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di Valerio Bernardi

 

Lo scorso mese, il Dicastero per la dottrina della fede del Vaticano (l’ex Sant’Uffizio) ha pubblicato una nota chiarificatrice sui titoli che si possono attribuire a Maria. Il documento è stato controfirmato da Papa Leone XIV e, per questo motivo, assume ancora più importanza, poiché significa che l’attuale Pontefice è pienamente d’accordo con quanto detto.

I commenti al documento da parte degli evangelici sulla rete sono stati numerosi in Italia e si sono legati soprattutto al fatto che si dica chiaramente che Maria non è “corredentrice”, ovvero non partecipa all’opera salvifica di grazia, dovuta al suo figliolo Gesù che (viene detto più volte nel testo citando passi biblici) è l’unico mediatore di salvezza tra Dio e uomo.

La nota ha pertanto suscitato abbastanza sensazione, anche se conviene ricordare alcune cose prima di soffermarsi su analisi che vanno al di là di questo aspetto. 

In   primis, la Chiesa Cattolica non ha mai promulgato un dogma (ovvero qualcosa di cui si deve credere per forza in quanto cattolici) sull’idea di Maria come corredentrice. Come ribasce il testo, si è trattato di un’idea che è stata presente nella Chiesa ma che il Magistero (a parte qualche affermazione di Giovanni Paolo II) ha sempre scartato. Il testo, tra l’altro, va letto in complementarità con le Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali, pubblicato nel maggio del 2024 (e voluto, in questo caso, da Papa Francesco) dove se da un lato di fatto si ammetteva che anche a Medjugorie forse era apparsa Maria, dall’altra si prendeva le distanze da diverse idee diffuse da coloro che in Bosnia avevano detto di aver visto Maria compreso il titolo di Corredentrice.

Il documento, quindi, vede una presa di distanza da questo titolo che implica anche una velata critica ad alcune espressioni usate da Giovanni Paolo II ed una presa di distanza da alcune manifestazioni di cattolicesimo popolare.

Fatte queste precisazioni, vale la pena soffermarsi su alcuni altri aspetti del documento che, a nostro parere, sono ugualmente importanti.

In secondo luogo, il testo ribadisce la differenza tra religiosità popolare e ufficialità teologica. La Chiesa Cattolica è fatta di entrambi gli aspetti: il primo viene tollerato ed è anche un qualcosa su cui i credenti evangelici hanno dato sempre poca attenzione se non per condannare questa religiosità come una forma di superstizione senza farne una accurata analisi, il secondo è un aspetto, invece, cui si deve obbedienza ed a cui ogni credente si deve attenere. Si tratta di un approccio classico che ha sempre avuto la funzione di tenere le masse all’interno della Chiesa e di controllarle con i dogmi e con il Magistero pur lasciando dei margini di libertà di espressione. Anche questa nota quindi fa riflettere sulla molteplicità del cattolicesimo e sul fatto che risulta improprio trattarlo come un blocco monolitico.

Un altro aspetto interessante è il lato dogmatico del documento: sono ribaditi i classici tre dogmi mariani, quello della perpetua verginità, di Maria come Madre di Dio e dell’Immacolata Concezione. Il documento sembra quasi ignorare l’ultimo dogma, quello dell’Assunzione. Tutto ciò potrebbe avere una sua spiegazione nell’avvicinamento che il cattolicesimo ha fatto nei confronti dell’ortodossia dove quest’ultimo dogma non è accettato. Si vedano inoltre le copiose citazioni dei Padri della Chiesa, quasi tutti orientali, con l’ammissione che il culto mariano si sia diffuso prima ad Oriente e poi sia arrivato ad Occidente con l’accettazione dei dogmi di alcuni Concili.

Una certa attenzione merita l’analisi scritturale nel testo, piuttosto accurata. Se da un lato questa analisi serve a ribadire l’unicità della salvezza che proviene da Cristo e in Cristo, dall’altra le attribuzioni che sono fatte a Maria appaiono singolari: dall’essere la prima Chiesa (perché ha accettato la Volontà del Signore al momento dell’Annunciazione da parte di Gabriele), a supremo esempio di fede perché l’ha mantenuta anche durante la Crocifissione. Interessante è anche l’analisi del termine Donna e Madre rivolto da Gesù a Maria e a cui gli estensori della nota danno attenzione, ritenendo che il termine donna sia per certi versi superiore (e non di estraneità come molti evangelici credono) rispetto a quello di madre. Ci sono qui anche echi di certe letture femministe del testo biblico che vengono usate per supportare l’importante ruolo della madre di Gesù.

Il titolo che viene attribuito a Maria in questa nota è di essere Madre fedele del popolo di Dio. Pur ribadendo l’umanità di Maria, allo stesso tempo se ne sottolinea l’esemplarità per i credenti e per la Chiesa (definita nel cattolicesimo come Popolo di Dio soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II).

Si tratta quindi di una lettura interessante per gli evangelici non tanto per il mancato dogma, quanto per quello che viene ribadito e per il come viene fatto.

Il metodo cattolico rimane sempre quello: il richiamo ad una Rivelazione divina che è fatta non solo di testo biblico (che, comunque, è ampiamente citato), ma anche di tradizione che va dalle citazioni dei Padri della Chiesa a quelle degli ultimi tre pontefici. Per il Cattolicesimo l’autorità magisteriale rimane importante ed anche la funzione della Chiesa come autorità che chiarifica il significato del testo biblico e di quanto detto nella storia. Si tratta sicuramente di un approccio diverso da quello evangelico, ma in cui forse non va trascurata l’attenzione che bisogna dare ai passi biblici su Maria ed alla loro interpretazione. 

In secondo luogo, l’attenzione a Maria. Benché il testo è scritto soprattutto per dire che non esiste un dogma della corredenzione e che Cristo rimane l’unico mediatore di salvezza (al contrario di alcune forme di devozione popolare, ma anche di un dibattito teologico realmente avvenuto), è anche vero che il posto della Madre di Gesù rimane centrale, perché risulta esempio per tutti i credenti e “primizia” tra di essi. Sebbene non esista il concetto di mediazione salvifica di Maria, rimane quello della possibilità che possa intercedere per gli uomini a Dio. L’importanza di Maria nella Chiesa non è quindi assolutamente ridimensionata, ma solo riordinata da una corrente teologica sicuramente meno mariana ma che non abolisce culto dei santi e di Maria dalla Chiesa.

Il documento ci dice molto anche su questo Pontefice che mostra di essere un mediatore ma anche uno che vuole controllare bene l’andamento della vita ecclesiastica.

Questi aspetti sono tutti ottimi spunti di riflessione per una valutazione dell’attuale cattolicesimo e dei suoi variegati aspetti.

 

Valerio Bernardi – DIRS GBU

L’articolo Una Madre di fede: fine della corredenzione. Brevi considerazioni sulla figura di Maria dopo la nota vaticana. proviene da DiRS GBU.

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di Christopher J.H. Wright, (Langham Partnership)

 

Una volta, negli anni ’80 del XX secolo, durante il nostro soggiorno in India, mi è stato chiesto di scrivere un articolo per una rivista locale sul tema «Perché sono un cristiano?». Per quanto ricordo, i paragrafi avevano più o meno questi titoli: «Perché essere cristiani è appagante. Perché è rassicurante. Perché ha senso». Cercavo di esprimere come la mia fede cristiana non soltanto mi facesse sentire personalmente realizzato e sicuro della salvezza eterna ma desse anche intellettualmente e razionalmente senso al mondo in cui viviamo. Proprio questo terzo punto mi è tornato in mente nel corso della lettura dello stimolante libro di Mark Meynell. Mi pare logica, scrivevo allora, l’idea di un universo che non fosse meramente frutto di un inesplicabile caso, bensì creato da un Dio personale, potente e amorevole come quello della Bibbia. Mi convince che il caos in cui il mondo è immerso non sia dovuto semplicemente a mancanza di progresso, a ignoranza o a qualcuna delle miriadi di diagnosi e medicine inadeguate di cui l’umanità è stata prodiga, bensì a una ribellione morale di fondo contro la fonte stessa della nostra umanità e al nostro rifiuto della benevola autorità di Dio nel suo mondo. Questa è la radicale analisi biblica del peccato. Qualsiasi cosa di inferiore è superficiale e non è in grado di dare senso alla realtà così come la conosciamo. Per me ha senso che il Dio creatore di un tale, splendido mondo debba, per amore, scegliere di non distruggerlo ma di redimerlo per mezzo di Gesù di Nazaret e della sua incarnazione, della sua morte, risurrezione e ascensione. Ha senso, infine, che dopo avere promesso e realizzato tutto questo che troviamo nella storia biblica Dio non lasci incompiuto il progetto (non lo farà); farà invece terminare la storia con la piena restaurazione del creatopreconizzata da Isaia, da Paolo e da Giovanni di Patmos. È questa storia ad avere senso, in quanto è la storia evangelica della missione di Dio, che guida la nostra missione nel mondo. È questa la storia, questa la persona di cui possiamo fidarci, in un mondo in cui la fiducia è soverchiata dal cinismo, dagli abusi, dall’ironia e dalle teorie cospirazioniste. La critica straordinariamente sensibile e documentata mossa da Mark Meynell alla nostra cultura mette in luce come la perdita di fiducia a ogni livello della società rifletta la perdita di qualsiasi capacità di «dare un senso» alla «vita, all’universo e a tutto quanto»; il che è, a sua volta, il prodotto del rifiuto deliberato di qualsiasi narrazione capace di garantire un tale “senso” universale, all’indomani dell’evidente fallimento della “narrazione” della modernità. Evidentemente, possiamo fidarci soltanto se siamo convinti dell’affidabilità sia della storia offerta sia di colui che ci invita a prendervi parte e della capacità, in qualche modo, di garantire un lieto fine. La terza parte del presente volume presenta in modo convincente la tesi secondo cui la narrazione evangelica di tutta la Bibbia offre proprio una tale sicurezza, una sofferta parola di speranza in un «deserto di specchi», un invito a tornare a credere e una base motivazionale per una missione biblicamente radicata, autentica e umile, nelle sue sicurezze, per il popolo di Dio nel mondo di Dio.

