoso “triello” del film citato acquisirebbero un senso del tutto diverso se non avessimo avuto come commento musicale le melodie del compositore romano.

La scelta di coniugare la sua cultura musicale (che era profonda, formatasi con migliori studi possibili e che risentiva anche delle avanguardie “musical-futuriste” che erano state presenti in Italia e che erano state poco accolte nell’ambito musicale colto) con il mondo del cinema (che, in Italia, negli anni Cinquanta e Sessanta, aveva pienamente sostituito come spettacolo popolare pubblico l’opera) gli ha dato fama internazionale e, insieme a Rota e Piovani, lo ha fatto assurgere all’apice dei musicisti italiani che hanno saputo rendere la musica colta popolare veicolandola attraverso il cinema, associandola, così, in modo indissolubile alle immagini. Si trattava di un “artigiano” che, almeno nel suo primo periodo, non disponeva degli imponenti mezzi hollywoodiani e che ha dimostrato tutta la sua vena creativa con l’uso dell’impianto orchestrale (in particolare i fiati) e corale in maniera assolutamente originale.

Le musiche di Morricone ci fanno anche riflettere su quello che deve essere l’arte per il grande pubblico di “profani”, quale sono anche io quando parlo di un campo (quello musicale) di cui non sono un esperto: la musica (e qualsiasi forma artistica) non serve unicamente a sé stessa (come la “narrazione standard”, secondo N. Wolterstorff, sostiene, a partire in particolare dal periodo del romanticismo e del decadentismo) ma ha come scopo anche quello di suscitare emozioni e sentimenti nelle persone che ne fruiscono. La “fusione” con il mondo del cinema (e, più tardi, anche delle fiction televisive) ha permesso che questo tipo di musica fosse apprezzata in tutto il mondo, proprio per la sua efficacia comunicativa e per l’immediatezza con cui la usiamo. Nessuno di noi può vedere i film di Sergio Leone senza pensare alle musiche di Morricone, perché il narrato musicale è talvolta più potente ed evocativo del dialogo (che, a volte, è sin troppo scarno).

Il discorso sul musicista romano può continuare anche e riflettendo sul sacro e su come si sia avvicinato a questo ambito. Diverse sono le musiche che egli ha dedicato a soggetti che avevano uno sfondo di tipo religioso. Il primo grande esperimento è stato quello dello sceneggiato Mosè degli anni Settanta. Si trattava di una storia a puntate sulla vita del patriarca biblico, interpretato da Burt Lancaster e che era impreziosito dalle musiche di Morricone. Quando Morricone interpretava il suo rapporto con il sacro diventava molto solenne e usava spesso la coralità, ricordando sicuramente la potenza che il canto ha nelle liturgie sia del cristianesimo che dell’Ebraismo. Raccomandiamo a tutti di riascoltare il tema di questo sceneggiato che mentre scrivo mi ritorna nella mente insieme alle immagini.

I fiati sono stati usati con grande efficacia in un altro film a contenuto religioso: Mission. Anche in questo film il tema musicale fondamentale è Gabriel’s Oboe ed accompagna il gesuita-cavaliere interpretato da Robert de Niro che cerca di salvare il mondo innocente degli indios Guaranì dalle spietate grinfie dei colonizzatori occidentali ed in cui (di nuovo) il canto corale svolge una funzione salvifica. Negli ultimi anni il compositore romano aveva partecipato con le sue musiche al progetto sulla Bibbia della Lux Vide e, in particolare, aveva musicato le puntate dedicate a Giuseppe (uno degli episodi migliori della serie) e collaborato a quelle degli episodi dedicati ad Abramo. Sicuramente musiche meno famose di quelle citate precedentemente, ma non meno importanti per conoscere il compositore di oltre 500 colonne sonore di film.

Karl Barth, celebrando uno dei centenari della nascita di Mozart, affermava che quando sarebbe andato in Paradiso avrebbe prima cercato il compositore di Salisburgo e poi Lutero, perché la musica è gioco nel senso proprio della parola ed esprime meglio l’animo umano di qualsiasi dogmatica. Risentire in questi giorni i brani di Morricone (quelli sacri e non) ci dovrebbe far riflettere su come sia importante la musica anche nello sviluppo della nostra spiritualità e dovrebbe anche riportarci alla mente che musica “popolare” non significa necessariamente musica del momento (mi riferisco, in questo caso, ai “cangianti” generi della musica pop), ma la possibilità di fruire di un genere che venga riconosciuto da tutti come “bello” e “giocoso”.

