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di Valentina Ferraris, Staff GBU Torino

«18 E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo: «Ogni potere mi è stato dato in cielo e sulla terra. 19 Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, 20 insegnando loro a osservare tutte quante le cose che vi ho comandate. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente».

Matteo 28: 18-20. Un passo noto, che racchiude l’ultima esortazione lasciata da Gesù ai suoi discepoli prima di ascendere al cielo. Queste parole, tuttavia, non suonano solo come un invito: c’è di più. Gesù si assicura che gli uomini che avevano vissuto al suo fianco durante quegli ultimi tre intensissimi anni di ministero si adoperino perché ciò che Egli ha iniziato abbia una sua prosecuzione. Il messaggio di Salvezza del Vangelo non poteva rimanere una gelosa acquisizione di un pugno di uomini: era urgente spargerlo tra tutti i popoli

Se ci immedesimiamo per un attimo nei discepoli di Gesù, sentiamo subito la grandiosità ma anche la follia di quel “grande mandato”: ormai rimasti in undici, con il pericolo di incorrere in gravose persecuzioni, avevano il compito di diffondere la luce del Vangelo non solo lì, nella loro terra, ma tra tutti i popoli. Una missione apparentemente impossibile. 

Spesso questo è il sentimento che coglie anche i nostri gruppi GBU. Tutti i giorni siamo immersi nel contesto universitario e riconosciamo il bisogno che i nostri colleghi e docenti hanno di Cristo. Dall’altra parte ci sentiamo come una piccola goccia in un oceano. Siamo così pochi e le anime perdute sono così tante. I nostri gruppi sono formati mediamente da una decina di persone credenti, ma gli studenti universitari in Italia sono circa 2 milioni. Come possiamo raggiungerli tutti

Questa è una delle domande a cui abbiamo provato a rispondere durante il weekend di Formazione per i coordinatori GBU, che si è tenuto a Rimini dal 26 al 29 settembre 2025. La nostra natura, infatti, ci spinge a desiderare di condividere Gesù con gli studenti che fanno parte della nostra cerchia di amici, perché vogliamo vederli salvati e consacrati a Cristo. Ma che ne è di tutti quegli studenti che non conosciamo e che hanno ugualmente un disperato bisogno di arrendersi al Vangelo? Il mandato di Matteo 28 ci costringe a puntare lo sguardo anche su questa folla di persone, tra le quali potremmo incontrare anime aperte al Vangelo o addirittura altri cristiani con cui collaborare per condividere Gesù da studente a studente. 

Qualche spunto utile per riflettere su questo tema ci viene suggerito proprio da uno di quegli uomini che nel I secolo contribuì alla nascita della Chiesa: Paolo da Tarso. Nel capitolo 19 degli Atti ci viene raccontato che durante il suo soggiorno a Efeso, Paolo ebbe la possibilità di incontrare e discepolare alcuni uomini che avevano creduto nel Vangelo di Gesù, ma non solo. Paolo predicò per due anni presso la scuola di Tiranno – una sorta di università dell’epoca – e l’impatto fu enorme: «Tutti coloro che abitavano nell’Asia, Giudei e Greci, udirono la Parola del Signore» (Atti 19: 10). 

Quali furono i segreti di un simile successo? Come fa notare Michael Green1, Paolo si trovava in una città brulicante di persone, crocevia tra Occidente e Vicino Oriente; scelse di predicare in un luogo pubblico, la scuola di Tiranno, e lo fece continuativamente per due anni; il suo coraggio non venne meno e la potenza di Dio si manifestò attraverso segni straordinari. 

Ecco che allora anche noi abbiamo provato a trarre alcune lezioni importanti per il GBU dalla vicenda di Paolo. Innanzitutto, ci sembra chiaro che è essenziale vivere nel contesto universitario: come Paolo trascorreva le sue giornate alla scuola di Tiranno, anche noi abbiamo necessità di farci conoscere nei nostri atenei per entrare in contatto con il maggior numero di studenti possibile. Questo si può fare a livello individuale o di gruppo frequentando regolarmente i luoghi di ritrovo degli studenti e perché no, magari organizzando proprio noi momenti ricreativi che raccolgano nuove persone e permettano di presentare il GBU: una serata giochi, una passeggiata al parco, un torneo sportivo. 

Conoscere il nostro contesto universitario ci consente anche di offrire servizi a supporto degli studenti: quante matricole spaesate all’inizio dell’anno accademico apprezzerebbero uno studente più esperto che le indirizzi? Quanti studenti avrebbero piacere di trovare una compagnia con cui condividere le gioie e i dolori delle ore passate sui libri in una biblioteca? Quanti studenti desidererebbero imparare meglio l’inglese (o l’italiano) e potrebbero fare uno scambio linguistico con i ragazzi madrelingua dei nostri GBU? Insomma, è prioritario creare nuove relazioni e le strade possono essere tante, cercando di intercettare gli interessi degli studenti.

In Atti 19 è però centrale la predicazione di Paolo, che egli portò avanti per due anni, in un ambiente laico, rivolgendosi proprio a degli studenti. Questo ci invita a muoverci affinché nelle nostre università penetri la proclamazione del Vangelo in vari modi. Si possono prevedere eventi da svolgere pubblicamente nelle sedi universitarie, come conferenze, discussioni su tematiche di attualità, settimane di eventi e conversazioni evangelistiche a tu per tu. Perché non sfruttare anche la Mostra della Bibbia posizionandola in un luogo di passaggio in facoltà? Queste iniziative ci daranno l’opportunità di confrontare il mondo accademico con serietà e consapevolezza, dimostrando che la nostra è una fede che pensa e che offre risposte ai grandi interrogativi del mondo post-moderno. Sì, perché come GBU crediamo che il Vangelo possa avere un impatto potente nella vita degli studenti italiani e per questo desideriamo incontrare i loro bisogni profondi. 

