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Decidere di rimanere ad ascoltare

Ricordo molto bene una delle prime plenarie che l’oratrice Connie Main Duarte ha condotto a Revive 2019. Mi ha colpito tanto. L’argomento di cui ha parlato non poteva lasciare indifferente nessuno tra il pubblico. Il passo che ha usato per esprimere il suo tema (Gioele 2:12-13) parlava degli idoli del cuore umano. Subito mi sono resa conto che era necessario rimanere seduta ad ascoltare con il cuore aperto. Non era Connie a chiederlo. Era lo Spirito Santo! Lei era solo lo strumento che Dio stava usando quella sera per arrivare direttamente ai 3000 giovani seduti accanto a me.
La domanda ora era: “Alice, sei disposta ad ascoltare e a fare qualcosa di difficile ma che ti cambierà la vita?”

Una scelta difficile

Ci sono delle cose che vorremmo tenere per noi. Cose con cui non è facile fare i conti ma, in quella sessione, Connie ha raccontato molto della sua storia personale. Lei ha avuto coraggio, non ha avuto paura di esporsi. Ci ha detto di quanto fosse stato facile per lei accettare Gesù come Salvatore in età molto giovane ma di quanto fosse stato difficile comprendere Gesù come il Signore della sua vita. È stata una battaglia contro se stessa. Solo dopo un lungo tempo Gesù ha vinto il suo cuore mentre scopriva che ciò era tutto quello di cui aveva bisogno per liberarsi dagli idoli che la avevano attratta per molto tempo.
Il più grande di questi idoli per lei era lo shopping.

“Houston, abbiamo un problema qui!”

L’idolatria è un problema antico. Ha da sempre caratterizzato la vita dell’uomo. Se solo pensiamo ai passi della Bibbia che raccontano di quanto sia stato facile per il popolo d’Israele essere devoti e pieni di idoli, ci rendiamo conto che quella è una questione attuale e che noi siamo degli orgogliosi arroganti se pensiamo che l’idolatria non ci riguardi. Gli idoli sono tutti intorno a noi. Cercano di tenerci stretti, sono costantemente davanti ai nostri occhi. Nel suo discorso Connie parla del centro commerciale come un tempio dove lei si recava di continuo. Parla della devozione costante, del senso di appagamento e soddisfazione totalizzante che la intrappolava e la costringeva a tornare a offrire il suo culto al dio dello shopping. E noi, siamo poi così diversi da Israele e da Connie? Il nostro tempio magari non sono i negozi ma forse è qualcos’altro che non vogliamo riconoscere come tale!

Riguarda me & te

Connie ci ha sfidato. Ci ha guidati a capire che Dio ci stava chiedendo di guardarci dentro, di smettere di mentire a noi stessi e di rinunciare al nostro idolo. Nello stesso tempo Gesù ci ha preso per mano e ci ha mostrato quanta bellezza c’è dentro di noi e nel mondo intorno a noi se solo riconosciamo i nostri idoli e decidiamo di disfarcene per sempre per seguire Cristo. Se non lo facciamo vivremo con l’illusione che la nostra vita sarà improvvisamente migliore. Non saremo più felici e tutto non sarà più bello. Così mentre gli idoli trattengono ancora il nostro sguardo, essi stringono con un laccio mortale anche il nostro cuore. Ma ciò è proprio il motivo per cui Gesù è venuto a morire.

Ascoltare lo Spirito di Dio è un atto di coraggio

Quando parliamo di rinunciare agli idoli, lo Spirito Santo può essere davvero persistente nel chiederci di farlo. Ma come ci rinuncio concretamente? Bè, voglio dirti che non sarà semplice ma, alla fine di questo percorso di liberazione, vivrai con un cuore totalmente grato e soddisfatto. È un atto di coraggio. Presentati davanti a Dio, chiediti quali sono le cose che stanno catturando maggiormente la tua gioia, la tua attenzione. Dichiara quali sono le cose che ti stanno portando lontano da Gesù. Denaro? Internet? Il successo? La laurea? Una relazione? Dagli un nome. Gli idoli sono solo cose. Le cose hanno potere su di noi solo in relazione al potere che noi diamo loro mettendole al centro della nostra vita. Ora prendi quell’idolo, mettilo ai piedi della croce e giragli le spalle. Lascialo lì per intraprendere una nuova vita insieme a Gesù. Non sei da solo.

Il risveglio è personale

Revive significa risveglio. Da tempo in Italia preghiamo perché questo accada. Tutti abbiamo pensato a un cambiamento e di volerne fare parte. Tutti vogliamo vedere Dio che opera un vero e duraturo risveglio spirituale potente. Gesù è venuto per risvegliarci. Gesù è venuto per liberarci dal laccio mortale degli idoli che soffocano lo Spirito. Gesù è venuto per darci respiro vitale e lo farà se noi, per primi, glielo permettiamo. Se comprendiamo che Gesù è sufficiente a cambiare il nostro cuore, smetteremo di vivere per il nostro idolo e cominceremo a vivere per Cristo, a vedere la bellezza di un risveglio autentico, opera di Dio sovrano che parte proprio da dentro noi. Cosa aspetti? Lascia i tuoi idoli per il solo, grande e unico vero Dio!

<em>Alice Trinari Staff in Formazione a Pisa</em>

 

Alice Trinari
(Staff in Formazione, GBU Pisa)

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Da poche settimane si è conclusa la Festa GBU 2021 (Convegno Studentesco Nazionale).

Anche quest’anno gli studenti GBU di tutta Italia si sono incontrati online, forse un po’ stanchi per l’ennesimo incontro virtuale, ma con la gioia di poter essere, in qualche modo, insieme!

Attraverso la predicazione della Bibbia, i seminari e le interazioni nei gruppetti, ogni studente è stato incoraggiato a vivere la propria fede nell’università, prendendo sempre più consapevolezza del grande mandato che Gesù ci ha affidato.

Qui di seguito le testimonianze di due studenti GBU, alla loro prima Festa:

Giulia Di Fonso, GBU Foggia

Questa è stata la mia prima Festa GBU.

Una predicazione di Francesco Schiano mi ha fatto riflettere sul fatto che oggi viviamo in una società caratterizzata dal costante attivismo. L’uso di dispositivi tecnologici e delle loro applicazioni aumenta l’attenzione di ciascun utente verso se stesso. Questo atteggiamento di “distrazione” azzera il piacere della condivisione e delle interazioni sociali.

Matteo 9:36-38, invece, è un esempio di perfetta empatia e compassione verso gli altri! Gesù, nonostante fosse molto attivo e impegnato, vedeva la folla, ne aveva compassione, ne cercava il contatto.

Mi sono chiesta: “Riesco a vedere la folla? I bisogni della gente? Cosa sto facendo per raggiungere le persone intorno a me?”

Domenico Giannone, GBU Palermo

Mi chiamo Domenico Giannone, faccio parte del gruppo GBU di Palermo da quasi un anno, e quest’anno ho partecipato alla mia prima festa GBU.

Non avevo mai partecipato a un evento così grande soltanto per studenti universitari, e ho trovato tutto molto bello e stimolante per la mia vita cristiana. La Festa è stata organizzata online e sono state svolte numerose attività. Mi sono piaciuti, in particolare, il networking, che permetteva di parlare, in modo casuale, con tanti studenti GBU di tutta Italia, e i seminari che affrontavano numerosi temi. Questi ultimi per me sono stati i momenti più belli della Festa, in cui ho avuto modo di imparare tanto, apprezzando anche il modo in cui concetti venivano spiegati.

Una frase che mi ha colpito particolarmente in un seminario è stata: “La potenza di Dio spinge gli uomini al ravvedimento”.