La musica di Morricone è contemplabile proprio in questo canone: si tratta di una musica solenne (tipica della tradizione italiana), simile a quella sinfonica (ed anche operistica per il suo uso dei cori), ma capace di trasmettere sentimenti ed anche un senso di giocosità che è importante nella nostra vita e che fa parte anche di quello che Dio ci ha dato a disposizione. Non è un caso che, ancora oggi, nelle nostre comunità evangeliche, l’unica forma di arte che sembra essere ammessa a pieno titolo è quella musicale. Non dobbiamo dimenticarci, però, che anche la musica profana ha un suo valore e, come espressione artistica, è frutto della creatività umana donataci da Dio. Sentire le musiche di Morricone è anche questo: ci porta in qualche modo ad avvicinarci alla nostra creatività, ad uno degli aspetti che ci fa essere simili al divino ed anche, come diceva Barth, alla giocosità della vita.

Valerio Bernardi – DIRS GBU

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di Giacomo Carlo Di Gaetano

Giacomo C. Di Gaetano, Jonathan Lamb, Pablo Martinez
L’unico conforto nella vita e nella morte. Credere e sperare nella pandemia
,
Edizioni GBU, 73 p., € 9.00 | ISBN: 978–88–32049–20–6

PREFAZIONE
La primavera del 2020 passerà alla storia per la pandemia provocata dal virus COVID–19. L’umanità conosce un momento incredibile di sbandamento. E mentre questo libretto va in stampa ancora non intravediamo il momento in cui la corsa dell’umanità riprenderà spedita e sicura come appariva in precedenza. Almeno per una parte di essa.

Forse la fotografia più incisiva per il disagio che tutto il genere umano ha vissuto e sta vivendo, al di là delle terribili e trafugate riprese televisive delle terapie intensive degli ospedali di tutto il mondo, è quella delle città completamente svuotate.

Andrea Bocelli ha provato con la sua magnifica voce a far rivivere queste città con la sua esibizione pasquale davanti al Duomo di Milano, dove tra l’altro ha intonato Amazing Grace, ma si è trattato di un fremito i cui effetti sono stati fruiti dai miliardi di persone in lockdown, dietro le finestre chiuse, di fronte a schermi di computer, televisori e smartphone, ognuno per conto proprio; senza applausi.

È in questo desolato scenario che ai tre autori di questo piccolo libretto (un italiano, un inglese e uno spagnolo, in rappresentanza delle tre nazioni europee più duramente colpite dal coronavirus) è venuta in mente una domanda antica da porre a se stessi e da porre ai nostri amici che ci vorranno leggere: qual è l’unico conforto in vita e in morte?

È una domanda ineludibile, per credenti e non credenti; una domanda che non può neanche sperare di poter essere differenziata a seconda dei due scenari rappresentati: la vita e la morte. Vita e morte, nel surreale contesto che stiamo vivendo, non sono contrapposte ma in continuità. Muoiono le attività economiche, muore la capacità di reagire del fisico dei contagiati muore la solidarietà intorno al morente, alla fine muore il respiro. Muore la speranza.

Che cosa credere e sperare ai tempi del coronavirus?

Abbiamo voluto affrontare questo percorso, entrando nello spazio definito dalla domanda, con quello che avevamo, con quello di più caro che avevamo in quanto cristiani, credenti: «Cristo, speranza di gloria». Questo è un libro sulla speranza: su come scorgerla in mezzo alla pandemia (P. Martinez), su come viverla nel tempo della crisi (J. Lamb), su come proteggerla contro le insinuazioni della sofferenza e del male (G.C. Di Gaetano).

Il titolo proviene da una confessione di fede del tempo della Riforma, il Catechismo di Heidelberg (1563): nella prima domanda, mentre avvia il catechista a scoprire la fede cristiana, il Catechismo riusciva a mettere insieme con una sintesi mirabile, l’angoscia e la speranza, la morte e la vita.

