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di Darrell L. Bock

Quello che è accaduto a Floyd è qualcosa che negli Stati Uniti ha una lunga, triste storia, una storia che degenera ogni pochi anni. Questa volta la differenza sta nel fatto che ci sono le registrazioni a mostrare ciò che è accaduto così che diventa difficile costruire una difesa con un controracconto che nega i fatti. In realtà, nelle ultime settimane si sono verificati tre incidenti del genere, tutti registrati. Questo ha colpito una corda che ha fatto venire a galla una profonda frustrazione nelle minoranze.

La violenza razziale è un attacco alla persona fatta all’immagine di Dio.

Non c’è posto per una cosa del genere in una fede che raccoglie molte tribù, lingue e nazioni.

E’ uno sfregio per la croce che mostra l’amore che Dio ha per gli uomini del mondo.

Viola l’appello di Gesù ad amare perfino i nostri nemici.

E’ un’offesa per le vie di Dio.

La saga di George Floyd non è nuova. Si tratta di un incidente che questa volta è stato documentato. Uno di tre solo nelle ultime settimane, come ho detto sopra. Se avete amici afro–americani allora sicuramente avrete saputo da loro che incidenti del genere non sono né rari né isolati ma piuttosto comuni.

Questo significa che qualcosa è veramente sbagliato e va avanti così da tanto tempo.

L’unica cosa è che nell’ambiente ostile in cui viviamo oggi la cosa si sta accelerando. Negare tutto ciò significa sopprimere l’ovvio e farlo ina maniera violenta. Possiamo e dobbiamo fare meglio e ciò significa agire, non semplicemente proferire parole e mostrare simpatia, poiché senza l’azione vedremo cose del genere che si ripeteranno di nuovo e ancora di nuovo. Non è una Teoria critica che stravolge ciò che ognuno dovrebbe essere in grado di vedere, al punto da non agire.

Si tratta di razzismo velenoso che percorre parti della nostra società e rende l’America sgradevole. Definire le cose con il loro nome significa rispettare le persone, la gente. Dobbiamo assolutamente fare meglio. Dire una cosa del genere è facile, fare qualcosa per questa situazione significherà per molti di noi essere chiari nelle nostre puntuali risposte affermando che tutto ciò è sbagliato e intollerabile.

 

Darrell L. Bock è Executive Director for Cultural Engagement, Howard G. Hendricks Center for Christian Leadership and Cultural Engagement e Senior Research Professor di New Testament Studies, presso il Dallas Theological Semminary.

Darrell L. Bock
è stato ospite nel 2017 del XII Convegno di Studi del GBU.
Qui trovi anche i link alle sue conferenze
Le Edizioni GBU hanno pubblicato il suo
Alla riscoperta del vero vangelo

 

 

L’articolo Il razzismo velenoso di un’America sgradevole proviene da DiRS GBU.

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di Giacomo Carlo Di Gaetano

Sul sito dell’UAAR viene riportata la percezione della
popolazione italiana in merito a un tema caldo della bioetica, l’eutanasia:
Tutti i sondaggi condotti negli
ultimi anni attestano che la maggioranza degli italiani è favorevole alla
legalizzazione dell’eutanasia. Secondo un sondaggio Swg del 2019, i cittadini
favorevoli a una legge sarebbero ormai il 93%.

Si tratta di un’affermazione che risente in modo particolare delle ultime mosse
nel campo della bioetica del fine vita nell’arco del 2019, poco prima che
scoppiasse la pandemia. Anzi, si potrebbe dire che per poche settimane non si è
verificata una vera e propria sovrapposizione estremamente significativa nel
campo della bioetica.
Infatti, mentre in Cina si cominciava a parlare di un virus sconosciuto che si
agitava dalle parti di Whuan, la Corte Costituzionale depositava il 22 novembre
le motivazioni della sentenza del 25 settembre dello stesso anno relativa alla
depenalizzazione del reato di assistenza al suicidio (art. 580 del c.p.)
ritenendo una parte di quell’articolo incostituzionale.

La Corte così concludeva il percorso
iniziato un anno prima con l’Ordinanza del 25 settembre 2018 con la quale
segnalava il vulnus legislativo relativo alla questione del suicidio assistito,
da molti ritenuto il primo passo verso forme di eutanasia.
Il caso che aveva scatenato questa produzione di giurisprudenza era quello di
DJ Fabo, recatosi in Svizzera, accompagnato dall’eponente radicale Marco
Cappato per essere aiutato nel suo proponimento di togliersi la vita. Marco
Cappato al ritorno dalla Svizzera si era autodenunciato e aveva avviato l’iter
delle sentenze che arrivava a conclusione nel novembre dello scorso anno.

In maniera quasi fatidica due vicende relative al fine vita stavano per
incrociarsi per ritrovarsi travolte dallo tzunami della pandemia che portava
prepotentmente all’attenzione degli italiani la conclusione dell’esistenza di
migliaia di connazionali (con una media dell’età secondo l’ISS superiore agli
ottant’anni) immortalata dalle terribili immagini dei camion dell’esercito
pieni di bare.

Da un lato una dimensione sofferente che a “certe condizioni” può portare
legittimamente un soggetto a chiedere di essere aiutato, assistito a
interrompere la propria vita:

Il
riferimento è, più in particolare, alle ipotesi in cui il soggetto agevolato si
identifichi in una persona (a) affetta da una patologia irreversibile e (b)
fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente
intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di
sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e
consapevoli.

Dall’altro lato una dimensione sofferente come quella delle
migliaia di vite che si ritenvano custodite e protette nelle RSA e che contro
la volontà dei soggetti implicati in esse, in primis i familiari, viene
brutalmente messa a confronto con il virus e, nella maggior parte dei casi,
strappata via. Dopo che, peraltro, nel momento dell’emergenza più acuta, aveva fatto nascere un
altro problema bioetico quello opportunamente messo in luce dalla Commissione
bioetica delle Chiese Battiste, Metodiste e Valdesi d’Italia con il documento
dal titolo: “Emergenza Covid–19 e criteri di accesso alle terapie. Una
riflessione protestante
”: come
prendere decisioni corrette di fronte alla mancanza di risorse sufficienti per
rispondere alle esigenze di tutti in un momento di emergenza
.

La morte
cercata, la morte esorcizzata e combattuta si sono quasi incrociate sul suolo
della nostra nazione, mostrando forse in maniera provvidenziale, per la prima
volta, l’aspetto relativo e non assoluto delle acquisizioni bioetiche più
avanzate. Quello che sembrava un trend quasi inarrestabile e che ci voleva
convincere che il modo più avanzato e confacente alla raggiunta matura età
dell’uomo occidentale nei confronti della morte fosse quello di venirci a
patti, invitarla e prepararle la strada “a certe condizioni” ora deve fare i
conti con lo sconforto nazionale nei confronti della generazione che volevamo
proteggere dalla morte, che credevamo protetta fino al suo approssimarsi
naturale, e che invece se n’è andata via mestamente, senza conforto e nella
solitudine, su un camion grigioverde.

E a questo
si aggiunge forse, speriamo, il senso di colpa collettivo di una nazione che ha
abbassato la guardia nei confronti dell’uso e dell’allocamento delle risorse da
dedicare al Sistema Sanitario Nazionale; Sistema ridotto a terra di conquista
della corruzione degli apparati corrotti dello stato nonché campo di produzione
di ricchezza del malaffare.

Anche
questo, un altro classico tema della bioetica contemporanea.

La
speranza, in questo incrocio di pulsioni sociali di segno contrario che si sono
quasi scontrate in questo scorcio della nostra storia, è che quel 93% del
gradimento per qualche forma di eutanasia scenda, si riduca, prendendo atto che
è insopportabile lo spettacolo del piano inclinato del destino che quando
comincia a farvi scivolare le vite degli esseri umani sembra non più
controllabile e arrestabile.

Quale riflessione per i cristiani? Qualcuno diceva che il fine vita è uno dei contesti privilegiati in cui si manifesta la tensione tutta biblica e teologica tra la provvidenza divina – i cristiani credono che sia Dio a detenere la vita e la morte – e la solerte azione dell’uomo tesa a curare e ritardare non solo in vista della guarigione ma anche come rimedio palliativo per la sofferenza con cui la morte spesso si fa annunciare:

Questa tensione teologica fornisce le prospettive e i limiti nel campo della morte e del morire per il fatto che essa preclude le risposte radicali alla questione. Per esempio, essa sembra proibire l’eutanasia attiva che accentua la responsabilità della cura ma nega la provvidenza [eutanasia pietosa]. Allo stesso modo, la stessa tensione mette in discussione il rifiuto di porre fine in alcuni, garantiti casi ai trattamenti medici, una posizione questa che accentua la provvidenza ma nega il prendersi cura. La tensione creativa tra la provvidenza divina e il prendersi cura ci aiuta “a trovare un’equilibrata via di mezzo tra il vitalismo medico (che preserva la vita a tutti i costi) e il pessimismo medico (che uccide quando la vita sembra frustrata, ai limiti e senza alcuna utilità” (Hollingher, 2001).