Forse alla luce di queste considerazioni il Grande Mandato di Matteo 28 ci lascia meno spiazzati. Non possiamo negare che sia difficile raggiungere le migliaia di studenti che popolano i nostri atenei e allo stesso tempo non sarebbe onesto non riconoscere la nostra debolezza davanti a Dio. Sempre durante il weekend di Formazione a Rimini, però, abbiamo tanto ragionato su 2 Corinzi 4:7 e abbiamo imparato che anche se noi siamo come semplici vasi di terra, Dio ha posto in noi un tesoro inestimabile. Di questo divennero ben presto consapevoli quegli undici uomini che si trovarono improvvisamente privati del loro Maestro: non passò molto tempo prima che la Potenza di Dio si manifestasse in loro tramite lo Spirito Santo e iniziassero quell’opera di predicazione che avrebbe permesso la straordinaria diffusione del Cristianesimo. Allora non perdiamoci d’animo, anzi, rimbocchiamoci le maniche e raggiungiamo tanti, anzi tutti gli studenti delle nostre università!

1M. Green, I trent’anni che cambiarono il mondo, Edizioni GBU, 2010.

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Una testimonianza di Anna, coordinatrice GBU Padova.

Alla Formazione GBU 2025 ho sentito dire varie volte di vivere l’università, di frequentarla, di andare in biblioteca, di andare in caffetteria, in mensa, A LEZIONE (forse avrei dovuto cominciare con questo ahah!), e di essere presenti tra gli altri studenti universitari. È proprio in questo nostro atteggiamento di disponibilità che il Signore può operare, aprendo delle porte e facendo crescere il Suo regno.

All’università, c’era una ragazza che io vedevo tutti i giorni e che mi aveva colpita per la sua bellezza ed unicità, ma con cui non avevo mai parlato.

Poi, un giovedì mattina, la svolta: una professoressa ha improvvisamente cancellato la lezione, e così mi sono ritrovata in biblioteca a studiare. Ed è proprio lì che l’ho incontrata! Ho parlato brevemente con lei e la sua migliore amica, poi sono scappata a lezioni. Alla fine della giornata, poi, sono andata in caffetteria e, proprio davanti all’ingresso, eccola di nuovo. Mi fermo e parliamo… 

Gira e rigira, abbiamo scoperto di essere sorelle in Cristo, e vi assicuro che la gioia provata in quel momento è stata indescrivibile e molto preziosa.

LEZIONE IMPARATA: un po’ di apertura e disponibilità mi avevano fatto conoscere un’altra studentessa credente! 

Romani 1:16 “Io infatti non mi vergogno del vangelo, poiché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo prima e poi del Greco.”

Con il passare delle settimane, i nostri incontri sono diventati sempre più frequenti. Siamo state davvero stra benedette dal Signore, che ci ha donato la possibilità di conoscerci!

Ma la storia si è estesa: la sua amica, che non è cristiana, si è incuriosita ed è venuta a trovarci a un incontro. È venuta perché ha sete. Sta cercando Dio. Sta cercando quella pace che non riesce a trovare da nessun’altra parte.

Parlando con lei, ho anche scoperto che un membro del nostro gruppo le aveva regalato il Nuovo Testamento, e lei mi raccontava di come era per lei un gesto così inaspettato, ma che al contempo le aveva trasmesso un senso di rassicurazione profonda.

So già che questa storia non finirà qui, e che il Signore ha in mente grandi cose.

Pregate per noi.

Salmi 126:3 ‘Il Signore ha fatto cose grandi per noi e noi siamo nella gioia.”

LEGGI QUI IL NOTIZIARIO GBU

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La capacità umana di ragionare non è la stessa cosa dell’IA che raccoglie informazioni. 

di Marcus Schwarting

Articolo tradotto e pubblicato con il permesso di Christianity Today

Cinque mesi prima del lancio di ChatGPT nel novembre 2022, il ricercatore di IA e vicepresidente di Google Blaise Agüera y Arcas ha raccontato a The Economist la sua conversazione con la MDA (Language Model for Dialog Applications) di Google, un precursore dei successivi programmi come Gemini. Ha scritto dell’esperienza: “Ho sentito il terreno muoversi sotto i piedi. Mi sembrava sempre più di parlare con qualcosa di intelligente”. Circa una settimana dopo, l’ingegnere di Google Blake Lemoino ha dichiarato che laMDA era diventata un’intelligenza senziente. 

Quando interagiamo con un modello di IA, può essere facile attribuire inconsapevolmente una certa misura di intelligenza naturale al sistema, anche se in realtà non ce n’è. Man mano che questi modelli continuano a essere integrati nella nostra tecnologia e nei nostri dispositivi, come dovremmo considerare i sistemi di IA, specialmente paragonandoli alla nostra intelligenza naturale? 

