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Esistono pochi contesti simili all’università, dal punto di vista spirituale. Ogni giorno siamo assaliti dalla presupposizione che tutti i beni più alti siano raggiungibili se, come esseri umani, ci impegniamo abbastanza per ottenerli. Nelle facoltà di oggi, c’è poco spazio per il mondo spirituale; al massimo, esso viene relegato alla sfera privata, personale, che non ha nulla a che fare con la vita comune o con il progetto universitario. Nelle nostre aule, dunque, la sfera socio-fisica e la sfera spirituale sono completamente separate, staccate.

Sia all’ateo aggressivo che al tipico studente disinteressato, la persona che vuole affidarsi completamente a Gesù sembrerà strana, un po’ troppo strana, forse anche un po’ pazza.  Accademicamente, la fede è spesso vista come una debolezza, una mancanza, un qualcosa che impedisce la sapienza, che trattiene la mente umana dal suo massimo potenziale. Come può qualcuno appartenere a Gesù e contemporaneamente nuotare in queste acque universitarie? È facile per uno studente credente sentirsi come un pesce fuor d’acqua, sentirsi proprio fuori sede.

Ma questa esperienza non è per nulla esclusiva dell’università moderna.

Sin dall’inizio del cristianesimo, i credenti sono stati considerati “fuori” dalla loro società – sin dall’inizio è stato chiaro al mondo che c’è qualcosa di diverso in questi “cristiani”, che la loro adunanza non era uguale a quella dei loro vicini, della maggior parte della loro società. Per questo la chiesa in quei primi anni soffrì fortemente per mano di quelli che gli stavano intorno. Così grave era il problema, che alla prima generazione di credenti, l’apostolo Pietro scrisse una lettera chiamandoli “stranieri e pellegrini” su questa terra – incoraggiandoli a non arrendersi, ma a resistere, ad andare avanti, anche a gioire in mezzo delle loro sofferenze, a motivo delle grandi benedizioni che avevano ricevuto da Dio. Sarà questa lettera il nostro punto di partenza per la tanto attesa FESTA GBU!

Cosa vuol dire oggi essere straniero e pellegrino?

Che cosa implica per noi oggi, essere fuori sede? Questo sarà il tema principale di quest’anno. Avremo con noi due ospiti specialissimi: Stefano Mariotti, pastore della Chiesa la Piazza di Budrio (BO) che ci porterà delle meditazioni da 1 Pietro su questo tema, e Lindsay Brown, precedentemente segretario generale di IFES, il movimento globale del quale il GBU fa parte. Lindsay condividerà alcune sue riflessioni su oltre 40 anni di esperienza del ministero studentesco.

Oltre a questi momenti fantastici, la FESTA GBU rappresenta il momento principale dell’anno in cui studenti da tutta la nostra penisola possono riunirsi tutti insieme IN PRESENZA per 4 giorni di workshop, di preghiera e lode al Signore, di musica, di attività sportive, e tanto tempo insieme faccia a faccia – una gioia che ci manca ormai da quasi 3 anni! Saranno giorni indimenticabili, assolutamente da non perdere!

Ci vediamo lì! 

Simon Cowell
(Staff GBU Bari)

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(Giacomo Carlo Di Gaetano)

Della seconda opzione “difendere la fede” abbiamo già un’idea: secoli di cristianesimo hanno fatto dell’apologetica sia una disciplina accademica rispettata sia un passaggio da cui non si può prescindere quando si vuole anche solo condividere il vangelo. Ne dovrebbero sapere qualcosa gli studenti universitari cristiani che, nello sforzo di condividere il vangelo “da studente a studente”, si trovano spesso nella necessità di rispondere a sfide che insinuano la falsità o l’irrilevanza di alcuni tratti della fede.

Sulla prima opzione, “curare la fede”, al contrario, siamo più incerti. Che cosa potrebbe mai significare? Il percorso è accidentato anche per il fatto che quando si parla di “fede” si corre il rischio di mescolare piani diversi: da quello antropologico dell’atto del credere, comune a tutte le culture e indifferente agli “oggetti di fede”, a quello epistemologico in cui  ci si interroga se una credenza, vera, possa mai essere giustificata e razionale, sino a quello più propriamente teologico espresso nella famosa formula latina del credo quia absurdum e che, secondo tutte le tradizioni cristiane sarebbe, insieme alla salvezza che ottiene, un “dono” (Ef 2).

Forse, per tentare di aprirci un varco nella giunga delle definizioni della fede al cui rigoglio hanno contribuito tutte le più grandi intelligenze della storia del cristianesimo (da Agostino a Calvino, passando per Tommaso e giungendo a Kierkegaard, Barth etc.), potrebbe venirci incontro la distinzione di scuola tra la fede nella sua accezione soggettiva, nel senso di “credere che”, scenario questo implicante assenso, fiducia, adesione, etc. (fides quae) e la fede nella sua accezione oggettiva, sinonimo di contenuti cognitivamente delineabili (dogmi, dottrine o più semplicemente proposizioni teologiche) – fides qua.

