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Il recinto
Per un’etica cristiana (ed evangelica) de-politicizzata

di Giacomo Carlo Di Gaetano

 

Mi piace pensare al recinto come figura e metafora per l’articolazione delle verità bibliche. Non lo immagino come un luogo chiuso che separa dal resto del mondo; un gregge deve per forza di cose pascolare “fuori” se non addirittura “transumare” cioè spostarsi verso altri ambienti geografici e, fuor di metafora, culturali. No, il recinto, unicamente come articolazione di segmenti di verità capace di creare uno spazio ampio, e non angusto, in cui potersi muovere, spaziare non stare fissi in un unico punto.
Ci sono altre figure che vengono proposte: c’è la linea di separazione netta tipica del fondamentalismo e di tutti i dogmatismi: o stai di qua o stai di là, prendi posizione. C’è la ruota con i raggi che convergono verso il centro, figura tipica di un certo liberalismo teologico, nonché figura cara al discorso ecumenico. C’è infine la piramide evangelicale con verità apicali ineludibili per tutti e poi via via a scendere con verità di secondaria importanza. Ognuna di queste figure ha i suoi punti di forza e di debolezza. Magari se ne parla un’altra volta.

Veniamo all’etica de–politicizzata di cui abbiamo estremo bisogno in questo momento storico segnata da sigle quali MAGA, WOKE, etc.

Quali sono queste verità “bibliche” con cui costruire un recinto in cui ritrovarsi? Non sono nuove ma il condensato di una sapienza e saggezza che ritengo antica, equilibrata e, appunto, de-politicizzata.

Il primo tratto del recinto: la Creazione
La prima verità è la creazione. Come cristiani, ed evangelici, noi confessiamo di vivere in un mondo “creato” voluto da un’Intelligenza che è Persona e che tutti chiamiamo Dio! Non conosciamo le modalità della creazione (meno male, affermava il sociologo Peter Berger) e per quanto mi riguarda offro il mio personale rispetto alla ricerca scientifica che si impegna a cercare di capire questo “come”, che sia atea o credente – l’indagine scientifica.

Ma che cosa discende sul piano dell’etica il fatto di credere nel Dio creatore e di considerare la realtà tutta, creazione?
Per esempio che i generi maschile e femminile hanno un ancoraggio ontologico chiaro (maschio e femmina li creò). Punto! Naturalmente questo non significa non prendere in carico i temi culturali e sociali della mascolinità e della femminilità. Possiamo discuterne. Penso che sia una sfida da accettare onestamente il motto della de Beouvoir relativo alal femminilità “donne non si nasce ma si diventa” (ce ne sono anche sul versante della mascolinità). Tuttavia, per un cristiano è ineludibile che il genere maschile e il genere femminile sono nel disegno di creazione di Dio. Il transgenderismo non è parte della “buona” creazione di Dio.
Ancora.
Significa credere, in virtà della creazione, che tutti gli uomini sono uguali in quanto fatti a immagine di Dio. Chiunque si è battuto per l’uguaglianza, a prescindere, si chiami Bartolomeo de Las Casas, William Wilberforce, Martin Luther King, Nelson Mandela o Papa XY, va riconosciuto e onorato come un alfiere della Creazione. Si tratta di battaglie che sono ancora più forti dell’ambientalismo e del Canto delle creature di un Francesco d’Assisi. Chi getta una sola ombra sul fatto che possano esserci delle differenze (addirittura nel cervello di una famosa donna di colore, per il fatto che sia di colore) ha sfasciato il lato del recinto delle verità bibliche, quello della creazione. Non mi importa quale sia la sua colorazione politica, è out.

E potremmo continuare: per esempio parlando di tutti i meccanismi per “accoppare” un’altra immagine di Dio, un altro uomo, un’altra donna. Che lo faccia lo Stato (pena di morte), un invasato, o un lucido solutore finale, o un macho in un femminicidio. Tutte le ideologie che per qualche ragione, non solo di pigmentazione della pelle, ma anche ideologiche o religiose (fascismo, comunismo, nazismo, suprematismo, femminicidio e tanto altro ancora) che abbassano la soglia della creaturalità dell’uomo, sono demoniache. Chi abita simili ideologie (spiriti demoniaci: legione) si trova a suo agio nell’umano come nell’animale; non vede differenza.

Il secondo tratto della creazione: il Peccato
La seconda parte della staccionata, il secondo tratto del recinto è il peccato. Il buon mondo creato è caduto in una condizione di confusione. Come ricorda un teologo che ha scritto sul capitolo 3 di Genesi (quello in cui si parla della “caduta”), non è caduto perché non ha visto una buca davanti a sé, ma è caduto perché ha fatto un salto più alto delle sue possibilità (sarete come Dio) ed è caduto male, rovinosamente, si è sfasciato. Viviamo in un mondo segnato, ovunque, dalla presenza del peccato. Nelle relazioni micro come nelle relazioni macro (la GUERRA).

Quali sono le implicazioni etiche per chi crede in questa verità biblica, per chi prende i pali e mette su nella sua mente questo lato del recinto, in prosecuzione di quello della “creazione”?
Una prima conseguenza sta proprio nel linguaggio, nelle forme di comunicazione. Questa cosa del peccato dobbiamo farla conoscere ed è qui che scoppia il putiferio.

Secoli di colpevolizzazione e di pratiche disumane d riparazione hanno fatto del discorso sul peccato uno spartiacque tra progresso e arretratezza, tra sviluppo e regressione, tra liberazione e schiavitù.
Abbiamo bisogno, per parlare del peccato, del politically correct! Ma dai!! Proprio di quella cosa che ha impedito la libertà del pensiero, che ha irregimentato il discorso pubblico e non solo il discorso?
La predicazione del peccato ritiene in sé due elementi tipici del politically correct: è universale (tutti hanno peccato) e implica il coinvolgimento del parlante, del predicatore (Io sono il primo dei peccatori – Paolo). Chi stigmatizza il transgenderismo deve guardare il proprio razzismo. Chi stigmatizza il razzismo deve guardare al suo orgoglio (pagliuzza, trave e occhio!, vi ricorda qualcosa?). La predicazione del peccato implica l’umiltà e il senso di vergogna per quello che si è per natura (peccatori). Poi arriva la grazia, la grazia per chi parla e la grazia per chi ascolta.
Ma ci sono tante altre implicazioni che discendono dal lato del peccato. Forse possiamo racchiuderle in una piccola frase del Nuovo Testamento: imitare Dio.
Che cosa fa Dio con il suo mondo, creato e sfasciato per colpa della sua creatura? Fa tante cose. Per questo serve la Bibbia e non l’immaginazione!

Ne fa soprattutto due.
Prepara la riscossa, la soluzione, che nel linguaggio biblico si chiama redenzione (ed è il terzo lato del recinto – ci arriviamo fra un attimo). Ma la preparazione è una cosa straordinaria perché si sviluppa proprio nel mondo, creato, ma segnato dal peccato. A volte viene usata l’immagine del pedagogo: Dio prende per mano gli uomini e passando per i tempi dell’ignoranza, sporcandosi le mani nei vari pantheon del Vicino Oriente antico come della cultura ellenica e latina, al punto da apparire anche lui come un Dio guerriero, purifica l’immagine che gli uomini devono avere della sua Persona. Il punto finale di questa traiettoria che risponde proprio alla presenza del peccato è la sua parola finale, il Figlio incarnato, Gesù.
Dunque la prima cosa che Dio fa nel mondo del peccato lavora, prepara, opera e ripulisce l’immagine che gli uomini possono farsi di Dio.
La seconda cosa è che nel mentre disegna e prepara il suo intervento, usa la sua pazienza. Non impedisce al peccatore di peccare. Fa piovere sui giusti e sugli ingiusti, fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi; protegge Caino, l’assassino del fratello. Prende le distanze dalla legge del taglione. Inventa un nuovo modo di trattare il peccato: PREDICARGLI contro, sperando di persuadere il peccatore. Non fa un partito.

Il terzo tratto del recinto: la Redenzione
Il recinto si deve chiudere, questo ha tre lati (magari qualcuno potrà costruirlo quadrato). La terza verità da affiancare a Creazione e Peccato è Redenzione. Immaginiamo di cosa si tratta. Il piano di contrasto alla presenza del peccato prevede un inviato speciale, un sacrificio finale. Siamo alla croce di Cristo. Sono ENORMI le implicazioni sul piano etico della redenzione compiuta da Dio mediante la croce e la risurrezione del suo Figlio incarnato.
Proviamo a indicarne alcune, utili per il tempo che stiamo vivendo.
La prima è che Dio detiene il copy right della redenzione. Dio non cede a nessun soggetto umano l’efficacia di un’azione redentiva in tutto ciò che i soggetti umani sono capaci di fare (anche se molte, tante buone azioni umane richiamano la redenzione, sono un rimando a essa). Non c’è ideologia, non c’è teologia, non c’è partito politico, non c’è “chiesa”, non c’è analisi, non c’è VALORE (cristiano) che possa redimere. La salvezza appartiene a Dio e all’Agnello, si canta in una delle visioni dell’Apocalisse. Nessuna delega, nessun Unto del Signore, dopo quello che è stato fatto fuori dai peccatori sul Golgota. Nessun altro Messia che possa rendere grande una nazione piuttosto che un’altra.