Ecco la risposta che veniva data alla domanda, risposta che in qualche modo fa da filo conduttore alle meditazioni che seguono:

Domanda. Qual è il tuo unico conforto in vita e in morte?

Risposta. Che io, con il corpo e con l’anima (1), sia in vita sia in morte, non sono mio (2) ma appartengo al mio fedele Salvatore Gesù Cristo (3), il quale, con il suo prezioso sangue (4), ha dato piena soddisfazione per tutti i miei peccati (5), mi ha liberato da ogni potere del diavolo (6) e mi preserva (7) così che, senza la volontà del Padre mio che è nei cieli, neppure un capello possa cadermi dal capo (8); sì, così che tutte le cose debbano cooperare per la mia salvezza (9). Pertanto, per mezzo del suo Santo Spirito, egli mi assicura anche della vita eterna (10) e mi rende di cuore volenteroso e pronto, d’ora innanzi, a viver per lui (11)


Il libro sarà presentato in streaming, con la presenza dei tre autori sui canali FB e Youtube di Edizioni GBU
(Domenica 5 luglio, ore 21:00)

YT: https://www.youtube.com/watch?v=VKA3AI6X8Yw
FB: https://www.facebook.com/edizionigbu.it/videos/616835068935410/

 

Il libro esce anche in Spagna
El Único Consuelo en la Vida y en la Muerte: la fe y la Esperanza en la Pandemia, published by Pensamiento Cristiano,
presso l’editore Pensamiento Cristiano  |  http://christian-thought.org/

 

e in Inghilterra,

The Only Comfort in Life and Death. Faith and Hope in the Pandemic,

presso Christian Focus Publications

 

 

 

Endorsements

A trio of European experts in psychology, theology and apologetics offer a fascinating and thoroughly biblical response, not just to the current Covid crisis, but to every crisis. The authors confront the raw reality of suffering with a vibrant resurrection hope.
Jeremy McQuoid, Teaching Pastor, Deeside Christian Fellowship, Aberdeen, Scotland and Chair of Council, Keswick Ministries

When a storm such as this pandemic is raging, it is vital to drop the strong anchor of Christian hope into the bedrock of God’s Word, God’s promises and God’s proven faithfulness. This short book does exactly that. And when many false assumptions and apocalyptic theories swirl around, it is vital to be assured of what the Bible does (and doesn’t) teach about evil and suffering. This book does that too. Simple but solidly biblical, tackling tough issues in a very readable way – I strongly commend it.
Chris Wright, Langham Partnership and author of ‘The God I Don’t Understand’

Living in such turbulent times, people are inevitably asking the question: ‘Where can I find hope and security in the midst of suffering and uncertainty?’ This book will help many as it provides satisfying answers and great comfort, rooted in the promises of God in Scripture.
Lindsay Brown, Former General Secretary of IFES and International Director, Lausanne Movement

This short book contains sustenance for a long journey – the journey of life!  Prompted by the anxiety, fear and uncertainty caused by the Coronavirus pandemic, the authors have produced a gem of a book that succinctly deals with life’s big issues.  The three authors helpfully bring different cultural perspectives and insights.  The book holds together well because each one digs deep into the Bible for nuggets of truth from which to draw nourishment and hope. Those who have been following Jesus for a long time and those who are simply exploring the Christian faith will find encouragement and much to consider.
Elaine Duncan, CEO, Scottish Bible Society

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di Nicola Berretta

Immaginatevi un temporale che si abbatte su una città come Milano. L’acqua colpirà indifferentemente tutti i milanesi, giovani, vecchi, maschi, femmine… ma anche i turisti e i pendolari, così come chi sta transitando sulla Tangenziale diretto altrove, non avendo proprio nulla a che vedere con Milano. Questo esempio illustra bene le tecniche neurofisiologiche utilizzate fino a non molto tempo fa per indagare il ruolo di una certa area cerebrale, mediante stimolazioni elettriche aspecifiche nella zona esaminata. Per contro, pensiamo alla “nuvoletta di Fantozzi”, che colpiva solo la sfortunata categoria degli impiegati. Bene, quest’ultima illustra bene una tecnica che in anni recenti ha letteralmente rivoluzionato le Neuroscienze: l’optogenetica. Una tecnica che ha messo i neuroscienziati in grado di esaminare il ruolo funzionale di precise e selezionate popolazioni neuronali all’interno di note aree cerebrali, stimolate o inibite mediante l’utilizzo di una sorgente luminosa.

