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di Valerio Bernardi

 

Lo scorso mese, il Dicastero per la dottrina della fede del Vaticano (l’ex Sant’Uffizio) ha pubblicato una nota chiarificatrice sui titoli che si possono attribuire a Maria. Il documento è stato controfirmato da Papa Leone XIV e, per questo motivo, assume ancora più importanza, poiché significa che l’attuale Pontefice è pienamente d’accordo con quanto detto.

I commenti al documento da parte degli evangelici sulla rete sono stati numerosi in Italia e si sono legati soprattutto al fatto che si dica chiaramente che Maria non è “corredentrice”, ovvero non partecipa all’opera salvifica di grazia, dovuta al suo figliolo Gesù che (viene detto più volte nel testo citando passi biblici) è l’unico mediatore di salvezza tra Dio e uomo.

La nota ha pertanto suscitato abbastanza sensazione, anche se conviene ricordare alcune cose prima di soffermarsi su analisi che vanno al di là di questo aspetto. 

In   primis, la Chiesa Cattolica non ha mai promulgato un dogma (ovvero qualcosa di cui si deve credere per forza in quanto cattolici) sull’idea di Maria come corredentrice. Come ribasce il testo, si è trattato di un’idea che è stata presente nella Chiesa ma che il Magistero (a parte qualche affermazione di Giovanni Paolo II) ha sempre scartato. Il testo, tra l’altro, va letto in complementarità con le Norme per procedere nel discernimento di presunti fenomeni soprannaturali, pubblicato nel maggio del 2024 (e voluto, in questo caso, da Papa Francesco) dove se da un lato di fatto si ammetteva che anche a Medjugorie forse era apparsa Maria, dall’altra si prendeva le distanze da diverse idee diffuse da coloro che in Bosnia avevano detto di aver visto Maria compreso il titolo di Corredentrice.

Il documento, quindi, vede una presa di distanza da questo titolo che implica anche una velata critica ad alcune espressioni usate da Giovanni Paolo II ed una presa di distanza da alcune manifestazioni di cattolicesimo popolare.

Fatte queste precisazioni, vale la pena soffermarsi su alcuni altri aspetti del documento che, a nostro parere, sono ugualmente importanti.

In secondo luogo, il testo ribadisce la differenza tra religiosità popolare e ufficialità teologica. La Chiesa Cattolica è fatta di entrambi gli aspetti: il primo viene tollerato ed è anche un qualcosa su cui i credenti evangelici hanno dato sempre poca attenzione se non per condannare questa religiosità come una forma di superstizione senza farne una accurata analisi, il secondo è un aspetto, invece, cui si deve obbedienza ed a cui ogni credente si deve attenere. Si tratta di un approccio classico che ha sempre avuto la funzione di tenere le masse all’interno della Chiesa e di controllarle con i dogmi e con il Magistero pur lasciando dei margini di libertà di espressione. Anche questa nota quindi fa riflettere sulla molteplicità del cattolicesimo e sul fatto che risulta improprio trattarlo come un blocco monolitico.

Un altro aspetto interessante è il lato dogmatico del documento: sono ribaditi i classici tre dogmi mariani, quello della perpetua verginità, di Maria come Madre di Dio e dell’Immacolata Concezione. Il documento sembra quasi ignorare l’ultimo dogma, quello dell’Assunzione. Tutto ciò potrebbe avere una sua spiegazione nell’avvicinamento che il cattolicesimo ha fatto nei confronti dell’ortodossia dove quest’ultimo dogma non è accettato. Si vedano inoltre le copiose citazioni dei Padri della Chiesa, quasi tutti orientali, con l’ammissione che il culto mariano si sia diffuso prima ad Oriente e poi sia arrivato ad Occidente con l’accettazione dei dogmi di alcuni Concili.