 

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di Giacomo Carlo Di Gaetano

 

Politicamente corretto (in inglese politically correct) è un’espressione che si riferisce a un insieme di pratiche che partono dall’universo della comunicazione e si estendono fino al comportamento morale e alle codificazioni formali quali gli speech codes; queste pratiche si traducono in limitazioni volte a tutelare una serie di soggetti che si ritenevano discriminati in ragione delle loro condizioni biopolitiche (donne, omosessuali ma anche popolazioni indigene e culture a rischio estinzione fino a diversamente abili e persone in condizioni sociali precarie). Una serie di espressioni e gli atteggiamenti che li accompagnano sono indicate come cariche di discriminazione se non addirittura evocative di violenza e soprusi (patriarcato, etc.).

A volte il PC non esprime solo limitazioni o proibizioni ma formula vere e proprie proposte di interazione che partono sempre dal linguaggio (si pensi all’uso degli asterischi per non segnare o segnalare il genere maschile o femminile – gender inclusive terminology).

Ma nel corso del tempo il PC ha mostrato anche volti poco rassicuranti venendo sempre di più assimilato a una vera e propria ideologia (si pensi alla cancel culture, la teoria secondo la quale ci si deve liberare materialmente di tutti i simboli che rimandano a pezzi di storia caratterizzati da azioni imperialistiche o razziste – le statue di Cristoforo Colombo, per esempio).

Si ritiene che siano quattro gli ambiti in cui il PC ha fatto sentire la sua influenza: l’ambito del multiculturale nel quale si affermava e si afferma l’equivalenza assoluta tra le culture e le civiltà; l’ambito biopolitico in cui confluiscono diverse rivoluzioni, da quella sessuale a quella antropologica, fino all’idealizzazione dell’equivalenza tra desideri e diritti; l’ambito dell’ecologismo e dell’ambientalismo “antiumanista” che “mette ai margini la civiltà umana rispetto alla salvaguardia dell’ambiente”; l’ambito dell’autodeterminazione solipsistica che marginalizza le eredità storiche e culturali (si veda E. Capozzi, Politicamente corretto. Storia di un’ideologia, Marsilio, 2018, p. 46).

La storia del PC è affascinante poiché la sua evoluzione ha evidenziato delle singolari contraddizioni. Tutti i sostenitori contemporanei del PC, vale a dire una elite culturale che sarebbe annidata nelle grandi università americane non si sognerebbero di identificarsi con coloro che vengono indicati, nella ricerca storica, come i creatori del concetto. Ci riferiamo alle famose “linee guida” dei vecchi partiti comunisti, in particolare quello cinese, con le quali si volevano valutare le posizioni ortodosse degli aderenti al partito. Niente a che fare con i contemporanei radical chic propugnatori, secondo una grammatica politicamente orientata al conservatorismo, del PC.

Ebbene il concetto di politicamente corretto, dopo essere stato identificato come una vera e propria ideologia è caduto in grande disgrazia, aggredito dalle proposte populiste e nazionaliste e colpevole, secondo queste alternative, di aver rappresentato un grave attentato alla libertà di pensiero e di espressione.

Oggi, dunque, viviamo in un’epoca in cui il PC è ritenuto la madre di tutti i problemi e le derive etiche dell’Occidente segnato dalle politiche progressiste. Questa lettura caratterizza anche l’approccio dei cristiani che hanno visto nel PC la punta di diamante di una società e di una cultura caratterizzata dal rinnegamento dei cosiddetti “valori” cristiani.

Nelle righe che seguono vorrei tentare di difendere, parzialmente, il PC sostenendo che esso è particolarmente importante in un tratto della predicazione del vangelo.
Iniziamo dicendo che nella teoria del PC è possibile intravedere due punti ricorrenti:

  1. La sua tendenza all’universale, vale a dire la tendenza a considerare gli esseri umani tutti uguali e non passibili di essere giudicati e neanche “nominati” a partire da un’intera gamma di caratteristiche antropologiche che vanno dal colore della pelle alle scelte in materia sessuale etc.
  2. La seconda tendenza è quella di rendere il più neutrale possibile la locuzione dei parlanti, giungendo a un linguaggio che rispetti le identità degli interlocutori così come essi la percepiscono.

Ebbene questi due punti della teoria del PC rappresentano una straordinaria sfida per la condivisione del vangelo.

La teoria del PC nonostante la pretesa non trova un fondamento per la sua condivisibile aspirazione all’universale. I critici, infatti, spesso rilevano molte idiosincrasie se non addirittura dei veri e propri doppiopesismi. Un esempio potrebbe essere rappresentato dal linguaggio che viene adoperato per i due scenari di guerra in corso (Striscia di Gaza e Ucraina: a volte i difensori della tesi del genocidio e dell’occupazione illegittima di territori, in un caso, non rilevano le stesse dinamiche nell’altro caso). Nonostante la teoria sia figlia dell’aspirazione all’universale dell’Illuminismo, essa non è in grado di indicare un solo elemento universale che accomuni tutti gli uomini esigendo che la comunicazione non sia esclusiva e discriminatoria. Neanche la vecchia buona “ragione” di Kant servirebbe allo scopo.

Il cristianesimo, al contrario, ha in sé una serie di fondamenta universali che avrebbero un diretto impatto sulle relazioni interumane e in particolare sul linguaggio. In questo PC e cristianesimo dovrebbero incontrarsi.

Sorprende in particolare la convergenza tra l’aspirazione all’universale del PC e la condizione decaduta dell’essere umano, della sua condizione di “peccato”, come si esprime la Bibbia. Da cristiani potremmo dire che non dovremmo discriminare prima di tutto perché portiamo tutti l’imago Dei, ma questa dottrina è controversa e troverebbe poco consenso, poiché rimanda all’atto creativo di Dio, che non è riconosciuto da tutti. Al contrario, un’attenta analisi fenomenologica del mondo degli umani non avrebbe difficoltà a raccogliere il consenso di tutti nel ritenere che nel mondo c’è qualcosa che non va, non funziona. E non si tratta solo e unicamente del male naturale (terremoti e altre disgrazie naturali); si tratta soprattutto del male morale che non solo e rilevabile immediatamente sia in una prospettiva macro sia in una prospettiva micro (dalle guerre ai femminicidi, per es.) ma ci porta a interrogarci sull’origine di tanta sofferenza che gli uomini infliggono ai propri simili. Il teologo americano Reinhold Niebuhr proprio in ragione di questa fenomenologia poteva affermare che la dottrina del peccato originale era la dottrina più realistica dell’intero credo cristiano.

Questa condizione dell’essere umano ci porta a dire sì alla teoria del PC: è necessario, nell’agire comunicativo, non prevaricare, rispettare le identità altrui, anche se si è convintamente cristiani, madri e così via. Il Cristianesimo offre un fondamento al PC: non bisogna discriminare perché, in fin dei conti, siamo tutti dei discriminati!
Il che ci porta diritto al secondo punto della visione del PC, quella della neutralità del parlante. Se accogliamo e facciamo nostro il primo punto (la tendenza all’universale) respingiamo nettamente il secondo e correggiamo la visione del PC: la posiamo conservare, correggendola.
Se siamo tutti peccatori allora il parlante, anche e soprattutto colui che predica il vangelo, facendolo precedere dall’annuncio del peccato universale (non c’è nessun giusto, neppure uno), deve subito affermare, di fronte ai peccatori: io sono il primo! Questa è la lezione di Paolo che richiama quella di Gesù: c’è qualcuno che è senza peccato? Scagli la prima pietra. Qui siamo in pieno agire comunicativo, e siamo proprio nel regno del Politicamente Corretto!

I cristiani, quando guardano alla propria condizione di peccatori (perdonati) dovrebbero essere i più accaniti difensori del PC. Proclamano che tutti sono peccatori e sono privi della gloria di Dio, ma divengono insensibili allorquando devono fare il passo dell’implicazione: se siamo tutti peccatori, lo sono anche io. E il fatto di essere stato perdonato non mi dà vantaggi (di qualsiasi genere) sui peccatori non perdonati che sto cercando di raggiungere con il messaggio della buona novella.