Per capirne il meccanismo è necessario gettare uno sguardo su un fenomeno presente in natura, e che stai usando proprio ora, mentre leggi questo articolo: la fototrasduzione. Si tratta di quel fenomeno che avviene a livello dei recettori posti sulla retina del nostro occhio – i coni e i bastoncelli – grazie al quale l’energia contenuta nella luce viene trasformata in flussi di corrente elettrica, permettendoci in ultima analisi di vedere. Tutto questo avviene grazie alla presenza di molecole fotosensibili poste sulla superficie esterna dei coni e dei bastoncelli, le opsine, in grado di cambiare la loro conformazione tridimensionale allorché esposte alla luce. Questa modificazione è il primo di una serie di eventi che culminano nel modificare il flusso di ioni attraverso la membrana di questi recettori retinici, per dare luogo a un segnale elettrico. Occorre poi aggiungere che le opsine non sono tutte uguali, ma possono rispondere a luce di lunghezza d’onda diversa. Alcune dunque rispondono alla luce blu, mentre altre alla luce verde oppure rossa, permettendoci in questo modo di percepire colori diversi nell’ambiente circostante.

Come spesso accade, l’imitazione della natura diviene un trampolino formidabile per sviluppi tecnologici altrimenti impensabili. L’optogenetica infatti si è sviluppata nell’ultima quindicina d’anni sfruttando questa funzione dei recettori retinici, espressa però artificialmente in popolazioni cellulari che altrimenti ne sarebbero prive. Facendo uso di metodologie molto sofisticate di biologia molecolare, è infatti possibile operare nel DNA di cellule selezionate, inducendole a esprimere queste opsine fotosensibili (da cui il termine opto-genetica). In questo modo, una volta che l’area cerebrale in cui queste cellule si trovano viene illuminata da una luce di lunghezza d’onda opportuna, esse sole rispondono a quella luce con un flusso di corrente ionica che può eccitarle o inibirle. Il vantaggio di questa tecnica è straordinario, perché consente di verificare sperimentalmente il ruolo funzionale di specifiche sotto-popolazioni cellulari che si trovano all’interno di una certa area cerebrale, attivandole o inibendole in modo selettivo e sperimentalmente controllato.

Non dobbiamo però pensare che per illuminarli si utilizzi una comune torcia elettrica. Quello che serve è una fibra ottica estremamente sottile da inserire con precisione nel tessuto cerebrale dell’animale testato, in modo tale da illuminare l’area d’interesse in cui si trovano quelle cellule preventivamente indotte a esprimere le opsine. È qui allora che comprendiamo come, in anni più recenti, lo sviluppo di questa tecnologia si sia mosso anche nella direzione di un’ottimizzazione ingegneristica degli strumenti di foto-stimolazione, per renderli meno invasivi possibile, in modo tale da correlare la funzione di determinate popolazioni cellulari a risposte comportamentali svolte in condizioni prive di restrizioni, tra l’altro anche in animali relativamente piccoli, quali sono i topi o i ratti.

È con questi presupposti che riporto un lavoro appena pubblicato sulla rivista Neuron da un gruppo di ricerca dell’Istituto Weizmann in Israele[1], che ha sviluppato un sistema di foto-stimolazione senza fili, con sorgente a luce LED attivata da un campo magnetico, dunque di minima invasività. Questi ricercatori l’hanno poi utilizzato allo scopo di fare maggiore chiarezza sul ruolo funzionale di una specifica popolazione di neuroni presenti nell’ipotalamo, che secernono ossitocina.

L’ossitocina è un ormone ben noto per promuovere nella donna le contrazioni uterine durante il travaglio e poi anche il successivo allattamento. In generale però, sia nel maschio che nella femmina, l’ossitocina avrebbe un ruolo importante nel favorire il consolidamento di legami affettivi, tanto da essere stata addirittura definita “l’ormone dell’amore” che favorirebbe la stabilità nei rapporti di coppia.