Ebbene, a prima vista, sulla scorta di questa distinzione, non avremmo dubbi nel destinare alle mani della “cura” la prima accezione di fede.

Un altro passo opportuno nel cercare di dimostrare la necessità della cura per la fede è quello di identificare quali possano essere le possibili malattie. A questo proposito si potrebbe dire che, in prima approssimazione, le aree o i contesti all’interno dei quali sembrano presentarsi le patologie del credere siano sostanzialmente due: una ad extra e l’altra ad infra.

Una fede malata potrebbe manifestarsi nel modo in cui essa tenta di comunicare i suoi contenuti all’esterno, a chi credente non è (da fede e a fede).
Nella stagione del “nuovo ateismo” i campioni di questo movimento, dai contorni e dalle fattezze più anglosassoni – bisogna dirlo – sostenevano che la religione, e il cristianesimo in particolare, fa male alle persone e alle società. Questa pregiudiziale ha fatto scorrere fiumi di inchiostro apologetico per dimostrare il contrario, vale a dire che il cristianesimo non fa male alla gente.
Tuttavia gli apologeti più acuti hanno saputo cogliere in questa insinuazione un segnale, un indizio sul fatto che dall’altra parte della barricata della fede il malessere non sorgeva solo e unicamente da posizioni ateistiche o agnostiche pregiudiziali. No, il malessere poteva sorgere per le posture e le forme del credere.

L’impennata e la diffusione negli ultimi vent’anni dell’interazione social ha drammaticamente dimostrato che l’intuizione era vera. Nei blog, nelle chat e nelle discussioni tematiche è ormai consuetudine assistere a virulente contrapposizioni condite da hate speech, tutte in nome di una conclamata volontà di difendere il cristianesimo contro una serie di nemici più o meno immaginari.

E poi c’è stata l’era trumpiana, con il motore della galassia evangelicale (ricorriamo volutamente un termine che non ci piace), vale a dire l’evangelismo nordamericano, che è si è letteralmente ingrippato nell’incapacità di gestire il rapporto tra fede e politica, nella risorgente questione razziale e nell’ossessione per i peccati sessuali, etc.

E poi c’è stata la pandemia, con il corollario di NO MASK, NO VAX, restrizioni alla libertà, con una punta di anticristo, microchip e compagnia cantando.

Dal 13 al 15 Maggio si terrà il 15° Convegno di Studi Nazionale GBU. Vedi le info nella pagina dedicata di questo sito

C’è qualche cosa che non va nella fede … e abbiamo solo guardato in casa nostra; non ci permettiamo di gettare lo sguardo nelle tradizioni altrui (cattolicesimo, mondo ortodosso, protestantesimo storico che si usa definire liberale), per tema di non cadere nel rimprovero del Maestro sul fuscello e la trave!

Possiamo poi fare una puntata nella storia per renderci conto che la necessità di “curare” la fede è un’esigenza riaffiorante continuamente nella storia del cristianesimo.

Pensiamo per un attimo ai tanti mea culpa che le chiese cristiane hanno espresso all’indomani della shoah; il cristianesimo che ha partorito l’olocausto (non solo quello dei cristiani nazionalsocialisti) è un esempio lampante di un credere malato che ha condotto a una prassi (lo sterminio degli ebrei) non solo atea e incredula o miscredente ma addirittura diabolica (si ricordi, … anche i demoni credono …). Sì, tutto ciò che ha portato i “cristiani”, tutti i cristiani, incluso i “nati di nuovo”(born again o wiedergeboren), a chiedere perdono e a rivedere e ripensare che cosa, nel loro credere, ha portato a un così clamoroso autogol, è una dimostrazione che la fede, il credere può essere malato in forme più o meno gravi e dunque bisognoso di cura.

Fin qui abbiamo parlato del contesto ad extra in cui si può manifestare una fede bisognosa di cura. Dovremmo parlare dello scenario ad infra, vale a dire dell’enorme bisogno di cura che la fede ha quando la usiamo come moneta di scambio – la intendeva più o meno così Paolo quando scriveva la famosa Lettera ai Romani ai cristiani della capitale dell’Impero – tra persone, gruppi, chiese, organizzazioni che sostengono di avere una fede “comune”. Oggi trovarsi d’accordo su un qualcosa su cui costruire è un’impresa con difficoltà accresciuta a cui non bastano le panacee delle formule organizzative: alleanze, coalizioni, comunioni, accordi, etc. Se solo pensassimo alla tematica della tutela sanitaria, scopriremmo che la divisione su questo punto è trasversale a tutte le famiglie evangeliche.

Esiste dunque una fede da curare; essa si manifesta all’esterno, e ci fa fare brutta figura, quando non ci fa passare per ipocriti; e si manifesta all’interno, rendendo instabile e scivoloso qualsiasi terreno comune.

Veniamo allora al discorso delle patologie che sarebbero dunque tutte dalla parte dei soggetti, individuali o collettivi, chiese, denominazioni/confesisoni, tradizioni teologiche ma anche semplici opinionisti dietro una tastiera che declamano la propria fede sui social. Cerchiamo di delineare tipologie di patologie della fede, di stilare una casistica.

