Tempo di lettura: 2 minuti

Forse ti starai chiedendo cosa c’è di così speciale a Revive.
In fondo, cosa può offrirti oltre a un prezzo conveniente e a farti festeggiare Capodanno mentre conosci parecchia gente nuova? Questi erano interrogativi che io stesso mi ponevo prima di partire.

Cibo spirituale

Ricordo grandi tavoli con libri a prezzi ridotti, tanti seminari di buon livello, spazi dedicati per conoscere missioni, una lode ben organizzata, stanze dove volontari sono disposti ad ascoltarti e pregare per te, spazi per lodare e altro ancora, ma voglio spendere qualche parola su ciò che personalmente mi ha più colpito, e inizio a farlo parlando di come abbiamo studiato i primi capitoli del libro degli atti.

Una decisa chiamata all’azione

Con una profondità che mi è impossibile riassumere qui, tramite i vari speaker Dio ancora una volta ci ha ricordato cosa caratterizza i discepoli che agiscono, e soprattutto ci ha ricordato qual’ è il compito che ci è stato dato: agire nel contesto dove Dio ci ha messo, portare il messaggio che Dio ci ha affidato. Una decisa chiamata all’azione, ecco cosa posso raccontare di aver ricevuto dagli studi.

Testimoni del Dio vivente

E un grande incoraggiamento in questa direzione è arrivato anche dai momenti delle testimonianze. Sentire la storia di un ex missionario musulmano che ha subito un tentato omicidio per la sua conversione che, rimanendo convinto del fatto che presto o tardi torneranno a cercarlo, rimane aggrappato alla sua fede servendo fedelmente Dio, e sentire la storia di una donna coraggiosa la quale ha affrontato seri problemi legali perché il governo non ha tollerato le attività religiose, sono state per me un grande richiamo da parte di Dio a smettere di porre le nostre ansie e preoccupazioni di ciò che ci circonda davanti al servizio a cui siamo chiamati.

Per l’Europa… un desiderio comune

Infine, una cosa che porto ancora con me è una concezione della spiritualità in Europa cambiata.
L’ Italia era per me il peggior posto in Europa in termini spirituali, l’erba del vicino era sempre e comunque la più verde. Ma poi ho conosciuto altri coetanei europei, sentito storie mentre stringevo amicizie, e questa opportunità mi ha aperto gli occhi: dovunque viviamo, noi tutti affrontiamo sfide che spesso hanno qualcosa in comune, ed è così che ho realizzato che cosa c’è di speciale in Revive: un desiderio comune.

Per l’Europa… un sogno comune

Noi tutti eravamo lì riuniti perché Dio ci ha fatto realizzare che c’è qualcosa che non va, che l’Europa non è come potrebbe essere, e tutti insieme, con “una sola mente e una sola bocca” ci siamo incontrati per pregare insieme supplicando il nostro Padre celeste per un miracolo, per un risveglio, nel nostro continente e nelle nostre nazioni.

Per l’Europa… preghiamo uniti

E pregare per il miracolo, per il risveglio, è ciò che ci unirà nuovamente questo Capodanno a Karlshure, ed ecco che, se hai a cuore studiare gli eventi degli atti cercandone un’applicazione, e se hai a cuore il desiderio di una trasformazione delle circostanze che ci circondano, dovresti considerare di venire a supplicare Dio in preghiera insieme a noi.

Ci vediamo a Revive.

 

Alessandro Bartoli
(GBU Pisa)

Tempo di lettura: 3 minuti
Decidere di rimanere ad ascoltare

Ricordo molto bene una delle prime plenarie che l’oratrice Connie Main Duarte ha condotto a Revive 2019. Mi ha colpito tanto. L’argomento di cui ha parlato non poteva lasciare indifferente nessuno tra il pubblico. Il passo che ha usato per esprimere il suo tema (Gioele 2:12-13) parlava degli idoli del cuore umano. Subito mi sono resa conto che era necessario rimanere seduta ad ascoltare con il cuore aperto. Non era Connie a chiederlo. Era lo Spirito Santo! Lei era solo lo strumento che Dio stava usando quella sera per arrivare direttamente ai 3000 giovani seduti accanto a me.
La domanda ora era: “Alice, sei disposta ad ascoltare e a fare qualcosa di difficile ma che ti cambierà la vita?”

Una scelta difficile

Ci sono delle cose che vorremmo tenere per noi. Cose con cui non è facile fare i conti ma, in quella sessione, Connie ha raccontato molto della sua storia personale. Lei ha avuto coraggio, non ha avuto paura di esporsi. Ci ha detto di quanto fosse stato facile per lei accettare Gesù come Salvatore in età molto giovane ma di quanto fosse stato difficile comprendere Gesù come il Signore della sua vita. È stata una battaglia contro se stessa. Solo dopo un lungo tempo Gesù ha vinto il suo cuore mentre scopriva che ciò era tutto quello di cui aveva bisogno per liberarsi dagli idoli che la avevano attratta per molto tempo.
Il più grande di questi idoli per lei era lo shopping.