Fotografia di Gabriele Magnano

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di Miroslav Volf

Le catastrofi nel mondo ci sono sempre state e disastri localizzati sono sempre stati presenti. Anche le pandemie non sono ignote all’uomo e, anzi, questa legata al COVID-19, almeno per ora sembra essere una delle meno tragiche nei suoi risultati di vittime. Basterebbe vedere cosa è successo durante l’influenza spagnola subito dopo il Primo Conflitto mondiale per capire come la portata odierna sia più limitata, anche se ugualmente tragica.
Quando ci si trova di fronte alla tragedia del male e della morte talvolta il cristianesimo sembra essere sotto scacco. Come ci ricorda Blocher, nel suo Il male e la croce (pubbblicato dalle edizioni Gbu in italiano, https://edizionigbu.it/libreria/il-male-e-la-croce) il cristianesimo non può rispondere al quesito in maniera semplicistica e ostentando un facile ottimismo. La presenza del male nel mondo, infatti, è rappresentato dalla stessa Croce.
Colui che crede in Dio spera nel Cristo che asciugherà le lacrime, ma, allo stesso tempo si interroga, e, come ci ricorda il testo biblico, si lamenta per la sua condizione chiedendo conforto al Dio in cui crede.
Qualche settimana fa il teologo anglicano Tom Wright sull’autorevole rivista Time, ci ha ricordato il diritto al Lamento che ha il credente ed anche al non dover dare per forza delle risposte.
Sedici anni fa l’umanità del sud-est asiatico fu colpita da un disastroso Tsunami, un evento “naturale” che portò via migliaia di vite. In quell’occasione il teologo americano-croato Miroslav Volf si interrogò sull’accaduto in questo breve scritto, pubblicato nella rivista Christian Century e poi riproposto nel libro Contro la marea, che le eduzioni Gbu hanno in corso di pubblicazione.
Riproponiamo questo articolo, proprio perché in questi giorni lo stesso Volf lo ha riproposto e perché ci sembra di stringente attualità. (Valerio Bernardi

Protesto, perciò credo

Ad una cena
in onore di un ospite importante, ero seduto vicino ad una signora che lavorava
per la  CBS. Lo tsunami aveva appena
colpito la costa di Sumatra con tutta la sua forza distruttiva, e stavamo
parlando della grandezza della desolazione, la grave condizione delle vittime e
la follia dell’evento. Sapeva che ero un teologo, così ha affrontato il problema
di Dio. “Dove era Dio”, disse bruscamente, “Come si può credere in un Dio buono
di fronte a tale sofferenza?” E qui io ho commesso il mio errore.

La cosa
buona era che, suppongo, l’errore non fosse tanto cattivo quanto poteva
sembrare. Potevo tentare di giustificare Dio. Dopo tutto, Dio era sotto
attacco, ed io ero un teologo – ed un teologo che trova Dio profondamente
attraente, anche se talvolta totalmente sconcertante e perturbante. Ma mi sono
ricordato del terremoto che aveva distrutto Lisbona nel 1755 ed il Candido di Voltaire, un devastante e
spiritoso attacco nei confronti dell’ottimismo filosofico e teologico e scritto
parzialmente a risposta. Due terzi di Lisbona erano stati distrutti e circa
trentamila persone erano morte, molti a seguito di un maremoto e di un incendio
che avevano seguito il terremoto. Era il giorno di Tutti i Santi, e “le chiese,
con le candele che bruciavano, si sbriciolarono sui fedeli”. I bordelli furono
quasi tutti risparmiati, come Voltaire faceva argutamente notare.

Da quando
ho letto il Candido, non sono stato
capace di portare me stesso a cercare di difendere Dio contro il carico di
impotenza o la mancanza di attenzione riguardo i mali orribili. Non riuscivo a
rendere plausibile a me stesso affermazioni quali “qualunque cosa succeda, è
giusta” o “la malattia parziale è per  il
bene universale”. Non c’è voluto molto per giungere alla conclusione che un
tale argomento dovesse essere sbagliato. 
Può darsi che sarò persuaso da ciò una volta che la storia avrà fatto il
suo corso e Dio causerà redenzione e dannazione, e sarò capace di pensare con
una mente chiara un mondo reso unitario dall’interno. Quello è ciò che Martin
Lutero ha suggerito che sarebbe accaduto nel suo trattato Sul servo arbitrio. Ma qui ed ora, invischiato come sono in un
mondo in cui la sofferenza si assomma ad altra sofferenza nel corso di una
storia senza fine, trovo tale argomentazione improbabile, zoppicante e persino
un po’ irritante. La bontà della interezza sembra terribilmente astratta e
senza alcuna plausibilità o consolazione per un essere umano colpito dalla
sofferenza. “Quando la morte coronerà le malattie dell’uomo sofferente, che
grande consolazione sarà essere mangiato dai vermi!” scriveva Voltaire con il
suo caratteristico sarcasmo.

Non ho fatto
l’errore di giustificare Dio, in due minuti o meno. Ma ho cercato di fare
qualcosa di ugualmente complesso, sebbene più plausibile. Ho suggerito alla mia
commensale che una reale protesta contro Dio di fronte al male presuppone
l’esistenza di Dio. In quanto siamo disturbati dalla forza cieca e bruta degli
tsunami che spengono le vite delle persone, incluse quelle dei bambini che
erano stati attirati, come se ci fosse qualche sinistro architetto, sulle
spiagge dai pesci lasciati esposti sulle secche perché le acque si erano
ritirate poco prima che arrivasse il maremoto. Se il mondo è solo questo, ed il
mondo con le placche tettoniche in movimento è il mondo in cui è capitato di
vivere, cosa c’è da lamentarsi? Dobbiamo fare cordoglio, abbiamo perso qualcosa
di terribilmente caro. Ma non ci possiamo realmente lamentare e non possiamo
certamente protestare in maniera legittima.

L’aspettativa
che il mondo debba essere un posto ospitale, senza devastanti contrattempi, è
collegata alla credenza che il mondo debba essere fatto in una certa maniera. E
quella credenza –distinta da quella per cui il mondo è così come è – è in sé
stessa collegata alla nozione di creatore. E ciò ci porta a Dio. È Dio che
rende possibile la nostra protesta nei confronti del male che è nel mondo. Ed è
Dio contro cui protestiamo. Dio è sia il fondamento che l’obiettivo del nostro
protestare. In maniera quasi paradossale, noi protestiamo con Dio contro Dio.
Come posso credere in Dio quando lo tsunami colpisce? Protesto, perciò credo.

Era un errore,
comunque, cercare di portare avanti questo ragionamento durante quella cena.
Non è che sono giunto a pensare che il ragionamento non sia valido. E’ un buon
ragionamento, anche se ti lascia con una fede che sembra in contrasto con sé
stessa, con un Dio che è difficile da abbandonare ma anche difficile da
abbracciare. Non era neanche il fatto che la mia interlocutrice non fosse
capace di seguire il ragionamento, anche in una forma così condensata e
pronunciato tra un’insalata ed il primo. Era abbastanza intelligente per tutto
ciò. Tuttavia non lo avrei dovuto offrire, non allora e lì, e non come prima
cosa da dire sullo Tsunami.

“Come si
può credere in un buon Dio di fronte ad una tale sofferenza?” La risposta a
questo problema dipende in parte dall’altra questione che il mio interlocutore
mi aveva chiesto quella sera. “Dove era Dio?”. Il mio errore consisteva nel
fatto che avevo cercato di rispondere alla prima domanda senza rispondere alla
seconda. Proprio come Dio era presente in maniera misteriosa nel Crocifisso,
così Dio era presente nel mezzo della carneficina dello tsunami, ascoltando
ogni sospiro, raccogliendo ogni lacrima, risonante con ogni cuore tremante
colpito dalla paura. E proprio come Dio è presente nel Risorto, così Dio era in
ogni mano che aiutava, in ogni decisione di sacrificare la propria perché un
altro potesse vivere. Dio soffriva e Dio aiutava.

So
anche che, simultaneamente, Dio era anche assiso sul Suo trono celeste. Perché
l’onnipotente e misericordioso Uno non fa qualcosa prima che lo tsunami
colpisca? Non lo so. Se lo sapessi, potrei giustificare Dio. Ma non posso.
Questo è il motivo per cui sono ancora turbato dal Dio verso cui sono
immensamente attratto e che non mi lascia andare.

Mirislav Volf, Teologo protestante croato che da molti anni vive negli Stati Uniti, è Henry B. Wright professore di teologia e Direttore del Yale Center for Faith and Culture presso l’Università di Yale.

Foto di Gabriele Magnano

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di Francesco Schiano

Ravi Zacharias (1946-2020)
“…con mansuetudine e rispetto”

Da ieri, 19 maggio 2020, Ravi Zacharias è alla presenza del
suo Signore e Salvatore.

È deceduto nella sua abitazione,
ad Atlanta, a causa di un sarcoma diagnosticato ad inizio anno.

Era nato in India nel 1946, e
all’età di 17 anni, dopo essere sopravvissuto ad un tentativo di suicidio,
aveva conosciuto l’amore di Cristo.

Trasferitosi in Canada con la
famiglia pochi anni dopo, aveva completato i suoi studi teologici prima presso
l’Ontario Bible College e poi al Trinity Evangelical Divinity School in
Illinois.

Dopo essersi dedicato alla
proclamazione del Vangelo e all’apologetica, negli anni ottanta fondò la Ravi
Zacharias International Ministries (RZIM) e nel 2004 ebbe un ruolo centrale
nella fondazione dell’Oxford Centre for Christian Apologetics (OCCA), istituto
che ha raccolto tra i suoi associati Os Guinness, Alister MacGrath e John Lennox,
tra gli altri.

È stato senza ombra di
dubbio uno dei campioni dell’apologetica cristiana degli ultimi 40 anni.

La RZIM oggi ha sedi negli Stati Uniti, in Canada, America Latina, Africa, Turchia, India,
Singapore, Hong Kong, Regno Unito e alcuni altri paesi europei, e annovera
circa 100 oratori che girano il mondo per proclamare il Vangelo e formare la
Chiesa.

Autore di oltre 30 libri, alcuni
dei quali tradotti in decine di lingue, ha annunciato il Vangelo nelle più
prestigiose università e davanti ad alcuni degli uomini più potenti del mondo.

Ci si aspetterebbe, per un uomo
del genere, che in questi giorni si celebrassero successi e acutezza del
pensiero, capacità organizzative e abilità da leader, spirito d’iniziativa e
coraggio. Eppure le parole che prevalgono tra quanti hanno scelto di onorare la
sua memoria sono umiltà e amore. Parole che ricordano il suo carattere e il suo
modo di interagire con il prossimo. Parole che dimostrano l’opera di Dio in Lui
e attraverso di Lui, forse anche più dei milioni di persone che sono state
benedette dal suo servizio.

Ho conosciuto Ravi prima
attraverso i suoi libri tradotti in italiano, testi che rispondevano alle
domande che da giovane credente mi ponevo, e poi di persona, quando ho avuto il
privilegio di studiare all’OCCA, tra il 2012 e il 2013.

Era un evangelista e un oratore
straordinario, capace di comunicare con passione e sensibilità rare la
credibilità e la bellezza del Vangelo.

Pur avendolo incontrato solo un
paio di volte, non ho difficoltà a credere alla testimonianza di chi lo ha
conosciuto meglio.