Il dubbio è sicuramente un antico male che serpeggia nelle pieghe del credere. Fa capolino qua e là anche nei documenti della rivelazione ebraico-cristiana. A volte è associato alla sofferenza (Giobbe?) altre volte al consumarsi del tempo e allo sterilizzarsi delle aspettative (2 Pietro). Il dubbio, anch’esso, ha molte facce. C’è un dubbio amico della fede, che stimola il credere affinché giunga a certezze. Cartesio lo aveva reso metodico; Pascal lo trasforma in una scommessa. Ma non è questo il dubbio che rende la fede da curare. Tutt’al più la rende onesta!
Una fede da curare, perché contagiata dal dubbio, è forse una fede che non riesce a scorgere più la trascendenza del suo oggetto di fede. Se razionalmente e proposizionalmente questa fede può articolare il suo credo nella sovranità di Dio, nella presenza dello Spirito, dall’altro lato si si insinua il sospetto se sia questo il modo giusto di rapportarsi a ciò o a chi si crede.
E siccome gli oggetti di fede non sono disponibili (le qualità di Dio sono invisibili, ricorda Paolo in Romani e bisognose di un lavoro di decifrazione), ecco che il dubbio si imbarca in progetti di gestione di ciò che non si vede e non si dispone. Se lo Spirito una volta è stato spettacolare e se può esserlo ancora, magari solo qualche volta, allora bisogna costruire per lui delle strade che lo obblighino a essere sempre disponibile! Questa è l’altra faccia della medaglia di una fede malata di dubbio: il tentativo di curarla con iniezioni di professionalismo religioso.

La presunzione e l’arroganza sono al contrario manifestazioni di una fede che ha scambiato il trascendente per una certezza positiva. Le dottrine complesse, i passaggi poco chiari, niente impensierisce il credente presuntuoso. La lettura del testo biblico non rivela la presenza di hard sayings; la composizione del creduto è simile alla composizione di un composto chimico: una molecola di pessimismo, tre di escatologismo di tutti i tipi, un po’ di demonologia, il tutto diluito in una soluzione di analisi pseudo–sociali ed economiche (big pharma, massoneria, piani segreti del vaticano per riportarci a Roma, etc.). Il credente presuntuoso è un alchmista quanto a capacità di maneggiare la Bibbia, la teologia e la tradizione. Ma non ha dubbi.
Solo che in questo caso la certezza raggiunta non è l’antidoto alla patologia precedente (il dubbio spirituale); piuttosto una patologia di altra natura. La cosa singolare è che la fede presuntuosa si contrappone alla scienza ma fa suo l’impianto epistemologico del peggiore scientismo. Lo si vede nelle forme estreme di creazionismo: la terra giovane e altre curiose certezze hanno il valore di postulati scientifici in quanto “fondati” su comparazioni punto a punto tra un versetto e la dimostrazione scientifica. Che Dio abbia creato non è più un articolo di fede (per fede intendiamo che … Ebrei 11) ma una certezza scientificamente dimostrabile!

Il dogmatismo; questa è forse la patologia dei credenti giovani, instancabili, belli e dedicati totalmente e fedelmente a una tradizione teologica. Ne conoscono i simboli, ne rivisitano le pagine gloriose, magari nascondendo quelle meno presentabili come i conflitti e l’intolleranza (tutte le tradizioni teologiche divengono intolleranti non riuscendo a gestire la dissidenza interna). Nel dogmatismo il fondamento della fede non è Gesù Cristo ma una scatola che lo contiene e fatta di credi e confessioni dell’anno x piuttosto che dell’anno y. Se la seconda patologia ama i social e i post delle bacheche, questa ama i mezzi scintillanti della tecnologia web. Sfondi scuri fanno emergere divi del pulpito che ci raccontano come bisogna essere centered, ma nel frattempo ci stanno rifilando una tradizione dogmatica. Perché la fede che cerca un qualificativo tratto da una tradizione teologica, che si esprime vantando un’identità teologica è una fede malata e da curare. Già solo il discorso su dove si poggia l’atto del credere sarebbe sufficiente per una diagnosi allarmata. Ma c’è il problema più serio di come lo spazio della fede comune risulti ingombrato dalla necessità di gestire le differenze delle fedi dogmatiche. In genere la soluzione si trova sul piano della gestione delle influenze, del “potere”. Esiste nella galassia evangelica un problema relativo al “potere”; lo denunciavano a Città del Capo gli ideatori del Terzo Congresso di Losanna, tra le tre gravi forme di idolatria dell’evangelismo mondiale.

Potrebbero esserci altre patologie; ne segnaliamo un’altra, molto particolare. Dal clima velenoso che si respira nei social, frequentato con incursioni più o meno “spirituali” da parte di “credenti” di varia provenienza, potrebbe sorgere facilmente un’obiezione, che potrebbe anche essere una sorta di diagnosi per quest’altra patologia: e voi che parlate di fede da curare, chi siete? non è forse da curare la vostra fede che appare liberal, soggetta al politically correct, tiepida, che flirta con posizioni progressiste, etc?