“Houston, abbiamo un problema qui!”

L’idolatria è un problema antico. Ha da sempre caratterizzato la vita dell’uomo. Se solo pensiamo ai passi della Bibbia che raccontano di quanto sia stato facile per il popolo d’Israele essere devoti e pieni di idoli, ci rendiamo conto che quella è una questione attuale e che noi siamo degli orgogliosi arroganti se pensiamo che l’idolatria non ci riguardi. Gli idoli sono tutti intorno a noi. Cercano di tenerci stretti, sono costantemente davanti ai nostri occhi. Nel suo discorso Connie parla del centro commerciale come un tempio dove lei si recava di continuo. Parla della devozione costante, del senso di appagamento e soddisfazione totalizzante che la intrappolava e la costringeva a tornare a offrire il suo culto al dio dello shopping. E noi, siamo poi così diversi da Israele e da Connie? Il nostro tempio magari non sono i negozi ma forse è qualcos’altro che non vogliamo riconoscere come tale!

Riguarda me & te

Connie ci ha sfidato. Ci ha guidati a capire che Dio ci stava chiedendo di guardarci dentro, di smettere di mentire a noi stessi e di rinunciare al nostro idolo. Nello stesso tempo Gesù ci ha preso per mano e ci ha mostrato quanta bellezza c’è dentro di noi e nel mondo intorno a noi se solo riconosciamo i nostri idoli e decidiamo di disfarcene per sempre per seguire Cristo. Se non lo facciamo vivremo con l’illusione che la nostra vita sarà improvvisamente migliore. Non saremo più felici e tutto non sarà più bello. Così mentre gli idoli trattengono ancora il nostro sguardo, essi stringono con un laccio mortale anche il nostro cuore. Ma ciò è proprio il motivo per cui Gesù è venuto a morire.

Ascoltare lo Spirito di Dio è un atto di coraggio

Quando parliamo di rinunciare agli idoli, lo Spirito Santo può essere davvero persistente nel chiederci di farlo. Ma come ci rinuncio concretamente? Bè, voglio dirti che non sarà semplice ma, alla fine di questo percorso di liberazione, vivrai con un cuore totalmente grato e soddisfatto. È un atto di coraggio. Presentati davanti a Dio, chiediti quali sono le cose che stanno catturando maggiormente la tua gioia, la tua attenzione. Dichiara quali sono le cose che ti stanno portando lontano da Gesù. Denaro? Internet? Il successo? La laurea? Una relazione? Dagli un nome. Gli idoli sono solo cose. Le cose hanno potere su di noi solo in relazione al potere che noi diamo loro mettendole al centro della nostra vita. Ora prendi quell’idolo, mettilo ai piedi della croce e giragli le spalle. Lascialo lì per intraprendere una nuova vita insieme a Gesù. Non sei da solo.

Il risveglio è personale

Revive significa risveglio. Da tempo in Italia preghiamo perché questo accada. Tutti abbiamo pensato a un cambiamento e di volerne fare parte. Tutti vogliamo vedere Dio che opera un vero e duraturo risveglio spirituale potente. Gesù è venuto per risvegliarci. Gesù è venuto per liberarci dal laccio mortale degli idoli che soffocano lo Spirito. Gesù è venuto per darci respiro vitale e lo farà se noi, per primi, glielo permettiamo. Se comprendiamo che Gesù è sufficiente a cambiare il nostro cuore, smetteremo di vivere per il nostro idolo e cominceremo a vivere per Cristo, a vedere la bellezza di un risveglio autentico, opera di Dio sovrano che parte proprio da dentro noi. Cosa aspetti? Lascia i tuoi idoli per il solo, grande e unico vero Dio!

<em>Alice Trinari Staff in Formazione a Pisa</em>

 

Alice Trinari
(Staff in Formazione, GBU Pisa)

Tempo di lettura: 2 minuti
Da poche settimane si è conclusa la Festa GBU 2021 (Convegno Studentesco Nazionale).

Anche quest’anno gli studenti GBU di tutta Italia si sono incontrati online, forse un po’ stanchi per l’ennesimo incontro virtuale, ma con la gioia di poter essere, in qualche modo, insieme!

Attraverso la predicazione della Bibbia, i seminari e le interazioni nei gruppetti, ogni studente è stato incoraggiato a vivere la propria fede nell’università, prendendo sempre più consapevolezza del grande mandato che Gesù ci ha affidato.

Qui di seguito le testimonianze di due studenti GBU, alla loro prima Festa:

Giulia Di Fonso, GBU Foggia

Questa è stata la mia prima Festa GBU.

Una predicazione di Francesco Schiano mi ha fatto riflettere sul fatto che oggi viviamo in una società caratterizzata dal costante attivismo. L’uso di dispositivi tecnologici e delle loro applicazioni aumenta l’attenzione di ciascun utente verso se stesso. Questo atteggiamento di “distrazione” azzera il piacere della condivisione e delle interazioni sociali.

