Tempo di lettura: 7 minuti

Una forma di tirannia esterna si era presentata una volta di più nei primi anni delle guerre civili inglesi (1642-46 / 1648-49) nella veste di censura e limitazioni alla libertà di parola e stampa. La libertà di coscienza e di parola non deriva dall’idea che la verità non esista, ma che sia soltanto un costrutto soggettivo. Per Milton la verità esiste eccome, ma è soltanto nella libertà che l’uomo può conoscerla, o meglio, soltanto nella libertà l’uomo può essere da essa conosciuto. 

Il portato delle argomentazioni di John Milton nell’Areopagitica depone contro la dogmatizzazione della verità e la censura della falsità. Se la libertà cristiana ha reso il cristiano libero di discernere la verità e sceglierla tra le false alternative, il confronto con queste ultime che la libertà cristiana consente e cui invita favorisce la manifestazione di una virtù autentica e la fortificazione interiore del cristiano nella scelta della verità. Non solo ma, come John Goodwin stesso sostiene,1 il libero confronto tra le verità contribuisce a una comprensione sempre più piena e reale della verità.2 

Roger Williams a sua volta sostiene che l’atteggiamento di coloro che nelle due camere altro non accettano che sentire ciò che loro aggrada rende “raramente possibile che qualunque altra Luce […] risplenda sulle Anime di voi Onorevoli, quantunque mai tanto soave, tanto necessaria, e benché venga da Dio, dal Cielo”.3 La paura, la coercizione e la mancanza di conoscenza e confronto non fanno che pervertire, soffocare o intorpidire la verità. La libertà rinvigorisce la ragione e le consente di far affiorare la verità. Una volta di più, la qualità paradigmatica del pensiero di Dietrich Bonhoeffer si dimostra pregnante nelle parole: “La verità nasce unicamente dalla libertà”.4 

In definitiva, la lezione della libertà cristiana in Areopagitica è che “la verità non è proprietà di alcuna forma esterna, neppure di una forma che proclami quella stessa verità”.5 La verità non ha bisogno dell’aiuto dell’uomo per essere preservata o prevalere, né può essere posseduta, manipolata o controllata da agenti esterni. Piuttosto, l’uomo ha bisogno che la verità possieda e controlli il suo essere interiore. Non sorprende che in questa “età del vangelo” Cristo, la verità, sia “il solo Signore della Coscienza”6 e sia consentito alla zizzania di crescere accanto al grano.7 Su questa falsariga, The Standard Confession of General Baptists (1660) afferma: 

 

[…] è la volontà e la mente di Dio (in questa età del vangelo) che tutti gli uomini godano della piena libertà di Coscienza in materia di Religione o Culto, senza che debbano incorrere nella minima forma di oppressione o persecuzione, semplicemente in ragione del vangelo; che una qualsivoglia Autorità agisca diversamente crediamo con piena fiducia sia espressamente contrario alla mente di Cristo, che vuole […] che le Zizzanie e il Grano crescano insieme nel campo (che è il mondo) fino alla mietitura (che è la fine del mondo) […]8   

 

L’adesione di Milton a queste posizioni è estranea all’impulso di auto-preservazione che muoveva i Battisti Generali. Cionondimeno, un principio comune anima l’uno e gli altri. Mentre vivono tra il “già” e il “non ancora”, entrambi considerano la libertà cristiana come fondamento ultimo della tolleranza in materia di fede e coscienza, poiché il vangelo libera la verità dalle camicie di forza della colpa, del dubbio, della paura, delle narrazioni umane e delle imposizioni legali per consegnarla alla conoscenza di Dio in Cristo per mezzo dello Spirito della verità. 