Una certa attenzione merita l’analisi scritturale nel testo, piuttosto accurata. Se da un lato questa analisi serve a ribadire l’unicità della salvezza che proviene da Cristo e in Cristo, dall’altra le attribuzioni che sono fatte a Maria appaiono singolari: dall’essere la prima Chiesa (perché ha accettato la Volontà del Signore al momento dell’Annunciazione da parte di Gabriele), a supremo esempio di fede perché l’ha mantenuta anche durante la Crocifissione. Interessante è anche l’analisi del termine Donna e Madre rivolto da Gesù a Maria e a cui gli estensori della nota danno attenzione, ritenendo che il termine donna sia per certi versi superiore (e non di estraneità come molti evangelici credono) rispetto a quello di madre. Ci sono qui anche echi di certe letture femministe del testo biblico che vengono usate per supportare l’importante ruolo della madre di Gesù.

Il titolo che viene attribuito a Maria in questa nota è di essere Madre fedele del popolo di Dio. Pur ribadendo l’umanità di Maria, allo stesso tempo se ne sottolinea l’esemplarità per i credenti e per la Chiesa (definita nel cattolicesimo come Popolo di Dio soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II).

Si tratta quindi di una lettura interessante per gli evangelici non tanto per il mancato dogma, quanto per quello che viene ribadito e per il come viene fatto.

Il metodo cattolico rimane sempre quello: il richiamo ad una Rivelazione divina che è fatta non solo di testo biblico (che, comunque, è ampiamente citato), ma anche di tradizione che va dalle citazioni dei Padri della Chiesa a quelle degli ultimi tre pontefici. Per il Cattolicesimo l’autorità magisteriale rimane importante ed anche la funzione della Chiesa come autorità che chiarifica il significato del testo biblico e di quanto detto nella storia. Si tratta sicuramente di un approccio diverso da quello evangelico, ma in cui forse non va trascurata l’attenzione che bisogna dare ai passi biblici su Maria ed alla loro interpretazione. 

In secondo luogo, l’attenzione a Maria. Benché il testo è scritto soprattutto per dire che non esiste un dogma della corredenzione e che Cristo rimane l’unico mediatore di salvezza (al contrario di alcune forme di devozione popolare, ma anche di un dibattito teologico realmente avvenuto), è anche vero che il posto della Madre di Gesù rimane centrale, perché risulta esempio per tutti i credenti e “primizia” tra di essi. Sebbene non esista il concetto di mediazione salvifica di Maria, rimane quello della possibilità che possa intercedere per gli uomini a Dio. L’importanza di Maria nella Chiesa non è quindi assolutamente ridimensionata, ma solo riordinata da una corrente teologica sicuramente meno mariana ma che non abolisce culto dei santi e di Maria dalla Chiesa.

Il documento ci dice molto anche su questo Pontefice che mostra di essere un mediatore ma anche uno che vuole controllare bene l’andamento della vita ecclesiastica.

Questi aspetti sono tutti ottimi spunti di riflessione per una valutazione dell’attuale cattolicesimo e dei suoi variegati aspetti.

 

Valerio Bernardi – DIRS GBU

L’articolo Una Madre di fede: fine della corredenzione. Brevi considerazioni sulla figura di Maria dopo la nota vaticana. proviene da DiRS GBU.

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di Christopher J.H. Wright, (Langham Partnership)

 

