Tempo di lettura: 2 minuti

È la terza volta che partecipo alla Festa GBU.

È sempre un’opportunità speciale di crescita spirituale e personale, oltre che un’occasione per ritrovare amici da tutta Italia.

Quando sono state aperte le iscrizioni qualche mese fa, non ho esitato a iscrivermi, e non ero il solo! Vari ragazzi del nostro gruppo di Torino si erano iscritti, anche perché ci saremmo dovuti occupare del famoso BAR! Eravamo eccitati all’idea e stavamo incoraggiando anche i nuovi membri del gruppo a venire con noi.

Purtroppo, però, a un certo punto è arrivata la mail che non avrei voluto ricevere…

Niente Festa per colpa del Coronavirus, tutto rimandato al 2021. È stato un dispiacere, ma la mail diceva anche che ci saremmo incontrati comunque online. Non avevo grandissime aspettative, ma è stato incoraggiante constatare che avremmo avuto modo di fare qualcosa nonostante le difficoltà del periodo.

Pochi giorni prima dell’inizio della festa, ho visto il programma e mi son dovuto ricredere perché non mi aspettavo fosse così ricco. Era quasi come il programma di un giorno alla vera Festa, ospite speciale compreso! Wow! Così ho avviato l’iscrizione e mi son ritrovato a scegliere quali seminari seguire: anche quest’anno c’erano varie opzioni piuttosto interessanti.

Poi è arrivato il 25 aprile, il gran giorno.

Ho partecipato a tutti gli eventi e ne sono stato davvero colpito: non mi aspettavo di vedere così tanti studenti collegati insieme! Il messaggio iniziale e i seminari mi hanno fatto riflettere sul mio futuro, mi hanno aiutato a rimettere a fuoco le priorità, mi hanno incoraggiato a progredire nella ricerca della volontà di Dio per la mia vita e mi hanno spinto a coltivare la vita di preghiera in modo da poter sperimentare la presenza e potenza di Dio in ogni situazione. Come ogni anno, mi ha arricchito il fatto di potermi confrontare con altri studenti che combattono battaglie simili alle mie, l’ho apprezzato molto.

È stato un privilegio anche poter assistere all’intervista a Lindsay Brown, una mente davvero brillante.

Ma i momenti che mi hanno colpito di più sono stati l’incontro di preghiera e il discorso conclusivo di Johan. Durante le preghiere si percepiva l’unità nello Spirito di tutti i partecipanti (circa 80) nonostante la distanza!

Invece Johan mi ha fatto commuovere quando parlato del periodo in cui nacque il GBU in Italia 70 anni fa e ci ha fatto vedere alcune foto storiche, oppure quando ha fatto vedere la foto della scorsa Festa GBU. Le prime mi hanno fatto sentire parte di un’opera e di un servizio per il Signore che va avanti da molto tempo; sono profondamente onorato di poter collaborare con il GBU e sono contento di vedere come Dio continui a benedire i nostri gruppi e a usarli come strumento per portare degli studenti a Lui. La seconda invece ha suscitato in me tanta nostalgia di quei bellissimi momenti!

Dopo la chiusura della videochiamata ho scoperto che non ero stato il solo di Torino a essersi commosso e che eravamo tutti entusiasti e desiderosi di poter avere altri incontri del genere in futuro.

Per me la Festa GBU online è stata una boccata d’aria fresca in questo periodo di reclusione in casa. Spero tanto di poter partecipare dal vivo alla Festa del prossimo anno!

 

Luca Montaldo
(coordinatore GBU Torino)

Emilio Grosso
Tempo di lettura: 2 minuti

Emilio Grosso è tornato alla casa del Padre. Come credenti sappiamo che chi si addormenta nel Signore ha chiuso gli occhi alla sofferenza e li ha aperti ad una dimensione eterna, riconciliata nell’amore di Dio. Ma la rottura del legame personale e umano produce sofferenza e questo lutto è reso particolarmente doloroso dalle limitazioni sociali e dalle norme in vigore che riducono la possibilità alla famiglia ristretta ed allargata di essere fisicamente vicine nel momento del commiato.

