Riflessioni di un Professore Universitario, al termine della carriera

di Dario Di Luca,
Professore Ordinario di Microbiologia e Virologia, Università degli Studi di Ferrara.
A pochi giorni dal termine della mia carriera universitaria, dopo quarantacinque anni di insegnamento e ricerca, il sentimento che prevale è la gratitudine. Il Signore mi ha benedetto, concedendomi di diventare professore universitario. Guardando retrospettivamente, quella che poteva apparire come una semplice traiettoria professionale si rivela essere stata qualcosa di più profondo: un cammino in cui vocazione scientifica e dimensione spirituale si sono intrecciate, non senza tensioni, ma anche con sorprendenti convergenze. Dio chiama a partecipare al Suo progetto non solo pastori o missionari, ma tutti, anche docenti e ricercatori. La scienza può diventare un atto di adorazione, se vissuta come servizio al Signore.
Tra laboratorio e preghiera
Fin da ragazzo, la scienza mi appariva come una finestra aperta sulla sapienza del Creatore. Ogni organismo, ogni cellula, ogni batterio e virus racconta la sapienza del Creatore. La ricerca scientifica è stata per me il campo in cui fede e scienza hanno potuto dialogare, non come realtà contrapposte, ma come due linguaggi della stessa verità. Se la scienza risponde al come, la fede risponde al perché. Questa consapevolezza mi ha guidato, anche quando nel contesto accademico mi sono trovato spesso privo di colleghi con cui condividere la dimensione spirituale.
L’isolamento, in certi momenti, è stato reale. Da una parte il rigore scientifico, dall’altra l’uomo di fede: due mondi che sembravano inconciliabili. Tuttavia, ho imparato che la divisione era solo apparente. “Fate tutto per la gloria di Dio” (1 Cor 10:31) è diventato un principio metodologico, non soltanto spirituale. Ogni lezione, ogni esperimento, ogni riunione poteva trasformarsi in un atto di culto. Ricordo le preghiere silenziose nel mio studio, quando le decisioni difficili o gli insuccessi sperimentali sembravano pesare più del dovuto. La fede, soprattutto in quei momenti, è stata determinante nell’indirizzare azione e consapevolezza.
Navigare tra due sospetti
Il credente nell’università pubblica vive spesso tra due “sospetti”. Nel mondo accademico, la fede è talvolta considerata un limite; nella chiesa, la scienza può suscitare diffidenza. Ho sperimentato entrambe le incomprensioni: troppo credente per alcuni colleghi, troppo scienziato per certi fratelli in fede. Soprattutto durante la pandemia COVID-19, nella chiesa ho sentito questa frattura: teorie del complotto, paura dei vaccini, sfiducia nella ricerca, strambe idee apocalittiche.
In questi anni ho compreso quanto sia importante costruire ponti. Non esistono due realtà separate, ma un’unica chiamata che unisce ricerca e testimonianza. Non dobbiamo scegliere fra Bibbia e scienza, fra Scrittura e cultura, ma dobbiamo fare da ponte, senza compromessi, senza rinnegare il messaggio della Scrittura, ma con onestà intellettuale. Dobbiamo mostrare che la fede non ha paura della scienza. Lo studio della natura è studio dell’opera di Dio. Una fede che ha paura della scienza è una fede fragile; una scienza che ignora Dio è cieca.
Come ha ricordato John Polkinghorne, la scienza risponde al “come” il mondo funziona, mentre la fede risponde al “perché” il mondo esiste. Si tratta di due livelli di comprensione complementari, non contraddittori. Questo concetto, peraltro, ha radici antiche: Galileo sosteneva che natura e Scrittura, provenendo entrambe da Dio, non possono contraddirsi; Sant’Agostino affermava che nel libro della Bibbia ascoltiamo l’opera di Dio, nel libro della natura la osserviamo. Come sottolinea Alister McGrath, fede e scienza sono “mappe” complementari che ci permettono di navigare la stessa complessa realtà. Il mondo creato e la Scrittura raccontano il medesimo Autore. L’università, in questa prospettiva, non è un luogo di scontro ma un laboratorio di riconciliazione
Il Salmo 19 afferma che “i cieli raccontano la gloria di Dio”. La scienza può essere intesa come uno dei linguaggi attraverso cui ascoltiamo questo racconto.