Universalità della condizione di peccato e assoluta mancanza di neutralità sono alla base dell’identità cristiana, ma rappresentano un forte stimolo ad accogliere la sfida del PC, a non respingerlo ma a correggerlo. Ecco perché esso deve essere difeso e rivisitato in chiave cristiana. E devono farlo soprattutto coloro che sono critici dell’ideologia del PC, sulla base di una serie di valori definiti cristiani. Perché tra questi valori c’è la coscienza della propria peccaminosità e indegnità. Ecco perché nell’annuncio del vangelo, ma non solo, anche nella convivenza civile, non bisogna guardare agli stili di vita che non si condividono ritenendo che sia parte della mia libertà di pensiero discriminarli.

Ma è sicuramente parte della mia libertà, che difenderò anche a costo di pagare un prezzo, l’affermare che siamo tutti peccatori (sono il primo) e tutti possiamo avere una chance.

 

 

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di Dario Di Luca,

Professore Ordinario di Microbiologia e Virologia, Università degli Studi di Ferrara.

 

A pochi giorni dal termine della mia carriera universitaria, dopo quarantacinque anni di insegnamento e ricerca, il sentimento che prevale è la gratitudine. Il Signore mi ha benedetto, concedendomi di diventare professore universitario. Guardando retrospettivamente, quella che poteva apparire come una semplice traiettoria professionale si rivela essere stata qualcosa di più profondo: un cammino in cui vocazione scientifica e dimensione spirituale si sono intrecciate, non senza tensioni, ma anche con sorprendenti convergenze. Dio chiama a partecipare al Suo progetto non solo pastori o missionari, ma tutti, anche docenti e ricercatori. La scienza può diventare un atto di adorazione, se vissuta come servizio al Signore.

Tra laboratorio e preghiera

Fin da ragazzo, la scienza mi appariva come una finestra aperta sulla sapienza del Creatore. Ogni organismo, ogni cellula, ogni batterio e virus racconta la sapienza del Creatore. La ricerca scientifica è stata per me il campo in cui fede e scienza hanno potuto dialogare, non come realtà contrapposte, ma come due linguaggi della stessa verità. Se la scienza risponde al come, la fede risponde al perché. Questa consapevolezza mi ha guidato, anche quando nel contesto accademico mi sono trovato spesso privo di colleghi con cui condividere la dimensione spirituale.

L’isolamento, in certi momenti, è stato reale. Da una parte il rigore scientifico, dall’altra l’uomo di fede: due mondi che sembravano inconciliabili. Tuttavia, ho imparato che la divisione era solo apparente. “Fate tutto per la gloria di Dio” (1 Cor 10:31) è diventato un principio metodologico, non soltanto spirituale. Ogni lezione, ogni esperimento, ogni riunione poteva trasformarsi in un atto di culto. Ricordo le preghiere silenziose nel mio studio, quando le decisioni difficili o gli insuccessi sperimentali sembravano pesare più del dovuto. La fede, soprattutto in quei momenti, è stata determinante nell’indirizzare azione e consapevolezza.

Navigare tra due sospetti

Il credente nell’università pubblica vive spesso tra due “sospetti”. Nel mondo accademico, la fede è talvolta considerata un limite; nella chiesa, la scienza può suscitare diffidenza. Ho sperimentato entrambe le incomprensioni: troppo credente per alcuni colleghi, troppo scienziato per certi fratelli in fede. Soprattutto durante la pandemia COVID-19, nella chiesa ho sentito questa frattura: teorie del complotto, paura dei vaccini, sfiducia nella ricerca, strambe idee apocalittiche.

In questi anni ho compreso quanto sia importante costruire ponti. Non esistono due realtà separate, ma un’unica chiamata che unisce ricerca e testimonianza. Non dobbiamo scegliere fra Bibbia e scienza, fra Scrittura e cultura, ma dobbiamo fare da ponte, senza compromessi, senza rinnegare il messaggio della Scrittura, ma con onestà intellettuale. Dobbiamo mostrare che la fede non ha paura della scienza. Lo studio della natura è studio dell’opera di Dio. Una fede che ha paura della scienza è una fede fragile; una scienza che ignora Dio è cieca.

Come ha ricordato John Polkinghorne, la scienza risponde al “come” il mondo funziona, mentre la fede risponde al “perché” il mondo esiste. Si tratta di due livelli di comprensione complementari, non contraddittori. Questo concetto, peraltro, ha radici antiche: Galileo sosteneva che natura e Scrittura, provenendo entrambe da Dio, non possono contraddirsi; Sant’Agostino affermava che nel libro della Bibbia ascoltiamo l’opera di Dio, nel libro della natura la osserviamo. Come sottolinea Alister McGrath, fede e scienza sono “mappe” complementari che ci permettono di navigare la stessa complessa realtà. Il mondo creato e la Scrittura raccontano il medesimo Autore. L’università, in questa prospettiva, non è un luogo di scontro ma un laboratorio di riconciliazione

Il Salmo 19 afferma che “i cieli raccontano la gloria di Dio”. La scienza può essere intesa come uno dei linguaggi attraverso cui ascoltiamo questo racconto.

Conoscenza e responsabilità

Il mio campo, la virologia, mi ha insegnato che la conoscenza è sempre ambivalente: può curare o distruggere, liberare o soggiogare. Ogni passo avanti nella comprensione dei meccanismi biologici comporta responsabilità. Ho cercato di trasmettere agli studenti il principio che la scienza non è neutrale, ma richiede discernimento morale. Gli esperimenti “gain of function”, le applicazioni del “gene editing”, la manipolazione di virus o il rischio di sperimentazioni non etiche ci ricordano che il sapere può diventare idolatria se non resta sottomesso a Dio. Il progresso, se non temperato dalla sapienza, si trasforma in superbia ed orgoglio, con tutto quello che ne deriva.

La narrazione biblica offre numerosi esempi di questa ambivalenza del progresso. Nel racconto biblico, Caino costruisce una città dopo aver versato sangue innocente; la civiltà nasce, ma insieme si insinua l’orgoglio. La discendenza di Caino in Genesi 4 mostra l’emergere della civiltà—zootecnia, musica, metallurgia—ma si conclude con il canto violento di Lamec, che esprime arroganza, desiderio di vendetta, violenza. Il racconto del frutto proibito in Genesi 2-3 non condanna la conoscenza in sé, ma l’arroganza di autodeterminarsi senza riferimento al Creatore. La torre di Babele in Genesi 11 illustra come una conquista tecnologica (mattoni e bitume) possa essere usata per sfidare Dio con la logica dell’”acquistarsi fama”.

Il sapere è una benedizione solo se rimane orientato da principi etici e da senso di responsabilità, ispirati dalla Bibbia. Senza questa guida, la conoscenza può diventare strumento di superbia e guida ingannevole. Il versetto di Isaia 47:10 è chiaro: “la tua saggezza e la tua scienza ti hanno sviata e tu dicevi in cuor tuo: ‘Io, e nessun altro fuori di me’”. La conoscenza può generare hybris, quella tracotanza che spinge l’uomo a credersi padrone della vita. Per questo, nell’insegnamento ho cercato di sottolineare il legame tra conoscenza e responsabilità, mostrando i limiti etici della ricerca. L’università non deve solo formare menti brillanti, ma anche coscienze sagge.

Il sapere deve essere usato per servire e proteggere, non per sfruttare.

La cattedra come luogo di testimonianza

Essere professore cristiano non significa trasformare l’aula in un pulpito, ma incarnare una diversa visione dell’essere umano e del sapere. Alcuni studenti mi hanno detto di aver percepito nelle mie lezioni “un modo diverso di guardare le cose”. La cattedra può diventare un luogo di missione, dove l’incontro con la verità scientifica apre uno spazio alla verità più profonda, quella che dà senso e orientamento. Insegnare non è soltanto trasmettere dati, ma educare alla responsabilità, al rispetto, alla meraviglia. La conoscenza non è possesso, ma servizio.

Guardando indietro, guardando avanti

Giunto al termine di questo lungo percorso, riconosco di aver imparato più di quanto abbia insegnato. Ho visto la fedeltà di Dio nelle fatiche quotidiane e nelle scelte difficili. Non tutto è stato chiaro mentre lo vivevo, ed io non sempre sono stato coerente e fedele. Ma Dio è sempre stato fedele e vicino ed oggi posso dire con sincerità: “Fin qui il Signore ci ha soccorsi” (1 Sam 7:12). Se qualcosa di buono è rimasto del mio lavoro, non saranno tanto gli articoli o i progetti, quanto le vite toccate, le coscienze destate, i semi di speranza piantati in qualche cuore giovane.

L’università continuerà a cambiare, ma rimarrà sempre il bisogno di donne e uomini che uniscano rigore e compassione, fede e ragione, eccellenza e testimonianza. Vorrei dire a chi resta: non abbiate paura di essere “strani”, di portare la vostra fede nei laboratori, nei consigli di dipartimento, nelle aule e nei seminari. La conoscenza, senza la sapienza che viene da Dio, è vuota; il progresso, senza orientamento morale, è cieco.