L’esclusivismo del Redentore e della Redenzione si porta appresso, nell’etica, la questione del tempo e della storia. Come opera oggi questa redenzione? Non vediamo ancora  il suo dispiegamento (Ebrei 2). Dobbiamo entrare dentro di noi per scoprire qui e ora i segni della redenzione: la rigenerazione e ancora confrontarsi con il percorso della santificazione (che è un percorso nel tempo della vita dell’individuo). Sì la redenzione ci porta a dire che esistono uomini nuovi, trasformati, e che insiieme questi fromano un nuovo raggruppamento. Ma attenzione, la comunità dei redenti non sta di contro a Gentili ed Ebrei (Efesi) non sta di contro a conservatori e/o progressisti; non sta di contro a islamismo e quant’altro. La comunità dei redenti propone un nuovo modo di essere uomini, favorendo con il recupero e lo sviluppo in Cristo della bontà della creazione oltre alla lotta al peccato che si trova dentro di noi (non il peccato che si trova dentro di “loro”). Una novità di vita vivibile e interpretabile a qualsiasi latitudine culturale, geopolitca e sociale.
E allora? La redenzione è già all’opera ma non è ancora dispiegato il suo effetto sociole, globale. L’etica segnata dalla redenzione a questo punto ha bisogno di una visione delle cose ultime (si chiama escatologia) che sia sottratta ai progressismi amillenaristi, a quelle visioni cioè in cui il progresso dell’umano, grazie al cristianesimo ma non si sa come, si trasfonde nel regno d Dio e dei cieli. Al contrario abbiamo bisogno di una visione che lasci che sia Dio a decidere come e quando farci vedere concretamente che cosa avrebbe potuto essere il mondo sotto la guida dell’unico vero Dio e del suo Figlio Gesù Cristo.
Una visione millenarista delle cose ultime posrta a pensare che così come Dio ci ha mostrato la sua redenzione nel Figlio, che noi non abbiamo visto ma nel quale crediamo, gioendo, allo stesso modo ci mostrerà la sua grandezza nell’amministrare le sorti del mondo. Questo aspetto dell’etica segnata dalla redenzione fa diffiddare di qualsiasi altro che voglia scimmiottare il futuro regno di Dio o che lo voglia anticipare mandando all’inferno tutti i peccatori, magari anche solo in un dibattito pubblico.
Se sarà Dio a dire come e quando ci sarà il suo Regno, allora oggi, facciamoci condizionare, qui e ora, da ciò che sarà realtà solo un giorno in quel regno.

Questo è il recinto di queste tre verità: Dio ha creato, il mondo giace in una condizione di peccato; Gesù Cristo ha aperto la possibilità della redenzione, facciamola nostra e aspettiamo la SUA manifestazione.

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Sono appena passate poco più di 24 ore dall’assassinio in Utah del politico evangelico Charlie Kirk, un giovane leader del Partito Repubblicano che, negli ultimi anni aveva entusiasticamente aderito alla dottrina trumpiana ed era leader di una fondazione che aveva come suo scopo precipuo quello di diffonderne le idee tra gli studenti universitari.

Lasciatemi dire in premessa che si tratta di una morte tragica e tremenda e che, dobbiamo dirlo, si associa ad una serie di omicidi ed assassini che non sono estranei alla tradizione americana. Non si tratta di un unicum nella storia USA, ma di certo questo non toglie la tragicità per la maniera violenta in cui è stata tolta la vita di un uomo di 31 anni  che ha lasciato una moglie e due figli.

Su questo atto violento molto è stato già detto e, anche da parte evangelica italiana ci sono state delle ottime riflessioni come quelle di Giovanni Donato che chi vuole, può vedere nel videoblog l’Asina loquace (chi vuole lo può guardare a questo link: https://www.youtube.com/shorts/FI54UUdDzPg).

Personalmente anche io non voglio fare un discorso né politico né teologico in senso stretto, ma voglio partire da due questioni poste su FB da Giacomo Carlo di Gaetano che, insieme a me, dirige questa rubrica e cercare di dare, per quanto possibile delle risposte o fare delle riflessioni su due quesiti.

Riporto qui quanto postato:

  1. Premesso che un omicidio è un omicidio (di un trentenne per giunta …) questo è un omicidio politico o un omicidio religioso?
  2. Il cuore dell’attività di questo bravo attivista erano i dibattiti dal titolo “Dimostrami che ho torto” (Tell Me I’m Wrong). Che cosa ci fa pensare questo modo di intersecare fede e cultura, fede e politica, fede e ragione?

La risposta alla prima domanda, alla luce anche di quanto scoperto dell’attentatore, è che mi pare chiaro che si tratti essenzialmente di un omicidio politico, come lo stati quello di Lincoln, dei due fratelli Kennedy e anche quello di M. L. King (che forse è il più religioso di tutti). L’attentatore, infatti, pare avesse dei proiettili dove si accusava Kirk di essere fascista e di pratiche discriminatorie nei confronti dei gay. Si tratta di accuse essenzialmente politiche per un personaggio che si configura come un politico, di religione evangelica. La fondazione di Kirk non serviva necessariamente a convertire persone a Cristo (anche se questo poteva succedere), ma a farle diventare aderenti di un movimento politico. Questo è vero anche se fatto da un credente.

Pertanto, benché anche io mi associo alle preghiere per la famiglia di Kirk che vive una personale tragedia che nessuno di noi vorrebbe vivere, non posso che dissociarmi da coloro che vogliono far passare Kirk com un martire della fede, benché sia assolutamente convinto della sua buona fede come credente, anche se non concorderei su molto di quello che credeva, ma sono convinto che la salvezza appartiene a Cristo ed alla sua Grazia e che ha poco a che fare con il nostro Credo e le nostre opere.

Trovo più interessante la seconda domanda. Cosa dobbiamo pensare del metodo di dibattere di Kirk? E’ veramente utile per portare alla fede ed alla conversione le persone. Come ha recentemente affermato un articolo del Post (https://www.ilpost.it/2025/09/12/charlie-kirk-dibattiti-universita-stati-uniti/) il Debate politico-sociale negli Stati Uniti è una tecnica molto usata. La tradizione evangelica americana è piena di Debate. Uno dei fondatori del movimento evangelico a cui appartengo, Alexander Campbell, nel XIX secolo ha tenuto molti dibattiti pubblici dove cercava di difendere la propria fede nei confronti di coloro che erano ritenuti degli avversari. I dibattiti erano pubblici e servivano anche per persuadere i presenti. 

Kirk (come anche altri opinionisti conservatori da Peterson a Ben Shapiro) hanno usato e usano questa tecnica in maniera aggiornata. Il loro scopo non è tanto di esporre quello che pensano, quanto quello di confutare quello che pensano gli altri e di mostrare le debolezze del loro discorso. Si tratta di un metodo pseudo-socratico, in quanto a differenza di Socrate, Kirk e gli altri pensano di avere la Verità e di doverla proclamare agli altri che devono accettare senza una reale discussione, perché sono caduti in contraddizione. Il modello socratico, invece, prevederebbe una condivisione delle conclusioni ed un portare l’altro ad arrivare a comprendere quanto si voleva dire, convincendolo della bontà delle tesi condivise.

Il modello pseudo confutatorio non è a mio parere di un modello evangelico. Se guardo al Nuovo Testamento e ai modelli di incontro con coloro che la pensano in maniera diversa da me, personalmente leggo due esempi eccellenti: quello di Gesù e quello di Paolo. In uno dei discorsi più difficili di Gesù, quello con il giovane ricco (Mt. 19: 16-30), dove più che confutare le idee si chiama il proprio interlocutore all’azione, l’altro è quello di Paolo all’Areopago (Atti 17). Benché l’apostolo fosse indignato con gli ateniesi, questo non gli impedisce di porgergli la mano, citando loro poeti e mostrando quello che vi era di buono nella loro cultura.

In realtà, i Debate religiosi americani del XIX secolo erano più simili a questi modelli che a quello degli odierni conservatori e ritengo che i modelli di dibattiti di Gesù e Paolo rimangono ancora validi per i credenti oggi, al contrario di una eccessiva polarizzazione delle posizioni senza dimostrare in primis l’amore di Gesù per gli uomini ed in secondo luogo per l’annuncio del Vangelo che, per ogni credente, deve rimanere valido.

Rimane però una terza questione cui voglio rispondere brevemente. Qual è il rischio che un credente corre nel mescolare messaggio del Vangelo con messaggio politico (a prescindere dalle proprie convinzioni che in questo articolo non discuto)? 

Il rischio è quello di compromettere il Vangelo. Molti di quelli che scrivono hanno sempre visto, pur con tutte le sue imperfezioni e difetti (non ultimo un alto livello di violenza), al modello politico americano come ad un faro per la libertà di parola ed individuale, un modello di convivenza religiosa senza che questa interferisca con lo Stato o viceversa. Questa sua caratteristica è proprio dovuta alla maniera in cui sino ad ora gli evangelici hanno inteso la divisione tra Stato e Chiesa. 