La mia prima festa GBU mi ha dato tanto, mi ha ricordato di dover essere “sale e luce” per questo mondo e a non avere paura, ma piuttosto ad andare e predicare il vangelo, a fare discepoli di Gesù Cristo. Sono molto contento di aver fatto questa esperienza e di aver partecipato!

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di Valerio Bernardi

Ho esitato molto nell’iniziare a scrivere questo articolo, perché mi sono chiesto se non si sarebbe perso in tutto quel materiale che è stato presentato dopo la morte di Franco Battiato, uno dei maggiori cantautori italiani, che ha avuto l’abilità di essere del tutto originale ed eccentrico rispetto alla tradizione della nostra canzone in quanto non proveniva né dalla scuola “genovese” (che si era in parte rifatta alla scuola francese) o ai cantanti “politici” degli anni 1970 che si rifacevano alla tradizione americana ed avevano come loro “modello” Bod Dylan.

Battiato è stato uno sperimentatore anche di alto livello e piuttosto ricercato nel primo periodo, tanto che i suoi primi album, quelli degli anni 1970 sono quasi del tutto ignoti ai più e piuttosto sperimentali. Però proprio quelle sperimentazioni faranno approdare il cantautore catanese al suo album più noto La voce del padrone: tutti coloro che hanno la mia età (e che sono anche un po’ più giovani) hanno almeno una volta canticchiato le canzoni di questo album che ha stabilito uno dei più grandi record di vendite da parte di un 33 giri in Italia.

A prescindere dal successo (che continuerà anche dopo) nei miei ricordi vi è l’aver assistito ad un concerto dedicato a quest’album nel vecchio stadio di Bari che non mi suscitò particolari entusiasmi, nonostante la presenza di un’orchestra di archi fusi all’uso della musica elettronica con testi che erano uno scorrere di citazioni colte o semi-colte che venivano canticchiate da persone che non avevano la minima idea di chi fossero i gesuiti euclidei, il free jazz e le altre numerosi citazioni. Questa “semi-delusione” non mi ha impedito di continuare a seguire con interesse il cantante siciliano e le numerose interpreti delle sue canzoni che hanno impreziosito con le loro virtù canore il suo repertorio (mi riferisco ad Alice, Giuni Russo, Milva e, last but not least, Carmen Consoli).

Cosa mi ha incuriosito di Battiato e cosa vale la pena menzionare del suo repertorio?

In primo luogo, il suo chiaro interesse per la “filosofia”, non necessariamente quella occidentale e neanche quella accademica che lo ha portato ad un singolare connubio per qualche anno con Manlio Sgalambro, singolare figura di pensatore non accademico, sicuramente sottovalutato in Italia, ma che ha pubblicato diverse opere e la cui filosofia può essere annoverata (ed avvicinata) a quella di Cioran, con vene pessimistiche e nichiliste che guardano al dolore della vita, senza trovare una reale soluzione. Sgalambro collabora per quasi un decennio con Battiato e scrivono insieme testi ed opere (non bisogna mai dimenticare che, accanto alla produzione popolare, il cantautore catanese continuerà a scrivere musica classica: una delle sue opere più importanti si chiama La Genesi e anche qui le allusioni filosofiche e religiose non sono poche). Questi testi sono piuttosto difficili da decifrare e propongono sicuramente un modello “diverso” rispetto a quelli più propriamente del cantautore, perché vanno verso l’indifferenza e l’ascesi, ma quasi senza una reale illuminazione, richiamandosi ad un sapere antico (vi è anche una canzone basata su un frammento di Eraclito, che non a caso, gli stessi filosofi antichi chiamavano l’oscuro). La filosofia proposta non è del tutto disperata ma ha una ferma credenza nella mutabilità ed eternità di questo mondo che ci fa essere del tutto secondari rispetto ai problemi, una sorta di critica all’antropocentrismo occidentale.

In secondo luogo, il misticismo. Battiato è stato uno dei maggiori seguaci del misticismo nel mondo contemporaneo, ovvero dell’idea che ci potesse essere una congiunzione del divino attraverso l’esercizio di una spiritualità personale e meditativa. Bisogna chiarire che questo misticismo, benché guardi alla tradizione cristiana (sicuramente vi sono richiami ad Eckhart ed alla pietà di Tommaso da Kempis) la vuole sicuramente superare e guarda anche altrove. Infatti, prima della Voce del Padrone, Battiato aveva già mostrato il suo interesse per il sufismo, una corrente dell’Islam ormai quasi dimenticata in Occidente e che ha degli aspetti di incontro con il divino che lo rende un movimento più tollerante e molto più attento alla ricerca di un rapporto personale con Allah e poi per il Buddismo, dove sappiamo come la mistica si unisca a pratiche meditative ed ascetiche. Nelle canzoni echi di questo misticismo sono ben presenti (guardate ad espressioni come l’Inviolabile, la ricerca della Luce, quella del Silenzio presente in diversi testi). Questo interesse verso il misticismo sicuramente ci affascina ed ha reso il cantante sicuramente sui generis rispetto ai suoi colleghi che non hanno mai cercato di incontrare il Divino in maniera iniziatica e quasi gnostica, cercando un’illuminazione anche attraverso una pratica di vita.

In terzo luogo, strettamente collegato all’aspetto di cui abbiamo appena parlato, vi è quello della religiosità. Nelle notizie che sono passate in questi giorni, è stato detto che Battiato ha avuto funerali cattolici: il sacerdote suo amico che ha officiato i funerali non a casa ha usato come passi per la liturgia brani tratti dalla Sapienza, uno dei libri più sincretici tra i Deuterocanonici, che fonde motivi di religiosità ebraica con sapienza ellenistica. Potremo dire che Sapienza in parte descrive bene il religioso in Battiato che non può essere definito cristianesimo, ma il tentativo, tipico del pluralismo religioso, di fondere diverse caratteristiche insieme in una ricerca del Divino che forse è in noi stessi. Voglio ricordare solo due canzoni in questo caso che, a mio parere, rappresentano validi esempi di questo sincretismo. Nel Testamento si afferma chiaramente che Gesù nei Vangeli ha insegnato la reincarnazione e il messaggio di Torneremo ancora (molto ascoltata in questi giorni) è abbastanza chiaro. Pertanto sono fuse all’interno dei testi che parlano di sacro, motivi cristiani, islamismo atipico (quello dei Sufi e del misticismo islamico turco), buddismo/induismo e filosofia greca arcaica (attraverso una mediazione nietzschiana che ha evidenziato la questione dell’eterno ritorno dell’uguale). Diversi hanno parlato del cantautore catanese come di un esponente della New Age ma penso che la sua religiosità (che forse meriterebbe un articolo a parte) sia al di là delle etichettature e volesse trasmettere un messaggio plurale e universale, adatto forse ad una certa spiritualità dei nostri tempi (che va assolutamente ascoltata e vista con interesse) ma che non è sicuramente vicino ad un cristianesimo che fonda sul Sola scriptura le sue basi.

Ci sono tanti anti aspetti delle canzoni e della musica di Battiato che andrebbero analizzati come quello politico (sempre piuttosto populista e semplicista per un autore come lui), dell’amore (un aspetto sottovalutato ma che fa pienamente parte della tradizione della canzone italiana) e quello della ricerca sperimentale (che non è venuta meno neanche nei periodi più pop) ma per questo ci vorrebbero appositi approfondimenti.