L’intelligenza naturale è il dono divino di comprendere e ragionare sulla realtà, sugli altri e su noi stessi. Al contrario, l’intelligenza artificiale è la sotto disciplina dell’informatica che si occupa di costruire modelli per eseguire compiti spesso associati all’intelligenza naturale, come risolvere un puzzle o riassumere un testo. La differenza tra intelligenza naturale e artificiale a volte viene rappresentata come piccola, ma in realtà vi è un abisso profondo. 

Sebbene alcune tecniche di IA siano ispirate a idee che provengono dalla neuroscienza e della psicologia comportamentista, la maggior parte dei modelli ha poco dalla psicologia comportamentista, la maggior parte dei modelli ha poco di somigliante dalla psicologia comportamentista, la maggior parte dei modelli ha poco della alla psicologia comportamentista, la maggior parte dei modelli ha poco in comune con i sistemi biologici. Altri metodi di IA attingono da discipline come l’elaborazione dei segnali, la biologia evolutiva e la meccanica newtoniana. Ad esempio, gli algoritmi genetici sono una classe di tecniche di ottimizzazione ispirate ai principi evolutivi della selezione naturale, della mutazione e della speciazione. I ricercatori di IA hanno affermato che “la plausibilità biologica è una guida, non un requisito rigoroso” per progettare modelli di IA. Sebbene un compito possa sembrare richiedere la macchina biologica dell’intelligenza naturale, un modello di IA non deve emularla per avere successo. 

L’intelligenza naturale e quella artificiale non sono effettivamente intercambiabili. Credere che lo siano è un’offesa per chi possiede intelligenza naturale e un danno per chi sviluppa intelligenza artificiale. 

Misurare l’intelligenza naturale è diverso dal quantificare le prestazioni di un modello di IA. Gli psicologi sanno da tempo che l’intelligenza naturale non può essere condensata in un singolo punteggio, come il QI (quoziente intellettivo). Molte teorie create per quantificare l’intelligenza naturale hanno radici problematiche in idee pseudoscientifiche come l’eugenetica, la frenologia e il darwinismo sociale. E molti punteggi di intelligenza erano concepiti per privilegiare certi individui rispetto ad altri. 

Tuttavia, è difficile misurare l’intelligenza naturale, specialmente quando si includono intelligenze non umane. Valutare le prestazioni di un modello di IA in un compito specifico è relativamente semplice: interroghiamo il modello con una serie di input e confrontiamo gli output con le nostre aspettative. Un numero crescente di benchmark (segni di riferimento) per i grandi modelli linguistici cerca di quantificare le prestazioni in compiti che vanno dal superare l’esame di avvocatura alla traduzione accurata di testi fino al prendere decisioni morali. 

Mentre i modelli di IA continuano a migliorare secondo i benchmark stabiliti dal settore, dovremmo imparare dai nostri errori quando quantifichiamo l’intelligenza naturale. Assegnare un singolo punteggio all’intelligenza dei partecipanti può essere pericolosamente riduttivo, indipendentemente dal fatto che il confronto avvenga tra due persone o tra due modelli. 

Il nostro bisogno di misurare l’intelligenza dei nostri modelli e la nostra riflette quanto consideriamo preziosa (socialmente ed economicamente) l’intelligenza. Almeno un documento scritto dal Future of Life Institute e firmato da molti esperti di IA conteneva la stessa frase significativa: “Tutto ciò che la civiltà ha da offrire è un prodotto dell’intelligenza umana.” 

Dare priorità all’intelligenza come unica fonte di progresso sminuisce altri tratti donati da Dio come la creatività e la saggezza. Idolatrare l’intelligenza mette in ombra attributi cristiani di grande importanza come la pietà, l’umiltà e il sacrificio di sé. La nostra adorazione sociale dell’intelligenza, in un’epoca di potenti modelli di IA, ha portato molti a temere la propria imminente svalutazione. Le storie di fantascienza che raccontiamo su un’ipotetica intelligenza artificiale generale (AGI), in cui una macchina super-intelligente sottomette coloro che considera intellettualmente inferiori, tendono a rispecchiare la nostra stessa storia. I nostri predecessori colonizzatori lo hanno fatto quasi sempre in passato.  

I cristiani possono tracciare un sentiero tra gli estremi dell’idolatrare e del rifiutare l’intelligenza. Sappiamo che siamo chiamati a “praticare la giustizia, amare la misericordia e camminare umilmente con il nostro Dio” (Michea 6:8). L’intelligenza da sola non è sufficiente per compiere la volontà di Dio per le nostre vite. Siamo chiamati a “non conformarci a questo mondo, ma a essere trasformati dal rinnovamento della nostra mente” (Romani 12:2). Quindi offriamo volontariamente la nostra intelligenza naturale a Dio perché la usi e la plasmi. 

Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, non dovremmo confondere gli strumenti che costruiamo con le menti che ci sono date. Usiamo invece tutti gli strumenti che ci sono dati per far avanzare il regno di Dio. 

Marcus Schwarting

Marcus Schwarting è il redattore senior di AI and Faith. È anche un ricercatore che applica l’intelligenza artificiale a problemi di chimica e scienza dei materiali. 

 

L’articolo Perché siamo così desiderosi di misurare l’intelligenza? proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/perche-siamo-cosi-desiderosi-di-misurare-lintelligenza/

Tempo di lettura: 4 minutiCon l’articolo di oggi (lunedì 27 ottobre 2025) iniziamo la pubblicazione di un piccolo dossier sull’intelligenza artificiale, pubblicato nel numero Luglio/Agosto della rivista Christianity today.
Gli articoli sono tradotti e pubblicati con il permesso di Christianity Today.

