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  1. Cosa sono i Coronavirus?

I Coronavirus sono
una famiglia di virus ampiamente diffusa nella popolazione umana e sono in
genere considerati insignificanti per quanto riguarda la loro pericolosità.
Possono causare sintomi come il comune raffreddore arrivando ad essere
responsabili del 10-30% delle malattie respiratorie acute. Sono però presenti
anche in altre specie animali. Solitamente non c’è passaggio da una specie
all’altra, ma a volte succede e questo può causare l’insorgenza di un “nuovo”
virus con caratteristiche diverse per scambio di materiale genetico. Il nuovo
virus diventa quindi potenzialmente importante a seconda della capacità di
essere trasmesso tra uomini, del nuovo “aspetto” che lo rende sconosciuto al
nostro sistema immunitario, della sua virulenza cioè della capacità di causare
una malattia più o meno grave.

Con i Coronarovirus
tutto questo è già successo in altre due occasioni: nel 2002 con il virus
responsabile della SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome) e nel 2012 con
quello responsabile della MERS (Middle East Respiratory Syndrome). Per la SARS
le persone coinvolte (intese come infette accertate cioè con isolamento del
virus) furono circa 8000 con un 10% di morti ed un 20-30% di ricoveri in
terapia intensiva. La MERS ha coinvolto in forma più episodica circa  2500 con una mortalità del 30% ed un 50-80%
di ricoveri in terapia intensiva.

  1. Quali sono i rischi di questo nuovo virus?

Pur essendo, per
quanto sappiamo fino ad oggi, molto meno pericoloso a livello individuale del
SARS-CoV e del MERS-CoV, questo 2019-nCoV (questo il nome tecnico) lo è di più
come potenzialità di interessamento di una popolazione molto più numerosa.

Secondo i dati a
disposizione la mortalità da infezione da 2019-nCoV è del 2-3%. Paradossalmente
è però più difficile contenere una epidemia da parte di un virus che causa
delle forme di malattia lievi e che sono simili ad altre infezioni virali
“banali” delle vie aeree. Così si possono avere più persone contagiate prima di
riconoscere il propagarsi dell’infezione. Da qui la preoccupazione delle
autorità sanitarie. L’impatto di un’infezione non dipende solo dalla
pericolosità della singola infezione ma soprattutto dal numero di persone che
ne verranno coinvolte. Anche se la mortalità relativa a questo infezione non è
così alta, può diventare comunque alto in termini assoluti il numero di malati
gravi e la mortalità complessiva. Essendo un virus sconosciuto al nostro
sistema immunitario siamo tutti potenzialmente a rischio se ne veniamo a
contatto. Attualmente siamo di fronte ad un epidemia ma non ad una pandemia (il
98% dei casi sono confinati ad una sola nazione) ma è ragionevole mettere in
atto le misure possibile per evitarne la propagazione. Per il SARS-CoV le
misure hanno funzionato. Per questo nuovo virus non possiamo ancora dire quale
sarà l’efficacia delle misure preventive ma ad ogni modo anche solo il
rallentamento della propagazione è molto utile perché dà tempo per preparare un
eventuale vaccino e provare dei trattamenti antivirali.

  1. Quanto devo essere preoccupato e cosa devo fare?

Spesso abbiamo atteggiamenti
irrazionali pendolando tra fatalismo (ad esempio verso il virus influenzale per
il quale c’è la possibilità di vaccinarsi ma pochi lo fanno) e allarmismo
(“evitiamo contatti con i cinesi”). Per quanto riguarda l’Italia, in termini
assoluti, il virus che fa più danno è sempre quello influenzale mentre fino ad
oggi non c’è nessuna evidenza che questo 2019-nCoV circoli nella popolazione
italiana, quindi l’allarmismo è ingiustificato. E’ giusto che le autorità
sanitarie siano prudenti ma io come singola persona devo comportarmi
normalmente.

  1. Cosa suggerisce questo evento da un punto di vista cristiano?

Osservare quello
che sta accadendo in Cina dove l’epidemia è un fatto reale, tangibile, ci
ricorda  che nonostante tutto il nostro
sapere e tutta la tecnologia a nostra disposizione, siamo fragili. Basta poco
per bloccare tutto ciò che diamo per scontato. Crediamo di essere forti ma in
realtà siamo disarmati. Dio ci avverte di questa nostra fragilità e per questo
invita l’uomo a rivolgersi a lui oggi e non domani, perchè è solo lui che ci
può dare pace e sicurezza.

Detto questo non credo che sia utile usare questo messaggio per “spaventare” le persone e annunziare l’evangelo, ma dobbiamo piuttosto mostrare sobrietà e saggezza e dimostrando testimoniando così che la pace e la sicurezza che dona il Signore sono concreti.

Emanuele Negri è medico internista e responsabile di terapia semi-intensiva presso l’High Care, il Dipartimento di Medicina Interna dell’IRCCS Arcispedale S. Maria Nuova di Reggio Emilia Specialista in Cardiologia e Geriatria è anche responsabile di una locale chiesa evangelica a Parma.