Cosa dire da evangelici su questo esperimento pop-colto che, in realtà, non era così anomalo nel panorama musicale italiano (Guccini, De Andrè, Vecchioni e Branduardi fanno anche loro parte di questo panorama)? Sicuramente Battiato ha fatto numerosi riferimenti alla dimensione spirituale dell’uomo, ha accennato ad aspetti della vita umana che difficilmente sono stati cantati da altri. Il suo interesse per il sacro ed il religioso è indubbio, ma sicuramente non possiamo considerarlo “ortodosso”.  Battiato però può continuare ad insegnarci con le sue canzoni che continuano ad essere ascoltate ancora oggi che la spiritualità, la ricerca dell’infinito non termina mai nell’essere umano e forse il nostro compito sarebbe di coglierla al meglio. Non bisogna poi dimenticare che comunque si tratta di canzoni e che le canzoni non sono fatte solo per pensare e riflettere ma anche per trasmettere sensazioni e divertissement, cosa che Battiato è riuscito a fare al meglio. Non è un caso che tra le canzoni del suo vasto repertorio continuo a preferire Chanson egocentrique, che ha diversi non sense ma una musica trascinante, soprattutto nella versione in duo con Alice.
(Valerio Bernardi – DIRS GBU)

 

L’articolo La speranza del tornare: l’opera di Battiato tra misticismo e divertissement proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/la-speranza-del-tornare-lopera-di-battiato-tra-misticismo-e-divertissement/

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Capire la volontà di Dio per la propria vita sembra essere una delle ossessioni più comuni nella vita dei credenti.

Forse perché siamo affetti da una sorte di sindrome di “Sliding Doors”.
Proprio come nel famoso film degli anni ‘90, con protagonista Gwyneth Paltrow, pensiamo che una scelta sbagliata (nel film si trattava di un evento casuale, ma non è questo il punto) possa cambiare il corso della nostra storia, facendoci perdere le cose migliori della vita.

Eppure la volontà di Dio per noi è chiarissima nella Bibbia. Gesù ci ha chiamati per essere suoi testimoni, alla gloria di Dio. Prima di ascendere al cielo ha detto ai suoi discepoli “Andate e fate miei discepoli”, e i suoi discepoli hanno trasmesso lo stesso mandato a coloro che hanno creduto alla loro predicazione. Fare discepoli di Cristo è la volontà di Dio per ogni persona che crede in lui e lo segue. Questo dovrebbe essere la risposta principale ogni volta che, davanti ad una scelta importante, ci chiediamo cosa fare: “Vai e fai discepoli di Cristo”. Il resto non è altrettanto importante.

“Voi siete il sale della terra…”

Quest’anno alla Festa GBU ci siamo chiesti come adempiere al grande mandato riflettendo su 3 famosi brani dal Vangelo di Matteo (5:13-16, 9:36-38, 28:16-20).
“Voi siete il sale della terra…Voi siete la luce del mondo…” un discepolo di Cristo non può passare inosservato, e rende il luogo in cui si trova migliore. La sua nuova nascita e la presenza dello Spirito Santo nella sua vita lo rendono evidentemente diverso. È di lui che ha bisogno il mondo arido e oscuro nel quale vive.
Allora risplendete! “Affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli”.

“Vedendo le folle, ne ebbe compassione”

Le folle che vivono attorno a noi dovrebbero vedere le nostre buone opere. Cosa dovremmo vedere noi in loro? Gesù vedeva pecore senza pastore, persone stanche e sfinite, vedeva una grande messe, e ciò lo spinse a dire “pregate dunque il Signore della messe che mandi degli operai nella messe”.
La pratica del digiuno (non necessariamente dal cibo, ma forse da internet, dallo smartphone, dalle serie TV), della solitudine e del silenzio potrebbero aiutarci ad essere liberi dalle distrazioni che ci impediscono di vedere le folle che vivono attorno a noi. Questo ci aiuterà a provare la compassione che Gesù prova per loro, e a passare più tempo sulle ginocchia, pregando con una visione più grande dell’opera del Signore.

Allora saremo pronti ad andare, a stare scomodi, a rischiare.

“Alcuni desiderano vivere la loro vita sotto il suono costante del coro di una chiesa. Io voglio aprire un centro di recupero ad un metro dall’inferno” (C.T. Studd).

C’è un grande bisogno di predicare il Vangelo, di insegnare la Parola di Dio. Chi si è dedicato a queste cose ha sempre affrontato sofferenze e persecuzioni, ma “ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente” disse Gesù ai suoi discepoli dopo aver affermato che ogni potere gli era stato affidato, in cielo e sulla terra.

Non siamo in un mondo guidato dal caso, nel quale le nostre scelte sbagliate possono rovinarci la vita. Siamo nella messe di Dio, che ha ogni cosa nelle sue mani, e che ci chiede soprattutto una cosa: “andate e fate miei discepoli”. Il resto non è altrettanto importante.

 

Francesco Schiano
(Staff GBU)

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Tempo di lettura: 2 minuti Una Comunione particolare L’esperienza a Revive mi ha lasciato un senso profondo di comunione. Eravamo migliaia di persone da tutta l’Europa, uniti per lo stesso scopo. C’è stata la possibilità di studiare la parola, lodare, pregare e sognare insieme con persone che non conoscevo da prima. Nonostante questo ci siamo subito capiti e connessi. Tutto […]

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di Valerio Bernardi

M. Rubboli
Alle origini della storia americana.
I padri Pellegrini tra storia e mito (1620-2020)
Unicopli, Milano, 2021

 

 

 

 

Massimo Rubboli è un esperto di storia del Nord America (materia che ha insegnato per molti anni negli atenei italiani) e soprattutto del suo collegamento con la storia religiosa. Lo scorso anno è ricorso il quattrocentesimo anniversario dello sbarco dei Padri Pellegrini che provenivano dall’Inghilterra a Cape Cod. Gli statunitensi ricordano questo particolare avvenimento come uno dei momenti fondativi del loro Paese e ad esso è dedicata una delle feste civili più importanti dello Stato: il Giorno del Ringraziamento.

Rubboli ha deciso di pubblicare nel 2020 due testi che si soffermano su questo particolare avvenimento: il saggio Alle origini della storia americana. I padri Pellegrini tra storia e mito (1620-2020) per i tipi della Unicopli di Milano e la cura in edizione italiana della Mourt’s Relation uno dei testi di auto-rappresentazione dei Padri Pellegrini che hanno contribuito alla ricostruzione dell’evento ed anche (perché no) a farlo diventare una leggenda fondativa degli Stati Uniti d’America.

Il saggio dedicato alla storia dei Pilgrim Fathers inizia con un interessante analisi dell’idea, legata ad attese di fine dei tempi, che la stessa chiesa inglese aveva di sé stessa dopo l’Atto di Supremazia di Enrico VIII e di come essa sia servita a formare la coscienza del popolo inglese come di una sorta di popolo eletto e come questa idea abbia continuato a propagarsi sotto Edoardo VI ed abbia trovato soprattutto nei Puritani (coloro che adottavano una teologia di stampo calvinista e chiedevano più rigore ma che non necessariamente volevano uscire dalla Chiesa d’Inghilterra) i maggiori sostenitori. L’escatologismo del protestantesimo europeo talvolta viene poco sottolineato dagli studi odierni, ma non dobbiamo dimenticare che era ampiamente presente anche nella cosiddetta Riforma magisteriale.

I Padri Pellegrini appartenevano a questo tipo di corrente, ma, come diversi altri Puritani, decisero di uscire dalla Chiesa d’Inghilterra, subendo pressioni religiose soprattutto quando salì al trono  Giacomo I, che, secondo i modelli assolutisti dell’epoca voleva il controllo della Chiesa che riteneva fortemente legato al potere della Corona.