Appartenendo ad una tradizione strettamente collegata con il battismo, volevo ricordare che il governo democratico, dove tutti (anche i nativi americani) hanno diritto di avere il proprio spazio, ha radici profondamente cristiane. Voglio ricordare quanto Roger Williams, pastore battista e fondatore della colonia del Rhode Island, ricordava a Cotton Mather, un predicatore calvinista che, nonostante la tradizione della politica come covenant (patto), non comprendeva: 

“Quando [la Chiesa] apre un varco nella siepe o nel muro di separazione tra il giardino della chiesa e il deserto del mondo, Dio ha sempre abbattuto il muro stesso, rimosso il candelabro, ecc., e reso il Suo Giardino un deserto come lo è oggi. E quindi, se mai Gli piacerà restaurare di nuovo il Suo giardino e il Suo Paradiso, dovrà necessariamente essere recintato in modo particolare per Sé, separato dal mondo, e tutti coloro che saranno salvati dal mondo dovranno essere trapiantati fuori dal deserto del Mondo.”

La separazione dei fatti ecclesiastici da quelli politici è, quindi, una garanzia per la stessa Chiesa e non per il mondo. Il senso del governo aperto a tutti e in cui la Chiesa non impone il suo pensiero, ma vive in mezzo al mondo per convertirlo, garantita nella sua libertà, proprio perché non interferisce con le scelte politiche in maniera sopraffatoria, rimane uno dei messaggi fondamentali che dobbiamo ancora portare avanti, di fronte alla crisi delle democrazie liberali che, per l’appunto, non sono state inventate dall’Illuminismo (o solamente da esso), ma sono frutto della riflessione di persone come Althusius, Williams, Penn ed altri e che quindi sono fortemente radicate nelle radici bibliche del nostro modo di essere chiesa e luce del mondo.

Non vorrei che movimenti come il Maga o (in decenni precedenti) come il Vangelo sociale, possano compromettere la predicazione di quel Vangelo di cui tutto il mondo ha bisogno.

La mia speranza è che la morte di Kirk ci porti a riflettere su questi aspetti piuttosto che farci ulteriormente prendere dalla paura e dal timore che non deve essere presente in nessun credente.

                                                                                                                                                                                                                                                                                              Valerio Bernardi – DiRS GBU

L’articolo Morire per la fede? Alcune riflessioni sulla morte di Charlie Kirk proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/morire-per-la-fede-alcune-riflessioni-sulla-morte-di-charlie-kirk/

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Di Francesco Schiano, Segretario Generale GBU

Per molte persone settembre rappresenta il vero inizio dell’anno nuovo. Sicuramente è così per le attività
dei GBU, che seguono il calendario accademico delle università.


Questo, tra l’altro, per noi è un anno particolare. Dopo 20 anni di servizio benedetto da Dio, il nostro amato
Johan non è più il Segretario Generale dei GBU; chi scrive ha l’arduo compito di sostituirlo, e sente l’onore e
l’onere che derivano dal nuovo inizio. In queste condizioni la preghiera diventa un bisogno particolarmente
sentito.


Non penso sia per caso che proprio in questi giorni mi sono ritrovato a leggere la biografia di C. H. Spurgeon
(A. Dallimore, pubblicata in italiano da Passaggio). Il Principe dei predicatori, che ha visto frutti straordinari
nel suo mistero, era un uomo di preghiera che spingeva la sua chiesa alla preghiera: “in vista della battaglia
spirituale del credente, si preoccupava in primo luogo che la sua chiesa imparasse a pregare” (p.70); “D. L.
Moody, di ritorno in America dopo la sua prima visita in Inghilterra, alla domanda: «Ha sentito predicare
Spurgeon?» rispose: «Si, ma cosa ancora migliore, l’ho sentito pregare»” (p.105).


La Parola di Dio ci invita a pregare con fede, incessantemente, insistentemente e disperatamente. Sono
convinto che a volte il Signore trattenga la Sua mano dall’operare con potenza nel desiderio di insegnarci a
dipendere veramente da Lui.


Non credo di dover convincere nessuno, tra i lettori di questo articolo, dell’importanza prioritaria della
preghiera, ma so per esperienza quanto sia raro avere una vita di preghiera che sia coerente con quanto
affermiamo di credere riguardo ad essa. Per questo motivo, incoraggiato dalla partecipazione di tanti di voi
alla settimana di preghiera della scorsa primavera, vi chiedo di prendervi un impegno per questi giorni di
settembre: dall’8 al 14 settembre scegliete di dedicare del tempo al digiuno e alla preghiera, perché gli
studenti possano annunciare con franchezza il Vangelo di Gesù Cristo tra i loro colleghi, e noi tutti possiamo
vedere tante anime passare dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita!


Il link alla fine dell’articolo conduce a un modulo anonimo attraverso il quale potrete indicare il vostro
desiderio di saltare uno o più pasti, in quella settimana, per dedicarvi alla preghiera. Speriamo di vedere
una numerosa staffetta di digiuno e preghiera impegnata con noi dello staff a supplicare Dio perché lui
faccia infinitamente di più di quanto speriamo.


“la preghiera del giusto ha una grande efficacia” (Giacomo 5:16b)


https://forms.gle/CiAU4PNMuaCY8EVt5

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di Giacomo Carlo Di Gaetano

 

Si stima che in questo anno giubilare la città di Roma sarà raggiunta e visitata da più di 30 milioni di visitatori: pellegrini, turisti, avventori, etc. Uno dei momenti più caldi sarà (è stato) sicuramente quello del Giubileo della Gioventù (28 luglio – 4 agosto).

Non è una novità, questo è il destino di Roma.

Il Giubileo ha sempre aggiunto a questo itinerario un alone sacrale, associando in tal modo Roma ai grandi santuari e luoghi di pellegrinaggi disseminati in tutto il mondo.

La presenza di questi luoghi (il lettore della Bibbia ricorderà la perplessità di una donna samaritana su due di essi, relegati nella provincia di Palestina – Gerusalemme e/o Samaria, Gv 4) sono una rappresentazione plastica di quell’anelito all’incontro con il divino che ha sempre animato gli esseri umani.

Per i cristiani che si sono fatti condizionare dalle parole di Gesù in Giovanni 4 sull’avvento di un’ora in cui l’incontro con Dio poteva fare a meno della geografia (bisogna adorarlo in spirito e verità!) è iniziato un lungo tormento interiore e una lunga riflessione “iconoclasta”. Nessuno nella storia ha mai fatto a meno di qualche luogo che sebbene spoglio di qualsiasi aura sacrale, ha però assunto un rilievo simbolico in grado di condizionare sempre e nuovamente la spiritualità. Si pensi a Ginevra nell’universo calvinista.

Anche il monaco agostiniano Lutero andò a Roma (nell’inverno del 1510–1511)! In un documentato viaggio di tipo amministrativo il padre della Riforma accompagnato da un suo confratello fece questo viaggio e soggiornò nella capitale per alcuni mesi. Tutte le biografie di Lutero ne parlano. Quelle da me consultate, dalle classiche di Bainton e Miegge (in italiano) a quelle più recenti di Adriano Prosperi e Silvana Nitti dedicano un certo numero di pagine a questo evento che ha suscitato la mia curiosità fin dall’inizio di questo anno santo e fin dalla registrazione delle iniziative messe in campo dagli evangelici per intercettare e in qualche modo condizionare questo gigantesco fenomeno del viaggio a Roma.

Le biografie sono concordi nel rilevare il silenzio o quanto meno la sottigliezza delle fonti relative a questo viaggio. Ci sono i ricordi dello stesso Lutero affidati ai suoi Discorsi a tavola (Tischreden) e qualche riferimento in altri scritti molto lontani nel tempo; e qualche legenda fiorita all’indomani della morte di Lutero.

La più famosa è quella che vuole Lutero che riceve l’illuminazione sulla giustificazione per fede in cima alla scala santa da lui risalita in ginocchio e secondo le modalità della spiritualità medievale.

Forse il suo commento più spendibile da un punto di vista dei significati posteriori è questo: «Anch’io, come uno stupido, portai cipolle a Roma e ne portai indietro aglio». La Nitti suggerisce che lo scambio, grazie alle sue lontane origini contadine, era considerato estremamente svantaggioso (Nitti, p. 60). Lo svantaggio stava naturalmente non solo nel fallimento del compito amministrativo per il qual era stato inviato ma anche per alcune delusioni avute nel suo soggiorno nella capitale religiosa, soprattutto relativamente al modo di celebrare la messa e la scarsa considerazione che il sacramento aveva nella bolgia romana. Proprio la Nitti segnala che, al di là della pervadente corruzione ecclesiale, di cui Roma era un concentrato, ciò che rimase impresso nel monaco tedesco fu la disponibilità e la facilità del perdono, da ricercare, procurarsi, ottenere con i più svariati e creativi modi, dal giro delle sette chiese, alla visita a una reliquia, etc.

