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Appunti dal XV Convegno di Studi

Gloria a Dio! Dopo due anni di pandemia in cui l’incontro annuale in presenza del Convegno Nazionale GBU a Montesilvano è stato rinviato, nei giorni del 13-15 maggio 2022 è stato possibile rivivere questo importante appuntamento dal vivo. Stesso luogo, stesso mare, volti noti alcuni, meno altri; ma stesse sensazioni di sempre, nonostante l’inusuale periodo dell’incontro svoltosi in passato in clima autunnale; stavolta il sole batteva caldo, il mare era calmo e invitante. Il periodo ha fatto sì che in quei giorni non fossimo i soli residenti dell’hotel: lottatori di varie categorie di combattimento e motociclisti di Harley Davidson tenevano in contemporanea i loro raduni. Il diavolo e l’acqua santa sembrerebbe… Ma i Gruppi Biblici Universitari ci hanno sempre abituato a ben altro: mai a categorizzare ma a sfidare proprio i nostri preconcetti, a discutere di noi stessi e della nostra identità in Cristo, a guardare in che modo pensiamo e viviamo la nostra fede, in rapporto alla società che ci circonda. In pratica, niente diavoli e niente acquasanta, tutti sulla stessa tipologia di barca, con la sola differenza del timoniere a cui si affida la propria imbarcazione. Anche quest’anno il GBU ha organizzato le tematiche e gli incontri raccogliendo le sfide della contemporaneità, permettendo un’analisi del nostro vivere la fede, non solo nella nostra intima relazione con il Signore, ma anche all’interno della società in cui viviamo. L’oratore di quest’anno era lo psichiatra dr. Pablo Martinez, volto già noto agli amici del GBU per essere stato già oratore nel (). Purtroppo le sue condizioni di salute gli hanno impedito di essere in presenza, ma se qualcosa di buono è scaturito da questi due anni di pandemia e smart working è stato  proprio il miglioramento e l’accessibilità delle piattaforme streaming: grazie ad internet abbiamo potuto avere Pablo Martinez, in diretta esclusiva per il convegno, che parlava dal suo studio a Barcellona. Oltre al nostro fratello dalla Catalogna abbiamo avuto molti seminari in loco, tenuti dai volti più accademici, amici e componenti, del GBU; tali seminari hanno esaminato temi rilevanti e particolarmente ostici, quali il rapporto tra fede e: conflitti storici, politically correct e relazioni amorose. Per niente scontato è sottolineare come tutto sia stato trattato secondo una prospettiva puramente biblica e scritturale ma nella santa ricerca di modalità di espressione di tale fede che potessero trasmettere l’amore di Gesù.

L’ultimo seminario, la domenica mattina, è stata la testimonianza di due medici che hanno combattuto in prima linea la pandemia e di un neuroscienziato, Nicola Berretta, che ha dato una prospettiva scientifica della natura dei virus e dei vaccini, prospettiva in netto contrasto con tante teorie stravaganti che, purtroppo, hanno fin troppo preso piede tra alcuni credenti negli ultimi anni. L’incontro è online su YouTube, e l’invito è quello di ricercarlo, ascoltarlo e condividerlo. Spesso la nostra fede viene messa a dura prova, spesso la mettiamo noi in situazioni contraddittorie: la certezza è che la nostra speranza è l’onnipotenza di Dio, che è in controllo, e la nostra guida comportamentale deve essere l’amore di Gesù.

Claudio Pasquale Monopoli

 

Il tema del convegno era “curare la fede”, ovvero afferrare, proteggere e proclamare la verità. Ci sono stati diversi aspetti che mi hanno colpito, che mi hanno fatto riflettere su come io vivo la mia fede nel contesto storico e sociale in cui mi trovo, al di fuori della chiesa ma anche al suo interno. Pablo Martinez, infatti, ha portato inizialmente l’attenzione sull’epoca in cui ci troviamo, caratterizzata da un soggettivismo di fondo in cui ognuno si è artefice della propria etica, dove è difficile presentare la nostra fede come LA verità e non UNA verità tra le tante. Il risvolto morale è profondamente implicato, proprio perché ciò che viviamo nella pratica, ciò che rappresenta l’esperienza di vita che necessariamente deve rinnovarsi costantemente, è il frutto della verità che facciamo nostra. È così allora, che anche all’interno della chiesa, la Bibbia diventa solo uno strumento che orienta e indirizza e che viene relativizzata dal mondo e dai cristiani stessi. Per opporci alla distruzione della fede, quindi, è importante sapere in cosa crediamo e cosa proteggiamo: una verità RIVELATA da cui possiamo attingere meditando la Parola; una verità INCARNATA nella persona di Gesù Cristo, immagine dell’amore e della Grazia che deve formarsi progressivamente in noi e una verità ILLUMINATA tramite l’azione dello spirito santo che ci guida e ci sostiene. Come ultimo oggetto di riflessione, il dr. Martinez ha portato la storia degli amici di Daniele nella fornace come esempio pratico di una fede che sa dire no. La loro, infatti, è stata la dimostrazione di cosa significhi avere una fede integra e quindi matura, che sa discernere, che sa mettere dei limiti alla tolleranza; una fede equilibrata, radicale ma non estremista, una fede ben fondata sulla fiducia di Dio, sull’ubbidienza e sul coraggio.

Questo convegno mi ha fatto pensare molto alla componente decisionale intrinseca alla mia fede. Troppo spesso si finisce per scadere in ciò che Pablo ha definito come “mimetismo”, ovvero l’adattare la propria fede in base al contesto in cui ci si trova per sembrare “normale”. Se il dogmatismo è l’esempio di una cattiva testimonianza, allora il mimetismo ne rappresenta la morte.

Afferriamo la verità, salvaguardiamo la fede, occupiamoci di lei nella prova, sapendo che Dio soffre con noi e ci protegge.

 

Eleonora Basirico

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Prosegue la pubblicazione – settimanale – di otto paragrafi (qui il secondo) del libro del teologo di orgine croata Miroslav Volf, che sarà in libreria a Maggio, dal titolo Contro la marea. L’amore in un tempo di sogni meschini e di continue inimicizie. Il libro è una raccolta di brevi scritti, alcuni dei quali hanno poi visto un loro ampliamento in libri tematici.

 

Fatevi un regalo, e mettete la Teologia della speranza di Jürgen Moltmann sotto il vostro albero di Natale (Cfr. tr. it. J. Moltmann. Teologia della speranza. Ricerca sui fondamenti e sulle implicazioni di una escatologia cristiana, Queriniana, Brescia, 1970). Moltmann ha pubblicato il libro in tedesco più di cinquant’anni fa. È stato tradotto in inglese tre anni dopo (1967), è diventato immediatamente una celebrità teologica negli Stati Uniti. Il libro è anche andato sulla prima pagina del New York Times1. Uno dei principali temi della Teologia della speranza è l’Avvento, e sarebbe bene che ci ricordassimo di questo libro straordinariamente importante.
L’immensa, originale popolarità del libro deve molto al fatto che quando fu pubblicato, la “speranza” era nell’aria. Era l’“era Kennedy” negli Stati Uniti e il periodo del movimento dei diritti civili portato avanti da Martin Luther King jr. Il mondo occidentale stava per esperire il potere dei movimenti studenteschi radicali. La “Primavera di Praga” sarebbe arrivata presto in Cecoslovacchia, frutto di una crescente democratizzazione delle società socialiste dell’allora defunto Secondo Mondo. E nel Terzo Mondo dei tardi anni ‘60, la decolonizzazione era in pieno movimento e gli intellettuali giocavano con le idee di Marx. La Teologia della speranza cavalcava un’ondata globale di speranza sociale. Come Moltmann ha detto, il libro aveva il suo proprio kairos, o il momento opportuno.
Ma kairos è una benedizione ambivalente per un libro. Dal lato positivo, spinge il libro davanti all’attenzione pubblica. Dal lato negativo, schiaccia la sua interpretazione in un modello determinato. Chiunque parla del libro, ma praticamente nessuno lo apprezza e lo comprende in maniera appropriata.
Con qualche importante eccezione (per esempio quella del movimento dei diritti civili) ciò che era nell’aria, quando apparve Teologia della speranza, non era speranza, ma ottimismo. Le due cose sono facilmente confondibili. Sia l’ottimismo sia la speranza includono aspettative positive riguardo al futuro. Ma, come Moltmann ha sostenuto in maniera persuasiva, sono prese di posizione radicalmente diverse verso la realtà.
L’ottimismo è basato sulla causa «estrapolativa e il pensiero effettivo». Traiamo conclusioni sul futuro sulla base dell’esperienza del passato e del presente, guidati dalla convinzione che gli eventi possano essere spiegati come effetti di cause precedenti. Dal momento che “questo” è accaduto, concludiamo che “quello” dovrebbe accadere. Se un’estrapolazione è corretta, l’ottimismo è ben fondato. Sin da quando mio figlio Nathanael poteva prendere Il piccolo orso e leggerlo quando era all’asilo, potevo legittimamente essere ottimista che sarebbe andato ragionevolmente bene in prima elementare. Se l’estrapolazione non è corretta, l’ottimismo non ha buone basi, è illusorio. Aaron, che ha due anni, è molto bravo nel lanciare una palla. Ma sarebbe sciocco da parte mia scommettere che otterrà un contratto multimilionario con una squadra di calcio e avrà cura di me dopo il pensionamento.
Le nostre aspettative sul futuro sono basate per la maggior parte su tale pensiero estrapolativo. Vediamo lo splendore arancio all’orizzonte e ci aspettiamo che la mattina sarà immersa nel sole. Un tale ottimismo informato e ben fondato è importante per la nostra vita privata e professionale, per il funzionamento delle famiglie, per l’economia e per la politica. Ma l’ottimismo non è speranza.
Uno dei più durevoli contributi della Teologia della speranza di Moltmann è stato quello di insistere che la speranza, al contrario dell’ottimismo, è indipendente dalle circostanze in cui le persone vivono. La speranza non è basata sulle possibilità della situazione e sulla corretta estrapolazione per il futuro. La speranza è basata sulla fedeltà di Dio e perciò sull’efficacia della promessa di Dio. E questo mi riporta al tema dell’Avvento.
Moltmann distingueva tra due maniere in cui il futuro si rapporta a noi. La parola latina futurum ne esprime una. «Il futuro nel senso di futurum si sviluppa a partire dal passato e dal presente, in quanto passato e presente hanno dentro essi stessi la potenzialità di divenire e sono “pregni di futuro”». La parola latina adventus esprime l’altra maniera in cui il futuro è relazionato con noi. Il futuro nel senso di adventus è il futuro che viene non dal campo di ciò che è o di ciò che era, ma dal campo di ciò che non è ancora, «dal di fuori», da Dio.
L’ottimismo è basato sulle possibilità delle cose come dovranno essere; la speranza è basata sulle possibilità di Dio senza tener conto di come sono le cose. La speranza può sorgere anche nella valle dell’ombra della morte; infatti è proprio lì che si manifesta realmente. La figura della speranza nel Nuovo Testamento è Abramo, che ha sperato contro ogni speranza perché credeva nel Dio «che fa rivivere i morti, e chiama all’esistenza le cose che non sono» (Rom 4:17–18). La speranza prospera anche in situazioni in cui, per il pensiero estrapolativo di causa–effetto, si dovrebbe concludere soltanto con una totale disperazione. Perché? Perché la speranza è basata sul Dio che viene nelle tenebre per scacciarle con la luce divina.
Ogni anno nella stagione dell’Avvento leggiamo il profeta Isaia: «Il popolo che camminava nelle tenebre, vede una gran luce; su quelli che abitavano il paese dell’ombra della morte, la luce risplende» (Is 9:1). In ciò è racchiuso tutto il significato del Natale, qualcosa di radicalmente nuovo che non può essere generato dalle condizioni di questo mondo. Viene. Non lo possiamo estrapolare. Dio lo ha promesso.
Se le tenebre sono discese sopra di noi e sopra il nostro mondo non ci occorre tentare di sostenere che le cose non sono così male come sembrano o cercare di essere disperatamente ottimisti. Ricordiamoci invece di un semplice fatto: la luce di Chi era all’inizio con Dio brilla nelle tenebre e le tenebre non prevarranno. Se ci occorre una lunga e plausibile spiegazione per supportare questo invito, scartate quel libro di Moltmann che è sotto l’albero di Natale, prendete qualcosa di caldo da bere e entrate nel mondo dell’Avvento, della promessa, della speranza.