Questo è il motivo per cui questa comunità (non molto numerosa) decise di rifugiarsi a Leida, una delle città più tolleranti delle Province Unite, dove poterono continuare a professare liberamente il proprio culto. Rubboli, pertanto, analizza il motivo per cui alla fine i Pellegrini decisero di partire per le coste americane e individua due apparenti ragioni: la prima era il sentirsi “estranei” all’ambiente olandese, sin troppo aperto per i loro gusti, l’altro la possibilità, soprattutto collocandosi a Nord della Virginia, di poter fondare una colonia quasi indipendente dalla Madre Patria e dove ci si potesse organizzare con molta autonomia e con l’aiuto della Provvidenza divina, continuare a vivere liberi e ossequiosi dei principi che ci si era dati.

Dopo la descrizione del viaggio (anch’essa interessante e dove si sottolinea come i Padri non viaggiarono soli), Rubboli si sofferma sulle difficoltà che i nuovi coloni ebbero di installarsi sul territorio, difficoltà dovute anche ad un arrivo già in stagione invernale ed alla mancanza di risorse e di come furono aiutati da alcune delle popolazioni locali in una difficile sopravvivenza. Al momento dell’insediamento fu stipulato il Mayflower Compact dove ci si impegnava a “costituire un corpo politico civile per il migliore ordinamento e la migliore conservazione della nostra comunità” sotto lo sguardo vigile di Dio e la giurisdizione di Giacomo I. Questo documento è stato poi visto come fondamentale per comprendere come i primi coloni si considerassero un corpo civile autonomo e che potesse arrivare poi ad un covenant (il patto) che potesse portare alla nascita di un nuovo Stato. L’A., infatti, sottolinea, come proprio questo documento sia stato uno dei motivi per cui i Padri Pellegrini sono stati annoverati tra i Padri Fondatori della nazione americana.

Il difficile arrivo, la difficile vita ed anche la visione di un chiaro intervento divino nella salvezza dalle difficoltà sono un’altra delle caratteristiche dei Padri Pellegrini che hanno anche contribuito alla propria autorappresentazione grazie ad un certo numero di scritti che subito hanno iniziato a raccontare la loro storia in maniera provvidenziale e con un forte senso identitario e di appartenenza (la Mourt’s Relation ne è un uno degli esempi più lucidi). Sebbene Bradford e Morton dipingeranno un’immagine positiva del loro piccolo popolo (non nascondendone le difficoltà) che ebbe anche il vantaggio di instaurare una relazione costante con i nativi americani del luogo, i vicini trovarono i Padri Pellegrini piuttosto inflessibili e poco propensi a mischiarsi con gli altri coloni che abitavano non molto lontano. La colonia di New Plimouth, quindi, per diverso tempo visse in maniera relativamente autonoma e anche un po’ isolata, non sviluppando, tra l’altro grandi risorse economiche.

Se Rubboli ricostruisce (con un oculato ed esemplare uso ed interpretazione delle fonti primarie) la “storia” dell’arrivo e dei primi anni di vita della colonia di New Plimouth, la seconda parte del volume è dedicata alla nascita del mito, in quanto l’istituzione della Festa del Ringraziamento consacrata poi come festa nazionale, ha fatto sì che questi coloni puritani fossero annoverati tra i fondatori del moderno stato americano.

Il mito dei Padri Pellegrini parte dagli inizi del XIX secolo, non appena la Nazione si è costituita nasce in un ambiente whig, dove i coloni sono visti come gli antesignani del governo rappresentativo e della nascente nazione. La consacrazione arriverà quando Abraham Lincoln renderà la Festa del Ringraziamento festa nazionale.

Il saggio si conclude discutendo delle trasformazioni che si sono avute del Thanksgiving Day nel corso del tempo e parlando dell’importanza che per una Nazione hanno le commemorazioni. Quelle americane, ovviamente, sono servite e servono a costruire quella che è la cosiddetta religione civile.

Il testo di Rubboli si legge con facilità ed è un attento contributo alla storia del Nord America ma anche del cristianesimo americano: si cerca di smontare il provvidenzialismo che vede la nazione statunitense come una nazione eletta, ma, allo stesso tempo si ammette che il cristianesimo ne è parte integrante. I miti di fondazione, benché devono essere sempre destrutturati e contestualizzati, sono importanti e quello dei Padri Pellegrini è un caso esemplare da studiare, anche per la sua trasformazione da una commemorazione marginale a festa nazionale che ha ancora delle connotazioni religiose. Il testo va letto per comprendere meglio le dinamiche di una nazione, cui il mondo evangelico è molto vicino e che ha sicuramente una politica che è legata a valori religiosi che però non devono essere assolutizzati, come ben mostra l’A. del testo.

(V. Bernardi, DiRS–GBU)

L’articolo Alle origini della storia americana. proviene da DiRS GBU.

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Il padre della missione integrale

Lo scorso 27 aprile, all’età di 88 anni, è andato con il Signore uno dei maggiori teologici evangelici sudamericani: René Padilla. Nato in Ecuador, Padilla ha collaborato con diverse organizzazioni missionarie interdenominazionali. È stato, tra le altre cose, per diversi anni un membro dello Staff di IFES ed uno degli ispiratori del Movimento di Losanna. Proprio nel 1974 fece uno famoso discorso nel grande convegno missionario, dove ribadì la centralità nella missione anche dei paesi emergenti del mondo, mostrando come il mondo evangelico, sino a quel momento, era stato sin troppo eurocentrico (il titolo del discorso di Losanna è Evangelism and the World e lo si può leggere in inglese al seguente link: https://ift.tt/3nEx6Ww). Autore di diversi saggi, è stato l’inventore dell’espressione missione integrale. Abbiamo pensato, poiché praticamente nulla è stato tradotto di questo importante esponente dell’evangelismo mondiale, che fosse utile proporre una sua conferenza del 2003.

Ringraziamo El Camino Network per averci concesso il permesso di tradurre il testo che vi proponiamo e che si sofferma proprio sulla missione integrale. Nonostante siano passati diversi anni, riteniamo il concetto ancora perfettamente attuale soprattutto per un’organizzazione che vuole proclamare il Vangelo da “studente a studente”.

(Valerio Bernardi – DiRS GBU)

 

Che cos’è la missione integrale?
(di René Padilla)

Sebbene sia da un po’ diventato di moda usare il termine missione integrale, l’approccio alla missione che esso esprime non è nuovo. La pratica della missione integrale risale a Gesù stesso e alla chiesa cristiana del primo secolo. Inoltre, un numero crescente di chiese sta mettendo in pratica questo stile di missione senza necessariamente usare questa espressione per riferirsi a ciò che stanno facendo: missione integrale non fa parte del loro lessico. È chiaro che la pratica della missione integrale è molto più importante dell’uso di questa nuova espressione per riferirsi ad essa.

L’espressione missione integrale (misin integral) è entrata in uso nella Fraternità Teologica Latino Americana (FTL) circa vent’anni fa. È un tentativo di mettere in evidenza l’importanza di concepire la missione della chiesa in una struttura più biblico–teologica di quella tradizionale, che è stata accettata nei circoli evangelici grazie all’influenza del moderno movimento missionario. Negli ultimi anni l’espressione è stata così ampiamente usata che la traduzione letterale è gradualmente diventata parte del lessico di coloro che stanno premendo per un approccio più olistico alla missione cristiana, anche al di fuori della cerchia evangelica di lingua ispanica.

Che cos’è questo approccio alla missione? In che aspetti si differenzia dall’approccio tradizionale?