Il Paradiso Perduto era già in cantiere quando un rinnovato senso di urgenza profetica invitò il poeta a mettere da parte, un’ultima volta, la sua vocazione poetica per scrivere A Treatise of Civil Power (1659) e Considerations Touching the Likeliest Means to Remove Hirelings out of the Church (1659). Una volta di più, nel rivolgersi al “Parlamento del Commonwealth di Inghilterra con i relativi Domini”, Milton parlava come cristiano a cristiani. Qui, più che mai prima, il polemista appare, nelle parole di John Coffey, tra le fila di “quel numero sostanziale di Battisti, Indipendenti radicali e Levellers” che “insistevano che il paradigma del Nuovo Testamento prevedeva che la chiesa fosse una comunità non coercitiva e puramente volontaria nel mezzo di una società pluralista governata da uno stato ‘meramente civile’. Sebbene non priva di ambiguità, la loro posizione costituiva un sorprendente punto di discontinuità dagli assunti costantiniani della Riforma magisteriale”.9 

Nel 1659 Milton condivideva ormai con Williams la distinzione tra la comunità religiosa volontaria e lo stato civile identificata in queste parole. Mentre, tuttavia, Williams considerava la fonte dello stato civile “non religiosa, cristiana ecc., ma naturale, umana e civile”,10  Milton lo fa risalire allo stesso paradigma neo-testamentario che in Cristo si sviluppa secondo le direttrici di una comunità religiosa non coercitiva e puramente volontaria e uno stato meramente civile. La chiesa e lo stato civile, in altre parole, erano declinazioni della medesima realtà, l’unica, il “già” e il “non ancora” di Dio in Cristo. 

Nei trattati menzionati sopra, Milton mostra altresì una peculiare attenzione alle preoccupazioni quacchere del tempo. Le sue argomentazioni, diversamente da quelle quacchere, però, non si incardinano sulla nozione di intrinseca illegittimità di ogni autorità terrena, ma sull’illegittimità della fusione di autorità religiosa e civile nel pronunciarsi contro la coscienza individuale. Se Considerations Touching the Likeliest Means faceva sue le conclusioni quacchere sulla corruzione della chiesa e l’illegittimità delle decime, A Treatise of Civil Power levigava le argomentazioni di Areopagitica per tracciare, con Williams, un confine netto tra questioni civili e questioni di coscienza. Nel distinguere tra le due, Milton giungeva a concepire l’eresia come punibile da parte dell’autorità civile unicamente nella misura in cui rappresentasse una breccia visibile della legge civile.11 La fede personale, così come il divorzio e la parola ricadevano sotto la giurisdizione della coscienza, poiché “per la fede o per la pratica religiosa secondo la persuasione che poggia sulla coscienza nessun uomo dovrebbe essere punito né molestato da qualsivoglia agente esterno sulla terra”.12 

Se nei trattati politici Milton aveva rivolto il suo sguardo alla libertà cristiana intesa come  libertà da governi illeciti e oppressivi, sentiva ora di dover assolvere il proprio dovere davanti a Dio difendendo la libertà cristiana intesa come emancipazione dal dominio degli uomini in questioni di coscienza.13 Tuttavia, pur estendendo la libertà di coscienza allo stesso modo a tutti quei Protestanti che, pur nella loro eterogeneità,  si fondavano sulle Scritture e agli Ebrei, Milton, diversamente da Williams, esclude il Cattolicesimo dalla portata della tolleranza dal momento che esso non è una religione della coscienza, ma un “principato romano […] che cerca di tener vivo il suo antico dominio universale sotto un nuovo nome”.14 

Un rifiuto del supersessionismo agostiniano sembra soggiacere al pensiero di Milton. Secondo il magistero alto della Chiesa inglese, come della Riforma magisteriale tutta, la chiesa aveva preso il posto di Israele come regno di Dio sulla terra, un regno spirituale e temporale a un tempo preposto a esercitare, per diritto divino, controllo su tutte le strutture sociali e politiche, come su quelle religiose. Se la Chiesa di Inghilterra e l’establishment puritano sostenevano rispettivamente che l’autorità politica e civile riposava nelle mani del re e del parlamento, affermavano all’unisono che la legge morale di Dio dovesse essere imposta nella sua interezza sia dal potere religioso sia da quello civile. Questo non valeva solo per quella che per i Calvinisti era la seconda tavola del Decalogo, ovvero i comandamenti legati ai rapporti sociali, ma anche a quei comandamenti che riguardavano il rapporto dell’uomo con Dio, la prima tavola. 