Emilio Grosso con la moglie Elaine

Emilio Grosso con la moglie Elaine

L’intero movimento GBU perde un testimone della seconda generazione, cioè uno di quegli studenti universitari che completò i suoi studi negli anni ‘60 e che mantenne nel corso della vita un forte legame affettivo e spirituale con esso, rivestendo ruoli di responsabilità di primo piano, sia incoraggiando la testimonianza degli studenti evangelici nelle università, sia come sostenitore del movimento nazionale che come socio fondatore, nel 1988, dell’Associazione “Amici della Sala di lettura GBU” di Roma, ma anche svolgendo un servizio tanto discreto quanto prezioso per le Edizioni GBU, sino alla fine dei suoi giorni.

E sino alla fine ha incoraggiato le nuove leve, lasciando ogni qualvolta gliene si offrisse l’opportunità, una testimonianza di quel suo iniziale coinvolgimento negli anni giovanili. La sua passione per il Vangelo, la sua generosità, il suo amore per lo studio e l’approfondimento del testo biblico, rimarranno una preziosa eredità e ci lasceranno la responsabilità di essere all’altezza del suo esempio. Ci stringiamo in queste ore ad Elaine, Claudia e Andrea: a chi ha perso un marito e padre devoto, a tutti i congiunti che avevano in Emilio un punto di riferimento come fratello, come zio, come nonno, di tutti loro possa il Signore consolare i cuori.

Ci stringiamo alla famiglia Grosso e a quanti stanno ricordando Emilio con amicizia, affetto fraterno e commozione. Emilio ha ora attraversato la realtà descritta dai versi dell’inno conosciuto in italiano col titolo “Resta con me Signore il di’ declina”:

Hold Thou Thy cross before my closing eyes;
Shine through the gloom and point me to the skies.

Heaven’s morning breaks, and earth’s vain shadows flee;
In life, in death, O Lord, abide with me.

Invochiamo in queste ore il conforto e la presenza di Colui che “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore…” (Apocalisse 21,4)

 

Davide Maglie (Presidente GBU),
Johan Soderkvist (Segretario Generale GBU),
Maria Giulia Verga (Presidente Ass. Amici Sala di Lettura GBU)
e Giacomo Carlo Di Gaetano (Direttore Edizioni GBU)

Invitiamo chi volesse, di visitare la pagina http://www.inmemoriamemiliogrosso.it/ e lasciare traccia del proprio ricordo.

Passi per l'approccio induttivo alla lettura della bibbia
Tempo di lettura: < 1 minuto

TV accese tutto il giorno, un episodio dopo l’altro su netflix, whatsapp instagram, e perfino il buon vecchio facebook… tutto nella speranza che questo virus passi presto.

Si, qualche lezione online e magari un paio di ore di studio al giorno. Ma, in che altro modo usare il tempo visto che restiamo a casa? Potrebbe essere l’occasione buona per fare quello che hai lasciato un po’ da parte per mancanza di tempo.

E fra hobby e workout casalinghi, potrebbe esserci anche il tempo di indagare, di investigare il bestseller di tutti i tempi.

La buona notizia è che ciò è possibile, e… adesso hai il tempo per farlo!

Se non hai una bibbia cartacea, scarica una delle tante applicazioni gratuite ai link qui sotto e inizia a leggerla.

Come per ogni altro libro vogliamo capire cosa dice, cosa significa e cosa cambia, ovvero le implicazioni.

Abbiamo preparato un mini-corso di quattro puntate per spiegarti come leggere la bibbia con un approccio induttivo. Spiegheremo i passi dell’approccio induttivo che usiamo nel GBU e troverai dei video di 4-5 minuti in cui mostriamo ogni singolo passo applicandolo al vangelo secondo Giovanni.

Fissa un momento specifico della giornata, metti un promemoria e per 15 minuti al giorno, leggi e usa il metodo induttivo su un capitolo del vangelo di Giovanni insieme a noi o ancora meglio insieme a un amico.

Indaghiamo insieme il libro dei libri per conoscere meglio Gesù, l’unico che dona speranza certa.

Lutero e l'epidemia
Tempo di lettura: 3 minuti

Lutero e l'epidemia: La fede ai tempi del coronavirus

Acquistabile in e-book su Amazon!