L’approccio tradizionale alla missione

Nell’approccio tradizionale, che ha preso forma nel moderno movimento missionario, specialmente dalla fine del diciottesimo secolo, la missione cristiana era concepita principalmente in termini geografici: consisteva nell’attraversare le frontiere geografiche con lo scopo di portare il vangelo dall’Occidente cristiano ai campi di missione del mondo non cristiano (i pagani). In altre parole, parlare di missione significava parlare di missione transculturale.

Lo scopo della missione era salvare anime e piantare chiese, principalmente in paesi stranieri, attraverso la predicazione del vangelo. Gli agenti della missione erano principalmente i missionari, la maggioranza dei quali erano affiliati alle società missionarie, sia denominazionali che interdenominazionali (le missioni di fede). Le qualifiche dei missionari variavano, ma si dava per scontato che il primo requisito (in aggiunta, naturalmente, all’esperienza di conversione a Gesù Cristo) era quello di sentire, generalmente a un livello soggettivo ed individuale, di essere stati chiamati da Dio al campo missionario. Rispondere alla chiamata di Dio alla missione, come nel caso della chiamata al pastorato, era solitamente considerata la chiamata più alta, il massimo impegno che un cristiano potesse fare nel servire Dio. In nessuna maniera si considerava fosse qualcosa che ci si aspettava da tutti i cristiani.

Qual era la responsabilità della chiesa locale in questo modello? Ad eccezione di poche chiese (specialmente tra le Assemblee dei Fratelli) che mandavano missionari senza l’intervento delle società missionarie, il ruolo della chiesa locale era ridotto a fornire il personale e il supporto spirituale e finanziario alla missione. Anche la preparazione e l’addestramento dei missionari era delegato dalle chiese locali a speciali istituzioni.

Si dovrebbe sottolineare, comunque, che con tutte le sue debolezze, questo concetto di missione, caratteristico del moderno movimento missionario ha ispirato (e in molti casi continua ad ispirare) migliaia di missionari transculturali a fare ciò che Abramo ha fatto molti secoli fa: lasciare la propria patria e e la propria famiglia e andare verso la terra che Dio gli mostrava. Sono usciti per diffondere la buona notizia della salvezza in Gesù Cristo, e quindi hanno scritto alcune delle pagine più commoventi della storia della chiesa. Grazie all’opera di questi missionari tradizionali, veri eroi della fede, molti dei quali hanno dato le proprie vite per il bene di Gesù Cristo, oggi la chiesa è un movimento diffuso in tutto il mondo con comunità in pratica in ogni nazione della terra. Lode a Dio!

Dall’altro lato, bisogna riconoscere che l’identificazione della missione della chiesa con la missione transculturale ha avuto come risultato almeno quattro dicotomie che hanno avuto un effetto negativo sulla chiesa.

  1. La dicotomia tra le chiese che mandano i missionari (generalmente collocate nell’Occidente cristiano) e le chiese che ricevono i missionari (quasi esclusivamente nel cosiddetto mondo in via di sviluppo: Asia, Africa e America Latina). Questo modello sta cambiando, grazie al crescente numero di missionari inviati da paesi al di fuori dell’Occidente (o dalla periferia dell’Occidente, nel caso dell’America Latina). Si deve riconoscere, comunque, che sino a poco tempo fa la missione (transculturale) era portata avanti dai quartier generali in Europa (per esempio, Inghilterra, Scozia, Germania, Svizzera, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia) o negli Stati Uniti, Australia o Nuova Zelanda. Il movimento missionario transculturale con quartieri generali in Asia, Africa o America Latina è relativamente nuovo.
  2. La dicotomia tra casa, collocata in qualche paese dell’Occidente cristiano e il campo missionario, collocato in qualche paese pagano. Non è sorprendente che la maggioranza dei missionari in carriera (alcuni con diversi anni di servizio) decidessero di ritirarsi nella propria madrepatria.
  3. La dicotomia tra missionari, chiamati da Dio a servirlo e i comuni cristiani ordinari, che potevano godere dei benefici della salvezza ma erano esentati dal condividere ciò che Dio voleva fare nel mondo. Oserei suggerire che la dicotomia tra clero (inclusi i missionari e i pastori) e i laici è alla base dal problema delle masse di cristiani domenicali che frequentano le chiese evangeliche.
  4. La dicotomia tra la vita e la missione della chiesa. Se, per far sì che una chiesa fosse una chiesa missione, era sufficiente inviare e sostenere qualcuno dei suoi membri che servivano nelle missioni all’estero era allora possibile che una chiesa non avesse influenza significativa o impatto nel suo proprio ambiente: la vita della chiesa era portata avanti nei locali (a casa); la missione aveva luogo in un paese straniero (il campo di missione).

Tutte queste dicotomie erano il risultato della riduzione della missione agli sforzi missionari transculturali. Di conseguenza, la missione veniva ridotta principalmente al compito di evangelizzazione portato avanti dai missionari inviati dai paesi cristiani in campi missionari nel mondo; pertanto la responsabilità missionaria dell’intera chiesa era adempiuta dai rappresentanti o in maniera vicaria, per dirlo senza mezzi termini.

La missione integrale, un nuovo paradigma

Dalla prospettiva della missione integrale la missione transculturale è ben lontana dall’esaurire la significatività della missione della chiesa. La missione potrebbe o non potrebbe includere un attraversamento delle frontiere geografiche, ma in ogni caso significa primariamente un attraversamento della frontiera tra fede e non fede, sia nel proprio paese di appartenenza (a casa) sia in un paese straniero (nel campo missionario), secondo la testimonianza di Gesù Cristo come Signore di tutta la vita e di tutta la creazione. Ogni generazione di cristiani in ogni luogo riceve la potenza dello Spirito che rende possibile la testimonianza del vangelo a Gerusalemme in tutta la Giudea e la Samaria, sino alle estremità della terra (Atti 1:8). In altre parole, ogni chiesa, dovunque si trovi, è chiamata a condividere la missione di Dio che è locale, regionale e mondiale nel proprio scopo, iniziando da Gerusalemme. Per attraversare la frontiera tra fede e non fede non è indispensabile attraversare i confini geografici; il fattore geografico è secondario. L’impegno alla missione è la vera essenza dell’essere chiesa; perciò la chiesa che non è impegnata nella missione di testimoniare di Gesù Cristo e quindi di attraversare la frontiera tra fede e non fede non è più una chiesa, ma diventa un circolo religioso; semplicemente un gruppo di amici, o un’agenzia di assistenza sociale.

Quando la chiesa si impegna nella missione integrale e comunica il vangelo attraverso ogni cosa che è, fa e dice, comprende che il suo scopo non è diventare grande da un punto di vista numerico né di essere ricca materialmente né di essere potente politicamente. Il suo scopo è incarnare i valori del Regno di Dio e testimoniare l’amore e la giustizia rivelata in Gesù Cristo, mediante la potenza dello Spirito, per la trasformazione della vita in tutte le sue dimensioni, sia a livello individuale sia a livello comunitario.

La realizzazione di questo scopo presuppone che tutti i membri della chiesa, senza eccezione, per lo stesso fatto di essere diventati una parte del Corpo di Cristo, ricevano i doni e i ministeri per l’esercizio del proprio sacerdozio a cui sono stati ordinati nel loro battesimo. La missione non è responsabilità e privilegio di un piccolo gruppo di fedeli che si sente chiamato al campo missionario (di solito in un paese straniero), ma da tutti i membri, dal momento che tutti sono membri del reale sacerdozio e come tali sono stati chiamati da Dio a proclamare le sue lodi in quanto chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce (1 Pt 2:9), dovunque si possa essere. Come Brian McLaren giustamente afferma:

«Per Cristo, i suoi chiamati (che è ciò che il termine Greco chiesa significa realmente) saranno anche i suoi inviati (o missionari) … In questa linea di pensiero sulla chiesa non dobbiamo reclutare gente per essere clienti dei nostri prodotti o consumatori dei nostri programmi religiosi; li reclutiamo per essere colleghi nella nostra missione. La chiesa non esiste per soddisfare i bisogni da consumatori dei credenti; la chiesa esiste per equipaggiare e mobilitare uomini e donne per la missione di Dio nel mondo».