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di Giacomo Carlo Di Gaetano

Ascoltare il mondo

Nell’ascoltare la Parola, la prima anta del dittico stottiano (vedi qui), non siamo riusciti a identificare una teologia “evangelica” della guerra; e come si potrebbe? Saremmo presuntuosi, vista la lunga tradizione della riflessione cristiana sulla “guerra giusta”, che è sempre una teoria di guerra, che poco deve al dettato biblico nel suo insieme, a meno di non cadere nelle trappole ermenutiche di alcune tradizioni teologiche che non hanno il senso della progressione della rivelazione biblica tanto da prefigurare una riproposizione teonomica dell’AT, oppure immaginano una sospensione della legge di Cristo.

Già, perché dal nostro sguardo gettato nella Bibbia nell’intento di ascoltarla in tempo di guerra, non abbiamo potuto ignorare l’imponente figura del Figlio di Dio incarnato (incomparabile, lo definiva sempre John Stott in un altro suo libro). E’ lui, il Figlio di Dio incarnato, inchiodato e innalzato, e confessato dai cristiani come Signore di questo mondo, a rappresentare il contributo biblico essenziale in ogni tempo, anche in tempi di guerra: Gesù Cristo Regna!

C’è la guerra? Ahimè; ma i cristiani parlano e voglinoo incarnare la vita nuova del vangelo, di Gesù Cristo.

Ma come, e dove? Se si va nelle zone di guerra ci sarebbe solo un’opzione, l’azione umanitaria e sanitaria (ricordate Desmond Doss, l’obiettore di coscienza di Hacksaw Ridge?). Già questo non sarebbe mica niente.
Ma al mondo non c’è solo la sanità e la dimensione umanitaria e, dunque, nuovamente, come incarniamo la voce di Gesù Cristo nel fragore della battaglia?

Sicuramente l’intreccio tra abbassamento e innalzamento del Figlio di Dio rappresenta la porta d’ingresso; viviamo in un mondo in cui il Figlio di Dio regna ma lo fa con armi non di questo mondo.
Sicuramente la diplomazia, le politiche non violente, l’integrazione e il multiculturalismo (perché non una soluzione del genere nel Donbass? Una soluzione a la Quebec?) stanno tutte dalla parte di un’adesione, anche inconsapevole al Regno di giustizia e di pace di Gesù Cristo (inconsapevole: esistono i cristiani anonimi in questo campo? una versione secolare degli operatori di pace del Sermone sul Monte?).

A un cristiano non dovrebbero interessare le argomentazioni di chi, pur riconoscendo la responsabilità della Russia nella drammatica invasione dell’Ucraina, cerca di trovare ragioni o spiegazioni nel comportamento della Nato o nel delirio di onnipotenza del padrone della nuova Russia.

Personalmente non mi convince la prima ipotesi, alla quale si potrebbe rispondere con un’argomentazione simmetrica che porta ad azzerare le posizioni ideologiche che si contrappongono: se è sbagliato che la Nato si avvicini alla Russia, perché sarebbe giusto che la Russia si avvicini alla Nato?; trovo abbastanza inquietante la seconda ipotesi – quella dell’espansione di una sorta di impero zarista (non lo nego: sono schierato; ma spero di dimostrare che le ragioni dello schieramento non sono politiche; speriamo!).

A un cristiano dovrebbe invece interessare una domanda cristologica: che ne è di Gesù Cristo e del suo Vangelo nel mondo in cui viviamo? A San Paolo, come a Denver, a Londra come a Rostov, passando per Kiev e Varsavia; a Kabul come a Pechino, Tokio e Melbourne, e naturalmente Mosca.

E’ una domanda geopolitica che discende direttamente dalla preghiera che Paolo insegna a Timoteo: bisogna pregare per i governanti (per Zelesky, Putin e compagnia cantando) affinche, così sostiene il grande apostolo:
possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità. 3 Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, 4 il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. 5 Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, 6 che ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti; questa è la testimonianza resa a suo tempo, 7 e della quale io fui costituito predicatore e apostolo (io dico il vero, non mento), per istruire gli stranieri nella fede e nella verità (1 Tm 2).

Qui ce n’è per tutti, anche per coloro che pensano che la dignità possa equivalere al quietismo consumistico delle società occidentali. Ce n’è per tutti perché la valutazione dei regni di questo mondo non è geo-politica ma geo-teologica. Che ne è di Gesù Cristo nelle varie terre del globo terracqueo?

Negli ultimi tempi in alcuni circoli evangelici si è parlato molto di un risveglio dell’Europa di un revive Europa affinché questa terra venga strappata al secolarismo che l’attanaglia. Ma pensiamo per un attimo a questo anelito, e pensiamolo in chiave cristologica: che cosa significa?
Significa forse che l’Europa deve tornare ai fasti (ne­­-fasti) del Sacro Romano Impero? Che deve iscrivere nelle proprie carte d’identità, per forza, di essere una terra cristiana? E magari legiferare contro la corruzione del genere umano a partire da gay etc… Ma a questo punto si capisce bene dove si va a parare; le abbiamo sentite queste cose, negli ultimi tempi, dalle parti di Mosca.

Oppure forse vorrà dire avere la libertà di professare la verità del Vangelo, magari a un angolo di Hyde Park, oppure con le pittoresche tende evangelistiche nei polverosi paesi del sud Italia come avveniva negli anni ’70, ’80. Noi che siamo figli di una generazione che quando parlava di Gesù Cristo poteva ancora suscitare la veemenza di qualche parroco o vescovo di Santa Romana Chiesa, sappiamo che cosa significa interpretare cristologicamente una terra: significa desiderare di avere la libertà di parlare di Gesù Cristo.

E non è forse l’Europa, la perenne incompiuta, uno degli ultimi posti in cui poter parlare liberamente di Gesù Cristo a una popolazione secolarizzata, anzi, poterlo fare proprio in ragione del secolarismo laicista? Neanche negli USA di Trump o nel Brasile di Bolsonaro, figuriamoci nella Russia di Putin (nell’Ucraina di Zelesky forse sì?) si poteva fare una cosa del genere, negli ultimi tempi, senza rischiare di essere confusi con i fautori dello slogan Dio-Patria e Famiglia che è una sorta di anti-vangelo.

Se è corretta questa prospettiva geo-teologica cristologica, allora a doversi svegliare sono altre terre e non l’Europa!

Che bello vivere in un posto in cui è possibile usufruire della libertà di religione e di culto. E, se posso dire la mia anche in campo politico, sono contento di vivere in un posto in cui governi non sanno che pesci prendere: tra l’alternativa dell’olocausto nucleare e la necessità di trovare un modo per fermare la guerra. Questa è la realtà; se l’Europa scovolasse da una parte o dall’altra sarebbe in entrambi i casi un errore.

Eccolo qui, a mio giudizio, il suono che vogliamo ascoltare quando ascoltiamo il mondo: vogliamo la libertà di professare il Signore Gesù Cristo; e non c’importa se intorno a noi proliferano le manifestazioni dei peccati sessuali (vs. Kirill): per questo c’è il Vangelo!

La libertà di religione una volta si diceva che era la madre di tutte le libertà! Ecco che cosa deve interessare un cristiano, soprattutto evangelico e in particolare italiano. E’ questo criterio che ci dice da che parte stare. Non ci sono sé non ci sono ma!
Chi ha ascoltato e vissuto le epoche della cortina di ferro, chi ha ascoltato Paul Ricoeur raccontare dei suoi viaggi in incognito per incontrare personalità della cultura, ma anche delle fedi a Praga, sotto la statua di Jan Hus (ma guarda), non ha dubbi quando intravede gli spettri di quella odiosa restrizione della libertà di religione e di culto.

Ma bisogna combattere per la libertà di religione?
E’ difficile rispondere a questa domanda. Sicuramente Gesù Cristo non vuole i cappellani militari e la benedizione dei cannoni. No, questo no; di questo sono convinto!

Nella nostra storia risorgimentale abbiamo molti esempi di cristiani che nel considerarsi cittadini del cielo, hanno seguito Garibaldi per costruire una patria … in cui professare la propria fede; o hanno appoggiato Cavour (in Crimea sic!). E non si pensi che gli orchi ostili erano solo i cattolici: si pensi ai Padri Pellegrini, a quello che lasciavano in Inghilterra e a quello che rimuovevano nel Nuovo Mondo. O si pensi alla riflessione di un Roger Williams contro la Sanguinaria dottrina della persecuzione per causa di coscienza.

Forse, come in molti altri campi, piuttosto che cercare risposte globali possiamo rivolgerci alle coscienze dei singoli. Sappiamo che in tutti gli eserciti del mondo (penso a quelli occidentali) ci sono molti cristiani che esprimono la loro esperienza di fede con il linguaggio della nuova nascita (born again). Che cosa dire loro?

Forse possiamo ripetere l’invito al ravvedimento di Giovanni Battista

Lo interrogarono pure dei soldati, dicendo: «E noi, che dobbiamo fare?» Ed egli a loro: «Non fate estorsioni, non opprimete nessuno con false denuncie, e contentatevi della vostra paga

Chissà se dalle parti di Bucha o a Mariupol, qualcuno si è ricordato o si sta ricordando di queste parole e non si è macchiato, e non si sta macchiando, le mani di sangue.

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Fyodor Raychynets è un pastore ed un teologo battista a Kiev ed è capo Dipartimento dell’Evangelical Theological Seminary situato nei sobborghi a nord di Kiev, a circa 20 km dal centro. Fyodor posta quotidianamente aggiornamenti e riflessioni sulla sua pagina Facebook, che terminano, dopo una riflessione sulla situazione della guerra, con una preghiera in Ucraino. Il 13 marzo è stato intervistato dal teologo Miroslav Volf ed ha rilasciato la sua testimonianza su quanto sta accadendo. Riportiamo alcuni dei brani significativi di questa intervista che può essere ascoltata e letta integralmente sul sito del podcast, curato dallo Yale Center for Faith and Culture, al seguente link, https://podcasts.apple.com/us/podcast/a-voice-from-kyiv-fyodor-raychynets-faithful/id1505076294?i=1000554072619. Attualmente Fyodor continua a pubblicare un post ogni giorno su FB per aggiornare sulle sue impressioni sul conflitto da credente e da cittadino dell’Ucraina. Non necessariamente dobbiamo essere in accordo con tutto quello che afferma (comunione “aperta” o spiccato nazionalismo in alcune affermazioni, giustificato dalle circostanze probabilmente), ma la sua rimane una forte testimonianza che merita di essere letta.

