John Milton e la democrazia di Cristo (I)

Il testo in traduzione (con qualche piccolo adattamento) è tratto da Milton’s Inward Liberty: A Reading of Christian Liberty from the Prose to Paradise Lost, Pickwick Publications, 2014, pp. 47-52.
John Milton lasciò pochi dubbi sulla sua collocazione allorché re Carlo I fu decapitato il 30 gennaio del 1649. The Tenure of Kings and Magistrates comparve a febbraio, seguito a marzo dalla sua nomina a Secretary for Foreign Tongues del Commonwealth of England (1649-1660). Come in precedenza si era occupato di libertà in ambito ecclesiologico e domestico, indossando le vesti del sacerdote-profeta, Milton ora avrebbe parlato come apologeta di una nuova legge, civile e repubblicana, che a sua volta procedeva dalla libertà cristiana. In Tenure of Kings and Magistrates Milton sostiene che:
Nessun uomo che abbia un minimo di sale in zucca può essere tanto stupido da negare che tutti gli uomini sono per natura nati liberi, essendo creati a immagine e somiglianza di Dio stesso […] e che dalla radice della trasgressione di Adamo precipitando nel male e nella violenza e prevedendo come il loro corso avrebbe necessariamente portato con sé la loro totale rovina, convennero di legarsi l’un l’altro contro le reciproche offese e di difendersi da chiunque interferisse o si opponesse a un siffatto accordo.1
Qui Milton asserisce la libertà naturale dell’uomo. La caduta ha sovvertito questo principio creazionale, trascinando l’uomo in una spirale distruttiva. Per evitare “reciproche offese”, gli uomini si sono uniti su base contrattuale legandosi a leggi. Simili accordi razionali, tuttavia, non sono in grado di sradicare il peccato e le “passioni”, ma altro non fanno che fornire un compromesso spesso di breve durata.
La pietra angolare della “filosofia politica [dello stesso Hobbes] è l’opposizione tra ragione ed emozioni”. Se come modello di costruzione razionale, lo “Stato […] fornisce l’unica garanzia di pace e benessere per l’umanità […], la sua stabilità è minacciata non soltanto dall’ignoranza, ma altresì dall’influenza dannosa delle passioni, che operano direttamente o per il tramite di dottrine distruttive o della superstizione religiosa”.2 La preservazione di pace e benessere dipende pertanto dall’inibizione delle passioni attraverso il sostegno razionale dato allo stato. Sebbene sia Milton sia Hobbes facciano propria la teoria rinascimentale delle passioni, il loro sguardo sul ruolo dello stato ha una prospettiva diametralmente opposta. Là dove in Hobbes la ragione è strumentale alla costruzione dello stato contro forze distruttive al servizio delle passioni, in Milton la ragione è chiamata a preservare la libertà individuale dalla tirannia dello stato. In questo senso, The Tenure of Kings and Magistrates sostiene che
Se gli uomini dentro di sé fossero governati dalla ragione e non arrendessero il loro intendimento a una duplice tirannia, fatta di leggi esterne e ciechi affetti interiori, riuscirebbero a discernere più facilmente cosa significhi favorire e sostenere il tiranno di una nazione.3
La doppia tirannia del peccato e delle convenzioni pregiudica la capacità di discernere cosa significhi “favorire e sostenere il tiranno di una nazione”. Entrambe tengono schiavo il suo essere interiore. Il peccato offusca la mente e la coscienza; le regole esterne esigono cose che non trovano corrispondenza nell’uomo. Lungi dall’essere proiezione d’amore interiore, esse inibiscono sia l’amore sia la verità. Sono ciò che i farisei ai tempi di Gesù avevano di più caro. Liberando la mente e la coscienza e incidendo la legge dell’amore nel cuore dell’uomo, facendolo passare cioè dalla necessità e dal desiderio egoistico al desiderio d’amore, il vangelo della libertà cristiana restituisce all’uomo la ragione e gli consente di discernere e rifiutare la tirannia.
In ultima analisi, Hobbes crede che l’uomo sia dominato dalle passioni al punto che la libertà è irrimediabilmente compromessa sul piano individuale. Di conseguenza, egli si rivolge allo stato affinché produca libertà arginando gli effetti delle passioni. Milton, dal canto suo, crede nel ripristino della libertà individuale in forza della grazia così che l’individuo sia libero in se stesso e capace di proiettare libertà e respingere la tirannia.
