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I
tempi che stiamo vivendo (in piena pandemia per il coronavirus), come era
facile immaginare, ma anche auspicabile, stanno spingendo gli uomini a dare
fondo a tutte le risorse per contrastare la pandemia. Gli stati elaborano
misure di profilassi sanitaria estrema (lockdown), con il correlato di misure
economiche; la comunità scientifica è impegnata in una corsa contro il tempo
per trovare la cura e un vaccino; i media tentano una copertura totale del
fenomeno, etc.
La dimensione religiosa dell’essere umano non poteva mancare ed è probabile,
così come nel passato che, tramite le grandi fedi mondiali, giocherà un ruolo
sempre più rilevante nello sviluppo di questo straordinario e drammatico
momento storico.
L’appello di Francesco (capo – non tanto indiscusso – della Chiesa di Roma) ai
cristiani di qualsiasi confessione, e orientmento a rivolgere al cielo tutti
insieme una preghiera, la preghiera (il Padre Nostro), è solo uno dei tasselli di
una vicenda che è destinata a ingrossarsi.
A questa iniziativa dall’afflato inclusivo fanno da contraltare, c’era da aspettarselo,
le pratiche esclusivistiche di tutti. Lo stesso Papa ne ha dato prova con l’indizione
dell’indulgenza plenaria. Dall’altro lato altre confessioni e denominazioni (e
qui mi avvicino al focus di queste note), non sono state da meno e hanno messo
in campo iniziative speculari sia inclusiviste (appelli alla preghiera e all’unità)
sia esclusiviste.

Non poteva mancare, in questo quadro, anche la polemica religiosa e
identitaria, soprattutto da parte evangelica, contro “l’idolatria” della Chiesa
di Roma. Non ho ancora notizia di qualche prelato o intellettuale cattolico che
punti il dito per questo “giudizio divino” contro i soliti mali della modernità,
alla base dei quali ci sarebbe la Riforma protestante (ricordate il famoso
discorso di Ratisbona di Benddetto XVI?).
Veniamo dunque al nostro tema: che cos’è l’approccio “identitario” al
cattolicesimo
(AIC)?
Si tratta di una prospettiva interna all’evangelismo italiano che si tenta di
esportare a livello globale, come è testimoniato dalle polemiche e dalle
schermaglie che suscita in organismi evangelici internazionali.

1. Qual è il focus di questo approccio?
Per spiegarlo, è utile una piccola digressione. Quando un bibliotecario deve
identificare il soggetto di un libro parla, usando un termine inglese, di aboutness
(ciò di cui il libro veramente parla). L’identificazione di un soggetto infatti
è un’operazione complessa che deve tener conto di diverse variabili tra le
quali spicca l’ambiguità del titolo: spesso infatti non corrisponde al soggetto
che il libro svilupperà ma risponde a esigenze di mercato o di indicizzazione.

Quando
gli evangelici dicono di volersi occupare di cattolicesimo, si stanno veramente
occupando di cattolicesimo? Ne fanno veramente un oggetto di studio che richiede
l’adozione di tecniche di interpretazione identificabili e tendenti
all’oggettività? Ogni studio “scientificamente” accurato ha poi il suo risvolto
pratico e appplicativo. A questa logica non sfugge neanche lo studio del
cattolicesimo. Perché si studia il cattolicesimo? Le risposte potrebbero essere
tante.
Chi scrive ritiene, per esempio, che l’unica ragione che dovrebbe spingere un
evangelico a fare del cattolicesimo un oggetto di studio sia il vangelo, inteso
nel più radicale dei significati (la buona notizia di Dio che è venuto sulla
terra per compiere un’opera di salvezza nei confronti di donne e uomini di
tutti i tempi). Ma questa ragione, le esigenze del vangelo, da sola, sarebbe
sufficiente a fare un oggetto di studio anche dell’evangelismo, e del
protestantesimo!
L’AIC afferma di occuparsi di cattolicesimo (e nauralmente questo è in parte vero
– c’è sempre una relazione tra il titolo di un libro e il suo contenuto) ma di
fatto, anzi de jure, il suo focus è “l’approccio evangelico al
cattolicesimo” (AIC). Questo è il “soggetto” di AIC (l’aboutness). Il
succo è: studiamo il cattolicesimo per comprendere il modo in cui interagiamo
con esso. Se c’è qualcosa che non va in questo approccio, allora lavoriamo su
noi stessi. Da qui il presupposto “identitario” di questo approccio: approccio identitario
al cattolicesimo (AIC). Uno dei grandi presupposti è che lo scopo, neanche
tanto velato, del cattolicesimo sarebbe quello di portare tutti gli evangelici
sotto Roma!

Chris Castaldo, pastore americano legato alla Gospel Coalition, lascia
trapelare questa curvatura dell’approccio al cattolicesimo quando afferma, in
un libro del 2015 dal titolo Talking with Catholics about the Gospel. A
Guide for Evangelicals
: “non
è abbastanza comprendere semplicemente che cosa sono i cattolici. Dobbiamo
anche fermarci un attimo e considerare l’approccio (attitude) e la
postura con i quali ci relazioniamo a essi” (p. 41).

Castaldo
esplicita questo passaggio rendendosi subito conto che non esiste UN approccio
evangelico al cattolicesimo ma ne esistono molteplici, tanto da riportare una
tassonomia di ben sette. Nel proseguire la sua indagine Castaldo adotta un
metodo descrittivo di questi approcci per poi fare la sua proposta, che è una
proposta classica: quali sono i punti di convergenza e quelli di differenza tra
evangelici e cattolici?

L’approccio identitario al cattolicesimo (AIC), dal momento che “de jure
è interessato, sotto il titolo di “studio del cattolicesimo”, alle nostre
reazioni al cattolicesimo non si limita alla descrizione di queste reazioni ma diviene
prescrittivo. Nel senso che tenta di correggere quelli che ritiene approcci
sbagliati e per tale motivo legge e studia il cattolicesimo per motivare la
prescrizione.

2. La semplificazione identitaria
L’approccio “identitario” al cattolicesimo (AIC) impegna dunque le maggiori risorse nell’analisi e nella valutazione degli atteggiamenti e delle posture evangeliche verso il cattolicesimo. Da qui deriva che la rappresentazione del cattolicesimo ricorrere al metodo della semplificazione di una realtà complessa. Questa semplificazione può avvenire in diversi modi. Alcuni sono raffinati: per esempio il cattolicesimo, che ha dimensioni storiche, sociali, teologiche, istituzionali, di spiritualità, viene ritenuto un sistema coerente, espressione a sua volta di uno o due pochi principi di fondo. In qualsiasi sistema (limitiamoci qui solo al versante teologico) possono esserci elementi portanti. È indubbiamente un asse portante del pensiero “ufficiale” del cattolicesimo quello già ben focalizzato da Vittorio Subilia, vale a dire che nel credo della Chiesa di Roma la “chiesa” non sia altro che la prosecuzione dell’incarnazione di Gesù. Ma quanto un tale asse riesca ad aggregare del pensiero e della prassi del cattolicesimo è da dimostrare. Così come è da dimostrare un altro principio che secondo i teorici dell’AIC ricapitola in sé tutta la complessità del cattolicesimo: mi riferisco a un punto del pensiero di  Tommaso d’Aquino relativo alla relazione tra natura e grazia (la grazia perfeziona la natura, detto così in soldoni). Questo principio, per esempio, secondo AIC condizionerebbe la soteriologia cattolica.

Nel caso
di quest’ultimo principio ci troviamo di fronte a un’altra strategia di
semplificazione tipica di AIC, vale a dire la riduzione di elementi della
storia del pensiero a elementi sub specie aeternitatis, cioè non più
elementi che devono essere compresi nel loro contesto storico ed eventualmente
nella loro evoluzione sempre storica (ce lo insegna l’ermeneutica) ma come
chiavi interpretative globali dalla tonalità molto spesso negativa (oltre a natura/grazia,
possiamo pensare a termini quali “umanesimo”, sinergismo, pelagianesimo, etc.).

Ci
sono poi le strategie più terra terra che AIC in qualche modo sdogana,
propaganda e anche legittima, vale a dire l’armamentario tipico della
controversia del XVI secolo. Ray Galea, nel suo libretto A mani vuote.
Cattolici ed evangelici di fronte al messaggio della salvezza
(GBU, 2010),
sulla base della sua esperienza da ex sacerdote cattolico mette per esempio in
guardia sulla famosa retorica secondo la quale il cattolicesimo predicherebbe
una salvezza per SOLE opere: “A volte protestanti poco formati accusano il Cattolicesimo di
insegnare la «salvezza per opere» in opposizione alla concezione pro­testante
di «salvezza per fede». Quest’accusa non è esatta. Il Cattolicesi­mo insegna la
salvezza per fede più le opere…” (p. 61).

Il
risvolto complementare dell’impegno di AIC è che gli approcci evangelici al
cattalicesimo possano essere corretti se il cattolicesimo (ridotto a sistema) fosse
affrontato dagli evagelici sistemicamen. L’idea di uno studio sistemico (“sistemico”
è diverso da “sistematico”) di una realtà religiosa complessa o di una realtà
complessa dalle fattezze religiose ha un suo preciso pedigree storico che
affonda le sue radici nel neocalvinismo olandese della fine dell’800.
L’AIC, in buona sostanza, quando parla di cattolicesimo, si rivolge a noi e ci
chiede di adottare un sistema da cpontrapporre a un altro sistema. Detto in
parole povere: bisoga essere più protestanti di quelo che siamo. Questa è la
semplificazione identitaria: a identità si contrappone identità.