Forse il senso più profondo di una vita accademica è proprio questo: scoprire che, in ogni formula e in ogni cellula, c’è un frammento della gloria di Dio. E che ogni sforzo, ogni esperimento, ogni lezione, se fatto nel Signore, non è vano.

“State saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore” (1Cor 15,58).

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Come comprendere il “riordinamento” della Comunione Anglicana

di Simon Cowell
(Staff GBU a Bari)

 

Lo scorso 16 ottobre Laurent Mbanda, Arcivescovo anglicano del Ruanda, ha annunciato la creazione di una «comunione anglicana globale», rifiutando la sede di Canterbury come rappresentante della terza, più grande chiesa cristiana del mondo. Questo annuncio probabilmente non è stato molto notato molto in Italia – la chiesa anglicana, storicamente derivante dalla Chiesa d’Inghilterra, è una realtà poco diffusa e poco numerosa in questo paese. Non vuol dire, però, che non abbia avuto una certa influenza anche sulla chiesa italiana. Autori e teologi come Packer, Ryle, Stott, N.T. Wright e Christopher Wright provengono dal mondo anglicano, e gli anglicani hanno svolto un ruolo importante nello sviluppo della teologia evangelica anche oltre i confini denominazionali. I missionari britannici (perlopiù anglicani, ma non solo) hanno anche contribuito in modo significativo alla diffusione del vangelo in diverse parti del mondo. Tutto ciò rende questo un momento importante non solo per l’anglicanesimo in sé ma anche per la chiesa globale nell’affrontare la falsa dottrina e nella difesa della verità biblica.

 

Sin dall’inizio c’è stata, nella chiesa anglicana, una tensione interna significativa. Anche se la denominazione è nata all’epoca della Riforma come i luterani, i calvinisti e anche gli anabattisti, in Inghilterra questa divisione non fu motivata primariamente dalla teologia, ma dalla politica. Il re Enrico VIII era fortemente opposto alla teologia di Lutero, al punto da meritarsi dal papa Leone X, nel 1521, il titolo Defensor Fidei (Difensore della Fede). In seguito, però, cercò l’annullamento del suo matrimonio con Caterina d’Aragona, che non gli aveva dato un erede maschio. Quando l’allora papa Clemente VII si rifiutò di concedere l’annullamento, Enrico decise di separare ufficialmente la Chiesa inglese da quella romana, senza però adottare la teologia della Riforma.

Questo vuol dire che, al contrario di altre confessioni “protestanti”, gran parte della chiesa inglese è rimasta cattolica, almeno per convinzione.  Fu solo nei decenni successivi che la teologia riformata prese il sopravento al punto che la liturgia e i documenti fondamentali anglicani sono al giorno d’oggi considerati chiaramente evangelici, perlopiù riformati. Questa storia complessa (di cui abbiamo potuto narrare qui solo una sintesi superficiale) spiega in qualche modo la complessità della domanda: chi sono i veri anglicani? Quelli di convinzione cattolica, o quelli di convinzioni riformate? La questione si è complicata ulteriormente nella seconda metà del 800, con l’arrivo della teologia “liberale” e il suo caratteristico metodo dell’alta critica. Per ben 150 anni, dunque, la chiesa anglicana è stata composta di almeno tre scuole di pensiero: quella evangelica, quella “anglo–cattolica” e quella “liberale/progressista”. Questa tensione è stata gestibile grazie alla struttura della chiesa stessa: sebbene l’arcivescovo di Canterbury sia considerato il capo della Comunione anglicana, non ha nessuna autorità di comandare o di intervenire direttamente nelle attività delle varie diocesi anglicane.  L’arcivescovo di Canterbury è considerato come “primus inter pares” rispetto agli altri arcivescovi della Comunione. I vari congressi e incontri globali della chiesa erano momenti di discussione, dibattiti, tentativi di trovare e di esprimere accordo e mantenere una certa unità, sebbene ogni diocesi fosse a tutti gli effetti indipendente per quanto riguardava la teologia e il suo ministero pubblico.

Per quasi un secolo la situazione è stata questa, con un delicato equilibrio fra gli evangelici, gli anglo–cattolici e i progressisti. Gli ultimi eventi, però, rappresentano il culmine di una graduale erosione di questo equilibrio. Negli ultimi decenni la rivoluzione sessuale ha fatto il suo ingresso anche nella chiesa e le dottrine concernenti la sessualità umana, il matrimonio e le questioni correlate sono state messe in discussione non soltanto dal punto di vista delle convinzioni personali, ma anche da quello ufficiale. Quale dovrebbe essere la posizione ufficiale della chiesa sull’omosessualità? Un matrimonio gay può essere riconosciuto e magari benedetto dalla chiesa? È consentito a un prete, un sacerdote o un ministro ordinato di far parte di una coppia omosessuale? Allo stesso tempo, il baricentro globale dell’anglicanesimo si è spostato verso sud: la diocesi più grande del mondo è quella della Nigeria (con oltre 25 milioni di membri battezzati, e molti altri praticanti), e teologicamente verso il campo evangelico. Quasi tutte le diocesi del cosiddetto “sud globale” sono di orientamento evangelico e in termini numerici costituiscono la maggioranza della Comunione globale.

 

Le risposte provenienti dalle varie parti della chiesa a queste domande sono, alla fine, il motivo di questo “scisma”. Nella Chiesa d’Inghilterra (cioè la parte inglese della Chiesa anglicana) è stato adottato un report che permette determinati riti e culti, approvando e benedicendo i matrimoni omosessuali. Questa relazione, intitolata “Living in Love and Faith: A response from the Bishops of the Church of England about identity, sexuality, relationships and marriage” (“Vivere nell’amore e nella fede: una risposta dei vescovi della Chiesa d’Inghilterra sull’identità, sulla sessualità, sui rapporti e sul matrimonio”), è stata redatta sotto la guida di Sarah Mullally, quando era vescovo di Londra. Anche se non modificava ufficialmente la dottrina anglicana sul matrimonio (che una relazione duratura ed esclusiva fra un uomo e una donna), proponeva preghiere e letture da usare in un culto di ringraziamento per un matrimonio omosessuale. Questa relazione è stata accolta male dalla parte evangelica della Comunione, che l’ha ritenuta contraria alla palese dottrina scritturale, alla teologia sana, e alla tradizione storica anglicana.

Il conflitto, già in crescita, ha raggiunto il suo culmine lo scorso 3 ottobre quando è stata annunciata l’elezione della stessa Sarah Mullally qualecome arcivescovo di Canterbury – la prima donna nella storia a ricoprire quel ruolo. Tante chiese anglicane del sud globale, ritenendo che il cuore storico della Comunione si è ostinato sulla teologia liberale in merito alle questioni sessuali, si sono organizzate nell’associazione GAFCON (Fratellanza Mondiale degli Anglicani Confessanti) e hanno preso la decisione “scismatica” di rifiutare ufficialmente l’autorità (anche simbolica) di Canterbury e di stabilire questa nuova “Comunione anglicana globale”.

Alla fine, si tratta di una decisione spinta da un forte desiderio di restare fedeli alla testimonianza scritturale, di mantenere una dottrina santa e sana, e di rifiutare l’invasione del liberalismo nella chiesa.

Bisogna pregare per i nostri fratelli e per le nostre sorelle anglicani, affinché questa decisione (presa niente affatto alla leggera) possa portare al ravvedimento, alla sottomissione all’autorità delle Scritture, e a una crescita sempre più grande e profonda del regno di Dio.

 

Soli Deo Gloria

L’articolo Uno scisma moderno? proviene da DiRS GBU.

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Una testimonianza di Anna, coordinatrice GBU Padova.

Alla Formazione GBU 2025 ho sentito dire varie volte di vivere l’università, di frequentarla, di andare in biblioteca, di andare in caffetteria, in mensa, A LEZIONE (forse avrei dovuto cominciare con questo ahah!), e di essere presenti tra gli altri studenti universitari. È proprio in questo nostro atteggiamento di disponibilità che il Signore può operare, aprendo delle porte e facendo crescere il Suo regno.

All’università, c’era una ragazza che io vedevo tutti i giorni e che mi aveva colpita per la sua bellezza ed unicità, ma con cui non avevo mai parlato.

Poi, un giovedì mattina, la svolta: una professoressa ha improvvisamente cancellato la lezione, e così mi sono ritrovata in biblioteca a studiare. Ed è proprio lì che l’ho incontrata! Ho parlato brevemente con lei e la sua migliore amica, poi sono scappata a lezioni. Alla fine della giornata, poi, sono andata in caffetteria e, proprio davanti all’ingresso, eccola di nuovo. Mi fermo e parliamo… 

Gira e rigira, abbiamo scoperto di essere sorelle in Cristo, e vi assicuro che la gioia provata in quel momento è stata indescrivibile e molto preziosa.