«Ero un così pazzo santo (so ein toller Heilig) che correvo per tutte le chiese e le cripte, e credevo tutte le bugie e le invenzioni che raccontavano. Io pure ho detto una messa, o anche dieci, a Roma, e quasi mi dispiaceva che mio padre e mia madre fossero ancora in vita, perché li avrei volentieri liberati dal purgatorio con le mie messe e con altre più eccellenti opere e preghiere» (Miegge p. 75).

 

Questo perdonificio «fece dubitare anche lui». La principale conseguenza della visita a Roma non fu dunque la critica alla corruzione quanto l’acuirsi di domande interiori che esplosero da lì a qualche tempo con il suo studio sulla Lettera ai Romani e la scoperta della “giustificazione”.

«I suoi dubbi, a Roma come prima a Erfurt e dopo a Wittenberg, non erano l’inizio di una battaglia contro la gerarchia e il papa; erano il suo modo di vivere la fede …» (Nitti, p. 63).

Sta tutto qui in questa tensione tra il sacro e l’interiore, tra l’esposizione ai simboli e allo spettacolo della spiritualità istituzionale e la ricerca di Dio nella Bibbia e, da buon agostiniano, nell’interiore, che si gioca il significato di questa piccola parentesi romana nel contesto più ampio della stagione della Riforma. E sta anche qui la possibilità di riprendere questo episodio per avere ulteriori chiavi di lettura per la contemporaneità.

Questo è anche il dibattito che anima i biografi (relativamente come sostiene Prosperi, p. 52) e ben riassunto dalla rilevazione di Bainton: «quel che egli vide e quel che non si curò di vedere ne illumina la personalità» (p. 22, corsivo aggiunto)

Per Miegge (pp. 76–77):

 

«le quattro settimane passate a Roma ebbero per il giovane monaco, ardente e ingenuo, l’effetto di una sconsacrazione». E il silenzio viene così interpretato: «Furono forse soltanto fugaci impressioni di malessere dovute all’oscurarsi di un ideale forse eccessivo, che dovevano precisarsi in seguito, liberando il Riformatore dallo scrupolo di far torto, con la sua azione rivoluzionaria, alla città santa della sua giovinezza» (p. 77)

 

Adriano Prosperi dal canto suo (p. 63) precisa che Lutero non era un moralista; pensava sd altro: si chiedeva se la Scala Santa fosse davvero quella su cui Gesù aveva posato i pieri. La Scrittura era la sua enciclopedia, il suo mappamondo. (p. 63)

 

Ma che ne è della contemporaneità?
Questo episodio sicuramente non detta un paradigma di interazione tra evangelici e cattolici (in questo campo se ne è sempre alla ricerca di uno) ma sicuramente segnala una precauzione e un interrogativo al quale facciamo bene a non rispondere, aspettando … come fa un lettore di una biografia di Lutero: aspettando il capitolo successivo (i più eloquenti sono quelli di Prosperi e di Miegge: – [Prosperi, Il dottor Lutero e il problema della coscienza, pp. 65–82]; [Miegge, La crisi, pp. 79–101]).
Perché un cattolico, convinto o meno che sia, da Occidente o da Oriente (grazie alla macchina organizzativa delle diocesi) non dovrebbe recarsi a Roma e attraversare la Porta Santa? Magari è fortunato e si ritrova a Roma proprio mentre, morto il Papa, c’è il Conclave che ne sta eleggendo un altro (un intervistato durante il Conclave che ha eletto Leone XIV: siamo a Roma per il weekend, speriamo di vedere la fumata bianca prima di ripartire …).

Viene riproposto davanti a noi, in maniera abbastanza provvidenziale, il dilemma del giovane Lutero, vale a dire la ricerca di un qualcosa che si ritiene possa essere accordato da uno spettacolo imponente di un’istituzione che si ammanta di sacralità (sfumando tutte le naturali e ataviche problematiche, incluso gli scandali, che tutte le istituzioni umane si portano con sé, da che mondo è mondo, a Roma come a Canterbury o Westminster). Bainton lo dice chiaramente: finché il giovane Lutero credeva che “la chiesa avesse efficaci mezzi di grazia”.
Sta tutta qui la possibilità del vangelo (non degli evangelici): far esplodere la tensione tra coscienza è istituzione, tra libertà e formalismo, riuscire a canalizzare quella spinta a guardarsi dentro che pure un agostiniano come l’attuale Papa dovrebbe conoscere bene, al punto tale che la cita in un passaggio della sua omelia a Tor Vergata (il 3 agosto). Che cosa si porteranno dietro il milione di giovani convenuti a Roma. Ci auguriamo per loro tanta forza e tante cose positive come auspicano tutti gli osservatori, anche ecclesiastici, che hanno goduto dei numeri della partecipazione (un po’ come gli organizzatori di una protesta sindacale o di una kermesse politica).

Hanno incontrato veramente il Cristo risorto come lasciava intendere l’incipit dell’omelia papale che è partita dall’episodio dei due discepoli sulla via di Emmaus per poi perdersi nei meandri della caducità umana (i fili d’erba) segnata dal consumismo e da altri mali del secolo?

Non ritroviamo in quella omelia, e lo diciamo sommessamente, l’afflato espositivo che anima un lettore e un espositore dei vangeli (quell’afflato che condizionerà il Lutero tornato dall’Italia). Ma è proprio questo che ci lascia sperare: l’ossimoro grammaticale tra un’istituzione che si concepisce prosecuzione dell’incarnazione e che relega Gesù Cristo ai riti penitenziali e sacramentali e una coscienza che cerca la “parola di Dio” unico luogo in cui Cristo continua a vivere e permanere (1 Pietro) e unica grazia che può penetrare nelle crisi che incontreranno il milione di giovani, così come le incontrano tutti gli esseri umani.

Dunque?
Lasciamo che Lutero vada a Roma, che cerchi la pace interiore, che cerchi Cristo. Prima o poi tornerà a Wittenberg e lì ci sarà qualcun altro ad attenderlo: il vangelo di Gesù Cristo. Facciamoci trovare lì come testimoni del vangelo … e non come discepoli di Lutero (sic!).

 

Letture
Roland H. Bainton, Lutero, ed. RCS, Corriere della Sera, 2006;
G. Miegge, Lutero. L’uomo e il pensiero fino alla Dieta di Worms (1483–1521), Claudiana, Torino, 4 ed., 2003;
A. Prosperi, Lutero. Gli anni della fede e della libertà, Mondadori, Milano, 2017;
S. Nitti, Lutero, Salerno Editrice, Roma, 2017.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’articolo Lasciamo che Lutero vada a Roma proviene da DiRS GBU.

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di Chris Burnett
(Los Angeles, California)

Il 14 luglio 2025, il pastore John MacArthur è stato chiamato in gloria all’età di 86 anni, dopo due anni segnati da complicazioni cardiache e polmonari. Per 56 anni ha guidato fedelmente la Grace Community Church a Los Angeles, in California, plasmando il panorama evangelico conservatore moderno attraverso la sua predicazione e leadership. La sua scomparsa segna la fine di un’epoca che ha profondamente influenzato l’esposizione biblica e l’evangelicalismo conservatore negli Stati Uniti e nel mondo. Il pastore John ha lasciato la moglie Patricia, sposata nel 1963, quattro figli, quindici nipoti e nove pronipoti.

La storia della mia famiglia con il pastore John copre cinque decenni e tre generazioni, segnata da tappe fondamentali. Mio padre si convertì da adolescente nella chiesa del padre di John, quando John era ancora semplicemente conosciuto come “Johnny.” Fu lui a battezzare mia madre quando, a diciotto anni, lasciò il cattolicesimo romano per seguire Cristo. Quando ero neonato, prese tra le braccia me e mia sorella gemella per dedicarci al Signore. Anni dopo, tornato da sette anni di missione in Italia, divenni studente nel suo seminario, The Master’s Seminary. In quegli anni, John prese in braccio mio figlio più piccolo per pregare con lui prima di un intervento al cuore e consolò personalmente mia moglie Erma quando suo fratello morì di cancro. In mezzo secolo alla Grace Community Church, la nostra famiglia ha condiviso numerosi momenti speciali con il pastore John, che ci hanno sempre ricordato che, pur essendo uno dei più noti insegnanti della Bibbia in America, desiderava essere conosciuto soprattutto come un amico.

È un tempo di dolore per la nostra famiglia e per tutta la Grace Church, ma anche un’opportunità per riflettere su ciò che John MacArthur ha rappresentato per noi e per il mondo. Il seguente riassunto della sua vita, del suo ministero, delle sue convinzioni e del suo carattere vuole mostrare come la sua influenza continuerà a risuonare nell’eternità.

Vita e Ministero

John Fullerton MacArthur Jr. nacque il 19 giugno 1939, quinta generazione di una straordinaria linea di predicatori che risale al Canada e alla Scozia. Suo padre fu pastore battista ed evangelista itinerante, noto per il suo ministero tra le celebrità di Hollywood e per il programma radiofonico di grande impatto Voice of Calvary.