Matteo 9:36-38, invece, è un esempio di perfetta empatia e compassione verso gli altri! Gesù, nonostante fosse molto attivo e impegnato, vedeva la folla, ne aveva compassione, ne cercava il contatto.

Mi sono chiesta: “Riesco a vedere la folla? I bisogni della gente? Cosa sto facendo per raggiungere le persone intorno a me?”

Domenico Giannone, GBU Palermo

Mi chiamo Domenico Giannone, faccio parte del gruppo GBU di Palermo da quasi un anno, e quest’anno ho partecipato alla mia prima festa GBU.

Non avevo mai partecipato a un evento così grande soltanto per studenti universitari, e ho trovato tutto molto bello e stimolante per la mia vita cristiana. La Festa è stata organizzata online e sono state svolte numerose attività. Mi sono piaciuti, in particolare, il networking, che permetteva di parlare, in modo casuale, con tanti studenti GBU di tutta Italia, e i seminari che affrontavano numerosi temi. Questi ultimi per me sono stati i momenti più belli della Festa, in cui ho avuto modo di imparare tanto, apprezzando anche il modo in cui concetti venivano spiegati.

Una frase che mi ha colpito particolarmente in un seminario è stata: “La potenza di Dio spinge gli uomini al ravvedimento”.

La mia prima festa GBU mi ha dato tanto, mi ha ricordato di dover essere “sale e luce” per questo mondo e a non avere paura, ma piuttosto ad andare e predicare il vangelo, a fare discepoli di Gesù Cristo. Sono molto contento di aver fatto questa esperienza e di aver partecipato!

Tempo di lettura: 2 minuti
Capire la volontà di Dio per la propria vita sembra essere una delle ossessioni più comuni nella vita dei credenti.

Forse perché siamo affetti da una sorte di sindrome di “Sliding Doors”.
Proprio come nel famoso film degli anni ‘90, con protagonista Gwyneth Paltrow, pensiamo che una scelta sbagliata (nel film si trattava di un evento casuale, ma non è questo il punto) possa cambiare il corso della nostra storia, facendoci perdere le cose migliori della vita.

Eppure la volontà di Dio per noi è chiarissima nella Bibbia. Gesù ci ha chiamati per essere suoi testimoni, alla gloria di Dio. Prima di ascendere al cielo ha detto ai suoi discepoli “Andate e fate miei discepoli”, e i suoi discepoli hanno trasmesso lo stesso mandato a coloro che hanno creduto alla loro predicazione. Fare discepoli di Cristo è la volontà di Dio per ogni persona che crede in lui e lo segue. Questo dovrebbe essere la risposta principale ogni volta che, davanti ad una scelta importante, ci chiediamo cosa fare: “Vai e fai discepoli di Cristo”. Il resto non è altrettanto importante.

“Voi siete il sale della terra…”

Quest’anno alla Festa GBU ci siamo chiesti come adempiere al grande mandato riflettendo su 3 famosi brani dal Vangelo di Matteo (5:13-16, 9:36-38, 28:16-20).
“Voi siete il sale della terra…Voi siete la luce del mondo…” un discepolo di Cristo non può passare inosservato, e rende il luogo in cui si trova migliore. La sua nuova nascita e la presenza dello Spirito Santo nella sua vita lo rendono evidentemente diverso. È di lui che ha bisogno il mondo arido e oscuro nel quale vive.
Allora risplendete! “Affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli”.

“Vedendo le folle, ne ebbe compassione”

Le folle che vivono attorno a noi dovrebbero vedere le nostre buone opere. Cosa dovremmo vedere noi in loro? Gesù vedeva pecore senza pastore, persone stanche e sfinite, vedeva una grande messe, e ciò lo spinse a dire “pregate dunque il Signore della messe che mandi degli operai nella messe”.
La pratica del digiuno (non necessariamente dal cibo, ma forse da internet, dallo smartphone, dalle serie TV), della solitudine e del silenzio potrebbero aiutarci ad essere liberi dalle distrazioni che ci impediscono di vedere le folle che vivono attorno a noi. Questo ci aiuterà a provare la compassione che Gesù prova per loro, e a passare più tempo sulle ginocchia, pregando con una visione più grande dell’opera del Signore.

Allora saremo pronti ad andare, a stare scomodi, a rischiare.

“Alcuni desiderano vivere la loro vita sotto il suono costante del coro di una chiesa. Io voglio aprire un centro di recupero ad un metro dall’inferno” (C.T. Studd).

C’è un grande bisogno di predicare il Vangelo, di insegnare la Parola di Dio. Chi si è dedicato a queste cose ha sempre affrontato sofferenze e persecuzioni, ma “ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dell’età presente” disse Gesù ai suoi discepoli dopo aver affermato che ogni potere gli era stato affidato, in cielo e sulla terra.

