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Il Dio d’Israele sarà la vostra retroguardia. Isaia 52:12

Sicurezza per il passato. «Dio ci riconduce ciò che è passato». Alla fine dell’anno ci volgiamo con speranza a tutto ciò che Dio ha in serbo per noi per il futuro ma frammisto a questa speranza ci può anche essere un senso di ansia che scaturisce dal ricordo del passato. La nostra gioia di oggi, che si fonda sulla grazia di Dio, può essere offuscata dalla memoria dei peccati e degli errori di ieri. Ma il Signore è anche l’Iddio del nostro passato, e se permette che ce ne ricordiamo lo fa perché esso divenga un patrimonio di insegnamenti spirituali per il futuro. Ci fa ricordare il passato per premunirci contro una falsa sicurezza nei riguardi del presente.

Sicurezza per il domani. «Giacché l’Eterno camminerà dinanzi a voi». Che rivelazione consolante sapere che Dio sarà la nostra difesa là dove siamo stati sconfitti! Egli sorveglierà affinché non ci avvenga che le stesse cose ci sconfiggano di nuovo, come senz’altro succederebbe se non ci fosse lui alla retroguardia. La mano di Dio raggiunge il nostro passato e ne sistema e regola tutti i fallimenti che pesano sulla coscienza.

Sicurezza per l’oggi. «Non partirete in fretta». Entrando nell’anno nuovo, non lasciamoci prendere dalla fretta di raggiungere gioie nuove né dalle folate della spensieratezza ma andiamo avanti con la forza paziente che ci dà il sapere che l’Iddio d’Israele cammina davanti a noi. È vero che il nostro passato rimane per noi irreparabile; è vero che abbiamo perso delle occasioni che non torneranno più; ma Dio può trasformare questa ansia distruttiva in una costruttiva riflessione per il futuro. Lasciamo riposare in pace il passato ma lasciamolo riposare sul seno di Cristo. Abbandoniamo nelle sue mani questo passato che non può essere cambiato e con lui andiamo sicuri verso il futuro inarrestabilmente vittorioso.
(O. Chambers)
Impegno per L’Altissimo

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Credere in Dio è come credere in Babbo natale?
(G.C. Di Gaetano)

La domanda è quasi d’obbligo in clima natalizio. Ma è anche un classico, dopo la stagione del nuovo ateismo (Hitchens & Co, non dimenticando l’italiano Odifreddi). In quegli anni, infatti, un filosofo dallo spessore indiscutibile come Maurizio Ferraris scriveva un gustoso libretto dal titolo Babbo Natale, Gesù adulto. In cosa crede chi crede, Bompiani, Milano, 2006.
L’argomentazione e la mossa concettuale non sono nuove e per esse si possono scomodare precedenti sicuramente più blasonati (Kant, Hume, etc.) anche se questi non pensavano a Babbo Natale. Il problema concerne la corrispondenza reale delle credenze, in questo caso della credenza teistica: Dio esiste? Di fatto, questa è l’insinuazione, visto che non riusciamo a dimostrare la realtà di un essere supremo che chiamiamo Dio, allora una delle spiegazioni della credenza che intratteniamo su di un tale essere sta nel paragonarla a quella in Babbo Natale, della cui non esistenza siamo tutti convinti. Anzi, visto che quest’ultima credenza è legata alle fasi fanciullesche dello sviluppo di un normale bambino “cristiano”, per estensione, è probabile che la credenza nell’esistenza di Dio sia il sintomo di una condizione non adulta dell’umanità.
Anche in questo caso, se volessimo versioni più raffinate di questa spiegazione eziologica della fede in Dio potremmo scomodare i famosi maestri del sospetto (come li definì Paul Ricoeur), Marx, Fuerbach e Freud i quali, ognuno per suo conto, provarono a spiegare la ragione ultima di questa credenza (Dio esiste).

Eppure, dopo tanti sforzi, magari sollecitati dal confronto natalizio con chi ci crede in Babbo Natale (i bambini), se per caso, in questo clima natalizio ci sentiamo rimandati all’altra credenza, quella nell’esistenza di Dio, allora ci toccherà ammettere e riconoscere che essa è ancora ben presente in buona parte dell’umanità. Peter Berger, dopo aver ragionato a lungo sulla secolarizzazione intesa come rimozione o scomparsa del riferimento a Dio nella società postmoderna, ha dovuto ricredersi e, verso la fine della sua vita, ha dovuto parlare di de–secolarizzazione del mondo per spiegare il fatto che le credenze religiose, tra cui quelle teistiche, lungi dall’essere scomparse hanno dato vita a nuovi fenomeni sociali.

Tornando alla nostra ipotesi di partenza (credere in Dio è come credere in Babbo Natale?) dobbiamo segnalare la controdeduzione di coloro che vogliono ribadire la differenza (ontologica?) dei due oggetti di fede (Dio e Babbo Natale): non possiamo sradicare dalla condizione umana una simile credenza (in Dio). La tradizione apologetica cristiana lo aveva detto e vede confermato questo dato. La credenza teistica non è né insensata né irrazionale. Si direbbe che è una credenza di fondo, che appartiene a quel grappolo di credenze che per essere professate, e condivise, non necessitano del ricorse a evidenze. Ne abbiamo tante, solo se ci pensiamo e se ci atteniamo a un ragionevole criterio di “evidenza”.

Viviamo poi tempi in cui questa credenza è stata caricata di valenze che esulano dallo stretto campo d’indagine filosofica e teologica; ci sono infatti pesanti tare sociologiche che arricchiscono il bouquet di ciò che si può credere, credendo nell’esistenza di Dio: dall’armamentario sacrale della spiritualità cattolica (dal presepe al rosario), fino alla rarefatta atmosfera dei “valori cristiani” che contrapponiamo a tutte le forme di presunte invasioni culturali.

Tuttavia resta il tema da cui siamo partiti, quello della referenza reale dell’oggetto di fede: in che cosa crede chi dice di credere?

Due risposte, che sono altrettante domande.

La prima risposta si interroga su quale sia il concetto di “realtà” con il quale stiamo operando? Si deve soprattutto al filosofo Ludwig Wittgenstein l’espressione di una simile cautela. Il concetto di realtà a cui ci hanno abituato le scienze esatte può riassumere e definire in sé tutta la realtà di cui possiamo parlare? Certo, sappiamo che non troveremo mai un indirizzo corrispondente a una località geografica a cui inviare una lettera a Santa Klaus, e dunque sappiamo che i regali sotto l’albero non li mette un signore in barba bianca e cappello rosso.