Cos’è l’intelligenza (artificiale)?
Quattro esperti si confrontano sulla conoscenza nell’era dell’IA. 

Storicamente, i teologi hanno individuato diverse caratteristiche di ciò che significa essere creati a immagine di Dio: la razionalità, la capacità di amare e la giustizia umana prima della Caduta.
“Nella storia dell’interpretazione è stato fin troppo facile piegare questo termine estremamente aperto, ‘immagine di Dio’, al servizio del pensiero filosofico e religioso contemporaneo”, osserva lo studioso biblico David J. A. Clines.
Oggi torniamo a confrontarci con questo termine di fronte a un panorama tecnologico di robot quasi autonomi e grandi modelli linguistici (LLM). In molti sensi, ci stiamo chiedendo che cosa significhi essere umani. Soprattutto ora che l’intelligenza artificiale generativa avanza, potremmo iniziare a mettere in discussione il nostro posto nel mondo. Possiamo intrattenere relazioni interpersonali con ChatGPT? Se perdiamo il lavoro o il nostro mestiere a favore dell’intelligenza artificiale, scendiamo di rango nella catena sociale?
Le nostre domande non riguardano solo il lavoro, ma anche teologia ed etica. Come cristiani dobbiamo chiederci quale ruolo abbia l’intelligenza nell’imago Dei e se l’IA sia davvero intelligente. Non siamo né Dio, né animali, né macchine. Buona parte del mondo è strutturata per farci vivere in modo meno umano: come immaginare di riflettere Dio in un mondo sempre più tecnologico?
Per l’edizione cartacea di luglio/agosto, CT ha invitato un ingegnere software, un ricercatore, un imprenditore tech e un professore a riflettere su come definiamo l’intelligenza, sia nei calcoli matematici, sia nella nostra capacità di amare o di conoscere per esperienza.
Siamo umani, dopotutto.
(Kara Bettis Carvalho, editor della rubrica Ideas di Christianity Today). 

1° Articolo
La nostra ossessione per le capacità dell’IA non comprende  ciò che l’intelligenza è davvero. 
(Chris Krycho)

 Gran parte del dibattito contemporaneo sugli strumenti di intelligenza artificiale come i large language model (LLM) si concentra, in primo luogo, sul chiedersi se tali strumenti siano veramente intelligenti e, in secondo luogo, su cosa significhi tutto ciò per noi esseri umani, per il nostro lavoro, per l’arte e persino per le nostre relazioni. Per i cristiani, questi problemi sono spesso seguiti da domande o affermazioni sull’IA e l’imago Dei. Si tratta di interrogativi legittimi. 

Io sostengo, però, che queste siano per lo più le domande sbagliate. Partono da presupposti errati su cosa sia l’intelligenza. Di conseguenza, portano con sé nozioni fuorvianti su cosa significherebbe per tecnologie come gli LLM essere veramente intelligenti. 

Peggio ancora, queste domande non comprendono appieno il rapporto tra intelligenza e natura umana. L’intelligenza non è affatto una cosa unica. I test del QI ci ingannano perché suggeriscono che l’intelligenza sia misurabile e che un singolo numero rappresenti in modo significativo l’intelligenza. 

Quei test catturano qualcosa di reale. Predicono con precisione, ad esempio, come le persone si comporteranno all’università e sono in generale indicativi delle probabilità di successo in un’economia basata sulla conoscenza. 

Ma c’è molto che non catturano. Per capire cosa intendiamo, consideriamo questa domanda: gli elefanti sono più intelligenti dei delfini? Dipende dal tipo di azione che chiediamo loro di fare. Un elefante non può usare l’eco localizzazione per cacciare e catturare pesci, e un delfino non può usare il naso per cogliere frutti da un albero. Entrambe queste azioni implicano sicuramente tipi di intelligenza e sensi completamente estranei agli umani. 

Allo stesso modo, alcuni sistemi software possono superare gli esseri umani in determinati compiti che consideriamo questioni di intelligenza perché li percepiamo come parte della nostra vita mentale. Queste operazioni includono calcoli matematici o persino giochi sofisticati come gli scacchi. 

D’altra parte, il robot più avanzato non può (ancora) battere una persona in una partita di basket uno-contro-uno o arrampicarsi su un albero come uno scoiattolo. L’azione incarnata è ancora ben al di là delle nostre migliori capacità di programmazione, inclusa la famosa destrezza. 

Tutto ciò mette in evidenza un modo in cui la visione della cultura occidentale sull’umanità è distorta: abbiamo dato all’intelligenza più importanza di quanto dovessimo. Valorizziamo le persone che creano software, scrivono libri o perseguono “la vita della mente”. Compiangiamo coloro che sono rimasti indietro nella transizione della società verso il lavoro della conoscenza; consideriamo il lavoro fisico umile invece di valorizzare la bontà intrinseca del lavoro corporeo. 

Ma anche questo è riduttivo: trattare l’intelligenza come una semplice abilità. Gli esseri viventi, e gli umani in particolare, non sono macchine da compiti. Abbiamo fini più alti. Giocare intorno a un tavolo non «completa un compito». Neppure amare qualcuno lo fa! 

Quindi, non possiamo dire cosa l’intelligenza in sé richieda da noi. Non solo l’intelligenza appartiene in misure diverse e con funzioni estremamente variabili a molte specie di creature; è anche il punto di partenza sbagliato per riflettere sugli obblighi etici. 