Non siamo in un mondo guidato dal caso, nel quale le nostre scelte sbagliate possono rovinarci la vita. Siamo nella messe di Dio, che ha ogni cosa nelle sue mani, e che ci chiede soprattutto una cosa: “andate e fate miei discepoli”. Il resto non è altrettanto importante.

 

Francesco Schiano
(Staff GBU)

Tempo di lettura: 2 minuti

Tempo di lettura: 2 minuti Una Comunione particolare L’esperienza a Revive mi ha lasciato un senso profondo di comunione. Eravamo migliaia di persone da tutta l’Europa, uniti per lo stesso scopo. C’è stata la possibilità di studiare la parola, lodare, pregare e sognare insieme con persone che non conoscevo da prima. Nonostante questo ci siamo subito capiti e connessi. Tutto […]

Tempo di lettura: 9 minuti

Il padre della missione integrale

Lo scorso 27 aprile, all’età di 88 anni, è andato con il Signore uno dei maggiori teologici evangelici sudamericani: René Padilla. Nato in Ecuador, Padilla ha collaborato con diverse organizzazioni missionarie interdenominazionali. È stato, tra le altre cose, per diversi anni un membro dello Staff di IFES ed uno degli ispiratori del Movimento di Losanna. Proprio nel 1974 fece uno famoso discorso nel grande convegno missionario, dove ribadì la centralità nella missione anche dei paesi emergenti del mondo, mostrando come il mondo evangelico, sino a quel momento, era stato sin troppo eurocentrico (il titolo del discorso di Losanna è Evangelism and the World e lo si può leggere in inglese al seguente link: https://ift.tt/3nEx6Ww). Autore di diversi saggi, è stato l’inventore dell’espressione missione integrale. Abbiamo pensato, poiché praticamente nulla è stato tradotto di questo importante esponente dell’evangelismo mondiale, che fosse utile proporre una sua conferenza del 2003.

Ringraziamo El Camino Network per averci concesso il permesso di tradurre il testo che vi proponiamo e che si sofferma proprio sulla missione integrale. Nonostante siano passati diversi anni, riteniamo il concetto ancora perfettamente attuale soprattutto per un’organizzazione che vuole proclamare il Vangelo da “studente a studente”.

(Valerio Bernardi – DiRS GBU)

 

Che cos’è la missione integrale?
(di René Padilla)

Sebbene sia da un po’ diventato di moda usare il termine missione integrale, l’approccio alla missione che esso esprime non è nuovo. La pratica della missione integrale risale a Gesù stesso e alla chiesa cristiana del primo secolo. Inoltre, un numero crescente di chiese sta mettendo in pratica questo stile di missione senza necessariamente usare questa espressione per riferirsi a ciò che stanno facendo: missione integrale non fa parte del loro lessico. È chiaro che la pratica della missione integrale è molto più importante dell’uso di questa nuova espressione per riferirsi ad essa.

L’espressione missione integrale (misin integral) è entrata in uso nella Fraternità Teologica Latino Americana (FTL) circa vent’anni fa. È un tentativo di mettere in evidenza l’importanza di concepire la missione della chiesa in una struttura più biblico–teologica di quella tradizionale, che è stata accettata nei circoli evangelici grazie all’influenza del moderno movimento missionario. Negli ultimi anni l’espressione è stata così ampiamente usata che la traduzione letterale è gradualmente diventata parte del lessico di coloro che stanno premendo per un approccio più olistico alla missione cristiana, anche al di fuori della cerchia evangelica di lingua ispanica.

Che cos’è questo approccio alla missione? In che aspetti si differenzia dall’approccio tradizionale?

L’approccio tradizionale alla missione

Nell’approccio tradizionale, che ha preso forma nel moderno movimento missionario, specialmente dalla fine del diciottesimo secolo, la missione cristiana era concepita principalmente in termini geografici: consisteva nell’attraversare le frontiere geografiche con lo scopo di portare il vangelo dall’Occidente cristiano ai campi di missione del mondo non cristiano (i pagani). In altre parole, parlare di missione significava parlare di missione transculturale.

Lo scopo della missione era salvare anime e piantare chiese, principalmente in paesi stranieri, attraverso la predicazione del vangelo. Gli agenti della missione erano principalmente i missionari, la maggioranza dei quali erano affiliati alle società missionarie, sia denominazionali che interdenominazionali (le missioni di fede). Le qualifiche dei missionari variavano, ma si dava per scontato che il primo requisito (in aggiunta, naturalmente, all’esperienza di conversione a Gesù Cristo) era quello di sentire, generalmente a un livello soggettivo ed individuale, di essere stati chiamati da Dio al campo missionario. Rispondere alla chiamata di Dio alla missione, come nel caso della chiamata al pastorato, era solitamente considerata la chiamata più alta, il massimo impegno che un cristiano potesse fare nel servire Dio. In nessuna maniera si considerava fosse qualcosa che ci si aspettava da tutti i cristiani.