Nel febbraio 1969, a 29 anni, John fu chiamato a servire nella Grace Community Church di Sun Valley, California. La sua prima predicazione domenicale fu tratta da Matteo 7:21: “Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.” Con questo messaggio inaugurale, John mise subito in discussione la genuinità della fede professata e stabilì il tono di tutto il suo ministero: una predicazione esaustiva, versetto per versetto, fondata su circa 30 ore settimanali di studio accurato della Scrittura.

L’ampia richiesta delle sue predicazioni portò alla nascita del ministero radiofonico Grace to You, con il motto: “La verità di Dio, un versetto alla volta.” Alla fine della sua opera, la biblioteca gratuita su gty.org contava oltre 3.300 sermoni, che coprono ogni versetto del Nuovo Testamento e buona parte dell’Antico. Per grazia di Dio, il sito ha recentemente superato i 225 milioni di download gratuiti.

Il pastore John è stato giustamente riconosciuto come uno dei più influenti predicatori esegetici della sua generazione. La sua predicazione era segnata da autorità biblica, chiarezza del testo, comunicazione coinvolgente e amore per Gesù Cristo. Ma la vera forza non stava soltanto nei metodi interpretativi che applicava, bensì nell’evidente realtà che Dio gli aveva donato un carisma unico per insegnare la Parola. Quel dono, ricevuto dal Signore, aveva lo scopo di farci “crescere nella grazia e nella conoscenza del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo” (2 Pietro 3:18).

L’eredità lasciata da MacArthur sul piano editoriale e formativo è immensa. Ha scritto quasi 400 libri e guide di studio, tradotti in più di venti lingue. Tra i più noti, la Bibbia di studio MacArthur, con 20.000 note specifiche per versetto e oltre due milioni di copie vendute, e la collana di commentari sul Nuovo Testamento in 34 volumi—ora affiancata da una serie in sviluppo sull’Antico Testamento, per continuare a formare pastori in tutto il mondo.

Nel 1985 fu nominato presidente del The Master’s College (oggi The Master’s University), e l’anno seguente fondò The Master’s Seminary, servendo come presidente e poi come cancelliere per oltre 35 anni. Attraverso queste istituzioni e The Master’s Academy International (TMAI), più di 10.000 uomini sono stati formati al ministero pastorale in 41 nazioni. Ho il privilegio di servire con entrambe e di vedere una nuova generazione di fedeli insegnanti della Bibbia crescere ed essere inviati per adempiere la Grande Commissione (Matteo 28:18–20).

La visione di John per un ministero fedele continua ancora oggi attraverso la Shepherds’ Conference, ospitata ogni anno presso la Grace Community Church e il Master’s Seminary. All’ultima edizione, oltre 5.000 pastori e leader provenienti da tutti i 50 stati americani e da 70 nazioni si sono riuniti, desiderosi di essere nutriti dalla Parola di Dio per poter nutrire a loro volta il gregge nei propri contesti.

Convinzioni e Controversie

L’intero ministero di MacArthur si fondava su una convinzione incrollabile: la Scrittura è pienamente sufficiente per ogni verità spirituale, capace di offrirci “tutto ciò che riguarda la vita e la pietà” (2 Pietro 1:3). Difese con chiarezza il metodo storico-grammaticale, affermando che la Bibbia deve essere interpretata in modo semplice, letterale e conforme all’intento originale dell’autore.

Da questa base scaturirono molte delle sue posizioni più distintive. MacArthur sostenne la creazione letterale in sei giorni, rifiutò le teorie evoluzionistiche e mise in guardia contro l’influenza della psicologia secolare nella consulenza pastorale, sottolineando i pericoli di affidarsi a modelli umani che possono distorcere la verità rivelata. Rigettò anche la visione della Teologia dell’Alleanza secondo cui la chiesa avrebbe sostituito Israele, affermando invece che le promesse dell’Antico Testamento rivolte a Israele si realizzeranno letteralmente nel futuro.

Nel 1988 pubblicò Il Vangelo secondo Gesù (Edizione Coram Deo), un’opera che suscitò un ampio dibattito nel mondo evangelico. In essa sosteneva che la vera fede comporta sottomissione a Cristo come Signore, e non solo come Salvatore. Alcuni critici lo accusarono di confondere fede e opere, mentre teologi come J. I. Packer lo sostennero, riconoscendo in quelle parole la continuità con la dottrina storica della Riforma.

MacArthur espresse anche una forte opposizione al movimento carismatico, che considerava una deviazione dal cristianesimo biblico. Da cessazionista convinto, sostenne nei suoi libri I carismatici (1992, Ed. Centro Biblico) e Strange Fire (2013) che i doni dello Spirito manifestati nell’epoca del Nuovo Testamento fossero cessati con la fine dell’era apostolica, e riteneva molte delle manifestazioni contemporanee un travisamento dell’opera dello Spirito Santo.

Durante la pandemia di COVID-19, guidò con fermezza la Grace Community Church nella riapertura, nonostante le restrizioni imposte dalle autorità. Affermava con decisione che la chiesa locale è essenziale per la vita cristiana. La battaglia legale che ne seguì si concluse con una vittoria significativa a favore della libertà religiosa, raccontata nel documentario The Essential Church, che ripercorre la sua leadership coraggiosa in un tempo di forte pressione pubblica.

L’Eredità di un Pastore Fedele

Chi ha conosciuto personalmente MacArthur ha spesso notato quanto il suo carattere mite contrastasse con la forza con cui predicava dal pulpito. Nella vita di tutti i giorni, molti di noi lo ricordano come un uomo gentile, sempre rispettoso, e profondamente dipendente da Cristo. Il suo cuore pastorale si rendeva visibile in tanti piccoli gesti: visite inaspettate in ospedale, colloqui personali, e atti di generosità sincera. Il suo impegno era instancabile — 30 ore settimanali di studio, predicazioni multiple ogni domenica, insegnamento durante la settimana alla chiesa, all’università e al seminario, oltre a numerosi interventi mediatici e conferenze — molti dei quali continuano a circolare ancora oggi online.

Tra tutte le sue influenze, credo che la più duratura sia questa convinzione profonda che ci ha trasmesso: che la Scrittura è lo strumento scelto dallo Spirito Santo per attirare le anime a Cristo e trasformarle secondo la Sua immagine.

Sono grato che l’influenza di MacArthur sia arrivata anche in Italia, dove il suo impegno per la predicazione versetto per versetto ha messo radici grazie a numerose traduzioni fedeli e iniziative pastorali.

Ciò che è cominciato con un uomo determinato a “liberare la verità di Dio, un versetto alla volta,” è diventato un movimento globale. Il messaggero è tornato a casa, ma la Parola che ha proclamato continua la sua corsa — attraverso la voce di espositori fedeli, fino al giorno in cui ogni popolo, lingua e nazione si prostrerà davanti al trono per adorare l’Agnello

Chris Burnett insegna presso The Master’s Seminary e serve in ambito accademico con The Master’s Academy International, che forma pastori in 85 paesi attraverso 20 scuole.
Vive a Los Angeles con sua moglie Erma e i loro tre figli.

 

Foto di copertina: David Torres

 

 

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di Miroslav Volf

articolo tradotto e pubblicato con il permesso di Christianity Today

Molto tempo prima di noi, l’umanista Giovanni Pico della Mirandola è stato il primo sostenitore del transumanesimo. Nella sua Orazione sulla dignità dell’uomo del 1486, egli fa pronunciare al Creatore le seguenti parole ad Adamo, il primo essere umano:

Non ti abbiamo fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché come libero, straordinario plasmatore e scultore di te stesso, tu ti possa foggiare da te stesso nella forma che preferirai. Potrai degenerare nei esseri inferiori, che sono i bruti; potrai rigenerarti, secondo la tua decisione, negli esseri superiori, che sono divini.

Pico della Mirandola è il santo non ufficiale dei transumanisti perché spingeva la plasticità umana oltre il limite. Credeva che le forme superiori degli esseri umani fossero, in realtà, più che umane, pensava che fossero divine.

Nel XXI secolo, il filosofo Nick Bostrom definisce un postumano come un essere per il quale almeno una capacità centrale generale, come la durata della salute, la cognizione o le emozioni, “supera di gran lunga il massimo raggiungibile da qualsiasi essere umano attuale senza ricorrere a nuovi mezzi tecnologici”.

L’azienda di neurotecnologie Neuralink ha sperimentato interfacce cervello-computer per persone paralizzate, per aiutarle a comunicare e a controllare dispositivi a distanza. Neil Harbisson, nato daltonico, nel 2004 ha ricevuto un impianto sul cranio sotto forma di antenna che gli permette di “vedere” i colori come vibrazioni audio. Un regista di nome Rob Spence ha sostituito il suo occhio destro con una videocamera wireless e si definisce un “eyeborg”. L’amministratore delegato della biotecnologia Elizabeth Parrish si è sottoposta a una terapia genica sperimentale nel 2015 e ha dichiarato di aver rallentato il processo di invecchiamento con successo .