Secondo questa visione, allora, qual è il ruolo della chiesa locale nella missione? Abbiamo già formulato la risposta nelle parole di McLaren: attrezzare e mobilitare uomini e donne per la missione di Dio nel mondo, non esclusivamente nella costruzione di edifici di culto, che potrebbero o non potrebbero esserci, ma in tutti i campi della vita umana: a casa, nel mondo degli affari, nell’ospedale, nell’università, in ufficio, nell’officina…in conclusione, dovunque, dal momento che non vi è posto che non sia nell’orbita della signoria di Cristo.

Compreso in questi termini questo rinnovato paradigma per la missione non è così nuovo ma è piuttosto il ripristino del concetto biblico di missione dal momento che, in realtà, la missione è fedele all’insegnamento della Scrittura nella misura in cui è collocato al servizio del Regno di Dio e della sua giustizia. Di conseguenza, è focalizzato sull’attraversare la frontiera tra fede e non fede, non soltanto in termini geografici, ma anche in termini culturali, etnici, sociali, economici e politici, per lo scopo di trasformare la vita in tutte le sue dimensioni, secondo il piano di Dio, cosicché tutte le persone e comunità umane possano avere l’esperienza della vita abbondante che Cristo offre. Pertanto la missione integrale risolve le dicotomie summenzionate nella seguente maniera.

  1. Almeno in principio, tutte le chiese mandano e tutte le chiese ricevono. In altre parole, tutte le chiese hanno qualcosa da insegnare e qualcosa da imparare dalle altre chiese. La strada della missione non è una via a senso unico dai paesi cristiani ai paesi pagani; è una strada a due sensi. Un buon esempio si vede oggi nel movimento missionario che proviene dai paesi del Sud del mondo, che sta inviando un crescente numero di missionari interculturali anche nei paesi del Nord del mondo.
  2. Tutto il mondo è un campo di missione e ogni bisogno umano è un’opportunità per il servizio missionario. La chiesa locale è chiamata a dimostrare la realtà del Regno di Dio tra i regni di questo mondo, non soltanto attraverso ciò che dice ma anche attraverso ciò che è e ciò che fa, in risposta ai bisogni umani in tutti gli aspetti. Francesco d’Assisi aveva ragione quando, dopo aver inviato i suoi seguaci a proclamare il vangelo, li esortava a proclamarlo con ogni mezzo a propria disposizione, e affermando che, se fosse stato realmente necessario, avrebbero usato le parole. La proclamazione del vangelo include ogni cosa che facciamo mossi dallo Spirito di Gesù che, quando vide le folle, ebbe compassione di loro, perché erano tormentate e senza aiuto, come un gregge senza pastore (Mt 9:36).
  3. Ogni cristiano è chiamato a seguire Gesù Cristo e ad impegnarsi per la missione di Dio nel mondo. I benefici della salvezza sono inseparabili da uno stile di vita missionario, e questo implica, tra le altre cose, la pratica del sacerdozio universale dei credenti in tutte le sfere della vita umana, secondo i doni e i ministeri che lo spirito di Dio ha liberamente conferito alla sua gente. È responsabilità dei pastori e degli insegnanti preparare il popolo di Dio per il lavoro del servizio [diakonia], in modo che tale corpo di Cristo possa essere incrementato (Ef 4:12)
  4. La vita cristiana in tutte le sue dimensioni, sia nell’aspetto individuale sia a livello comunitario, è la testimonianza primaria alla signoria universale di Gesù Cristo e alla potenza trasformatrice dello Spirito Santo. La missione è molto più che parole; implica la qualità della vita che si dimostra nell’esistenza che ripristina lo scopo originale di Dio per la relazione della persona umana con il suo creatore, con il suo prossimo e con tutta la creazione.

In conclusione, la missione integrale è il mezzo disegnato da Dio per portare, all’interno della storia, il suo scopo di amore e giustizia rivelata in Gesù Cristo, mediante la chiesa e nella potenza dello Spirito.

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di Valerio Bernardi

Ho considerato queste masse di  deportati:
sono stato uno di loro: ho ascoltato le loro conversazioni,
i loro desideri, i sogni per l’avvenire…
Trascinati gli avvenimenti li subivano.

Girardet, Come canne al vento

 

 

Speranza e angoscia. I diari di un deportato

Quando si ricorda la Resistenza, come in questi giorni, la tendenza dei nostri storici (ma anche dei nostri giornali e mass media) è quella di vedere in essa un passato glorioso, un momento di rifondazione del nostro Stato, una speranza, che, probabilmente proprio in questi nostri giorni difficili, ci dovrebbe far pensare a quel che si può fare in tempi di difficoltà.

Una delle domande che ci dobbiamo porre è: che ruolo hanno avuto gli evangelici in Italia sulla nascita della Repubblica e la “defascistizzazione” del Paese? Molto è stato pubblicato e molto è stato detto a tal proposito e non voglio ritornare su questi aspetti. Questa volta vorrei soffermarmi su una pubblicazione dello scorso anno che ha dato una nuova luce su uno dei personaggi più importanti della Chiesa Valdese italiana del Secondo dopoguerra: Giorgio Girardet.

Molti di noi hanno conosciuto Girardet e ne hanno apprezzato sicuramente la fede, le sue “aperture” verso tutto il mondo cristiano, ed i suoi tentativi (anche nel mondo del protestantesimo storico post anni 1960) di annunciare la Parola al mondo. Pochi di noi conoscevano le sue vicende durante il periodo bellico. Girardet, come molti studenti universitari dell’epoca, si era arruolato ed aveva frequentato il corso ufficiali, diventando sottotenente ed essendo inviato nella fase finale della guerra nelle isole dell’Egeo.

Quando l’Italia firmò l’armistizio l’esercito italiano (di fatto abbandonato a sé stesso) si divise in almeno due o tre tronconi: uno di questi era quello di coloro che decisero di non combattere affianco della Repubblica Sociale Italiana e dei Nazisti e che, pertanto, o opposero resistenza (come la guarnigione di Cefalonia o sull’isola di Kos) e furono trucidati oppure si arresero e furono internati dai tedeschi nei campi di prigionia sino alla fine del conflitto. Questa ultima e sostanziosa parte di esercito (stiamo parlando di più di 600.000 uomini) viene denominata dagli storici IMI (Internati Militari Italiani).

Girardet fu uno di questi militari internati e per cui non si applicarono le leggi della Convenzione di Ginevra da parte dei tedeschi, ritenendoli, nella gerarchia di prigionieri di guerra, al gradino più basso (prima venivano gli anglo-americani, poi i francesi, poi italiani e russi). Durante questo periodo egli tenne dei diari che la figlia Hilda Girardet ha ritrovato tra le sue carte e che lo scorso anno ha deciso di pubblicare per non dimenticare la memoria di quello che è successo per i tipi della Claudiana con il titolo Come canne al vento. Diari della speranza di un pastore evangelico nei lager.

La figlia afferma che la lettura di questi diari, insieme al racconto che il padre redasse e che dà il titolo al testo, fa emergere una figura del tutto diversa dal pastore valdese ironico e amante della vita e dimostra come la prigionia in un campo possa cambiare le persone.