C.S. Lewis nelle sue conferenze sulla sofferenza (The problem of pain – 1940; tr. it. Il problema della sofferenza – 1988) affermò che la sofferenza potrebbe essere considerata come una sorta di megafono con cui Dio cerca di parlare e a un mondo sordo ai suoi richiami.

Il regista Richard Attenborough, trasponendo cinematograficamente in Shadowlands (Viaggio in Inghilterra, 1983) un altro scritto dell’apologeta inglese Diario di un dolore (tr. it. 1990) in cui questi raccoglieva il suo calvario interiore per la morte della moglie Joy, metteva giustamente in contrapposizione la fulgida certezza della metafora riportata sopra con lo sconforto provato dallo scrittore dopo che quel megafono gli aveva strillato nelle orecchie, privandolo della moglie.

In quella vicenda la sofferenza era espressione di quello che i filosofi chiamano male naturale, il male come si manifesta nelle pieghe di una natura matrigna. È difficile (anche se non impossibile), in quei casi, pensare a un Dio che ti voglia parlare usando quel tipo di megafono.

La stessa condizione vivono sicuramente tutti coloro che nella pandemia che stiamo soffrendo stanno sperimentando il lutto e le separazioni (al 28 marzo, almeno in Italia, i morti sono ben 9134)!

Tuttavia la pandemia presenta un altro aspetto, non meno inquietante, del male naturale: esso è rappresentato dai miliardi di persone che, per evitare il contagio, sono costrette a vivere il distanziamento sociale; in pratica a recludersi e a immaginare il male che vaga nei dintorni della propria casa, cercando di intrufolarvisi ogni volta che si tocca una maniglia …

È pensando a questa massa enorme di donne e di uomini che è stato assemblato il libro che presentiamo dal titolo Lutero e la pandemia. La pandemia scopre la nostra fragilità di uomini minacciati da un elemento naturale che non si presenta, almeno non direttamente, con i contorni della tragedia diretta, improvvisa o deturpante come può essere un terremoto o un cancro. La scoperta della nostra fragilità avviene nel lento scorrere del tempo in quarantena, mentre i mezzi di comunicazione ci mettono al corrente dei numeri e delle notizie che rendono conto dell’ampliarsi del contagio e del restringersi dei nostri spazi vitali. In queste circostanze è possibile pensare alla sofferenza, a questo tipo di sofferenza, come a un messaggio che rintrona nelle nostre orecchie come se fosse trasmesso da un megafono, o da un altoparlante.

Dio sta parlando? Per i credenti è facile intravedere i tratti di questo discorso; lo è un po’ meno per chi credente non è. Il nostro testo vuole provare a raccogliere in uno le certezze del credente e i dubbi del non credente, rintracciando tutti i registri con i quali è possibile mettersi all’ascolto del megafono di Dio.

Queto instant book esce nel mentre l’OMS calcola che al mondo siano più di 300.000 i contagi mentre i morti arrivano a 15.000. Alcuni elementi caratterizzano il testo. Il primo è rappresentato dalla composizione: è evidente che il lbro è composto da due parti. Nella prima il fulcro è rappresentato dalla traduzione della lettera di Lutero sul comportamento dei cristiani nell’epidemia che imperversava nella seconda metà degli anni ’20 in Germania e che aveva coinvolto anche Wittenberg (Se sia lecito fuggire da una pestilenza mortale). Il testo di Lutero è preceduto da un’introduzione che ricostruisce il contesto storico e da un commento al testo medesimo da parte di uno studente di teologia ciinese della zona di Wuhan.
Nella seconda parte, segnata dal sottotitolo “la fede ai tempi del coronavirus”, sono raccolti i contributi in parte pubblicati sul nostro blog del DiRS–GBU.

Il secondo elemento che caratterizza questo libro è il fattore temporale: tutti i contributi, soprattutto quelli della seconda parte, riportano la data in cui sono stati pubblicati. Scorrendoli si ottiene una sorta di time lapse dell’esperienza della pandemia che, mentre pubblichiamo, è ben lungi dal permetterci di vedere all’orizzonte la luce in fondo al tunnel.

Nel darlo alle stampe nutriamo la fiducia che, pur nell’alternanza di certezze e interrogativi, il testo possa contribuire a farci cogliere il messaggio che Qualcuno vuole forse comunicarci.