Milton afferma che uno stesso spirito ‘papale’ accomuna la chiesa ufficiale e i puritani oltranzisti alla chiesa romana. Per Milton, né la chiesa né lo stato debbono in nessun caso esercitare dominio sulla coscienza individuale. Piuttosto, l’una e l’altro dovrebbero essere estensione di una coscienza libera. Sulla stessa falsariga, nel rivendicare la libertà della coscienza da restrizioni esterne e interiori, i termini della libertà cristiana prevedono un porto interiore sicuro di libertà – il proprio stato e la propria chiesa – che deve estrinsecarsi in forma civile e religiosa. Le risultanti istituzioni religiose e civili devono necessariamente astenersi dall’autoaffermazione, dall’auto-preservazione come pure dall’imposizione delle loro aspirazioni, dal momento che la loro stessa esistenza dipende indivisibilmente da ed è vincolata alla libertà individuale. I benefici liberali di questa prospettiva investiranno naturalmente il cristiano come il non cristiano in una società che comprende elementi cristiani come elementi secolari sotto il governo di Cristo e della libertà cristiana in uno stato civile al servizio di leggi liberali e democratiche. 

Milton “si prodigò per cambiare il mondo come […] lui stesso “era stato cambiato”.15 Nella lotta libertaria per affermare i principi della libertà cristiana in Inghilterra durante gli anni dell’Interregno, egli si trovò nondimeno di fronte alla tragica realtà del progressivo disfacimento della libertà che culminò nella Restaurazione. Per recuperare un’espressione utilizzata da Steven Marx, Milton era nel 1660 un profeta disarmato.16 Le armi della legge e della guerra avevano fallito nel restituire il “già” della realtà di Dio in Cristo. La conversione, e non più le riforme sociali, divenne ora il centro della sua testimonianza. Se il rinnovamento esterno poteva unicamente iniziare con il rinnovamento interiore di Adamo ed Eva, il solo riscatto della libertà interiore avrebbe restituito l’amore come matrice di ogni libertà esterna. 

NOTE

1Vd. D. Loewenstein, “Toleration and the Specter of Heresy in Milton’s England”, in Milton and Toleration, a cura di S. Achinstein e E. Sauer, Oxford, Oxford University Press, 2007, pp. 45-71. Il ritratto che Loewenstein fornisce di Goodwin è quello di una personalità speculativa. Aperto oppositore del diritto divino dei re (vd. Os Ossorianum, or a Bone for a Bishop, 1643, contro Griffith Williams, vescovo di Ossory) e sostenitore del regicidio (The Obstructors of Justice, 1649), dal 1642 al 1646 Goodwin si dedicò principalmente a combattere intendimenti e apologie della verità dogmatici ed esclusivisti e i sistemi autoritari che li imponevano. 

2Vd. M.F. Norton, “The Praxis of Milton’s Truth: Proairesis and Qualifications in the Civil Liberty Tracts”, Milton Quarterly 28: (1994) pp. 47-56. Cfr. John Milton, Complete Prose Works, vol. 6, a cura di M. Kelley, New Haven, CT, Yale University Press, 1953, pp. 122-3. 

3Queries of the Highest Consideration, in The Complete Writings of Roger Williams, vol. 1, New York, Russell and Russell, 1963. 

4Così in Nachfolge. Cit. in E. Metaxas, Bonhoeffer, Nashville, Nelson, p. 95

5S. Fish, “Driving from the Letter”, in M. Nyquist e M.W. Ferguson, a cura di, Re-membering Milton: Essays on the Texts and Traditions, New York, Methuen, 1987, p. 243. 

6W.L. Lumpkin, a cura di, Baptist Confessions of Faith, art. 46, Chicago, Judson Press, pp. 331-32.

7Cfr. Areopagitica con Mt 13:24-30.

8W.L. Lumpkin, a cura di, Baptist Confessions of Faith, art. 24, pp. 232-33. 

9J. Coffey, “Puritanism and Liberty Revisited: The Case for Toleration in the English Revolution”, The Historical Journal 41: (1998), pp. 961-85.

10R. Williams, La sanguinaria dottrina della persecuzione per causa di coscienza (1644), a cura di M. Rubboli, Chieti, GBU Edizioni, 2018, p. 398. 