Cosa emerge da questo diario? Diversi sono gli aspetti che vanno sottolineati.

In primo luogo, la comunanza con gli altri prigionieri. Girardet mostra tutte le sue frustrazioni, la sua limitatezza come essere umano, il suo cercare di sopravvivere in una fase difficile. La carenza di cibo, l’impossibilità di concentrarsi, la speranza che può diventare disperazioni, il sentirsi relegati e il non poter scambiare parole se non con gli italiani, il non sapere il destino dei propri amici (molte sono le righe dedicate a Franco Bosio, altro giovane ufficiale protestante, trucidato nell’eccidio di Kos)  la mancanza di comunicazione con i familiari, il non aver del tutto chiaro cosa sta succedendo nel resto del mondo, il sapere che, come dice il racconto, si è come “canne al vento”, che subiscono le variazioni degli accadimenti, emerge dalle pagine del diario per lo più composto nel campo di prigionia di Sandbostel dove rimase buona parte della sua prigionia, prima di essere trasferito nelle ultime settimane a Bergen.

In secondo luogo, a differenza che in altri diari, emerge la figura pastorale. L’A. ha sin da subito la preoccupazione di organizzare una comunità evangelica italiana nel campo. Girardet aveva una limitata esperienza pastorale all’epoca (venticinquenne era stato soprattutto studente di Lettere alla Sapienza di Roma), ma ritiene che sia importante mantenere salda la fede in un periodo di crisi. Il diario è pieno dei suoi sforzi per avere un locale autonomo per la piccola comunità che riesce a riunire (una ventina di persone) tramite il suo girovagare per le baracche e di trovare materiale per la liturgia (gli inni e i versetti verranno ricopiati su carta quando possibile) e per le sue predicazioni (su cui spesso si interroga). L’impresa, pur tra mille difficoltà riesce e, seppur a singhiozzo e con ritardi, la comunità viene organizzata. Il messaggio di speranza, però, non deve essere limitato solo ai credenti ma anche a coloro che sono definiti nel diario “Gentili”. Pertanto accanto al culto, gli studi, Girardet organizza anche una catechesi per coloro che non credono ma che possono essere avvicinati alla fede. La parola che spesso ricorre nelle pagine del diario è kerygma, l’annuncio che viene vista come una delle attività essenziali.

In una situazione di difficoltà, quindi, quello che conta è l’annuncio e la diffusione della Parola. Non mancano le difficoltà: il confronto con i Cattolici, anche se aperto, è sempre serrato e dipende anche da una cattiva conoscenza del mondo protestante. Traspare una figura di credente tenace pur in periodo di difficoltà che si occupa soprattutto di mettere Cristo al centro dei suoi discorsi, delle sue comunicazioni, del suo dialogo. Non mancano le righe che sono dedicate al futuro dell’Italia, a che ruolo i protestanti possano giocare nella formazione della nuova nazione che emergerà, di come il protestantesimo possa divenire veicolo di rinnovamento morale. Le linee teologiche e anche socio-politiche che emergono sono coerenti con la figura che poi molti di noi hanno conosciuto in seguito e mostrano chiaramente come questo periodo difficile ed angoscioso (l’angoscia è sempre emergente nelle pagine del diario) sia stato un vero periodo di formazione.

Ricordare Girardet in questo periodo con la lettura del suo diario, significa tornare a riflettere sulla nostra identità, sul nostro essere cristiani nel nostro paese e fa emergere come la speranza non debba morire anche in momenti di grande difficoltà. Il diario di Girardet è quello di un evangelico autentico che conosce i limiti dell’essere umano ma, grazie al dono della grazia, riesce a resistere nelle difficoltà ed a dare coraggio ai suoi fratelli, annunciando il Vangelo come possibilità. Nell’anniversario del 25 aprile sono cose che non vanno dimenticate nel nostro Paese e che questa lettura fa sicuramente riemergere.
(Valerio Bernardi – DIRS GBU)

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di Valerio Bernardi

Si è spento a 93 anni qualche giorno fa il teologo Hans Küng, uno dei più famosi e noti anche al grande pubblico per alcune delle sue posizioni che hanno fatto storia. Diversi anni fa, quando sono stato per motivi di studio a Tubinga, ho avuto il piacere di conoscerlo e con me è stata una persona affabile, assolutamente preparata e disponibile a parlare con un giovane studioso che stava preparando il suo lavoro di tesi in un campo che sicuramente era anche di suo interesse. Per me fu un piacere ed un onore ed il suo Istituto di Teologia ecumenica era anche il mio rifugio perché scoprii che per i teologi cattolici l’italiano era la lingua franca e, pertanto, quando volevo riposare la mia mente era il luogo adatto per andare a fare una chiacchierata con i suoi collaboratori.

Perché Küng è stato un teologo importante e cosa dovrebbe interessare ad un evangelico del suo pensiero oggi, ad ormai quasi sessant’anni dal Concilio Vaticano II? In questo breve articolo indicherò alcune piste su cui vale la pena seguire il pensatore svizzero e solleverò anche alcune perplessità e disaccordi.

Küng fu tra i più giovani osservatori del Concilio Vaticano II e il suo pensiero mutò notevolmente in quel periodo, rendendolo uno dei maggiori pensatori dell’ala progressista cattolica. La sua opera più significativa dopo il Concilio fu quella che concerneva il concetto di Chiesa. Contrapponendosi a Ratzinger che, più o meno nello stesso periodo ritornava ad un concetto di Chiesa dove la gerarchia assumeva un ruolo fondamentale e l’aspetto sacramentale rimaneva importante, il trattato sulla chiesa del teologo svizzero invece sottolineava, riprendendo la Lumen Gentium (il decreto conciliare sulla Chiesa prodotto dal Concilio Vaticano II), che la Chiesa era una comunità che rappresentava il popolo di Dio, dove il sacerdozio era conferito a tutti, il Magistero era essenzialmente al servizio dei fedeli e lo stesso Papa (pur rimanendo convinto del ministero e del primato pietrino) non era il depositario della successione apostolica, ma semplicemente il ministro e servo del Popolo di Dio che egli rappresentava. Cristo per lui era l’unico mediatore e il Papa non aveva questo potere. Nonostante queste affermazioni coloccassero Küng dalla parte dell’ala più avanzata del cattolicesimo, rimaneva nell’alveo della Chiesa per diversi motivi: il primo era il forte radicamento nella Tradizione (che rimaneva una delle fonti di ispirazione della Chiesa), l’altra era quella  dell’idea del primato pietrino e la permanenza di un’idea sacramentale della Chiesa, benché già si accennasse allo “scandalo” di un cristianesimo separato e non nascondesse una vocazione ecumenica, in cui sperava in una sorta di Parlamento delle Chiese per risolvere i problemi anche di tipo dottrinale.

Una tale concezione “naturalmente” porterà al suo libro-dossier del 1970 (Infallibile?) dove verrà messo in discussione il dogma dell’infallibilità del Papa, che, come si sa, era stato proclamato tale da Pio IX nel 1870, proprio mentre l’esercito italiano si impossessava della città di Roma. La messa in discussione dell’infallibilità papale sembrava un altro segnale di volontà di ammodernare la Chiesa Cattolica e il discorso di Küng sembrava essere un tentativo di applicazione di alcuni dei decreti del Concilio Vaticano II. Nonostante ciò fu sospeso a divinis e gli fu tolta la possibilità di insegnare nella facoltà di teologia cattolica di Tubinga, la stessa dove era stato anche preside. Questo tentativo di disciplinamento e di messa a tacere del pensatore svizzero, divenne il suo trampolino di lancio nel mondo dei media. Infatti, la sua attività di insegnante non terminò ed ottenne di diventare direttore dell’Istituto di Teologia Ecumenica della stessa università, all’interno della Facoltà Protestante, ma, allo stesso tempo indipendente da essa: insomma, il suo Istituto, era una sorta di “Svizzera” (il suo paese di nascita) all’interno del panorama teologico.