Qual era la responsabilità della chiesa locale in questo modello? Ad eccezione di poche chiese (specialmente tra le Assemblee dei Fratelli) che mandavano missionari senza l’intervento delle società missionarie, il ruolo della chiesa locale era ridotto a fornire il personale e il supporto spirituale e finanziario alla missione. Anche la preparazione e l’addestramento dei missionari era delegato dalle chiese locali a speciali istituzioni.

Si dovrebbe sottolineare, comunque, che con tutte le sue debolezze, questo concetto di missione, caratteristico del moderno movimento missionario ha ispirato (e in molti casi continua ad ispirare) migliaia di missionari transculturali a fare ciò che Abramo ha fatto molti secoli fa: lasciare la propria patria e e la propria famiglia e andare verso la terra che Dio gli mostrava. Sono usciti per diffondere la buona notizia della salvezza in Gesù Cristo, e quindi hanno scritto alcune delle pagine più commoventi della storia della chiesa. Grazie all’opera di questi missionari tradizionali, veri eroi della fede, molti dei quali hanno dato le proprie vite per il bene di Gesù Cristo, oggi la chiesa è un movimento diffuso in tutto il mondo con comunità in pratica in ogni nazione della terra. Lode a Dio!

Dall’altro lato, bisogna riconoscere che l’identificazione della missione della chiesa con la missione transculturale ha avuto come risultato almeno quattro dicotomie che hanno avuto un effetto negativo sulla chiesa.

  1. La dicotomia tra le chiese che mandano i missionari (generalmente collocate nell’Occidente cristiano) e le chiese che ricevono i missionari (quasi esclusivamente nel cosiddetto mondo in via di sviluppo: Asia, Africa e America Latina). Questo modello sta cambiando, grazie al crescente numero di missionari inviati da paesi al di fuori dell’Occidente (o dalla periferia dell’Occidente, nel caso dell’America Latina). Si deve riconoscere, comunque, che sino a poco tempo fa la missione (transculturale) era portata avanti dai quartier generali in Europa (per esempio, Inghilterra, Scozia, Germania, Svizzera, Paesi Bassi, Svezia, Norvegia) o negli Stati Uniti, Australia o Nuova Zelanda. Il movimento missionario transculturale con quartieri generali in Asia, Africa o America Latina è relativamente nuovo.
  2. La dicotomia tra casa, collocata in qualche paese dell’Occidente cristiano e il campo missionario, collocato in qualche paese pagano. Non è sorprendente che la maggioranza dei missionari in carriera (alcuni con diversi anni di servizio) decidessero di ritirarsi nella propria madrepatria.
  3. La dicotomia tra missionari, chiamati da Dio a servirlo e i comuni cristiani ordinari, che potevano godere dei benefici della salvezza ma erano esentati dal condividere ciò che Dio voleva fare nel mondo. Oserei suggerire che la dicotomia tra clero (inclusi i missionari e i pastori) e i laici è alla base dal problema delle masse di cristiani domenicali che frequentano le chiese evangeliche.
  4. La dicotomia tra la vita e la missione della chiesa. Se, per far sì che una chiesa fosse una chiesa missione, era sufficiente inviare e sostenere qualcuno dei suoi membri che servivano nelle missioni all’estero era allora possibile che una chiesa non avesse influenza significativa o impatto nel suo proprio ambiente: la vita della chiesa era portata avanti nei locali (a casa); la missione aveva luogo in un paese straniero (il campo di missione).

Tutte queste dicotomie erano il risultato della riduzione della missione agli sforzi missionari transculturali. Di conseguenza, la missione veniva ridotta principalmente al compito di evangelizzazione portato avanti dai missionari inviati dai paesi cristiani in campi missionari nel mondo; pertanto la responsabilità missionaria dell’intera chiesa era adempiuta dai rappresentanti o in maniera vicaria, per dirlo senza mezzi termini.

La missione integrale, un nuovo paradigma

Dalla prospettiva della missione integrale la missione transculturale è ben lontana dall’esaurire la significatività della missione della chiesa. La missione potrebbe o non potrebbe includere un attraversamento delle frontiere geografiche, ma in ogni caso significa primariamente un attraversamento della frontiera tra fede e non fede, sia nel proprio paese di appartenenza (a casa) sia in un paese straniero (nel campo missionario), secondo la testimonianza di Gesù Cristo come Signore di tutta la vita e di tutta la creazione. Ogni generazione di cristiani in ogni luogo riceve la potenza dello Spirito che rende possibile la testimonianza del vangelo a Gerusalemme in tutta la Giudea e la Samaria, sino alle estremità della terra (Atti 1:8). In altre parole, ogni chiesa, dovunque si trovi, è chiamata a condividere la missione di Dio che è locale, regionale e mondiale nel proprio scopo, iniziando da Gerusalemme. Per attraversare la frontiera tra fede e non fede non è indispensabile attraversare i confini geografici; il fattore geografico è secondario. L’impegno alla missione è la vera essenza dell’essere chiesa; perciò la chiesa che non è impegnata nella missione di testimoniare di Gesù Cristo e quindi di attraversare la frontiera tra fede e non fede non è più una chiesa, ma diventa un circolo religioso; semplicemente un gruppo di amici, o un’agenzia di assistenza sociale.