Altri potenziali sviluppi sono puramente estetici. “Se poteste rimodellare il vostro piede e trasformarlo in un tacco a zeppa, lo fareste?”, si chiede un articolo a proposito delle modifiche del corpo nel mondo della moda. “O che ne direste di un capo d’abbigliamento che consiste in morbide corna turchesi su entrambe le spalle?”.

Basta leggere il grande filosofo pessimista  Schopenhauer che disse che “la vita oscilla come un pendolo avanti e indietro tra il dolore e la noia”, per essere tentati di unirsi al progetto transumanista. Ma se l’obiettivo di trascendere l’umanità sia degno di essere perseguito dipende dal fatto che crediamo che l’essere semplicemente umani sia qualcosa che deve essere superato.

Io, per esempio, credo che così come c’è bellezza e bontà nell’essere un’aquila o un delfino, c’è bellezza e bontà nell’essere umano e basta. L’articolo centrale della fede cristiana, dopo tutto, è che il Verbo divino si è fatto carne umana. Dimorando tra di noi, il Verbo ha santificato l’umanità nella sua finitudine e fragilità. Allo stesso tempo, non sono esclusi i miglioramenti,e mi riferisco allo sviluppo e all’uso di strumenti, anche integrati nel nostro corpo.

Qualche anno fa, ho tenuto un corso all’Università di Yale su fede e globalizzazione con il primo ministro britannico Tony Blair e un collega laico. A un certo punto della lezione, il mio collega ha preso in mano una pillola e l’ha mostrata agli studenti. Quando le persone religiose sono malate, ha detto, pregano, credendo che Dio farà un miracolo. Ma le persone laiche si affidano alle meraviglie della medicina moderna, come questa minuscola pillola che cura quasi istantaneamente la pressione alta. Ha concluso che la medicina moderna, ovviamente, funziona meglio di Dio.

Quando ha finito, mi sono rivolto a lui e gli ho detto: “Io e te siamo d’accordo su una cosa importante: entrambi neghiamo lo stesso Dio!”. Mi guardò perplesso.

“Il dio che lei nega è incompatibile con l’inventiva e il lavoro umano, con tutti i processi del mondo”, dissi. “Anch’io nego quel Dio. Al contrario, il Dio in cui credo rende possibile l’intera realtà del mondo in tutta la sua dinamica complessità, compresi l’inventiva e il lavoro umani”.

Le prime pagine della Bibbia raccontano di Dio che lavora con queste realtà mondane. Nel Giardino dell’Eden, Dio non fece cadere il cibo dal cielo nella bocca di Adamo ed Eva e, facendo pressione sulle loro mascelle, li costrinse a masticare. Al contrario, essi lavoravano per il cibo, coltivando e custodendo il giardino; e nel loro lavoro e sotto il loro lavoro, anche Dio era all’opera.

Quando si tratta dei dilemmi etici che incontriamo quando parliamo di transumanesimo, dovremmo esercitare notevole cautela. Tuttavia, è un errore pensare che l’opera divina e l’opera umana, compresi i progressi tecnologici, si escludano a vicenda.

Gli uomini sono arrivati a credere in Dio quando non avevano alcuna conoscenza scientifica sulla struttura di base della realtà, quando il miglior antisettico era la lavanda e quando il mezzo di trasporto dominante erano i loro piedi nudi e callosi.

Sebbene la nostra comprensione del mondo e, quindi, della relazione di Dio con il mondo, sia cambiata, noi uomini moderni possiamo ancora credere in quello stesso Dio ora che stiamo esplorando le proprietà astrofisiche e quantistiche dei buchi neri, modificando il genoma per prevenire le malattie e migliorare le capacità umane, e viaggiando in auto senza conducente, e possiamo credere senza abbandonare la ragione.

Più potere abbiamo, più è importante scegliere con saggezza la direzione di base della nostra vita. Più strumenti intelligenti e potenti creiamo, più dobbiamo essere chiari sugli scopi umani che questi strumenti serviranno. E l’unico modo per discernere quali scopi siano degni della nostra umanità è sapere di cosa dobbiamo fidarci e cosa dobbiamo amare sopra ogni cosa e di che tipo di esseri umani speriamo di essere.

Essere umani, creati nell’imago Dei, significa vivere una visione della vita buona. Questa visione traccia un ritratto del tipo di uomo che dovremmo essere e fornisce i criteri di orientamento per ciò che dovremmo desiderare e per come dovremmo vivere. Tutti noi viviamo in base a una visione di questo tipo, sia che la abbracciamo consapevolmente sia che rimanga incoerente e nascosta alla nostra vista, intessuta nel tessuto delle nostre credenze e pratiche.

Poiché le visioni della vita buona hanno per definizione un carattere normativo, la scienza non può formularle. La conoscenza di ciò che è stato, di ciò che è e di ciò che probabilmente sarà, per quanto precisa e dettagliata, non può mai prescrivere ciò che dovrebbe essere.

Immaginiamo di aver deciso di rinunciare alla privacy e di permettere la raccolta di tutti i dati disponibili su di noi: tutte le nostre conversazioni e la nostra corrispondenza, la nostra salute, le nostre abitudini e i nostri acquisti. Un algoritmo altamente intelligente potrebbe elaborare un resoconto eccezionalmente accurato del nostro comportamento e quindi sarebbe probabilmente in grado di prevedere cosa faremmo in molte situazioni. Potrebbe dirci cosa desideriamo e cosa troviamo desiderabile, persino cosa crediamo di chi dovremmo essere e cosa dovremmo fare. Potrebbe persino arrivare a conoscerci meglio di noi stessi, uno scenario con cui Yuval Noah Harari conclude il suo libro Homo Deus: breve storia del futuro.

Ma l’unica cosa che un algoritmo così intelligente non sarebbe in grado di dirci è chi dovremmo essere, cosa dovremmo fare e verso cosa dovremmo tendere, chi oggi dovremmo essere e cosa dovremmo desiderare. La scienza e i progressi tecnologici non possono darci una visione della vita vera e buona. La ragione non può portare alla luce ciò che dovrebbe essere più importante per noi, non può rispondere alla domanda su come noi, come individui e come comunità umana, dovremmo vivere. Per questo, noi credenti ci rivolgiamo a Gesù Cristo.

L’articolo LA QUESTIONE TRANSUMANISTA. Il nostro essere semplicemente umani è un qualcosa che deve essere superato? proviene da DiRS GBU.

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L’evoluzione biologica alla base della morale:

Telmo Pievani divulgatore di scienza e di speranza (laica)

di Gianluca Nuti

 

Raccontare la vita

Fin dai suoi albori con Charles Darwin, la teoria dell’evoluzione per selezione naturale ha assunto i toni di una narrazione: il racconto della storia della vita sulla terra. Come ci spiega Telmo Pievani nell’agile libretto La teoria dell’evoluzione. Attualità di una rivoluzione scientifica (Mulino, 2006), l’explanandum della teoria, allora come oggi, era la “discendenza con modificazioni”; l’explanans era la teorizzazione di variazione, ereditarietà e speciazione, i tre “motori” tradizionali dell’evoluzione. Tuttavia, la forma in cui la biologia distribuisce e ordina questi tre nodi esplicativi, allora come oggi, è la forma narrativa: la storia di come le forme di vita più adatte di altre alla sopravvivenza in una data nicchia ecologica (variazione) hanno trasmesso questo vantaggio alla prole (ereditarietà), diventando così, generazione dopo generazione, sempre più specializzate (selezione o speciazione).

Non è certo se la forma narrativa dell’evoluzionismo sia necessaria o accidentale, ovvero se sia una caratteristica intrinseca all’oggetto della spiegazione (la diversità degli organismi viventi), o se si tratti di una veste assunta per scopi divulgativi. Ciò che è certo è che, grazie alla sua forma di racconto, la teoria dell’evoluzione si presta non solo a influenzare moltissime altre discipline con il concetto di sviluppo evolutivo e adattativo (la linguistica, la pedagogia, la stessa informatica), ma anche a una facile divulgazione fra il grande pubblico. Proprio a questa divulgazione il già citato biologo e filosofo della scienza Pievani si è consacrato ormai da diversi anni, con diversi titoli e iniziative anche artistiche o teatrali che gli hanno valso vari premi (La vita inaspettata, Imperfezione, e Serendipità fra tutti), e una recentissima apparizione anche fra gli autori delle tracce proposte in prima prova alla maturità.

 

Un’etica a partire dalla natura?

La più alta divulgazione scientifica, tuttavia, spesso non si limita a raccontare e spiegare i fatti della scienza, ma si impegna anche per connotare esteticamente ed eticamente il proprio resoconto. Fin da Lucrezio, passando da Spinoza e arrivando ai giorni nostri al Nuovo Ateismo, la costruzione di visioni del mondo liberatorie e solidamente razionali a partire dal dato scientifico è stata intrapresa con una certa regolarità. La teoria dell’evoluzione non è da meno: la divulgazione di David Sloan Wilson o Stephen Jay Gould (oltreoceano) e di Pievani (in terra nostrana) non è divulgazione solo di fatti biologici, genetici ed ecologici dell’evoluzione, ma di una vera e propria “buona notizia”[1] che da questi emerge chiaramente.