Ma, e questa è la prima risposta, che altro non è se non una contro–domanda: dobbiamo per froza ragionare intorno all’esistenza di Dio negli stessi termini in cui parliamo di una realtà definita e circoscritta dal naturalismo filosofico? Attenzione, il naturalismo filosofico è cosa ben diversa dal naturalismo metodologico, quell’approccio al sapere che si confà alle nostre capacità cognitive, magari anche ricorrendo all’ipotesi di metodo secondo la quale Dio possa non esistere, mentre mettiamo l’occhio al microscopio per scrutare il microcosmo (a tal fine si consiglia la lettura di Nicola Berretta, Fede relazionale, Edizioni GBU, 2019).
Ma, ancora, è questa l’unica accezione di realtà alla quale siamo confinati?

L’altra risposta, pur prendendo in carico l’accezione naturalistica della realtà e di ciò che è reale (all’interno delle coordinate dello spazio e del tempo), contro–domanda se ci sia preclusa qualsiasi possibilità di argomentare intorno all’esistenza di Dio. Sebbene sappiamo che non potremo mai giungere a una conclusione condivisa, in quanto, come diceva Alvin Plantinga, siamo in possesso di buoni argomenti che dimostrano l’esistenza di Dio ma anche di buoni argomenti che ne dimostrano la non esistenza (a-teologia), ciò non depone a favore dell’assimilazione di Dio allo status di  Babbo Natale.

Al di là dei tentativi ontologici, cosmologici, evidenzialisti, probabilistici (non dimostro l’esistenza di Dio ma giungo alla conclusione che la sua esistenza sia più probabile della sua non esistenza), cumulativi (le evidenze a favore sono cumulativamente più grandi di quelle a sfavore), questa riflessione vorrebbe suggerire che una via per ragionare intorno all’esistenza di Dio ci viene proprio con l’arrivo di  Babbo Natale.

Siamo a Natale, e il Natale cristiano intende ricordare la nascita di un uomo la cui realtà nessuno discute (a parte data e circostanze); l’affermano gli Ebrei, l’ammettono i Musulmani, vedendovi qualcosa di più di un semplice individuo; la confessano i cristiani che la identificano come la manifestazione di Dio in carne.

Ebbene credo che la via della memoria storica sia l’unica vera via che ci è lasciata per affermare l’esistenza di Dio. Ciò che inizia a Natale è un’esperienza storica che si chiude la domanica di Pasqua. E questa esperienza è documentata; esistono fonti e documenti. Gesù di Nazareth è esistito e nel leggere quelle fonti non possiamo ignorare il riferimento interno che fanno alla dimensione ulteriore dell’esistenza dell’uomo Gesù: la risurrezione, le testimonianze alla risurrezione sono ciò che differenzia il contenuto della credenza nell’esistenza di Dio dal contenuto di qualsiasi altra entità di ogni ordine e  grado di realtà. Paolo lo aveva intuito e lo afferma nella sua Lettera ai Corinzi.

Certo, postilla conclusiva, non disponiamo del resoconto di una tropue della CNN dall’interno del sepolcro, o, per restare a natale, della comparsa dei cori angelici nella notte di Betlemme né tanto meno della stella che conduce i sapienti di Oriente; ma siamo sicuri, in clima di negazionismo e di postverità, che anche un simile documento sarebbe stato necessario a fugare i dubbi dei complottisti?

È vero, la realtà storica della vita di Gesù come manifestazione della vita divina (1 Gv 1) non è una realtà storica “positiva” nel senso di un realismo naturalistico che influenza anche le scienze dello spirito di cui fa parte la storia. Il fervore apologetico non riuscità a replicare né Natale né Pasqua. Tant’è vero che hai credenti è promessa non la replica in laboratorio ma una nuova fase della storia (mi rivedrete tronare come mi vedete partire – Atti 1).

Tuttavia l’indagine è possibile ed è possibile anche arrivare a qualche conclusione. La storia di Gesù, quella che si tornerà a raccontare in questi giorni, grazie anche a Babbo Natale, è l’unica cosa che ci resta per tornare a punzecchiare i nostri contemporanei, ricordando loro di aguzzare la vista e guardare meglio in ciò che si appresta a manifestarsi nella stalla di Betlemme.
Vogliamo discutere di esistenza di Dio: seguiamo la stella … e vediamo dove ci porta.

Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere. (Gv 1:18)

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Dio aveva stabilito il GBU anche per la mia vita.

Questa è una delle considerazioni che nel corso di questi tre anni ho maturato sempre di più, e oggi, alla fine di questo percorso, ne sono pienamente convinto.

Tutto è iniziato quando alla fine del quinto anno di superiori mi trovai a dover scegliere cosa fare, indeciso se iniziare subito l’università o prendermi un anno di pausa, dove avrei potuto dedicare il mio tempo a Dio, godermi un po’ di relax e viaggiare, magari unirmi a qualche viaggio missionario.
Dopo tanta confusione scelsi di provare il test per infermieristica, deciso a iniziare subito l’università. Ricordo bene il giorno in cui seppi di aver superato il test; la gioia era forte ma allo stesso tempo un pensiero era sempre presente nella mia testa: è davvero la strada giusta?

Ritornando al GBU, già al quinto anno di superiori mio cugino me ne aveva parlato, ma ancora non avevo avuto occasione di testare personalmente che cosa fosse questo gruppo. Nell’attesa di iniziare i corsi mi resi disponibile a partecipare alla Settimana Evangelistica che i ragazzi avevano organizzato e feci così le mie prime amicizie ed esperienze nell’ambito universitario e con il gruppo GBU di Napoli.

Ero entusiasta: il desiderio di fare l’università si stava unendo con l’idea di poter servire come missionario. Compresi così che anche l’università poteva essere un luogo dove testimoniare della speranza che c’è in Gesù.

Sposai quindi ancor prima di entrare nella mia facoltà la missione del GBU: condividere Gesù da studente a studente.