Gli autori hanno dunque sottoposto dei topi al cosiddetto “test dell’intruso”, che consiste nel tenere in gabbia per un po’ di tempo un maschio assieme a una femmina, per favorire la sua territorialità, dopodiché si toglie la femmina e si introduce un altro maschio. Quello che si verifica normalmente è una risposta aggressiva nei confronti dell’intruso. Ciò che hanno osservato è che la stimolazione optogenetica dei neuroni dell’ipotalamo che secernono ossitocina riduce la risposta aggressiva, a conferma di un ruolo dell’ossitocina a favore di quella che potremmo definire una pacifica socializzazione.

La storia sarebbe andata nella direzione attesa, se non fosse per altri risultati ottenuti proprio grazie all’approccio tecnico innovativo sopra descritto, che ha consentito agli autori di verificare l’effetto della stessa stimolazione in un contesto meno rigidamente costruito attorno a un definito test comportamentale, e più prossimo invece a un ambiente naturale. I topi infatti venivano lasciati liberi di scorrazzare a piacimento assieme ad altri consimili, in un contesto arricchito da stimoli sensoriali di vario genere. Appena venivano posti in questo ambiente simil-naturale, tutto sembrava andare come atteso, nel senso che gli animali sottoposti a stimolazione optogenetica mostravano subito una maggiore tendenza alla socializzazione. Poi però, già dal giorno successivo, il quadro sorprendentemente cambiava, e i topi sottoposti a stimolazione manifestavano semmai una maggiore propensione all’aggressività.

Gli autori interpretano questi risultati ipotizzando che l’ossitocina, più che indurre un chiaro e definito comportamento di socializzazione, moduli genericamente la rilevanza degli stimoli sensoriali ricevuti e dunque la conseguente risposta comportamentale. In conseguenza di ciò, l’effetto dell’ossitocina non sarebbe affatto unico e stereotipato, ma dipenderebbe dal contesto ambientale in cui essa viene rilasciata dai neuroni ipotalamici.

Insomma, a quanto pare i nostri comportamenti affettivi e relazionali sono governati da un meccanismo un po’ più complesso del semplice rilascio di un ormone ipotalamico. Sarebbe allora opportuno avvisare quanti suggeriscono l’ossitocina come trattamento farmacologico per favorire la fedeltà coniugale. A quanto pare l’ossitocina riesce sì a sortire l’effetto desiderato, ma solo quando si sta chiusi in una gabbia priva di stimoli esterni. Ma, se per restare fedeli al proprio coniuge bisogna rimanere chiusi in una gabbia… a cosa ci dovrebbe servire l’ossitocina?

[1] Anpilov S et al. (2020). Wireless optogenetic stimulation of oxytocin neurons in a semi-natural setup dynamically elevates both pro-social and agonistic behaviors. Neuron Jun 12:S0896-6273(20)30397-4. doi: 10.1016/j.neuron.2020.05.028.

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di Giacomo Carlo Di Gaetano

Il respiro, il prodotto dell’alternarsi dei movimenti che il nostro corpo compie per inspirare ed espirare l’aria da cui traiamo l’ossigeno, è stato al centro di vicende che hanno segnato un tratto fondamentale della storia dell’umanità. Un movimento impercettibile che compiamo continuamente senza farci caso ha attirato potentemente la nostra attenzione e legando al suo impercettible flusso la stessa esistenza del mondo degli uomini.

 

Polmonite interstiziale!

Il primo fenomeno che ha portato all’attenzione il respiro è quello dell’infezione provocata dal nuovo coronavirus, il COVID–19; l’infezione non causa solo lo stato patologico che negli ultimi mesi, quando diagnosticato, suonava come una sorta di condanna a morte, la “polmonite interstiziale” appunto, ma provoca anche un’insufficienza respiratoria che necessita del ricorso, nei casi più seri, a cure mediche raffinate.
Molte, tante volte, medici e operatori sanitari hanno udito il grido, o il sussurro “non respiro”, nel mentre erano indaffarati intorno a una postazione dove giaceva un corpo in cerca di aria, e prima che il paziente scomparisse nel sonno della terapia, quando non, in centinaia di migliaia di casi, nel vuoto della morte! L’ultimo grammo di aria era utilizzato per segnalare la perdita dell’aria, del fiato, del respiro.

