Sono evangelici?

di Stefano Molino[1]

Immagino che capiti a molti di voi, cristiani evangelici, di sentirsi rivolgere domande di questo tipo: “Scusa, ma tu che sei evangelico, cosa ne pensi di quella riunione di pastori evangelici che nello studio ovale hanno pregato per Trump e benedetto le sue guerre, paragonandolo a Cristo?” Oppure: “Ma il ministro della guerra Peter Hegseth, che benedice la guerra sbagliando anche la citazione, è evangelico?” Si sollecita una nostra opinione o presa di posizione, e che lo si voglia o no, il nostro nome di cristiani evangelici che raramente ha occupato spazi importanti sui titoli di giornale, da qualche mese a questa parte è salito alla ribalta portandoci una notorietà che è quantomeno imbarazzante.

Ovviamente la domanda posta non può avere una risposta univoca quale si aspetterebbero gli amici, i colleghi o conoscenti che ce la rivolgono: l’italiano medio è abituato a concepire il fenomeno chiesa come una struttura che ha a capo qualcuno che parla a nome di tutti, pertanto si aspetta che gli evangelici esprimano una voce comune per approvare o condannare l’operato dei pastori dello studio ovale.

Senza dubbio, sotto il nome di cristiani evangelici si annovera una galassia di comunità e di chiese talvolta anche molto diverse, per cui è impossibile rispondere all’unisono. Tuttavia è forse un po’ troppo facile sottrarsi alla domanda e affermare semplicemente che non riconosciamo i personaggi citati come facenti parte della nostra chiesa. È necessario dire qualcosa di più profondo, perché in fondo questo nome, o etichetta che abbiamo, avrà pure dei contenuti, altrimenti potremmo chiamarci diversamente. E dei contenuti non propriamente neutri visto che il nome ha la pretesa di essere espressione del vangelo. La domanda da porsi è dunque: perché certi episodi accadono da parte di persone che si presentano come cristiani evangelici? Perché questi riscuotono il plauso di alcune chiese evangeliche e l’indignazione di altre? In parole simili: perché ad alcuni evangelici piace Trump e la sua amministrazione?

Una prima risposta possibile consiste nel considerare che dietro il bellissimo nome di “vangelo”, cioè “buona notizia”, giace una molteplicità di significati, di valori, e di comportamenti. Indubbiamente c’è un nucleo chiaro, che potremmo definire come parola di grazia che Dio rivolge all’uomo, annunciandogli una salvezza gratuita, a prescindere dai suoi meriti e in virtù della morte in croce di Gesù. A questa offerta gratuita si deve una risposta grata che comporta l’osservanza gioiosa di una serie di insegnamenti. Come l’amore conseguente per gli altri uomini ugualmente amati da Dio e la loro eguaglianza; l’attenzione per i più deboli; la ricerca di un’etica rigorosa improntata ai comandamenti biblici che riguardano molte sfere della realtà…

Purtroppo, un errore frequente è quello di privilegiare alcune sfere a scapito di altre.

Un esempio potrebbe essere il peso particolare dato all’etica sessuale, in buona parte delle chiese che considerano la Bibbia parola di Dio ispirata e regola di fede. La relativizzazione della tradizionale polarità maschio/femmina, esplosa in una serie di identità di genere fluide, ha sicuramente lasciato perplessi molti cristiani evangelici. Di fronte a diversi eccessi che hanno visto l’approvazione di leggi atte a favorire il cambio di genere da parte di adolescenti, molti evangelici hanno salutato con gioia un Donald Trump che nel primo giorno del suo governo, nel gennaio 2025, affermava: “There are only two genders: male and female![2]” Potremmo aggiungere temi come l’aborto, la libertà religiosa e simili che alcuni evangelici hanno ritenuto essere trattati in modo inadeguato dalla sinistra americana. Se questo serve a spiegare la simpatia che alcuni hanno per Trump, in cui non vedono un santo e neppure un credente, ma un buono strumento per combattere cause giuste, questo approccio lascia un enorme problema aperto: cosa si fa di tutti gli altri valori del vangelo?