Condividere Gesù da studente a studente

In questi tre anni ne sono successe tante e non sempre è stato facile scontrarsi con il mondo universitario: essere gioioso anche quando l’esame andava male; resistere all’ansia e rimettere tutto nelle mani di Dio; predicare la verità anche quando essa risulta scomoda.

In tutto questo però il gruppo del GBU è stato sempre un luogo di ristoro tra corsi, esami e tirocinio. Posso davvero testimoniare come fermarsi e spendere del tempo per leggere e meditare la parola di Dio mentre ero all’università ha sempre fatto del bene alla mia vita: mi ha fortificato e mi ha dato uno slancio per non avere paura di parlare della mia fede.

Un anno dopo diventai coordinatore del gruppo al Policlinico, ed è stato per me davvero un onore poter servire in questo. Essere parte del GBU mi ha costantemente arricchito, mi ha fatto comprendere la ricchezza della diversità, il valore dell’ascolto e la bellezza dell’immergersi nella parola di Dio allontanando ogni preconcetto o pregiudizio.

Essere nell’università però mi ha portato a vivere anche diversi conflitti. Tante volte mi sono trovato a scontrarmi con l’indifferenza degli studenti al messaggio del Vangelo, alla ridicolizzazione dei principi biblici, al rifiuto testardo a ogni forma di confronto e all’esaltazione dell’indipendenza e della sovranità dell’uomo su ogni principio morale.

Tante volte mi sono sentito piccolo: piccolo dinanzi alla conoscenza, dinanzi a tante domande non risposte, piccolo di fronte a storie difficili, alle ingiustizie e ai mali della vita. La parola di Dio però mi è sempre venuta in soccorso. A tal proposito volevo citare una semplice parabola che Gesù racconta ai suoi discepoli:

Egli propose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi; ma, quand’è cresciuto, è maggiore degli ortaggi e diventa un albero; tanto che gli uccelli del cielo vengono a ripararsi tra i suoi rami».
(Matteo 13:31-‬32)

Gesù paragona il regno di Dio a qualcosa di molto ma molto piccolo, anche se un giorno si rivelerà come qualcosa di maestoso, ma soltanto a coloro che accolgono nella propria vita questo apparente piccolo seme.

Era proprio così: non dovevo preoccuparmi che ciò che avevo tra le mani sembrasse piccolo, ma dovevo essere fiero di ciò che poteva generare in un cuore pronto a riceverlo. Non aveva importanza se a un incontro ci fossero dieci persone o soltanto una, non importava se apparentemente una conversazione fosse stata scoraggiante e che il messaggio di Gesù sembrava “fuori moda”… Non dovevo guardare a ciò che sembrava, un piccolo seme, ma a ciò che poteva diventare: un albero maestoso, alto, forte e ricco di rami.

Al termine di questo breve ma intenso percorso non posso far altro che ringraziare Dio e tutto lo staff GBU, uomini e donne di Dio che con passione e dedizione si impegnano affinché sia sempre accesa una luce di speranza all’interno dell’università.

Questi anni universitari non sarebbero stati gli stessi senza il GBU, quindi se stai leggendo questa breve storia non perdere altro tempo e inizia a vivere l’università come il tuo campo di missione, condividi Gesù, cerca ragazzi con cui leggere la Bibbia e illumina la tua facoltà con la luce di Cristo.

Simone Dorato
(GBU di Napoli)

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Origini di questa religione
Fin dall’inizio del 1900 gli scienziati anno postulato che fosse in atto un cambiamento climatico e che era causato dai gas serra rilasciati dalla combustione dei carburanti fossili. Non è stato però prima dello sviluppo delle simulazioni al computer che questa tesi trovò un consenso, verso la fine degli anni  ’70. Nel Regno Unito il movimento [ambientalista / ecologista] entrò nel dibattito politico di massa grazie a Margaret Thatcher che nel 1989 sollevò la questione all’ONU. Quasi due decenni dopo è stato approvato il Climate Change Act 2008, che “ha stabilito l’obiettivo di ridurre significativamente le emissioni di gas serra nel Regno Unito, entro il 2050, e un percorso per arrivarci. La legge ha inoltre istituito il comitato sui cambiamenti climatici (CCC) per garantire che gli obiettivi di emissione siano basati su prove e valutati in modo indipendente”.
Nel 2015, le nazioni appartenenti alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) hanno firmato l’accordo di Parigi. L’obiettivo èa di rafforzare la risposta mondiale ai cambiamenti climatici per mantenere la temperatura media globale al di sotto di 2° C sopra i livelli preindustriali e, se possibile, limitare l’aumento a 1,5° C.

Una delle caratteristiche più sorprendenti del movimento ambientalista sono le sue sfumature profondamente religiose.

Nel 2018, il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), l’organismo delle Nazioni Unite responsabile della valutazione dello stato scientifico relativo ai cambiamenti climatici, ha pubblicato un rapporto sull’impatto del riscaldamento globale di 1,5° C sopra i livelli preindustriali. Tale rapporto è ciò su cui si basa principalmente il movimento ambientalista attuale. Il documento evidenzia, con diversi gradi di affidabilità, le conseguenze osservabili o prevedibili dell’attività umana sulla temperatura globale, nonché lancia un avvertimento sui gravi rischi e sui problemi che il riscaldamento globale rappresenta per le popolazioni umane e animali, tra cui i rischi per la salute e per l’approvvigionamento di cibo e di acqua con le conseguenti ricadute sull’economia.

Il movimento ambientalista nel Regno Unito [ma anche altrove] ha costruito la sua causa sulle prove scientifiche del rapporto IPCC. Con il crescente consenso scientifico, la causa ambientalista si è imposta nella vita comune grazie all’impegno [almeno in Inghilterra] di personaggi quali Sir David Attenborough, la cui serie nel 2018 “Blue Planet II” ha messo in luce drammaticamente il problema dell’inquinamento della plastica.

Anche altri gruppi ambientalisti hanno fatto la loro parte, con l’emergerne di alcuni come Surfers Against Sewage che si sono aggiunti a gruppi di attivisti di lunga data come Greenpeace e i partiti Verdi per portare in primo piano nel dibattito pubblico il problema dell’ambiente. Anche il crescente culto della celebrità che ha investito le figure chiave degli attivisti climatici ha avuto un ruolo significativo. A cominciare da celebrità come Leonardo di Caprio e politici come Al Gore, culminando nell’esaltazione dell’attivista adolescente Greta Thunberg quale eroina del movimento, dopo le sue proteste fuori dal parlamento svedese.