Küng seppe a quel punto usare a suo vantaggio le sue grandi doti di comunicatore e divenne probabilmente il più noto teologo del mondo occidentale, cui veniva chiesto, soprattutto nell’Europa continentale un parere su tutte le questioni che concernevano la fede. Egli ha scritto per diversi dei quotidiani europei più prestigiosi (i suoi articoli sono spesso apparsi, in traduzione, in Italia su “Repubblica”). Anche alcuni dei suoi libri furono scritti in maniera tale da essere capiti da non addetti ai lavori. Proprio per questo motivo può essere considerato, a suo modo, anche un apologeta, avendo difeso in alcune delle sue opere divulgative l’esistenza di Dio e l’opera di Cristo. Lo stile in questi casi era quello delle tesi che potevano affascinare un pubblico che non era avvezzo alla cultura teologica e biblica ed erano scritti con un linguaggio chiaro e semplice ed immediato, senza per questo cadere nella banalità.

Il confronto con la cultura occidentale è sempre stata una delle costanti del pensiero di Küng (la sua dissertazione di dottorato era un serrato confronto della teologia cattolica con il pensiero di Hegel) e una delle sue opere più celebri (recentemente ripubblicata in italiano in una nuova edizione) è Esiste Dio? In questo testo il pensatore svizzero si confronta con il pensiero filosofico e scientifico moderno e cerca di mostrare come si possa dare una risposta all’incipiente atesimo. Al contrario dell’“ortodossia” cattolica, che si rifà normalmente alle tradizionali prove dell’esistenza di Dio messe a punto dalla teologia medievale, il suo testo si confronta con la modernità e contrappone in un excursus di circa 1000 pagine il modello pascaliano della scommessa (che è strettamente collegato alla plausibilità della fede) a quello cartesiano (ritenuto sin troppo razionale e portante direttamente all’ateismo). L’analisi di Küng è molto dettagliata e di grande interesse mostra la sua apertura verso il mondo moderno. Il testo ha il suo fascino (non ha caso è stato ripubblicato recentemente in una nuova edizione in italiano) e rimane un valido tentativo di confrontarsi con la contemporaneità, anche se non tiene del tutto conto del dibattitto post-moderno.

Nell’ultimo periodo il teologo svizzero si è dedicato non solo ai rapporti ecumenici tra Chiese, ma anche al dialogo interreligioso. Sue sono state le iniziative di un parlamento delle religioni che potesse contribuire alla pace nel mondo. L’iniziativa in questo caso non ha riscontrato grande successo anche se ha permesso la produzione di testi sulla conoscenza delle religioni ed in particolare dell’Islam di grande accuratezza, come sempre avveniva nella sua opera. Il dialogo interreligioso non è mai stato una novità nel mondo cattolico ed era sicuramente influenzato anche dall’inclusivismo di alcune posizioni teologiche che si sono sviluppate nel cattolicesimo olandese e tedesco della seconda parte del XX secolo.

Con la sua morte, pertanto, è venuto a mancare uno dei grandi teologi della tradizione liberale tedesca che, sin dal XIX secolo, si sono aperti al mondo moderno, hanno cercato di dialogare con il mondo nel senso più ampio del termine ed hanno anche cercato di produrre dei cambiamenti all’interno della struttura della chiesa cui appartenevano.

Cosa possiamo dire di questo teologo da un punto di vista evangelico? In primo luogo, quando si legge Küng, lo si deve sempre considerare nell’ambito del cattolicesimo: nonostante i chiari avvicinamenti al mondo protestante (soprattutto nella concezione di una chiesa come comunità di credenti), il suo attaccamento alla interpretazione della Tradizione della Chiesa, un certa concezione che va verso il sacramentale dell’istituzione ecclesiastica ed una gerarchia che, anche se al servizio, rimane tale (soprattutto se affiancata dai teologi) lo hanno fatto rimanere nella Chiesa cattolica, la cui continuità storica non è stata mai da lui messa in discussione. Le sue posizioni progressiste sono state sempre molto interessanti ma, allo stesso, la sua teologia non ha mai fatto un largo uso del testo biblico, pur conoscendolo (si vedano il suo libro sulla chiesa o le sue tesi su Gesù). Il suo attaccamento alla tradizione tedesca lo ha fatto sempre essere collegato al campo della teologia liberale.

Nonostante questi “limiti” la sua capacità di divulgazione lo ha reso probabilmente soprattutto nel ventennio che è andato dal 1970 al 1990, il teologo più conosciuto nel mondo. La sua profonda cultura (attestata dalle sue opere da studioso sempre molto accurate ed anche molto analitiche) sicuramente rimane un lato da apprezzare e che mancherà all’attuale panorama teologico mondiale. Küng ha avuto una capacità da cui varrebbe la pena imparare: quella di dialogare non solo con la Chiesa, ma anche (e forse soprattutto) con il mondo esterno.

Valerio Bernardi – DIRS GBU

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A Revive le plenarie sono tenute in inglese, ma non ti preoccupare! C’è la possibilità di ascoltare la traduzione simultanea. Se vorresti aiutare con la traduzione o se sei curioso di sapere chi ti sussurra nelle orecchie, ti racconto semplicemente cosa serve e cosa succede nelle cabine di traduzione.

Una buona conoscenza di entrambe le lingue

Io, per esempio sono madrelingua inglese, ma proprio per questo non sono l’interprete ideale! Servono persone che parlano italiano come prima lingua e che se la cavano molto bene con l’inglese – anche in accenti diversi! Se questo sei tu, facci un pensierino!

La Bibbia in italiano

È difficile tradurre al volo brani citati dal palco, ci si può aiutare con il testo. Può sembrare scontato, ma spesso andando ai convegni all’estero si preferisce il powerbank alla Bibbia per poter chiudere la valigia! È vero che le app che abbiamo a disposizione sono fantastiche, ma è sempre meglio avere la Bibbia cartacea per evitare inconvenienti o problemi tecnici.

Gli appunti

Ai traduttori solitamente arriva una scaletta della plenaria e alcuni appunti da parte degli oratori e MC in anticipo, quindi sì, ci sono spoiler! Ma così chi farà la traduzione si può preparare, magari cercando alcuni termini chiave nel dizionario o segnandosi alcuni falsi amici; senza appunti anche ai migliori può capitare di tradurre “pretend” con “pretendere”, creando un po’ di confusione.

Must have

Cioccolatini. E una tazza piena di caffè o tè. Tradurre richiede energie e zuccheri! Ma pensa anche ai pocket coffee da regalare alle altre cabine, è un ottimo modo di fare amicizia con gli altri interpreti.
Un amico. Di solito nella cabina di traduzione si sta in due. È un lavoro intenso, ma farlo in compagnia e dividere i pezzi aiuta tanto. Può anche diventare molto divertente! A Revive 2019 io e il mio compagno di traduzione ci siamo divertiti un sacco a “doppiare” una scenetta con due ruoli.

In tutto ciò ci vuole tanta voglia di rendere Revive l’esperienza più bella possibile per gli altri. Per chi ha la possibilità, è una vera gioia aiutare i partecipanti a seguire gli interventi e a trarne beneficio.

 

   Aoife Beville laureata GBU