Una volta, negli anni ’80 del XX secolo, durante il nostro soggiorno in India, mi è stato chiesto di scrivere un articolo per una rivista locale sul tema «Perché sono un cristiano?». Per quanto ricordo, i paragrafi avevano più o meno questi titoli: «Perché essere cristiani è appagante. Perché è rassicurante. Perché ha senso». Cercavo di esprimere come la mia fede cristiana non soltanto mi facesse sentire personalmente realizzato e sicuro della salvezza eterna ma desse anche intellettualmente e razionalmente senso al mondo in cui viviamo. Proprio questo terzo punto mi è tornato in mente nel corso della lettura dello stimolante libro di Mark Meynell. Mi pare logica, scrivevo allora, l’idea di un universo che non fosse meramente frutto di un inesplicabile caso, bensì creato da un Dio personale, potente e amorevole come quello della Bibbia. Mi convince che il caos in cui il mondo è immerso non sia dovuto semplicemente a mancanza di progresso, a ignoranza o a qualcuna delle miriadi di diagnosi e medicine inadeguate di cui l’umanità è stata prodiga, bensì a una ribellione morale di fondo contro la fonte stessa della nostra umanità e al nostro rifiuto della benevola autorità di Dio nel suo mondo. Questa è la radicale analisi biblica del peccato. Qualsiasi cosa di inferiore è superficiale e non è in grado di dare senso alla realtà così come la conosciamo. Per me ha senso che il Dio creatore di un tale, splendido mondo debba, per amore, scegliere di non distruggerlo ma di redimerlo per mezzo di Gesù di Nazaret e della sua incarnazione, della sua morte, risurrezione e ascensione. Ha senso, infine, che dopo avere promesso e realizzato tutto questo che troviamo nella storia biblica Dio non lasci incompiuto il progetto (non lo farà); farà invece terminare la storia con la piena restaurazione del creatopreconizzata da Isaia, da Paolo e da Giovanni di Patmos. È questa storia ad avere senso, in quanto è la storia evangelica della missione di Dio, che guida la nostra missione nel mondo. È questa la storia, questa la persona di cui possiamo fidarci, in un mondo in cui la fiducia è soverchiata dal cinismo, dagli abusi, dall’ironia e dalle teorie cospirazioniste. La critica straordinariamente sensibile e documentata mossa da Mark Meynell alla nostra cultura mette in luce come la perdita di fiducia a ogni livello della società rifletta la perdita di qualsiasi capacità di «dare un senso» alla «vita, all’universo e a tutto quanto»; il che è, a sua volta, il prodotto del rifiuto deliberato di qualsiasi narrazione capace di garantire un tale “senso” universale, all’indomani dell’evidente fallimento della “narrazione” della modernità. Evidentemente, possiamo fidarci soltanto se siamo convinti dell’affidabilità sia della storia offerta sia di colui che ci invita a prendervi parte e della capacità, in qualche modo, di garantire un lieto fine. La terza parte del presente volume presenta in modo convincente la tesi secondo cui la narrazione evangelica di tutta la Bibbia offre proprio una tale sicurezza, una sofferta parola di speranza in un «deserto di specchi», un invito a tornare a credere e una base motivazionale per una missione biblicamente radicata, autentica e umile, nelle sue sicurezze, per il popolo di Dio nel mondo di Dio.

 

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di Giacomo Carlo Di Gaetano

 

Politicamente corretto (in inglese politically correct) è un’espressione che si riferisce a un insieme di pratiche che partono dall’universo della comunicazione e si estendono fino al comportamento morale e alle codificazioni formali quali gli speech codes; queste pratiche si traducono in limitazioni volte a tutelare una serie di soggetti che si ritenevano discriminati in ragione delle loro condizioni biopolitiche (donne, omosessuali ma anche popolazioni indigene e culture a rischio estinzione fino a diversamente abili e persone in condizioni sociali precarie). Una serie di espressioni e gli atteggiamenti che li accompagnano sono indicate come cariche di discriminazione se non addirittura evocative di violenza e soprusi (patriarcato, etc.).

A volte il PC non esprime solo limitazioni o proibizioni ma formula vere e proprie proposte di interazione che partono sempre dal linguaggio (si pensi all’uso degli asterischi per non segnare o segnalare il genere maschile o femminile – gender inclusive terminology).

Ma nel corso del tempo il PC ha mostrato anche volti poco rassicuranti venendo sempre di più assimilato a una vera e propria ideologia (si pensi alla cancel culture, la teoria secondo la quale ci si deve liberare materialmente di tutti i simboli che rimandano a pezzi di storia caratterizzati da azioni imperialistiche o razziste – le statue di Cristoforo Colombo, per esempio).