Quando si parla di social e si parla NEI social, difficilmente si esce dalla palude “del chi sono io e chi sei tu”; e forse anche questa è una manifestazione precipua di una fede da curare. A nulla serve l’esibizione di titoli, percorsi accreditanti, etc. Allora accogliamo la sfida e collochiamoci anche noi tra coloro che hanno una fede da curare.
Come rispondiamo? Certo, una fede che si esprime con proposizioni ipotetiche, che sembra corteggiare piuttosto che rimproverare, accarezzare piuttosto che scuotere … è sicuramente una fede che fa pensare, o meglio preoccupare.

Si potrebbe dire, però, che di tutte le patologie elencate abbiamo parlato della modalità di espressione della fede. Bisogna decidere se la fede da curare nella sua espressione sia un epifenomeno  una fede che abbia rinunciato a posizioni “di fede” forti. Ma questo sarebbe tutto da dimostrare. E chi scrive non crede che una fede da curare, che sia del tipo dubbiosa o arrogante o dogmatica abbia di per sé rinunciato o abdicato a fondamenti indispensabili affinché quella fede sia una fede cristiana.
Tuttavia aggiungiamo anche quest’altra patologia: la chiameremo una fede liberal.

Come se ne esce? E quali rimedi?

La fede, nella migliore tradizione evangelica dovrebbe essere il luogo in cui si manifesta la grazia, posto che sia irrinunciabile l’assunto riformista: siamo salvati per grazia mediante la fede (sola fide). Che cosa accade se nel luogo in cui si dovrebbe incontrare la grazia, chi ci guarda scopre l’orgoglio identitario e la certezza positivista o anche il tentennamento e l’indecisione liberal? La fede dovrebbe essere, per noi evangelici, il luogo e lo spazio della rinuncia a se stessi e il posto in cui si canta, e si vive, Just As I am (Così qual sono) e Amazing grace (Stupenda grazia).

E la fede – come dicevamo sopra – è anche una moneta che ci scambiamo fra di noi: il Nuovo Testamento parla spesso della fede “che ci è comune”. Quale? Verrebbe da chiedersi, dopo aver passato in rassegna, anche solo superficialmente, la tassonomia delle patologie della fede da curare. C’è modo veramente di chiedersi che cosa unisce i cristiani che dicono di sottomettersi all’autorità della Bibbia.

La natura non strutturata di queste riflessioni porta necessariamente a essere intuitivi e destrutturati nella risposta. Fedeli a questa impostazione ci sembra opportuno rilanciare, a mo’ di sfida a tutti quanti noi, solo due dei tanti scenari che la Bibbia (entrambe le due parti) costruisce intorno alla fede che rivela grazia e riesce a far concordare.

Da un lato abbiamo l’immagine della fede come appoggio (Isaia 7: la fede fa sussistere). Questa immagine implica la coscienza netta e nitida di quale sia l’appoggio, dove ci si sta appoggiando, veramente (Paolo parlerà di fondamento). Per curare la fede dobbiamo sempre e nuovamente chiederci se nel nostro atto di abbandono intravediamo Gesù Cristo e la sua croce. È lì che siamo chiamati ad appoggiarci ed è questo dipendere da Cristo e dalla croce che dovrebbe essere visto all’esterno.

Dall’altro lato abbiamo un risvolto etico della fede. Paolo parla “dell’ubbidienza della fede” (Rom 1); l’espressione è complessa, non c’è dubbio. Ma è altrettanto indubbio che essa, lungi dal richiamare pastoie tridentine o inciuci tra fede e opere, evoca immancabilmente il piano etico. Dobbiamo ricordarci di Giacomo 2. La fede ha in sé un principio di ubbidienza e l’ubbidienza è un incipit per un’etica segnata dalla croce (l’ubbidienza del Figlio).

È indubbio dunque che una fede sana, che vuole sanificarsi, deve continuamente indagare la natura del proprio fondamento e interrogarsi sulle implicazioni etiche di ciò che crede. In che modo allora il nostro credere è cifra, indizio, di un qualcosa di migliore, di benedetto, al quale il primo a tendere, senza pensare di esservi giunto definitivamente è proprio il credente?

Forse potremmo concludere questa lunga galoppata, sperando di unire tutti nel desiderio di curarci quanto al nostro modo di credere, facendo nostre le parole di un fortunato interlocutore del nostro Maestro: Io credo, vieni in aiuto alla mia incredulità!

 

L’articolo Difendere o curare la fede?  proviene da DiRS GBU.

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Credo che le settimane di eventi siano tra i mezzi più efficaci che il GBU abbia per proclamare il messaggio del vangelo tra gli studenti universitari. Che cos’è una settimana di eventi (o settimana evangelistica) e perché credo che sia così efficace?

Una settimana di eventi non è altro che una serie di eventi speciali che un gruppo GBU locale organizza in un periodo che può andare dai 3 giorni ai 5 giorni. Un programma fitto fitto, composto da attività evangelistiche ed eventi speciali tutti collegati tra loro da una tematica principale. 