3. L’AIC è funzionale al relativismo
Qualche anno fa fece scalpore la visita di Papa Francesco alla comunità pentecostale del suo amico, il pastore Giovanni Traettino. In quella circostanza Francesco fece un discorso di tipo ecumenico, come sempre accade in questi casi, e non c’è da stupirsi. La particolarità fu che prese in prestito alcuni concetti e soprattutto l’immagine del prisma del teologo luterano Oscar Culmann. In sintesi: il discorso ecumenico non deve appoggiarsi su Giovanni 17 (la preghiera di Gesù per l’unità dei cristiani) ma su 1 Corinzi 12 (il discorso di Paolo sull’unico corpo di Cristo) che ha tante membra diverse. Le tradizioni teologiche (e qui semplifichiamo), incluso cattolici e protestanti, sono carismi dello Spirito, rifrazioni misericordiose dell’unico raggio della rivelazione che si rifange in tanti colori diversi. La chiamata di tutti i cristiani è quella di coltivare ognuno la peculiarità e l’identità del carisma ricevuto. Se sei un protesante (questo lo aggiungo io) non è necessario pensare ce tu divenga cattolico (e viceversa): sii più protestante!
Questo suggestivo sforzo ecumenico sembra implicare dunque la coltivazione delle proprie identità, se considerate alla luce del diversità dei doni e delle membra.

Tutti
sanno, però, anche, che questa è la porta d’ingresso e la strada maestra del
relativismo, nonché una straordinaria risposta ecumenica, di base, da rivolgere
alla testimonianza del vangelo che possiamo renderci reciprocamente
(protestanti e cattolici). Perché prendere in carico la peculiarità delle
visioni evangeliche su Maria, così come affondano nel testo biblico, quando in
realtà questa peculiarità è il portato precipuo del dono e del fascio di luce
che le tradizioni protestanti hanno ricevuto?
La risposta alla poemica anti–cattolica, all’AIC, potrebbe essere un clamoroso
gesto di affetto da parte di un interlocutore cattolico! Che bello, sii più
protestante!

L’AIC
diviene in tal modo un ostacolo alla testimonianza da rendere al vangelo.

4. L’AIC ritiene insufficiente lo spazio indipendente del vangelo

È
noto che nella controversia tra cattolici ed evangelici spesso si è fatto
ricorso a modelli intepretativi che giustificassero una situazione che il Nuovo
Testamento non lascia presagire (questo è un altro schema di lavoro). Il modello
forse più famoso è di assimilare la tradizione cattolica al farisaismo e quelle
protestanti alla predicazione di Paolo. Dopo ondate di rinnovamento degli studi
biblici, l’affinamento di strumenti interpretativi, il campo si è un po’
confuso.
Nella lettura reciproca che ci facciamo (noi leggiamo e studiamo il
cattolicesimo, ma avviene anche il contrario!) appare necessario allora cercare
un punto indipendente, che non significa “neutrale”. Questo sarebbe un modo,
nel nostro interagire con amici e fratelli cattolici di rinunciare alla nostra
tradizione per favorire la strada al vangelo.

Ci proviamo: nel capitolo 4 del Vangelo di Giovanni troviamo
il famoso dialogo di Gesù con la donna samaritana, nei pressi di un pozzo. La
donna, aldilà della sua condizione personale, esprime una preoccupazione che
affonda le sue radici nella coscienza identitaria di quei tempi: dove bisogna
adorare? Là dove punta la tradizione samaritana (su questo monte – dice la
donna) o al contrario dove punta la tradizione dei Giudei (a Gerusalemme?).
Conosciamo la risposta di Gesù che chiede a tutti i partiti in campo di non fare
più riferimento a se stessi ma a qualcos’altro (Gesù le disse: «Donna, credimi; l’ora viene che né su questo monte né a
Gerusalemme adorerete il Padre. … Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri
adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; poiché il Padre cerca tali
adoratori. Dio è Spirito; e quelli che l’adorano, bisogna che l’adorino in
spirito e verità»
– Giovanni
4:21sg.).

Nello studio del cattolicesimo non dobbiamo studiare i nostri approcci al cattolicesimo ma i nostri approcci al vangelo!
E in questa zona indipendente, che è il vangelo, dobbiamo uscire dalle nostre tradizioni.

Siamo
partiti in questa lunga disamina dell’approccio identitario al cattolicesimo (AIC)
dalle condizioni che stiamo vivendo, dalla pandemia che sta imperversando fuori
dalle nostre case (e non troppo) e abbiamo evidenziato l’impegno sempre più
marcato delle religioni che tentano di dare all’uomo speranza e risposte.
Abbiamo evidenziato sia i contributi inclusivi sia quelli esclusivistici e
polemici, e da qui siamo partiti per l’analisi dell’AIC. Nel leggere alcuni di
questi contributi dell’AIC mi sono ricordato di un vecchio libro evangelico sul
cattlicesimo: La chiesa romana allo specchio (1971), scritto da un
autore francese, Jacques Blocher. L’autore racconta nella Prefazione di
aver scritto questo libro che analizza le dottrine della Chiesa di Roma all’indomani
di un’esperienza molto forte, simile a quella che stiamo vivendo noi oggi – i
campi di concentramento nazisti – un’esperienza vissuta insieme a sacerdoti
cattolici. Per la conclusione lascio volentieri a lui la parola.

“Quest’opera sulla Chiesa Romana [il libro], è stata scritta con un grande zelo
per la verità e senz’alcuna cattiveria. L’autore, durante l’ultima guerra
mondiale, trovandosi in campo di concentramento, ha avuto occasione d’aver per
camerati dei sacerdoti cattolici, molti dei quali gli son restati intimi amici.
Essi hanno scoperto assieme che il loro culto spirituale era diretto e
rivolto allo stesso Dio e al medesimo Salvatore, Gesù Cristo, nato dalla
Vergine Maria. Nelle loro conversazioni, hanno compreso quello che li univa ed
anche ciò che li separava. È questa esperienza di comunione fraterna che ha
spinto l’autore
a fare un esame sistematico delle dottrine e delle
pratiche cattoliche dalla luce della Rivelazione Biblica e della Storia
.
Questo chiaro esame è esposto in modo molto sereno e lautore spera di non
ferire alcuno, anzi è particolarmente lieto di vedere finalmente quest’opera
tradotta in italiano, poiché egli ama grandemente l’Italia ed i cuoi cittadini”
(Jacques Blocher).

(Giacomo Carlo Di Gaetano)

L’articolo Perché l’approccio “identitario” al cattolicesimo (AIC) nuoce al vangelo? proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/perche-lapproccio-identitario-al-cattolicesimo-aic-nuoce-al-vangelo/

Lutero e l'epidemia
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Lutero e l'epidemia: La fede ai tempi del coronavirus

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C.S. Lewis nelle sue conferenze sulla sofferenza (The problem of pain – 1940; tr. it. Il problema della sofferenza – 1988) affermò che la sofferenza potrebbe essere considerata come una sorta di megafono con cui Dio cerca di parlare e a un mondo sordo ai suoi richiami.

Il regista Richard Attenborough, trasponendo cinematograficamente in Shadowlands (Viaggio in Inghilterra, 1983) un altro scritto dell’apologeta inglese Diario di un dolore (tr. it. 1990) in cui questi raccoglieva il suo calvario interiore per la morte della moglie Joy, metteva giustamente in contrapposizione la fulgida certezza della metafora riportata sopra con lo sconforto provato dallo scrittore dopo che quel megafono gli aveva strillato nelle orecchie, privandolo della moglie.

In quella vicenda la sofferenza era espressione di quello che i filosofi chiamano male naturale, il male come si manifesta nelle pieghe di una natura matrigna. È difficile (anche se non impossibile), in quei casi, pensare a un Dio che ti voglia parlare usando quel tipo di megafono.

La stessa condizione vivono sicuramente tutti coloro che nella pandemia che stiamo soffrendo stanno sperimentando il lutto e le separazioni (al 28 marzo, almeno in Italia, i morti sono ben 9134)!

Tuttavia la pandemia presenta un altro aspetto, non meno inquietante, del male naturale: esso è rappresentato dai miliardi di persone che, per evitare il contagio, sono costrette a vivere il distanziamento sociale; in pratica a recludersi e a immaginare il male che vaga nei dintorni della propria casa, cercando di intrufolarvisi ogni volta che si tocca una maniglia …

È pensando a questa massa enorme di donne e di uomini che è stato assemblato il libro che presentiamo dal titolo Lutero e la pandemia. La pandemia scopre la nostra fragilità di uomini minacciati da un elemento naturale che non si presenta, almeno non direttamente, con i contorni della tragedia diretta, improvvisa o deturpante come può essere un terremoto o un cancro. La scoperta della nostra fragilità avviene nel lento scorrere del tempo in quarantena, mentre i mezzi di comunicazione ci mettono al corrente dei numeri e delle notizie che rendono conto dell’ampliarsi del contagio e del restringersi dei nostri spazi vitali. In queste circostanze è possibile pensare alla sofferenza, a questo tipo di sofferenza, come a un messaggio che rintrona nelle nostre orecchie come se fosse trasmesso da un megafono, o da un altoparlante.

Dio sta parlando? Per i credenti è facile intravedere i tratti di questo discorso; lo è un po’ meno per chi credente non è. Il nostro testo vuole provare a raccogliere in uno le certezze del credente e i dubbi del non credente, rintracciando tutti i registri con i quali è possibile mettersi all’ascolto del megafono di Dio.