(Giacomo Carlo Di Gaetano)

L’articolo Dio sussurra nei nostri piaceri, parla nelle nostre coscienze ma grida nelle nostre sofferenze proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/dio-sussurra-nei-nostri-piaceri-parla-nelle-nostre-coscienze-ma-grida-nelle-nostre-sofferenze/

Tempo di lettura: 2 minuti

9 marzo 2020: la vita degli italiani cambia con l’ultimo decreto ministeriale che ci impone di restare a casa per via dell’emergenza sanitaria Coronavirus.

Come staff GBU, ci siamo incontrati online per pregare insieme e discutere sul da farsi. A livello locale, gli studenti dei gruppi GBU ci hanno fornito un bellissimo esempio di come trovare metodi alternativi di proseguire la testimonianza nell’università. E come staff a livello nazionale, che cosa può fare il GBU?

Ci siamo attivati con diverse idee su più fronti, ma la risposta primaria è stata: pregare.

Sicuramente, in un momento senza precedenti come questo, la prima sensazione è quella di impotenza e, per molti, di ansia. Per chi crede in Dio, il primo istinto è proprio quello di rivolgersi a lui: il senso di dipendenza da Dio si riveste di nuovo significato.

Oltre a pregare individualmente, come chiese, come staff GBU, come gruppi locali… perché non pregare con tutti gli studenti a livello nazionale? E così sono partiti i lavori per organizzare il Raduno Nazionale di Preghiera, per la prima volta nella storia del GBU, il 19 marzo alle 18:00.

Come per tutte le cose nuove, un po’ di dubbi c’erano: funzionerà? Gli studenti parteciperanno? A livello tecnico sarà fattibile?

Penso di parlare a nome di tutto il GBU nel dire che l’evento ha superato alla grande le nostre aspettative.
Già quindici minuti prima dell’appuntamento c’erano diversi studenti che si stavano collegando; per ogni persona che si aggiungeva, l’emozione aumentava. A un certo punto dell’incontro siamo arrivati addirittura a 90 partecipanti.

Dopo un breve messaggio di sprone alla preghiera da parte di Domenico (staff GBU Sicilia), da Matteo 7:7-11, abbiamo avuto un momento di condivisione da parte di tutti i gruppi. Poter sentire le voci e vedere i volti di ognuno, piuttosto che soltanto leggere una loro mail con le notizie, è stato davvero speciale e ci ha dato un forte senso di unità malgrado la distanza. È stato molto incoraggiante sentire che quasi tutti i gruppi non hanno sospeso i loro incontri, ma li hanno semplicemente spostati su piattaforme virtuali. Lode a Dio per la tecnologia e per l’entusiasmo degli studenti nonostante le difficoltà!

Ci siamo poi divisi in 5 gruppi in base alle regioni, e abbiamo potuto ascoltare richieste più specifiche e personali, e soprattutto abbiamo pregato gli uni per gli altri e per il nostro Paese.

Concluso il collegamento, avevo un cuore pieno di gratitudine e di fiducia nel Signore che è l’unico ad avere l’assoluto controllo su tutto, malgrado le apparenze ai nostri occhi limitati.
Il primo pensiero è stato: quando avremo il prossimo incontro?

 

Luisa Pasquale
(Ufficio Nazionale GBU)

 

(estratto dal messaggio di Domenico)

Se dunque voi, che siete malvagi, sapete dare doni buoni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro, che è nei cieli, darà cose buone a quelli che gliele domandano.
(Matteo 7:11)

In questo momento, quali sono queste cose buone che vogliamo chiedere al nostro Padre?

  • Che Dio benedica la nostra nazione! Benediciamo il paese, i politici, i medici, gli infermierie tutti coloro che lavorano per il nostro bene. Amiamo il nostro prossimo attraverso la preghiera!
  • Che Dio benedica gli studenti del GBU, le loro famiglie e i loro studi.
  • Che Dio benedica le iniziative dei gruppi, affinché possiamo continuare a Condividere Gesù da studente a studente.
  • Che Dio possa convertire i nostri amici, che possa trasformare i loro cuori. Che il Signore possa usarsi di noi per parlare loro della speranza e della gioia che c’è nel seguire Cristo, certi della salvezza che abbiamo per mezzo di Lui.
Tempo di lettura: 2 minuti

Come il GBU affronta l’emergenza Coronavirus

 

Condividere Gesù da studente a studente.