La nascita di Extinction Rebellion (XR) nel 2018 ha rivoluzionato il dibattito. XR ha organizzato proteste di massa in tutto il mondo coinvolgendo milioni di persone e ha catapultato la questione nella coscienza pubblica attraverso le sue strategie di protesta civile pacifica e le manifestazioni di piazza[1]. Il gruppo esprime tre richieste: “dire la verità” sui cambiamenti climatici, “agire ora” e andare “oltre la politica” coinvolgendo i cittadini per affrontare la questione. 

Il movimento ha spinto le preoccupazioni ambientaliste dal margine dell’agenda politica al centro. L’ambiente viene sempre più spesso considerato una questione fondamentale e questo è particolarmente vero tra i giovani.

Di conseguenza c’è stato un successo significativo; per esempio in Inghilterra la Camera dei Comuni è stata costretta ad affrontare il problema. Nel giugno 2019, uno degli atti finali del governo di Theresa May è stato legiferare per il raggiungimento di emissioni nette pari a zero entro il 2050. Tuttavia per molti, un obiettivo come questo non è abbastanza, considerando che XR spinge per abbattere completamente le emissioni entro il 2025.

L’insegnamento biblico sulla preoccupazione ambientale
Possiamo tracciare significativi parallelismi tra le preoccupazioni del movimento ambientalista e l’insegnamento cristiano. La narrazione biblica ci dice che Dio ha creato un mondo “buono” e ha dato all’umanità il compito di prendersi cura e sviluppare questa creazione (Genesi 1-2). Sebbene l’uomo vivesse originariamente in armonia con il creato, tutto ciò è presto collassato, nel momento in cui il peccato entrò nel mondo attraverso il rifiuto opposto a Dio da parte dell’umanità (Genesi 3). Durante il resto della narrazione biblica ci viene ripetutamente mostrato l’effetto devastante del peccato sui nostri rapporti con Dio, tra di noi e con il nostro pianeta:

La terra è in lutto, è spossata,
il mondo langue, è spossato,
gli altolocati fra il popolo della terra languono.

La terra è profanata dai suoi abitanti,
perché essi hanno trasgredito le leggi, hanno violato il comandamento,
hanno rotto il patto eterno.
Perciò una maledizione ha divorato la terra
e i suoi abitanti ne portano la pena;
perciò gli abitanti della terra sono consumati
e poca è la gente che ne è rimasta.
 Isaia 24:4-6

Allo stesso tempo, mentre si manifestata sempre di più la devastazione causata dal peccato, la Bibbia rivela il piano di Dio di ripristinare il suo rapporto con il suo popolo, riscattare le anime, redimere la creazione e unire tutte le cose attraverso e sotto la signoria di Cristo (Efesini 1:9-10).

Infine, i cristiani credono nel giudizio finale e nella giustizia delle leggi di Dio e ciò si applica anche alla terra (Apocalisse 11:18). Inoltre, i cristiani hanno la speranza di un nuovo paradiso e di una nuova terra in cui Dio abita con il suo popolo, in cui non vi è alcuna maledizione e la rottura scatenata dalla Caduta non esiste più (Apocalisse 21-22).

Possiamo tracciare dunque significativi parallelismi tra le preoccupazioni del movimento ambientalista e il cristianesimo.

Tenendo bene a mente quello che abbiamo detto, i cristiani possono affermare e condividere la preoccupazione per la creazione, andando perfino oltre, dato che abbiamo fiducia in un Dio creatore che ci dà buoni doni e ci chiama a onorarlo. Dovremmo detestare il peccato e l’avidità che causano la distruzione e perseguire il comportamento che si prende cura della creazione come Dio la intendeva.

Il quadro biblico ci dà motivo di riesaminare le nostre abitudini relativamente a consumi e spesa. Ci spinge a guardare gli effetti dei nostri stili di vita e a cercare di apportare cambiamenti – non come segno di virtù ma per onorare il nostro creatore. Dovremmo valutare le politiche che sosteniamo e il modo in cui si preoccupano (o non si preoccupano) del mondo. Dovremmo comprendere l’impatto dell’ingiustizia ambientale sui poveri a livello globale e valutare come sostenere le persone più colpite dall’impatto del cambiamento climatico.

Una religione senza speranza
Il movimento ambientalista condivide la visione cristiana della bontà del mondo naturale, e allo stesso modo riconosce che l’avidità, l’egoismo, la sconsideratezza e la malvagità dell’uomo hanno causato la distruzione del pianeta. Tuttavia, manca la speranza cristiana di redenzione e restaurazione, e c’è invece una profonda paura per il futuro. Lo vediamo nelle parole di Greta Thunberg al World Economic Forum di Davos nel gennaio 2019,

 «Gli adulti continuano a dire “abbiamo il dovere di dare speranza ai giovani”. Ma io non voglio la tua speranza. Non voglio che tu abbia speranza. Voglio che ti venga il panico. Voglio che tu senta la paura che provo ogni giorno. E allora voglio che agisci.»

Questa è la narrazione biblica senza speranza – non c’è promessa di salvezza e la motivazione per agire è la paura.

Il problema fondamentale con il movimento ambientalista nella sua forma attuale è che propugna una religione senza Dio. E in questa religione, la salvezza dipende unicamente dallo sforzo umano e dalla sua volontà. Il riconoscimento diffuso dell’errore umano si trova insieme alla soluzione di trasformazione umana, sia individuale sia sistematica. I commenti di Greta Thunberg al Parlamento nell’aprile 2019 danno un assaggio di tale modello di salvezza, “Nel momento in cui decidiamo di realizzare qualcosa, possiamo fare qualsiasi cosa”.

 Al movimento ambientalista manca la speranza cristiana di redenzione e restaurazione
Eppure i cristiani sanno che non è così. L’Antico Testamento ci mostra pazientemente secolo dopo secolo che gli uomini non riescono a vivere come dovrebbero. Nonostante la pazienza, il perdono e la grazia di Dio, vediamo che gli umani non sono in grado di risolvere il problema più profondo: il peccato. Nonostante tutti i loro sforzi e sacrifici, la legge rimane impotente a salvare: “perché mediante le opere della legge nessuno sarà giustificato davanti a lui; infatti la legge dà soltanto la conoscenza del peccato” (Romani 3:20). L’obbedienza alla legge dell’Antico Testamento non può salvare – piuttosto dimostra la nostra incapacità di salvarci. Questo è qualcosa che il movimento ambientalista fa bene. Anche Isaia 64:6 si dimostra utile in ciò:

 Tutti quanti siamo diventati come l’uomo impuro,
tutta la nostra giustizia come un abito sporco;
tutti quanti appassiamo come foglie
e la nostra iniquità ci porta via come il vento.