Queto instant book esce nel mentre l’OMS calcola che al mondo siano più di 300.000 i contagi mentre i morti arrivano a 15.000. Alcuni elementi caratterizzano il testo. Il primo è rappresentato dalla composizione: è evidente che il lbro è composto da due parti. Nella prima il fulcro è rappresentato dalla traduzione della lettera di Lutero sul comportamento dei cristiani nell’epidemia che imperversava nella seconda metà degli anni ’20 in Germania e che aveva coinvolto anche Wittenberg (Se sia lecito fuggire da una pestilenza mortale). Il testo di Lutero è preceduto da un’introduzione che ricostruisce il contesto storico e da un commento al testo medesimo da parte di uno studente di teologia ciinese della zona di Wuhan.
Nella seconda parte, segnata dal sottotitolo “la fede ai tempi del coronavirus”, sono raccolti i contributi in parte pubblicati sul nostro blog del DiRS–GBU.

Il secondo elemento che caratterizza questo libro è il fattore temporale: tutti i contributi, soprattutto quelli della seconda parte, riportano la data in cui sono stati pubblicati. Scorrendoli si ottiene una sorta di time lapse dell’esperienza della pandemia che, mentre pubblichiamo, è ben lungi dal permetterci di vedere all’orizzonte la luce in fondo al tunnel.

Nel darlo alle stampe nutriamo la fiducia che, pur nell’alternanza di certezze e interrogativi, il testo possa contribuire a farci cogliere il messaggio che Qualcuno vuole forse comunicarci.

(Giacomo Carlo Di Gaetano)

L’articolo Dio sussurra nei nostri piaceri, parla nelle nostre coscienze ma grida nelle nostre sofferenze proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/dio-sussurra-nei-nostri-piaceri-parla-nelle-nostre-coscienze-ma-grida-nelle-nostre-sofferenze/

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(Pablo Martinez)

In cerca di un rifugio sicuro durante
l’epidemia

Viviamo giorni di ansia e incertezza. Il mondo intero ha
paura. All’improvviso abbiamo preso coscienza della fragilità della
vita. Che cosa succederà domani? La fortezza nella quale l’uomo contemporaneo si credeva sicuro
è diventata debolezza, ci sono delle crepe nei pilastri e noi ci sentiamo
vulnerabili. La gente va in cerca di un messaggio di serenità e
tranquillità.

Una situazione di crisi come quella che stiamo vivendo scuote
la nostra filosofia di vita e indebolisce la nostra autosufficienza. Ci obbliga
a cercare rifugio in valori sicuri. In ambito finanziario si ricorre all’oro,
quando la borsa crolla. Qual è l’equivalente dell’”oro”, nella nostra vita? Dove
possiamo riporre la nostra fiducia?
Questa è la domanda chiave.

Come cristiani crediamo che il valore rifugio per eccellenza,
“l’oro” a cui ricorrere, è la fede, la fede in Cristo. L’apostolo Pietro
scriveva «la vostra fede è ben più preziosa dell’oro» (1 Pietro 1:7). E noi lo
crediamo perché la fede cristiana risponde ai bisogni più profondi dell’essere
umano, ci dà tre grandi colonne che ci sostengono:

  •    Bisogno di un’identità: Chi sono? Da
    dove vengo?

    •    Bisogno di uno scopo: Che cos’è la
      vita? Perché sono qui?
    •    Bisogno di una speranza: Cosa c’è
      dopo la morte?

La Bibbia, la “lettera aperta” di Dio agli uomini, ci insegna
il cammino che porta alla fiducia nei momenti di crisi. Uno dei testi più
incoraggianti in questo senso è il Salmo 91, chiamato anche “L’inno
trionfale della fiducia”
. Ha dato respiro e pace a milioni di persone
durante il fuoco della prova.

Probabilmente fu scritto nel bel mezzo di un’epidemia di
peste
. Potrebbero essere state circostanze simili a quelle che stiamo
vivendo oggi. Quindi, il suo messaggio è particolarmente rilevante per la
nostra situazione attuale di epidemia.

Il suo messaggio di riassume in una frase: la fiducia
trionfa sulla paura
. Il salmista ci presenta il “percorso” dall’ansia-paura
verso la fiducia in tre passi. In realtà sono gli stessi passi che troviamo in
una relazione d’amore:

  •    Conosci Dio
    •    Ama Dio       
    •    Confida in Dio

Conoscendoci ci incontriamo, e incontrandoci ci amiamo.
Succede così con la fede. La fede cristiana è una relazione d’amore che inizia
con un incontro personale con Gesù, «l’immagine (il ritratto) del Dio
invisibile» (Colossesi 1:15), e si regge sula fiducia. Vediamo questi passi:

  1. Conosci Dio

Dio è il grande sconosciuto. Molte persone rifiutano Dio
senza sapere nulla di Lui; in realtà ciò che rifiutano è la loro idea di Dio,
un Dio frutto della loro immaginazione. Conoscere come sia Dio realmente è
un passo imprescindibile nel percorso verso la fiducia.
Per questo il salmo
inizia con una illuminante descrizione del carattere di Dio:

«Chi abita al riparo dell’Altissimo riposa all’ombra
dell’Onnipotente.

Io dico al Signore: “Tu sei il mio rifugio e la mia fortezza,
il mio Dio, in cui confido!”»

(Salmo 91:1-2)

Nei due versetti iniziali si menzionano perfino quattro nomi
diversi per spiegare chi è e come è Dio. Uno straordinario ingresso nella
fiducia! Per il salmista, Dio è l’Altissimo, l’Onnipotente, il Signore (Yahweh)
e il Dio Sublime.

La conoscenza di Dio è il fondamento della nostra fiducia.
Potremmo parafrasare il proverbio e affermare “dimmi com’è il tuo Dio e ti
dirò com’è la tua fiducia”
. Nel conoscerlo, il salmista sperimenta che Dio
è il suo Riparo, la sua Ombra, il suo Rifugio e la sua Fortezza.

2. Ama Dio

In secondo luogo, conoscendo, amiamo e si stabilisce una
relazione personale. Notiamo come il salmista si riferisca a Dio come il MIO
Dio, la mia speranza e il mio rifugio. L’aggettivo “mio” ci apre
una prospettiva particolare  e cambia
molte cose: il Dio del salmista è un Dio personale, vicino, che interviene
nella sua vita e si preoccupa
dei suoi timori e delle sue necessità.

Qui troviamo uno dei tratti più caratteristici della fede
cristiana
: Dio non è soltanto l’Onnipotente, il creatore dell’Universo, ma
anche un padre intimo, l’Abba (“papà”) che mi ama e mi protegge. Questo è il
nostro grande privilegio: Dio ci tratta come un padre tratta i suoi figli
perché in Cristo siamo fatti figli adottivi di Dio. Per il cristiano, Dio
non è un “lui” lontano, ma un “tu” vicino.
Per questo il salmista afferma
con una bellissima metafora:

«Egli ti coprirà con le sue penne e sotto le sue ali
troverai rifugio». (Salmo 91:4
)

3. Confida in Dio

Dopo aver scoperto com’è Dio e aver posto in Lui il suo amore
(Salmo 91:14), il salmista esclama: «Il mio Dio, in cui confido» (Salmo 91:2).
L’amore e la fiducia svolgono un’azione reciproca: la fiducia è una risposta
all’amore e l’amore, a sua volta, si esprime avendo fiducia.

Il cristiano confida nella protezione di Dio espressa in tre
maniere, la tripla “C” della protezione di Dio:

  • Dio conosce
    • Dio controlla
    • Dio ha cura (di
      me)

Il caso non è la forza che muove il mondo. La nostra vita
non è alla mercé di un virus, ma è nelle mani del Dio onnipotente.
Crediamo
che nulla accada fuori dal controllo di Dio. Per questo il salmista
esclama sicuro:

«Certo egli ti libererà dal laccio del cacciatore e dalla
peste micidiale… La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. Tu non temerai… né la
peste che vaga nelle tenebre, né lo sterminio che imperversa in pieno
mezzogiorno… Nessun male potrà colpirti, né piaga alcuna s’accosterà alla tua
tenda.» (Salmo 91:3-6, 10)

Lo stesso Gesù confermò questa realtà con parole piene di
sensibilità:

«Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne
cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino
i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più
di molti passeri.» (Matteo 10:29-31, vedi anche Luca 12:6-7)
.

Come magnifico riassunto, è Dio stesso che parla alla fine
del salmo e si prende l’impegno di compiere le sue promesse:

«Poich’egli ha posto in me il suo affetto, io lo salverò; lo
proteggerò, perché conosce il mio nome. Egli m’invocherà, e io gli risponderò;
sarò con lui nei momenti difficili; lo libererò, e lo glorificherò.» (Salmo
91:14-15)

In conclusione, la fede in Cristo non è un vaccino contro
tutti i mali, bensì una garanzia di totale sicurezza
, la sicurezza che «se
Dio è per noi, chi sarà contro di noi?»
(Rom. 8:31). In altre parole, la
fede non garantisce l’assenza della prova, ma garantisce la vittoria sopra la
prova.

Non c’è posto per i trionfalismi, ma certamente c’è un
trionfo.
È il
trionfo che la risurrezione di Cristo ci ha assicurato con la sua vittoria
sopra il male e la morte. È lo stesso Cristo che ci dice oggi:

«Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine
dell’età presente»
. (Matteo 28:20)

Lì è radicata la certezza della nostra fede e la fiducia che vince tutti i timori.

L’articolo Dalla paura alla fiducia proviene da DiRS GBU.

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(John Wyatt)

Nel mondo antico le epidemie erano una fonte di terrore. Si sarebbero abbattute sulle città dell’Impero romano portando devastazione. Quella che viene chiamata l’epidemia di Cipriano fu una pandemia che afflisse l’Impero romano all’incirca dal 249 al 262 d.C. In questo periodo, al culmine della sua esplosione, si disse che nella stessa città di Roma morivano 5000 persone al giorno.