Alla domanda sulla situazione bellica del luogo in cui si trova ha così risposto:

[…] Oggi è stato particolarmente straziante perché il nostro seminario è stato colpito. Un missile lo ha colpito e poi è esploso. Il raggio dell’esplosione è stato di circa 30-50 metri. Pertanto tutte le finestre si sono rotte. E così ci sono un sacco di vetri rotti tutti attorno, mattoni rotti, alberi divelti. […]. Per dirlo con un’espressione: si tratta di una scena apocalittica, capisci? Se vorresti vedere un film con una scena apocalittica, lo potresti fare qui ora.

Una testimonianza particolare è stata quella della celebrazione della Cena del Signore aperta durante la guerra e con i soldati di cui il teologo ucraino dice:

“Sono stato invitato giovedì pomeriggio a servire ai militari la Cena del Signore. E siamo andati andati lì ed è stata un’esperienza travolgente per me, perché nei Balcani, ho iniziato a credere in ciò che chiamiamo una Cena del Signore aperta: dove ognuno è il benvenuto, e quando c’è qualcosa di scandaloso nella Cena del Signore, lì c’è l’evento. Perché ci sono sempre persone che non dovrebbero essere lì secondo la nostra prospettiva teologica o il nostro credo teologico e così via. Quando siamo andati lì e ogni volta che mi sono trovato in questo tipo di situazione in cui servo la Cena del Signore, dico sempre alle persone, chiunque esse siano e di qualunque chiesa siano od anche a coloro che non appartengono a nessuna chiesa che io verrò a loro con il pane e dirò “Questo è il corpo di Cristo rotto per te” e devono solo dire “Amen”. E penso che ogni volta che dicono “Amen” sono d’accordo. Quel corpo di Cristo è stato spezzato anche per loro. E dovunque è accaduto, specialmente ieri, quando, servendo la Cena del Signore la stavo spiegando, c’è sempre una persona che non ha alcun tipo di formazione religiosa. E quando la servivamo loro lì, commentavamo quello che facevamo. Abbiamo semplicemente detto. “Questo è come facciamo. Siamo venuti a voi e diciamo “Questo è il sangue di Cristo sparso per voi”. E quando la persona (non credente) ha detto “Amen” è stata un’esperienza toccante. Credo che siamo soltanto stati uno strumento in questo tipo di situazione. E c’è una più grande invisibile presenza della grazia di Dio che può fare qualcosa che noi non possiamo fare. Per me in questa situazione, è più importante fare questo salto di fede, un passo verso la fede. E farlo quando le persone lo chiedono. E poiché ci dicono che vogliono prendere parte alla Cena del Signore prima della battaglia non diciamo che lo faremo.

Sulle responsabilità di Putin e della Russia per il conflitto Fyodor ha così commentato:

“Oggi ero veramente dispiaciuto nel leggere le notizie dalla Russia che 700 rettori, o presidenti delle Università russe, hanno firmato una lettera per appoggiare la guerra di Putin. Pertanto ovviamente non è solo un problema di Putin. E’ un problema di portata più ampia. Quando gli intellettuali appoggiano questo tipo di aggressione, abbiamo un problema serio. Non soltanto con quello che potremmo chiamare un dittatore da bunker. Voglio dire una persona che si è chiusa in un bunker che ha quindi perso il senso della realtà. Ha perso contatto con il mondo. Ma guardando alcune riprese video, quando i giornalisti escono per le strade di Mosca e San Pietroburgo, e questi sono i luoghi dove la maggior parte dell’élite culturale risiede, e chiedono alle persone cosa pensano della guerra in Ucraina, le loro risposte sono molto deludenti per noi. Perché ci dicono chiaramente che non vi è soltanto una persona ossessionata. Questa persona ha l’appoggio per questo tipo di aggressione. Ed è storicamente radicato, perché gli Ucraini sono stati sempre stati una spina nel fianco dei Russi per la loro libera volontà. Noi amiamo la libertà. Amiamo questa libertà che ci porta al caos. Il caos politico, o qualsiasi caos, è come siamo noi. Questo sono gli Ucraini. E questo amore della libertà, questo amore per la democrazia, è quello che ci ha portato a eleggere un clown come nostro Presidente! Questa è una cosa che dà molto fastidio ai Russi. E penso che ci sia, voglio esprimerlo in questa maniera, che ci sia un Putin collettivo. […] Non si tratta soltanto di una persona ossessionata. Perché la nostra élite sta cercando di contattare la loro élite e di dire: “La gente andasse per le strade. Dite che siete contrari a questa guerra crudele, che siete contro questo amore che uccide il fratello e contro la guerra” e così via. […] Possiamo dire che il problema è che i Russi hanno un re nelle loro teste. E il problema degli Ucraina è che non hanno nessun re nelle loro teste. E questo per dirla in breve. Perché, quando pensassimo che il nostro presidente sta diventando un imperatore, lo cacceremo immediatamente, come abbiamo fatto nel 2014. E pertanto nella nostra situazione, non possiamo avere Putin.”

Volf ha poi chiesto al Raychinets un parere sulla posizione della Chiesa Ortodossa a proposito del conflitto.

“[…] Il patriarca Kirill sta appoggiando apertamente Putin. Infatti conosco alcuni miei amici, del Consiglio Ecumenico delle Chiese, che mi hanno inviato notizie di alcuni tentativi di contattare il Patriarca e di chiedergli a voce, almeno a voce, la sua posizione. Se fosse pro o contro la guerra e che rendesse chiara la sua posizione. Bene, c’è stato silenzio, Ma come sai, il silenzio in tempi di crisi morale non è un segnale positivo. Ma facciamo un altro esempio: in Ucraina, abbiamo tre rami della Chiesa Ortodossa. In realtà ora ne abbiamo due, ma c’è una piccola parte che è un terzo ramo della Chiesa Ortodossa. Ma ce n’è una che chiamiamo Chiesa Ortodossa Ucraina del Patriarcato di Mosca. Queste parti avevano una chiarissima posizione sulla guerra. E’ comprensibile, perché sarebbe la fine della Chiesa in Ucraina. Ma dall’altro lato, abbiamo la parte russa che resta in silenzio. Ma ciò che ci ha preoccupato come evangelici è che non soltanto la Chiesa Ortodossa è silente, ma che i leader più importanti delle chiese evangeliche sono rimasti in silenzio. E questo ci ha dato molto fastidio. Come diciamo in Ucraina, la guerra non è iniziata 18 giorni fa, ma 8 anni fa. E per tutti questi 8 anni, hanno appoggiato Putin nella ambizione imperiale di ingoiarsi l’Ucraina. Ma ciò che ci preoccupa anche è  che l’Ucraina non è il suo obiettivo finale. E questo l’Europa non l’ha colto ed è un peccato.”

L’intervista si conclude con un’esortazione all’Occidente di agire per fermare il conflitto in qualsiasi maniera. Ecco cosa viene affermato.

“[…] nella parte occidentale del mondo, nelle democrazie liberali, il pubblico dovrebbe costringere i governi a fare qualcosa.  E l’unico messaggio che vorrei comunicare che vorrei comunicare è, in primo luogo, che non dovrebbero avere paura di Putin, perché gli ucraini hanno fatto scoprire che la seconda forza militare del mondo non è la seconda forza militare del mondo. E’ soltanto un bluff, il grande bluff di Putin. Pensavano che in due tre giorni avrebbero occupato l’Ucraina. Che avrebbero occupato Kiev, Se avessero ucciso il nostro presidente, avrebbero cambiato il governo e controllerebbero l’Ucraina. Ora siamo al diciottesimo giorno in cui ci confrontiamo con questa superpotenza militare e non è così forte come ci si è stato detto. Questa è la prima cosa. La Nato può vedere che non è così forte come pensavano. La seconda cosa è che non si fermerà in Ucraina. Questo chiediamo, quando preghiamo l’Occidente “Chiudete i nostri cieli”, ci piacerebbe che lo facessero per aiutarci. Ma vi è qualcosa che ci lascia delusi dall’Occidente. Il fatto che sono con noi, che hanno compassione. Che ci aiuterebbero realmente, ma che non lo fanno. Non so cosa non va con la politica in questo mondo.”

In una situazione di guerra, la fede è messa sempre alla prova. Alla domanda di come si vive la fede in una situazione di conflitto reale, di come quotidianamente un teologo vive durante un periodo di guerra, questa è stata la risposta.

“Ho lottato con la mia fede nel mio percorso teologico e pastorale. Perché per me, è stato sempre importante nella teologia, nella nostra convinzione, di essere sincero. […] E’ una sfida sostenere una fede nella situazione dove c’è la sensazione che non puoi controllare nulla di ciò che sta accadendo. Non puoi cambiare nulla. Non puoi avere alcuna influenza sulla situazione che la cambierebbe nella maniera che tu vorresti. […] Ma dall’altro lato, penso che in quella situazione, quando tu non hai il controllo di nulla, quando giaci nel tuo letto e non sai se il luogo dove tu starai stanotte rimarrà in piedi sino alla mattina, e quando la mattina sei stanco e non vuoi fare nulla, vuoi stare solo seduto in un luogo sicuro, e non pensi minimamente di uscire. Quando però ti ricordi di queste persone e ti ricordi dei loro bisogni, e ricevi delle telefonate su cosa hanno bisogno e confidi nel Signore, allora dici “andrò”. E se morissi, almeno morirò per la giusta causa. Stavo cercando di aiutare qualcuno. Non è così semplice come può apparire […] La tua fede è sfidata dall’affermazione di un soldato che dice: “Tu vai lì sotto la tua propria responsabilità”. E’ così. Ed allora non sai se andare o rimanere. O hai paure di andare, o rischi la tua vita e tu vai perché qualcuno ha bisogno della tua presenza. E non si tratta dei tuoi parenti. Queste sono persone che non hai conosciuto se non qualche giorno, e forse non avevi idea della loro esistenza sino a ieri, ma ci sono dei legami con queste persone. E non le puoi abbandonare. Non puoi tradirle. Tu sei un pastore, E si sa, che non è l’unica storia, perché molti pastori hanno lasciato Kiev sin dall’inizio della guerra. Non so se torneranno, come possano guardare negli occhi la gente quando l’hanno abbandonato in questa situazione miserabile. […] Questa è la fede che ti sfida ogni giorno. “Ok. Puoi andare o restare sicuro”. Ho centinaia di esempi che posso citare. Un mio amico in Inghilterra, dice: “So che non lo farai. So che non mi ascolterai, ma vorrei che ti trasvestissi da donna e lasciassi il tuo paese.” Lo sai che come uomo non posso lasciarlo. Ho amici negli Stati Uniti che hanno trovato avvocati che mi vorrebbero aiutare ad immigrare dal paese, ed ho amici in Canada e dovunque che hanno detto: “Fyodor, scappa. Salvati”. E anche questo sfida la tua fede. Ma ti dà anche noia. Questi inviti ti ossessionano. Va semplicemente in un posto sicuro. Potresti essere utile altrove, non soltanto qui. Pertanto non c’è una grande fede. Questa è una sfida. C’è la sfida quotidiana di quando i soldati di avvertono, quanto la gente ti avvisa, quando tua madre ti chiama e ti dice. “Cosa? Sei pazzo? Cosa fai ancora lì? Vieni a casa. E’ sicuro qui. Tuo figlio ti sta aspettando”. E così sei messo alla prova. La tua fede è messa alla prova, non soltanto dalle circostanze, ma anche dalla situazione, anche dai tuoi amati. Da coloro che ti sono più vicini. Mi ricordo della parola di Gesù sul fatto che proprio i tuoi familiari ti daranno più grattacapi e così via. Così questa è la maniera in cui leggo il Vangelo. Leggo il Vangelo di Gesù quando è venuto fuori dal deserto e che quello non era la fine della sua tentazione. Era solo l’inizio. E che sarebbe stato tentato da coloro che gli sarebbero stati più vicini, da coloro che gli sarebbero stati accanto. Lo avrebbero tentato a non vivere nella maniera in cui viveva, a non prendere il sentiero che aveva preso e così via. Così la mia fede è messa alla prova, dalla situazione, ma anche dai miei parenti e dai miei amici sparsi nel mondo.”