Certo, mettere in piedi una settimana di eventi richiede uno sforzo organizzativo non indifferente per un piccolo gruppo di studenti, ma ne vale certamente la pena almeno per quattro motivi: 1) dà visibilità al gruppo GBU, 2) permette di raggiungere tanti studenti con il vangelo, 3) unisce e affiata i membri del gruppo, 4) offre una possibilità concreta per iniziare degli incontri di studio biblico con coloro che durante la settimana avranno mostrato interesse a saperne di più.

Proprio di recente il GBU Italia ha organizzato un webinar per studenti coordinatori, perché potessero conoscere il valore di questo tipo di attività e potessero ricevere formazione in merito all’organizzarne una. Il nostro desiderio è quello di vedere i gruppi GBU qui in Italia prendere la bella abitudine di organizzare una settimana di eventi l’anno, come già succede in tanti paesi europei. 

Il seminario incoraggiava gli studenti a riflettere su quattro aspetti molto pratici dell’organizzazione di una settimana di eventi:

1 – Pianificare alcune cose con largo anticipo

Si tratta di tutte quelle cose pratiche che non possono essere improvvisate all’ultimo minuto. Formare un gruppo di lavoro, scegliere le date più adatte, decidere un tema, definire un budget, ecc. Inoltre, con largo anticipo, è importante cominciare a parlarne al resto del gruppo perché tutti possano entusiasmarsi e prendere a cuore il lavoro, cominciare a parlarne alle chiese locali per poterle coinvolgere in qualche modo e infine, ma non per questo meno importante, cominciare a pregare regolarmente per le attività che stiamo programmando.

2 – La promozione

Possiamo anche organizzare un’ottima settimana di eventi, ma se nessuno sa che c’è, dubito che sarà un grande successo. Per questa ragione è fondamentale mettere in piedi una vera e propria campagna promozionale perché più studenti possibili ne vengano a conoscenza e possano parteciparvi. Bisogna pensare bene dove promuovere l’evento, quali canali social utilizzare, se stampare dei volantini, dei poster, dove distribuirli, chi li distribuirà, chi animerà i social media, post, storie, reels, ecc. Nell’era della comunicazione, comunicare bene è fondamentale per la buona riuscita di una settimana di eventi!

3 – Il programma

Prima di tutto bisogna definire quanti giorni durerà la “settimana” di eventi. Tre? Quattro? Cinque? Questo, ovviamente, dipenderà anche dalle risorse del gruppo (persone coinvolte, budget, locali adatti, ecc.). Una volta definita la durata, bisogna anche pensare a come riempire le giornate: il team potrebbe incontrarsi la mattina presto per fare colazione insieme e pregare, poi un gruppo potrebbe andare in facoltà e chiacchierare con gli studenti, all’ora di pranzo si può andare a mensa e fare volantinaggio, il pomeriggio si potrebbero organizzare degli eventi/lezioni in facoltà e la sera degli eventi più leggeri nei quali inserire dei messaggi evangelistici. Un gruppo più grande e ben organizzato può farcela a fare tutto questo, mentre un gruppo più piccolo può scegliere di fare soltanto alcune delle cose suggerite qui (es. volantinaggio a pranzo e gli eventi la sera…).

4 – Ciò che viene dopo una settimana evangelistica

Infine, incoraggiamo gli studenti a pensare bene a ciò che verrà dopo la settimana di eventi. Se Dio lo vorrà, ci saranno studenti che esprimeranno il desiderio di esplorare la fede cristiana. Sarebbe buono poter offrire un percorso di tre, quattro, cinque settimane per poter accogliere tali studenti e aiutarli nel loro percorso di fede. È più facile che una persona accetti di prendere parte ad un percorso definito (nel numero di incontri) che unirsi ad un gruppo in modo illimitato. Un buon modo per raccogliere le adesioni è tramite i fogli di feedback, utilizzati a tutti gli eventi per dare la possibilità a coloro che sono interessati di lasciare i propri dettagli al fine di essere ricontattati. La mia esperienza personale è quella di vedere sempre, dopo una settimana di eventi, degli studenti che accettano l’invito a scoprire di più su Gesù. È per questo che organizziamo le settimane di eventi, quindi è fondamentale pensare bene a cosa verrà dopo una settimana evangelistica. 

In conclusione…

Una settimana di eventi è un grande impegno per un gruppo locale, ma ne vale veramente la pena. Sarebbe bello se ogni gruppo GBU (e anche ogni chiesa locale, perché no?) provasse ad organizzare questo tipo di attività ogni anno. 

Giovanni Donato
(Staff GBU Siena)

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Missione urbana

(M. Volf)

Miroslav Volf, Contro la marea, di prossima pubblicazione presso Edizioni GBU

Quando nel 1997 visitai un sobborgo di Baltimora chiamato Sandtown, il ricordo più vivo che conservo è quello di un fastidioso e stridente contrasto. Ricordo un intero agglomerato di case abbandonate, ognuna somigliante a un grande teschio, con il vuoto buio che veniva fuori dalle porte e dalle finestre rotte e la vita che beffardamente l’aveva abbandonata. Nel mezzo di questi ruderi, comunque, c’era una strada brulicante di vita. Le case erano state riparate e dipinte con brillanti colori, i vicini chiacchieravano fra di loro, i bambini stavano giocando per le strade. Era come se in questo posto una sorta di risurrezione avesse rivestito le ossa secche della morte urbana con una pulsante carne di vita. Al cuore di questa improbabile trasformazione vi era una piccola compagnia di cristiani. Si chiamava New Song Community (Comunità del Canto Nuovo).