Ponzio di Cartagine scrisse una descrizione di prima mano: «In seguito, scoppiò una terribile piaga (peste), e l’eccessiva distruzione di destabile malattia invase ogni casa, una dopo l’altra, della popolazione tremolante, portando via giorno dopo giorno, con rapidità improvvisa innumerevoli persone, ciascuna dalla propria casa. Tutti tremavano, scappavano, cercavano di scansare il contagio, mettendosi empiamente a contatto con i proprio amici, esponendoli a rischio, come se, con l’esclusione della persona che sicuramente sarebbe morta di peste, uno potesse respingere anche la morte stessa. Intanto, ricoprivano tutta la città, non più di corpi, ma di carcasse di tanti e, la contemplazione di una sorte che a turno sarebbe stata la loro, esigeva che gli stessi passanti avessero compassione per se stessi. Nessuno considerava altro che il proprio crudele egoismo. Nessuno tremava al ricordo di un evento simile. Nessuno faceva all’altro quello che egli stesso avrebbe voluto sperimentare… »

Sorprendentemente, non ci sono giunti dei resoconti di prima mano relativi ai sintomi clinici e ai segni esteriori della piaga da parte dei medici ippocratici del tempo. Sebbene fossero rendicontate le descrizioni cliniche di molte altre malattie è stato notato che le descizioni mediche coeve della piaga sembrano vaghe e semplicistiche.

Perché? Sicuramente una ragione sta nel fatto che alle prime avvisaglie della piaga i medici ippocratici avrebbero disertato le città e sarebbero fuggiti nelle campagne per mettersi in salvo! Quando l’epidemia mise in pericolo Roma, il grande medico Galeno si spostò rapidamente in una tenuta di campagna dell’Asia Minore dove vi rimase fino a che non passò il pericolo.

Nell’opera
ippocratica De arte lo scopo del medico era definito come «l’eliminazione
della sofferenza del malato, ridurre la virulenza delle malattie e rifiutare
coloro che sono già dominati dai loro malanni con il rendersi conto che in tali
casi la medicina è impotente». Curare chi stava morendo equivaleva probabilmente a
gettare discredito sulla reputazione della professione e mettere a rischio la
fiducia nella capacità di guarire del medico.

È dunque notevole il fatto che fu un vescovo cristiano, Ciprano, che ci ha
fornito la più accurata e dettagliata descrizione clinica dell’antica piaga: «Queste
erano indicate come prova: mentre la forza del corpo si dissolve, le viscere si
dissipano in un flusso; un fuoco che inizia nelle parti più profonde sale e
brucia le ferite nella gola; gli intestini si scuotono a causa di un perpetuo
vomitare; gli occhi bruciano per la pressione del sangue; ad alcuni, l’infezione
della putrefazione mortale mozza i piedi o altre estremità; e mentre prevale la
debolezza per i fallimenti e le perdite dei corpi, si paralizza il passo si
perde l’udito si resta ciechi».

La descrizione di Cipriano ci fa pensare che la piaga del terzo secolo di cui egli fu testimone possa essere stata un’infezione virale emorragica, altamente infettiva e letale, simile al virus di ebola, sebbene continui il dibattito sulla natura di queste antiche epidemie.

Ciò che è chiaro è che c’erano scene di orrore – le strade piene di corpi
sanguinanti dei moribondi e c’era il disperato tentativo della popolazione di
salvarsi quali che fossero le conseguenze per gli altri. Qui c’è un’altra
testimonianza di Dionigi di Alessandria: «Alla prima manifestazione della
malattia i pagani allontanavano i malati e fuggivano dai loro cari gettandoli
nelle strade prima che fossero morti e lasciavano i loro corpi non sepolti come
si trattasse di immondizia, sperando così di evitare la diffusione e il contagio
della malattia fatale; facevano quel che potevano ma era difficile per loro
sfuggire …».

Eppure in molte di quelle città dell’Impero romano c’era un piccolo corpo di
credenti, spesso osteggiati e stigmatizzati come “atei” (per il fatto che nelle
loro case e nei loro luoghi di radunamento non c’erano state e idoli) oppure
definiti “galilei”. Come reagivano in questo tempo di distretta e orrore?
Scappavano anch’essi in campagna per salvare le proprie vite?

Il racconto di Dionigi prosegue: «La maggior parte dei nostri fratelli, dunque, senza avere alcun riguardo per se stessi, per un eccesso di carità e d’amore fraterno, accostandosi gli uni agli altri, visitavano senza preoccupazione gli ammalati, li servivano meravigliosamente, li soccorrevano in Cristo e morivano assai gioiosamente con loro;
contagiati dal male degli altri, attiravano su di sé la malattia del prossimo e
ne assumevano volentieri le sofferenze. Molti poi, dopo aver curato e ridato
forza agli altri, morirono essi stessi [ . . . ]».

Seguendo l’esempio di Cristo i cristiani credenti offrivano cure compassionevoli
ai loro vicini pagani – accogliendoli nelle loro case, lavando le ferite,
pulendo il sangue e gli effetti delle perdite, offrendo acqua, cibo e
medicinali di base, «li soccorrevano in Cristo», anche se sapevano che
esponevano se stessi a un rischio estremo.

Il mondo antico non aveva mai visto qualcosa del genere. Rodney Stark, uno
storico della società ha intrapreso un’analisi dettagliata gingendo alla
conclusione che le azioni dei cristiani al tempo dell’epidemia fu uno dei
fattori più importanti nella crescita esplosiva della chiesa cristiana in
questo periodo.

Quando ho letto questi racconti mi sono sentito indegno di portare lo stesso titolo di un servo cristiano. Quanto poco ho sperimentato il costo della cura simile a quela di Cristo se i paragono alle mie sorelle e ai miei fratelli del terzo secolo.
Ma nei secoli successivi i servi cristani si sono comportati allo stesso modo dalla storia tragica della piaga dell’epidemia di Cipirano del 250 fino all’epidemia di ebola del 2014 e fino ad oggi. Molti degli infermieri e dei dottori della Sierra Leone che hanno sacrificato le loro vite per curare le vittime di ebola erano cristiani credenti. Sapevano che l’equipaggiamento protettivo era scadente e che nonostante tutte le loro precauzioni, non avrebbero potuto difendersi. Eppure essi si sono presi cura, come le loro antiche sorelle e i loro fratelli che ministrarono ai malati nel nome di Cristo.

Non ho dubbi che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi verranno fuori le
storie di sacrificio eroico. Va detto che nel mondo moderno non sono solo i
cristiani credenti che si sacrifiano nella cura degli sconosciuti. Dobbiamo
celebrabre l’impegno nella cura di tutti a prescindere dal loro credo o
motivazione. E naturalmente, come professionisti dobbiamo essere sapienti nel
prendere le precauzioni, sì da poter continuare a curare il più possibile,
piuttosto che infettarci anche noi. Ma non dobbiamo dimenticare la nobile
storia del cristianesimo in tempi di epidemia, ricordando le parole di Gesù,
come fecero i primi cristiani: « In verità vi dico che in quanto lo avete fatto
a uno di questi miei minimi fratelli, l’avete fatto a me» (Matteo 25:40).

John Wyatt è Professore emerito di Neonatal Paediatrics alla UCL e Senior Researcher presso il Faraday Institute for Science and Religion, dell’Università di Cambridge

In italiano si può leggere, dello stesso autore, Questioni di vita e di morte. Dilemmi moderni alla luce della fede cristiana, Edizioni GBU, 2018.

L’articolo è stato ripreso dal blog di CMF (Chrisrian Medical Fellowship) ed è stato tradotto con permesso. (https://cmfblog.org.uk)

L’articolo Il cristianesimo in tempi di epidemie proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/il-cristianesimo-in-tempi-di-epidemie/

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9 marzo 2020: la vita degli italiani cambia con l’ultimo decreto ministeriale che ci impone di restare a casa per via dell’emergenza sanitaria Coronavirus.

Come staff GBU, ci siamo incontrati online per pregare insieme e discutere sul da farsi. A livello locale, gli studenti dei gruppi GBU ci hanno fornito un bellissimo esempio di come trovare metodi alternativi di proseguire la testimonianza nell’università. E come staff a livello nazionale, che cosa può fare il GBU?

Ci siamo attivati con diverse idee su più fronti, ma la risposta primaria è stata: pregare.

Sicuramente, in un momento senza precedenti come questo, la prima sensazione è quella di impotenza e, per molti, di ansia. Per chi crede in Dio, il primo istinto è proprio quello di rivolgersi a lui: il senso di dipendenza da Dio si riveste di nuovo significato.

Oltre a pregare individualmente, come chiese, come staff GBU, come gruppi locali… perché non pregare con tutti gli studenti a livello nazionale? E così sono partiti i lavori per organizzare il Raduno Nazionale di Preghiera, per la prima volta nella storia del GBU, il 19 marzo alle 18:00.

Come per tutte le cose nuove, un po’ di dubbi c’erano: funzionerà? Gli studenti parteciperanno? A livello tecnico sarà fattibile?

Penso di parlare a nome di tutto il GBU nel dire che l’evento ha superato alla grande le nostre aspettative.
Già quindici minuti prima dell’appuntamento c’erano diversi studenti che si stavano collegando; per ogni persona che si aggiungeva, l’emozione aumentava. A un certo punto dell’incontro siamo arrivati addirittura a 90 partecipanti.

Dopo un breve messaggio di sprone alla preghiera da parte di Domenico (staff GBU Sicilia), da Matteo 7:7-11, abbiamo avuto un momento di condivisione da parte di tutti i gruppi. Poter sentire le voci e vedere i volti di ognuno, piuttosto che soltanto leggere una loro mail con le notizie, è stato davvero speciale e ci ha dato un forte senso di unità malgrado la distanza. È stato molto incoraggiante sentire che quasi tutti i gruppi non hanno sospeso i loro incontri, ma li hanno semplicemente spostati su piattaforme virtuali. Lode a Dio per la tecnologia e per l’entusiasmo degli studenti nonostante le difficoltà!