Per aggiornare questa testimonianza pubblichiamo, tradotti, anche due degli ultimi post che Fyodor Raychynets ha pubblicato sul conflitto su Facebook.

“Kiev. 42° giorno di guerra. Quando ho iniziato a scrivere post quotidiani qui, sapevo che sarebbe arrivato un giorno in cui non avrei voluto scrivere nulla, e ci sono stati diversi giorni del genere, ma gli eventi che accadevano intorno a me tutto il tempo, hanno portato qualcosa di nuovo su cui volevo riflettere , primo per me stesso, e ovviamente da condividere con gli amici… Oggi è uno di quei giorni… Durante la mia permanenza nei Balcani, mi sono ricordata di una semplice verità che credo sia stata detta o da Mesho Selimovich (che mi piaceva leggere), o da Ivo Andric (unico scrittore balcanico a ricevere il premio Nobel per la letteratura): “Ciò che non è scritto, non esiste” e poi da qualche parte ho letto o sentito che “una stupida matita è meglio di qualsiasi ricordo umano”. Ciò ha cambiato il mio atteggiamento nel sistemare gli eventi della vita su carta. […] Ora è diventato più sicuro muoversi, quando si sta a Kiev, e speriamo presto sarà altrettanto sicuro muoversi nella zona, ma la stanchezza è arrivata non fisica, ma emotiva…. ed è stanchezza non tanto per quello che è stato fatto, ma per quello che si è visto e sentito…Stanchezza, vuoto e riluttanza a dire, scrivere qualsiasi cosa… non perché non c’è niente da dire o scrivere… e perché dalle tue stesse parole, e quelle degli altri non lo rendono più facile… nessuna parola o silenzio può aiutare… non ci sono parole per esprimere tutto, ma è impossibile rimanere in silenzio al riguardo… sperando che passi anche questo… devo solo continuare a imparare con esso ora vivi in qualche modo…La guerra è quando è difficile trovare parole adeguate per descrivere ciò che si prova, si vive, ed è ancora più difficile rimanere in silenzio al riguardo…”

“Kiev. 45° giorno di guerra in Ucraina. Un altro Shabbat senza shalom… invece di shalom qualche allarme interiore poco chiaro dal silenzio che è presente nella zona… anche questo è il primo sabato che non facciamo comunioni a militari e cappellani. La scorsa settimana è stata emotivamente molto controversa e instabile… Durante questa settimana, abbiamo visto i risultati dei bombardamenti di massa, visitando Buca, Borodianka, Gostomel, Irpinov e altro ancora. Le cose che sentiamo da un mese.. che ho visto e mi ha terrorizzato per la portata della distruzione… La settimana è iniziata con buone notizie sulla liberazione della regione di Kiev e si è conclusa con cattive notizie da Kramatorsk… bombardamenti con bombe alla stazione dove si trovavano cittadini pacifici (per lo più donne con bambini), mentre cercavano di evacuare…Quanti altri hanno bisogno del mondo di Buca, Borodyanok, Gostomel, Irpinov, Kramatorskiv per capire finalmente che il linguaggio non riguarda da tempo la guerra, ma un crimine di massa contro l’umanità nel XXI secolo?  Conosci la stanchezza delle buone azioni utili? È una sorta di simbolo di stanchezza fisica, emotiva e morale… questa stanchezza è il risultato di una certa consapevolezza da 40 giorni che la scala del disastro umanitario e del bisogno è così enorme, e il tuo aiuto e la tua buona azione sono così miserabili, e non sei in grado di cambiare nulla in questa evidente sproporzione…Stanco di affrontare emozioni che ancora non sai come affrontare tutti i giorni… Stanco delle domande morali a cui non avevi mai pensato prima, e devi ammettere ormai che non hai le risposte a queste domande… stanco del numero di domande a Dio che ti riecheggiano… Stanco di voler fare qualcosa solo per distrarti dalle emozioni e dai pensieri che ti feriscono..

Dio salvi l’Ucraina, prenditi cura dei suoi difensori, del suo popolo che soffre, dai fuoco a tutti coloro che sono rimasti feriti in questa guerra e non sono in grado di affrontare la dolorosa perdita… Donaci la pace desiderata, non solo la pace, ma una pace giusta…

E tutto il resto amici, se Dio vuole, dopo la vittoria…

(testo tradotto e curato da Valerio Bernardi)

L’articolo Una voce da Kiev, la testimonianza di del teologo ucraino Fyodor Raychynets proviene da DiRS GBU.

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di Giacomo Carlo Di Gaetano

Si deve l’espressione “duplice ascolto” a John Stott, il reverendo evangelico anglicano che ha influenzato enormemente il movimento evangelico del ‘900. Con questa espressione egli voleva indicare la necessità che i cristiani si ponessero nella condizione di un ascolto duplice nei confronti della Bibbia e nei confronti del mondo in cui vivono; questo al fine di far si che la loro testimonianza fosse a un tempo biblicamente fondata e autenticamente rilevante per le donne e gli uomini di oggi. Stott non era il primo ad aver indicato questa duplicità della sensibilità cristiana. Qualcun altro prima di lui (forse Oscar Culmann) aveva usato l’immagine del cristiano con la Bibbia in una mano e con il giornale sotto il braccio.

Queste immagini sono suggestive e rimandano a un tempo in cui i cristiani, in pieno benessere economico e sociale, si chiedono in che modo la loro testimonianza può essere radicale, può fare la differenza. A me paiono immagini che si collocano perfettamente in un tempo di pace in cui meditare, quietamente, e leggere il giornale, sono attività che possono essere svolte senza molti patemi d’animo. La parola d’ordine è influenzare, essere presenti, contare!

Ma, mi chiedo, proprio nei giorni in cui fanno il giro del web le immagini di Bucha, in Ucraina, esiste una versione del “duplice ascolto” per i tempi di guerra?

Che cosa potremmo ascoltare dalla Bibbia, affinché la nostra testimonianza possa essere rilevante anche mentre il rombo assordante della guerra è ciò che ascoltiamo, al giorno d’oggi?
Proviamoci.

Ascoltare la Bibbia/parola di Dio

Da dove cominciare? Un po’ come per altre questioni (penso alle migrazioni), viene il dubbio: si comincia dall’AT, con le sue definizioni di nazione (Gen 10), di popolo eletto (Gen 12), con le legislazioni precipue sui confini (Torah), con i racconti di guerre di conquista (Giosuè), di atti eroici (quante volte avete ascoltato il riferimento a Davide e Golia, per narrare il conflitto russo-ucraino)? Con i racconti del coinvolgimento divino (Il Signore degli eserciti) e del mondo soprannaturale?

O si comincia con il NT, e in quale punto? Con il testo/pretesto manifesto del pacifismo (la parola di Gesù a Pietro sulla spada che ferisce e fa perire e dunque da riporre nel fodero); con l’insegnamento sulla radice ultima della forza legittima di Romani 13 (da cui la tradizione della guerra “giusta”); dalla visione del potere umano come di un potere bestiale (Apocalisse) e, di contro, dalla visione dell’autorità che indicò Gesù ai discepoli (le nazioni hanno chi li governa … ma così non sia fra di voi)?

Come sempre, abbiamo bisogno di chiavi di lettura globali che, pur partendo da precisi punti (possono anche essere dei singoli versi …) siano in grado di permetterci la ricostruzione di una cornice di senso per l’intero insegnamento biblico, in presenza della guerra. Questa operazione è legittima e sembra sia il compito di precise discipline teologiche come la teologia sistematica e, ancor più, la teologia biblica. Premesso che queste discipline si mantengano libere dall’ossequio a tradizioni teologiche preconfezionate (teologia riformata, dispensazionalismo, etc.); tradizioni che rivelano una particolare fragilità proprio quando si confrontano con il tema della guerra (basta leggere la storia delle teologie evangeliche per rendersi conto della loro fragilità nei confronti del tema della guerra).

Se dunque abbiamo bisogno di chiavi di lettura globali, qui mi permetto di indicarne due.

  1. Nell’etica del NT appare preponderante la dimensione soggettiva e individuale delle relazioni (basti pensare al frutto dello Spirito e ai frutti della carne di Galati 5; al Sermone sul Monte). A differenza dell’AT, dove emerge una dimensione più collettiva (c’è un soggetto “popolo”). Questo naturalmente non significa che nell’AT non sia presente un messaggio per l’individuo e che nel NT sia assente la dimensione collettiva.
  2. Emerge una prospettiva diacronica: le cose di Dio si muovono nella storia, c’è un percorso, una direzione (Oscar Cullmann in Cristo e il tempo e in altri lavori ce lo ha mirabilmente insegnato), c’è una storia della redenzione. C’è un’epoca di altri tempi, con la promessa e l’annuncio, della salvezza e del giudizio, c’è un presente carico di realizzazione ma anche gravido di futuro; c’è un già e non ancora; c’è un eschaton, un tempo ultimo, il nostro, nel quale si intravede però, e ancora, una fase ultimissima.

Bisogna provare a combinare i due piani: per esempio, la dimensione del soggetto, preponderante nel NT, è annunciata nelle pieghe del percorso storico veterotestamentario (amore per Dio e amore per il prossimo), e soprattutto perché a un certo punto si guarda a un Soggetto per eccellenza, il Messia, all’uomo nato per diventare Re, come articolava Dorothy Sayers nella sua lettura del Vangelo di Matteo, enfatizzando, nella vicenda terrena di Gesù, lo scontro con il potere violento e guerrafondaio: all’inizio (cap. 2, Erode, i magi, la famiglia sacra e la strage degli innocenti), e alla fine (cap. 27, sei tu il re dei giudei? Il mio regno non è di questo mondo ..).

Ecco, è la natura del Soggetto per eccellenza, il Messia, confessato come il Signore dalla comunità delle origini a essere forse la chiave di volta per un ascolto attento della Parola, in tempo di guerra, che coniughi dimensione diacronica e concentrazione sull’individuo.

Seguiamo questa pista.