Nonostante i nostri migliori sforzi, rimaniamo peccaminosi e imperfetti. Neanche le nostre migliori azioni possono riscattarci.

Attua il cambiamento ma riconosci il salvatore
Il problema cruciale è quindi l’incapacità dell’umanità di affrontare i problemi creati dal proprio peccato. Pur intensificando gli sforzi, questo non verrà risolto. Indipendentemente dalla chiara giustizia del processo decisionale[2], indipendentemente dall’unità con cui le persone rispondono, l’umanità non può affrontare il suo peccato, che è la causa fondamentale della crisi climatica. Anche se il movimento ambientalista fosse unito nella sua causa e avesse una risposta coordinata e costruttiva, gli sforzi umani sarebbero comunque inferiori al cambiamento necessario per invertire il danno e ricostruire una natura fiorente. 

Romani 9 evidenzia chiaramente che la salvezza non dipende dallo sforzo umano ma dalla misericordia di Dio. Il movimento ambientalista nella sua accezione secolare è quindi intrinsecamente difettoso. Noi siamo davvero i responsabili, la distruzione ambientale è chiaramente radicata nel nostro peccato, ma la soluzione può essere trovata solo in altro e “quell’altro” non è Greta Thunberg, Extinction Rebellion o finanche il rovesciamento del capitalismo globale come lo conosciamo.

No, la soluzione è in Gesù, che è Dio diventato uomo, che visse una vita di giustizia ma morì al posto nostro di una morte da peccatore, ma poi risuscitò dai morti tre giorni dopo. 
Per mezzo di tutto ciò ha vinto il peccato e la morte e ha creato la via per la riconciliazione del rapporto con Dio Padre, per la riconciliazione del rapporto con i nostri simili e per la riconciliazione con la stessa creazione. 

Non dovremmo quindi disperare. C’è un Dio di redenzione che cambia i cuori, che spezza il potere del peccato e della morte e trasforma le vite per la sua buona opera. Solo lui fornisce una soluzione e pertanto dobbiamo pregare e portare avanti l’opera di trasformazione del vangelo se vogliamo avere un impatto reale in questo dibattito. Questo non ci esime dall’agire, ma dovrebbe spronarci a prenderci cura della creazione, poiché riconosciamo che “Al SIGNORE appartiene la terra e tutto quel che è in essa, il mondo e i suoi abitanti” (Salmo 24:1).

Il nostro ruolo è quindi quello di rispondere alla chiamata, pronunciata alla creazione, a essere buoni amministratori di un mondo che appartiene a Dio, non a noi. La consapevolezza che un giorno Cristo verrà per rendere tutte le cose nuove non ci legittima a non fare nulla, ma ci chiama a fare di più mentre cerchiamo di essere come lui e così in parte a rappresentarlo nel mondo. E mentre lo facciamo, possiamo lavorare con speranza, non disperazione, sapendo che non tutto dipende solo dai nostri sforzi. Non siamo la soluzione, Cristo lo è.

Il problema cruciale è l’incapacità dell’umanità di affrontare i problemi creati dal suo stesso peccato.

Non possiamo quindi aderire pienamente al movimento nel suo stato attuale, perché abbiamo una speranza e una certezza che è assente da esso. 

Dobbiamo anche riconoscere il comandamento di sottometterci ai nostri leader, avendo in Romani 13 l’esempio principale. Ciò non esclude la pubblica protesta e, data la libera democrazia in cui viviamo, questo diritto può essere esercitato. Tuttavia, dovrebbe cambiare il modo in cui protestiamo o facciamo pressione. Dovrebbe cambiare il modo in cui parliamo dei e ai nostri rappresentanti eletti. La Scrittura in particolare estende la nostra sottomissione ai sovrani oltre la pura sottomissione legale e in regime di rispetto e onore (Romani 13:7; 1 Pietro 2:17). Queste caratteristiche dovrebbero essere evidenti in qualsiasi attivismo o protesta in cui siamo coinvolti.

Ma se c’è una cosa che possiamo imparare dal movimento ambientalista è il modo in cui la loro profonda e sentita convinzione di avere un messaggio che tutto il mondo deve ascoltare e a cui deve rispondere, li ha stimolati ad un’azione urgente e costosa. Il fervore di questo movimento dovrebbe sfidare noi cristiani nella nostra evangelizzazione – se il messaggio evangelico è vero, allora dobbiamo condividerlo. Ci preoccupiamo del mondo creato da Dio e perseguiamo il piano di salvezza di Dio con lo stesso tipo di entusiasmo in cui siamo completamente concentrati?[3]  Quanto siamo audaci nel proclamare la salvezza che si trova in Cristo?

Possiamo affermare il desiderio di un mondo migliore, possiamo affermare la chiamata ad agire per prevenire gli effetti distruttivi del nostro peccato sull’ambiente, ma soprattutto dobbiamo parlare della nostra certa speranza. La speranza cristiana non è creata dallo sforzo o dalle opere ma da un salvatore esterno. C’è solo una via d’uscita dal caos creato dal nostro peccato e non siamo noi. Cristo è la nostra sola speranza; lui risolve un problema molto più profondo di cui la crisi climatica è solo una parte. Cristo risolve il nostro peccato. I cristiani mantengono la speranza che un giorno tornerà, fino ” ai tempi della restaurazione di tutte le cose; di cui Dio ha parlato fin dall’antichità per bocca dei suoi santi profeti” (Atti 3:21). Solo allora vedremo distruzione del nostro mondo annullata per sempre.