La prospettiva biblica viene sovrapposta a quella naturale quando attraverso uno sguardo retrospettivo Milton afferma che “mi è già capitato due volte di additare, in virtù dell’assistenza di Dio, questo luogo massimamente ignorato e vessato della scrittura […] pietra d’inciampo per Salmasius e per la tirannia del re sullo stato”.4 Milton si riferisce a Romani 13:1-7, vale a dire il passo stesso cui si faceva ricorso per giustificare posizioni di sottomissione incondizionata al re e alle autorità di governo. Non bisogna cercare lontano per trovare il principio sotteso alla teologia politica di Milton. Basta leggere i successivi tre versetti:
Non abbiate altro debito con nessuno, se non di amarvi gli uni gli altri; perché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. Infatti il «non commettere adulterio», «non uccidere», «non rubare», [«non attestare il falso»,] «non concupire» e qualsiasi altro comandamento si riassumono in questa parola: «Ama il tuo prossimo come te stesso». L’amore non fa nessun male al prossimo; l’amore quindi è l’adempimento della legge.
Dopo aver prescritto la sottomissione all’autorità, Paolo specifica che il credente, signore di tutto quanto alla libertà, non deve sottomissione ad alcuno se non per libera scelta d’amore. L’amore, dunque, è il limite alla libertà negativa. Schiavo di tutti nell’amore, il credente delega l’autorità al governo, così che esso possa esercitarla in sua vece, come “ministro di Dio per il [suo] bene” (v. 4). A sua volta, Grotius, che Milton aveva personalmente incontrato nel corso del suo viaggio sul continente, sostiene che l’autorità perviene “allo stato da privati individui; e similmente il potere dello stato è frutto di un accordo collettivo”.5 Ciononostante, il giurista e filosofo olandese non prevedeva limitazioni alla sovranità dei monarchi. Nelle mani di Milton, come di Roger Williams,6 di contro, il principio di autorità dal basso si fa pervasivo e assoluto. Si fa intrinsecamente democratico, rivoluzionario, sovversivo. L’autorità viene, sì, da Dio, ma all’individuo, e perviene a re e governanti dagli individui, al fine del perseguimento delle libertà individuali e collettive. Nelle sue opere politiche Milton sostiene diffusamente che l’autorità riposta nelle mani di governanti è strettamente condizionata alla sua funzione e al suo scopo, vale a dire l’avanzamento del bene civile e delle libertà individuali e collettive. Nel momento stesso in cui tale funzione e scopo cessano di essere perseguiti, chi governa perde ogni autorità e il credente riassume ogni prerogativa diretta di libertà e amore. Già nel 1612 Thomas Helwys aveva indirizzato a re Giacomo I A Short Declaration of the Mystery of Iniquity in cui asseriva il diritto condizionato dei re. Due delle intime frequentazioni teologiche di Milton, William Ames e Johannes Wolleb, avevano rispettivamente sottoscritto e respinto tale istanza, il secondo sostenendo che “dobbiamo obbedire non soltanto alle autorità e ai padroni pii, ma anche ai tiranni”.7 An Orthodox Creed, confessione di fede battista generale, avrebbe sintetizzato in modo paradigmatico il pensiero di Milton, promuovendo la sottomissione alla legittima autorità di governo “in tutte le cose lecite”.8 Lo stesso vale per il re secondo Milton:
[Il re] non può prendere alcuna importante decisione concernente la guerra o la pace, né ancora in materia di giurisdizione può interferire con le decisioni delle corti di giustizia. Per questa ragione i giudici giurano che, quanto alla condotta delle loro corti, nulla si farà se non in conformità con la legge, neppure se il re stesso dovesse in parole o istruzioni, finanche attraverso lettere recanti il suo sigillo, ordinare loro altrimenti. Pertanto, sotto la nostra legge il re è spesso detto “infante” ed è detto possedere diritti e privilegi soltanto quale minore o amministratore.9