Nella proposizione del suo nome (Salvatore del popolo) e dei suoi titoli, Figlio dell’uomo, tra gli altri, Gesù riassume in sé la partecipazione alle vicende umane tipica dell’AT, dove si parlava del Signore degli Eserciti, e ne rivela la direzione ultima nonché la sua modalità d’azione (Principe della pace). Lì, nell’AT, lo vedevamo presentarsi come un guerriero (a Mosè, a Giosuè), come ombra dietro ai monarchi espansionisti Davide e Salomone. Ma non va dimenticato, tra l’altro, che il Signore degli Eserciti non era tale solo all’esterno ma lo era anche all’interno, per il suo popolo, che non risparmiava quando legava la sua identità a fattori etnici e nazionalistici e se non allontanava l’idolatria, la vera madre di tutte le guerre.
Questi temi rappresenteranno una costante nella predicazione di Gesù e nel conflitto con le autorità politiche e religiose del suo tempo.

Un tempo, dunque, Dio era Dio degli eserciti non perché e semplicemente era al comando di uno specifico esercito contro altri eserciti; ribadiamolo: poteva anche sbaragliarlo, il suo esercito, in presenza di una contaminazione (la disfatta di Ai nel libro di Giosuè), poteva anche mandarlo in esilio se non rispettava l’orfano e la vedova (tra l’altro). Il Dio degli eserciti e padre di una nazione insegnava, già in un’epoca di brutalità efferate, e che non conosceva le convenzioni internazionali – che tra l’altro non vengono rispettate neanche oggi – che bisognava prepararsi ad amare anche i nemici, che bisognava andare a Ninive a predicare appunto ai nemici (Giona).

Il Dio degli eserciti non era nazionalista ma universalista, aveva di mira il dominio del mondo: si pensi alla figura del Figlio d’uomo di Daniele 13!

Ma questa è proprio l’istanza del Messia, di Gesù, il dominio del mondo, la sottomissione dei poteri mondani e di quelli ultra-mondani e sub-mondani (Ap. 4) non però mediante un esercito ma mediante la “spada” della Parola. Gesù, dunque, e non altri soggetti collettivi come per esempio la chiesa, è il Soggetto che, ereditando le istanze antiche diviene, suo malgrado e in ragione della portata universale del suo dominio, nemico degli imperi e della guerra: dell’Impero romano, subito, ma poi di tutti gli altri che si sono succeduti nella storia, a Oriente come a Occidente, fino agli estremi di queste latitudini. Fossero essi sacri e romani, Wasp, pagani o impregnati di ideologia religiose, del Sol levante o del Jiiad o della Grande Russia…

E infatti è il vangelo di Gesù Cristo e non la cristianità, la realtà che si è sparsa nel mondo e che rappresenta l’unica “forza” che trasformando gli individui può condizionarne le vicende geopolitiche. Con la seconda, la cristianità, sono arrivati le crociate, i conquistadores, e la Compagnia delle indie …. Non avevano a che fare con Gesù e con il vangelo, nonostante gli stendardi con la croce. Con il primo, con il vangelo, al contrario, è arrivato in tutto il mondo il frutto dello Spirito Santo, la testimonianza silenziosa ma feconda dei cristiani del giorno dopo giorno, di coloro che sono stati luce e sale nelle pieghe della storia, nella prosperità economica (à la John Stott) ma anche nei conflitti, come nelle guerre.

E attraverso di loro che si palesa quella strana parola della Lettera agli Ebrei (cap 2) in cui si indica Gesù come il vero Signore della storia, anche se sotto segni contrari:

Avendogli sottoposto tutte le cose, Dio non ha lasciato nulla che non gli sia soggetto. Al presente però non vediamo ancora che tutte le cose gli siano sottoposte; però vediamo colui che è stato fatto di poco inferiore agli angeli, cioè Gesù, coronato di gloria e di onore a motivo della morte che ha sofferto, affinché, per la grazia di Dio, gustasse la morte per tutti.

Cerchiamo nella Bibbia (la vogliamo ascoltare) un punto di sintesi di una riflessione sulla guerra e scopriamo che sia la figura di Gesù a essere questo punto di sintesi. Gesù è colui che sta di fronte al tema della guerra russo–ucraina (ricordiamoci che dobbiamo ancora ascoltare il mondo, e lo faremo prossimamente). In che modo allora è coinvolto Gesù nel conflitto? Sicuramente non nei grotteschi balbettii delle chiese con i loro impasti di criptopaganesimo (con tutto il rispetto per la venerazione di madonne, icone e segreti mariani), oppure con le formule stereotipate e sterili di organismi vari (con tutto il rispetto per Consigli ecumenici e Alleanze di vario genere).

Gesù è coinvolto nel conflitto, a mio giudizio, in due forse tre modi:
– nei furgoni e nelle carovane che portano aiuti (in quelle religiose come in quelle laiche e secolari);

– Gesù è coinvolto nella testimonianza da fede a fede tra la gente, tra le persone, come unico conforto nella vita e nella morte grazie alla comunicazione del vangelo che, è certo, i credenti in Gesù Cristo stanno facendo anche ora, nell’ora più buia; negli scantinati, come facevano nell’ormai distrutta Facoltà Battista di Irpin;

– Gesù è presente in un grido che guarda all’eschaton, un grido, forse, millenarista, sì, perché no? Abbiamo visto la tua azione nell’umiltà, nella croce, Signore, l’abbiamo confessata e vogliamo incarnarla; ma, ti preghiamo, facci vedere, almeno per un tempo, che cosa avrebbe potuto essere la terra se avesse regnato il Figlio di Dio; è vero che il lupo potrebbe sedersi accanto all’agnello? Che dalle spade si potrebbero costruire vomeri? Questo desideriamo vederlo, nel mentre assistiamo alla macelleria della guerra.

Ma se di fronte alla guerra la Bibbia si suggerisce di guardare “cristologicamente” e se il Cristo che conosciamo, confessiamo e imitiamo è quello della croce, che ci chiede, oggi, di esprimerlo in questi termini (la croce e la non violenza), pur avendo la consapevolezza della sua potenza e nutrendo la speranza di vederlo in azione, allora si pone necessariamente una riflessione per il giorno d’oggi. Come combinare la croce con il giornale e con i report che vengono dal campo di battaglia?

Ascoltare il mondo … segue

 

 

L’articolo Il “duplice ascolto” in tempo di guerra proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/il-duplice-ascolto-in-tempo-di-guerra/

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Prosegue la pubblicazione – settimanale – di otto paragrafi (qui il secondo) del libro del teologo di orgine croata Miroslav Volf, che sarà in libreria a Maggio, dal titolo Contro la marea. L’amore in un tempo di sogni meschini e di continue inimicizie. Il libro è una raccolta di brevi scritti, alcuni dei quali hanno poi visto un loro ampliamento in libri tematici.

Ma io non sono Abramo
Per qualche tempo sono stato sia attratto sia turbato dalla storia del viaggio di Abramo per presentare suo figlio Isacco come olocausto nella terra di Moria. Ero colpito dalla straordinaria devozione di Abramo verso Dio, ma avvertivo repulsione al pensiero che questa devozione lo portasse a volere il sacrificio del suo unico figlio. Così ho riflettuto con estremo interesse su un articolo di un numero dell’International Journal of Systematic Theology. Nel discutere la lettura di questa storia fatta da Kierkegaard, Murray Rea sosteneva che «mentre nessuna giustificazione dell’azione di Abramo… poteva essere offerta, era però da ammirare il suo fidarsi di Dio oltre i limiti della sua comprensione». Tale fiducia è comunque ammirevole, aggiungeva, «soltanto nel contesto di una lunga vita di ubbidienza e amore»

Leggevo il testo e in silenzio annuivo in quanto ero d’accordo con quanto scritto. Quando sono arrivato all’ultima pagina ho visto un disegno di una piccola mano. Pochi giorni prima stavo “leggendo” la rivista con mio figlio Nathanael, che allora aveva venti mesi. Annoiato perché non c’erano immagini di persone o animali, aveva deciso di aiutare i redattori e aveva aggiunto qualcosa di interessante nella rivista. «Papà, ruka [che in croato significa “mano”]», aveva detto mentre collocava la sua mano sulla porzione di pagine alla fine dell’articolo. Avevo preso allora una matita e avevo disegnato il contorno delle sue piccole dita.
«Lo avresti fatto?»; nella mia immaginazione pensavo a un Nathanael dodicenne, un ragazzo della stessa età di quella che aveva Isacco quando avrebbe potuto trasportare la legna per il sacrificio, che mi poneva questa domanda.

«No figlio» rispondevo rapidamente, rabbrividendo al solo pensiero di tutto ciò. «Non lo avrei mai fatto».
«Ma non eri d’accordo con il Sig. Rea?»
«Si, ma non sono Abramo».
«E se Dio ti avesse detto di “offrire il tuo solo figlio, Nathanael, che tu ami”? Non avresti ubbidito a Dio?».
«Non è facile riconoscere la voce di Dio. Ti ricordi la storia di Samuele? Pensava che il suo vecchio maestro lo stesse chiamando, quando in realtà Dio gli stava parlando. Il più delle volte capita esattamente il contrario».
«Sì, ma Samuele era allora soltanto un bambino»
«Se sentissi una voce che mi dicesse di offrirti come un olocausto, non penserei che fosse Dio. Non posso non pensare che Kant avesse in parte ragione»
«Kant?»
«Si, Immanuel Kant, il famoso filosofo. Pensava che Abramo avrebbe dovuto rispondere alla voce dicendo, “È quasi certo che io non devo uccidere un figlio innocente, ma non sono e non posso mai diventare certo che, il “tu” che mi sta apparendo”, sia Dio».
«Kant pensava che Abramo avesse torto, ma tu pensi che Abramo avesse ragione?»
«Si, Kant aveva torto su Abramo. Non tutti le sortite nel campo che va oltre l’etica sono proibite. Ma Kant avrebbe avuto ragione, se stesse parlando di qualcun altro. Paragonandomi ad Abramo, io spiritualmente sono come Samuele, un piccolo ragazzo che non sa».
«Oh dai, papà! Sei un grande uomo e insegni teologia a Yale!»
«No, Nathanael, Abramo era il più grande tra i grandi, Dio gli dice di lasciare la terra dei suoi genitori, non farti idee strane! Ubbidisce, e si scopre che era la cosa giusta da fare. Dio gli dice che avrà un figlio, anche se fisicamente lui e Sara non potevano avere figli, e nasce Isacco. Abramo sapeva come ascoltare Dio. Vedi, la sua abilità a riconoscere la voce di Dio e la sua volontà di avere fiducia in Dio si rinforzavano a vicenda».