Conoscenza e responsabilità
Il mio campo, la virologia, mi ha insegnato che la conoscenza è sempre ambivalente: può curare o distruggere, liberare o soggiogare. Ogni passo avanti nella comprensione dei meccanismi biologici comporta responsabilità. Ho cercato di trasmettere agli studenti il principio che la scienza non è neutrale, ma richiede discernimento morale. Gli esperimenti “gain of function”, le applicazioni del “gene editing”, la manipolazione di virus o il rischio di sperimentazioni non etiche ci ricordano che il sapere può diventare idolatria se non resta sottomesso a Dio. Il progresso, se non temperato dalla sapienza, si trasforma in superbia ed orgoglio, con tutto quello che ne deriva.
La narrazione biblica offre numerosi esempi di questa ambivalenza del progresso. Nel racconto biblico, Caino costruisce una città dopo aver versato sangue innocente; la civiltà nasce, ma insieme si insinua l’orgoglio. La discendenza di Caino in Genesi 4 mostra l’emergere della civiltà—zootecnia, musica, metallurgia—ma si conclude con il canto violento di Lamec, che esprime arroganza, desiderio di vendetta, violenza. Il racconto del frutto proibito in Genesi 2-3 non condanna la conoscenza in sé, ma l’arroganza di autodeterminarsi senza riferimento al Creatore. La torre di Babele in Genesi 11 illustra come una conquista tecnologica (mattoni e bitume) possa essere usata per sfidare Dio con la logica dell’”acquistarsi fama”.
Il sapere è una benedizione solo se rimane orientato da principi etici e da senso di responsabilità, ispirati dalla Bibbia. Senza questa guida, la conoscenza può diventare strumento di superbia e guida ingannevole. Il versetto di Isaia 47:10 è chiaro: “la tua saggezza e la tua scienza ti hanno sviata e tu dicevi in cuor tuo: ‘Io, e nessun altro fuori di me’”. La conoscenza può generare hybris, quella tracotanza che spinge l’uomo a credersi padrone della vita. Per questo, nell’insegnamento ho cercato di sottolineare il legame tra conoscenza e responsabilità, mostrando i limiti etici della ricerca. L’università non deve solo formare menti brillanti, ma anche coscienze sagge.
Il sapere deve essere usato per servire e proteggere, non per sfruttare.
La cattedra come luogo di testimonianza
Essere professore cristiano non significa trasformare l’aula in un pulpito, ma incarnare una diversa visione dell’essere umano e del sapere. Alcuni studenti mi hanno detto di aver percepito nelle mie lezioni “un modo diverso di guardare le cose”. La cattedra può diventare un luogo di missione, dove l’incontro con la verità scientifica apre uno spazio alla verità più profonda, quella che dà senso e orientamento. Insegnare non è soltanto trasmettere dati, ma educare alla responsabilità, al rispetto, alla meraviglia. La conoscenza non è possesso, ma servizio.
Guardando indietro, guardando avanti
Giunto al termine di questo lungo percorso, riconosco di aver imparato più di quanto abbia insegnato. Ho visto la fedeltà di Dio nelle fatiche quotidiane e nelle scelte difficili. Non tutto è stato chiaro mentre lo vivevo, ed io non sempre sono stato coerente e fedele. Ma Dio è sempre stato fedele e vicino ed oggi posso dire con sincerità: “Fin qui il Signore ci ha soccorsi” (1 Sam 7:12). Se qualcosa di buono è rimasto del mio lavoro, non saranno tanto gli articoli o i progetti, quanto le vite toccate, le coscienze destate, i semi di speranza piantati in qualche cuore giovane.
L’università continuerà a cambiare, ma rimarrà sempre il bisogno di donne e uomini che uniscano rigore e compassione, fede e ragione, eccellenza e testimonianza. Vorrei dire a chi resta: non abbiate paura di essere “strani”, di portare la vostra fede nei laboratori, nei consigli di dipartimento, nelle aule e nei seminari. La conoscenza, senza la sapienza che viene da Dio, è vuota; il progresso, senza orientamento morale, è cieco.
Forse il senso più profondo di una vita accademica è proprio questo: scoprire che, in ogni formula e in ogni cellula, c’è un frammento della gloria di Dio. E che ogni sforzo, ogni esperimento, ogni lezione, se fatto nel Signore, non è vano.
“State saldi, incrollabili, sempre abbondanti nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore” (1Cor 15,58).
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