I toni sistematicamente aggressivi, le minacce di distruzione di intere civiltà, l’omicidio deliberato da parte della milizia anti-immigrazione dell’ICE, gli insulti a chiunque la pensi diversamente, devono fare prendere atto a chi vede in Trump un operatore di cause giuste, che queste sono nettamente minoritarie, e vanno a scapito del resto del messaggio evangelico. Come ha giustamente sostenuto Sergio Cortese “il Vangelo viene ridotto a un elenco di valori isolati, separati dallo stile di vita, dal linguaggio, dalla relazione con il povero, lo straniero e il nemico. È una fede frammentata, dove l’efficacia politica conta più della testimonianza.”[3] Potremmo quindi dire che, a nostro modo di vedere, gli evangelici a sostegno di Trump hanno selezionato un set molto limitato di valori evangelici in nome dei quali accettano atteggiamenti violenti e spregiudicati, perdendo il cuore del vangelo, che fa piuttosto dell’accettazione dello straniero, dell’escluso e del debole un punto fondamentale.

Una seconda risposta possibile riguarda l’interpretazione. Pare evidente che in diverse chiese evangeliche ci sia una problematica confusione tra regno di Dio e regno degli uomini. È una prerogativa di quel movimento che avanza negli Stati Uniti chiamato “nazionalismo cristiano” che pretende di imporre un’etica cristiana (o presunta tale) allo stato laico, e in questo intento è pronta a denunciare la democrazia, responsabile appunto di un pensiero non-cristiano, wok e simili.  Si può capire che alcuni cristiani siano affascinati dall’idea di vedere riflessi nelle legislazioni del proprio paese certi principi biblici, ma questo pone diversi problemi: ricordiamoci che sono stati proprio gli evangelici a favorire la laicità dello stato, essendo in passato una minoranza perseguitata! Viene da chiedersi dunque se nella mente dei citati evangelici trumpiani sia chiaro che la chiesa ha un suo mandato che consiste nell’annunciare un regno dei cieli che avanza sulla terra, che dà luce e testimonianza, ma che non coincide con nessun governo, con nessun esercito e con nessun magistrato.

Se la Bibbia legittima l’uso della spada del magistrato (Rm 13), lo fa non in senso assoluto per legittimare qualsiasi azione da parte di chi è al potere, ma solo in quanto “fa il bene dei cittadini” (v.4)[4]. Si presume che Paolo reputi che un certo ordine all’interno di uno stato ci debba essere, ma non legittima mai in sé l’esercizio della forza né lo fa derivare dalla volontà di Dio. Basti pensare, per citare altre voci all’interno del Nuovo Testamento, che il regno vigente al suo tempo era l’impero romano, e la rappresentazione fatta da un libro come l’Apocalisse di questo stesso impero non è propriamente elogiativa… Gesù ha ricordato che “il suo regno non è di questo mondo” (Gv 18:36); Paolo, parlando di armi come allegoria di una guerra spirituale, ha precisato che “il nostro combattimento non è contro carne e sangue” (Ef 6:12). Chiedere allo stato di usare armi o leggi coercitive per imporre presunti valori cristiani significa confondere il ruolo di testimoni con quello di incursori, tradendo il senso del regno e compromettendone la natura.

Un terzo tentativo di risposta possibile riguarda la simpatia nutrita da diversi cristiani evangelici per il messianismo sionista, che ha visto nella nascita dello stato di Israele e nelle sue successive azioni una sorta di miracolo divino. Si tratta di un atteggiamento piuttosto vecchio, che sembra risalire già al XVII secolo (vedi il testo di Thomas Brightman, Shall they return to Jerusalm again, del 1615, puritano che 200 anni prima della nascita del sionismo auspica il ritorno letterale degli ebrei in Palestina come preludio per il ritorno di Cristo; e anche I.H. Murray, The Puritan Hope. Revival and Intepretation of Prophecy, Banner of Truth, 1971, in cui si fa risalire questa aspettativa addirittura all’epoca di Calvino, nel 1500 e in particolare all’epoca delle rivoluzioni inglesi, 1600).  Questa simpatia si è spesso tradotta in legittimazione di qualsiasi azione militare intrapresa da Israele, e in una confusione deliberata tra i termini di anti-sionismo e anti-semitismo, che vede accusare di questo crimine chiunque contesti l’operato della Gerusalemme terrestre.