LEZIONE IMPARATA: un po’ di apertura e disponibilità mi avevano fatto conoscere un’altra studentessa credente! 

Romani 1:16 “Io infatti non mi vergogno del vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco.”

Con il passare delle settimane, i nostri incontri sono diventati sempre più frequenti. Siamo state davvero stra benedette dal Signore, che ci ha donato la possibilità di conoscerci!

Ma la storia si è estesa: la sua amica, che non è cristiana, si è incuriosita ed è venuta a trovarci a un incontro. È venuta perché ha sete. Sta cercando Dio. Sta cercando quella pace che non riesce a trovare da nessun’altra parte.

Parlando con lei, ho anche scoperto che un membro del nostro gruppo le aveva regalato il Nuovo Testamento, e lei mi raccontava di come era per lei un gesto così inaspettato, ma che al contempo le aveva trasmesso un senso di rassicurazione profonda.

So già che questa storia non finirà qui, e che il Signore ha in mente grandi cose.

Pregate per noi.

Salmi 126:3 ‘Il Signore ha fatto cose grandi per noi e noi siamo nella gioia.”

LEGGI QUI IL NOTIZIARIO GBU

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di Alan O. Noble

Mimare non è la stessa cosa che possedere intelligenza,  né si possono comprendere amore e arte. 

Articolo tradotto e pubblicato con il permesso di Christianity Today

Il mio timore è che entreremo in un’era di scarsità di intelligenza umana proprio mentre l’intelligenza artificiale inizia a fiorire. E questa paura non è infondata. Secondo uno studio a lungo termine sulle capacità di lettura e di calcolo di adolescenti e adulti, entrambe sono in calo dal 2012. 

L’articolo del Financial Times che ha riportato lo studio ha osservato che i diciottenni hanno dichiarato un netto aumento di «difficoltà a pensare o concentrarsi» e di «problemi ad apprendere cose nuove» nello stesso arco di tempo. 

Queste tendenze allarmanti erano iniziate prima del lockdown per il COVID-19, che certamente ha avuto un effetto negativo aggiuntivo sugli studenti costretti a passare alle classi virtuali. Il primo iPhone è stato lanciato nel 2007, alcuni anni prima che queste tendenze cominciassero a emergere dai dati. Potrebbe trattarsi solo di una correlazione, ma, alla luce della nostra esperienza quotidiana con gli smartphone, credo che la maggior parte di noi non si sorprenderebbe nel sapere che ci rendono meno capaci di concentrarci, meno capaci di leggere libri o comprendere i numeri, semplicemente, più stupidi. 

L’Oxford English Dictionary definisce l’intelligenza come «la facoltà di comprendere». Per essere più precisi, credo che l’intelligenza si riferisca alla nostra capacità di ragionare e comprendere informazioni ed esperienze. Alcune di queste esperienze sono irriducibili a dati, come i nostri sentimenti d’amore, di belle, a o d’ingiustizia, cose a cui non si può assegnare un valore numerico. 

La nostra intelligenza è il nostro modo olistico di comprendere, interpretare e ragionare sulle informazioni e sulle esperienze che riceviamo e viviamo. È parte di ciò che ci distingue da animali e macchine; possiamo pensare a noi stessi mentre pensiamo. 

Esiste una riflessività nella nostra intelligenza che manca ad altre creature o creazioni. Una macchina, anche un modello di IA avanzato, non può contemplare sé stessa nell’atto di pensare. Può solo elaborare ulteriori informazioni, come analizzare le proprie prestazioni o individuare errori. 

Ma io posso dirvi com’è per me pensare a me stesso mentre penso a scrivere questo articolo. E in effetti, questa qualità di intelligenza riflessiva è importante per l’esperienza umana. È parte di ciò che conferisce texture e ricchezza ai nostri mondi interiori. Probabilmente non è un caso che questi mondi interiori siano attualmente minacciati dalle stesse forze tecnologiche che ci stanno rendendo più ottusi. 

L’intelligenza è anche qualcosa di più della mimesi. È vero che, dati sufficienti e potenza di calcolo, i sistemi di IA potranno generare contenuti che sembrano cogliere esperienze umane profonde come l’amore, la bellezza o l’ingiustizia. 

Potrai chiedere a ChatGPT una poesia d’amore per il tuo regalo di San Valentino o una spiegazione di un’opera d’arte visiva, e il risultato sarà una mimesi plausibile dell’esperienza umana reale, perché ha elaborato miliardi di dati e si è addestrato sulle poesie d’amore e sull’arte altrui. Ma questo non equivale ad avere intelligenza, a comprendere e capire l’amore o l’arte. È la differenza che vi è tra sapere che una rosa è usata come simbolo d’amore e sapere cosa sia l’amore e cosa si provi. 

Intesa come un dono unico dell’essere umano, l’intelligenza esige molto da noi. Prima di tutto, ci impone umiltà. Ogni volta che un’occasione di comprendere un’informazione o un’esperienza si presenta e noi scegliamo un atteggiamento di superiorità o di chiusura, non facciamo uso pieno del dono dell’intelligenza che Dio ci ha dato. È solo nell’umiltà che possiamo accogliere una realtà non filtrata dai nostri pregiudizi e dai nostri peccati, affinché possiamo comprenderla alla luce della rivelazione di Dio. 

Il modo in cui si interpreterà un’informazione o un’esperienza usando l’intelligenza è largamente determinato da un atteggiamento di umiltà o di orgoglio, come quando si legge un libro che mette in discussione le tue convinzioni politiche o una passeggiata al parco che ti confronta con la bellezza della creazione di Dio. L’orgoglio blocca la nostra intelligenza, rifugiandosi nei presupposti e nei pregiudizi preesistenti. L’umiltà resta aperta alla rivelazione e alla possibilità, alla correzione e alla sapienza, mettendo in moto l’intelligenza in un processo di comprensione. 

In secondo luogo, abbiamo il dovere di esercitare la nostra intelligenza leggendo, ragionando e praticando la virtù della temperanza con i nostri dispositivi digitali. Che i dati riportati sul Financial Times indichino o meno una causa diretta tra smartphone e declino dell’intelligenza in America e nel mondo, credo che la maggior parte di noi abbia osservato questo declino in noi stessi o in chi amiamo e che è dipendente dagli smartphone. 

Non ci serve uno studio per dirci ciò che il buon senso e l’esperienza personale mostrano: passare ore ogni giorno su dispositivi digitali che addestrano la nostra attenzione a video di 30 secondi nuoce alla nostra capacità di leggere e comprendere. Dio ci ha fatto un grande dono nell’intelligenza, ma lo sprechiamo in cose effimere e sciocchezze, quando potremmo usarlo per glorificarlo e operare per il bene comune del prossimo. 

Dato l’esempio dei social media, dovremmo aspettarci che la tecnologia sarà sempre più organizzata per appellarci ai nostri vizi e ai nostri peggiori istinti, piuttosto che per esercitare la nostra intelligenza, mentre gli sviluppatori di IA incassano miliardi e miliardi di finanziamenti. In altre parole, la nostra società probabilmente continuerà a evolversi contro il nostro bene comune, inclusa la nostra intelligenza collettiva. C’è semplicemente troppo denaro da guadagnare cavalcando il vizio. 

Abbiamo l’opportunità di esercitare ciò che Dio ci ha dato o di soccombere a queste forze sociali. Possiamo praticare umiltà e temperanza, umiliandoci davanti alla realtà e usando la tecnologia con moderazione. Che la tecnologia ci renda più stupidi o meno è una scelta che spetta a noi. Non è inevitabile. Possiamo scegliere di leggere libri, formarci opinioni proprie, scrivere i nostri pensieri, oppure lasciar fare tutto agli algoritmi, all’IA e alle macchine. Non sprechiamo il dono dell’intelligenza. 

Alan Noble è professore associato di inglese presso l’Oklahoma Baptist University e autore di diversi libri, tra cui On Getting Out of Bed: The Burden and Gift of Living (Alzarsi dal letto: il peso e il dono del vivere). 

 

L’articolo L’IA sta rendendo gli umani più stupidi proviene da DiRS GBU.

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di Vineet Rajan

Il modello dati–informazione–conoscenza–saggezza pone l’intelligenza artificiale al suo posto. 

Articolo tradotto e pubblicato con il permesso di Christianity Today

Da ufficiale di intelligence dei Marine nella mia vita precedente, il mio compito era aiutare i leader di alto livello a rispondere alla difficile domanda: «Cosa dovrei fare?». Dovevo raccogliere milioni di dati, organizzarli in informazioni, contestualizzarli e, attraverso l’analisi, dare loro significato in modo da conseguire la conoscenza della situazione. Gli ufficiali superiori prendevano tale conoscenza e, usando la saggezza nata dall’esperienza, decidevano come agire. Queste decisioni potevano significare la vita o la morte per gli uomini e le donne sotto il loro comando e, in quanto ufficiali, sentivamo regolarmente il peso di quella responsabilità. 