Si tratta di un passaggio tutt’altro che scontato e tutto invece da problematizzare. Perché una storia afinalistica di contingenze e ramificazioni, da cui emerge in modo improbabile l’uomo auto-cosciente, dovrebbe produrre in noi senso di solidarietà con gli altri viventi, senso di responsabilità verso l’ambiente e senso di dignità in quanto esseri coscienti? Il dato biologico può legittimamente essere letto (e raccontato) in questo modo, ma non solo in questo; potrebbe, ad esempio, gettarci nella disperazione del nichilismo. Perché la “imperfezione generativa”[2] del metodo scientifico dovrebbe rappresentare un fatto consolante? Lo è forse nell’ordo cognoscendi; ma se guardiamo alle cose secondo l’ordine in cui esse sono, e non secondo l’ordine in cui le conosciamo, potrebbe essere davvero poco consolante la notizia che la nostra conoscenza è intrinsecamente e irrimediabilmente fallace. Insomma, cercare o desumere un orientamento morale a partire dal dato scientifico rimane sempre un’operazione piuttosto rischiosa.

 

Una notizia “passabile” e una buona notizia

«Dio fece gli animali selvatici della terra secondo le loro specie, il bestiame secondo le sue specie e tutti i rettili della terra secondo le loro specie. Dio vide che questo era buono» (Genesi 1:25).

Il grande Libro della natura offre pagine meravigliose, visioni mozzafiato, esperienze profondamente emozionanti. I meccanismi imperfetti e ingegnosi di adattamento e la straordinaria ricchezza di specializzazioni che questi hanno generato sono più che affascinanti: producono stupore e riverenza. Il desiderio di trovare in tutto questo ispirazione per condurre una vita degna dell’humanitas che ci contraddistingue è condivisibile, e anzi condiviso dagli autori ispirati di Genesi 1 e del Salmo 19. Tuttavia, un annuncio di dignità e libertà radicato solo nel Libro della creazione non potrà salire più in alto della sua stessa sorgente: sarà un semi-vangelo, una notizia “passabile”. È solo quando riconduciamo tutto questo all’ingegno e alla potenza dell’Altissimo, quando lasciamo che sia lui a stabilire che tutto questo è “buono”, quando la storia che raccontiamo proviene dal Libro della Scrittura, che la notizia che divulgheremo sarà davvero buona.

Ogni cosa, anche le discipline scientifiche, ha la propria origine in Genesi 1, e la biologia (anche evoluzionistica) non fa eccezione. La buona notizia che annunciamo è che chiunque accetta di scoprirsi creato e redento da Dio troverà in lui la vera vita (non solo biologica).

 

 

[1] https://www.micromega.net/giornata-mondiale-dell-ambiente-intervista-a-telmo-pievani

[2] https://www.raiplay.it/video/2019/05/Quante-storie-3fef7049-1060-45f0-aada-0b7c6b87e0c4.html

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In questi giorni (a partire dal 20 maggio) si celebrano i 1700 dal Concilio di Nicea del 325. Abbiamo pensato di porre tre domande sull’argomento al prof. Giancarlo Rinaldi, uno dei massimi esperti di storia del cristianesimo antico nel mondo evangelico ed autore di diversi testi che sono stati pubblicati dalle edizioni GBU. Tra le tante pubblicazioni per l’occasione ricordiamo Cristianesimi nell’antichità, dove si parla anche di questo argomento.

Che importanza ha avuto per il cristianesimo questo Concilio?
L’importanza o, meglio, un aspetto della sua importanza si può evincere già dall’aggettivo ‘ecumenico’ che caratterizza l’evento. Il senso della parola ora è ben diverso da quello che si percepiva allora, agli inizi del secolo quarto. Per noi oggi ‘ecumenico’ è ciò che riguarda, in modo generico, il dialogo tra le confessioni religiose, specialmente quelle di matrice cristiana, finalizzato a una migliore comprensione reciproca o anche a realizzare esperienze liturgiche in comune. Allora, all’epoca del concilio, ecumenico era epiteto che si attagliava all’imperatore romano: non si trattava di un semplice governatore provinciale o di un modesto re, ma del sovrano di quella che si riteneva fosse l’ecumene intera, cioè tutta la terra. Certo, anche i re di Persia ventavano la stessa prerogativa ma i testi che riguardano l’evento che celebriamo sono occidentali, cioè di quell’impero romano che proprio con Costantino si avviava ad essere ‘bizantino’. Il concilio fu ecumenico proprio perché fu Costantino imperatore a convocarlo e non, come era avvenuto precedentemente con i sinodi da vescovi sia pur competenti di vaste aree geografiche. Non voglio entrare nel gran problema relativo alla sincerità della ‘conversione’ di Costantino: quale storico potrebbe sindacare nei meandri dell’anima umana e, per giunta, dopo tanti e tanti secoli? Sta comunque di fatto che Costantino era allora, e sempre rimase, pontifex maximus, cioè capo di tutte le associazioni religiose dell’Impero romano; in tale veste egli aveva a cuore la pace religiosa ed era una realtà di fatto che dopo le due disposizioni imperiali che concedevano legittimazione al culto cristiano (311 Galerio; 313 Costantino e Licinio) nelle chiese non si contarono più i dissidi e le controversie. Spesso i temi teologici facevano da maschera per rivalità personali o regionali. Il nostro concilio fu convocato e celebrato nel 325 per dirimere la controversia sorta a sèguito della predicazione di Ario, un presbitero di Alessandria d’Egitto che riduceva la consistenza divina della persona di Gesù fino a farne, secondo alcuni suoi seguaci, una semplice creatura sia pur la prima e la più alta. Ario fu condannato a Nicea, ma già nei suoi ultimi anni Costantino, che morì nel 337, si pentì delle deliberazioni di quell’assise e avviò una politica di riavvicinamento con Ario. L’uno e l’altro morirono grosso modo nello stesso torno di tempo, ma l’arianesimo salì al trono con il figlio di Costantino che si chiamava Costanzo II. Toccò poi a un altro concilio ecumenico, quello di Costantinopoli del 381, ritornare sul tema e ribadire la dottrina trinitaria.

Gli evangelici di solito mettono in secondo piano la storia del cristianesimo antico? Perché anche per noi invece è importante un evento come questo?
Dobbiamo distinguere tra gli evangelici italiani e tutti gli altri. In Inghilterra, ad esempio, la chiesa anglicana e metodista hanno studiato a fondo la ‘patristica’ e non si contano i contributi a stampa, sovente pregevolissimi, che costoro hanno prodotto. Lo stesso può dirsi anche dei luterani in Germania. In Italia le cose stanno diversamente e i motivi sono diversi. All’epoca della grande evangelizzazione post unitaria un profluvio di sacerdoti cattolici convertiti alla fede evangelica utilizzò le competenze acquisite negli anni di studio in seminario per dimostrare che non soltanto la Bibbia condannava quel sistema teologico e organizzativo dal quale erano fuggiti: la chiesa di Roma. I loro libri sono ora una rarità editoriale ma chi ha la fortuna di possederli e poterli leggere apprezza una erudizione non comune specialmente nel campo della storia dell’esegesi biblica. Passata questa stagione ‘eroica’ la Chiesa Valdese, che aveva una struttura e un organo formativo più rilevante, perse il suo interesse per la patristica o, per meglio dire, se ne avvalsa sobriamente e quanto bastava prevalentemente per finalità apologetiche. La grande stagione della prevalenza (altri direbbero ‘egemonia’) della teologia barthiana nella Facoltà Valdese o nei pulpiti diede il colpo di grazia all’attenzione sugli studi di patristica e, pertanto, di storia della chiesa antica nella sia pur cospicua e ammirevole attività dei valdesi, e ciò a livello formativo come divulgativo, editoriale come multimediale. L’esempio più eloquente, a mio avviso, di questa perdita d’interesse e dei limiti di un ‘monopolio’ di un indirizzo teologico su tutto il resto è costituito dalla vicenda di Fausto Salvoni, un dottissimo sacerdote cattolico che negli anni del dopoguerra pagò un durissimo prezzo di emarginazione per la sua conversione all’evangelo e il suo allontanamento da quella chiesa di Roma nella quale aveva esercitato un cospicuo magistero. Salvoni avrebbe potuto egregiamente arricchire il panorama degli studi evangelici in Italia con la sua competenza e grande capacità di divulgazione a più livelli, ma così non avvenne e, con la Facoltà di via Cossa, anche l’intero evangelismo italiano perse una risorsa: Salvoni lavorò in modo piuttosto isolato a Milano grazie al sostegno di una Chiesa di Cristo del Texas. Peccato!