To live in Peace (2002) è un’opera che racconta la storia di questa comunità e offre una spiegazione per la sua missione all’interno della città. L’autore, Mark Gornik, rispondendo a una chiamata proveniente da Dio, è stato tra i primi ad andare ad abitare a Sandtown. Il libro dà un’eloquente testimonianza di vita, prendendo come modello l’amore di Cristo che si dona, ispirato dallo Spirito di vita, con vite che qui trasformano un panorama urbano senza speranza in un luogo del Dio della pace.

Per leggere in maniera appropriata questo libro, andate direttamente al quinto capitolo, dal titolo «Cantare un nuovo canto». Questo capitolo, con la storia della graduale risurrezione di Sandtown, è il cuore del libro. Senza di esso le importanti riflessioni teologiche e sociologiche che precedono e seguono non possono essere pienamente comprese. Ispirato dall’opera pioneristica di John Perkins sullo sviluppo delle comunità (le sue famose tre “R”: Ricollocazione, Riconciliazione e Redistribuzione), Gornik e Allan Tibbles si sono mossi nel vicinato non armati di qualche «piano o programma», ma solo con la convinzione che «la chiesa di Dio è la comunità riconciliata che porta giustizia nei punti di più grande sofferenza del mondo».

Iniziarono ad andare in giro nella comunità sin da quando, secondo una testimonianza che parlava «della capacità di grazia di Sandtown», si sentirono accolti. Da allora, come afferma Gornik, tutto dipese non tanto dallo sforzo di quei pochi che andarono ad abitare a Sandtown, quanto da quello dei molti che non l’avevano abbandonata «durante i tempi duri». Dapprima sorse una comunità ecclesiale, poi le case arrivarono a prezzi abbordabili per tutti, poi ancora il drastico miglioramento del sistema educativo e sanitario locale. Infine fu messa in piedi un’efficiente strategia per l’occupazione. Gli obbiettivi sono facili da enumerare, ma ogni passo raggiunto con successo ha richiesto un miracolo di coraggio e tenacia.

Ho finito il libro colpito e provocato in molte maniere. In primo luogo è una sfida personale. Gornik e Tibbles non hanno scelto di perseguire il confort del servizio cristiano in ambienti della classe media. Al contrario, hanno deciso di ricollocarsi in un posto desolato e senza speranza. Per Tibbles questa era una sfida molto speciale: è quadriplegico, sposato, e padre di due ragazze. Ciò che mi ha colpito non era soltanto la robusta santità dei due uomini, ma come se ne rivestivano con leggerezza, senza sforzo o autocelebrazione.

In secondo luogo, è una sfida ecclesiale. Nonostante la retorica del servizio reso al mondo, le chiese spesso soccombono alla tentazione di vivere in primo luogo per se stesse, far crescere i loro numeri, incrementare i loro programmi, costruire nuovi edifici. Per la New Song Community, la chiesa significa essere per gli altri, con gli altri, specialmente con i più bisognosi. «I ministeri di giustizia e riconciliazione non sono aggiunte che stanno fuori dal campo della chiesa», ma sono «costitutivi della vita ecclesiale unita a Cristo».

La terza sfida concerne il carattere del servizio. Troppo spesso tutti aiutiamo i bisognosi in una maniera tale da umiliarli. Anche il discutere di “potenziamento” è un qualcosa che ti lascia un sapore amaro di condiscendenza. Il libro To live in Peace è tinto di profondo rispetto per la dignità dei bisognosi. Non sono gli “altri” per cui deve essere fatto qualcosa, ancor meno gli ignoranti che devono essere istruiti o gli indisciplinati che devono essere disciplinati. Sono membri di famiglia che sono incappati in tempi difficili e devono essere  incoraggiati e aiutati.

In quarto luogo, la sfida di collegare la fede con la vita. Gornik argomenta ripetutamente contro l’idea di affrontare il problema delle periferie con progetti preconfezionati che, o derivino dalla fede o siano informati da tesi secolari (sebbene il libro faccia un grande uso di suggestioni teologiche e sociologiche). Al contrario, suggerisce una duplice strategia: 1. mantenere l’attenzione sul punto verso cui è necessario che la comunità si muova (lo shalom della nuova creazione di Dio) e sul sentiero su cui bisogna camminare (l’amore di Cristo che si dona) e 2. concentrarsi «sul fare fedelmente mille piccole cose in un periodo di diversi anni».