In realtà, usare l’intelligenza altrui come fondamento dei nostri doveri etici è perverso. Implicherebbe che più uno è intelligente, maggiore è l’obbligo,e viceversa. Feti, persone con demenza progressiva o con gravi disabilità mentali richiederebbero meno attenzione di un brillante matematico, scienziato, compositore o poeta.  

Il Signore invece ci insegna il contrario: «Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me» (Mt 25: 40). I cristiani apprezzano e valorizzano ogni essere umano, qualunque sia la sua capacità, senza fissarsi sul talento intellettuale. 

Potremmo cercare di cavarcela parlando di «capacità» anziché di «abilità». Esiste una tradizione – risalente a [epoca] – che collega l’immagine di Dio alla razionalità, cioè alla facoltà di ragionare e agire, piuttosto che alla sottomissione all’istinto. Tale tradizione distingue tra la capacità naturale propria di una specie e le sue eventuali assenze o distorsioni in singoli individui. Dobbiamo quindi distinguere tra la capacità generale di ragionare propria dell’uomo e la sua attuale abilità individuale 

Nella sua forma più semplice, la razionalità è quella capacità di ragionare, e anche quella varia enormemente. Sia un neonato che una persona con demenza avanzata potrebbero non essere in grado di ragionare in questo senso, ma entrambi portano comunque l’immagine di Dio. 

A prescindere dalle disabilità, ognuno possiede livelli molto diversi di intelligenza lungo i suoi molteplici assi. Non c’è motivo di ritenere che tali differenze siano frutto della Caduta o che saranno eliminate nella Risurrezione. È evidente se pensiamo a talenti fisici: correre o fare matematica complessa. 

L’intelligenza quindi non è la stessa cosa della razionalità, e certamente non è identica all’immagine di Dio. Non dobbiamo confondere l’intelligenza effettiva con il valore della creatura o con l’immagine di Dio. 

Quali sono, allora, le domande giuste? Una: che cosa significa essere umani. È un interrogativo antico, ma le nostre nuove circostanze possono aiutarci a porlo con maggiore attenzione. Un’altra: come valutare correttamente gli esseri umani – e forse anche le altre creature – non in base all’intelligenza, bensì alla loro creaturalità. Le risposte potrebbero indurci a rifiutare certe strade o a percorrerle in modo particolare. 

Chris Krycho

Chris Krycho è ingegnere informatico e compositore. È membro della Holy Trinity Anglican Church e ha conseguito un M.Div. presso il Southeastern Baptist Theological Seminary. 

 

L’articolo Non confondere l’intelligenza con il valore proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/non-confondere-lintelligenza-con-il-valore/

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di Daphne Manlapaz (coordinatrice GBU Torino)

Quando mi hanno proposto di partecipare alla Formazione, mi sono fatta subito un’idea di come sarebbe stata: avremmo letto la Parola, ricevuto un insegnamento, partecipato a seminari e pregato. La mia aspettativa era giusta, ma Dio mi ha dato molto di più: mi ha donato una comunità, una famiglia. Ognuno di loro è stato per me ciò che Paolo è stato per i Corinzi: uno specchio della gloria di Dio, che riflette la luce del Padre.

Costretti dall’amore di Dio

Ciò che ha riunito tutti noi, studenti e staff da tutta Italia, in un hotel di Rimini è stato l’amore di Dio che opera in noi. Il Suo amore, nelle nostre città e nei nostri GBU locali, ha prodotto speranza per le persone che avremmo incontrato dopo. Come scrive Paolo in 2 Corinzi 5:14, l’amore di Cristo ci spinge: il pensiero del vangelo e l’amore che proviamo per Dio non riescono a contenere il nostro desiderio di condividere il vangelo e parlare dell’amore che noi per primi abbiamo sperimentato.

Il tema

Durante la Formazione abbiamo letto e meditato dal terzo al quinto capitolo della Seconda Lettera ai Corinzi. In questi capitoli, Paolo ricorda ai Corinzi chi sono in Cristo, chi è Dio per loro e come sono chiamati a vivere per amore di Gesù. 

Paolo inizia affrontando un dubbio che alcuni avevano nei suoi confronti: la sua autorità era davvero valida? Per rispondere, li conduce a riflettere su se stessi e sul cambiamento che il vangelo ha prodotto nelle loro vite. Il vangelo, infatti, trasforma i cuori. Ma non solo: il vangelo è anche la luce della gloria di Dio, una luce che si riflette in noi e che gli altri possono vedere. Non siamo noi a dover dimostrare questa gloria, perché è Dio stesso a manifestarla attraverso di noi, anche nella sofferenza. E la nostra sofferenza, per quanto reale, è “leggera e momentanea”, perché mentre l’uomo esteriore si consuma, quello interiore si rinnova di giorno in giorno per la grazia di Dio. 

Consapevoli di questa grazia, pienamente rivelata nella morte di Gesù, Paolo ci invita a vivere una vita con lo sguardo fisso su Cristo e a condividere questa vita come testimonianza dell’amore di Dio.