Ci siamo poi divisi in 5 gruppi in base alle regioni, e abbiamo potuto ascoltare richieste più specifiche e personali, e soprattutto abbiamo pregato gli uni per gli altri e per il nostro Paese.

Concluso il collegamento, avevo un cuore pieno di gratitudine e di fiducia nel Signore che è l’unico ad avere l’assoluto controllo su tutto, malgrado le apparenze ai nostri occhi limitati.
Il primo pensiero è stato: quando avremo il prossimo incontro?

 

Luisa Pasquale
(Ufficio Nazionale GBU)

 

(estratto dal messaggio di Domenico)

Se dunque voi, che siete malvagi, sapete dare doni buoni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro, che è nei cieli, darà cose buone a quelli che gliele domandano.
(Matteo 7:11)

In questo momento, quali sono queste cose buone che vogliamo chiedere al nostro Padre?

  • Che Dio benedica la nostra nazione! Benediciamo il paese, i politici, i medici, gli infermierie tutti coloro che lavorano per il nostro bene. Amiamo il nostro prossimo attraverso la preghiera!
  • Che Dio benedica gli studenti del GBU, le loro famiglie e i loro studi.
  • Che Dio benedica le iniziative dei gruppi, affinché possiamo continuare a Condividere Gesù da studente a studente.
  • Che Dio possa convertire i nostri amici, che possa trasformare i loro cuori. Che il Signore possa usarsi di noi per parlare loro della speranza e della gioia che c’è nel seguire Cristo, certi della salvezza che abbiamo per mezzo di Lui.
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(Giacomo C. Di Gaetano)


1. #Andràtuttobene

Questo è l’hastag che imperversa maggiormente e che esprime tutta la speranza e la fiducua degli italiani. Che cosa c’è dietro questa panacea collettiva? Sicuramente la voglia di shierarsi dalla parte dell’ottimismo, e contro il pessimismo. Sappiamo che si sta combattendo in tutto il mondo, nei laboratori e nei dipartimenti di medicina, affinché si trovi un vaccino e una cura contro il COVID 19. Nelle più rosee previsioni si parla però di mesi. Si studiano i modelli di diffusione epidemiologica e le strategie di contenimento. Andrà tutto bene? Forse, speriamo. In realtà non lo sappiamo! Ma facciamo bene a nutrire questa speranza. Essa manifesta un tratto antropologico ben preciso che è uno dei motori della storia dell’umanità.
Come cristiani non possiamo ignorare questo dato di fondo della nostra natura creata “molto buona” (Gen 1––2). Paolo, l’apostolo, ha una parola precisa per l’approccio che i cristiani devono avere a tutto ciò che è buono e positivo.

Quindi,
fratelli, tutte le cose vere, tutte le cose onorevoli, tutte le cose giuste,
tutte le cose pure, tutte le cose amabili, tutte le cose di buona fama, quelle
in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri
. (Fil 4:8)


2. #Nonvapernientebene

L’ottimismo cerca fondamenti oggettivi che ci permettano di essere razionali; ci guardiamo intorno, scrutiamo la realtà, cerchiamo di intuire le sue mosse (dalle faglie della crosta terrestre ai meccanismi di riproduzione dei virus); usiamo modelli (la struttura matematica), ricorriamo a metafore (l’organismo). E dopo aver fatto tutto ciò, a meno di non voler finire nelle ideologie degli “ismi”, ci troviamo con una constatazione: le cose non vanno per niente bene!
Perché vadano in un certo senso è necessario che si mantengano equilibri infinitesimali della realtà. Quelli che studiano l’universo ci parlano di fine tuning (ve la ricordate la manopola – tune – con la quale si cercava di affinare la ricezione di una stazione radio giocando sulla modulazione delle onde in FM?). La realtà dipende sempre da piccoli aggiustamenti, a tutti i livelli.
Qualcosa è andato storto in questi aggiustamenti se un banale virus da raffreddore sia balzato da una specie all’altra (dagli animali all’uomo) trasformandosi in un killer letale. Nel mentre scrivo le città sono completamente deserte: dove sono finiti gli umani? Di nuovo, antropologi e scienziati (evolutivi) della storia dell’umanità ci dicono che non è la prima volta. Un tempo circolavano predatori formidabili che non avrebbero potuto convivere con la specie umana. Oggi dei piccoli organismi, rompendo equilibri per noi inimaginabili, ci hanno messo all’angolo.
Non va per niente bene!
Come cristiani osserviamo tutto ciò e, sommessamente, mentre sosteniamo l’afflato ottimistico dell’andrà tutto bene, ci permettiamo di segnalare una peculiartià della nostra visione del mondo. Ce lo ricorda di nuovo Paolo da Tarso che nella splendida Lettera scritta ai cristiani di Roma indica che cosa, in realtà, sta accadendo e accade in continuazione al nostro mondo:

ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria che dev’essere manifestata a nostro riguardo. Poiché la creazione aspetta con impazienza la manifestazione dei figli di Dio; perché la creazione è stata sottoposta alla vanità, non di sua propria volontà, ma a motivo di colui che ve l’ha sottoposta, nella speranza che anche la creazione stessa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella gloriosa libertà dei figli di Dio. Sappiamo infatti che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando l’adozione, la redenzione del nostro corpo. (Romani cap. 8)

3.#Andràmeglio? Dipende!
Questo pensiero ha bisogno di ramificarsi: davanti a un cristiano si presentano almeno tre strade, tutte da affermare contemporaneamente, pur nella consapevolezza che i collegamenti tra di esse non risultano sempre chiari.

3a. Dipende dalla provvidenza di Dio. Proviamo a guardare le cose con un occhio senza fede. Quante volte l’umanità è stata sull’orlo del baratro? Tantissime volte! Per mano degli uomini con le guerre; per mano della natura malvagia con sconvolgimenti di ogni genere e grado. Eppure ogni volta l’umanità ne è venuta fuori. A volte anche sconvolgendo le chiavi di lettura evoluzionistiche, che sono quelle che vanno per la maggiore. È risaputo, per esempio, che l’altruismo umano, che giocato un ruolo in molte crisi, sia uno di quei vulnus concettuali che spiazzano le teorie darwiniste.
Ebbene i cristiani hanno una visione della storia in cui è possibile intravedere una mano invisibile. Parlano della provvidenza di Dio (alcuni dell’attributo della sovranità). Il testo biblico è saturo di affermazioni relative al fatto che l’umanità corre lungo i binari di una storia, dietro a una locomotiva, alla cui guida c’è il Dio della rivelazione ebraico–cristiana. Anche in questo caso, soprattutto in questo caso in cui stiamo assistendo al trionfo (speriamo temporaneo –#andràtuttobene) del coronavirus. Che tipo di male è il male che stiamo combattendo? È evidente che sia un male della nostra fragilità di specie (ricordate gli equilibri di cui abbiamo parlato sopra). Questo male ci colpisce, così appare, perché sembra essere stata rimossa una sorta di cintura di protezione provvidenziale della nostra fragilità. Affermazione questa sicuramente forte (fa subito sorgere due ulteriori pensieri: ma perché e chi ha tolto questa protezione? Preghiamo e chiediamo a Dio di tornare a proteggerci).

Quanto sono numerose le tue opere, SIGNORE! Tu le hai fatte tutte con sapienza; la terra è piena delle tue ricchezze.
Tutti quanti sperano in te perché tu dia loro il cibo a suo tempo.
Tu lo dai loro ed essi lo raccolgono; tu apri la mano, e sono saziati di beni.
Tu nascondi la tua faccia, e sono smarriti; tu ritiri il loro fiato e muoiono, ritornano nella loro polvere
. (Salmo 104)

3b. No, andrà peggio. Dopo che la natura, la realtà, ci svela in che modo dipendiamo da equilibri imponderabili si apre alla riflessione il grande campo dell’agire dell’uomo. Che cosa fanno gli uomini per il mantenimento di questi equilibri? Ancora: guardiamo con un occhio senza fede. A prescindere da quello che pensiamo è innegabile l’incombere di crisi ecologica dalla radice antropica. Non c’è bisogno di Eva Thunberg. Viviamo in un mondo malato la cui malattia peggiore siamo noi, gli esseri umani. Uno sguardo onesto potrebbe passare dalla contemplazione della crisi ecologica alla rilevazione dei tanti disagi e drammi delle relazioni umane, per costruire così una triste mappa dell’orrore. Quella locomotiva in realtà ha ai comandi dei folli che la stanno facendo correre verso il baratro.
I cristiani si trovano sul loro campo privilegiato quando provano a spiegare questa contraddizione. La morte, segno estremo di tutte le crisi, in tutte le sue forme, non può essere solo spiegata come una sorta di sinapsi cosmica che permette lo scambio di energie tra ordini e gradi diversi della realtà. È una tragedia, un castigo cosmico! L’avvertiamo come tale. Cosa pensiamo si possa provare nel vedere la colonna dei mezzi dell’esercito a Bergamo che porta via decine di bare in cui ci sono esseri umani che hanno vissuto gli ultimi attimi della loro vita nella solitudine più assoluta? Lontani dai loro cari? Non è giusto!
I cristiani non si fanno illusione: siamo animati da una brutta bestia a cui i profeti e i santi di ogni tempo hanno dato un nome: il peccato! Siamo peccatori, in lotta con il guidatore della locomotiva. Il convoglio è in subuglio, in rivolta. Nella visione cristiana c’è perfino spazio per pensare alla collera di Dio.