Tom Kendall, coordinatore del network dedicato alla politica dei GBU inglesi.
Traduzione di Claudio Pasquale Monopoli (GBU, Roma)
Traduzione con permesso da BeThinking

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Riportiamo qui e offriamo alla riflessione di amici e lettori questo capitolo di Ray Galea, contenuto nel libro che citiamo alla fine. Rispettiamo sensibilità e credi altrui ma in uno spirito dialogico e di approfondimento della verità proponiamo una riflessione evangelica su un tema molto sentito dai noi nostri amici che professano la fede cattolico-romana.
E’ sicuramente vero che gli evangelici, in ragione della tragica contrapposizione ideologica dei passati quattro secoli, hanno teso a sminuire la figura di Maria; tuttavia, come dimostra Ray Galea, resta una distanza considerevole.
Buona lettura (G.C. Di Gaetano)

Può essere difficile per i non cattolici apprezzare quanto sia preziosa Maria per i cattolici tradizionali. Infatti, mentre una «relazione personale con Gesù» è considerata un po’ strana da molti cattolici, una relazione personale con Maria non lo è. Maria è la Madre, la Madre di Cristo, la Madre di Dio, la Madre di tutti i cristiani, dovunque essi si trovino e il suo posto nella devozione cattolica rimane immutato. Papa Giovanni Paolo II attribuì a Maria il miracolo di essere stato salvato nel 1981 da una pallottola sparata da un assassino, in quanto tale evento accadde durante l’anniversario dell’apparizione di Maria a Fatima.
Cominciamo a vedere ciò che la Bibbia stessa dice riguardo a Maria.

Maria nel Nuovo Testamento
Incontriamo per la prima volta Maria nei Vangeli nelle vesti di una giovane ragazza, una vergine, promessa sposa a Giuseppe. Maria risponde con fede e lodi alla notizia, recatale da un angelo, di portare in grembo un bambino speciale, a differenza di Zaccaria, il quale non prese sul serio la parola dell’angelo. È chiaro che Maria è una giovane donna straordinaria e il privilegio che essa riceve di dare alla luce il Salvatore significa che «tutte le generazioni (la) chiameranno beata» (Lc 1:48).
Maria dà alla luce Gesù mentre è ancora vergine, la Bibbia è molto chiara a riguardo, anche se in seguito lei intratterrà una relazione coniugale del tutto normale con Giuseppe. Il vangelo di Matteo ci dice che Giuseppe «non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio» (Mt 1:25) e in numerose parti dei vangeli ci sono riferimenti ai fratelli di Gesù (per esempio Mt 13:55; Mc 3:31, 6:3; Gv 7:3–5). Insieme a Giuseppe, Maria cresce Gesù, presentandolo nel tempio come richiesto dalla legge (Lc 2:22–23), serbando nel proprio cuore il suo destino (Lc 2:19, 51) e sperimentando una normale preoccupazione materna quando Gesù si perde durante il viaggio di ritorno a Nazaret (Lc 2:41–50).
Non sentiamo quasi nulla su Maria durante il ministero di Gesù. La vediamo fargli una richiesta alle nozze di Cana, alla quale egli risponde in modo piuttosto brusco («Che c’è fra me e te, o donna?») anche se dopo fa ciò che Maria aveva chiesto (Gv 2:1–11). In un altro episodio, Maria e i fratelli di Gesù si recano da lui per persuaderlo a tornare a casa con loro, in quanto preoccupati per la sua incolumità. Gesù ignora la loro preoccupazione (Mc 3:20–35).
Successivamente vediamo Maria con altre donne alla crocifissione di Gesù. Dalla croce, Gesù affida Maria alla cura dell’«amato discepolo» (si tratta di Giovanni; Gv 19:25–27). Infine, prima della Pentecoste, la troviamo in preghiera con altri apostoli nell’alto solaio, come parte dei centoventi discepoli (At 1:14).

Maria nelle tradizioni non scritte della Chiesa
Lo straordinario corpus di credi e pratiche devozionali che, negli ultimi duemila anni, sono sorti intorno alla figura di Maria, trovano poco fondamento nella Bibbia. La Chiesa cattolica ammette ciò. Essa non pretende che il suo peculiare insegnamento su Maria sia da rinvenire esplicitamente nella Bibbia. Piuttosto, la Chiesa «ha riconosciuto e definito alcuni credi intorno a Maria che si trovano implicitamente nella Bibbia (non nella loro piena forma)»1.
Queste sono le tradizioni orali di cui abbiamo parlato nel capitolo 4, che sono sorte e si sono sviluppate nel tempo e alle quali è stata data l’approvazione della Chiesa cattolica come parte autentica della rivelazione di Dio a noi. Diamo uno sguardo ad alcune di queste tradizioni.

Maria la madre di Dio
Durante il Concilio di Efeso, avuto luogo nel 431 d.C., furono discussi gli aspetti della natura di Cristo. Come in una specie di causa che stabilisce un precedente, in questa disputa si decise di attribuire a Maria il titolo di theotokos (che significa «madre di Dio» o «portatrice di Dio»). Poiché, se Gesù era pienamente Dio, come era anche uomo, allora si poteva affermare che sua madre terrena stava «dando vita a Dio». Il dibattito riguardava la natura e lo status di Gesù e non lo status di Maria, tuttavia questa decisione fu usata in seguito per giustificare la venerazione e la devozione a Maria.

La verginità perpetua di Maria
Il Cattolicesimo romano insegna che Maria non solo diede alla luce Gesù mentre era ancora vergine ma che essa rimase tale per il resto della sua vita, con Gesù come suo unico figlio. Tenendo conto dei molteplici riferimenti nei Vangeli ai fratelli e alle sorelle di Gesù, il Cattolicesimo afferma che questi potrebbero essere stati fratellastri o probabilmente cugini, anche se persino alcuni autori cattolici ammettono che queste argomentazioni sono estremamente deboli.
Insistere sulla verginità di Maria è strano per un’altra ragione: implica che la sessualità all’interno del matrimonio sia in qualche modo non spirituale o contaminante, come se ciò avesse potuto macchiare Maria in qualche modo. Il sesso nel matrimonio, però, è un dono di Dio, buono e santo, ed è il modello biblico per il matrimonio: «essi diverranno una sola carne» (Gen 2:24). Infatti, la Bibbia si spinge ben oltre affermando persino che è sbagliato per i mariti o per le mogli privarsi l’un l’altro sessualmente (1 Cor 7:4–5).
Il Cattolicesimo afferma che la verginità perpetua di Maria è un «segno della sua totale consacrazione a Dio e del rispetto per il fatto che Dio stesso dimorò e crebbe nel suo grembo».
Ma in che modo la verginità è un segno di consacrazione o devozione a Dio? Ciò significa che Mosè, il quale aveva una moglie e dei figli, non era totalmente devoto al Signore? O che l’apostolo Pietro, il quale anche era sposato, non era degno di un posto nel piano di Dio?4