Come vasi di terra

Quest’anno non ero l’unica a partecipare per la prima volta alla Formazione e ad affrontare il nuovo anno accademico come coordinatrice: eravamo in molti. E penso che tutti noi, di fronte alla domanda “Vuoi essere coordinatore?”, ci siamo chiesti: “Sono davvero all’altezza?”. Ricevere e ricordare le parole di Paolo ci ha rassicurati: non è per le nostre forze o capacità che possiamo servire, ma per la potenza di Dio. Dio, come un vasaio, ci ha resi vasi di terra (che oggi potremmo paragonare a semplici bicchieri di plastica biodegradabile): fragili, di poco valore materiale. 

Eppure, come scrive Paolo, noi non siamo vasi vuoti: portiamo dentro di noi un tesoro, il vangelo. Lo abbiamo sperimentato personalmente, e i nostri cuori sono la prova vivente che Dio ha scritto, e continua a scrivere, la nostra storia. 

Ora, terminata la Formazione, siamo pronti ad affrontare il nuovo anno accademico con speranza, fiducia e franchezza, consapevoli della forza che il vangelo porta in noi.

Stesso Spirito di fede

Questo cambiamento di postura l’ho potuto vedere con i miei occhi, nei cuori di ciascuno di loro. Ho visto cuori aperti in adorazione, che invitavano Dio a dimorare dentro di sé. Ho visto Dio operare in ognuno, donando coraggio e forza per affrontare ciò che sarebbe venuto. Ho visto che non solo Dio era con noi, ma ciascuno di noi era lì per l’altro: ognuno incoraggiava il fratello o la sorella con la preghiera e con parole di speranza e di fede. Eravamo uniti in Cristo, animati dallo stesso Spirito di fede. E se non è stato Dio a renderlo possibile, chi altri avrebbe potuto? In pochi giorni, quella stanza d’albergo è diventata una casa, perché lo Spirito di Dio dimorava con noi. E quelle persone, ognuna con la propria storia e il proprio passato, sono diventate fratelli e sorelle in Cristo. La Formazione sarà anche finita, sì, ma il nostro amore per Dio no. 

Ora ciascuno di noi è tornato al proprio GBU locale, lontano dagli altri rispetto a quando eravamo a Rimini. Eppure li sento tutti vicini, in spirito e nel cuore. Ognuno sta affrontando un nuovo anno e situazioni diverse, ma il Padre a cui ci rivolgiamo è lo stesso, e il Suo amore continua ad abbondare su ciascuno di noi, nelle nostre vite uniche e differenti. La Formazione è finita, sì, ma il nostro spirito di fede non lo sarà mai.

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di Andrea Becciolini, Staff GBU Firenze e responsabile Formazione coordinatori.

Una delle domande fatte ai 26 studenti che hanno partecipato al fine settimana di Formazione nazionale (26-29 Settembre) è se si sono sentiti ben equipaggiati per affrontare l’impegno di coordinatore per l’anno accademico a venire. Ringraziamo Dio per come praticamente tutti hanno risposto di sì. E chi ha risposto in altro modo l’ha fatto menzionando due principi che in realtà presentiamo durante la Formazione stessa: la totale dipendenza dal Signore e la natura del processo formativo che dura tutto l’anno accademico a livello locale, in continuità degli input ricevuti durante il fine settimana di Formazione.

Le aree in cui desideriamo equipaggiare gli studenti coordinatori comprendono non solo la capacità (nell’articolare in vangelo, nell’organizzare eventi, nel guidare studi biblici, nel coordinare un gruppo), ma anche e soprattutto la conoscenza sempre più intima di Dio così che maturi in loro un carattere sempre più simile a quello di Cristo. Per questo motivo la Formazione si articola su tre “track”: Conoscere Dio, Coordinare altri, Condividere Gesù. Tre filoni diversi ma interconnessi che puntano allo stesso scopo, quello di vedere studenti testimoni fedeli di Gesù nell’università che guidano altri studenti ad esserlo a loro volta

I momenti nella Parola di Dio sono dunque fondamentali, sia nello studiarla in gruppetti che nell’ascoltarla predicata. Ringraziamo l’oratore di quest’anno, Domenico Campo (Staff GBU per la Sicilia), per le eccellenti predicazioni da 2 Corinzi 3-5 che ci hanno portati a considerare la verità e le conseguenze legate al fatto che quello stesso Dio creatore che ha detto “splenda la luce nelle tenebre” risplende nei nostri cuori, per far brillare la luce della conoscenza della sua gloria che rifulge nel volto di Gesù Cristo (2 Cor. 4:6). Sì, gli studenti coordinatori sono come vasi di terra del primo secolo, equivalenti a bicchieri di plastica compostabile (è stata una battuta alla Formazione, ndr) del ventunesimo secolo – comuni, fragili, effimeri – eppure hanno in loro stessi il tesoro del vangelo, la gloria del Dio creatore, la luce del Cristo risorto, la presenza dello Spirito Santo, affinché la potenza sia attribuita a Dio e non a loro stessi in quanto semplici ambasciatori del Re dei re.

Queste verità si sono riflesse nei vari seminari, workshop e attività svolte, nella lode, nella preghiera come anche negli gli esercizi evangelistici – una vera e propria uscita evangelistica (avente anche scopo formativo) nel piccolo campus universitario di Rimini, succursale della grande università di Bologna. Come sempre prima di questa uscita ci sono timori, dubbi e perplessità legati non solo al dover approcciare da zero studenti sconosciuti, ma anche sull’effettiva possibilità di incontrarne alcuni. Grazie a Dio tutto ciò è stato spazzato via dal momento in cui siamo arrivati al cancello del cortile del campus, dove tanti studenti erano attorno a dei banchi di benvenuto ufficiale dell’università e dove, dopo poco di mezz’ora, la pausa dalle lezioni ha portato altri studenti, molti dei quali aperti a non solo parlare a riguardo del loro passato spirituale in famiglia e del loro attuale credo, ma anche a fare domande riguardo al cristianesimo e ascoltare il vangelo. Gloria a Dio!