Oggi, da padre, marito e amministratore delegato, molte delle decisioni che prendo hanno ancora grande peso. Come esseri umani attraversiamo sempre fasi della vita che comportano dei rischi: la crescita dei nostri figli, lo stato di salute del nostro matrimonio, il posto di lavoro dei nostri collaboratori. Tutti prendiamo decisioni ogni giorno e ci auguriamo che siano prese con saggezza. Nell’era dell’intelligenza artificiale ha senso inserire questo potente strumento nei nostri processi decisionali in maniera appropriata. 

Il processo che seguivo da ufficiale di intelligence, passare dai dati che fossero usate per decisioni sagge. non è molto diverso da come molti di noi prendono decisioni nella vita quotidiana. In effetti il modello DICS (Dati, Informazione, Conoscenza, Saggezza) stabilito più di trent’anni fa dal sistemista Russell Ackoff, coglie passaggi che molti di noi compiono inconsciamente nel passare dai dati di base alla saggezza. In questo quadro, i dati diventano informazione quando sono organizzati e inseriti in un contesto; diventano conoscenza quando l’informazione viene analizzata e assume significato; e diventa saggezza quando comprendiamo come applicarla. 

Se facciamo un’analisi onesta, stiamo annegando nei dati e siamo inondati di informazioni, eppure cerchiamo sempre conoscenza e saggezza. Per fortuna, gli strumenti di AI possono aiutare in buona parte di questo processo. Le loro capacità algoritmiche e computazionali sono perfettamente adatte a raccogliere terabyte di dati e a organizzarli e contestualizzarli in informazioni utili per il processo decisionale, solitamente in pochi secondi piuttosto che nelle ore o nei giorni che ci vorrebbero a un essere umano. 

L’intelligenza artificiale ci fornisce conoscenza informativa, ma è anche schiava dei dati e delle informazioni a sua disposizione. Per le decisioni complesse della vita, quelle che comportano un vero rischio, spesso relazionale, abbiamo bisogno di qualcosa di più dell’informazione. 

La conoscenza può essere informativa, esperienziale o idealmente entrambe. La definizione biblica di conoscenza va oltre il mero dato organizzato e l’informazione contestualizzata. Al contrario, la visione cristiana della conoscenza è profondamente radicata in persone concrete che vivono esperienze in relazione con altri, sia con Dio sia con altri esseri umani (Giovanni 13:35; 2 Corinzi 4:5-7). 

Le Scritture parlano di come Dio vuole che lo conosciamo—certamente attraverso la conoscenza informativa, ma in ultima analisi in una relazione personale. Mosè conobbe Dio. Davide conobbe Dio. In modo simile ma diverso, Adamo conobbe Eva. La conoscenza che Dio desidera per noi è intima ed esperienziale, non solo informativa. 

L’AI può aiutarci in molti aspetti della vita, ma, come ogni cosa creata, ha anche i suoi limiti. Invece di usare strumenti di AI per generare dati e informazioni, molti cercano di sfruttare tali sistemi per produrre conoscenza esperienziale e persino saggezza. 

Un recente saggio pubblicato sulla Harvard Business Review ha evidenziato che il principale impiego dell’AI è la «terapia/compagnia». Riconoscendo le differenze tra terapia e compagnia, l’autore Marc Zao-Sanders li ha raggruppati in un’unica categoria perché entrambi «soddisfano un bisogno umano fondamentale di connessione emotiva e supporto». Il legame umano e il fatto di essere conosciuti dagli altri sono parte essenziale dell’essere umani. Pur descrivendo i vantaggi di usare l’AI in questo modo, l’articolo motiva i suoi argomenti con ragioni di efficienza: è disponibile 24 ore su 24, costa poco o nulla e non «giudica». 

Ma l’AI non è efficace sul piano relazionale. Non può offrire compagnia per gli stessi motivi per cui è limitata nel fornire conoscenza esperienziale o saggezza: non è una persona incarnata, dotata di prospettive ed esperienze da cui trarre empatia e affiancarci nella vita. Ed è qui la sfida. L’AI non può sapere cosa significhi essere umani perchéi è non umana. E nel mezzo della cultura occidentale in cui vi è una propria epidemia di solitudine, imitare le relazioni con l’IA ha già avuto tragiche conseguenze. 

Tentare di applicare l’IA in questo modo equivale a tornare nella caverna di Platone alla ricerca delle ombre di una relazione auto-gratificante, invece di godere dell’essenza delle relazioni. Così facendo, privilegiamo l’efficienza all’efficacia, l’artificiale al reale. 

Sebbene l’IA sia molto ben addestrata per i problemi complicati, gli esseri umani sono complessi; ci servono la conoscenza esperienziale e la saggezza data da Dio. Potremmo cercare di usare l’IA oltre i suoi limiti di elaborare problemi complicati e fornire conoscenza informativa, spingendoci nei territori della conoscenza esperienziale e della compagnia, ma sarebbe imprudente farlo. 

Vineet Rajan

Vineet Rajan è CEO di Forte, la piattaforma di mental fitness a crescita più rapida. Ha conseguito lauree magistrali a Stanford e Cambridge, è un veterano dei Marines ed è consulente per AI and Faith. 

L’articolo L’IA offre informazioni. Dio offre saggezza. proviene da DiRS GBU.

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di Tonino Mele

Il conflitto israelo-palestinese, non solo riesce a contrapporre persone sul campo di battaglia, nei social media e nelle piazze, ma persino nella teologia, che per vocazione dovrebbe più mirare alla pace tra i popoli. Assistiamo così a prese di posizione unilaterali e selettive da parte di cristiani che parteggiano o per i palestinesi o per Israele ed entrambi si richiamano a Cristo e alla Bibbia. È evidente che questa situazione apre un terzo fronte, che è apologetico e vuol preservare la Bibbia da richiami di parte che mettono in dubbio la sua unità ed integrità. Se la Bibbia può essere tirata per la giacchetta da una parte e dall’altra, che Bibbia è? La teologia, più che creare steccati, deve poter creare ponti tra percezioni unilaterali delle verità bibliche, perché siamo uomini, quindi imperfetti e bisognosi dell’altro per progredire verso la perfezione. Ed è perciò apprezzabile il tentativo di Yuri Mark, un ricercatore indipendente, che in un suo articolo ha riflettuto sul tema: “Le teologie contrastanti della terra tra ebrei messianici e cristiani palestinesi: è possibile un dialogo teologico riconciliatorio?”, che vogliamo di seguito sintetizzare e al quale rimandiamo per ulteriori approfondimenti.

Esso è reperibile in rete: http://reflections.eeit-edu.info/article/download/330290/320190.

In questo studio Yuri Mark cita autori diversi, sia cristiani ebrei messianici che cristiani palestinesi, spaziando dall’escatologia premillenarista dispensazionista e storica a quella amillenarista, nel tentativo di indagare punti di contatto che aiutino i cristiani ad affrontare con una voce sola il dramma in atto tra israeliani e palestinesi, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023. Egli parte sostenendo una lunga tradizione apolitica della chiesa cristiana, che nel conflitto israelo-palestinese viene confermata dalla posizione apolitica dei pionieri del premillenarismo dispensazionalista, ma muta quando esso si salda col Sionismo politico, al quale si contrappone il discorso cristiano palestinese che “è caratterizzato da una forte preoccupazione etica e politica”.

Sulla base di questa sintesi iniziale, egli inizia con teologi messianici cristiani come Arnold Fruchtenbaum autore di Israelology: The Missing Link in Systematic Theology e David Stern autore del Messianic Jewish Manifesto, premillenarista dispensazionalista il primo e premillenarista storico il secondo, i quali pur occupandosi nei loro scritti molto di Israele nel piano di Dio, sia nel passato che nel futuro, poco hanno detto su Israele nel presente, ed in particolare “non sono riusciti a riflettere sulle implicazioni morali-politiche per Israele o a indagare l’identità ebraica messianica israeliana rispetto alle loro controparti arabe cristiane, e non hanno ritenuto questo un compito teologico urgente”. La loro posizione rimane dunque fondamentalmente apolitica e, solo in via eccezionale, fanno dei riferimenti alla situazione politica attuale.

E questo è più che mai vero per il premillenarismo dispensazionalista, che spesso è stato accusato di essere “politicizzato” e persino “razzista”. Citando Judith Mendelsohn Rood e Paul Rood, autori dell’articolo “Is Christian Zionism Based on Bad Theology?”, Mark scrive che i primi dispensazionalisti “apprezzavano chiaramente i diritti e le speranze degli arabi nella Palestina mandataria” e seguivano “un’etica di giustizia compassionevole”. Ed aggiunge che è quando “il dispensazionalismo si è sposato con il sionismo politico” che ha prodotto “una nuova forma politicizzata del sionismo cristiano, che differiva notevolmente sia dal precedente sionismo cristiano, sia dal dispensazionalismo ‘normativo’ di un secolo fa”. In effetti, chi conosce bene il premillenarismo dispensazionalista di Fruchtenbaum sa che non può essere accusato di fomentare la ricostituzione militare del cosiddetto Grande Israele perché, come gli ebrei messianici (non cristiani), egli non si aspetta che ciò accada ora, ma solo quando il Messia sarà venuto ed è cosa che realizzerà lui.