Maria la madre della Chiesa
L’insegnamento sulla verginità perpetua di Maria sfocia nell’idea di Maria come Madre della Chiesa: «Maria fu anche chiamata da Dio a essere la madre di tutti i cristiani, i quali sono stati fatti corpo di Cristo mediante il battesimo».
È interessante notare che nel Nuovo Testamento non c’è alcun accenno a Maria in questi termini. Dopo che è stata menzionata la sua presenza con i centoventi discepoli nel libro degli Atti nel capitolo 1, Maria scompare dalle pagine del Nuovo Testamento. Nel resto del libro degli Atti essa non svolge alcun ruolo nella storia della crescita della Chiesa. Nei rimanenti 22 libri del Nuovo Testamento, che insegnano così tanto sul piano di Dio, sulla natura della Chiesa e sulla vita cristiana, Maria è completamente assente.
Infatti, semmai, il Nuovo Testamento mette in guardia dall’attribuire a Maria un posto di troppo rilievo. Notate le parole di Gesù nel vangelo di Luca: «Mentr’egli diceva queste cose, dalla folla una donna alzò la voce e gli disse: “Beato il grembo che ti portò e le mammelle che tu poppasti!” Ma egli disse: “Beati piuttosto quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica!”» (Lc 11:27–28).
Qui sicuramente si presentò per Gesù una buona occasione per poter affermare il grande valore e il posto che sua madre occuperebbe nel piano divino della salvezza per indirizzare i suoi discepoli a onorarla e venerarla. Al contrario, egli riprende gentilmente la donna che vuole lodare Maria. La benedizione principale, dice Gesù, non è portare Gesù in grembo, ma portare la parola di Dio nel proprio cuore.
Non c’è assolutamente alcuna giustificazione biblica per ritenere Maria madre di tutti i cristiani. Eppure per i cattolici questo insegnamento è molto importante. Per molti di loro, Maria è come una mamma celeste e spirituale e sono molto sensibili nel compiacerla oppure nell’affliggerla. Essi effondono davanti a lei le loro sollecitudini e guardano a lei affinché interceda per loro davanti a suo Figlio. La tenerezza della mediazione di Maria è catturata in una preghiera che memorizzai all’età di otto anni:

Salve, Regina, madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra, salve. A Te ricorriamo, noi esuli figli di Eva; a Te sospiriamo gementi e piangenti in questa valle di lacrime. Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi quegli occhi Tuoi misericordiosi. E mostraci dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del Tuo seno. O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria. Prega per noi, o Santa Madre di Dio, affinché possiamo essere resi degni delle promesse di Cristo.

Confrontate questa preghiera con le parole dell’Epistola agli Ebrei, quando parla di come Gesù fu fatto simile a noi, condividendo la nostra carne e il nostro sangue, sperimentando sofferenza e tentazione:

«Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con noi nelle nostre debolezze, poiché egli è stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ottenere misericordia e trovar grazia ed essere soccorsi al momento opportuno» (Eb 4:15–16).

In Gesù noi abbiamo un mediatore e un amico, al quale possiamo andare per ottenere aiuto e grazia al momento opportuno. Nel Cattolicesimo, Maria ha ampiamente sostituito Gesù in questo ruolo. Lei deve essere il nostro primo punto di riferimento: ci si rivolge a lei per ottenere aiuto e grazia e misericordia, con la speranza che metta una buona parola per noi con suo figlio. Il ruolo di Cristo come intercessore, mediatore e amico dei peccatori è oscurato e diventa secondario.

L’immacolata concezione di Maria
L’insegnamento cattolico su Maria, però, non finisce qui. Il dogma cattolico sull’Immacolata Concezione afferma che «in vista del ruolo di Maria nel dare alla luce e far crescere il Figlio di Dio, Dio la preparò per questo liberandola dal peccato originale, dal momento in cui fu concepita nel grembo di sua madre, Anna. Dio preparò Maria a essere un vaso senza traccia di peccato, non a motivo della sua virtù o merito ma a causa del suo unico ruolo nel suo piano di salvezza»6. In poche parole, Maria non ebbe in comune con il resto dell’umanità il peccato originale e rimase senza peccato per il resto della sua vita.
Di nuovo, questa tradizione non solo non ha alcun supporto nelle Scritture ma è in contrasto con ciò che invece apprendiamo da quest’ultime. Nel Nuovo Testamento si afferma ripetutamente che Cristo è colui che è senza peccato; Maria non lo è mai. Infatti, la testimonianza di Gesù è che «Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio» (Mc 10:18); e Paolo afferma che «tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio» (Rom 3:23). L’immagine che il Nuovo Testamento delinea di Maria è quella di una donna fedele e santa ma, come tutti i santi eroi della Bibbia, ancora parte della nostra razza umana peccaminosa.
Il Cattolicesimo colloca Maria su un piedistallo senza peccato, casto e materno, lontano dagli altri credenti, perché desidera fare spazio a Maria come la Santa Madre, la Regina del Cielo, la mediatrice speciale che si pone tra noi e suo Figlio e ci rappresenta davanti a lui.

L’Assunzione di Maria
La devozione popolare per Maria è cresciuta nel corso dei secoli. Alla metà del secolo scorso, milioni di petizioni furono sottoscritte, implorando il Papa a definire come dogma infallibile l’«Assunzione di Maria» in cielo. Ciò accadde, alla fine, nel 1950, quando Papa Pio XII dichiarò che Maria, «terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo»7. Lei riceve il suo corpo di risurrezione al termine della sua vita e avendo ricevuto una vita senza peccato, evita il purgatorio ed entra nel cielo. Non è chiaro se la Chiesa cattolica insegni che Maria abbia prima sperimentato la morte fisica.
Uno scrittore cattolico afferma in modo significativo: «l’Assunzione di Maria è una fonte di speranza per noi in quanto raffigura ciò che un giorno accadrà a ogni cristiano fedele»8. Il fatto che Maria riceva il suo nuovo corpo prima del giorno del giudizio è la raffigurazione della speranza di ogni cristiano.
Tuttavia, secondo il Nuovo Testamento, questo è proprio il significato che deve essere attribuito alla risurrezione di Cristo:

«Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta» (1 Cor 15:22–23).