Il Credo Niceno è definito talvolta come una grande operazione di mediazione culturale? Vogliamo soffermarci su questo aspetto?
Certamente la definizione è esatta. Il pensiero religioso all’epoca non era distinto da quello politico e, anche, filosofico. Era ancora di là da venire la ‘laicizzazione’ che avrebbe separato la sfera della religione da quella della politica e, ancora, la riflessione della fede e sulla fede dalla ratio del cogitare filosofico. La dottrina di Gesù e su Gesù aveva esordito sulle colline della Galilea in un ambiente profondamente giudaico. Ma già la sua prima registrazione scritta, intendo tutti i ventisette libri del Nuovo Testamento, attesta una sua ‘traduzione’ nella lingua greca. E lingua significa anche universo di pensiero. Il grande storico luterano Adolf von Harnack parlava di ellenizzazione del cristianesimo ravvisando in questo fenomeno quasi un’alterazione del genuino e originale messaggio gesuano. Mi permetto di dissentire dalla severità di questo giudizio: la traduzione di qualsiasi messaggio è azione indispensabile in qualsiasi esperienza di comunicazione. Ogni missionario che non riduca il suo ruolo a quello di un colonizzatore sa bene di cosa parlo. Con l’ascesa della cristianità avviata dalla svolta costantiniana si rese irrinunciabile un lavoro di accomodamento del messaggio di Gesù nelle categorie linguistiche e culturali della cultura allora prevalente: la filosofia greca. Questo fu il lavoro degli apologeti del secolo secondo e, successivamente, dei teologi del quarto; l’impresa s’accrebbe e si approfondì durante quest’ultimo secolo che, ricordiamolo, vide nel 380 quell’editto di Tessalonica che imponeva la fede cristiana (così come professata dai vescovi di Roma e di Alessandria) quale religione dell’Impero. Vinta la battaglia politica, bisognava vincere quella culturale. E la teologia sempre più imparò ad avvalersi del lessico filosofico greco: persona, sostanza, ipostasi, trinità e così via furono concetti che attestano questo gigantesco sforzo di mediazione culturale. La chiesa imparò a parlare con la lingua dei filosofi. Che pensare di oggi, quando questa lingua ai nostri giovani suona obsoleta e incomprensibile? Sarebbe necessaria un’altra impresa di mediazione culturale per salvare l’essenza del cristianesimo (e qui ricorro ancora a un’espressione cara ad Harnack) con vesti linguistiche e concettuali più chiare, aggiornate e adeguate. Ce la faremo? La domanda si traduce immediatamente in un oggetto di preghiera, in considerazione della difficoltà del compito.

L’articolo Tre domande a Giancarlo Rinaldi sul Concilio di Nicea proviene da DiRS GBU.

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di Francesco Raspanti

(Bologna, Dottore di Ricerca in Storia Medievale)

 

Nel suo discorso di insediamento il nuovo pontefice, Leone XIV, ha affermato “Sono un figlio di Sant’Agostino, agostiniano, che ha detto con voi sono cristiano e per voi vescovo”, per poi concludere con una supplica alla Madonna di Pompei e un’ave Maria.

Questi i fatti, in questa breve paginetta vorrei attirare l’attenzione del lettore, sicuramente pensieroso e per certi aspetti anche speranzoso su il testo citato da Leone XIV di Agostino. Si tratta del Sermone 340, di cui riporto, in traduzione il passo citato, ma con il contesto:

 

«Per voi infatti sono vescovo, con voi sono cristiano. Quel nome è segno dell’incarico ricevuto, questo della grazia; quello è occasione di pericolo, questo di salvezza. Infine, quasi trovandoci in alto mare, siamo sballottati dalla tempesta di quell’attività: ma ricordandoci che siamo stati redenti dal sangue di lui, con la serenità di questo pensiero, entriamo nel porto della sicurezza; e, nella grazia che ci è comune, troviamo riposo dall’affaticarci in questo personale ufficio. Pertanto, se mi compiaccio di essere stato riscattato con voi più del fatto di essere a voi preposto, allora, secondo il comando del Signore, sarò più efficacemente vostro servo, per non essere ingrato quanto al prezzo per cui ho meritato di essere servo con voi».

Senza voler troppo gravare si vuole solamente sottolineare come Agostino parli in modo chiaro ed inequivocabile della grazia e di come il suo discorso, tenuto nell’occasione dell’anniversario della sua elezione a vescovo di Ippona oltre 1600 anni fa, non menzioni in alcun modo il culto mariano, ma si ponga come un insegnamento ancora valido per noi oggi.

A fronte di questo breve testo si permetta all’autore di queste due righe che sono più che un pensiero la semplice narrazione e contestualizzazione di fatti. Agostino e la sua opera non sono e non devono essere percepite come esclusivo patrimonio della chiesa cattolica, ma come un lascito che un cristiano di sedici secoli fa ha donato a noi tutti credenti. Non si pensi che le sue parole, anche se citate in un solo breve passo, siano di esclusivo utilizzo per gli agostiniani. Il vescovo di Ippona è prima di tutto un cristiano, a cui preme “La grazia che ci è comune” perché tutti noi siamo stati “redenti dal sangue di Lui”.

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Di Maria Chiara Squeo, coordinatrice GBU Urbino

La Festa GBU 2025 si è conclusa da pochi giorni, e nel mio cuore risuonano ancora tutte le benedizioni vissute. Quest’anno, ha avuto qualcosa di unico – come ogni edizione, certo, perché ogni festa GBU è speciale – ma in modo particolare, questa volta ha toccato corde nuove nel mio cuore.

Chi sono

Mi chiamo Maria Chiara, coordinatrice del GBU di Urbino. Questa è la mia quarta festa GBU, in presenza – senza contare quella online durante il periodo della pandemia. Ogni anno torno a casa con il cuore colmo: incoraggiata, rinnovata, più carica, con un desiderio ancora più forte di proclamare il Vangelo con coraggio. 

Un desiderio per gli altri 

Quest’anno, però, il mio sguardo non era rivolto solo a ciò che Dio avrebbe fatto in me, bensì a ciò che avrebbe compiuto negli altri, nei membri del mio gruppo GBU. Pregavo e desideravo con tutto il cuore che anche loro potessero sperimentare la gioia e la potenza che ho vissuto negli anni passati. In un certo senso, pensavo di sapere già cosa aspettarmi, che non ci sarebbero state sorprese per me. 

Eppure, Dio è sorprendente. Non smette mai di parlare, di incoraggiare, di toccare profondamente il mio cuore in modo nuovo. La Sua Parola è luce, e parla con chiarezza e potenza. Parlando con un’amica del mio gruppo, mi ha confidato quanto partecipare alla Festa GBU sia stato per lei un dono del Signore. Ha descritto ogni momento come “meravigliosamente unico e prezioso”. Ciò che l’ha colpita di più è stato sentire un amore profondo nel suo cuore, nonostante non conoscesse nessuno. Ha scoperto e vissuto la realtà della famiglia spirituale, che va oltre la nazionalità, la lingua, ogni differenza. Questo è l’amore di Dio: un amore che va oltre ogni logica umana.  

Un Regno diverso 

Il tema della Festa 2025 era “Per un regno diverso”, tratto dal libro del profeta Daniele. Un libro che ci mostra chiaramente che Dio trionfa su ogni opposizione, e come il Suo Regno sia eterno e incrollabile, radicalmente diverso da quelli umani. L’incoraggiamento è quello di non focalizzarci sulle nostre sconfitte ma sulla vittoria già compiuta da Dio. Spesso ci sentiamo pochi, deboli, irrilevanti in un mondo che sembra correre in tutt’altra direzione. Ma non siamo in minoranza: siamo figli del Re, di un Regno che non finirà mai. Questa è la verità potente che ha fatto da filo conduttore a ogni momento vissuto insieme. 

“Il suo regno è un regno eterno e il suo dominio dura di generazione in generazione.”  

Daniele 4:3b

Una preghiera che unisce 

Un momento che mi ha particolarmente incoraggiata è stato quando ho avuto l’opportunità di guidare la preghiera del mattino. Davanti a me c’erano tutti questi ragazzi, svegli presto, pronti a lodare Dio insieme. Non era scontato: vedere cuori giovani uniti nella preghiera, così sinceri e desiderosi di intercedere, mi ha profondamente toccata. In quel momento ho capito ancora di più quanto Dio stia operando nelle nostre vite, non solo individualmente, ma come un corpo. 

Una visione condivisa 

La festa GBU è qualcosa di straordinario: decine di studenti e staff uniti da un solo desiderio, quello di condividere Gesù da studente a studente. È una visione che si respira, che si vive, che infiamma i cuori. 

Sono riconoscente a Dio per ogni persona che ha reso possibile questa Festa. È evidente che nulla è stato fatto per caso: ogni dettaglio, ogni parola, ogni incontro era parte di un disegno più grande. Sono profondamente grata per come Dio sta operando nel mio gruppo, nella mia vita, nel movimento GBU. Il Suo Regno è davvero in mezzo a noi. La sfida ora è continuare a vivere con lo stesso entusiasmo anche all’università, nel quotidiano. Ma so che Dio è con me anche lì. Il Regno diverso comincia proprio da lì.

Un invito per te

Se non hai mai partecipato a una Festa GBU, lascia che ti dica questo: non perderti la prossima. È molto più di un evento: è un’esperienza di incontro reale con Dio, insieme ad altri studenti come te. Ti cambia. Ti rinnova. E ricorda chi sei: figlio di un Re che regnerà per sempre.