Come è implicito in queste parole, Milton non sembra inizialmente opporsi alla “monarchia in sé, ma alla tirannia” o a quella forma di monarchia che non è sottoposta a una giusta legge. È soltanto con la “sequenza di opere pubblicate e inedite scritte tra l’autunno del 1659 e la primavera del 1660” che inizia a esprimere “ostilità non soltanto nei confronti della tirannia Stuart in particolare, ma della monarchia in generale, e non soltanto della monarchia, ma anche – per mutuare il gergo repubblicano per re, protettori, dittatori e simili – del governo di qualsivoglia ‘singola persona’”.10
Di fatto, nessun governo esterno si sarebbe dimostrato capace di conformarsi alle istanze di libertà e amore di Milton, all’infuori del governo di Dio. Non sorprende che la tensione escatologica nelle sue opere politiche intrecci il proposito di perfezionamento della Riforma con l’avvento sulla terra del suo ultimo re. Nel farlo, nondimeno, essa fonde la realtà ultima con la presente:
Perché proclamo come se compiuti da persone questi atti che […] testimoniano della presenza di Dio in ogni luogo? […] Fu per la sua chiara volontà che fummo inaspettatamente incoraggiati a sperare in quella sicurezza e libertà che eravamo prossimi a perdere del tutto: lo seguimmo come nostro condottiero […] Chi, infatti, è degno di detenere sulla terra potere pari a quello di Dio se non […] il Figlio di Dio la cui venuta noi attendiamo con trepidazione?11
In un senso molto reale, lungo tutta la ricerca di libertà esterna da parte di Milton, i santi sono visti come soggetti al mite governo di Dio, con Cristo quale unico salvatore e re delle loro anime e unico legittimo erede al trono terreno d’Inghilterra. Nell’attesa della realizzazione escatologica, le prerogative spirituali, ecclesiologiche e civili della libertà cristiana finiscono per essere assimilate al governo del dispensatore di vera libertà e i due regni di Lutero si fondono in un’unica realtà presente. Ecco l’ideale di nazione cristiana secondo Milton, un ideale che anticipa la lezione che in tempi recenti ha trovato in D. Bonhoeffer il suo più lucido espositore:
Fintanto che Cristo e il mondo sono concepiti come due sfere in collisione fra di loro e mutuamente respingentisi, all’uomo rimangono solo queste possibilità: dopo aver rinunciato al tutto della realtà, egli si stabilisce in una delle due sfere, vuole Cristo senza il mondo o il mondo senza Cristo. In entrambi i casi egli inganna se stesso […] Non esistono due realtà, ma solo una realtà, e questa è la realtà di Dio nella realtà del mondo divenuta manifesta in Cristo. La realtà di Cristo racchiude in sé la realtà del mondo. Il mondo non possiede una realtà propria indipendente dalla rivelazione di Dio in Cristo”.12
Il cristiano è ambasciatore e ministro della realtà di Dio in Cristo, le cui coordinate sono amore e libertà manifesti nel paradigma volontario e non coercitivo di una società pluralista guidata da uno stato civile che rifrange Cristo, unico redentore e signore della coscienza.
NOTE
2A. Pacchi, “Hobbes and the Passions”, Topoi 6 (2): (1987) p. 113.
3John Milton, Complete Prose Works, vol. 3, p. 190.
5Hugo Grotius,On the Law of War and Peace, citato in Stanford Encyclopaedia of Philosophy, alla voce Grotius.
6“Deduco che il fondamento originario e sovrano del potere civile risiede nel popolo”,La sanguinaria dottrina della
persecuzione per causa di coscienza (1644), a cura di M. Rubboli, Chieti, GBU Edizioni, p. 287.
7J. Wolleb, The Abridgement of Christian Divinitie 2.9, Londra, 1650, pp. 298–9.
8W.L. Lumpkin, a cura di,Baptist Confessions of Faith, art. 45, Chicago, Judson Press, 2011, p. 331.
10M. Dzelzainis, “Republicanism, Republicans and Regicide”, in A Companion to Milton, a cura di T.N. Corns,
Blackwell, 2003. pp. 296–7.
11John Milton,Complete Prose Works, vol. 4, pp. 305, 427–28.
12D. Bonhoeffer,Etica, Brescia, Queriniana, 2010, p. 37.
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