Questo è il motto del GBU. L’obiettivo è raggiungere studenti universitari con il messaggio del vangelo, predicato e testimoniato da studenti che hanno creduto in Gesù come Signore e Salvatore.

A inizio anno accademico, gli studenti dei vari gruppi GBU in Italia hanno iniziato a pianificare attività ed eventi proprio per raggiungere questo obiettivo. Studenti universitari pieni di passione per Cristo hanno organizzato studi biblici, incontri di preghiera, serate a tema con un messaggio evangelistico, e tante altre iniziative. Tutto è stato fatto con impegno. Gli studenti hanno investito tempo ed energie, pieni di entusiasmo e zelo, con la gioia e l’urgenza di condividere il messaggio della salvezza in Cristo Gesù.

Il coronavirus sembra aver vanificato questi sforzi

Oggi l’Italia è bloccata, le università sono chiuse. Gli studenti sono a casa e le iniziative del GBU sono state tutte rinviate a data da destinarsi. Non possiamo nasconderci, è un po’ frustrante! Gli studenti usano questi eventi per predicare Cristo pubblicamente, ma anche per instaurare rapporti interpersonali e condividere il vangelo a tu per tu. Ora il virus ci allontana dalle persone e separa gli studenti del GBU dai loro amici, quegli amici che hanno bisogno di qualcuno che testimoni loro di Cristo. Eppure, fermarsi è assolutamente doveroso, oltre che obbligatorio. Gli studenti del GBU restano a casa, non solo nel rispetto del decreto ministeriale, ma nel rispetto di tutti gli studenti, dei professori, delle loro famiglie e, in generale, del nostro prossimo.

Tuttavia, ci siamo chiesti e ci stiamo chiedendo: «Ci fermiamo e basta? La nostra missione è stata messa in quarantena? O forse è ancora possibile Condividere Gesù da studente a studente ai tempi del coronavirus?»

Con determinazione e passione per Dio, gli studenti del GBU di tutta Italia stanno agendo con creatività per continuare a testimoniare Cristo e vivere la loro fede nell’università. E dato che le attività universitarie si sono spostate su software telematici e social media, anche gli studenti del GBU stanno usando queste risorse per avere un impatto sulla società studentesca, che oggi è più multimediale che mai! Da Messina a Torino, gli studenti stanno sviluppando tantissime iniziative: incontri di preghiera telematici, studi biblici in video conferenza, post evangelistici sui social, testimonianza a tu per tu con i coinquilini, e tante altre idee che proprio in queste ore stanno elaborando. Tutto questo affinché la testimonianza del vangelo nelle università non venga fermata.

D’altronde, anche questo è un modo per amare il nostro prossimo. I medici curano con prontezza e amore chi in questi giorni è nel bisogno. Con la stessa urgenza e lo stesso amore gli studenti del GBU vogliono continuare a condividere Gesù con i loro amici, colleghi e coinquilini, affinché altri scelgano di seguirlo. Ecco perché, in un clima nel quale gli studenti italiani rispondono alle direttive governative con paura o con atteggiamenti a volte sfacciatamente non curanti, gli studenti del GBU continuano a proclamare con coraggio la loro fede in Dio e la speranza che c’è in Cristo Gesù.

“Nel mondo avrete tribolazioni; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo” [Gesù]
(Vangelo di Giovanni 16:33)

 

Domenico Campo
(staff GBU Sicilia)

Tempo di lettura: 3 minuti

Dal 27 dicembre al 1 gennaio si è svolta in Germania la conferenza europea REVIVE a cui hanno partecipato circa 3000 persone, inclusi un centinaio dall’Italia.

Condividiamo con voi una selezione di alcune testimonianze. Continua a leggere

Tempo di lettura: 4 minuti
Dio aveva stabilito il GBU anche per la mia vita.

Questa è una delle considerazioni che nel corso di questi tre anni ho maturato sempre di più, e oggi, alla fine di questo percorso, ne sono pienamente convinto.