Ricordo un aneddoto raccontatoci
da un suo collaboratore:

Ravi era stato invitato come
oratore principale ad una conferenza cristiana con centinaia di partecipanti.
Tra di loro c’era, per qualche motivo, un solo non credente “dichiarato”.
Sembra che durante le pause del programma Ravi fosse molto difficile da
rintracciare per tutti quelli che volevano conoscerlo e sottoporgli le loro
domande. Mentre tutti lo cercavano, lui era sempre appartato in compagnia di
quell’unico non credente, ascoltando le sue obiezioni e rispondendo alle sue
domande, finché non vide quell’uomo convertirsi a Cristo.

Questo è il cuore di un
evangelista. Questa è una dimostrazione di amore ed umiltà.

Pur essendo in grado di difendere
la fede cristiana come pochi e di rispondere alle domande più complesse in
maniera sempre convincente, Ravi Zacharias non ha mai considerato l’apologetica
come fine a se stessa. Ogni domanda, ogni obiezione, anche quella del più
ostile degli interlocutori, non era un’occasione per dimostrare la forza delle
proprie argomentazioni, ma era un’opportunità per raggiungere un cuore con la
speranza del Vangelo. La sua attenzione era posta prima su chi poneva la
domanda e poi sulla domanda.

Ecco una cosa che possiamo
affermare considerando la vita di questo uomo di Dio: è stato un esempio
radioso di cosa voglia dire glorificare Cristo nei nostri cuori e rendere conto
della speranza che è in noi con mansuetudine e rispetto (I Pietro 3:15-16)

Francesco Schiano è Staff GBU a Napoli

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di Roger E. Olson

Il cristianesimo e l’economia

L’economia è a ragione
definita tradizionalmente “la scienza triste”. Anche i migliori economisti al
mondo sono in radicale disaccordo fra di loro su come fare previsioni
economiche di una società
e su come programmare al meglio la sua
distribuzione dei beni affinche venga promosso un benessere universale
.

Una ragione per questo stato di cose
è da rintracciare nei presupposti radicalmente differenti relativi alla
distribuzione della ricchezza (definita qui come i “beni” in una società). Per
esempio, la ricchezza è limitata o può crescere? La giustizia distributiva è un
gioco a somma zero o si può creare nuova ricchezza? Gli economisti non si
mettono d’accordo ma la differenza nel mondo la fa ciò che credi. Potrebbe sembrare
che la ricchezza si sia accresciuta, ma gli economisti del gioco a somma zero sostengono
che si tratta proprio di un’illusione (è cresciuta sulla carta). Questi
economisti al contrario sostengono che i soli, “reali” beni sono quelli
materiali, vale a dire la terra e quello che c’è su di essa e al suo interno.
Ogni altra cosa è “solo sulla carta”.

Ci sono altre, numerose e profonde
differenze di presupposti relativi all’economia e alla giustizia distributiva.
Ma questa è una di fondo. La “giustizia distributiva” la si trova là dove si
incontrano l’economia e l’etica. Per esempio, se credi che la
ricchezza possa essere accresciuta, tenderai ad avere un’opinione diversa sulla
giustizia retributiva rispetto all’opinione contraria, vale a dire che non può
essere accresciuta. Se la ricchezza può crescere, potresti essere meno
interessato a farti problemi di giustizia distributiva rispetto
all’ipotesi secondo la quale la ricchezza non possa crescere.

Ancora, e tuttavia, anche se la ricchezza può essere aumentata non tutti sarnno
capaci di beneficiare di un tale accrescimento a causa di vari generi di
diversa abilità: per esempio, il caso dei bambini e dei giovani, di chi
affronta sfide fisiche e mentali o anche a causa della semplice cattiva sorte. La giustizia distributiva
sia essa di natura religiosa o secolare – è la determinazione del modo migliore
per la società di distribuire la sua ricchezza.

Tutti
sono consapevoli di quanto sia semplice (perfino semplicistico) lo “spettro”
delle posizioni economiche riguardo alla giustizia distributiva – dalla
“estrema destra” alla “estrema sinistra”. All’“estrema destra” dello spettro ci
sono le tesi definite del darwinismo sociale popolarizzate dalla filosofa e romanziera Ayn
Rand (morta nel 1982). Molti filosofi dell’economia considerano che il suo darwinismo
sociale, chiamato anche “oggettivismo”, fosse appoggiato dall’eticista di
Harvard Robert Nozick (morto nel 2002). In quest’ottica, fatta propria anche da
molti cristiani, la società non deve distribuire la ricchezza.
Le
persone capaci creano ricchezza o scoprono ricchezza e i “deboli”
della società devono difendersi da soli. È contro natura il “prendere dal ricco
per dare al povero” quale che sia il modo. Naturalmente i singoli individui
sono sempre liberi di impegnarsi in azioni caritatevoli, ma la società in sé non ha obblighi verso i
più poveri e i più deboli che sono al suo interno. La redistribuzione della
ricchiezza da parte dei governi esige un enorme apparato burocratico che
inevitabilmente sottrae libertà agli individui. Inoltre, aiutare i deboli e i
poveri corrompe il corredo genetico e crea dipendenza. E mina la spinta a
scoprire e inventare.

All’“estrema
sinistra” dello spettro c’è il comunismo sostenuto dal filosofo Karl
Marx (morto nel 1881) e di quelli ispirati dalle teorie sociali. Secondo queste
convinzioni la ricchezza di una società dev’essere relativamente ed equamente
distribuita: “Da ciascuno secondo le sue capacità; a ciascuno secondo le sue
necessità”. L’argomentazione secolare a favore del comunismo è che ogni altro
programma di giustizia distributiva porta inevitabilmente allo scrontro di
classe
e alla fine all’anarchia. Il comunismo preverrebbe l’anarchia
ed è più umano del darwinismo sociale.

La
debolezza di questi due “estremi dello spettro” è abbastanza evidente. Il
darwinismo sociale e il suo compagno, il capitalismo lassez faire, porta
alle sottocalssi sociali composte non solo da coloro che non si preoccupano di
lavorare ma anche da coloro che per varie ragioni sono incapaci a lavorare
(intendo dire incapaci a contribuire alla scoperta e/o alla creazione di nuova
ricchezza). Il comunismo porta alla dipendenza dai governi ed è privo di
incentivi a scoprire e creare ricchezza. Abbiamo così che molti economisti
teorici occidentali hanno cercato di creare dei programmi economici di
giustizia distributiva in qualche modo intermedi tra i due estremi.

Il  socialismo democratico si presenta in
varie forme, tutte che tentano di combinare i sistemi degli incentivi e dei
premi (per incoraggiare la partecipazione nell’invenzione, scoperta e creazione
di ricchezza) con i sistemi di governo che tentano di redistribuire
la ricchezza
. In molta parte dell’Europa occidentale e del nord, per
esempio in Danimarca, il “socialismo democratico” è considerato la norma. Qui
la gente e le corporazioni sono molto tassati (all’incirca intorno al cinquanta
per cento) mentre il governo eletto democraticamente gestisce l’economia per
redistribuire la ricchezza secondo il “massimo principio della giustizia” di John Rawls, vale a
dire la massimizzazione dello standard minimo di vita senza che questo
rappresenti l’abolizione del sistema delle libertà e degli incentivi. Un
esempio è un salario minimo molto elevato; un altro esempio è la libera
scolarizzazione di tutti i cittadini dalla nascita fino all’università. Eppure
sia gli individui sia i gruppi sono relativamente liberi, con qualche minima regolazione
e sorveglanza governativa per iniziare delle attività e perfino diventare
ricchi. Ma nessuno diviene “super ricco”. Il governo offre lavoro affinché il
“sistema assistenzialistico” non divenga permanente. L’occupazione di tutti è
l’ideale e l’obiettivo, anche se ciò potrebbe significcare che il governo
assume una percentuale molto ampia della popolazione.

Il capitalismo moderno pianificato (non quello
del laissez faire) si presenta anch’esso in molteplici forme che
enfatizzano tutte l’incentivo economico in funzione della scoperta e della
creazione di nuova ricchezza, rendendo minimo l’intervento del governo, della
burocrazia e del welfare. Qui le funzioni economicamente primarie del
governo sono quelle di “arbitrato” per moderare gli individui e i gruppi dal
divenire troppo potenti (per esempio proibendo i gruppi monopolistici) mentre
nello stesso tempo incoraggiando la creazione del benessere, per esempio
tassando i redditi di investimento a un tasso inferiore rispetto ai redditi di
lavoro. La redistribuzione della ricchezza è di solito limitata alla scuola
pubblica
per i livelli primario e secondario e a un minimo stato sociale
per i poveri e in particolare per i disabilitati.

Il socialismo democratico e il capitalismo
moderno pianificato si sovrappongono in molti punti ma hanno diversi impulsi che li
spingono verso gli estremi opposti dello spettro o della giustizia distributiva
o l’altro. Tuttavia tutte e due le posizioni vedono la necessità sia
degli incentivi a
scoprire e creare ricchezza e sia
qualche grado di gestione governativa dell’economia e della
redistribuzione della ricchezza.

Ci sono teorie economiche
e di giustizia distributiva contemporanee ma, quando esaminate attentamente
molte, se non tutte, ricadono sotto una di queste quattro categorie “ombrello”.

È facile trovare pensatori cristiani che
appoggiano tutte queste teorie, trattate come “assiomi medi” (se le definiscono
in tal modo o meno) per implementare l’etica del Regno nel mondo che non è
ancora il Regno di Dio.

Alcuni pensatori cristiani appoggiano fortemente
il comunismo purgato dell’ateismo marxista che, sostengono, non fa parte
e non è un ingrediente del comunismo in quanto teoria economica. Alcuni di loro
sostengono che il comunismo deve iniziare dentro la chiesa e poi diffondersi al
di fuori nella società. Altri pensano che I cristiani debbano “saltare”
direttamente nel dibattito economico–politico e perfino combattere e allearsi
con i comunisti secolari per far nascere quel sistema, se necessario anche
ricorrendo alla rivoluzione. La loro argomentazione è che nel Regno di Dio
non ci sarà differenziazione di ricchezza e dunque in quanto cristiani non
possiamo sentirci a nostro agio qui e ora con questa situazione (Jose P.
Miranda, teologo della liberazione messicano in Marx and the Bible).