Mark prosegue citando il teologo amillenarista Richard Nichol, che in un articolo titolato “Are We Really at the End of the End Times? A Reappraisal”, esorta a non concentrarsi sulla fine del mondo, ma a occuparsi della responsabilità morale attuale del cristiano nella società, senza tuttavia occuparsi in modo specifico in tale articolo del conflitto israelo-palestinese. Cita poi il docente ebreo messianico americano, Mark Kinzer, il quale “riconosce l’azione di Dio nel ristabilimento di una casa ebraica nella terra di Israele, ma distingue tra la vita nazionale, da un lato, e lo Stato ‘che ne ordina gli affari’, dall’altro”. Per Kinzer, autore del libro Jerusalem Crucified, Jerusalem Risen, “lo Stato è solo uno strumento necessario e non un obiettivo in sé e per sé”. Ciò significa che “lo Stato ha un carattere preliminare e provvisorio in relazione al Regno messianico, la cui venuta spezzerà l’ordine di questo mondo (e dello Stato di Israele) così come lo conosciamo”. Per cui, secondo Kinzer, Israele può fare concessioni territoriali, se ciò è opportuno dal punto di vista politico-sociale, ed è su questo piano che anche Arnold Fruchtenbaum legittimava l’abbandono di Gaza ai palestinesi nel 2005. Kinzer non crede che gli ebrei messianici [cristiani] debbano approvare tutto quello che fa lo Stato israeliano, anche se non possono avere una posizione neutrale nel conflitto israelo-palestinese, consci del fatto che la loro presenza nella terra promessa è un miracolo dello Spirito, che “lo spirito dell’antisemitismo è identico allo spirito dell’anticristo” e che l’antisionismo può diventare un “mantello socialmente accettabile per l’antisemitismo”.

Mark conclude la sua carrellata di teologi messianico cristiani, citando il teologo britannico Richard Harvey, autore di Towards a Messianic Jewish Theology of Reconciliation. The Strategic Engagement of Mes sianic Jewish Discourse in the Israeli-Palestinian Conflict, il quale sostiene un’Israelologia che continua a “sviluppare ‘la sua comprensione di Israele nel presente, come popolo di Dio e come popolo come gli altri… per integrare efficacemente fede, identità e vita quotidiana nel contesto politico ed escatologico’ ed elaborare ‘una teologia pratica di riconciliazione con i cristiani arabi e la popolazione araba alla luce del conflitto israelo-palestinese’”. Quindi, una teologia di Israele, con lo sguardo rivolto al suo futuro glorioso, ma con un occhio attento al presente, da vivere nel segno della riconciliazione e della pace con il mondo arabo. Ma per poter fare ciò bisogna conoscere le istanze dell’altra parte ed è ciò su cui, da questo punto in poi si concentra lo studio in oggetto.

Munther Isaac, un arabo palestinese residente in Cisgiordania e professore al Bethlehem Bible College è il primo teologo cristiano palestinese che viene preso in considerazione, autore del libro From Land to Lands, la cui tesi principale è che “il concetto biblico di terra è passato da particolare nell’Antico Testamento a universale dopo l’evento di Gesù”, il quale è diventato l’epicentro di questa nuova terra promessa, che non è più la terra d’Israele ed Israele stesso, ma tutto il mondo e i credenti in Cristo di ogni nazione. Per cui “la terra d’Israele ha perso il suo particolare ruolo teologico” redentivo ed anche “Israele è ora universalizzato nel suo Messia”. Pur riconoscendo che la chiesa è innestata nell’“ulivo” di Israele, che c’è continuità tra l’Israele biblico e la chiesa e che Dio non ha rigettato Israele, ciò non evita alla teologia di Isaac la critica di essere una sorta di teologia della sostituzione. Egli si oppone sia alle politiche sioniste che a quelle musulmane che si basano sulle rivendicazioni esclusive della terra “dal fiume al mare” volendola dividere e parla invece di una terra da condividere fra tutti i suoi abitanti e le sue diverse etnie in modo equo e con gli stessi diritti. Egli mette in guardia dall’idolatrare la terra e si richiama alle grandi ed universali virtù cristiane della giustizia, l’uguaglianza, la riconciliazione e la fratellanza. Il punto nevralgico della teologia di Isaac, che non può essere accettato dalla controparte ebraica e messianica è che de-teologizza del tutto la terra promessa ad Israele ed il popolo ebraico e disconosce la priorità data dal Signore a questo popolo, finendo per promuovere un concetto di giustizia e di uguaglianza diverso e pregiudiziale.

Sulla stessa lunghezza d’onda di Isaac si colloca Yohanna Katanacho, un altro teologo evangelico palestinese, autore del libro The Land of Christ: A Palestinian Cry, il quale afferma che Cristo in quanto compimento della promessa fatta ad Abramo è diventato il proprietario ultimo della terra dopo l’inaugurazione del Nuovo Patto, inoltre considera problematica l’identificazione dell’attuale Israele con l’Israele biblico e contesta la tesi che Ezechiele 37 ed il ritorno degli ebrei in Palestina, si adempia prima dell’era messianica futura. Ma in particolare, Katanacho è uno dei fautori di Kairos Palestine, un documento che si basa su una lettura “ecumenica post liberale teopolitica” della Bibbia e vuol dare una valutazione teologico morale del conflitto israelo-palestinese. Partendo dal fatto che Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza, considera ogni atto di disumanizzazione delle persone come peccato e denunzia come tali “il muro di separazione, i posti di blocco e le politiche di accaparramento delle terre derivanti dall’occupazione” israeliana. Contro ogni ipoteca escatologica o politica della terra chiamata significativamente “Palestina”, il documento promuove tale terra come luogo di fede, luogo di pace, luogo di riconciliazione e luogo di speranza e delinea come principi della resistenza (palestinese) “l’amore per il nemico, la giustizia, la dignità umana, la non violenza, la protezione dei bambini, la difesa degli oppressi, una soluzione politica equa e giusta per la condivisione della terra”. Anche con Katanacho ed il documento Kairos il punto critico rimane lo stesso: si fa un discorso a tratti molto condivisibile, perché umano e cristiano, ma che si fonda sulla de-teologizzazione di Israele e della terra, che si configura come una delegittimazione dell’Israele attuale e delle attese profetico-messianiche, verso le quali manifesta una certa refrattarietà.

Un altro coautore di Kairos Palestine, Mitri Raheb, storico e pastore evangelico luterano, autore del libro Faith in the Face of Empire, assume una posizione ancora più radicale contro lo Stato sionista e le teologie basate su Israele. Egli considera l’attuale Stato di Israele una pura finzione storica e politica, frutto di un’ideologia razzista, “un progetto coloniale di tipo occidentale che ha trasformato gli stranieri in nativi e i nativi in stranieri”, ma ne prefigura la caduta ed allora il popolo palestinese erediterà la terra. Ed a tal fine propone sia una lettura palestinese della Bibbia, dove i palestinesi sono i veri destinatari delle promesse, ma anche una sorta d Teologia della Liberazione creativa, fatta non di violenza, ma di una resistenza che esprime le paure del popolo palestinese attraverso “storie, poesia, pittura, teatro, musica e danza, creando così una cultura di speranza e vita, e non di vittimismo e morte”. Indubbiamente il suo approccio creativo alla protesta è interessante, se non altro molto meno cruento del terrorismo palestinese, ma è importante che non si rappresentino impressioni soggettive falsate dall’ideologia in cui si è cresciuti, ma vi sia una creativa ricerca della verità. E certamente identificare i palestinesi odierni con gli ebrei dell’Israele biblico o usare in modo anacronistico il termine “palestinese” per dire che Gesù era “un palestinese vissuto in Palestina”, è cosa che neppure l’arte può legittimare come vero.

Lo stesso anacronismo si può osservare in Naim Ateek, un teologo della liberazione palestinese, autore del libro A Palestinian Theology of Liberation, nel quale pure troviamo “l’associazione dell’Israele dell’Antico Testamento con il popolo della Palestina e degli odierni cristiani palestinesi con l’Israele dell’Antico Testamento, negando al contempo agli ebrei non mediorientali qualsiasi connessione storica e genetica con l’Israele biblico”, che Mark definisce una “inquietante negazione delle identità”. Ateek arriva a creare un pericoloso canone nel canone quando sostiene che “tutto ciò che nella Bibbia non corrisponde allo standard di Cristo non è autorevole”, un taglio che ricorda l’eresia marcionita.

È evidente che in questo modo non si va da nessuna parte nel già arduo percorso della pace. In particolare, Mark conclude il suo studio denunciando l’ambito troppo ampio delle teologie della Liberazione, le quali dovrebbero interessarsi anzitutto della pace tra cristiani palestinesi e cristiani ebrei messianici, piuttosto che occuparsi dell’ambito più ampio della pace tra ebrei e arabi. Le teologie divergenti e contrastanti viste fin qui dimostrano quanto sia importante trovare un punto d’incontro tra i cristiani stessi coinvolti nel conflitto tra i rispettivi popoli. Poi Mark propone di identificare i vari ostacoli alla pace: 1. Un approccio identitario nazionale che offusca l’identità in Cristo di entrambi che è la medesima; 2. Mancanza di una visione teologica della vita comune, che non persegue una comunione scevra da ingiustizie, paure e sfiducia; 3. La resistenza interna delle frange più estremiste che impedisce un approccio equilibrato e disallineato; 4. Mancanza di empatia, cioè di compassione ed incapacità di porsi nei panni dell’altro.