11John Milton, Complete Prose Works, vol. 7, p. 252. 

12Ivi, p. 242. 

13Ivi, p. 240. 

14John Milton, Complete Prose Works, vol. 7, p. 255. 

15Queste parole sono riferite da Barbour ai primi Quaccheri. Vd. H. Barbour, The Quakers in Puritan England, New Haven, CT, Yale University Press, 1964, p. 160.

16S. Marx, “The Prophet Disarmed: Milton and the Quakers”, Studies in English Literature 32: (1992), pp. 111-28. 

Traduzione con il permesso di Wipf & Stock Publishers, www.wipfandstock.com

Filippo Falcone

          

L’articolo John Milton e la democrazia di Cristo (II) proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/john-milton-e-la-democrazia-di-cristo-ii/

Tempo di lettura: 2 minuti

Tempo di lettura: 2 minuti

Tempo di lettura: 7 minuti

Il testo in traduzione (con qualche piccolo adattamento) è tratto da Milton’s Inward Liberty: A Reading of Christian Liberty from the Prose to Paradise Lost, Pickwick Publications, 2014, pp. 47-52.

 

John Milton lasciò pochi dubbi sulla sua collocazione allorché re Carlo I fu decapitato il 30 gennaio del 1649. The Tenure of Kings and Magistrates comparve a febbraio, seguito a marzo dalla sua nomina a Secretary for Foreign Tongues del Commonwealth of England (1649-1660). Come in precedenza si era occupato di libertà in ambito ecclesiologico e domestico, indossando le vesti del sacerdote-profeta, Milton ora avrebbe parlato come apologeta di una nuova legge, civile e repubblicana, che a sua volta procedeva dalla libertà cristiana. In Tenure of Kings and Magistrates Milton sostiene che: 

 

Nessun uomo che abbia un minimo di sale in zucca può essere tanto stupido da negare che tutti gli uomini sono per natura nati liberi, essendo creati a immagine e somiglianza di Dio stesso […] e che dalla radice della trasgressione di Adamo precipitando nel male e nella violenza e prevedendo come il loro corso avrebbe necessariamente portato con sé la loro totale rovina, convennero di legarsi l’un l’altro contro le reciproche offese e di difendersi da chiunque interferisse o si opponesse a un siffatto accordo.1 

 

Qui Milton asserisce la libertà naturale dell’uomo. La caduta ha sovvertito questo principio creazionale, trascinando l’uomo in una spirale distruttiva. Per evitare “reciproche offese”, gli uomini si sono uniti su base contrattuale legandosi a leggi. Simili accordi razionali, tuttavia, non sono in grado di sradicare il peccato e le “passioni”, ma altro non fanno che fornire un compromesso spesso di breve durata. 

La pietra angolare della “filosofia politica [dello stesso Hobbes] è l’opposizione tra ragione ed emozioni”. Se come modello di costruzione razionale, lo “Stato […] fornisce l’unica garanzia di pace e benessere per l’umanità […], la sua stabilità è minacciata non soltanto dall’ignoranza, ma altresì dall’influenza dannosa delle passioni, che operano direttamente o per il tramite di dottrine distruttive o della superstizione religiosa”.2 La preservazione di pace e benessere dipende pertanto dall’inibizione delle passioni attraverso il sostegno razionale dato allo stato. Sebbene sia Milton sia Hobbes facciano propria la teoria rinascimentale delle passioni, il loro sguardo sul ruolo dello stato ha una prospettiva diametralmente opposta. Là dove in Hobbes la ragione è strumentale alla costruzione dello stato contro forze distruttive al servizio delle passioni, in Milton la ragione è chiamata a preservare la libertà individuale dalla tirannia dello stato. In questo senso, The Tenure of Kings and Magistrates sostiene che 

 

Se gli uomini dentro di sé fossero governati dalla ragione e non arrendessero il loro intendimento a una duplice tirannia, fatta di leggi esterne e ciechi affetti interiori, riuscirebbero a discernere più facilmente cosa significhi favorire e sostenere il tiranno di una nazione.3 

 