Tutti questi termini (respiro, fiato, etc.) da un lato richiamano gli scenari asettici di un reparto di terapia intensiva, dove si concentra il meglio della teconologia medica, e dall’altro lato richiamano ancestrali credenze relative a ciò che si accompagna al fiato al respiro: l’anima, lo spirito, la vita (neshama).
Il virus ci ha rivelato che laggiù, nella profondità delle cavità polmonari, là dove avviene lo scambio tra ossigeno e anidride carbonica, gli uomini ricevono un “insulto” (è questo il termine tecnico) che inquina la fonte del loro respiro. Un qualcosa di estraneo si è parassitariamente annidato nelle nostre fibre e noi … “non respiriamo”. I corpi reclini sui lettini dei reparti covid sono una plasica rappresentazione di membra alla ricerca del soffio vitale.

L’espressione “Non respiro”, sussurrata a un infermiere o in collegamento con un cellulare con all’altro capo un parente, è una previsione sull’imminente perdita del legame tra la propria identità e il posto che occupa questa identità, tra l’anima e il corpo.

I polmoni infettati dal virus e che estinguono il respiro sono allora una potente metafora dell’esistenza che si confronta e che lotta con l’imponderabile, con la sua fragilità e finitezza («la vita è un soffio», esclamava il sofferente Giobbe). Chi sta intorno fa di tutto affinché il respiro non si spenga. Possiamo sussurrare “non respiro”. Qualcuno interverrà.

La brutta esperienza dell’epidemia che stiamo vivendo ci fa pensare al nostro respiro come un qualcosa da proteggere, tutelare. E allora la mascherina è divenuta la nuova icona di un’umanità che tiene a se stessa, a ciò che espira e a ciò che inspira.

 

George Floyd: “Non respiro”!

Un’altra catastrofe ha investito il respiro degli umani; il suo epicentro non era nelle profondita oscure delle cavità polmonari; non aveva a che fare con il microscopico ma era ben evidente, tanto da occupare per alcuni minuti un video adatto alla trasmissione sui social. La si è intravista, questa catastrofe, a terra, in una strada di Minneapolis. A essere in difficoltà era la parte alta del sistema respiratorio, addirittura quella esterna, il collo, perché su di esso premeva un ginocchio, per ben nove, lunghi minuti. Non era una patologia ma una efferatezza; non una condanna a morte passibile di essere rinviata ma un’esecuzione vera e propria.
Lì non c’era il male naturale; non c’er finitezza. Quell’episodio è un’icona del male morale, del male compiuto, operato, messo in atto, in maniera schiacciante da un essere umano su un altro essere umano. Il respiro è stato tolto. In maniera ancor più brutale del modus operandi di un virus. In quelle circostanze, con quella pigmentazione della pelle, puoi anche gridare “non respiro” … non ti aiuterà nessuno.

Quel respiro che si è arrestato a Minnepolis ha innescato un’onda d’urto tremenda, cha fa trattenere il fiato alle fondamenta delle società occidentali: il respiro di alcune vite non importa! Può essere strozzato, chiuso, impedito, soffocato, fermato in gola.
Troppe volte è accaduto; adesso basta! La stessa storia sembra non respirare più per i sussulti dell’iconoclastia.

Anche questa vicenda “respiratoria” assume una portata metaforica universale: gli uomini non sono solo alle prese con l’imponderabile che “insulta” la propria condizione interiore; sono anche alla mercè, schiavi, messi sotto dalla violenza che li strozza, reciprocamente; qualcuno più degli altri, ma poi tutti insieme: abbiamo tutti le mani intorno alla gola di qualcuno, il collo schiacciato da qualcun altro, il ginocchio che preme su un altro ancora.

Il respiro è divenuto una sorta di cifra antropologica capace di illuminare una condizione umana universale fatta di fragilità e prevaricazione; ma forse anche qualcosa in più.