è stabilito
che gli uomini muoiano una volta sola, dopo di che viene il giudizio
(Eb 9:27)

3c. C’é una buona notizia. Alcuni testimoni raccontano di un evento di duemila anni fa che sfugge alla presa scientifica della realtà. Una domenica mattina delle donne e degli uomini hanno affermato di essere venuti in contatto con un uomo appena giustiziato e ucciso con uno dei supplizi più terribili inventati dall’umanità, la crocifissione. La risurrezione irrompe nella storia degli uomini! Non più un evento mitico, una leggenda, visto che i testimoni si premuniscono nel fornirci resoconti di tipo empirico (Tommaso), e ricorrono a formule di trasmissione della notizia degne delle migliori imprese giornalistiche dei nostri giorni (i Vangeli).
I cristiani, pur affermndo nello stesso momento: #andràtuttobene; #nonvapernientebene#; potrebbeandaremglio_forse, a un certo punto devono proclamare la meravigliosa buona notizia. Dio è venuto nel mondo e lo ha visitato, e ci ha lasciato una traccia ben visibile che lo esprime al massimo e che ha un nome preciso: Gesù Cristo. È una buona notizia: gli uomini alle prese con qualsiasi crisi lo possono cercare (lo trovano nei Vangeli … e da nessun’altra parte!); lo possono invocare (lo fanno con la preghiera e con la Bibbia tra le mani); ne possono fare esperienza (sperimentano la trasformazione delle loro vite); ne possono avvertire la presenza (gioscono nel pensare che #andràtuttobene; avendo pena nel vedere la morte avvicinarsi ma scoprendo la speranza della propria destinazione).

Infatti la
grazia di Dio, salvifica per tutti gli uomini, si è manifestata, e ci insegna a
rinunciare all’empietà e alle passioni mondane, per vivere in questo mondo
moderatamente, giustamente e in modo santo, aspettando la beata speranza e
l’apparizione della gloria del nostro grande Dio e Salvatore, Cristo Gesù. Egli
ha dato se stesso per noi per riscattarci da ogni iniquità e purificarsi un
popolo che gli appartenga, zelante nelle opere buone
. (Lettera a Tito, cap. 2)

4. #Comestaitu
Questo è l’ultimo pensiero, dall’Italia in lockdown, con lo sguardo che scruta dalla finestra per “vedere” l’avvicinarsi del contagio tramite i numeri dei briefing della Protezione Civile. Come stiamo, veramente? Dopo i giorni dell’incredulità (avete sentito cosa sta accadendo in Cina?) sono arrivati i giorni della curiosità (sentito Codogno?) e poi i giorni della mobilitazione (abbiamo inparato cosa significa l’acronimo dpcm). Adesso sono i giorni della paura: i morti aumentano; ci guardiamo e cerchiamo di andare oltre; si moltiplicano a 360 gradi i riti religiosi. Pregano tutti; dal Papa agli Evangelici. I laici oscillano tra la fesseria dell’immunità di gregge e il dibattito su dove si debba spingere la restrizione delle libertà. Ma tu come stai?

Un’antica Confessione di fede dei tempi della Riforma, redatta in una delle più belle città d’Europa, Heidelberg (1563), inizia l’elenco dei punti da credere con un’affermazione che ritengo sia una delle più complete per aiutarci a rispondere alla domanda: Tu come stai?

Domanda. Qual è il tuo unico conforto in vita e in morte?
Risposta. Che io, con il corpo e con l’anima (1), sia in vita sia in morte, non sono mio (2) ma appartengo al mio fedele Salvatore Gesù Cristo (3), il quale, con il suo prezioso sangue (4), ha dato piena soddisfazione per tutti i miei peccati (5), mi ha liberato da ogni potere del diavolo (6) e mi preserva (7) così che, senza la volontà del Padre mio che è nei cieli, neppure un capello possa cadermi dal capo (8); sì, così che tutte le cose debbano cooperare per la mia salvezza (9). Pertanto, per mezzo del suo Santo Spirito, egli mi assicura anche della vita eterna (10) e mi rende di cuore volenteroso e pronto, d’ora innanzi, a viver per lui (11).

Qui tutti i brani biblici a cui la risposta allude o fa riferimento: (1) I Corinzi 6:19-20. (2) Romani 14:7-9. (3) I Corinzi 3:23. (4) I Pietro 1:18-19. (5) I Giovanni 1:7. (6) I Giovanni 3:8; Ebrei 2:14-15. (7) Giovanni 6:39; Giovanni 10:28-29. (8) Luca 21:18; Matteo 10:30. (9) Romani 8:28. (10) II Corinzi 1:22; II Corinzi 5:5.11 Romani 8:14; Romani 7:22.

L’articolo #andràtuttobene proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/andratuttobene/

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Come il GBU affronta l’emergenza Coronavirus

 

Condividere Gesù da studente a studente.

Questo è il motto del GBU. L’obiettivo è raggiungere studenti universitari con il messaggio del vangelo, predicato e testimoniato da studenti che hanno creduto in Gesù come Signore e Salvatore.

A inizio anno accademico, gli studenti dei vari gruppi GBU in Italia hanno iniziato a pianificare attività ed eventi proprio per raggiungere questo obiettivo. Studenti universitari pieni di passione per Cristo hanno organizzato studi biblici, incontri di preghiera, serate a tema con un messaggio evangelistico, e tante altre iniziative. Tutto è stato fatto con impegno. Gli studenti hanno investito tempo ed energie, pieni di entusiasmo e zelo, con la gioia e l’urgenza di condividere il messaggio della salvezza in Cristo Gesù.

Il coronavirus sembra aver vanificato questi sforzi

Oggi l’Italia è bloccata, le università sono chiuse. Gli studenti sono a casa e le iniziative del GBU sono state tutte rinviate a data da destinarsi. Non possiamo nasconderci, è un po’ frustrante! Gli studenti usano questi eventi per predicare Cristo pubblicamente, ma anche per instaurare rapporti interpersonali e condividere il vangelo a tu per tu. Ora il virus ci allontana dalle persone e separa gli studenti del GBU dai loro amici, quegli amici che hanno bisogno di qualcuno che testimoni loro di Cristo. Eppure, fermarsi è assolutamente doveroso, oltre che obbligatorio. Gli studenti del GBU restano a casa, non solo nel rispetto del decreto ministeriale, ma nel rispetto di tutti gli studenti, dei professori, delle loro famiglie e, in generale, del nostro prossimo.

Tuttavia, ci siamo chiesti e ci stiamo chiedendo: «Ci fermiamo e basta? La nostra missione è stata messa in quarantena? O forse è ancora possibile Condividere Gesù da studente a studente ai tempi del coronavirus?»

Con determinazione e passione per Dio, gli studenti del GBU di tutta Italia stanno agendo con creatività per continuare a testimoniare Cristo e vivere la loro fede nell’università. E dato che le attività universitarie si sono spostate su software telematici e social media, anche gli studenti del GBU stanno usando queste risorse per avere un impatto sulla società studentesca, che oggi è più multimediale che mai! Da Messina a Torino, gli studenti stanno sviluppando tantissime iniziative: incontri di preghiera telematici, studi biblici in video conferenza, post evangelistici sui social, testimonianza a tu per tu con i coinquilini, e tante altre idee che proprio in queste ore stanno elaborando. Tutto questo affinché la testimonianza del vangelo nelle università non venga fermata.

D’altronde, anche questo è un modo per amare il nostro prossimo. I medici curano con prontezza e amore chi in questi giorni è nel bisogno. Con la stessa urgenza e lo stesso amore gli studenti del GBU vogliono continuare a condividere Gesù con i loro amici, colleghi e coinquilini, affinché altri scelgano di seguirlo. Ecco perché, in un clima nel quale gli studenti italiani rispondono alle direttive governative con paura o con atteggiamenti a volte sfacciatamente non curanti, gli studenti del GBU continuano a proclamare con coraggio la loro fede in Dio e la speranza che c’è in Cristo Gesù.

“Nel mondo avrete tribolazioni; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo” [Gesù]
(Vangelo di Giovanni 16:33)

 

Domenico Campo
(staff GBU Sicilia)

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di Pablo Martinez (Spagna)
Traduzione di Daniela Buraghi

“Chi abita al riparo dell’Altissimo riposa all’ombra dell’Onnipotente.
Io dico al Signore: “Tu sei il mio rifugio e la mia fortezza, il mio Dio, in cui confido!”

Il Salmo 91, chiamato anche l’”Inno trionfale della fiducia”, è un gioiello. Ha dato respiro e pace a milioni di credenti che attraversavano il fuoco della prova. Secondo alcuni commentatori venne scritto nel bel mezzo di un’epidemia di peste (2 Samuele 24:13). Potrebbero essere state circostanze simili a quelle che stiamo vivendo oggi. Quindi, il suo messaggio è particolarmente rilevante per la nostra situazione attuale di epidemia.

Viviamo giorni di ansia e incertezza. Il mondo intero ha paura. All’improvviso abbiamo preso coscienza della fragilità della vita. Che cosa succederà domani? La fortezza nella quale l’uomo contemporaneo si credeva al sicuro è diventata debolezza, ci sono delle crepe nella roccia e noi ci sentiamo vulnerabili. La gente va in cerca di un messaggio di serenità e tranquillità. Dove trovarlo?

Il messaggio del Salmo 91 si riassume in una frase: la fiducia trionfa sulla paura.
Il salmista ci presenta tre frasi chiave che riassumono il “percorso” dall’ansia e dalla paura verso la fiducia:

“Il Mio Dio”: ciò che Dio è per me
“Egli ti libererà”: ciò che Dio fa per me
“Confiderò”: la mia risposta

1- “IL MIO DIO”: IL CARATTERE DI DIO

Il salmo inizia con un’illuminante descrizione del carattere di Dio. Nei due versetti iniziali si menzionano perfino quattro nomi diversi per spiegare chi è com’è Dio. Uno straordinario ingresso nella fiducia! Per il salmista Dio è l’Altissimo, l’Onnipotente, il Signore (Yahweh) e il Dio Sublime.