Si tratta di un argomento molto ampio che travalica i limiti di questo breve articolo, ma ritengo si tratti anche qui di un problema di natura interpretativa. Secondo molti evangelici, anche se non tutti, soprattutto non tutti schierati a difesa delle politiche dei governi israeliani, la lettura della lettera di Paolo ai Galati è molto esplicita nell’affermare che il tempo della Gerusalemme terrena è ampiamente concluso e che non deve essere questa a orientare il pensiero di chi ha abbracciato Cristo (Gal 4: 25-26). Rincara la dose l’autore dell’epistola agli Ebrei considerando la Gerusalemme terrena come appartenente alle “cose scosse”, preparatorie per il regno che non può essere scosso. (Ebr 12: 27-28). Ciò non significa affatto negare a Israele il diritto ad esistere, o denigrarlo in quanto realtà passata, ma esclude ogni argomentazione teologica a sostegno della politica dei suoi governi che si traducono in disprezzo della popolazione palestinese; esclude inoltre un appoggio incondizionato a politiche che con l’attuale governo Netanyahu hanno sfiorato il genocidio e istituito leggi discriminatorie (vedi legge 18/07/2018 o legge del 29/3/2026).  La presente guerra sferrata contro l’Iran ha sicuramente risvolti oscuri, sicuramente legati al ruolo dell’Iran nel sostegno ai proxy anti–israeliani, probabilmente legati a minacce personali e trame segrete che soggiacciono alle dichiarazioni officiali. Si adagia tuttavia su un consenso preparato teologicamente che tradisce il senso del nuovo testamento.

Ci sarebbero sicuramente altri elementi da prendere in considerazione. Una domanda che rimane aperta, tra le è altre, è quella che riguarda la profonda trasformazione avvenuta in molte chiese evangeliche e che ha a che fare con le diverse tradizioni teologiche presenti all’interno dell’evangelismo americano. In genere sotto accusa è il fondamentalismo di inizio ‘900 (Paolo Naso, Dio benedica l’America. Il fondamentalismo cristiano dai creazionisti a Donald Trump, Claudiana, 2026. Non abbiamo letto il testo ma gli estratti e il titolo ci sembrano andare in questa direzione). Quel fondamentalismo era una reazione teologica al modernismo della teologia liberale che si espresse in raffinate difese apologetiche, tutte condensate nella pubblicazione dei famosi Fundamentals. Quel fondamentalismo si evolse successivamente con l’affermarsi di una teologia fortemente spiritualista, che spingeva ad una “fuga dal mondo” per concentrarsi sulla salvezza e la moralità personale, nonostante il Mondo in fiamme (dal titolo del libro di Billy Graham che sicuramente ne era l’anima più rappresentativa). Un evangelismo tutto votato all’evangelizzazione per preparare i nati di nuovo al rapimento che avrebbe preceduto il ritorno di Cristo affinché nessuno fosse lasciato dietro (Left Behind). Un evangelismo dunque che sebbene maggioritario nell’alveo della parte conservatrice dell’elettorato americano era a tratti addirittura a–politico. Tanto era forte l’accento spiritualista che dagli anni ’60 in poi si sentì il bisogno da parte di altri settori dell’evangelismo di richiamare l’attenzione sull’impegno nel mondo, e nella politica, giungendo a forme di distinguo dal fondamentalismo. Si consolidò la distinzione tra “fondamentalismo” ed “evangelicalismo” (vedi la rivista Studi di Teologia, Nuova Serie, 1990/2, n. 4, Fondamentalisti ed evangelici). È a questo punto che assunsero un’importanza funzionale a un nuovo impegno in tutte le “sfere” della società correnti teologiche che si rivelavano anche apparentemente efficaci nel contrasto alla crescita dell’agenda woke. Una di queste correnti è stata soprattutto il neocalvinismo olandese (il pensiero di A. Kuyper soprattutto, l’autore della famosa frase: “There is not a square inch in the whole domain of our human existence over which Christ, who is Sovereign over all, does not cry, Mine![5])

Queste correnti teologiche, e il neocalvinismo soprattutto nelle versioni popolari, ha fornito una delle piattaforme per quello a cui si assiste oggi: un’invasione del mondo e della politica con tendenze teologiche quali il dominionismo e simili. Sembra quasi che chi si è concentrato solo sulla dimensione privata della fede, divenga facile preda di chi prospetta di tradurre in agenda culturale, sociale e politica le istanze del combattimento spirituale, senza mediazione alcuna… Ma è una risposta incompleta. Si tratta nel nostro caso di un rapido abbozzo di tendenze storiche, sociali e teologiche che andrebbero sicuramente approfondite.