Preghiamo adesso che tutti gli input ricevuti al fine settimana di Formazione Nazionale congiuntamente con il percorso di formazione a livello locale portato avanti dagli Staff GBU sparsi per tutta l’Italia portino frutto alla gloria di Dio nella vita e attraverso la vita degli studenti coordinatori in quanto testimoni fedeli di Gesù nell’università che guidano altri studenti ad esserlo a loro volta.

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Di Davide Maglie, Presidente GBU

Il nostro Bilancio Sociale 2024 non è solo un insieme di numeri, ma un fermo immagine che intende raccontare una storia vivida e dinamica, in cui i protagonisti sono studenti universitari, staff, collaboratori a vario titolo, associazioni consorelle che fanno parte della fellowship GBU, laureati, chiese e sostenitori, che hanno scelto (tutti insieme anche se a farlo in prima linea sono e saranno sempre gli studenti) di condividere la fede in Gesù nelle università italiane.

In un contesto sociale segnato da ansie, precarietà, relazioni fragili e incertezze per il futuro, il GBU in tutte le sue articolazioni ha continuato a offrire spazi di ascolto, accoglienza, amicizia e fede. Nel corso del 2024 sono stati attivi 29 gruppi in 23 città, oltre 150 studenti sono stati in qualche forma coinvolti, si sono tenuti eventi nazionali e locali partecipati e un bilancio economico solido che ci ha permesso di guardare con fiducia ai progetti da sviluppare nel corso del 2025. La solidità però non deriva da mere considerazioni finanziarie, ma dalla certezza che è il Signore a spingere avanti questa missione, attraverso le persone che si impegnano con passione, attraverso la Sua provvidenza generosa che si rinnova stagione dopo stagione, espressa per tramite di decine e decine di donatori che hanno investito le proprie risorse personali. Questo report è un modo di dire grazie anche a loro.

Il cammino in questo 2025 del GBU non si ferma qui. Le linee guida dei prossimi anni sono già tracciate: ampliare la platea degli studenti credenti che collaborano con la nostra missione, coinvolgendo un numero maggiore di chiese e sensibilizzandole alla testimonianza negli atenei nel segno della interdenominazionalità, raggiungere una generazione di studenti disillusi per renderli sensibili alla voce del Maestro di Nazareth, rafforzare e incoraggiare i gruppi locali esistenti e attivarne di nuovi, consolidare la nostra struttura organizzativa, e accogliere con calore gli studenti internazionali.

C’è un filo rosso che lega passato, presente e futuro: la convinzione che, come dice il Segretario Generale uscente Johan Soderkvist citando la lettera agli Ebrei, “ogni casa è costruita da qualcuno, ma chi ha costruito tutte le cose è Dio”. Ed è con questa certezza che il GBU guarda avanti, pronto a scrivere nuove pagine di speranza tra i corridoi e dentro le aule universitarie italiane.

La nostra missione e stella polare non è cambiata negli ultimi, anzi nei “primi” 75 anni della nostra storia: condividere chi è Gesù e perché è importante conoscerlo (per citare un titolo di un bel libro del teologo Alister McGrath) grazie all’impegno di studenti evangelici, in un contesto complesso e sfidante come quello universitario, dove abbiamo bisogno di sviluppare una fede biblicamente fondata che continui a riflettere, pensare a confrontarsi con una pluralità di visioni del mondo e con quel marcato relativismo e materialismo molto presenti anche in questo primo scorcio di XXI secolo. Anche se nuove sfide si affacciano all’orizzonte e le analizzeremo con gli strumenti e doni che il Signore ha riversato in questo movimento.

E il cammino continua, con il desiderio di raggiungere sempre più giovani e costruire insieme nuove storie di speranza, di trasformazione e redenzione, sostenuti dalla grazia del Signore.

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Di Francesco Schiano, Segretario Generale GBU

Per molte persone settembre rappresenta il vero inizio dell’anno nuovo. Sicuramente è così per le attività
dei GBU, che seguono il calendario accademico delle università.


Questo, tra l’altro, per noi è un anno particolare. Dopo 20 anni di servizio benedetto da Dio, il nostro amato
Johan non è più il Segretario Generale dei GBU; chi scrive ha l’arduo compito di sostituirlo, e sente l’onore e
l’onere che derivano dal nuovo inizio. In queste condizioni la preghiera diventa un bisogno particolarmente
sentito.


Non penso sia per caso che proprio in questi giorni mi sono ritrovato a leggere la biografia di C. H. Spurgeon
(A. Dallimore, pubblicata in italiano da Passaggio). Il Principe dei predicatori, che ha visto frutti straordinari
nel suo mistero, era un uomo di preghiera che spingeva la sua chiesa alla preghiera: “in vista della battaglia
spirituale del credente, si preoccupava in primo luogo che la sua chiesa imparasse a pregare” (p.70); “D. L.
Moody, di ritorno in America dopo la sua prima visita in Inghilterra, alla domanda: «Ha sentito predicare
Spurgeon?» rispose: «Si, ma cosa ancora migliore, l’ho sentito pregare»” (p.105).