La doppia tirannia del peccato e delle convenzioni pregiudica la capacità di discernere cosa significhi “favorire e sostenere il tiranno di una nazione”. Entrambe tengono schiavo il suo essere interiore. Il peccato offusca la mente e la coscienza; le regole esterne esigono cose che non trovano corrispondenza nell’uomo. Lungi dall’essere proiezione d’amore interiore, esse inibiscono sia l’amore sia la verità. Sono ciò che i farisei ai tempi di Gesù avevano di più caro. Liberando la mente e la coscienza e incidendo la legge dell’amore nel cuore dell’uomo, facendolo passare cioè dalla necessità e dal desiderio egoistico al desiderio d’amore, il vangelo della libertà cristiana restituisce all’uomo la ragione e gli consente di discernere e rifiutare la tirannia. 

In ultima analisi, Hobbes crede che l’uomo sia dominato dalle passioni al punto che la libertà è irrimediabilmente compromessa sul piano individuale. Di conseguenza, egli si rivolge allo stato affinché produca libertà arginando gli effetti delle passioni. Milton, dal canto suo, crede nel ripristino della libertà individuale in forza della grazia così che l’individuo sia libero in se stesso e capace di proiettare libertà e respingere la tirannia. 

La prospettiva biblica viene sovrapposta a quella naturale quando attraverso uno sguardo retrospettivo Milton afferma che “mi è già capitato due volte di additare, in virtù dell’assistenza di Dio, questo luogo massimamente ignorato e vessato della scrittura […] pietra d’inciampo per Salmasius e per la tirannia del re sullo stato”.4 Milton si riferisce a Romani 13:1-7, vale a dire il passo stesso cui si faceva ricorso per giustificare posizioni di sottomissione incondizionata al re e alle autorità di governo. Non bisogna cercare lontano per trovare il principio sotteso alla teologia politica di Milton. Basta leggere i successivi tre versetti: 

 

Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», [«non attestare il falso»,] «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». L’amore non fa nessun male al prossimo; l’amore quindi è l’adempimento della legge. 

 

Dopo aver prescritto la sottomissione all’autorità, Paolo specifica che il credente, signore di tutto quanto alla libertà, non deve sottomissione ad alcuno se non per libera scelta d’amore. L’amore, dunque, è il limite alla libertà negativa. Schiavo di tutti nell’amore, il credente delega l’autorità al governo, così che esso possa esercitarla in sua vece, come “ministro di Dio per il [suo] bene” (v. 4). A sua volta, Grotius, che Milton aveva personalmente incontrato nel corso del suo viaggio sul continente, sostiene che l’autorità perviene “allo stato da privati individui; e similmente il potere dello stato è frutto di un accordo collettivo”.5 Ciononostante, il giurista e filosofo olandese non prevedeva limitazioni alla sovranità dei monarchi. Nelle mani di Milton, come di Roger Williams,6 di contro, il principio di autorità dal basso si fa pervasivo e assoluto. Si fa intrinsecamente democratico, rivoluzionario, sovversivo. L’autorità viene, sì, da Dio, ma all’individuo, e perviene a re e governanti dagli individui, al fine del perseguimento delle libertà individuali e collettive. Nelle sue opere politiche Milton sostiene diffusamente che l’autorità riposta nelle mani di governanti è strettamente condizionata alla sua funzione e al suo scopo, vale a dire l’avanzamento del bene civile e delle libertà individuali e collettive. Nel momento stesso in cui tale funzione e scopo cessano di essere perseguiti, chi governa perde ogni autorità e il credente riassume ogni prerogativa diretta di libertà e amore. Già nel 1612 Thomas Helwys aveva indirizzato a re Giacomo I A Short Declaration of the Mystery of Iniquity in cui asseriva il diritto condizionato dei re. Due delle intime frequentazioni teologiche di Milton, William Ames e Johannes Wolleb, avevano rispettivamente sottoscritto e respinto tale istanza, il secondo sostenendo che “dobbiamo obbedire non soltanto alle autorità e ai padroni pii, ma anche ai tiranni”.7 An Orthodox Creed, confessione di fede battista generale, avrebbe sintetizzato in modo paradigmatico il pensiero di Milton, promuovendo la sottomissione alla legittima autorità di governo “in tutte le cose lecite”.8 Lo stesso vale per il re secondo Milton: 