Infine, il libro è una sfida per chi pensa a iniziative basate sulla fede. Gornik sa che la chiesa ha risorse significative e uniche per rivolgersi ai bisogni delle periferie; il suo libro è una spiegazione di queste risorse. Tuttavia avverte che l’attuale enfasi sulle iniziative basate sulla fede personalizza eccessivamente la povertà e il cambiamento sociale e non dà attenzione sia «ai bisogni di infrastrutture e capitali» sia alla dimensione strutturale della povertà. Gornik si rifiuta di essere preso da false alternative tipo l’attenzione per le persone o per le strutture. Se le comunità devono vivere in pace bisogna indirizzarsi su entrambe, e perciò sia la chiesa sia i governi hanno un ruolo da giocare.

La saggezza cristiana, l’impegno e il coraggio inscritti nel libro di Gornik e incarnati nella New Song Community sono straordinari. Spero che tutti possano cogliere qualcosa dalla visione di Gornik: «Guidati dalla convinzione che Cristo crocifisso crea spazio per l’abbraccio degli altri e che lo Spirito del Cristo risorto porta nuova vita», le chiese possono e devono servire «a portare avanti lo shalom nelle periferie cittadine».

 

L’articolo è tratto dal libro Contro la marea, di prossima pubblicazione presso Edizioni GBU

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Tempo di lettura: 5 minuti(di Nicola Berretta)

È di questi giorni una notizia che ha suscitato notevole clamore mediatico, oltre che giustificato stupore, per i risultati ottenuti da un team dell’Università di Losanna, e appena pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature Medicine. Tre pazienti, costretti da anni a muoversi su una sedia a rotelle in conseguenza di traumi subiti alla colonna dorsale, hanno recuperato la facoltà di alzarsi e camminare, grazie all’impianto di sofisticati sistemi di stimolazione posti a livello della colonna vertebrale e governati elettronicamente.

Questo gruppo di ricerca svizzero da anni lavora su sistemi di interfaccia uomo-macchina, capaci di imitare i segnali nervosi che nascono nel nostro cervello e che poi vengono trasmessi giù, lungo il midollo spinale – quel prolungamento del sistema nervoso che decorre all’interno della colonna vertebrale – per dare il via a quella sequenza coordinata di movimenti degli arti inferiori che ci consente di camminare. Un po’ come avere una giostra di cavalli che girano muovendosi su e giù, governata da un cavo di alimentazione che ne avvia il sistema. Il trauma spinale è paragonabile a un taglio di quel cavo: la giostra si ferma. Ma la giostra è ancora lì, pronta a muoversi in modo armonico e coordinato, se solo gli arrivasse di nuovo quel segnale d’avvio.

Per anni tanti laboratori hanno cercato il modo di riattivare la giostra tentando di riparare il cavo di alimentazione, cioè a dire concentrandosi sui meccanismi di rigenerazione delle fibre nervose recise dal trauma spinale, con qualche successo, ma anche incontrando tanti ostacoli che qui tralascio. Questi ricercatori svizzeri hanno invece pensato a un modo per riavviare la giostra indipendentemente dal cavo tranciato. Hanno infatti posizionato degli elettrodi a livello dei centri nervosi del midollo spinale responsabili della deambulazione, e hanno generato attraverso questi dei segnali elettrici che imitano quelli che in precedenza giungevano alla giostra attraverso il cavo. E funziona!

È davvero straordinario vedere e leggere le testimonianze di chi ha vissuto per anni sognando di poter camminare, magari dolendosi per quel malaugurato giorno in cui, per un incidente o per una stupida ragazzata, è accaduto l’irreparabile. Quel sogno diviene realtà. Un’emozione indescrivibile per questi pazienti paraplegici e una luce di speranza concreta per tanti altri.

Questa notizia penso che ci solleciti ancora di più a riflettere sulle implicazioni etiche di questi progressi tecnologici, che rendono oramai sempre più alla nostra portata la capacità dell’uomo di interagire con le funzioni del nostro sistema nervoso centrale. Tuttavia, vorrei farne uno spunto per riflettere su due altre tematiche altrettanto attuali.

La prima è legata a una verità che purtroppo i mass-media sottacciono, per timore di urtare la sensibilità della nostra “società da supermarket”. Uso questo termine ironico per contrapporla a quella di qualche decina d’anni fa, quando da bambino accompagnavo mia mamma a fare la spesa. Se dovevamo comprare la carne, si andava dal macellaio, dove occorreva fare attenzione a non sporcare le suole delle scarpe in quelle mattonelle bianche, sporche per i goccioloni di sangue che cadevano dalle teste penzoloni dei quarti appesi di vitello. Oggi invece si va al supermarket. La carne è bella pulita e incellofanata, e non abbiamo la nostra sensibilità urtata dal “costo” che c’è dietro quella bistecca o quel petto di pollo.