L’articolo Tre domande a Emanuele Negri sui Coronavirus proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/tre-domande-a-emanuele-negri-sul-coronavirus/

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Insomma, questa minaccia del coronavirus che proviene dalla Cina deve metterci in allarme, oppure no?

In queste cose occorre sempre bilanciare il dovere di adottare misure tese a soffocare sul nascere il possibile sviluppo di gravi pandemie, col pericolo di creare e diffondere allarmismi ingiustificati. Se si rimane ai dati diffusi dagli organismi internazionali, direi che le misure che si stanno adottando anche nel nostro Paese siano adeguate ad affrontare l’emergenza, e tali da rendere improbabile che questo ceppo virale si diffonda nel nostro continente. Detto questo, la nostra comprensione di questa epidemia è ancora parziale, per cui comprendo la necessità di lanciare messaggi rassicuranti senza però negare un pericolo potenziale non ancora scongiurato. In questo delicato equilibrio, purtroppo il clima politico e i social media giocano un ruolo del tutto deleterio, da una parte con l’adottare misure precauzionali magari eccessive, laddove ci si vuole solo mettere al riparo da ogni possibile accusa di inadempienza, e dall’altra col proliferare di notizie frutto di quella cultura complottistica che purtroppo pervade oggi la rete. Già si sente parlare di cospirazioni alla base della diffusione di questo ed altri virus, ma si può stare certi che, anche a emergenza finita, si dirà che tutto questo allarme è stato creato ad arte dalle multinazionali che producono vaccini per i loro biechi interessi. Notizie, tra l’altro, diffuse dalle stesse persone che si sarebbero per primi messi in fila a farsi vaccinare, qualora il pericolo paventato fosse risultato reale. Bene, questo virus del complottismo è secondo me più pericoloso di quello cinese, e in più, è bene per noi cristiani essere consapevoli che non ne siamo immuni, anzi, direi addirittura che siamo una vera e propria “categoria a rischio” per questo genere di contagio.

Addirittura? E per quale motivo i cristiani dovrebbero essere così a rischio di essere attratti da una mentalità complottista?

Innanzitutto sto parlando di un dato di fatto, documentabile col semplice navigare sui profili social. Le teorie complottiste più stravaganti, a cominciare da quella sulla terra piatta, per continuare poi con le scie chimiche, i falsi allunaggi, l’autismo causato dai vaccini, l’esistenza di cospirazioni mondiali di sedicenti illuminati e quant’altro… non di rado vedono l’adesione entusiasta di cristiani evangelici, spesso suffragata da convinzioni scritturali. L’unica teoria complottista da cui, per ora, sembriamo essere ancora esenti – e meno male! – è quella del negazionismo dell’Olocausto. Questo dato di fatto mi ha portato a domandarmi se ci fosse qualcosa di connaturato alla nostra fede che ci renda in qualche modo suscettibili a questo genere di approccio. La risposta che mi sono dato è che, in effetti, la conversione a Cristo si realizza nel contesto di un’umanità che ha “l’intelligenza ottenebrata”, la quale dunque ha bisogno di venire a conoscenza della verità. Più in generale, la fede cristiana si muove nel contesto di un mondo “che giace nel maligno”, al seguito del “principe della potenza dell’aria”. Queste verità bibliche, che non voglio assolutamente mettere in discussione, hanno la controindicazione di renderci ideologicamente vulnerabili al complottismo. Laddove infatti ci viene detto che esiste una verità tenuta perfidamente nascosta, perché qualcuno sta perseguendo fini malvagi, quel tipo di ragionamento trova in noi cristiani un terreno fertile, già ben dissodato, su cui poter attecchire. È questo presupposto che, come dicevo prima, rende proprio noi cristiani una della principali “categorie a rischio” di contagio del virus del complottismo.

Ritieni inevitabile questo contagio dei credenti, oppure esiste un rimedio?

Se devo pensare a un antidoto, credo che sia quello di recuperare una sana, vitale, biblica consapevolezza della sovranità di Dio. Occorre infatti riflettere che il complottismo ha come effetto quello di annichilirci, renderci passivi, deresponsabilizzarci rispetto a quanto noi, individualmente, possiamo fare oggi in concreto. Il complottismo è per sua natura demotivante e auto-assolutorio circa le nostre responsabilità individuali, in quanto tutto sarebbe già deciso e stabilito a un livello superiore del quale noi non abbiamo alcun controllo. Lo sai che i papaveri sono alti, alti, alti; sei nata paperina, che cosa ci vuoi far? Cantava Nilla Pizzi.  La fede cristiana autentica invece è esattamente l’opposto. È azione, è assunzione di responsabilità, è speranza in un cambiamento reale e profondo che Dio può compiere a partire da scelte di obbedienza del singolo individuo, e che si diffondono poi nel contesto sociale in cui vive. Ecco, penso proprio che come cristiani dovremmo utilizzare la demotivazione e l’auto-assoluzione come una sorta di indicatore del grado di contaminazione da virus del complottismo.

Nicola Berretta

L’articolo Tre domande a Nicola Berretta su virus, pandemie e contagio proviene da DiRS GBU.

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