Nel primo caso si è detto da parte di alcuni filosofi (Agamben su tutti) che la reazione al respiro messo in pericolo dal virus consiste nella rivalsa della parte biologica dell’essere umano. Vogliamo sopravvivere. Ma proviamo a incrociare questo dato con il secondo “non respiro”: dov’è la biologia in tutta la pressione del ginocchio sul collo di un essere umano? Affinché una parte dell’umanità, decida che un’altra parte, magari dal colore della pelle diverso, non abbia diritto al respiro è necessario molto di più della semplice biologia. È necessaria la cultura perversa (ahimé fomentata anche da stupide e insulse teologie cristiane) di un essere che pensa di superare e gestire i limiti del bios; i quali già in sé, probabilmente, avrebbero l’antidoto contro il soffocamento di un altro essere umano.

Fragilità e prevaricazione: queste due espressioni del “respiro” che si dilegua rammentano la condizione generale dell’essere umano. C’è un qualcosa nel profondo delle nostre fibre che rende insufficiente il nostro respiro e minaccia la nostra esistenza. E come se questo non bastasse, viviamo in un contesto in cui spesso siamo schiacciati dalle circostanze e dai nostri simili.

Ci manca il respiro e ci tolgono il respiro.

Ci sentiamo infettati e siamo strangolati.

Chi ci salverà?
La dimensione sociale è importante. Dobbiamo rafforzare i sistemi sanitari e dobbiamo approdare alla giustizia sociale. Ma non è detto che le due cose si incrocino e si sviluppino armoniosamente, … senza un’assicurazione! O forse, anche una raccomandazione per un posto in terapia intensiva!

I due scenari che abbiamo evocato non si allontanano dalla nostra testa, anche quando cerchiamo di porvi riparo sul piano sociale.
Il respiro flebile, quintessenza della nostra esistenza, non sarà mai al sicuro: siamo un fiato.

 

Il cristianesimo è una via di vita in cui ogni respiro ha il suo valore; lo si potrebbe dedurre anche dal controfattuale secondo il quale a Uno solo è permesso di richiamare lo spirito, perché è a lui che esso deve tornare in quanto è lui che lo ha dato (Qo 12:9), che lo insuffla (Gen 1).
Il cristianesimo recepisce l’insegnamento della Bibbia che ricorda che a tutti noi, in ragione di una visione precisa dell’inizio della vita umana (creata), è fatto obbligo di «essere i guardiani di nostro fratello» (Gen 4). Anche di colui (Caino) che, per aver rifiutato questa vocazione, è giunto all’estremo opposto di distruggere l’immagine di Dio in un altro uomo (Abele). Siamo infatti guardiani anche di chi porta il segno dell’assassino.
Figuriamoci poi per chi ha usato trenta dollari di buoni spesa falsi!

 

Il cristianesimo è messo a dura prova da queste due forme di sofferenza del respiro.
Nel primo caso, l’insulto portato ai polmoni non risparmia i cristiani e spinge, coloro che portano il nome di cristiani, a interrogarsi e chiedersi quale sia il vero, autentico, unico conforto che essi hanno nella vita e nella morte. A fare chiarezza con se stessi.

Nel secondo caso, il respiro soffocato in gola a un altro essere umano tradisce che di cristianesimo lì non si tratta. Il messaggio cristiano è lontano, tradito, soffocato prima nelle proprie coscienze.

 

Il cristianesimo si propone però di farci percorrere le vicende di Dio per condurci al loro centro, al vangelo, dove troviamo un’altra vicenda drammatica concernente il “respiro”. Gesù di Nazaret è un altro esempio di uomo che ci viene presentato nell’atto di “rendere lo spirito”.
È morto per asfissia, il crocifisso!
E in quella morte vediamo la passione di Dio per tutte le morti, la passione di Dio per tutti i respiri che svaniscono; e vediamo anche la madre di tutti i soffocamenti: quello di chi volontariamente si lascia crocifiggere e soffocare. Ma perché?

Il canto del Servo sofferente (Isaia 53) ci suggerisce una traccia per trovare una risposta:

«Disprezzato e abbandonato dagli uomini,
uomo di dolore, familiare con la sofferenza,
pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia,
era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna.
Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava,
erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato;
ma noi lo ritenevamo colpito,
percosso da Dio e umiliato!
Egli è stato trafitto a causa delle nostre trasgressioni,
stroncato a causa delle nostre iniquità;
il castigo, per cui abbiamo pace, è caduto su di lui
e mediante le sue lividure noi siamo stati guariti».

 

 

 

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