 

[Il re] non può prendere alcuna importante decisione concernente la guerra o la pace, né ancora in materia di giurisdizione può interferire con le decisioni delle corti di giustizia. Per questa ragione i giudici giurano che, quanto alla condotta delle loro corti, nulla si farà se non in conformità con la legge, neppure se il re stesso dovesse in parole o istruzioni, finanche attraverso lettere recanti il suo sigillo, ordinare loro altrimenti. Pertanto, sotto la nostra legge il re è spesso detto “infante” ed è detto possedere diritti e privilegi soltanto quale minore o amministratore.9   

 

Come è implicito in queste parole, Milton non sembra inizialmente opporsi alla “monarchia in sé, ma alla tirannia” o a quella forma di monarchia che non è sottoposta a una giusta legge. È soltanto con la “sequenza di opere pubblicate e inedite scritte tra l’autunno del 1659 e la primavera del 1660” che inizia a esprimere “ostilità non soltanto nei confronti della tirannia Stuart in particolare, ma della monarchia in generale, e non soltanto della monarchia, ma anche – per mutuare il gergo repubblicano per re, protettori, dittatori e simili – del governo di qualsivoglia ‘singola persona’”.10 

Di fatto, nessun governo esterno si sarebbe dimostrato capace di conformarsi alle istanze di libertà e amore di Milton, all’infuori del governo di Dio. Non sorprende che la tensione escatologica nelle sue opere politiche intrecci il proposito di perfezionamento della Riforma con l’avvento sulla terra del suo ultimo re. Nel farlo, nondimeno, essa fonde la realtà ultima con la presente: 

 

Perché proclamo come se compiuti da persone questi atti che […] testimoniano della presenza di Dio in ogni luogo? […] Fu per la sua chiara volontà che fummo inaspettatamente incoraggiati a sperare in quella sicurezza e libertà che eravamo prossimi a perdere del tutto: lo seguimmo come nostro condottiero […] Chi, infatti, è degno di detenere sulla terra potere pari a quello di Dio se non […] il Figlio di Dio la cui venuta noi attendiamo con trepidazione?11 

    

In un senso molto reale, lungo tutta la ricerca di libertà esterna da parte di Milton, i santi sono visti come soggetti al mite governo di Dio, con Cristo quale unico salvatore e re delle loro anime e unico legittimo erede al trono terreno d’Inghilterra. Nell’attesa della realizzazione escatologica, le prerogative spirituali, ecclesiologiche e civili della libertà cristiana finiscono per essere assimilate al governo del dispensatore di vera libertà e i due regni di Lutero si fondono in un’unica realtà presente. Ecco l’ideale di nazione cristiana secondo Milton, un ideale che anticipa la lezione che in tempi recenti ha trovato in D. Bonhoeffer il suo più lucido espositore: 

 

Fintanto che Cristo e il mondo sono concepiti come due sfere in collisione fra di loro e mutuamente respingentisi, all’uomo rimangono solo queste possibilità: dopo aver rinunciato al tutto della realtà, egli si stabilisce in una delle due sfere, vuole Cristo senza il mondo o il mondo senza Cristo. In entrambi i casi egli inganna se stesso […] Non esistono due realtà, ma solo una realtà, e questa è la realtà di Dio nella realtà del mondo divenuta manifesta in Cristo. La realtà di Cristo racchiude in sé la realtà del mondo. Il mondo non possiede una realtà propria indipendente dalla rivelazione di Dio in Cristo”.12 

 

Il cristiano è ambasciatore e ministro della realtà di Dio in Cristo, le cui coordinate sono amore e libertà manifesti nel paradigma volontario e non coercitivo di una società pluralista guidata da uno stato civile che rifrange Cristo, unico redentore e signore della coscienza. 

 

NOTE

1John Milton, Complete Prose Works, vol. 3, New Haven, CT, Yale University Press, pp. 19899.
2A. Pacchi, “Hobbes and the Passions”,
Topoi 6 (2): (1987) p. 113.
3John Milton, Complete Prose Works, vol. 3, p. 190.
4John Milton,Complete Prose Works, vol. 7, p. 252.
5Hugo Grotius,On the Law of War and Peace, citato in Stanford Encyclopaedia of Philosophy, alla voce Grotius.