Alcuni pensatori cristiani appoggiano
decisamente il capitalismo del laissez faire senza però definirlo né
riconoscerlo come darwinismo sociale (molti negherebbero che sia basato su
quella filosofia). Questi cristiani credono solitamente che il peccato
originale e la depravazione umana
richiedano forti incentivi al lavoro e
che il governo “ingombrante” per qualsiasi sistema economico inevitabilmente
prevarrà sulle libertà individuali, incluso la libertà religiosa. (Il
teologo cattolico Michael Novak in The
Spirit of Democratic Capitalism
 e
il protestante Marvin Olasky in The
Tragedy of American Compassion
. Questi cristiani
ritengono che le chiese e non il governo debba occuparsi del povero sebbene
contemplino delle eccezini in casi di emergenza).

Si
tenga conto che è possibile essere un comunista su come la chiesa debbapraticarela distrubuzione della giustizia al proprio interno
e non essere comunisti per quanto concerne il come debba funzionare l’ordine
socio–economico
all’esterno.

Alcuni pensatori cristiani sostengono decisamente il socialismo
democratico
come una posizione di compromesso che prende sul serio la
tendenza umana a diventare dipendenti dai programmi di assistenza sociale del
governo ma riconosce anche che le chiese non possono occuparsi da sole di  tutti i poveri. Molti di questi pensatori cristiani
sostengono che le chiese debbano praticare una forma di socialismo al loro
interno con o senza pressione cristiana sui governi per essere aiutate. Molti
sostengono che i cristiani si debbano schierare appasionatamente in favore del
socialismo nel campo della giustizia distributiva delle proprie società (Esempi:
Stanley Hauerwas per la pratica della chiesa come una sorta di socialismo
interno e Walter Rauschenbusch e i suoi eredi a favore di una forma di pressione
cristiana sulla società affinché adotti il socialismo).

Altri pensatori cristiani appoggiano fortemente il capitalismo moderno pianificato (il capitalismo contrario al lassez faire) come un compromesso che
prende seriamente l’avidità e la pigrizia peccaminose. Per loro, dal
momento che si è nella condizione del “non ancora” questa forma di capitalismo
è la migliore politica pubblica che prende sul serio una tale realtà e nello
stesso tempo si prende cura degli indigenti (i “veri poveri”). Tra questi
pensatori c’è differenza sul fatto se la chiesa debba essere coinvolta
nell’implementare o sostenere questo sistema sociale. Molti cristiani che
l’appoggiano lo considerano come il sistema di fondo degli Stati Uniti nel XXI
secolo e cercano unicamente di difenderlo dal cambiamento verso un altro
sistema. Ma differiscono nel valutare quanto funzioni bene o quanto possa
essere “affinato” per preservarlo in un mondo che cambia e renderlo più
funzionale per ognuno.

Tutte e quattro queste principali opzioni  relative alla giustizia economica
distributiva
possono essere rinvenute tra i cristiani di tutto il mondo. La
mia idea è che nel Regno messianico che viene sulla terra non ci sarà povertà
ma ci sarà una ricchezza differenziata. Dunque, trovo la teoria di John Rawls
(morto nel 2020) della giustizia come equità la teoria più compatibile nella prospettiva del Regno
che viene e quella del Regno che non è ancora venuto. Per me è una sorta di assioma
intermedio
che mi aiuta, per esempio, nel decidere per chi votare.

Rawls ha sostenuto che, sotto il “velo dell’ignoranza” (un’ipotetica
convenzione che sviluppa il contratto sociale e le politiche di una società in
cui i partecipanti non conoscono i propri vantaggi e i propri svantaggi, anche
se questi ci sono) ogni persona razionale voterebbe per una società che
equilibri la libertà  e ciò che egli
ha definito il principio di “massimizzazione”. Ci sarebbero incentivi a creare
e scoprire benessere con la differenziazione della ricchezza che ne
risulterebbe basata sulle capacità e sull’impegno. Ma ci sarebbero anche programmi
per ridistribuire la ricchezza. Il principio di massimizzazione, semplicemente,
è l’idea che allorquando una porzione della popolazione gode di un
accrescimento degli standard di vita ne beneficiano anche coloro “che sono alla
base”
. Il sistema di giustizia distributiva in economia è “costruito” per massimizzare
il minimo
senza distruggere l’incentivo a creare nuova ricchezza. Tutto ciò
richiede, naturalmente, qualche sistema di redistribuzione come
un sistema fiscale altamente graduale, oltre a un sistema scolastico libero, l’avviamento
al lavoro e il welfare per coloro che non possono lavorare. Rawls stesso però
non specifica come implementare la sua teoria, Espone semplicemente i principi.
Io credo che questa teoria della giustizia economica/giustizia distributiva si
sposa
meglio con l’insegnamento di Gesù sul denaro e sulla ricchezza, con la
realtà che la gente abbisogni di incentivi per creare lavoro, con il fatto
che il Regno di Dio non è ancora realizzato, e con l’importanza di operare
contro i sistemi che contraddicono e si oppongono alla venuta del Regno.
Personalmente, penso che il socialismo democratico (quello scandinavo) sia
il sistema economico esistente più vicino agli intenti di Rawls e allo spirito
del Regno di Dio già presente ma non ancora realizzatosi. Combina realismo e
idealismo.
Si tratta del più utile assioma di mediazione per la giustizia
distributiva cristiana in campo economico.

Torniamo però alla chiesa. È possibile possedere uno dei quattro “ideatipi”
della teoria e della pratica economica secolare (giustizia distributiva) per
l’ordine sociale al di fuori della chiesa
e uno diverso per la stessa
chiesa
.

A me pare che la chiesa debba praticare una sorta di comunismo
al suo interno – non necessariamente una “cassa comune” (non una vera e propria proprietà privata, la chiesa infatti
deve possedere proprietà come date “in affidamento” da parte dei membri e nell’intento
di distribuirle secondo il bisogno) – ma un ethos in cui la proprietà di
ogni privato non sia realmente “privata” ma sia a disposizione di chi ne ha
bisogno
. Ogni chiesa cristiana deve essere una “comunità cristiana volontaria” che pratica al suo interno la giustizia distributiva ma
assicurandosi che nessun membro soffra per la perdita o per la mancanza di beni
necessari a portare avanti una vita di benessere e che nessun membro accumuli
ricchezza al di sopra e oltre quello di cui necessita per un confortevole
benessere. Naturalmente, e come sempre, “il diavolo si nasconde nei dettagli” ma
se ogni chiesa seguisse questi principi di fondo, al meglio delle sue capacità,
si avvicinerebbe a essere quell’“avamposto del Regno” che dovrebbe essere.

*C’è stato un tempo in cui molte chiese cristiane praticavano qualcosa
del genere
ma spesso senza un insieme di regole per governarlo e
realizzarlo nella pratica. Per esempio, la chiesa in cui sono cresciuto fino
agli undici anni definiva chiaramente un peccato il vivere nella lussuria e nel
“consumismo sfrenato”. Ci si aspettava che i membri dessero il di più alla
chiesa (o alla denominazione) per aiutare i poveri della chiesa e varie opere
all’esterno (specialmente per le missioni all’estero). Ricordo una famiglia
della chiesa che divenne relativamente benestante e iniziò a frequentare la
chiesa la domenica con una nuova macchina di lusso. Il pastore gli fece visita
personalmente e ricordò loro che l’avidità e il lusso sono dei peccati e che essi
avrebbero dovuto vendere la macchina, acquistarne una meno costosa e dare la
differenza alla chiesa. Occasionalmente predicava anche contro “il peccato del
consumo sfrenato”. La famiglia benestante lasciò la chiesa. In qualsiasi situazione un membro cadeva
in una situazione di povertà magari per responsabilità non proprie e non
identificabili, la chiesa “organizzava un’offerta” per rispondere ai loro
bisogni (non ai loro desideri). Nessuna ricchezza o bene era considerato
proprio tale da disporne in qualche modo. Apparteneva a tutti della chiesa e in
ultima istanza apparteneva a Dio.

**Ancora, e per di più, Martin Lutero, tra i grandi leader del passato,
credeva che la società ideale dovesse essere una che aveva una cassa comune.
Non cercò mai di realizzare una cosa del genere ma insegnava che questo dovesse
essere il caso in una vera società cristiana. Il “socialismo” dunque non è un’idea
che è nata con Karl Marx. Il leader pietista Philip Spener credeva e insegnava
che è il dovere del governo garantire il lavoro a tutti. Era nel 1700. L’antico
patriarca di Costantinopoli Giovanni Crisostomo insegnava che il lusso dei
ricchi dovesse essere ridistribuito ai poveri. L’idea che l’economia
individualista, l’economia liberalista è ed è sempre stata parte del
cristianesimo è un’idea infondata.

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di Daniele Mangiola

Rosalba Santoro, Contro i bambini. Memorie di una brava maestra, Il Saggiatore, Milano, 2019

Come in un classico film fantasy. La nipote unica erede,
cinque anni dopo la morte della cara zia, si ritrova a fare dei lavori di
ristrutturazione alla casa della defunta. Rovistando tra le vecchie cose trova
un plico, con spago e ceralacca. Delle vecchie carte. Un diario. Con un titolo
perfetto: Contro i bambini.

Dal fantasy alla realtà, Rosalba Santoro è stata una
tranquilla signora di un paesino dell’Abruzzo, la classica brava maestra, che
per quarant’anni si è occupata dell’educazione di intere generazioni di
bambini, amata e stimata da tutto il paese, onorata per l’esperienza e le
grandi capacità dai colleghi e dai dirigenti che si sono succeduti nel corso
della sua lunga carriera.