La consapevolezza della grandezza di Dio è il fondamento della nostra fiducia. Potremmo parafrasare il proverbio e affermare “dimmi com’è il tuo Dio e ti dirò com’è la tua fiducia”. Nel momento del timore il primo passo è alzare gli occhi al cielo, guardare a Dio e contemplare la sua grandezza e le sua sovranità. Nel farlo, il salmista sperimenta che Dio è il suo Riparo, la sua Ombra, il suo Rifugio e la sua Fortezza. Il ritratto di Dio in “quattro dimensioni”comporta una quadrupla benedizione. Conoscere come Dio è realmente è un passo imprescindibile nel percorso verso la fiducia.

Tuttavia, notiamo che il salmista si riferisce a Lui come il Mio Dio. Questa piccola parola, “mio”, ci apre una prospettiva particolare e cambia molte cose: il Dio del salmista è un Dio personale, vicino, che interviene nella sua vita e si preoccupa dei suoi timori e delle sue necessità. Siamo di fronte a uno dei tratti più caratteristici della fede cristiana: Dio non è soltanto l’Onnipotente, il creatore dell’Universo, ma anche un padre intimo, l’Abba (“papà”) che mi ama e mi protegge (Galati 4:6). Questo è il nostro grande privilegio: Dio ci tratta come un padre tratta i suoi figli perché in Cristo siamo fatti figli adottivi di Dio. Il salmista descrive questa esperienza con una bellissima metafora:

“Egli ti coprirà con le sue penne e sotto le sue ali troverai rifugio”. (v4)

2- “EGLI TI LIBERERÀ”: LA PROVVIDENZA DI DIO

“Certo egli ti libererà dal laccio del cacciatore e dalla peste micidiale… La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. Tu non temerai… né la peste che vaga nelle tenebre, né lo sterminio che imperversa in pieno mezzogiorno… Nessun male potrà colpirti, né piaga alcuna s’accosterà alla tua tenda.” (v. 3-6,10)

Arriviamo al cuore del salmo: la protezione di Dio nella pratica. La conoscenza della grandezza di Dio deve essere accompagnata dalla consapevolezza della provvidenza di Dio. Siamo arrivati ad un punto cruciale, decisivo, dell’esperienza di fede. Se lo comprendiamo bene, sarà una fonte insuperabile di pace e serenità, però se lo interpretiamo male possiamo cadere in errori ed estremismi, oppure sentirci frustrati nei confronti di Dio.

La manipolazione del diavolo. È molto significativo che il diavolo tentò Gesù (Matteo 4:6, Luca 4) con una doppia citazione da questo salmo: “Poiché egli comanderà ai suoi angeli di proteggerti… Essi ti porteranno sulla palma della mano, perché il tuo piede non inciampi in nessuna pietra.” (v.11-12). Usare male le promesse della protezione divina è una tentazione molto di moda ai nostri giorni. Fate attenzione alla super spiritualità e alla super fede! Può essere un modo di tentare Dio, come ci insegna la risposta schiacciante di Gesù a Satana: “Non tentare il Signore Dio tuo” (Matteo 4:7). Confidare in Dio non ci esime dal comportarci in modo responsabile e saggio.

Detto questo, non possiamo minimizzare la potente azione protettrice di Dio sopra coloro che confidano in lui:

“Poich’egli ha posto in me il suo affetto, io lo salverò; lo proteggerò, perché conosce il mio nome. Egli m’invocherà, e io gli risponderò; sarò con lui nei momenti difficili; lo libererò e lo glorificherò.” (v. 14-15)

Una polizza per tutti i rischi? La parola chiave è “liberare”. Che cosa significa “Dio ti libererà”? La medesima espressione si applica a Giuseppe – “Dio lo liberò da ogni sua tribolazione” (Atti 7:10), tuttavia il patriarca dovette passare per molte valli dell’ombra della morte. Dio non gli evitò la prova, però lo riscattò da essa. Come disse Spurgeon, “è impossibile che nessun male accada a coloro che sono amati da Dio”. La fede non garantisce l’assenza della prova, ma garantisce la vittoria sopra la prova. L’apostolo Paolo sviluppa questa idea in forma magnifica nel cantico di Romani 8:28-39: “in tutte queste cose (le prove), noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati, Cristo.”

Quindi, la fede in Cristo non è un vaccino contro tutti i mali, bensì una garanzia di totale sicurezza, la sicurezza che “se Dio è per noi, che sarà contro di noi?” (Rom. 8:31). Questo salmo non è una promessa di completa immunità, ma è una dichiarazione di piena fiducia. Fiducia nella protezione di Dio espressa in tre maniere.

La tripla “C” della protezione di Dio. In ogni situazione di prova,

Dio conosce
Dio controlla
Dio ha cura (di me)

Nella vita dei figli di Dio nulla avviene senza la sua conoscenza e il suo assenso. Il caso non esiste nella vita del credente. La maestosa provvidenza del Dio personale risplende nei momenti più oscuri: “Cadranno al tuo lato in mille e diecimila alla tua destra; ma a te non arriveranno.” Niente succede se Lui non lo permette, come vediamo molto chiaramente nell’esperienza di Giobbe. Questa promessa viene ratificata dal Signore Gesù stesso:

“Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri.” (Matteo 10:29-31, Luca 12:6-7).

3 -LA MIA RISPOSTA: “CONFIDERÒ”

Dopo avere contemplato il carattere di Dio – ciò che Egli è per me – e la sua provvidenza – ciò che Egli fa nella mia vita – il salmista esclama con fermezza: “il Mio Dio, in cui confido!”.

È una sequenza logica. La fiducia è la risposta a delle certezze. Il salmista ha conosciuto Dio in maniera personale, intima – “perché conosce il mio nome” (v.14). Una tale conoscenza lo porta a innamorarsi di Lui – “ha posto in me il suo affetto” (v.14) e si stabilisce una relazione stretta. Qui troviamo, certamente, la sostanza della fede cristiana: è la fiducia che nasce da una relazione d’amore, la certezza che l’amato non mi tradirà perché “Egli (Dio) è fedele”.
La nostra vita non è in balia di un virus, ma è nelle mani di un Dio Onnipotente. In questo è radicata la certezza della nostra fede e il fondamento della fiducia che vince tutti i timori. Non c’è posto per i trionfalismi, ma certamente c’è un trionfo. È il trionfo che Cristo ci ha assicurato con la sua vittoria sopra il il male e il maligno alla Croce. È lo stesso Cristo le cui ultime parole furono:

“Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente”. (Matteo 28:20)

Di Pablo Martinez potete leggere in italiano i seguenti libri, tutti editi da Edizioni GBU:
Abba Padre. Teologia e psicologia della preghiera (1998)
La spina nella carne. Come trovare forza e speranza nella sofferenza (2011)
Inseguendo l’arcobaleno. Oltre il dolore, il lutto e le separazioni (2014)

Di prossima pubblicazione:
Abbi cura di te stesso. Sopravvivere e progredire nel servizio cristiano (giugno 2020)
Gesù: pazzo o Dio? A proposito della più brillante delle menti (giugno 2020)

L’articolo UN SALMO PER L’EPIDEMIA: LA FIDUCIA TRIONFA SULLA PAURA proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/un-salmo-per-lepidemia-la-fiducia-trionfa-sulla-paura/

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Nicholas Wolterstorff, filosofo americano, all’inizio della
sua carriera scrisse un piccolo libretto dal titolo The reason within the
bounds of Religion
(1976): il titolo faceva il verso alla ben più famosa
opera di Immanuel Kant, La religione nei limiti della semolice ragione (1792).
L’intento era abbastanza chiaro: rilevare che, contrariamente al programma
illuministico, esemplificato dal pensiero del filosofo di Konigsberg, la
religione continuava ad allungare le sue propaggini in tutti gli ambiti
dell’esistenza umana; la ragione, lungi dall’essere autonoma e deliberante in
maniera assolutistica nel campo del sapere e dell’etica (tentativo questo già
compiuto, per latri versi, da Schleiermacher) doveva fare i conti con quei
“motivi di fondo” che molte correnti di pensiero dell’inizio del ‘900
rimandavano alla religione.

La neutralità in campo filosofico, ma anche scientifico, era
un “mito” (per citare il titolo di un’altra opera del 1991, (The myth of
religious neutrality
) per certi versi riferibile al testo di Wolterstorff.

Ma proprio in quel piccolo libretto il filosofo
nordamericano, nel tentativo di spiegare in che modo interagiscono queste due
mega–strutture
dell’esistenza umana, la religione e la ragione, e fondando la tesi
dell’imprescindibilità della dimensione religiosa, pronuncia una piccola parola
di precauzione. Nel dire ai sostenitori della ragione pura e, di conseguenza,
della sola scienza considerata guida per la propria vita, che è
necessario prendere in carico i motivi di fondo religiosi, afferma anche che ci
sono momenti in cui la comunità di fede deve prestare attenzione alla ragione,
alla scienza e alla comunità scientifica. Arrivando addirittura a modificare le
proprie convinzioni “religiose” e, al limite, anche le proprie interpretazioni
della Bibbia.

L’esempio per questo audace pronunciamento – audace per un credente – è, naturalmente, l’affaire
Galileo, un passaggio storico in cui venne richiesto esplicitamente alla
comunità di fede un cambiamento di lettura del testo biblico sulla base di
precise indicazioni scientifiche e filosofiche.