La proposta che Mark avanza è questa: “Le parti dovrebbero essere disposte a impegnarsi a rivisitare le credenze al centro dei loro sistemi teologici. I palestinesi potrebbero voler mettere in discussione la loro convinzione che Israele (sebbene sia estremamente difficile definire o identificare ‘Israele’) sia completamente estraneo al piano di Dio così come è svelato nel Nuovo Testamento (questo potrebbe avere o meno implicazioni per la teologia cristiana palestinese della terra). Gli studiosi ebrei messianici potrebbero volersi porre una domanda difficile: ‘Crediamo veramente che, per Dio, l’esistenza ebraica nella terra abbia un valore superiore a quello di chiunque altro?’. E se una teologia della riconciliazione ebraico-palestinese iniziasse a prendere forma, sarebbe un miracolo simile a quello di Cristo, ‘che di due ha fatto un popolo solo, abbattendo nella sua carne il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia’ (Efesini 2:14)”. In altre parole, da un lato non si deve de-teologizzare il ruolo di Israele e dall’altro si deve vivere questo ruolo in dipendenza dal Signore, con un’etica giusta e responsabile.

Per quel che ci riguarda, riteniamo che, seppur Dio ami anche i palestinesi e Cristo è morto anche per loro, il Signore ha assegnato un ruolo speciale ad Israele e dobbiamo prenderne atto se non vogliamo aprire un terzo fronte, quello contro Dio. Per questo ruolo speciale Israele è considerato più responsabile e per questo deve avere un atteggiamento giusto, se anch’esso non vuol entrare in conflitto con Dio. Una teologia di pace non deve negare il ruolo di Israele nel piano di Dio, sia passato che futuro, ma deve far leva su questo ruolo per responsabilizzarlo alla pace nel presente. D’altro canto, poiché la pace si fa in due, anche i palestinesi devono cooperare responsabilmente per la pace, senza minarla con atti di boicottaggio. E soprattutto loro, che hanno sviluppato teologie che de-teologizzano la terra ed invitano a non idolatrarla, dovrebbero desistere dall’ideologia esclusivista “dal fiume al mare”.

 

Tonino Mele è responsabile di una chiesa evangelica a Siniscola (NU)

 

 

 

 

 

 

L’articolo La questione israelo–palestinese. Teologie a confronto e la pace proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/la-questione-israelo-palestinese-teologie-a-confronto-e-la-pace/

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La capacità umana di ragionare non è la stessa cosa dell’IA che raccoglie informazioni. 

di Marcus Schwarting

Articolo tradotto e pubblicato con il permesso di Christianity Today

Cinque mesi prima del lancio di ChatGPT nel novembre 2022, il ricercatore di IA e vicepresidente di Google Blaise Agüera y Arcas ha raccontato a The Economist la sua conversazione con la MDA (Language Model for Dialog Applications) di Google, un precursore dei successivi programmi come Gemini. Ha scritto dell’esperienza: “Ho sentito il terreno muoversi sotto i piedi. Mi sembrava sempre più di parlare con qualcosa di intelligente”. Circa una settimana dopo, l’ingegnere di Google Blake Lemoino ha dichiarato che laMDA era diventata un’intelligenza senziente. 

Quando interagiamo con un modello di IA, può essere facile attribuire inconsapevolmente una certa misura di intelligenza naturale al sistema, anche se in realtà non ce n’è. Man mano che questi modelli continuano a essere integrati nella nostra tecnologia e nei nostri dispositivi, come dovremmo considerare i sistemi di IA, specialmente paragonandoli alla nostra intelligenza naturale? 

L’intelligenza naturale è il dono divino di comprendere e ragionare sulla realtà, sugli altri e su noi stessi. Al contrario, l’intelligenza artificiale è la sotto disciplina dell’informatica che si occupa di costruire modelli per eseguire compiti spesso associati all’intelligenza naturale, come risolvere un puzzle o riassumere un testo. La differenza tra intelligenza naturale e artificiale a volte viene rappresentata come piccola, ma in realtà vi è un abisso profondo. 

Sebbene alcune tecniche di IA siano ispirate a idee che provengono dalla neuroscienza e della psicologia comportamentista, la maggior parte dei modelli ha poco dalla psicologia comportamentista, la maggior parte dei modelli ha poco di somigliante dalla psicologia comportamentista, la maggior parte dei modelli ha poco della alla psicologia comportamentista, la maggior parte dei modelli ha poco in comune con i sistemi biologici. Altri metodi di IA attingono da discipline come l’elaborazione dei segnali, la biologia evolutiva e la meccanica newtoniana. Ad esempio, gli algoritmi genetici sono una classe di tecniche di ottimizzazione ispirate ai principi evolutivi della selezione naturale, della mutazione e della speciazione. I ricercatori di IA hanno affermato che “la plausibilità biologica è una guida, non un requisito rigoroso” per progettare modelli di IA. Sebbene un compito possa sembrare richiedere la macchina biologica dell’intelligenza naturale, un modello di IA non deve emularla per avere successo. 

L’intelligenza naturale e quella artificiale non sono effettivamente intercambiabili. Credere che lo siano è un’offesa per chi possiede intelligenza naturale e un danno per chi sviluppa intelligenza artificiale. 

Misurare l’intelligenza naturale è diverso dal quantificare le prestazioni di un modello di IA. Gli psicologi sanno da tempo che l’intelligenza naturale non può essere condensata in un singolo punteggio, come il QI (quoziente intellettivo). Molte teorie create per quantificare l’intelligenza naturale hanno radici problematiche in idee pseudoscientifiche come l’eugenetica, la frenologia e il darwinismo sociale. E molti punteggi di intelligenza erano concepiti per privilegiare certi individui rispetto ad altri. 

Tuttavia, è difficile misurare l’intelligenza naturale, specialmente quando si includono intelligenze non umane. Valutare le prestazioni di un modello di IA in un compito specifico è relativamente semplice: interroghiamo il modello con una serie di input e confrontiamo gli output con le nostre aspettative. Un numero crescente di benchmark (segni di riferimento) per i grandi modelli linguistici cerca di quantificare le prestazioni in compiti che vanno dal superare l’esame di avvocatura alla traduzione accurata di testi fino al prendere decisioni morali. 

Mentre i modelli di IA continuano a migliorare secondo i benchmark stabiliti dal settore, dovremmo imparare dai nostri errori quando quantifichiamo l’intelligenza naturale. Assegnare un singolo punteggio all’intelligenza dei partecipanti può essere pericolosamente riduttivo, indipendentemente dal fatto che il confronto avvenga tra due persone o tra due modelli. 

Il nostro bisogno di misurare l’intelligenza dei nostri modelli e la nostra riflette quanto consideriamo preziosa (socialmente ed economicamente) l’intelligenza. Almeno un documento scritto dal Future of Life Institute e firmato da molti esperti di IA conteneva la stessa frase significativa: “Tutto ciò che la civiltà ha da offrire è un prodotto dell’intelligenza umana.” 

Dare priorità all’intelligenza come unica fonte di progresso sminuisce altri tratti donati da Dio come la creatività e la saggezza. Idolatrare l’intelligenza mette in ombra attributi cristiani di grande importanza come la pietà, l’umiltà e il sacrificio di sé. La nostra adorazione sociale dell’intelligenza, in un’epoca di potenti modelli di IA, ha portato molti a temere la propria imminente svalutazione. Le storie di fantascienza che raccontiamo su un’ipotetica intelligenza artificiale generale (AGI), in cui una macchina super-intelligente sottomette coloro che considera intellettualmente inferiori, tendono a rispecchiare la nostra stessa storia. I nostri predecessori colonizzatori lo hanno fatto quasi sempre in passato.  

I cristiani possono tracciare un sentiero tra gli estremi dell’idolatrare e del rifiutare l’intelligenza. Sappiamo che siamo chiamati a “praticare la giustizia, amare la misericordia e camminare umilmente con il nostro Dio” (Michea 6:8). L’intelligenza da sola non è sufficiente per compiere la volontà di Dio per le nostre vite. Siamo chiamati a “non conformarci a questo mondo, ma a essere trasformati dal rinnovamento della nostra mente” (Romani 12:2). Quindi offriamo volontariamente la nostra intelligenza naturale a Dio perché la usi e la plasmi. 

Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, non dovremmo confondere gli strumenti che costruiamo con le menti che ci sono date. Usiamo invece tutti gli strumenti che ci sono dati per far avanzare il regno di Dio. 

Marcus Schwarting

Marcus Schwarting è il redattore senior di AI and Faith. È anche un ricercatore che applica l’intelligenza artificiale a problemi di chimica e scienza dei materiali. 

 

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