Tutto è iniziato quando alla fine del quinto anno di superiori mi trovai a dover scegliere cosa fare, indeciso se iniziare subito l’università o prendermi un anno di pausa, dove avrei potuto dedicare il mio tempo a Dio, godermi un po’ di relax e viaggiare, magari unirmi a qualche viaggio missionario.
Dopo tanta confusione scelsi di provare il test per infermieristica, deciso a iniziare subito l’università. Ricordo bene il giorno in cui seppi di aver superato il test; la gioia era forte ma allo stesso tempo un pensiero era sempre presente nella mia testa: è davvero la strada giusta?

Ritornando al GBU, già al quinto anno di superiori mio cugino me ne aveva parlato, ma ancora non avevo avuto occasione di testare personalmente che cosa fosse questo gruppo. Nell’attesa di iniziare i corsi mi resi disponibile a partecipare alla Settimana Evangelistica che i ragazzi avevano organizzato e feci così le mie prime amicizie ed esperienze nell’ambito universitario e con il gruppo GBU di Napoli.

Ero entusiasta: il desiderio di fare l’università si stava unendo con l’idea di poter servire come missionario. Compresi così che anche l’università poteva essere un luogo dove testimoniare della speranza che c’è in Gesù.

Sposai quindi ancor prima di entrare nella mia facoltà la missione del GBU: condividere Gesù da studente a studente.

Condividere Gesù da studente a studente

In questi tre anni ne sono successe tante e non sempre è stato facile scontrarsi con il mondo universitario: essere gioioso anche quando l’esame andava male; resistere all’ansia e rimettere tutto nelle mani di Dio; predicare la verità anche quando essa risulta scomoda.

In tutto questo però il gruppo del GBU è stato sempre un luogo di ristoro tra corsi, esami e tirocinio. Posso davvero testimoniare come fermarsi e spendere del tempo per leggere e meditare la parola di Dio mentre ero all’università ha sempre fatto del bene alla mia vita: mi ha fortificato e mi ha dato uno slancio per non avere paura di parlare della mia fede.

Un anno dopo diventai coordinatore del gruppo al Policlinico, ed è stato per me davvero un onore poter servire in questo. Essere parte del GBU mi ha costantemente arricchito, mi ha fatto comprendere la ricchezza della diversità, il valore dell’ascolto e la bellezza dell’immergersi nella parola di Dio allontanando ogni preconcetto o pregiudizio.

Essere nell’università però mi ha portato a vivere anche diversi conflitti. Tante volte mi sono trovato a scontrarmi con l’indifferenza degli studenti al messaggio del Vangelo, alla ridicolizzazione dei principi biblici, al rifiuto testardo a ogni forma di confronto e all’esaltazione dell’indipendenza e della sovranità dell’uomo su ogni principio morale.

Tante volte mi sono sentito piccolo: piccolo dinanzi alla conoscenza, dinanzi a tante domande non risposte, piccolo di fronte a storie difficili, alle ingiustizie e ai mali della vita. La parola di Dio però mi è sempre venuta in soccorso. A tal proposito volevo citare una semplice parabola che Gesù racconta ai suoi discepoli:

Egli propose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi; ma, quand’è cresciuto, è maggiore degli ortaggi e diventa un albero; tanto che gli uccelli del cielo vengono a ripararsi tra i suoi rami».
(Matteo 13:31-‬32)

Gesù paragona il regno di Dio a qualcosa di molto ma molto piccolo, anche se un giorno si rivelerà come qualcosa di maestoso, ma soltanto a coloro che accolgono nella propria vita questo apparente piccolo seme.

Era proprio così: non dovevo preoccuparmi che ciò che avevo tra le mani sembrasse piccolo, ma dovevo essere fiero di ciò che poteva generare in un cuore pronto a riceverlo. Non aveva importanza se a un incontro ci fossero dieci persone o soltanto una, non importava se apparentemente una conversazione fosse stata scoraggiante e che il messaggio di Gesù sembrava “fuori moda”… Non dovevo guardare a ciò che sembrava, un piccolo seme, ma a ciò che poteva diventare: un albero maestoso, alto, forte e ricco di rami.

Al termine di questo breve ma intenso percorso non posso far altro che ringraziare Dio e tutto lo staff GBU, uomini e donne di Dio che con passione e dedizione si impegnano affinché sia sempre accesa una luce di speranza all’interno dell’università.