Il matematico di Oxford John Lennox, negli ultimi anni, ha
fatto molto per dimostrare la tesi secondo la quale dietro le rivoluzionarie
assunzioni di Galileo c’era una visione del mondo cristiana, ergo, che dietro
la scienza moderna c’è la Bibbia (I sette giorni della creazionexi, Edizioni
GBU). Ma tuttavia il clima che la vicenda Galileo provocò rivelò quanto fosse
difficile e complicato per la comunità di fede sottomettersi all’autorità della
scienza empiricamente affermata e modificare le peroprie convinzioni e la
propria lettura del testo biblico.

Nel Vangelo di Matteo viene narrato un miracolo compiuto da
Gesù e consistente nella guarigione di un lebbroso (cap 8): questi, rompendo le
convenzioni della profilassi del tempo, si avvicinò a Gesù giungendo fino a un
contatto fisico con il Maestro. Nel breve dialogo di cui rende conto il Vangelo
il lebbroso ha modo di esprimere la sua forte convinzione di fede, (convinzione
che riecheggia anche negli altri miracoli dei capp. 8 e 9 di questo Vangelo: il
centurione, il paralitico, la donna dal flusso di sangue, etc.): se tu vuoi
tu puoi
. Alla fine, il lebroso è guarito e il tocco di Gesù con il quale fu
operato il miracolo ha avuto un’enorme risonanza nella storia degli effetti del
testo (dalle pagine de I promessi sposi a Madre Teresa di Calcutta,
etc.).

La fede, la fede cristiana biblica, quella che prende sul
serio la narrazione biblica considerandola Parola rivelata di Dio, è il luogo
dell’impossibile, il campo in cui tutto ciò che l’uomo costruisce o che riesce
a spiegare può essere sconvolto dall’azione potente del Dio vivente (a Dio
ogni cosa è possibile
, Mt 19:26). Da sottolineare: la nozione di un Dio
vivente per i cristiani non è una nozione astratta ma una che prende corpo e si
rafforza grazie al racconto evangelico della risurrezione dai morti di un
essere umano (Gesù di Nazaret), il quale proprio in virtù della risurrezione fu
proclamato Signore (Atti 2 – lo
era anche prima). La fede cristiana crede dunque nella rottura dei vincoli,
nello scompaginamento delle barriere, anche sanitarie, che l’uomo può erigere
in virtù della potenza di Dio. Interi movimenti di risveglio nella storia del
cristianesimo stanno lì a dimostrare che la potenza di Dio, e dello Spirito, è
attiva, quando si hanno le lenti giuste per identificarla. Il dibattito
cessazionista (se cioè i doni spettacolari e miracolosi dello Spirito non
fossero limitati esclusivamente –
fossero cessati – all’epoca
apostolica) a fronte della crescita esponenziale del movimento carismatico appare
anacronistico.

Queste convinzioni cristiane sono divenute particolarmente battagliere negli
ultimi vent’anni, nella stagione di quello che è stato definito il nuovo
ateismo, quando cioè pensatori di varia estrazione hanno messo sul banco degli
imputati la fede in un Dio onnipotente (in inglese si dice dock e God
in the dock
era già il titolo di un saggio di C.S. Lewis, ed 1979). La fede
in un Dio onnipotente, di fatto inesistente, hanno sostenuto questi pensatori, è
una fede pericolosa, dannosa. L’orizzonte principale di questa polemica era la
violenza terroristica –
le religioni e il cristianesimo in particolare sono la madre di tutta la
violenza umana (si veda in proposito Dio è un Dio violento?, Edizioni
GBU, 2018). L’accusa era rivolta a quella fede che, partendo dall’esistenza non
provata di Dio, costruiva una vera e propria visione del mondo. Lo scontro è
stato molto duro. Da questa stagione, e dai dibattiti Dio esiste/Dio non esiste,
è emerso una sorta di nuovo dilemma etico: sottomettersi alla scienza o
sottomettersi alla religione e alla fede cristiana? Le forze in campo infatti
si confrontavano come forze onnicomprensive che richiedevano una vera e propria
adesione totale.

Poi sono arrivate le notizie da Wuhan, e il paziente 1 di Codogno, e il coronavirus ha imperversato!

Che ne è del dibattito tra scienza e fede alla luce dello
scenario che stiamo vivendo? Sto scrivendo all’indomani della dichiarazione da
parte del Governo italiano dell’Italia “tutta” come zona protetta (10 marzo
2020).

La parola d’ordine oggi è quella di seguire una serie di
regole di comportamento tutte discendenti da alcune assunzioni scientifiche. Ci
viene chiesto, in soldoni, di sottometterci all’autorità della scienza.

Dawkins sembra essere in vantaggio, a questo punto!

E le rivelazioni? E la fede che mi dice che potrei essere immune dal contagio se imito il maestro con il lebbroso?
I più spirituali fra di noi potrebbero porsi la domanda tipica dell’evangelismo nordamericano della metà del ‘900: “Che cosa avrebbe fatto Gesù al posto nostro?” (si veda per questo movimento il volume di Alister McGrath, La riforma protestante e le sue idee sovversive, Edizioni GBU, 2017). Avremmo permesso al lebbroso dei tempi odierni, di essere arrestato o addirittura sparato (sarà poi vero?) a Wuhan oppure essere considerato in Italia come un imbecille che scappa dalle zone di quarantena contribuendo alla diffusione del visrus? Avrebbe fatto anche Gesù il suo bel manifesto sulle regole da seguire nelle chiese evangeliche, con la chicca su come fare la Santa Cena? Magari avrebbe predicato via Skype da una grotta di Qumran (piuttosto che dalla Biblioteca di un palazzo vaticano)?
Naturalmente queste sono tutte delle fantasie ispirate più al Messia di Netflix che al ragionamento.

Il succo del ragionamento è semplice: credenti o meno, quale
che sia la nostra posizione su scienza e fede, a questo punto dobbiamo
sottometterci, tutti, all’autorità della scienza; chinare le nostre ginocchia
(sì proprio così) a un’autorità che “in questo momento” ha la parola finale!

Mi pare che questa vicenda stia rivelando come il dibattito
tra scienza e fede non debba essere condotto su un livello per così dire
astratto (quello dei ragionamenti e delle argomentzioni sillogistiche, magari
conditi con formule sulla logica modale, ma al contrario debba sempre essere
ripensato e calato nei meandri della realtà: di cosa stiamo discutendo quando
parliamo del fatto che la nostra autorità ultima è la rivelazione di Dio ed è
per questo che in essa poniamo la nostra fede? Piuttosto che porre la nostra
ultima fiducia nella ricerca scientifica?

La necessità, in questo momento, di piegare le nostre
ginocchia davanti all’autorità della scienza, rafforzata magari da un dpcm,
rivela, a mio giudizio il fatto che i cristiani dovrebbero avere la capacità di
vedere la propria fede e le proprie convinzioni alla luce di una duplice lente:
la rivelazione di Dio da una parte e ciò che gli uomini nel flusso della storia
riescono a raggiungere. Questa sembrerebbe una parola sincrestistica in cui si
mette insieme Dio e l’uomo come artefici del destino e della storia. Sarebbero tanti
i modi per ricondurre l’apparente sincretismo al monergismo della professione
di fede ebraico–cristiana
(monergismo che però non è mai determinismo!). Mi basta accennarne alcuni: penso
a quello riconducibile a Galileo e alla sua famosa corrispondenza: la
scienza ci dice come va il cielo, la Bibbia come si va in cielo
(più o meno
…). Oppure si può richiamare la visione che Calvino aveva delle cause seconde
che Dio muove nella sua assoluta sovranità (incluso i medici).

Quello che vorrei però enfatizzare, nuovamente, è che
adesso, da oggi in poi, dobbiamo sottometterci alla scienza! Questo è un dato
che la fede deve prendere in carico.

Chi comanda oggi e chi sta dietro l’hastag #iorestoacasa? La
scienza! Che ci suggerisce e ci spiega il funzionamento di un’epidemia e le
strategie per arginarla.

La fede ha perso se lascia il campo alla scienza che detta i
comportamenti? Non credo e lo dico da credente che si inginocchia all’etica
razionale e scientifica che mi chiede di stare a distanza di un metro dal mio
prossimo.

Credo che la fede debba agire ad altri livelli, come sempre,
quando nel dibattito suggestivo se Dio esista o meno, se sia più grande la
scienza o la fede, è implicata la dimensione e il livello su cui conta il modo
in cui mi rapporto all’altro essere umano.
Ubbidire alla scienza, in questo momento, è un atto d’amore nei confronti del
prossimo a cui la fede potrebbe dare ragioni più solide della scienza. L’etica
intergenerazionale evocata come ragione ultima dal Primo Ministro italiano
(prendiamoci cura dei nonni) ricorda tanto il principio di responsabilità di
Hans Jonas, al contrario: non verso le generazioni future ma verso le
generazioni che precedono. E l’etica della responsabilità è una chiara
manifestazione nella filosofia pratica di un’impronta cristiana. La stessa che
impone, per esempio, che i flussi mirgatori non siano trattati secondo le
scienze politiche ed economiche o la condizione del clima secondo dati semplicemente
scientifici.

Il contagio non avrà l’ultima parola, se Dio non l’ha
determinato; questa è la nostra fiducia.
Il contagio va fermato adottando un “decalogo” razionale  e scientifico.
Ma è perché ti amo e ti rispetto, che, in fin dei conti, mi sottometto e dico: #iorestoacasa!

Questo lo voglio fare da credente!

(Giacomo Carlo Di Gaetano)

Lettura consigliata: Nicola Berretta, Fede relazionale, Edizioni GBU, 2019

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