Questi ricercatori di Losanna non si sono svegliati una mattina con una bella idea in testa. Non hanno chiamato da un giorno all’altro un ingegnere elettronico per costruire sofisticatissimi microchip. Non hanno fatto solo delle simulazioni sul computer, ascoltando musiche di Bach o le Quattro stagioni di Vivaldi, assorti nel mare delle loro teorie. Questi studi sono stati preceduti da anni di ricerche svolte su animali. Su ratti e, soprattutto, su macachi. E non sto parlando di scimmie raccolte pietosamente dalla foresta pluviale del Borneo perché cadute inavvertitamente dagli alberi, avendo tristemente subito un trauma spinale. Sto parlando di animali resi sperimentalmente paraplegici apportando una sezione del loro midollo spinale. Senza il “costo” pagato da quegli animali, intenzionalmente privati del movimento degli arti, noi non potremmo oggi stupirci nel vedere quelle immagini di chi si alza finalmente dalla sedia a rotelle per realizzare quel sogno a lungo agognato di poter di nuovo camminare.

Tutto ciò è eticamente accettabile? Io credo di sì, ma per dirlo occorre mettere bene a fuoco le basi etiche su cui ciascuno fonda le proprie convinzioni circa il valore della vita umana in rapporto al valore della vita degli altri esseri viventi. Non possiamo infatti permetterci il lusso di accettare per buono qualcosa solo sulla base del beneficio che ne possiamo trarre. Se così fosse, potremmo giungere all’estremo di giustificare le peggiori efferatezze a costo della vita umana, laddove ne possiamo individualmente trarre utilità. Su questo tema, mi viene in mente un film del 1996 con Gene Hackman e Hugh Grant, Soluzioni estreme, in cui è proprio la sofferenza delle persone paraplegiche a divenire la base per giustificare l’utilizzo di barboni senzatetto come cavie umane per praticare lesioni del midollo spinale e testare terapie riabilitative.

La seconda tematica è quella del rapporto tra fede in Dio e progresso scientifico. Non mi riferisco al tema classico della supposta antitesi tra fede religiosa e pensiero scientifico, ma a come trovare un giusto equilibrio, come credenti, tra la nostra fede nell’intervento di Dio, anche straordinario, miracoloso e razionalmente inconcepibile, e la possibilità di avvalerci dei risultati del progresso scientifico.

Il Vangelo ci parla di Gesù che guarì la suocera di Pietro da una febbre (Mt 8:14-15). Forse oggi un antibiotico sarebbe più che sufficiente a guarirla. Il Vangelo ci parla di zoppi che riprendono a camminare e ciechi che recuperano la vista. Alla luce di questi progressi delle neuroscienze e delle nanotecnologie non è così fuori luogo immaginare un futuro non lontanissimo in cui i ciechi recupereranno la vista con un microchip nell’occhio e tanti infermi riprenderanno a camminare grazie all’ulteriore sviluppo delle tecnologie qui menzionate. Stiamo togliendo spazio alla possibilità di un intervento diretto di Dio nella vita umana attraverso il progresso della scienza? Stiamo forse rendendo Dio superfluo?

Questa domanda non è così peregrina. Questo periodo di pandemia da Covid19, tra le tante cose, ha messo allo scoperto la realtà di questa contrapposizione, laddove non pochi sono stati quei cristiani che non si sono voluti sottoporre a vaccinazione, alle volte giustificando questa scelta con la convinzione che vaccinarsi metterebbe in luce una mancanza di fiducia nel Signore, col fare affidamento sulla scienza, sull’uomo, piuttosto che su Dio.

Meno male che ci pensa proprio Gesù, in occasione di uno di questi miracoli, a toglierci le castagne dal fuoco. In un noto episodio del Vangelo, in cui un gruppo di amici portano con varie peripezie uno zoppo davanti a lui affinché lo guarisca (Lc 5:17-26), Gesù inizialmente non bada a quel bisogno fisico e dimostra piuttosto la sua autorità divina rimettendo i peccati di quell’uomo. A fronte delle obiezioni scandalizzate di alcuni presenti, Gesù domanda: «Che cosa è più facile, dire: “I tuoi peccati ti sono perdonati”, oppure dire: “Àlzati e cammina”?». Bella domanda. Una domanda che, alla luce di questi progressi tecnologici, ci sfida ancora oggi.

Non so se nel porre questa domanda Gesù già anticipasse un’epoca in cui far camminare uno zoppo non sarebbe più stata quell’evento straordinario che era a quel tempo. Di certo Gesù sfidava gli uomini di quell’epoca, e continua a sfidare anche l’uomo odierno a riflettere su quale sia il nostro vero bisogno, un bisogno che nessun progresso scientifico e tecnologico riuscirà mai a risolvere, un miracolo che solo Gesù può compiere: il perdono dei nostri peccati e la riconciliazione con Dio. Il miracolo del perdono è talmente grande e straordinario da rendere quell’Alzati e cammina una bazzecola, un banale gioco da ragazzi. Quando dunque pensiamo che utilizzare il progresso scientifico per il nostro benessere fisico equivalga a mettere Dio da parte, per certi versi rendiamo Dio davvero piccolo piccolo. Pensiamo di onorarlo, ma in realtà lo svalutiamo, mettendolo Dio sullo stesso piano di quei pur grandi scienziati di Losanna. Grandi e stupefacenti per noi, ma granelli di polvere davanti a Dio.

(Nicola Berretta, DiRS-GBU, Ricercatore Laboratorio di Neurologia Sperimentale
Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma)

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