Cristo è l’unico che rappresenta la prova per tutti i cristiani e che in veste dell’«ultimo Adamo», sconfigge la morte e risorge a nuova vita come il primo di una nuova umanità risuscitata. La sua risurrezione come uomo è la garanzia della nostra risurrezione. E questa risurrezione avrà luogo nell’ultimo giorno, non prima (cfr. Fil 3:10–21).
Ancora una volta troviamo che la visione cattolica di Maria interferisce con il posto e il ruolo esclusivo di Cristo. E in nessun ruolo questa interferenza è più evidente che in quello di Maria concepita come mediatrice.
Maria come mediatrice e corredentrice
In quanto madre di tutti i cristiani, ci si rivolge a Maria affinché essa preghi e interceda per ognuno dei suoi figli e per la Chiesa nel suo insieme. Parlando del suo ruolo di mediatrice, Papa Giovanni Paolo II scrive,

«Maria si pone tra suo Figlio e gli uomini nella realtà delle loro privazioni, indigenze e sofferenze. Si pone “in mezzo”, cioè fa da mediatrice non come un’estranea, ma nella sua posizione di madre, consapevole che come tale può, anzi «ha il diritto», di far presente al Figlio i bisogni degli uomini. La sua mediazione, dunque, ha un carattere di intercessione…» (Giovanni Paolo II, Enciclica Redemptoris Mater)

Il Cattolicesimo afferma da una parte l’unicità di Cristo quale mediatore ma, dall’altra parte e paradossalmente, scredita la stessa verità con la sua raffigurazione di Maria quale mediatrice. Infatti, a Maria è persino attribuito il titolo di «corredentrice» in quanto ella ha cooperato con Cristo nella redenzione del mondo, consentendo di dare alla luce Gesù. L’ubbidienza di Maria è vista come un passo necessario nel piano di Dio per salvare il suo popolo. Infine, alla croce, le intense sofferenze di Maria, unite a quelle di suo Figlio, provvedono «un contributo alla redenzione di tutti».
All’interno del Cattolicesimo sembra che non ci sia alcun posto in cui Cristo è lasciato solo a compiere la sua opera di salvezza. In altre parole non c’è posto in cui Maria, quale rappresentante dell’umanità, non attenti all’unicità di Cristo. Maria condivide la purezza senza peccato di Cristo, la sua ubbidienza alla volontà del Padre, la sua opera redentrice, il suo corpo risorto, la sua mediazione e la sua celeste intercessione.

Crescendo, mi veniva insegnato, come a molti cattolici, che noi presentiamo le nostre richieste a Dio per mezzo di Maria allo stesso modo in cui chiediamo alle nostre madri terrene di presentare le nostre richieste ai nostri padri, i quali potrebbero essere piuttosto severi e distanti. Sono ora stupito del fatto che non abbia saputo discernere le implicazioni di un parlare del genere: in quanto ciò sicuramente disonora sia Dio il Padre, che ci ha amati così tanto da aver dato il suo unico Figlio, sia sminuisce Cristo, che ci permette di avvicinarci al trono di grazia con coraggio. Non si può evitare quanto segue: inserire qualcun altro nel ruolo di mediatore significa o che Dio il Padre è ancora arrabbiato, oppure che Dio il Figlio è inadeguato.

La pratica modella sempre la teologia. Nel Rosario, per esempio, il numero considerevole di preghiere dirette a Maria, in contrapposizione a quelle rivolte al Padre, favorisce il predominio di Maria. Per ogni Padre Nostro ci sono dieci Ave Maria. E mentre i cattolici sono incoraggiati a meditare sul mistero di Cristo, il Rosario termina con una meditazione sull’assunzione di Maria e la sua incoronazione come Regina del cielo.

Non abbiamo qui lo spazio per discutere di innumerevoli forme devozionali nei confronti di Maria che si sono evolute nel corso dei secoli: l’indossare medaglie o collane particolari per assicurarsi la protezione di Maria, i pellegrinaggi nei luoghi dove, come si sostiene, ci sono state le apparizioni di Maria, e così via.

Maria come essenza del Cattolicesimo
L’insegnamento cattolico riguardo a Maria riassume, sotto molti aspetti, i problemi che ci distanziano dal Cattolicesimo. L’influente teologo tedesco Karl Barth si espresse così: «Nella dottrina e nell’adorazione mariana è espressa l’eresia della Chiesa cattolico-romana che spiega tutto il resto. La “madre di Dio” del dogma mariano cattolico-romano è semplicemente il principio, il tipo e l’essenza della creatura umana che partecipa come serva alla sua propria redenzione» (enfasi aggiunta).
La creatura umana che partecipa come serva alla sua redenzione: sono parole penetranti. Non per mezzo di Cristo soltanto, come si trova scritto nella Bibbia, e ricevuto per sola fede, mediante la sola grazia. Per il Cattolicesimo, l’umano deve essere sempre re-inserito, sia che si tratti del ruolo di sacerdoti umani nella Messa sia del ruolo della Chiesa nello stabilire la parola di Dio o ancora del ruolo delle nostre opere nel meritare la salvezza.

E l’insegnamento cattolico su Maria è un esempio classico. Vediamo l’unicità di Cristo messa da parte e l’elevazione della sua madre terrena al suo fianco per rivestire il ruolo di mediatrice e amica dei peccatori; vediamo la Bibbia essere stravolta da una graduale aggiunta di tradizioni della Chiesa infallibile che sono sempre più lontane da ciò che la Bibbia in realtà insegna; e vediamo preghiere e devozioni a Maria praticate per guadagnare il suo favore e la sua protezione.

Il cuore del problema è il desiderio degli uomini di partecipare alla loro propria salvezza e l’istituzionalizzazione di questo desiderio nell’insegnamento e nella pratica della Chiesa cattolica.

(Ray Galea, A mani vuote. Cattolici ed Evangelici di fronte al messaggio della salvezza, Edizioni GBU, 2012)

RAY GALEA è un ministro anglicano che opera a Sydney, in Australia come responsabile del gruppo pastorale del St Alban’s
Multicultural Bible Ministry

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