«Significa che quando Abramo dice ad Isacco che “Dio provvederà all’agnello” non gli stava lanciando fumo negli occhi?»
«Non penso lo facesse. Abramo sapeva due cose: sapeva che Dio gli aveva parlato e sapeva che poteva avere fiducia di Dio».
«Quindi Abramo aveva ubbidito sapendo in anticipo che non avrebbe fatto ciò che Dio gli aveva comandato?»
«“Sapere” è troppo forte, “Avere fiducia” è meglio”».
«Ma ha quasi assassinato Isacco!»
«Quasi»
«Questo è bene. Isacco non è stato assassinato. Grazie a Dio la storia non ha niente a che fare con me e te. È una storia che narra di un grande uomo, un padre che potremmo ammirare ma non imitare».
«Giusto, non dovremmo imitare Abramo in questo aspetto. L’Antico Testamento proibisce specificatamente il sacrificio di bambini. Tuttavia, la storia ha qualcosa a che fare con me e te. “Suppongo”, continuavo, “che Dio mi chieda: ‘Chi è più importante per te, Nathanael o Io?’” Cosa pensi che dovrei dire?”».
«Dovresti dire “Dio”»!
«Perché?»
«Tu mi hai detto che il mio nome significa “Dio ha donato”, giusto»?
«Giusto».
«Bene, se non fosse per il donatore, non ci sarebbe nessun dono».
«Ragazzo sveglio! Per riceverti come un dono da Dio, giustamente, devo amare Dio più di te. In un certo senso è ciò che Dio ha fatto. Sei geloso?»
«No. Se non fosse stato per Dio, tu non mi avresti avuto e io non avrei avuto te; non potremmo giocare a pallone e sciare insieme, e tu non potresti insegnarmi a guidare anche se ho dodici anni, e tu…»
I miei pensieri furono interrotti dal suono dei piedini che stavano correndo verso di me. Ignaro della seria conversazione che stavo avendo nella mia mente con il suo io più creesciuto, il mio piccolo figlio strofinò la sua testa sulle mie gambe e richiese “Solletico!”. L’ho fatto, per metà rammaricandomi che non potevo andare avanti a dire al suo sé più adulto del Dio che, ben lontano dal richiedere di sacrificare i nostri bambini, sacrificò se stesso nella persona del Figlio per la nostra salvezza. Allora mi avrebbe probabilmente chiesto dell’abuso divino sul figlio e gli avrei dovuto dire qualcosa sul mistero della Trinità. Un’altra volta.

(M. Volf, Contro la marea. L’amore in un tempo di sogni meschini e di continue inimicizie, Edizioni GBU, di prossima pubblicazione

L’articolo Contro la marea 2 (La famiglia conta) proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/contro-la-marea-2-la-famiglia-conta/

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di Massimo Rubboli

L’uso di simboli religiosi tradizionali da parte del patriarca Kirill della Chiesa ortodossa russa nella guerra contro l’Ucraìna non costituisce una novità. Già nell’agosto 2009, Kirill donò un’icona della Vergine Maria all’equipaggio di un sottomarino nucleare nella base navale di Severodvinsk. Una settimana dopo l’invasione russa, durante una funzione religiosa che si è tenuta nella Chiesa del Salvatore a Mosca, Kirill ha donato una copia dell’icona di “Nostra Signora di Augustówa Viktor Zolotov, capo della Guardia nazionale russa, dicendo: “Possa questa immagine ispirare i giovani soldati che prestano giuramento e che si apprestano a difendere la Patria”. Zolotov ha risposto: “Crediamo che questa immagine proteggerà l’esercito russo e accelererà la nostra vittoria. […] le cose non vanno così velocemente come vorremmo” (1). L’icona, che rappresenta la presunta apparizione della Madonna ai sodati russi durante la II guerra mondiale, è conservata nella grande Cattedrale delle Forze armate russe, vicino a Mosca, dedicata nel 2000; qui si trovano anche affreschi che celebrano le recenti guerre in Georgia e in Siria e l’annessione della Crimea del 2014.

Il 25 marzo, festa dell’Annunciazione, a Roma il papa e a Fatima il cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere, hanno consacrato al Cuore immacolato di Maria i popoli della Russia e dell’Ucraìna. Nella basilica vaticana, il pontefice vescovo di Roma ha consacrato alla Madonna l’umanità e, in particolare, i popoli di Russia e Ucraìna:

Santa Madre di Dio, mentre stavi sotto la croce, Gesù, vedendo il discepolo accanto a te, ti ha detto: «Ecco tuo figlio» (Gv. 19: 26): così ti ha affidato ciascuno di noi. Poi al discepolo, a ognuno di noi, ha detto: «Ecco tua madre» (v. 27). Madre, desideriamo adesso accoglierti nella nostra vita e nella nostra storia. In quest’ora l’umanità, sfinita e stravolta, sta sotto la croce con te. E ha bisogno di affidarsi a te, di consacrarsi a Cristo attraverso di te. Il popolo ucraino e il popolo russo, che ti venerano con amore, ricorrono a te, mentre il tuo Cuore palpita per loro e per tutti i popoli falcidiati dalla guerra, dalla fame, dall’ingiustizia e dalla miseria.
Noi, dunque, Madre di Dio e nostra, solennemente affidiamo e consacriamo al tuo Cuore immacolato noi stessi, la Chiesa e l’umanità intera, in modo speciale la Russia e l’Ucraina. (2)

Pochi giorni prima, il settimanale cattolico “Famiglia cristiana” aveva fatto notare polemicamente che esiste una “differenza abissale fra il gesto del patriarca e quello che ci accingiamo a compiere nella nostra chiesa. Noi, infatti, non affideremo all’intercessione di Maria solo uno dei due popoli in conflitto, ma entrambi, consapevoli del fatto che entrambi sono vittime di una guerra sempre ingiusta, come affermato da papa Francesco”.(3)

Il gesto del papa è certamente stato motivato dalle migliori intenzioni, ma da una prospettiva storica solleva più di una perplessità sulla sua opportunità in questo contesto bellico.

Il rito di consacrazione fa riferimento alle presunte apparizioni della Vergine Maria a tre giovanissimi pastori (Giacinta Marto, Francesco Marto e Lúcia dos Santos) nel villaggio di Fatima tra la primavera del 1916 e l’autunno del 1917. Tra le profezie e richieste ricevute dai pastorelli, una riguardava la consacrazione della Russia (in quel tempo nel mezzo della Rivoluzione) al Cuore immacolato di Maria affinché si convertisse.

Questo evento viene letto in modo diverso nelle due tradizioni cristiane: in quella cattolica, come una risposta alla minaccia del comunismo ateo; in  quella ortodossa, alla luce di un millennio di lotte (non solo dottrinali!) tra il cristianesimo orientale e quello occidentale, come una possibile nuova aggressione. Infatti, alla rottura formale della comunione tra la Chiesa latina e i quattro patriarcati storici della Chiesa orientale nel 1054, seguirono una serie di scontri che culminarono nel saccheggio di Costantinopoli da parte dell’esercito crociato nel 1204. Nell’immaginario identitario della cultura ortodossa, la Chiesa cattolica e l’Occidente hanno continuato ad essere percepiti come aggressori e conquistatori.

Inoltre, la “consacrazione” prevede un coinvolgimento e assenso personale di chi viene consacrato che in questo caso sono mancati.

Poi, per quanto riguarda il dogma cattolico dell’Immacolata Concezione, che risale al 1854, bisogna ricordare che non è condiviso dalle chiese ortodosse, che non ne accettano il presupposto teologico, cioè la dottrina agostiniana del Peccato originale. Quindi, consacrare due paesi a stragrande maggioranza ortodossa al Cuore immacolato di Maria rischia di alimentare i timori della parte più conservatrice del mondo ortodosso di uno sconfinamento della Chiesa cattolica.

Ancor più, da parte ortodossa questo gesto può essere interpretato come un’affermazione dell’autorità spirituale universale del papa. Infatti, quando il pontefice affida e raccomanda due paesi alla Beata Vergine Maria, lo fa in virtù delle sue prerogative di pastore universale della Chiesa e Vicario di Cristo. Perciò, il patriarca della Chiesa ortodossa russa, che considera il papa non come suo superiore ma come uguale, sarà indubbiamente infastidito da questa intrusione nel mondo russo (Russkij mir), sul quale esercita una giurisdizione esclusiva. Inevitabilmente, ciò raffredderà o congelerà i rapporti tra le due chiese, che sembravano avere intrapreso un nuovo cammino dopo l’incontro all’aeroporto dell’Avana il 12 febbraio 2016.

Chi prevedeva che un prossimo incontro tra Francesco e Kirill avrebbe fatto compiere un altro passo al dialogo ecumenico sarà certamente deluso. Ma non è da escludere un nuovo gesto del papa che, approfittando delle discordie interne alla Chiesa ortodossa russa acuite da questa guerra, potrebbe nominare un  vescovo della Chiesa greco-cattolica russa in comunione con Roma, la cui sede è vacante da oltre mezzo secolo.

Massimo Rubboli
(si veda il suo Instant Book La guerra santa di Putin e Kirill, Edizioni GBU)

 

NOTE

(1) Putin’s war in Ukraine is blessed by Church icon, says Kremlin boss, “The Times”, 14 marzo 2022, thetimes.co.uk/article/bdd711f0-a39f-11ec-9909-6547dd4945b7?shareToken=45095f78b5e3ae786e0cc1c52fc641da (visto il 15/3/2022).

(2) Atto di Consacrazione al Cuore Immacolato di Maria, https://ift.tt/1CqgbdF (visto il 27/3/2022).
Cfr. Catechismo della Chiesa cattolica, Art. 9: Credo “la santa Chiesa Cattolica”. Par. 6: Maria – Madre di Cristo, Madre della Chiesa, I. La maternità di Maria verso la Chiesa, § 975 “Noi crediamo che la santissima Madre di Dio, nuova Eva, Madre della Chiesa, continua in cielo il suo ruolo materno verso le membra di Cristo”.

(3) Pino Lorizio, Maria, madre di tutti e non icona guerriera, “Famiglia cristiana”, 18 marzo 2022, https://ift.tt/IugOdsn (visto il 19/3/2022).

 

 

 

 

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Iniziamo oggi la pubblicazione – settimanale – di otto paragrafi del libro del teologo di orgine croata Miroslav Volf, che sarà in libreria a Maggio, dal titolo Contro la marea. L’amore in un tempo di sogni meschini e di continue inimicizie. Il libro è una raccolta di brevi scritti, alcuni dei quali hanno poi visto un loro ampliamento in libri tematici.

Si può essere buoni senza Dio?
Alcuni hanno suggerito che gli scandali nel mondo degli affari, della politica e della ricerca sono conseguenze pratiche di una visione del mondo che ha messo fuori Dio. La moralità ha bisogno di Dio, sostiene l’argomentazione, e senza Dio la società sarà lacerata dall’avidità incontrollata, dalla concupiscenza del potere e dalla lotta per la gloria.

Si può tuttavia avere chiaramente una buona dose di “immoralità” anche con Dio che occupa un posto centrale nella nostra visione del mondo. Gli scandali nelle comunità religiose sono la riprova di questo fatto, caso mai ci fosse bisogno di prove. Inoltre, le concezioni di Dio talvolta stanno esplicitamente dietro ad atti riprovevoli come l’avidità e la violenza, giustificate sulla base di motivazioni religiose. Cosa dovremo concludere dal fatto che coloro che credono in Dio fanno del male e legittimano le loro azioni con il credere in Dio? Unicamente che il credere in Dio è compatibile con una vita “immorale”, e non che la moralità non abbia bisogno di Dio.
Ma la moralità ha bisogno di Dio? Un libro bello e accessibile sull’argomento è Why Bother Being Good? The Place of God in the Moral Life di John Hare, professore di filosofia al Calvin College. È uno dei più importanti filosofi cristiani di etica che scrivono oggi (si vedano anche The Moral Gap e God’s Call). Egli sostiene in maniera forte che la moralità non ha bisogno di Dio. Il suo punto di vista non è quello di chi ritiene che una persona che non crede in Dio non possa essere buona; ci sono tante persone di tal genere e alcune di esse vivono vite paragonabili a quelle dei santi. Il moralmente rigoroso Immanuel Kant, filosofo del XVIII secolo, considerava il filosofo ebreo razionalista del XVII secolo, Baruch Spinoza, una persona di tal genere. Ma poiché gli atei santi hanno una vita migliore rispetto alla bontà delle loro credenze, sostiene Hare, essi mancano di alcune convinzioni che sostengono la vita che conducono. Non possono dare un senso alla loro propria vita morale.