Quando la chiesa si impegna nella missione integrale e comunica il vangelo attraverso ogni cosa che è, fa e dice, comprende che il suo scopo non è diventare grande da un punto di vista numerico né di essere ricca materialmente né di essere potente politicamente. Il suo scopo è incarnare i valori del Regno di Dio e testimoniare l’amore e la giustizia rivelata in Gesù Cristo, mediante la potenza dello Spirito, per la trasformazione della vita in tutte le sue dimensioni, sia a livello individuale sia a livello comunitario.

La realizzazione di questo scopo presuppone che tutti i membri della chiesa, senza eccezione, per lo stesso fatto di essere diventati una parte del Corpo di Cristo, ricevano i doni e i ministeri per l’esercizio del proprio sacerdozio a cui sono stati ordinati nel loro battesimo. La missione non è responsabilità e privilegio di un piccolo gruppo di fedeli che si sente chiamato al campo missionario (di solito in un paese straniero), ma da tutti i membri, dal momento che tutti sono membri del reale sacerdozio e come tali sono stati chiamati da Dio a proclamare le sue lodi in quanto chiamati dalle tenebre alla sua meravigliosa luce (1 Pt 2:9), dovunque si possa essere. Come Brian McLaren giustamente afferma:

«Per Cristo, i suoi chiamati (che è ciò che il termine Greco chiesa significa realmente) saranno anche i suoi inviati (o missionari) … In questa linea di pensiero sulla chiesa non dobbiamo reclutare gente per essere clienti dei nostri prodotti o consumatori dei nostri programmi religiosi; li reclutiamo per essere colleghi nella nostra missione. La chiesa non esiste per soddisfare i bisogni da consumatori dei credenti; la chiesa esiste per equipaggiare e mobilitare uomini e donne per la missione di Dio nel mondo».

Secondo questa visione, allora, qual è il ruolo della chiesa locale nella missione? Abbiamo già formulato la risposta nelle parole di McLaren: attrezzare e mobilitare uomini e donne per la missione di Dio nel mondo, non esclusivamente nella costruzione di edifici di culto, che potrebbero o non potrebbero esserci, ma in tutti i campi della vita umana: a casa, nel mondo degli affari, nell’ospedale, nell’università, in ufficio, nell’officina…in conclusione, dovunque, dal momento che non vi è posto che non sia nell’orbita della signoria di Cristo.

Compreso in questi termini questo rinnovato paradigma per la missione non è così nuovo ma è piuttosto il ripristino del concetto biblico di missione dal momento che, in realtà, la missione è fedele all’insegnamento della Scrittura nella misura in cui è collocato al servizio del Regno di Dio e della sua giustizia. Di conseguenza, è focalizzato sull’attraversare la frontiera tra fede e non fede, non soltanto in termini geografici, ma anche in termini culturali, etnici, sociali, economici e politici, per lo scopo di trasformare la vita in tutte le sue dimensioni, secondo il piano di Dio, cosicché tutte le persone e comunità umane possano avere l’esperienza della vita abbondante che Cristo offre. Pertanto la missione integrale risolve le dicotomie summenzionate nella seguente maniera.

  1. Almeno in principio, tutte le chiese mandano e tutte le chiese ricevono. In altre parole, tutte le chiese hanno qualcosa da insegnare e qualcosa da imparare dalle altre chiese. La strada della missione non è una via a senso unico dai paesi cristiani ai paesi pagani; è una strada a due sensi. Un buon esempio si vede oggi nel movimento missionario che proviene dai paesi del Sud del mondo, che sta inviando un crescente numero di missionari interculturali anche nei paesi del Nord del mondo.
  2. Tutto il mondo è un campo di missione e ogni bisogno umano è un’opportunità per il servizio missionario. La chiesa locale è chiamata a dimostrare la realtà del Regno di Dio tra i regni di questo mondo, non soltanto attraverso ciò che dice ma anche attraverso ciò che è e ciò che fa, in risposta ai bisogni umani in tutti gli aspetti. Francesco d’Assisi aveva ragione quando, dopo aver inviato i suoi seguaci a proclamare il vangelo, li esortava a proclamarlo con ogni mezzo a propria disposizione, e affermando che, se fosse stato realmente necessario, avrebbero usato le parole. La proclamazione del vangelo include ogni cosa che facciamo mossi dallo Spirito di Gesù che, quando vide le folle, ebbe compassione di loro, perché erano tormentate e senza aiuto, come un gregge senza pastore (Mt 9:36).
  3. Ogni cristiano è chiamato a seguire Gesù Cristo e ad impegnarsi per la missione di Dio nel mondo. I benefici della salvezza sono inseparabili da uno stile di vita missionario, e questo implica, tra le altre cose, la pratica del sacerdozio universale dei credenti in tutte le sfere della vita umana, secondo i doni e i ministeri che lo spirito di Dio ha liberamente conferito alla sua gente. È responsabilità dei pastori e degli insegnanti preparare il popolo di Dio per il lavoro del servizio [diakonia], in modo che tale corpo di Cristo possa essere incrementato (Ef 4:12)
  4. La vita cristiana in tutte le sue dimensioni, sia nell’aspetto individuale sia a livello comunitario, è la testimonianza primaria alla signoria universale di Gesù Cristo e alla potenza trasformatrice dello Spirito Santo. La missione è molto più che parole; implica la qualità della vita che si dimostra nell’esistenza che ripristina lo scopo originale di Dio per la relazione della persona umana con il suo creatore, con il suo prossimo e con tutta la creazione.