Questo racconta il sottotitolo che Il Saggiatore aggiunge in
edizione, all’intestazione originale data dall’autrice: Diario di una brava maestra. E l’immagine di copertina suggerisce
il contrasto agitantesi tra le pagine che il lettore scorrerà, aprendo. Una
vecchia foto di classe della maestra in abito classico e austero, accanto ai suoi
bambini, con abiti e pose di paese. L’oscuramento degli occhi a protezione
dell’identità dei minori, come si usa in immagini da rendere pubbliche, ha
sempre qualcosa di inquietante, ma qui, in copertina, la scelta grafica
suggerisce qualcosa di più, come se si fosse grattato via l’inchiostro, quasi
una monelleria, fatta magari proprio con mano bambina, delle grottesche
mascherine da carnevale.

Contro i bambini raccoglie
i pensieri sparsi di quarant’anni, descrive un semplice e profondo amore per la
propria vita di provincia, vibra di pensieri intensi e lievi sulla vita, sulla
morte, sulla nostalgia, sull’amore. Non un pensiero sul futuro, sulla speranza.
Forse è questa la dimensione più letteralmente cinica di questo scritto.
L’unico pensiero sul futuro, affidato alle ultime righe dell’ultima pagina di
diario è un desiderio rivolto alla morte “Io per me vorrei una morte che
assomiglia alla mia terra. La vorrei con la neve e il granoturco, con la sabbia
bianca e la schiuma del mare. Come in un girotondo me ne vorrei andare, di
quelli che facevano sempre i miei bambini”.

I pensieri tranquilli di questa brava maestra di provincia
però sono animati da immagini potenti, metafore che brillano di una fredda luce
e colpiscono come fulmini.

È lo stesso editore a utilizzare il termine cinica nella premessa al breve scritto.
A patto però che si precisi il contorno e il contesto di questa definizione. Il
tema dominante che innerva e pervade i racconti intimi della maestra Rosalba
sono le riflessioni sul mondo dell’infanzia. Ai bambini l’A. guarda dal suo
punto di vista di insegnante e il suo sguardo appare disincantato: “il mio
rapporto con loro è come quello dei medici con i pazienti”, afferma. E con
questa distaccata lucidità osserva, analizza, considera, ricorda, giudica.

Leggere, dalla penna di una maestra conosciuta in paese per
la sua pazienza e la sua accoglienza, affermazioni come “i bambini sono diavoli
col forcone” produce un effetto straniante. Così come spiazza il titolo da lei
stessa deciso per la raccolta di queste memorie, Contro i bambini. Però, se è vero che molte pagine riportano e
ricordano in modo impietoso episodi e immagini di bambini rumorosi, crudeli,
ingrati, puzzolenti addirittura, non è a questo che bisogna riferirsi quando
cerchiamo nello scritto espressioni di cinismo.

In realtà i pensieri dell’insegnante, anche con il passare
degli anni e dei decenni di una vita dedicata alla scuola, testimoniano
chiaramente amore e tenerezza, un interesse autentico e immutato nel tempo, un
grande rispetto. “Mi piange più il cuore a vedere che quasi tutti i bambini che
ho avuto sono ancora qua, che i loro sogni non li hanno portati via, lontano,
nel mondo” dice, ad esempio, parlando dei vecchi alunni restati a far la vita
di paese, a testimonianza di quanta cura e attenzione avesse per i sogni di
quelli che molti anni prima aveva educato nelle classi della sua scuola.

E allora il cinismo va rintracciato e riconosciuto nel suo
sforzo di liberarsi dai sentimentalismi, nel mettere da parte i moralismi e i
perbenismi con cui si autogiustifica e si autoassolve il mondo degli adulti con
l’atteggiarsi verso i bambini, con le moine dei pedagoghi.

Perché se “ai bambini si giustifica tutto”, non lo si fa per
amore vero, bensì perché si guarda ad essi come a persone non ancora formate,
abbozzi di individui, adulti ancora da plasmare e di cui bisogna compatire
l’incompletezza. Finanche nel mettere al mondo dei figli, lo si fa per “mettere
una spunta” nell’elenco delle cose importanti da fare nella vita, per atteggiarsi
a genitori, senza un minimo pensiero al fardello di sofferenze che la vita si
porta dietro come accessorio inevitabile, senza un minimo scrupolo per aver
“donato la morte” nell’atto stesso dell’avere messo al mondo un altro individuo
(di nuovo l’assenza di tracce di speranza di cui più sopra si diceva).

E invece il rifiuto di infantilizzare l’infanzia, il
tentativo di guardare ai bambini come a persone in sé, è lo sforzo ricorrente
che si ritrova in tante riflessioni pedagogiche che hanno illuminato in modi
diversi l’ultimo secolo: Maria Montessori, Janusz Korczak, Françoise Dolto,
Lorenzo Milani, Danilo Dolci, giusto per citare alcuni nomi, ma la lista
potrebbe essere davvero lunga. Gerard Mendel affermava che l’infanzia che
abbiamo non è l’infanzia che potrebbe essere, ma è quella che gli adulti creano,
infantilizzando i bambini, deresponsabilizzandoli a forza con la scusa di
proteggerli e in realtà depotenziando le energie e le risorse di cui essi sono
dotati.

Il moralismo, poi, altra trappola pedagogica in cui viene
ingabbiata l’infanzia, e di cui è complice principale la scuola (basti leggere,
per fare un esempio, un testo di epica o di antologia di scuola media e
rilevare come ogni brano e ogni lettura con i relativi esercizi di comprensione,
spinga costantemente a riflettere sui buoni comportamenti, sul rispetto delle
autorità, sull’osservanza delle regole, sui rischi che si corrono a fare di
testa propria, invece che educare alla bellezza pura e semplice del testo, alla
riflessione su di sé, ecc).

L’anziana maestra vede chiaramente tutto questo e ci
riflette su, “l’insegnamento in sé è un grande errore, i metodi scolastici
fanno acqua da tutte le parti e la rigidità con cui ci si ostina a educare i
bambini assomiglia a quella di un militare nell’addestramento dei cani da
fiuto. È che continuiamo a pensare a loro come se fossero degli apprendisti
adulti, e alla scuola come a un corso di formazione per ottenere l’attestato
dei grandi. Dovremmo cambiare tutto, ripensare il sistema dal fondo, ma ormai
sono troppo stanca per fare la rivoluzione nel mondo”.

Una pagina, in particolare, parla dell’amore. I bambini sono
espertissimi nel circuire e conquistare l’adulto con moine e smancerie, ma è
questo amore? Sanno davvero i bambini cosa esso sia? Allo stesso modo altrove
l’A. osserva l’indifferenza spietata con cui i bambini siano in grado di
giocare con la morte e la sofferenza.

I temi della morte, dell’amore, del bene e del male, sono
aspetti cruciali della vita umana, in particolare nelle sue forme sociali, le
civiltà. Il bambino, nei suoi pochi anni di esperienza del mondo e della vita,
guarda a queste cose con curiosità, con famelica e insopprimibile voglia di
conoscere e apprendere. Sperimenta ed esplora in modo freddo e metodico azioni
e reazioni, gesti e modi, parole e atteggiamenti che l’adulto mette in atto.
Non ha i freni della morale, né quelli della paura, tutte cose che si
acquisiscono col tempo. Vive pienamente. Non è necessario ricorrere a Nietzsche
per comprenderlo. Basta osservare un qualsiasi cucciolo di gatto.

Questa fame di vita, questa esplorazione scientifica e
spregiudicata dell’umano fino ai suoi confini spaventa l’adulto, che frena in
ogni modo lo slancio vitale (Wilhelm Reich) proponendo le risposte
preconfezionate senza dare al bambino il tempo di trovarle con i propri tempi e
i propri modi.

C’è un modo di stare accanto al bambino in modo costruttivo
e utile? Certo che c’è, tanti pensieri della maestra Rosalba sono dedicati a
questo: “vanno condotti in salvo alla fine di questa loro meravigliosa e
insieme violentissima avventura che è l’infanzia. Senza di noi non ce la
farebbero, la loro fantasia, il loro spirito lunatico li farebbe morire tutti
giovani. Un insegnante è un barcaiolo che mena in salvo i bambini all’altra
sponda”.

Col linguaggio semplice di chi scrive di fronte allo
specchio, l’A. affronta molti temi importanti, e lo sguardo è sempre vivace, la
lettura illuminata da lampi di poesia potente. Un breve e agile diario,
insomma, che darebbe spunti preziosi a genitori e insegnanti, per guardare a se
stessi, soprattutto.

Come è uno sguardo teologico, su tutto questo? Come si declina
una pratica pedagogica cristiana che rispetti il bambino in quanto persona
senza pretendere di plasmarla, forzarla, spingerla ad essere altro da quello
che si sente chiamata ad essere? D’altronde lo stesso Gesù dichiara
espressamente di volere i bambini per quello che sono e non per quello che
qualcuno pretenda di decidere che debbano diventare.

È forse nell’appello ad essere testimoni, all’autenticità
della nostra personale esperienza di vita e di fede, senza pretese di imporre,
dirigere, dominare alcuno né mai pensarlo in qualche modo a noi sottoposto, che
si possono trovare le tracce di una chiamata ad educare, a indicare rotte e
percorsi, senza predisporre mete obbligatorie, lasciando a ciascuno il diritto
di procedere nel cammino con il proprio passo, lasciando a ognuno il tempo e il
modo di rispondere alla vocazione che gli giunge.

L’articolo Contro i bambini_Recensione proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/contro-i-bambini_recensione/

Tempo di lettura: 7 minuti

di Ed Stetzer

Pubblichiamo qui in versione integrale il testo di Ed Stetzer (già pubblicato da un altro network evangelico in versione ridotta) sulle teorie complottiste e le fake news che si diffondono sempre di più nel mondo evangelico. A proposito di questo problema il Dirs aveva già pubblicato a inizio pandemia il contributo di Nicola Berretta che parlava del problema (https://dirs.gbu.it/tre-domande-a-nicola-berretta-su-virus-pandemie-e-contagio/ ).