Si ritiene che siano quattro gli ambiti in cui il PC ha fatto sentire la sua influenza: l’ambito del multiculturale nel quale si affermava e si afferma l’equivalenza assoluta tra le culture e le civiltà; l’ambito biopolitico in cui confluiscono diverse rivoluzioni, da quella sessuale a quella antropologica, fino all’idealizzazione dell’equivalenza tra desideri e diritti; l’ambito dell’ecologismo e dell’ambientalismo “antiumanista” che “mette ai margini la civiltà umana rispetto alla salvaguardia dell’ambiente”; l’ambito dell’autodeterminazione solipsistica che marginalizza le eredità storiche e culturali (si veda E. Capozzi, Politicamente corretto. Storia di un’ideologia, Marsilio, 2018, p. 46).

La storia del PC è affascinante poiché la sua evoluzione ha evidenziato delle singolari contraddizioni. Tutti i sostenitori contemporanei del PC, vale a dire una elite culturale che sarebbe annidata nelle grandi università americane non si sognerebbero di identificarsi con coloro che vengono indicati, nella ricerca storica, come i creatori del concetto. Ci riferiamo alle famose “linee guida” dei vecchi partiti comunisti, in particolare quello cinese, con le quali si volevano valutare le posizioni ortodosse degli aderenti al partito. Niente a che fare con i contemporanei radical chic propugnatori, secondo una grammatica politicamente orientata al conservatorismo, del PC.

Ebbene il concetto di politicamente corretto, dopo essere stato identificato come una vera e propria ideologia è caduto in grande disgrazia, aggredito dalle proposte populiste e nazionaliste e colpevole, secondo queste alternative, di aver rappresentato un grave attentato alla libertà di pensiero e di espressione.

Oggi, dunque, viviamo in un’epoca in cui il PC è ritenuto la madre di tutti i problemi e le derive etiche dell’Occidente segnato dalle politiche progressiste. Questa lettura caratterizza anche l’approccio dei cristiani che hanno visto nel PC la punta di diamante di una società e di una cultura caratterizzata dal rinnegamento dei cosiddetti “valori” cristiani.

Nelle righe che seguono vorrei tentare di difendere, parzialmente, il PC sostenendo che esso è particolarmente importante in un tratto della predicazione del vangelo.
Iniziamo dicendo che nella teoria del PC è possibile intravedere due punti ricorrenti:

  1. La sua tendenza all’universale, vale a dire la tendenza a considerare gli esseri umani tutti uguali e non passibili di essere giudicati e neanche “nominati” a partire da un’intera gamma di caratteristiche antropologiche che vanno dal colore della pelle alle scelte in materia sessuale etc.
  2. La seconda tendenza è quella di rendere il più neutrale possibile la locuzione dei parlanti, giungendo a un linguaggio che rispetti le identità degli interlocutori così come essi la percepiscono.

Ebbene questi due punti della teoria del PC rappresentano una straordinaria sfida per la condivisione del vangelo.

La teoria del PC nonostante la pretesa non trova un fondamento per la sua condivisibile aspirazione all’universale. I critici, infatti, spesso rilevano molte idiosincrasie se non addirittura dei veri e propri doppiopesismi. Un esempio potrebbe essere rappresentato dal linguaggio che viene adoperato per i due scenari di guerra in corso (Striscia di Gaza e Ucraina: a volte i difensori della tesi del genocidio e dell’occupazione illegittima di territori, in un caso, non rilevano le stesse dinamiche nell’altro caso). Nonostante la teoria sia figlia dell’aspirazione all’universale dell’Illuminismo, essa non è in grado di indicare un solo elemento universale che accomuni tutti gli uomini esigendo che la comunicazione non sia esclusiva e discriminatoria. Neanche la vecchia buona “ragione” di Kant servirebbe allo scopo.