In conclusione, la missione integrale è il mezzo disegnato da Dio per portare, all’interno della storia, il suo scopo di amore e giustizia rivelata in Gesù Cristo, mediante la chiesa e nella potenza dello Spirito.

L’articolo Rene Padilla (1932-1927) Padre della missione integrale proviene da DiRS GBU.
source https://dirs.gbu.it/rene-padilla-1932-1927-padre-della-missione-integrale/

Tempo di lettura: 2 minuti

A Revive le plenarie sono tenute in inglese, ma non ti preoccupare! C’è la possibilità di ascoltare la traduzione simultanea. Se vorresti aiutare con la traduzione o se sei curioso di sapere chi ti sussurra nelle orecchie, ti racconto semplicemente cosa serve e cosa succede nelle cabine di traduzione.

Una buona conoscenza di entrambe le lingue

Io, per esempio sono madrelingua inglese, ma proprio per questo non sono l’interprete ideale! Servono persone che parlano italiano come prima lingua e che se la cavano molto bene con l’inglese – anche in accenti diversi! Se questo sei tu, facci un pensierino!

La Bibbia in italiano

È difficile tradurre al volo brani citati dal palco, ci si può aiutare con il testo. Può sembrare scontato, ma spesso andando ai convegni all’estero si preferisce il powerbank alla Bibbia per poter chiudere la valigia! È vero che le app che abbiamo a disposizione sono fantastiche, ma è sempre meglio avere la Bibbia cartacea per evitare inconvenienti o problemi tecnici.

Gli appunti

Ai traduttori solitamente arriva una scaletta della plenaria e alcuni appunti da parte degli oratori e MC in anticipo, quindi sì, ci sono spoiler! Ma così chi farà la traduzione si può preparare, magari cercando alcuni termini chiave nel dizionario o segnandosi alcuni falsi amici; senza appunti anche ai migliori può capitare di tradurre “pretend” con “pretendere”, creando un po’ di confusione.

Must have

Cioccolatini. E una tazza piena di caffè o tè. Tradurre richiede energie e zuccheri! Ma pensa anche ai pocket coffee da regalare alle altre cabine, è un ottimo modo di fare amicizia con gli altri interpreti.
Un amico. Di solito nella cabina di traduzione si sta in due. È un lavoro intenso, ma farlo in compagnia e dividere i pezzi aiuta tanto. Può anche diventare molto divertente! A Revive 2019 io e il mio compagno di traduzione ci siamo divertiti un sacco a “doppiare” una scenetta con due ruoli.

In tutto ciò ci vuole tanta voglia di rendere Revive l’esperienza più bella possibile per gli altri. Per chi ha la possibilità, è una vera gioia aiutare i partecipanti a seguire gli interventi e a trarne beneficio.

 

   Aoife Beville laureata GBU

Tempo di lettura: 2 minuti

Marzo è arrivato e per molti di noi sembra di vivere in un film già visto e rivisto, una specie di loop temporale dal quale non si riesce a uscire. Un anno fa tanti nel nostro paese erano impauriti, scettici, terrorizzati, senza speranza. Ma non avremmo mai detto che dopo un anno, tanti di questi sentimenti sarebbero ancora nei nostri cuori e nelle nostre menti. Il fatto è che, nonostante il tempo sia passato, per molti la situazione sembra non essere cambiata.
Gli studenti sono ancora in didattica a distanza e ormai di atenei se ne vedono solo quelli online, con qualche eccezione qua e là. Il brivido di varcare la porta dell’aula universitaria per la prima volta per molti è saltato, ancora per un altro semestre. Per altri invece, l’esperienza della discussione di laurea in remoto diventerà un ricordo dal sapore agrodolce, da raccontare in futuro.

Anche la vita quotidiana dei Gruppi Biblici Universitari è ormai cambiata. Incontri di studio biblico online, mille messaggi nelle chat, promozione sui social ed eventi online sono diventati all’ordine del giorno. Ma non lasciamoci ingannare. L’essenza rimane. Quel desiderio di condividere Gesù con i propri amici, l’impegno nella testimonianza del vangelo e la fratellanza che spinge alla crescita della propria fede e della fede degli altri è lì, per chiunque lo voglia vedere.