Anche Berretta aveva notato che tra i cristiani evangelici sembrava esserci una maggiore predisposizione a proposito delle fake news: questo è vero soprattutto negli USA, ma il fenomeno si è diffuso anche in Italia. Stetzer ricorda che l’ingenuità non è una virtù cristiana e che, talvolta, i credenti lo fanno con un certa ingenuità, cercando fonti alternative rispetto ai media mainstream, visti spesso come contenitori con valori alternativi alla propria fede. La diffusione dei social media, di cui stiamo anche vedendo gli effetti positivi in questo periodo di isolamento, ha portato anche alla vere e proprie fabbriche di notizie false che servono ad influenzare l’opinione pubblica ed anche la nostra. L’A. dell’articolo ci richiama alla priorità del Vangelo e del suo annuncio, ma anche dell’Amore per la Verità che dovrebbe portarci sempre a controllare quello che trasmettiamo ed a comprendere che la nostra agenda va al di là di quella di stigmatizzare il male nel mondo, senza cercare di redimerlo. La nostra speranza è che la lettura di questo articolo, come degli altri materiali che stiamo proponendo in questo periodo siano un valido ausilio e risorsa per chi voglia un’informazione corretta e documentata. In un mondo di post-verità come è quello odierno, conviene appellarsi alla Verità del Vangelo ed ad essa conformarsi anche quando diffondiamo notizie che non provengano dalla Bibbia.  (Valerio Bernardi)

 

L’attuale pandemia globale ha creato una eccezionale fioritura di teorie complottiste. Purtroppo, i Cristiani sembrano essere ingannati da queste teorie in maniera sproporzionata. Ho anche scritto precedentemente che, quando i Cristiani mentono, bisogna che si pentano di queste bugie. Condividere fake news ci fa sembrare ingenui e danneggia la nostra testimonianza. Abbiamo visto che nell’ultima elezione le fabbriche di troll si sono concentrate sui cristiani evangelici conservatori. E ora di nuovo ci troviamo nella stessa situazione.

Che fare adesso?

In primo luogo, bisogna parlare, in particolare a coloro che sono stati di nuovo ingannati e dirgli con amore: “Bisogna andare a fonti attendibili”. I feed di notizie dei social media non sono una fonte affidabile. Questo è il motivo per cui abbiamo creato https://ift.tt/2WpVsGA, per fornire informazioni credibili ai pastori. Ma vi è un’abbondanza di fonti di notizie attendibili che in genere provengono da organi che non hanno precedenti nello smerciare teorie complottiste. In secondo luogo Dio non ci ha chiamato ad essere facilmente ingannati. La creduloneria non è una virtù cristiana. Credere e condividere teorie complottiste non onora il Signore. Potrebbe farci sentire meglio come fossimo esperti, ma può finire che si faccia del male agli altri e può danneggiare la nostra testimonianza. Tuttavia noi abbiamo a che fare con una nuova ondata di teorie complottiste. Si guardi alla lista su Wikipedia, o le si cerchino usando alcune parole chiave. Sono tanto diverse quanto strane. Ed i cristiani le stanno condividendo. Di nuovo.

La diffidenza verso i media ed il governo

Comprendo la diffidenza di molti cristiani nei confronti dei
media e del Governo. Il Pew Research ha segnalato che molti di coloro che
preferiscono credere che il virus sia stato creato nel laboratorio sono
Repubblicani, coloro che tendono ad essere più religiosi e più diffidenti nei
confronti del governo.

Comunque, questa diffidenza porta spesso i credenti a diventare
più creduloni, piuttosto che più perspicaci.

La Parola di Dio ci chiama ad essere “saggi, non stolti” (Ef. 5,
16).

Bisogna che diveniamo perspicaci e riflessivi nelle nostre
credenze ed in ciò che condividiamo con gli altri.

Se qualcuno vuole credere che qualche laboratorio segreto abbia
creato il Covid-19 come arma biologica, e che ora tutti lo stanno coprendo, non
lo posso fermare. Se qualcuno vuole credere ad una delle decine di teorie
complottiste che stanno già circolando, questa è sua responsabilità. Ma se si crede
in ciò, cosa si farà quando le persone inizieranno a credere che il vaccino è
anche parte di questa cospirazione?

Allo stesso modo vediamo alcuni leader cristiani eccitati
all’idea di essere perseguitati se si ignorano le attuali linee guida e si
cerca di riunire un migliaio di persone per il culto durante la pandemia.
Abbiamo visto qualche pastore fare uno spettacolo di sé a Pasqua quando
dovrebbe rendere spettacolo molto più Gesù.

Ci sono dei problemi? Certo, alcuno sindaci ed un governatore o
due hanno fatto e detto delle sciocchezze. Queste azioni sono già state portate
davanti al giudice. In una crisi globale, alcuni esagerano ed altri gli
rispondono e poi ci sono ancora ci sono le reazioni. Questa non è una
cospirazione voluto dallo stato in segreto.

E’ vero che la Cina non è stata né di aiuto né trasparente e
occorre che siano chiesti ulteriori dettagli. Domande legittime possono e
devono essere chieste (e sono state chieste!) ma ci sono sbalorditive e
bizzarre teorie complottiste sulla guerra biologica, su un piano di
vaccinazioni malvagio, complotti per abolire la libertà religiose, torri per la
trasmissione del 5G che diffondono il virus e così via.

Riempiono i social media nei feed di molto che si identificano
come Cristiani. Di nuovo.

Uno dei motivi per cui ho scritto Christians in the Age of
Outrage: How to Bring Our Best When the World Is at Its Worst
(I cristiani
nell’età dell’indignazione: come tirar fuori il nostro meglio quando il mondo è
al suo punto peggiore) è perché i cristiani stanno cominciando ad essere
indignati per cose che non sono vere.

Il risultato finale è essere facilmente ingannati ed aderire ad
idee che possono divenire reali minacce, specialmente quando si sta cercando di
sviluppare un vaccino che può portare un sostanziale aiuto alle nostre
comunità.

Noi che riconosciamo Gesù come nostro Signore
dovremo far meglio. Molto meglio.

Dare falsa testimonianza                                                                                                                  

Nel 2017, ho scritto un articolo intitolato I cristiani si
pentano (si pentano) spargere teorie complottiste e fake news: è dare falsa
testimonianza”.
In quell’occasione parlavo della cattiva abitudine di
diffondere complotti non provati, la questione che affrontavo allora deve
essere affrontata di nuovo ora.

Troppi cristiani credono che “tutto va bene” in alcune guerre e,
in quell’articolo, mettevo in guardia dal non violare l’ottavo comandamento di
Es. 20:16 sul dare falsa testimonianza. Non siamo condotti dalla paura o
dall’ira, ma dal desiderio di “pronunciare la verità nell’amore” come Paolo ha
detto in Ef. 4:15.

Diffondere speculazioni non provate è dare falsa testimonianza
ed ancora credo che dobbiamo pentirci se siamo stato portatori di tali
testimonianze. Bisogna che passiamo più tempo ad esaminare la parola di Dio e
meno tempo nell’essere influenzati dai troll e dai clickbait nei social
media.

Non è un errore che alcune delle stesse persone che hanno
diffuso il complotto del Pizzagate e quello dell’omicidio di Seth Rich che sono
stati discreditati, sono tornati a spargere complotti sul coronavirus.

Cerchiamo di far sì che i cristiani non siano tra
gli ingannati non diffondendo tra di noi quegli inganni.

La nostra testimonianza è colpita

Pensateci.
A meno che non si pensi che il Presidente Trump, i Repubblicani ed i Democratici nel Congresso, i media e la comunità scientifica sono tutti in combutta tra di loro (un vero salto della fede), ci si dovrebbe sentire in imbarazzo quando si diffondono complotti sul Coronavirus. Questi vasti complotti ci dovrebbero fare ammettere che anche il Presidente Trump sapeva che era un’arma batteriologica, che è parte del piano porre fine alla libertà religiosa, pianificando di usare un potenziale vaccino come marchio della bestia e in qualche modo il 5g ha a che fare con tutto ciò. (Certo è tutto qui, lo si può trovare sul web ed in troppi feed di social media dei cristiani).

Non ha alcun senso, se non per coloro che si fanno facilmente
ingannare.

Se  insistete
ancora nel diffondere tali informazioni false, potreste pensare a togliere
dalla vostra bio l’etichetta di Cristiani in maniera tale che il resto di noi
non deve condividerne l’imbarazzo?

Arrecare danno

Per farla breve, arrecate danno a voi stessi ed alla vostra
comunità. Pensate di distinguervi dagli altri ma in realtà non lo fate.

Ancora più importante è il fatto che danneggiate la nostra
testimonianza e quella della vostra chiesa quando porgete attenzione a teorie e
speculazioni non accertate, piuttosto che alle buone notizie che il nostro
Signore ci ha comandato di proclamare.

Come ha twittato Austin Jones, “La settimana scorsa il mio feed
di Facebook era pieno di gente che postava assurde teorie complottiste sul
Covid, seguito da post sull’evidenza della resurrezione. Non penso che
comprendessero il messaggio che stavano in realtà inviando”.

Veramente. 

Gesù nelle sua ultime parole sulla terra in Atti 1:8 ci ha
promesso che riceveremo il potere dello Spirito ed renderemo testimonianza di
Gesù. Non vi occorre il potere dello Spirito Santo per essere scriteriati, e
non state testimoniando dell’opera salvifica del nostro Signore diffondendo
complotti.

Sono grato che moltissimi pastori e leader di chiesa e le loro
chiese hanno usato questo periodo fuori dall’usuale non per diffondere teorie
complottiste, ma per proclamare Cristo, non per nutrire le proprie paure, ma
per servire la propria comunità.

Continuiamo a esortarci reciprocamente alle buone opere, stando
fermi nella verità e rifiutando ciò che è falso.

Nota alla pubblicazione:

Dalla pubblicazione di questo articolo, abbiamo ricevuto
centinaia di migliaia di like ed abbiamo ricevuto molte risposte che ci
appoggiavano e qualche dissenso. L’interazione è ben accetta.

Subito dopo la pubblicazione del blog, John Roberts di Fox News,
una redazione di notizie tra le principali e affidabili, ha chiesto al
Presidente Trump del collegamento della diffusione del virus con un laboratorio
in Cina. Quella domanda, e le storie che sono seguite, non hanno realmente
cambiato la mia idea: il complotto sosteneva che fosse stato creato in
un laboratorio come arma biologica. Quindi, se si tratta di un virus naturale
che è stato esaminato in un laboratorio e ed è sfuggito in maniera accidentale,
la tesi rimane la stessa.