Questi anni universitari non sarebbero stati gli stessi senza il GBU, quindi se stai leggendo questa breve storia non perdere altro tempo e inizia a vivere l’università come il tuo campo di missione, condividi Gesù, cerca ragazzi con cui leggere la Bibbia e illumina la tua facoltà con la luce di Cristo.

Simone Dorato
(GBU di Napoli)

Tempo di lettura: 5 minuti

“Ma se l’unico modo per andare in cielo è credere in Cristo, allora come fanno quelli che non ne hanno mai sentito parlare? Non è Dio ingiusto a chiedere loro questo? Tu, cristiano, saresti fortunato quindi a essere nato in Italia.”

Immagino che almeno una volta nella vita vi sarà successo di sentirvi porre queste e altre simili domande. Da quando mi sono iscritta al corso di Giapponese dell’Università degli Studi di Milano questa domanda mi è stata posta da quasi ogni studente a cui ho parlato del Vangelo.

Ho iniziato ad appassionarmi al Giappone poco tempo dopo aver deciso di dare la mia vita a Cristo.
Era un mondo pieno di fascino agli occhi di una ragazzina delle superiori. Amavo la sua cultura, un po’ ingenuamente. Poi quando ho iniziato a studiare all’Università lingua, storia e letteratura Giapponese, la mia passione è maturata in una comprensione più accurata e informata. Alla fine del mio secondo anno non ero ancora mai andata in Asia ma ne avevo un’idea, ero ispirata dai miei professori. L’aspirazione di fare qualcosa di utile al regno di Dio nella vita c’era, ma non ero sicura di che forma darle.

Stavo servendo nei GBU a Milano, i miei amici venivano agli studi biblici e alle feste e c’erano state delle conversioni. Per la prima volta vivevo l’evangelizzazione come qualcosa che mi piacesse per davvero e non come un peso. Per la prima volta vedevo Dio coinvolto nell’evangelizzazione, anzi, che dico, quelli coinvolti eravamo noi, lui guidava e apriva porte. Vedevo come l’evangelizzazione cambiava me e i miei amici, cristiani e non. Iniziavo a farmi un’idea di missione.

Ma avevo delle remore…

Non è Dio ingiusto a chiedere di credere in Cristo a coloro che di Cristo non possono aver sentito che magari solo il nome? Sapevo dare le mie risposte teologiche o teologizzanti e parlare di come Dio, nel pratico, agisce nella mia vita; ma fidarsi veramente con tutto il cuore del giudizio di Dio è un’altra cosa, in fondo comprendevo le obiezioni degli scettici. Avevo abbastanza fede da credere che Dio fosse giusto anche in questo, se di Giappone non mi fosse mai interessato nulla. Ma siccome in me c’era il seme dell’idea di poterlo servire lì, allora sentivo che in qualche modo la questione mi riguardasse, la mia fede non era sufficiente, mi sentivo in tensione.

E di ragioni ce ne sarebbero per essere in tensione per il Giappone.

  • Su 120 milioni di abitanti solo lo 0.5% è cristiano.
  • Nei prossimi 15 anni metà dei pastori di chiesa immancabilmente morirà e non ci sono giovani pastori a rimpiazzarla.
  • La cultura Giapponese non ha il concetto di peccato. Tsumi, il termine usato nella Bibbia, significa infatti “crimine”.
  • Non sono mai stati abituati ad avere riunioni religiose a cadenza settimanale, quindi trovano pesante l’idea di aver un impegno fisso per la domenica.
  • La lingua è una delle più difficili al mondo. Anche per questo i missionari sono pochi.
  • La maggior parte dei credenti sono donne, perché gli uomini sembrano quasi impossibili da raggiungere siccome lavorano dalle 12 alle 15 ore al giorno, a volte anche per 6 giorni a settimana.