In tempi come questi, dove le sfide alla nostra fede si accumulano, ci stringiamo alla Parola e alla speranza che possiamo trovare solo in Gesù. È Lui che ci ha garantito che sarebbe rimasto insieme a noi fino alla fine, con o senza pandemia. Il mio invito per voi è quello di andare a leggere le notizie dei diversi gruppi. Vedrete che più che lamentele o ‘toni sconfitti’ ci sono tanti motivi di gioia e di speranza. Ci sono notizie di gruppi grandi e consolidati ma anche il racconto delle sfide di piccoli gruppi nati da poco, che raccontano con entusiasmo ogni piccola vittoria. Ci sono tanti motivi di lode. E ci sono richieste di preghiera, perché gli studenti ormai hanno capito che nella loro vita di fede non potranno andare molto oltre senza la preghiera e l’intercessione dei loro fratelli e sorelle.

Cos’è cambiato allora dall’ultimo notiziario? Se guardiamo alle circostanze, non molto. Ma se guardiamo a Colui che opera ogni opera buona in noi, che agisce quando nessuno lo può fare e che cambia la vita di studenti ogni giorno, allora c’è tanto da vedere. Vi invito allora a leggere le notizie, a lodare il Signore per la sua opera e a pregare per i gruppi, con la certezza che Gesù non si è fermato nel tempo, ma è all’opera e rende nuova ogni cosa.

 

Carol Rocha
(staff GBU)

Tempo di lettura: < 1 minuto

Tempo di lettura: < 1 minuto

Tempo di lettura: 2 minuti

Da Scarperia al Centro d’Europa

Salve a tutti, sono Lorenzo Federico Primo Berti, abito a Scarperia un paese vicino Firenze e studio all’UniFI. Tramite questo Articolo desidero condividere con voi le impressioni che ho avuto la gioia di vivere a Revive Europe 2019-2020.

Sentii parlare di questo evento da parte di alcuni amici cristiani a Firenze. Subito dopo qualche commento e descrizione mi entusiasmai talmente tanto che non attesi un minuto in più per iscrivermi al raduno studentesco.
Ero certo molto emozionato, ed un po’ impaurito dalla immane fiumana di giovani sconosciuti quando raggiunsi, tramite l’aereo e poi un passaggio in macchina, l’immenso Ex-Hangar (Messe) adibito a fiere e convegni di Karlsruhe in Germania. Ma lo spaesamento non si protrasse per molto, infatti nella hall fui subito accolto da molti amici e fratelli Italiani.

Una miniera d’oro…

È inutile dire che il Convegno è stato una miniera d’oro in quanto ad emozioni, incontri, nuove amicizie e scoperte.
Vi devo confessare che la prima sera, avvicinandomi al palco per l’inizio dell’evento, ho avuto, come molti altri mi hanno confermato, l’indimenticabile sensazione di essere presente nella Sala del Trono di Dio e assieme a tutti i miei fratelli, alla presenza dell’Agnello nella sua Gloria, Unico!

Il mio spirito e la mia anima sono rimaste tremendamente e profondamente colpite nel momento in cui, durante la lode, ho avuto il coraggio di girarmi e vedere quel “mare” di 3000 giovani Europei che lodavano il Salvatore in Spirito e Verità senza doversi vergognare, impiegando letteralmente tutta la loro voce.

Un tesoro trovato…

Questo è un tesoro che mi sono preziosamente portato a casa: essere cosciente della grande quantità di giovani testimoni, sparsi in tutto il continente Europeo che insieme a me, ogni singolo giorno sperano in un risveglio spirituale e che, impiegandosi per esso, con audacia (Boldness) proclamano il Vangelo della libertà.
Come ho accennato Revive è stato, e lo sarà di nuovo, un incredibile luogo di incontro e dialogo per molti giovani cristiani Europei… e non solo! Grazie alla conferenza ora conosco e sono in contatto con fratelli che abitano in Germania, in Svizzera, in Danimarca, sulle fredde Isole Faroe e persino in altri continenti!

È anche per voi!

Non posso che consigliarvi questa esperienza unica ed indimenticabile!
Se siete cristiani la considererete ”manna dal cielo”, se invece volete esplorare il Cristianesimo è un’ottima rampa di lancio, fidatevi di me!

In conclusione sono due i bagagli che mi hanno accompagnato lasciando Revive Europe:

  • Non sono l’unico, in quest’Europa secolare, a VIVERE e TESTIMONIARE per Cristo.
  • È lo SPIRITO che VIVE in noi e NON la nostra audacia, la fonte e la speranza della vittoria sulle tenebre.


Lorenzo Berti

 

Lorenzo è studente di storia e fa parte del GBU di Firenze.