Come Fox News ha riportato “Le fonti credono che la trasmissione
iniziale del virus, un ceppo naturale che era in quel momento studiato là, era
da pipistrello ad umano e che il “paziente zero” lavorava al laboratorio, poi è
arrivato alla popolazione a Wuhan”. (corsivo aggiunto)

A completa informazione, non mi aspettavo che il laboratorio
fosse il punto della contesa e così non 
è stato una sorpresa per me. Secondo il mio articolo, non si può
mantenere un complotto tra tutte queste parti. Qualcuno si è posto la domanda e
quindi si è  investigato. Allo stesso
modo, possiamo essere d’accordo che le torri del 5G, i vaccini, le armi
batteriologiche e le altre cose non sono un complotto? Probabilmente non tutti
lo comprenderanno, ma molti si. E la mia idea ancora rimane. Ed ho scritto
l’articolo per rendere chiaro tutto ciò.

Così, al contrario del complotto, il virus non è stato creato in
un laboratorio come un’arma. La storia di FoxNews dice chiaramente che non è
questo il caso, dicendo (loro parole), “non come un’arma batteriologica”. Le
teorie complottiste si basano sulla creazione in laboratorio, le armi
batteriologiche, il 5G, i vaccini e molto di più. E quando i cristiani
condividono queste idee complottiste, feriscono la nostra testimonianza.

Infine, il blog continuerà regolarmente ad aggiornarsi ed io
riorganizzerò i miei post, come ho fatto adesso e lo farò seguendo l’evoluzione
delle nuove informazioni.

Grazie per la lettura e la condivisione.

L’articolo Complottismo e coronavirus proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/complottismo-e-coronavirus/

Tempo di lettura: 3 minuti

di Stefano Molino

La seule chose qui nous reste, c’est la comptabilité
(L’unica cosa che ci resta è la contabilità).

Così si esprime uno dei protagonisti del celebre romanzo di Albert Camus, La peste del 1947, più volte ricordato in questo giorni per l’affinità con la condizione pandemica attuale. Chi parla è un amico del protagonista, un dottore che lotta contro un’epidemia di peste scoppiata nella città di Oran. Il personaggio rassegnato constata che non resta molto altro da fare se non occuparsi del computo quotidiano dei morti. Questa frase, letta nei tempi in cui le giornate si concludono con la conferenza del capo della protezione civile Borrelli sulle statistiche di vittime, guariti, contagiati, da covid 19, mi è saltata agli occhi.

La rilettura de La peste in questi tempi propone numerosi spunti di riflessione, ma tra i tanti quello della facilità con cui ci entusiasmiamo alla notizia dei 100 morti in meno, o viceversa ci inquietiamo se ne annunciano 100 in più, mi colpisce. La riflessione di Camus, del resto, mira proprio a puntare i riflettori sul problema della morte, spingendo a considerare come, anche nelle emergenze arriva un momento in cui ci si assuefà allo scandalo della morte, quindi della vita e della sua fine, riducendola ad un semplice problema di conteggio. Da cui l’incoraggiamento a considerare che tutta la vita è un’emergenza in quanto delimitata inevitabilmente dalla morte e che la preoccupazione per la vita non dovrebbe emergere solo in contesti di emergenza. Camus non ragiona in un orizzonte trascendente. Le soleil (il sole) nei suoi romanzi sostituisce Dio e non dà risposte. In risposta all’assurdo, o non senso della vita propone un impegno per la vita che altri personaggi del romanzo incarnano. È una risposta possibile ma la proposta di un impegno autentico, che al massimo riesce a limitare i numeri delle statistiche mortuarie non mi pare contribuire molto alla questione del senso della vita e della sua eventuale assurdità…

Mi piace affiancare la frase di Tarrou, il personaggio citato all’inizio, alle riflessioni di tre secoli prima del grande Pascal, con una frase lungimirante, molto fertile in tempi di quarantena: “… tout le malheur des hommes vient d’une seule chose, qui est de ne savoir pas demeurer en repos dans une chambre” (Pensées, XI Divertissement, 168 –  Tutto il male degli uomini viene da una sola cosa, che il non saper restarsene en pace in una stanza”). Detta in questi termini suona quasi ironica, e forse irriverente per chi in questi giorni è chiuso in spazi inospitali o scomodi.

Ma il pensiero di Pascal si inserisce in una meditazione sul “divertimento”, da intendersi in senso etimologico: il di-vertire, il distogliere lo sguardo da un altra parte quando si è posti davanti allo stesso problema: “Les hommes n’ayant pu guérir la mort, la misère, l’ignorance, ils se sont avisés, pour se rendre heureux, de n’y point penser”. (Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno risolto, per rendersi felici, di non pensarci affatto” (Pensées, IX Divertissement, 166). Davanti all’accecamento (l’aveuglement) e alla miseria dell’uomo, incapace di capire cosa ci stia a fare in questo mondo, e cosa gli accadrà dopo la morte, osserva uomini che si accontentano di “divertirsi”, e preferisce cercare se Dio non abbia per caso lasciato qualche segno di sé (Pensées, XVI, Transition, 229). Lo scandalo per la morte e la sua assurdità che Pascal ben avvertiva non lo porta ad un’accettazione dell’assurdo, ma alla conferma che il senso è oltre l’apparenza.

Forse dopo le statistiche quotidiane che possono portare tanto scandalo quanto  rassegnazione potremmo ricavare dalla lezione di Camus un spinta a non rassegnarci ad un mero conteggio di morti, che non è comunque che sineddoche di un’esistenza volta alla fine, indicando con Pascal, che i segni di Dio non mancano, e che davanti ad una vita volta a concludersi in modo più o meno rapido le parole di Paolo esprimono quella folgorazione di senso che chi ha incontrato Dio avverte e diffonde: “perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore” (Romani 6:23).

Stefano Molino, Dottore di Ricerca in Letteratura francese, è professore di Scuola Superiore a Lucca, città in cui guida anche una Chiesa evangelica locale. E’ membro del Comitato Editoriale di Edizioni GBU.

L’articolo Leggere La Peste di Camus, ai tempi del Coronavirus proviene da DiRS GBU.

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di Andrea Papini

Vi ricordate quello che stavate facendo l’11 Settembre del 2001, quando sono cadute le Torri Gemelle ?
Io ero in ufficio, si è sparsa la voce e la prima cosa che ho fatto, ricordo, è stato chiamare un amico missionario svizzero che lavorava in Tunisia. Volevo avvisarlo di quello che stava succedendo, in caso fosse stato l’inizio di una sollevazione mondiale contro i cristiani. Oggi, ripensandoci, mi vengono in mente diversi se e ma; all’epoca, però, chiamare Bernard mi era sembrata la cosa più logica da fare.

Se foste genovesi vi ricordereste anche e forse ancora di più, quello che stavate facendo il 14 Agosto 2018, alle 11.36.  

Era Martedì ma, a causa delle ferie
estive, sembrava Sabato. Nostra figlia mi aveva chiesto di portarla in
biblioteca, in centro città, per studiare con amici. Uscendo di casa avevo
pensato che, già che ero in giro, sarei potuto andare a comprare delle luci da
Ikea ma pioveva troppo forte, così ho lasciato Elena in biblioteca e me ne sono
tornato a casa, con l’idea di godermi la mattinata in relax.

Ikea
si trova a pochissimi metri dal ponte Morandi. Inoltre, se ci fossi davvero
andato, quasi sicuramente lo avrei percorso per rientrare.

Ricordo
che, ad un certo punto, ho iniziato a ricevere messaggi da parte di amici e
fratelli da diverse parti d’Italia e del mondo. Chiedevano: ”Come state ?”,
“Tutto bene ?”. All’inizio pensavo che si trattasse di persone cordiali che si
informavano sulla salute della nostra famiglia ma ben presto ho capito che era
successo qualcosa di grave, emozionante ed irreparabile.

Ho
pensato distintamente “la nostra vita non sarà più la stessa”, ho chiamato mia
moglie, abbiamo acceso la televisione, cercato tra i canali, trovato la diretta
e siamo rimasti a guardare, increduli, quello sfacelo.

Piangevo
e intanto pensavo che forse sarebbe venuto fuori che era meno grave di quello
che sembrava, che forse era stato solo un cedimento, che alla fine sarebbe
andato tutto bene.

Dio ha avuto pietà ed il ponte è crollato
in uno dei giorni in assoluto meno trafficati dell’anno ma, comunque, non è
andato tutto bene. Non per le 43 vittime, nemmeno per le loro famiglie ed
amici.

Non
è andato tutto bene per la città, per il traffico che era abituato a circolare
intorno ed attraverso il Ponte, per il commercio nei quartieri coinvolti dal
disastro, per le persone corse via da casa, lasciando luci accese, porte aperte
e senza poter poi rientrare a prendere ciò di cui avevano bisogno.

Henry era originario dell’Ecuador, viveva
e studiava a Genova, era amico di nostra figlia. Veniva spesso da noi, era un
ottimo cuoco e ancora ricordo uno squisito risotto alle fragole che aveva
cucinato, invitandoci a pranzo a casa nostra. Il 14 Agosto stava tornando a
casa, dove viveva con la madre e il fratello e il ponte si è sbriciolato sotto
le ruote della sua auto. L’hanno trovato qualche giorno
dopo, scavando tra le macerie sulla riva del Polcevera. Con il passare dei
giorni sono venute fuori altre storie, di sconosciuti, di
conoscenti, di conoscenti di conoscenti. Si dice che l’amore non diminuisca con
l’aumentare del numero delle persone che amiamo. Lo stesso avviene per il
dolore. E’ stato un periodo di lacrime, rabbia, incredulità, incertezza.

Poi è iniziata la ricostruzione.

Un Ponte nuovo, costruito con una
tecnologia di derivazione navale, in acciaio, disegnato dall’architetto
genovese Renzo Piano, con una sezione cava per favorire la manutenzione ed un
parco pubblico sottostante.

I
lavori sono proseguiti alacremente, le promesse sono state sostanzialmente
mantenute. Oggi, 28 Aprile 2020, a mezzogiorno campane e sirene hanno
festeggiato il posizionamento dell’ultima sezione del viadotto. Molto resta da
fare prima di potervi di nuovo circolare, ovviamente, ma la ferita si sta
rimarginando.