Questi e altri sono gli ostacoli. Il capolavoro del diavolo, si potrebbe chiamare. (Per ulteriori informazioni visitare il sito di OMF)

Prima del mio primo viaggio mi sono fissata delle domande a cui speravo di trovare una risposta. Sarei stata un’osservatrice. E il Signore ha risposto in maniera straordinaria al mio desiderio di comprendere meglio la sua sovranità e giustizia, ma non come mi aspettassi. Osservavo le persone ai templi. Pregavano delle statue o altri oggetti fisici. Leggevo i motivi di preghiera sugli amuleti in vendita. Lavoro, buona salute, superamento degli esami, ammissione all’università, fortuna, amore, buon parto. Era tutto molto familiare. La forma delle statue e dei riti forse era diverso, come la filosofia dietro ogni atteggiamento e visione del mondo, ma i bisogni umani, spirituali, quelli che spingono italiani cattolici e giapponesi shintoisti a cercare aiuto nel metafisico, erano gli stessi come lo erano le risposte alla loro ricerca di connessione col divino. Preghiere all’occorrenza. Fiducia in oggetti e riti.

Nemmeno la tua cultura rende le persone più vicine a me, sembrava Dio volesse dirmi.

E questa è stata un’idea illuminante.

Certo, è ovvio, anche noi cristiani evangelici italiani siamo circa l’1%. Se davvero il nascere in una nazione cristiana rendesse più vicini a Dio saremmo qualcosa come il 90%, o no? Anche noi italiani siamo un capolavoro del diavolo se pensiamo di essere sufficientemente cristiani di nascita per capire Dio o per conoscerlo come Egli vuole che lo conosciamo. Avevo questo concetto inconscio che il nostro lavoro per il regno di Dio qui in Italia fosse in qualche modo alleggerito perché le persone intorno a noi dicono di credere a Cristo, anche solo nominalmente o per tradizione, ma questo non mi faceva capire quanto sia grave, profonda e tragica la distanza tra Dio e l’uomo. Né il valore della grazia immeritata.
Così imparai ad amare di più la grazia.

Ma quindi il Giappone? Cosa posso fare io?

Finita l’Università ho chiesto a Dio di poter andare lì un’altra volta. Non avevo mezzi né conoscenze, ma durante la mia esperienza nel GBU avevo visto il Signore provvedere in maniera miracolosa ai nostri bisogni. Quando dovevamo organizzare The Mark Drama, affittare un posto per quattro giorni per la rappresentazione e pagare l’affitto ci siamo rivolti a Dio con un obbiettivo spirituale. Volevamo chiedere tutte queste cose direttamente a Dio, in modo che potesse essere evidente a tutti che era Dio stesso a provvedere per la sua missione. E Dio rispose in maniera incredibile. Ricevemmo un posto di 600 mq, modernissimo, gratis e per ben un anno e mezzo. Dio è stato molto buono con noi.

Ora che avevo finito l’Università mi ritrovavo in una situazione simile e il Signore, chiestomi di aver fede ancora una volta, mi ha dato tutto quello di cui avevo bisogno per il mio viaggio in Giappone attraverso una storia incredibile. Da che non avevo i soldi per pagarmi nemmeno metà del biglietto aereo, mi ha dato tutto quello di cui ho avuto bisogno per il mio soggiorno nel giro di un mese. I soldi sono semplicemente arrivati dai posti più impensabili. E anche i contatti. Attraverso nuove conoscenze e coincidenze incredibili ho trovato nuovi amici fra i missionari e ho iniziato a costruire relazioni con la missione Giapponese che sono andati a intensificarsi e durano tutt’ora. Fino a quando poi tutto questo miracolo ha dato un frutto molto più prezioso.

Un giorno ero a Sapporo, a cena con due studenti, e ho raccontato di come Dio è stato così potente e buono da provvedere ai miei bisogni in maniera sorprendente; uno dei due studenti è rimasto così sconvolto dalla storia che ha acconsentito a venire agli studi biblici in facoltà. E un anno dopo si è convertito.

Sì, è la potenza di Dio manifestata nelle nostre vite che fa la differenza. Quando gli chiediamo di mostrarsi in una maniera tale che le persone non potranno far altro che ammettere “il suo Dio è quello vero”, lui ne è molto onorato e non ci sarà cultura e storia che tenga.

Martina Panzani
(GBU Milano – laureata)

Tempo di lettura: 2 minuti

I gruppi di Milano, Firenze e Torino hanno sperimentato la distribuzione di una guida “di sopravvivenza” per gli studenti delle loro città, progettandola a partire dalla loro esperienza di universitari. Quali possono essere dei suggerimenti per chi volesse riproporre questa idea nella propria facoltà? Continua a leggere