6“Deduco che il fondamento originario e sovrano del potere civile risiede nel popolo”,La sanguinaria dottrina della
persecuzione per causa di coscienza (1644), a cura di M. Rubboli, Chieti, GBU Edizioni, p. 287.

7J. Wolleb, The Abridgement of Christian Divinitie 2.9, Londra, 1650, pp. 2989.

8W.L. Lumpkin, a cura di,Baptist Confessions of Faith, art. 45, Chicago, Judson Press, 2011, p. 331.
John Milton,Complete Prose Works, vol. 4, p. 482.
10M. Dzelzainis, “Republicanism, Republicans and Regicide”, in A Companion to Milton, a cura di T.N. Corns,
Blackwell, 2003. pp. 2967.

11John Milton,Complete Prose Works, vol. 4, pp. 305, 42728.

12D. Bonhoeffer,Etica, Brescia, Queriniana, 2010, p. 37.
Tradotto con il permesso di Wipf and Stock Publishers, www.wipfandstock.com
Filippo Falcone

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’articolo John Milton e la democrazia di Cristo (I) proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/john-milton-e-la-democrazia-di-cristo-i/

Tempo di lettura: 4 minuti

di Valentina Ferraris, Staff GBU Torino

«18 E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. 19 Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente».

Matteo 28: 18-20. Un passo noto, che racchiude l’ultima esortazione lasciata da Gesù ai suoi discepoli prima di ascendere al cielo. Queste parole, tuttavia, non suonano solo come un invito: c’è di più. Gesù si assicura che gli uomini che avevano vissuto al suo fianco durante quegli ultimi tre intensissimi anni di ministero si adoperino perché ciò che Egli ha iniziato abbia una sua prosecuzione. Il messaggio di Salvezza del Vangelo non poteva rimanere una gelosa acquisizione di un pugno di uomini: era urgente spargerlo tra tutti i popoli

Se ci immedesimiamo per un attimo nei discepoli di Gesù, sentiamo subito la grandiosità ma anche la follia di quel “grande mandato”: ormai rimasti in undici, con il pericolo di incorrere in gravose persecuzioni, avevano il compito di diffondere la luce del Vangelo non solo lì, nella loro terra, ma tra tutti i popoli. Una missione apparentemente impossibile. 

Spesso questo è il sentimento che coglie anche i nostri gruppi GBU. Tutti i giorni siamo immersi nel contesto universitario e riconosciamo il bisogno che i nostri colleghi e docenti hanno di Cristo. Dall’altra parte ci sentiamo come una piccola goccia in un oceano. Siamo così pochi e le anime perdute sono così tante. I nostri gruppi sono formati mediamente da una decina di studenti credenti, ma gli studenti universitari in Italia sono circa 2 milioni. Come possiamo raggiungerli tutti

Questa è una delle domande a cui abbiamo provato a rispondere durante il weekend di Formazione per i coordinatori GBU, che si è tenuto a Rimini dal 26 al 29 settembre 2025. La nostra natura, infatti, ci spinge a desiderare di condividere Gesù con gli studenti che fanno parte della nostra cerchia di amici, perché vogliamo vederli salvati e consacrati a Cristo. Ma che ne è di tutti quegli studenti che non conosciamo e che hanno ugualmente un disperato bisogno di arrendersi al Vangelo? Il mandato di Matteo 28 ci costringe a puntare lo sguardo anche su questa folla di persone, tra le quali potremmo incontrare anime aperte al Vangelo o addirittura altri cristiani con cui collaborare per condividere Gesù da studente a studente. 

Qualche spunto utile per riflettere su questo tema ci viene suggerito proprio da uno di quegli uomini che nel I secolo contribuì alla nascita della Chiesa: Paolo da Tarso. Nel capitolo 19 degli Atti ci viene raccontato che durante il suo soggiorno a Efeso, Paolo ebbe la possibilità di incontrare e discepolare alcuni uomini che avevano creduto nel Vangelo di Gesù, ma non solo. Paolo predicò per due anni presso la scuola di Tiranno – una sorta di università dell’epoca – e l’impatto fu enorme: «Tutti coloro che abitavano nell’Asia, Giudei e Greci, udirono la Parola del Signore» (Atti 19: 10). 