Nel frattempo Genova ha guadagnato, per esempio, una nuova tangenziale a mare, costruita a tempo di record per permettere lo scorrimento del traffico che non poteva più usufruire dello svincolo autostradale mutilato. Ma ha anche perso posti di lavoro, abitazioni, vite, tempo.

Nella Bibbia non si parla di ponti
stradali. E’ normale, che cosa se ne facevano di un ponte in mezzo alla pianura
?

Non
si parla nemmeno di ponti navali, tranne un caso nel libro del profeta
Ezechiele. E’ normale, il popolo d’Israele non è mai stato famoso per le sue
capacità di navigazione ed ha sempre mostrato un certo disagio nei confronti di
mari, laghi e simili.

Ma il concetto di ponte nella Parola c’è eccome. Poter passare da un posto all’altro, scavalcando il precipizio che li separa. Una Struttura la cui assenza complica la vita alle persone, impedisce loro di arrivare alla giusta destinazione. Una Struttura la cui mancanza, se ad un certo punto cessasse di essere percorribile, può avere effetti eternamente letali.

Ancora qualche mese e i genovesi potranno di nuovo passare da una riva del Polcevera all’altra senza dover scendere e risalire. Turismo e commercio potranno ricominciare ad utilizzare il nodo autostradale di Genova Ovest come facevano in passato. 

Nel frattempo però, abbiamo dovuto, insieme al mondo intero, imparare a convivere con un altro ponte, ancora più intimo; la vicinanza, il contatto che permette ad una cosa piccolissima, forse nemmeno davvero viva, di transitare da un essere umano all’altro, causando infezione, disagi, malattia, a volte morte. Abbiamo capito che facilitare il contatto tra due punti non è sempre qualcosa di auspicabile e che ci sono casi in cui è meglio stare lontani, separarsi dalla sorgente dell’infezione. Che può anche arrivare da persone e luoghi amati, facenti parte delle nostre vite.

Lezioni massicce, ricevute le quali non si può rimanere, o ritornare a, come si era prima. Di quali Ponti dovremmo approfittare ? A quali faremmo meglio a rinunciare ?

Qual è la Via per cui transita solo ciò che ci fa bene, che permette di arrivare alla Destinazione migliore possibile ?

Esiste ed è stata progettata dal numero uno degli architetti, Uno a cui non è sfuggito nulla, che ha tenuto conto di tutto.

Esiste e non aspetta altro che essere percorsa.                

A Genova ed altrove.

Andrea Papini, abita a Genova con sua moglie Aida, il gatto Peloponneso e, se non sono da qualche altra parte, tre figli. Lavora per una società di ingegneria navale e cerca di servire il Signore come può, sia partecipando come interprete a diverse conferenze in Italia e all’estero, che condividendo la responsabilità della chiesa evangelica La Promessa.

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di V. Bernardi e GC Di Gaetano

Vero tesoro della Chiesa di Cristo è il sacrosanto Vangelo, gloria e grazia di Dio.
(M. Lutero, Tesi 62 sulle indulgenze)

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, domenica 26 aprile, annunciando la cosiddetta “fase 2” dell’isolamento necessario per combattere la pandemia, ha ribadito, sicuramente a malincuore e non con qualche imbarazzo, che ancora per qualche settimana non sarà possibile aprire le chiese al pubblico per le funzioni religiose. Unica eccezione fatta è stata quella dei funerali che potranno essere presieduti da una quindicina di persone.

Poche ore dopo questa dichiarazione la
CEI (Conferenza Episcopale Italiana) ha risposto con le sue rimostranze al
Governo, accampando due motivazioni fondamentali: la prima di tipo
costituzionale (non sono stati interpellati come prevederebbe il dettato
costituzionale), la seconda di tipo teologico. Riportiamo quello che dice il
comunicato della CEI a proposito dell’importanza di celebrare Messa, in ordine
alla seconda motivazione:

I Vescovi italiani
non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto.
Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così
significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire
alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale”.

Come si può leggere il dovere di celebrare e partecipare alla Messa è essenzialmente dovuto al bisogno di attingere alla sorgente sacramentale necessaria al credente cattolico. In questo testo viene dunque ribadita la concezione sacramentale della funzione ecclesiale, tipica del Cattolicesimo romano, e magistralmente analizzata qualche decennio fa dal teologo evangelico Vittorio Subilia. Si tratta, in sostanza, di una delle principali caratteristiche di distinzione tra il cattolicesimo e il protestantesimo. Un buon credente cattolico per poter garantirsi la salvezza (secondo la terminologia biblica), deve durante la sua vita assolvere a tutti i sacramenti. Questa forma di disciplina ecclesiale è da noi evangelici ritenuta sbagliata in quanto cozza con quello che ci pare essere l’insegmaneto biblico centrale sulla salvezza che fa leva sulla sola fede in Gesù Cristo. Questo è il vangelo, questa è la buona notizia. Il Riformatore Martin Lutero sintetizzò mirabilmente questo punto nella sua Tesi 62 riportata sopra.

Nel 1527, quando Lutero scrive a Rudolf Hess nel periodo di diffusione della peste, ha ben chiaro questo concetto. Ma la sua voce è oggi utile anche per i consigli relativi alla questione fondamentale del discorso epidemiologico: il contagio possibile o probabile.

In primo luogo, Lutero ha la preoccupazione per le cominità locali e ritiene che sia fondamentale in una città colpita dall’epidemia che rimangano dei ministri di culto per adempiere essenzialmente a due compiti del loro ministero: il conforto delle anime e il seppellimento dei morti.

In secondo luogo, anch’egli ritiene doveroso mantenere i luoghi di culto aperti, anche se essenzialmente per due cose: il conforto che deriva del Vangelo e la preparazione alla morte che, in caso di epidemie, è sempre in agguato. Vi è anche un accenno al sacramento che, come è noto, per il teologo tedesco aveva una funzione diversa: ricordare la Grazia ricevuta tramite la Croce di Cristo.

Ma sono soprattutto le sue raccomandazioni relative al contagio quelle che vogliamo sottolineare in quanto sono quelle preminenti su tutto. Raccomandiamo queste parole a tutti coloro che in questo momento percepiscono il peso delle restrizioni fino a parlare addirittura di pericolo per la libertà di culto.

«È ancora più
disonorevole per una persona non prestare attenzione al suo proprio corpo e non
riuscire a proteggerlo dalla pestilenza al meglio delle sue capacità, e poi
infettare e avvelenare gli altri che sarebbero potuti restare vivi se quella
persona si fosse presa cura del suo corpo come avrebbe dovuto. Egli è quindi responsabile
davanti a Dio per la morte del suo prossimo ed è omicida molte volte. Infatti,
una tale persona si comporta come se una casa stesse bruciando nella città e
nessuno stesse cercando di spegnere il fuoco. Invece dà libertà alle fiamme in
maniera tale che l’intera città bruci, dicendo che se Dio lo volesse, potrebbe
salvare la città senza acqua per spegnere il fuoco.

No, miei cari
amici, questo non va bene. Usate le medicine; prendete le pozioni che vi
possono aiutare; disinfettate la casa, il cortile, la strada; evitate le
persone e i luoghi dove il vostro vicino non ha bisogno della vostra presenza o
è guarito, e agite come un uomo che vuole aiutare a estinguere le fiamme della
città.

Cos’altro è l’epidemia se non un incendio che invece di distruggere legno e paglia divora vite e corpi? Dovresti pensare in questa maniera: “Molto bene, per decisione di Dio il nemico ci ha mandato frattaglie velenose e mortali. Perciò io chiederò a Dio misericordioso di proteggerci. Poi disinfetterò, aiuterò a purificare l’aria, darò e prenderò le medicine. Eviterò luoghi e persone dove la mia presenza non è necessaria per non contaminarmi e quindi forse infettare e contaminare gli altri, e così causare la loro morte come risultato della mia negligenza. Se Dio vorrà prendermi, sicuramente mi troverà e io avrò fatto ciò che egli si aspetta da me, e così non sarò responsabile per la mia propria morte o per la morte degli altri. Se il mio vicino ha bisogno di me, comunque, non eviterò i luoghi o le persone ma ci andrò volontariamente, come ho già affermato”.

Vedi, questa è una fede realmente basata sul timore di Dio perché non è insolente né avventata né tenta Dio». (M. Lutero)

Se abbiamo lo scopo primario di preservare l’umanità e far
sì che tutti possano godere di buona salute, allora ci sentiamo di dire che il
restare a casa per evitare gli assembramenti che possono mettere a rischio la
vita del prossimo è un bene supremo. Lo Stato ha l’onere di assumere delle
decisioni per il bene comune mentre il nostro compito è quello di ubbidire, pur
potendo, all’interno del dibattito democratico, dissentire su decisioni che
possono essere soppesate con il pro e il contro.

Si potrebbe pensare però che quando è in gioco l’ubbidienza a Dio, l’ubbidienza allo Stato non deve essere vincolante (At 5:29). E allora chiediamoci: come ci rapportiamo noi cristiani evangelici a questa situazione? Per grazia di Dio, e in ragione di una visione della chiesa che ci viene direttamente dal Maestro, dalla testimonianza apostolica e dai vangeli, possiamo continuare a sentirci e a essere chiesa anche in queste condizioni difficili. I moderni mezzi informatici permettono di ricostituire la comunità locale anche a distanza, pur tra mille difficoltà, consentendoci di avvertire la presenza spirituale del Signore anche se mancano gli abbracci: è il radunamento “nel suo nome” quello che assicura la presenza del Signore (Mt 18:20); inoltre riceviamo l’assicurazione che il culto a Dio deve essere reso in spirito e verità, esigenza questa che non viene scalfita per nulla da un radunamento non in presenza (Gv 4:21–23)!

Ascoltiamo dunque un consiglio che, al di là della teologia, risuona di buon senso.

“Chiederò a Dio misericordioso di proteggerci. Poi disinfetterò, aiuterò a purificare l’aria, darò e prenderò le medicine. Eviterò luoghi e persone dove la mia presenza non è necessaria per non contaminarmi e quindi forse infettare e contaminare gli altri, e così causare la loro morte come risultato della mia negligenza” (M. Lutero)

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