Una maniera classica di sostenere che la moralità ha bisogno di Dio è mostrare che bisogna appellarsi a Dio se vogliamo dare una risposta adeguata alla domanda: «Perché dobbiamo essere buoni?». Nella seconda parte del suo libro Hare offre una propria versione di questa argomentazione, rigettando in primo luogo le alternative disponibili in quanto ritenute inadeguate. L’autorità della moralità non è solo ovvia, e neanche solo basata sulle esigenze della ragione. Ancor più, non può provenire dal dal fatto di dover essere vera sia per la nostra natura umana sia per la comunità a cui apparteniamo. Ci vorrebbe troppo spazio per spiegare le ragioni per cui Hare ritiene inadeguate queste maniere di costruire le ragioni, il perché dobbiamo essere buoni. Ma facendo ricorso al procedimento per eliminazione Hare può sostenere che l’autorità della moralità può provenire soltanto dalla volontà e dalla chiamata di Dio.

Spesso coloro che sostengono che la moralità abbia bisogno di Dio si fermano subito dopo aver mostrato che Dio sia la sola, adeguata fonte dell’autorità morale. Hare non lo fa. Diò è importante non solo per il perché dobbiamo essere buoni, ma anche per il come possiamo essere buoni. Il problema infatti è la nostra capacità a essere buoni. Tutti noi abbiamo esperienza di un’esigenza morale che è avvertita come «troppo alta per noi, date le capacità naturali con cui siamo nati». Abbiamo provato diverse strategie per aiutarci, come quella del «gonfiare le nostre capacità» o quella del «ridurre le esigenze». Ma queste strategie sono chiaramente inutili, sostiene Hare, perché la nostra capacità naturale rimane senza speranza sia in ragione dei suoi limiti sia per l’altezza dell’esigenza morale.

Per poter essere morali ci occorre «la fede morale: …la fede nel fatto che per noi è possibile essere moralmente buoni nei nostri cuori e la fede che ci porta a credere che il mondo fuori di noi abbia un senso morale». Le persone morali devono credere sia che «le loro capacità siano state trasformate dal di dentro» sia che «il mondo là fuori sia il tipo di posto in cui la felicità è sicuramente legata a una vita moralmente buona».

Una maniera diversa di parlare di questa seconda condizione è dire semplicemente che «una persona morale ha bisogno di credere che non deve fare ciò che è moralmente sbagliato per essere felice». Il punto sembra ben centrato: se siamo persuasi che non possiamo soddisfare le esigenze morali e che siamo dei miserabili quando lo facciamo, non dovremo cercare di essere morali. Hare sostiene che la «fede morale» necessaria per condurre vite morali richiede la fede in Dio, colui che può trasformare i cuori e provvidenzialmente condurre il mondo in maniera tale che (alla fine) la virtù si unirà con la felicità.

Siamo così tornati all’assunto che non si può condurre una vita morale senza non credere in Dio? Non proprio. Perché sia che crediamo in Dio sia che non crediamo, Egli può essere al lavoro nel cuore delle persone nella provvidenziale conduzione del mondo. Ma se Hare ha ragione, allora la «moralità con cui siamo familiari richiede un retroterra teologico per avere un orizzonte di senso». Questo non prova che le dottrine teologiche siano vere. Dimostra solo che, «se vogliamo tenerci stretta la moralità e rigettare la teologia, allora dovremmo trovare un sostituto per fare il lavoro che la teologia di solito fa. Non sarà così facile trovare un tale sostituto».

Di fronte agli scandali che scuotono la fiducia delle persone negli affari, nel governo, nella ricerca e nelle comunità religiose, i leader delle chiese cristiane spesso vestono il mantello dei critici che si lamentano dello stato del “mondo” e, meno di frequente, prendono su di sé il mantello dei riformatori che offrono maniere per migliorarlo. Se Hare ha ragione, non dovremmo rinnegare il nostro compito primario che è quello di testimoniare del Dio di Gesù Cristo. Per questo dobbiamo appellarci a Dio per rispondere alle due domande centrali che sono al cuore di qualsiasi crisi morale: «Perché dovremmo essere moralmente buoni» e «Come possiamo essere moralmente buoni?».
(M. Volf)

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di Elena Ammirabile

“La Russia cambia il mondo” questo è il titolo del secondo fascicolo di Limes del 2022 arrivato alla sua terza ristampa. Il 24 Febbraio del 2022 il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin annuncia un’operazione militare nel Donbass in difesa delle autoproclamate repubbliche indipendentiste, inizia così una guerra di cui oggi  a un mese di distanza, non riusciamo a vedere la fine.

Questa non è l’unica guerra o conflitto armato in corso, l’ACLED ne conta 27 nel mondo ma è  la prima invasione di uno stato nel continente  europeo da quella cecoslovacca del 1968 che sancì la fine del sogno del comunismo sovietico come governo del popolo per il popolo.

Da una parte abbiamo l’aggredito: l’Ucraina, stato sovrano, tornata indipendente nel 1991 con lo scioglimento dell’URSS, in un percorso sofferto sia nell’affermazione dello stato di diritto, base di una democrazia compiuta che prevede la tutela di tutte le minoranze politiche e linguistiche, sia nel suo posizionamento strategico, con una faglia aperta tra chi vuole accelerare il percorso di avvicinamento all’Unione Europea e chi preferirebbe l’allineamento con la Federazione Russa che dal 2014  alimenta il conflitto nella regione del Donbass tra regioni indipendentiste e stato centrale.

Dall’altra abbiamo l’aggressore: la Federazione Russa considerata una democratura, regime che della democrazia mantiene solo la forma ma in cui il potere politico è saldamente in mano ad un autocrate, Vladimir Putin, dal 2000. Putin ha risollevato la Federazione Russa dalla terribile crisi economica e finanziaria degli anni Novanta, dovuta al drastico passaggio da l’economia socialista a quella del libero mercato, a scapito delle libertà civili. La politica estera della Federazione Russe  nell’era Putin è stata aggressiva nei confronti dei suoi vicini, ne hanno fatto le spesa la Georgia, la stessa Ucraina nel 2014 e la Moldavia dove, con il pretesto della difesa delle comunità russofone ha sollecitato e finanziato secessione di regioni, dove non è entrata in armi,  ottenendone de facto il controllo.

Con l’invasione dell’Ucraina la Federazione Russa ha scelto di mettersi fuori dalla Comunità internazionale violando il diritto internazionale, violazione sancita dalla condanna  da parte dell’Assemblea dell’ONU passata con 141 voti favorevoli, solo 5 negativi e 58 astenuti.

Per quanto fosse inaspettata per i più l’invasione era programmata da tempo, lo dimostra il progressivo dispiegamento  di forze sul confine, voleva essere una guerra lampo nella speranza di una sollevazione da parte dei cittadini ucraini russofoni che avrebbe portato alla destituzione del governo in  carica, invece le città a maggioranza russofona stanno ancora resistendo all’occupazione russa.  Il governo e la popolazione si è stretta intorno al suo presidente che ha dimostrato grandi capacità comunicative  ed ha trovato  il sostegno immediato dell’Unione Europea e degli Stati Uniti attraverso l’invio di armi e sanzioni che stanno portando al tracollo l’economia russa, il rublo ha perso il 30% del suo valore rispetto all’euro, che si basa principalmente  sull’esportazione di materie prime.

È difficile prevedere quale sarà il compromesso che porterà al cessate il fuoco, se il conflitto si allargherà o se potremo ancora parlare di uno stato ucraino indipendente ma possiamo vedere delle traiettorie di lungo termine che sono state innescate o accelerate da questa guerra: il fallimento della globalizzazione; transizione ecologica come soluzione; rincorsa al riarmo; gli sfollati ucraini capovolgono il paradigma dell’accoglienza; l’Unione Europea e il suo status di potenza; la disinformazione online come arma di guerra.

Questa guerra ha mostrato il fallimento della globalizzazione, la fiducia che in un mondo in cui i confini nazionali sfumavano a vantaggio degli scambi economici, l’interdipendenza economica avrebbe reso sconveniente ed irrazionale una guerra soprattutto tra i paesi sviluppati, la globalizzazione non solo ha amplificato le diseguaglianze ma non ha fiaccato il nazionalismo, probabilmente neanche la stessa Federazione Russa si sarebbe aspettata una condanna così netta da paesi che paesi con una così accentuata dipendenza energetica, in particolare Italia e Germania. Bisognerà quindi iniziare, come è già successo con le scelte europee sui semiconduttori a pensare gli scambi commerciali in termini di politica estera, come d’altronde fa la Cina da sempre. Di conseguenza la dipendenza energetica è diventata un problema non solo economico ma di sovranità, in particolare per l’Italia, questo potrebbe imprimere un’importante accelerazione alla transizione ecologica con un duplice output positivo geopolitico ed ambientale.

Inizia  ufficialmente la corsa al riarmo, gli Stati Uniti hanno spostato da tempo il baricentro strategico nel Pacifico il confine l’altra potenza mondiale, la Repubblica Popolare Cinese, senza il protagonismo americano e della Nato il progetto dell’esercito europeo diventa la vera unica alternativa con una guerra ai confini dell’Europa  e con esso la scelta di molti stati, prima la Germania poi l’Italia di portare al 2% del PIL la spesa per la difesa. Viene così  sancito il cambio di scenario, non siamo più in un mondo unipolare, in cui gli Stati Uniti sono stati il gendarme, l’uscita dall’Afghanistan e la scelta di Biden di non diventare l’interlocutore di Putin, né sono la prova, torniamo ad un assetto multipolare in cui l’Unione Europea deve definire la sue scelte di politica estera. Già l’emergenza Covid ha portato l’unione Europea ad agire in modo più coordinato e coeso, questa guerra è l’occasione per smussare le divergenze anche in ambiti come la difesa e la politica estera verso un’integrazione politica maggiore.

L’invasione ha innescato un esodo di civili, in tre settimane 3,3 milioni milioni persone hanno lasciato l’Ucraina, il 7% della popolazione totale (dati ISPI), principalmente accolti nei paesi limitrofi, gli stessi stati che non volevano partecipare alla redistribuzione per quote dei migranti arrivati via Mediterraneo si trovano ora a chiedere una presenza maggiore dell’Europa e di quote per l’accoglienza degli ucraini. Se da una parte viene denunciato un double standard, porte parte per gli europei e chiuse per chi viene da fuori, evidente anche in piena crisi lungo il confine polacco, prepariamoci a nuove ondate dal nord Africa dove la mancanza delle forniture di grano ucraino e russo inciderà in modo pesante. Dovremmo ora ripensare alle politiche migratorie per farle uscire dall’ambito dell’emergenza, sappiamo che ormai sono strutturali e come tali andrebbero regolate.

Infine abbiamo visto la pervasività della “dottrina Gerasimov” o altrimenti detta “guerra ibrida”, dal nome del generale capo dello stato maggiore russo che l’ha teorizzata e messa in atto. Essa prevede sia la guerra combattuta dagli eserciti, azioni terroristiche, quando cioè si prendono di mira i civili non l’esercito nemico, disinformazione, propaganda e finanza speculativa. Soprattutto la disinformazione si è rivelata un’arma potente nel condizionare parte dell’opinione pubblica degli stati occidentali, opinione pubblica che ha  il potere di influenzare le scelte dei governi democraticamente eletti manipolata da un governo che disprezza la libera informazione (caso Politkovskaja) e qualsiasi forma di manifestazione  pubblica di un pensiero dissidente rispetto alle scelte presidenziali.