Quale risposta dare quindi a chi chiede se i personaggi menzionati, spesso molto discussi e lontani dal reale mondo evangelico, siano o meno evangelici?

Direi che è una domanda da rivolgere ai personaggi stessi, ricordando loro profeticamente che il vangelo in cui ci identifichiamo è ben lontano dalle loro pratiche. Paolo ci esorta a non recepire un altro vangelo (Gal 1:8). Con simili atteggiamenti si identificano come evangelici altri…

Di Stefano Molino segnaliamo il suo libro:

Camminare sull’acqua. Una fede solida in un mondo liquido, Edizioni GBU, 2024.

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[1] Stefano Molino insegna Lingua e Cultura francese in un Liceo di Lucca. L’articolo, che è stato integrato da alcune note di Giacomo Carlo Di Gaetano, è il frutto di uno scambio di opinioni tra tutti i collaboratori del DiRS–GBU. Esso non esprime una posizione ufficiale né tanto meno è la voce del GBU, missione interessata piuttosto alla condivisione del Vangelo da studente a studente ma, come nella tradizione del Dipartimento, vuole fornire materiale per continuare a riflettere e misurare la rilevanza del messaggio cristiano all’interno del mondo contemporaneo (duplice ascolto!).

[2]      Ci sono solo due generi: maschio e femmina!

[3] (https://www.lavocedelmeridione.com/2026/01/28/intervento-2/)

[4]      Utile a questo riguardo l’aricolo: https://ift.tt/OPj617K

[5] Non c’è un solo centimetro quadrato della nostra esistenza terrena sul quale Cristo, che è il Sovrano assoluto, non affermi: “è mio”.

L’articolo Sono Evangelici? proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/sono-evangelici/

di Valentina Ferraris, Staff GBU Torino

«18 E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. 19 Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente».

Matteo 28: 18-20. Un passo noto, che racchiude l’ultima esortazione lasciata da Gesù ai suoi discepoli prima di ascendere al cielo. Queste parole, tuttavia, non suonano solo come un invito: c’è di più. Gesù si assicura che gli uomini che avevano vissuto al suo fianco durante quegli ultimi tre intensissimi anni di ministero si adoperino perché ciò che Egli ha iniziato abbia una sua prosecuzione. Il messaggio di Salvezza del Vangelo non poteva rimanere una gelosa acquisizione di un pugno di uomini: era urgente spargerlo tra tutti i popoli

Se ci immedesimiamo per un attimo nei discepoli di Gesù, sentiamo subito la grandiosità ma anche la follia di quel “grande mandato”: ormai rimasti in undici, con il pericolo di incorrere in gravose persecuzioni, avevano il compito di diffondere la luce del Vangelo non solo lì, nella loro terra, ma tra tutti i popoli. Una missione apparentemente impossibile. 

Spesso questo è il sentimento che coglie anche i nostri gruppi GBU. Tutti i giorni siamo immersi nel contesto universitario e riconosciamo il bisogno che i nostri colleghi e docenti hanno di Cristo. Dall’altra parte ci sentiamo come una piccola goccia in un oceano. Siamo così pochi e le anime perdute sono così tante. I nostri gruppi sono formati mediamente da una decina di studenti credenti, ma gli studenti universitari in Italia sono circa 2 milioni. Come possiamo raggiungerli tutti

Questa è una delle domande a cui abbiamo provato a rispondere durante il weekend di Formazione per i coordinatori GBU, che si è tenuto a Rimini dal 26 al 29 settembre 2025. La nostra natura, infatti, ci spinge a desiderare di condividere Gesù con gli studenti che fanno parte della nostra cerchia di amici, perché vogliamo vederli salvati e consacrati a Cristo. Ma che ne è di tutti quegli studenti che non conosciamo e che hanno ugualmente un disperato bisogno di arrendersi al Vangelo? Il mandato di Matteo 28 ci costringe a puntare lo sguardo anche su questa folla di persone, tra le quali potremmo incontrare anime aperte al Vangelo o addirittura altri cristiani con cui collaborare per condividere Gesù da studente a studente. 