Il cristianesimo, al contrario, ha in sé una serie di fondamenta universali che avrebbero un diretto impatto sulle relazioni interumane e in particolare sul linguaggio. In questo PC e cristianesimo dovrebbero incontrarsi.

Sorprende in particolare la convergenza tra l’aspirazione all’universale del PC e la condizione decaduta dell’essere umano, della sua condizione di “peccato”, come si esprime la Bibbia. Da cristiani potremmo dire che non dovremmo discriminare prima di tutto perché portiamo tutti l’imago Dei, ma questa dottrina è controversa e troverebbe poco consenso, poiché rimanda all’atto creativo di Dio, che non è riconosciuto da tutti. Al contrario, un’attenta analisi fenomenologica del mondo degli umani non avrebbe difficoltà a raccogliere il consenso di tutti nel ritenere che nel mondo c’è qualcosa che non va, non funziona. E non si tratta solo e unicamente del male naturale (terremoti e altre disgrazie naturali); si tratta soprattutto del male morale che non solo e rilevabile immediatamente sia in una prospettiva macro sia in una prospettiva micro (dalle guerre ai femminicidi, per es.) ma ci porta a interrogarci sull’origine di tanta sofferenza che gli uomini infliggono ai propri simili. Il teologo americano Reinhold Niebuhr proprio in ragione di questa fenomenologia poteva affermare che la dottrina del peccato originale era la dottrina più realistica dell’intero credo cristiano.

Questa condizione dell’essere umano ci porta a dire sì alla teoria del PC: è necessario, nell’agire comunicativo, non prevaricare, rispettare le identità altrui, anche se si è convintamente cristiani, madri e così via. Il Cristianesimo offre un fondamento al PC: non bisogna discriminare perché, in fin dei conti, siamo tutti dei discriminati!
Il che ci porta diritto al secondo punto della visione del PC, quella della neutralità del parlante. Se accogliamo e facciamo nostro il primo punto (la tendenza all’universale) respingiamo nettamente il secondo e correggiamo la visione del PC: la posiamo conservare, correggendola.
Se siamo tutti peccatori allora il parlante, anche e soprattutto colui che predica il vangelo, facendolo precedere dall’annuncio del peccato universale (non c’è nessun giusto, neppure uno), deve subito affermare, di fronte ai peccatori: io sono il primo! Questa è la lezione di Paolo che richiama quella di Gesù: c’è qualcuno che è senza peccato? Scagli la prima pietra. Qui siamo in pieno agire comunicativo, e siamo proprio nel regno del Politicamente Corretto!

I cristiani, quando guardano alla propria condizione di peccatori (perdonati) dovrebbero essere i più accaniti difensori del PC. Proclamano che tutti sono peccatori e sono privi della gloria di Dio, ma divengono insensibili allorquando devono fare il passo dell’implicazione: se siamo tutti peccatori, lo sono anche io. E il fatto di essere stato perdonato non mi dà vantaggi (di qualsiasi genere) sui peccatori non perdonati che sto cercando di raggiungere con il messaggio della buona novella.

Universalità della condizione di peccato e assoluta mancanza di neutralità sono alla base dell’identità cristiana, ma rappresentano un forte stimolo ad accogliere la sfida del PC, a non respingerlo ma a correggerlo. Ecco perché esso deve essere difeso e rivisitato in chiave cristiana. E devono farlo soprattutto coloro che sono critici dell’ideologia del PC, sulla base di una serie di valori definiti cristiani. Perché tra questi valori c’è la coscienza della propria peccaminosità e indegnità. Ecco perché nell’annuncio del vangelo, ma non solo, anche nella convivenza civile, non bisogna guardare agli stili di vita che non si condividono ritenendo che sia parte della mia libertà di pensiero discriminarli.

Ma è sicuramente parte della mia libertà, che difenderò anche a costo di pagare un prezzo, l’affermare che siamo tutti peccatori (sono il primo) e tutti possiamo avere una chance.

 

 

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