Quali furono i segreti di un simile successo? Come fa notare Michael Green1, Paolo si trovava in una città brulicante di persone, crocevia tra Occidente e Vicino Oriente; scelse di predicare in un luogo pubblico, la scuola di Tiranno, e lo fece continuativamente per due anni; il suo coraggio non venne meno e la potenza di Dio si manifestò attraverso segni straordinari. 

Ecco che allora anche noi abbiamo provato a trarre alcune lezioni importanti per il GBU dalla vicenda di Paolo. Innanzitutto, ci sembra chiaro che è essenziale vivere nel contesto universitario: come Paolo trascorreva le sue giornate alla scuola di Tiranno, anche noi abbiamo necessità di farci conoscere nei nostri atenei per entrare in contatto con il maggior numero di studenti possibile. Questo si può fare a livello individuale o di gruppo frequentando regolarmente i luoghi di ritrovo degli studenti e perché no, magari organizzando proprio noi momenti ricreativi che raccolgano nuove persone e permettano di presentare il GBU: una serata giochi, una passeggiata al parco, un torneo sportivo. 

Conoscere il nostro contesto universitario ci consente anche di offrire servizi a supporto degli studenti: quante matricole spaesate all’inizio dell’anno accademico apprezzerebbero uno studente più esperto che le indirizzi? Quanti studenti avrebbero piacere di trovare una compagnia con cui condividere le gioie e i dolori delle ore passate sui libri in una biblioteca? Quanti studenti desidererebbero imparare meglio l’inglese (o l’italiano) e potrebbero fare uno scambio linguistico con i ragazzi madrelingua dei nostri GBU? Insomma, è prioritario creare nuove relazioni e le strade possono essere tante, cercando di intercettare gli interessi degli studenti.

In Atti 19 è però centrale la predicazione di Paolo, che egli portò avanti per due anni, in un ambiente laico, rivolgendosi proprio a degli studenti. Questo ci invita a muoverci affinché nelle nostre università penetri la proclamazione del Vangelo in vari modi. Si possono prevedere eventi da svolgere pubblicamente nelle sedi universitarie, come conferenze, discussioni su tematiche di attualità, settimane di eventi e conversazioni evangelistiche a tu per tu. Perché non sfruttare anche la Mostra della Bibbia posizionandola in un luogo di passaggio in facoltà? Queste iniziative ci daranno l’opportunità di confrontare il mondo accademico con serietà e consapevolezza, dimostrando che la nostra è una fede che pensa e che offre risposte ai grandi interrogativi del mondo post-moderno. Sì, perché come GBU crediamo che il Vangelo possa avere un impatto potente nella vita degli studenti italiani e per questo desideriamo incontrare i loro bisogni profondi. 

Forse alla luce di queste considerazioni il Grande Mandato di Matteo 28 ci lascia meno spiazzati. Non possiamo negare che sia difficile raggiungere le migliaia di studenti che popolano i nostri atenei e allo stesso tempo non sarebbe onesto non riconoscere la nostra debolezza davanti a Dio. Sempre durante il weekend di Formazione a Rimini, però, abbiamo tanto ragionato su 2 Corinzi 4:7 e abbiamo imparato che anche se noi siamo come semplici vasi di terra, Dio ha posto in noi un tesoro inestimabile. Di questo divennero ben presto consapevoli quegli undici uomini che si trovarono improvvisamente privati del loro Maestro: non passò molto tempo prima che la Potenza di Dio si manifestasse in loro tramite lo Spirito Santo e iniziassero quell’opera di predicazione che avrebbe permesso la straordinaria diffusione del Cristianesimo. Allora non perdiamoci d’animo, anzi, rimbocchiamoci le maniche e raggiungiamo tanti, anzi tutti gli studenti delle nostre università!

1M. Green, I trent’anni che cambiarono il mondo, Edizioni GBU, 2010.