Qualche spunto utile per riflettere su questo tema ci viene suggerito proprio da uno di quegli uomini che nel I secolo contribuì alla nascita della Chiesa: Paolo da Tarso. Nel capitolo 19 degli Atti ci viene raccontato che durante il suo soggiorno a Efeso, Paolo ebbe la possibilità di incontrare e discepolare alcuni uomini che avevano creduto nel Vangelo di Gesù, ma non solo. Paolo predicò per due anni presso la scuola di Tiranno – una sorta di università dell’epoca – e l’impatto fu enorme: «Tutti coloro che abitavano nell’Asia, Giudei e Greci, udirono la Parola del Signore» (Atti 19: 10). 

Quali furono i segreti di un simile successo? Come fa notare Michael Green1, Paolo si trovava in una città brulicante di persone, crocevia tra Occidente e Vicino Oriente; scelse di predicare in un luogo pubblico, la scuola di Tiranno, e lo fece continuativamente per due anni; il suo coraggio non venne meno e la potenza di Dio si manifestò attraverso segni straordinari. 

Ecco che allora anche noi abbiamo provato a trarre alcune lezioni importanti per il GBU dalla vicenda di Paolo. Innanzitutto, ci sembra chiaro che è essenziale vivere nel contesto universitario: come Paolo trascorreva le sue giornate alla scuola di Tiranno, anche noi abbiamo necessità di farci conoscere nei nostri atenei per entrare in contatto con il maggior numero di studenti possibile. Questo si può fare a livello individuale o di gruppo frequentando regolarmente i luoghi di ritrovo degli studenti e perché no, magari organizzando proprio noi momenti ricreativi che raccolgano nuove persone e permettano di presentare il GBU: una serata giochi, una passeggiata al parco, un torneo sportivo. 

Conoscere il nostro contesto universitario ci consente anche di offrire servizi a supporto degli studenti: quante matricole spaesate all’inizio dell’anno accademico apprezzerebbero uno studente più esperto che le indirizzi? Quanti studenti avrebbero piacere di trovare una compagnia con cui condividere le gioie e i dolori delle ore passate sui libri in una biblioteca? Quanti studenti desidererebbero imparare meglio l’inglese (o l’italiano) e potrebbero fare uno scambio linguistico con i ragazzi madrelingua dei nostri GBU? Insomma, è prioritario creare nuove relazioni e le strade possono essere tante, cercando di intercettare gli interessi degli studenti.

In Atti 19 è però centrale la predicazione di Paolo, che egli portò avanti per due anni, in un ambiente laico, rivolgendosi proprio a degli studenti. Questo ci invita a muoverci affinché nelle nostre università penetri la proclamazione del Vangelo in vari modi. Si possono prevedere eventi da svolgere pubblicamente nelle sedi universitarie, come conferenze, discussioni su tematiche di attualità, settimane di eventi e conversazioni evangelistiche a tu per tu. Perché non sfruttare anche la Mostra della Bibbia posizionandola in un luogo di passaggio in facoltà? Queste iniziative ci daranno l’opportunità di confrontare il mondo accademico con serietà e consapevolezza, dimostrando che la nostra è una fede che pensa e che offre risposte ai grandi interrogativi del mondo post-moderno. Sì, perché come GBU crediamo che il Vangelo possa avere un impatto potente nella vita degli studenti italiani e per questo desideriamo incontrare i loro bisogni profondi. 

Forse alla luce di queste considerazioni il Grande Mandato di Matteo 28 ci lascia meno spiazzati. Non possiamo negare che sia difficile raggiungere le migliaia di studenti che popolano i nostri atenei e allo stesso tempo non sarebbe onesto non riconoscere la nostra debolezza davanti a Dio. Sempre durante il weekend di Formazione a Rimini, però, abbiamo tanto ragionato su 2 Corinzi 4:7 e abbiamo imparato che anche se noi siamo come semplici vasi di terra, Dio ha posto in noi un tesoro inestimabile. Di questo divennero ben presto consapevoli quegli undici uomini che si trovarono improvvisamente privati del loro Maestro: non passò molto tempo prima che la Potenza di Dio si manifestasse in loro tramite lo Spirito Santo e iniziassero quell’opera di predicazione che avrebbe permesso la straordinaria diffusione del Cristianesimo. Allora non perdiamoci d’animo, anzi, rimbocchiamoci le maniche e raggiungiamo tanti, anzi tutti gli studenti delle nostre università!

1M. Green, I trent’anni che cambiarono il mondo, Edizioni GBU, 2010.