Noi come credenti come possiamo essere “operatori di pace” in questa situazione? Prima di tutto dando il nome giusto alle cose, abbiamo una vittima ed un invasore; quindi informandoci per non essere, anche inconsapevolmente, strumenti di propaganda; terzo ricordandoci di odiare il peccato e non il peccatore quindi non entrando in una spirale maniche per cui ci sono buoni e cattivi, noi sappiamo che c’è  il peccato che alberga nel cuore degli uomini; quarto ma non ultimo ricordandoci della vedova e dell’orfano, categorie che pensavamo fossero non più contemporanee e che invece corrispondono al 90% degli sfollati, prendendo i cura di loro, ciascuno in base alle sue possibilità per dimostrare quell’amore che Cristo ci ha offerto gratuitamente.

 

Elena Ammirabile, Dottoressa in Relazioni Internazionali presso la Cesare Alfieri di Firenze, membro del Consiglio di amministrazione del Centro Evangelico di Poggio Ubertini.

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(di Filippo Falcone)

Quando un secolo fa esatto T. S. Eliot pubblicava The Waste Land (La Terra Desolata), l’Europa era da poco uscita dal primo conflitto mondiale e il poeta era ormai entrato nel secondo lustro di quel matrimonio con Vivien Eliot che egli notoriamente descrive come “utter hell” (“un vero e proprio inferno”). Se Eliot in “Tradition and the Individual Talent” invoca l’impersonalità dell’opera, il poema si fa carico in pieno delle ansie interiori universali dell’uomo e dunque di quelle dell’autore. La Terra Desolata è il manifesto poetico di quella che Auden chiama “the age of anxiety” (“l’età dell’ansia”). L’assenza di significato, la frammentazione dell’io, il relativismo gnoseologico e la ricerca mai compiuta di riferimenti, di una tradizione che dia vita segnano qui lo scarto più profondo con il Positivismo e ne annunciano la fine. La versificazione fatta di frammenti e segmenti giustapposti in cui tutta la tradizione letteraria si sovrappone in un continuum temporale ben riflette la frammentarietà dell’uomo e della sua esistenza, nonché una visione interamente nuova del tempo e della storia.

Nell’ultima sezione del poema, “What the Thunder Said” (“Ciò che disse il tuono”), Eliot restituisce immagini di morte e aridità. Il titolo della sezione è tratto da un’antica leggenda della fertilità indiana in cui ogni essere trova la forza per riportare la vita, ascoltando la voce del tuono. Là dove la terra desolata di Weston è permeabile a tale speranza, in Eliot essa si tramuta in tuono lontano. L’io poetico è alla ricerca di acqua, che dà vita e significato, in una terra desolata e sterile, dove vi è soltanto roccia e dove le cavità non contengono sorgenti, ma sono bocche piene di denti cariati:

 

Qui non c’è acqua ma soltanto roccia
Roccia e non acqua e la strada di sabbia
La strada che serpeggia lassù fra le montagne
Che sono montagne di roccia senz’acqua
Se qui vi fosse acqua ci fermeremmo a bere
Fra la roccia non si può né fermarsi né pensare
Il sudore è asciutto e i piedi nella sabbia
Vi fosse almeno acqua fra la roccia
Bocca morta di montagna dai denti cariati che non può sputare
Non si può stare in piedi qui non ci si può sdraiare né sedere
Non c’è neppure silenzio fra i monti
Ma secco sterile tuono senza pioggia[1]

Il tuono è rumore di morte. Esso non porta acqua nella terra arida, ma annuncia soltanto che “Colui che viveva” — Cristo — “ora è morto” e, di conseguenza, “Noi che vivevamo” — l’umanità — “stiamo ora morendo”.

Il verso si fa frammentato, come il significato. Segmenti di immagini si sovrappongono fino a diventare nel verso singola parola (“And water”, “A spring”), che si carica dell’anelito, del bisogno insoddisfatto, per lasciare poi il posto alla cicala, cantore della siccità, e da ultimo all’onomatopea, puro suono disincarnato, come il suono del tuono che non è realtà, ma soltanto lontana allusione:

 

Se vi fosse acqua
E niente roccia
Se vi fosse roccia
E anche acqua
E acqua
Una sorgente
Una pozza fra la roccia
Se soltanto vi fosse suono d’acqua
Non la cicala
E l’erba secca che canta
Ma suono d’acqua sopra una roccia
Dove il tordo eremita canta in mezzo ai pini
Drip drop drip drop drop drop drop
Ma non c’è acqua

La scena ora cambia. Si apre uno squarcio sui due discepoli sulla via di Emmaus. L’io poetico si identifica con uno dei due. Colui che è morto è là accanto all’altro, ma non si rivela come il vivente. La sua presenza non è risposta, ma interrogativo: “Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?”.

 

Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?
Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme
Ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca
C’è sempre un altro che ti cammina accanto
Che scivola ravvolto in un ammanto bruno, incappucciato
Io non so se sia un uomo o una donna
– Ma chi è che ti sta sull’altro fianco?

Non trovando risposta là dove la cerca, lo sguardo poetico volge ora a oriente. Forse troverà acqua nel Gange. Forse la religiosità orientale saprà dare significato, la sua tradizione riferimenti, vita rigenerativa. Anche là, tuttavia, altro non vi è che siccità e attesa della pioggia, speranza distante e disattesa:

 

Quasi secco era il Gange, e le foglie afflosciate
Attendevano pioggia, mentre le nuvole nere
Si raccoglievano molto lontano, sopra l’Himavant.

Una volta di più, la ricerca rimane incompiuta e si declina in figura del suono. Come la spiritualità occidentale nell’onomatopea, quella orientale sfuma qui nell’allitterazione:

Datta. Dayadhvam. Damyata.
Shantih shantih shantih

 

L’anno 1927 segna la conversione di Eliot al cristianesimo. Come Barry Spurr non manca di notare[2], essa è tutto fuorché improvvisa e trionfale. È piuttosto graduale, progressiva e non scevra di dubbi, lacerazione e ricerca. Il suo è il viaggio dei magi, viaggio pieno di asperità, sofferenza e ripensamento, ma anche viaggio fatto di un’anticipazione nuova, accompagnata da nuove immagini narrative, ora lineari, che qualificano la versificazione nel segno dell’armonia:

 

Fu un arduo avvento per noi,
Proprio il tempo peggiore dell’anno
Per un viaggio, e per un viaggio lungo come questo:
Le strade affondate e la stagione rigida,
Nel cuore fitto dell’inverno.»
E i cammelli irritati, gli zoccoli doloranti, restii,
Che si stendevano sulla neve che si andava sciogliendo.
Ci furono momenti in cui rimpiangemmo
I palazzi estivi sui pendii, le terrazze,
E le fanciulle di seta che portano i sorbetti.
Poi i cammellieri che sbottavano in bestemmie e lamentele
E se ne scappavano, e rivolevano i loro liquori e le loro donne,
E i falò notturni che si spegnevano, e l’assenza di ripari,
E le città inospitali, e ostili le cittadine,
E sporchissimi i paesini che vendevano a prezzi esosi:
Sono stati momenti durissimi per noi.
Alla fine preferimmo viaggiare intere nottate,
Dormendo a tratti,
Con le voci che ci cantavano nelle orecchie, che dicevano
Che era tutta una pazzia.

 

Sulle rive del Gange prosciugato Eliot aveva lasciato il lettore nella terra desolata. Ora da Oriente lo riconduce idealmente a ritroso. La terra sterile, arida, terra di morte e desolazione lascia il posto a una valle temperata, piena di vegetazione, dove scorre quell’acqua che dà vita e significato:

 

Poi all’alba scendemmo in una valle temperata,
Umida, sotto la coltre di neve, odorante di vegetazione,
Con un ruscello che scorreva ed un mulino ad acqua che picchiava il buio.

 

Oltre all’acqua, elemento pervasivo che, muovendo le pale del mulino, percuote le tenebre, si vedono “[…] tre alberi sotto l’orizzonte”, rimando al Calvario. La ricerca ora si compie:

E arrivammo di sera, senza un istante di anticipo
Trovando il luogo; fu (a dir poco) soddisfacente.

Tutto questo è successo molto tempo fa, lo ricordo,
E lo farei ancora, ma appuntatevi
Questo appuntatevi
Questo: siamo stati condotti per tutta quella strada per
Una Nascita o per una Morte? Vi fu una Nascita, certamente,
Ne abbiamo avuto la prova e mai un dubbio. Avevo visto le nascite e le morti,
Ma avevo creduto che fossero diverse; questa Nascita fu
Una dura e amara agonia per noi, come la Morte, la nostra morte.
Tornammo nei nostri possedimenti, in questi Regni,
Ma non più a nostro agio qui, coi vecchi ordinamenti,
Tra un popolo straniero aggrappato ai propri dèi.
Sarei lieto di un’altra morte.

 

L’esito della ricerca dei magi viene definito “soddisfacente”, ma l’io poetico si interroga su quale fosse la ragione del loro essere condotti fino a quel luogo. È per trovare la vita, rappresentata da quell’acqua tanto agognata, o per trovare la morte? Certo di fronte a loro vi è una Nascita, la fonte stessa della vita, ma parteciparvi comporta una morte, la loro morte al proprio io. I magi fanno ritorno ai propri regni, alla vecchia dispensazione dell’uomo naturale e della legge, là dove l’uomo tiene stretti i propri dèi, idoli dell’io. Qui l’io poetico non si sente più a casa, ma desidera un’altra morte. Solo così può conoscere la vita.

L’incontro con Cristo è per Eliot sofferto, perché il poeta deve percorrere lo spazio interiore che lo separa dalla valle di Betlemme, ma è sofferto anche perché è scontro con lo scandalo, pietra d’inciampo che presuppone la decostruzione di ogni identità, la rinuncia a ogni prerogativa di giustizia e forza, al fine di partecipare alla vita di Cristo, che proletticamente è già offerta alla croce (vd. “tre alberi sotto l’orizzonte”). La vita di Cristo prelude alla sua morte, la sua morte alla vita.

Le identità e gli idoli dell’io continuano a dominare le nostre vecchie dispensazioni e ciò che sembrava eradicato per sempre torna a fare capolino, ricordandoci quello che C. S. Lewis chiama il “grande peccato” dell’uomo, l’egocentrismo. I frutti dell’io sono ben noti – odio, contese, dissidi, identitarismi, nazionalismi, alienazione, frammentazione, perdita di significato, aridità, solitudine e morte. È ancora tempo per l’uomo di percorrere la strada lunga e impervia che porta a Betlemme e trovare là la vita e con essa una morte, la sua morte.

 

 

 

[1] I testi poetici sono tratti da T. S. Eliot, Poesie, curate e tradotte da Roberto Sanesi, Milano, Bompiani, 2000.

[2] B. Spurr, «”Anglo-Catholic in Religion”: T. S. Eliot and Christianity», in A Cambridge Companion to T. S. Eliot, New York, Cambridge University Press, 2017, p. 188.

 

Filippo Falcone, insegna Inglese in un liceo di Domodossola; collabora con la Società Biblica di Ginevra e con Edizioni GBU; ha curato per Edizioni GBU il volume Il cielo nell’ordinario, dedicato al poeta inglese George Herbert.

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