La Parola di Dio ci invita a pregare con fede, incessantemente, insistentemente e disperatamente. Sono
convinto che a volte il Signore trattenga la Sua mano dall’operare con potenza nel desiderio di insegnarci a
dipendere veramente da Lui.


Non credo di dover convincere nessuno, tra i lettori di questo articolo, dell’importanza prioritaria della
preghiera, ma so per esperienza quanto sia raro avere una vita di preghiera che sia coerente con quanto
affermiamo di credere riguardo ad essa. Per questo motivo, incoraggiato dalla partecipazione di tanti di voi
alla settimana di preghiera della scorsa primavera, vi chiedo di prendervi un impegno per questi giorni di
settembre: dall’8 al 14 settembre scegliete di dedicare del tempo al digiuno e alla preghiera, perché gli
studenti possano annunciare con franchezza il Vangelo di Gesù Cristo tra i loro colleghi, e noi tutti possiamo
vedere tante anime passare dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita!


Il link alla fine dell’articolo conduce a un modulo anonimo attraverso il quale potrete indicare il vostro
desiderio di saltare uno o più pasti, in quella settimana, per dedicarvi alla preghiera. Speriamo di vedere
una numerosa staffetta di digiuno e preghiera impegnata con noi dello staff a supplicare Dio perché lui
faccia infinitamente di più di quanto speriamo.


“la preghiera del giusto ha una grande efficacia” (Giacomo 5:16b)


https://forms.gle/CiAU4PNMuaCY8EVt5

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Di Maria Chiara Squeo, coordinatrice GBU Urbino

La Festa GBU 2025 si è conclusa da pochi giorni, e nel mio cuore risuonano ancora tutte le benedizioni vissute. Quest’anno, ha avuto qualcosa di unico – come ogni edizione, certo, perché ogni festa GBU è speciale – ma in modo particolare, questa volta ha toccato corde nuove nel mio cuore.

Chi sono

Mi chiamo Maria Chiara, coordinatrice del GBU di Urbino. Questa è la mia quarta festa GBU, in presenza – senza contare quella online durante il periodo della pandemia. Ogni anno torno a casa con il cuore colmo: incoraggiata, rinnovata, più carica, con un desiderio ancora più forte di proclamare il Vangelo con coraggio. 

Un desiderio per gli altri 

Quest’anno, però, il mio sguardo non era rivolto solo a ciò che Dio avrebbe fatto in me, bensì a ciò che avrebbe compiuto negli altri, nei membri del mio gruppo GBU. Pregavo e desideravo con tutto il cuore che anche loro potessero sperimentare la gioia e la potenza che ho vissuto negli anni passati. In un certo senso, pensavo di sapere già cosa aspettarmi, che non ci sarebbero state sorprese per me. 

Eppure, Dio è sorprendente. Non smette mai di parlare, di incoraggiare, di toccare profondamente il mio cuore in modo nuovo. La Sua Parola è luce, e parla con chiarezza e potenza. Parlando con un’amica del mio gruppo, mi ha confidato quanto partecipare alla Festa GBU sia stato per lei un dono del Signore. Ha descritto ogni momento come “meravigliosamente unico e prezioso”. Ciò che l’ha colpita di più è stato sentire un amore profondo nel suo cuore, nonostante non conoscesse nessuno. Ha scoperto e vissuto la realtà della famiglia spirituale, che va oltre la nazionalità, la lingua, ogni differenza. Questo è l’amore di Dio: un amore che va oltre ogni logica umana.  

Un Regno diverso 

Il tema della Festa 2025 era “Per un regno diverso”, tratto dal libro del profeta Daniele. Un libro che ci mostra chiaramente che Dio trionfa su ogni opposizione, e come il Suo Regno sia eterno e incrollabile, radicalmente diverso da quelli umani. L’incoraggiamento è quello di non focalizzarci sulle nostre sconfitte ma sulla vittoria già compiuta da Dio. Spesso ci sentiamo pochi, deboli, irrilevanti in un mondo che sembra correre in tutt’altra direzione. Ma non siamo in minoranza: siamo figli del Re, di un Regno che non finirà mai. Questa è la verità potente che ha fatto da filo conduttore a ogni momento vissuto insieme. 

“Il suo regno è un regno eterno e il suo dominio dura di generazione in generazione.”  

Daniele 4:3b

Una preghiera che unisce 

Un momento che mi ha particolarmente incoraggiata è stato quando ho avuto l’opportunità di guidare la preghiera del mattino. Davanti a me c’erano tutti questi ragazzi, svegli presto, pronti a lodare Dio insieme. Non era scontato: vedere cuori giovani uniti nella preghiera, così sinceri e desiderosi di intercedere, mi ha profondamente toccata. In quel momento ho capito ancora di più quanto Dio stia operando nelle nostre vite, non solo individualmente, ma come un corpo. 

Una visione condivisa 

La festa GBU è qualcosa di straordinario: decine di studenti e staff uniti da un solo desiderio, quello di condividere Gesù da studente a studente. È una visione che si respira, che si vive, che infiamma i cuori. 

Sono riconoscente a Dio per ogni persona che ha reso possibile questa Festa. È evidente che nulla è stato fatto per caso: ogni dettaglio, ogni parola, ogni incontro era parte di un disegno più grande. Sono profondamente grata per come Dio sta operando nel mio gruppo, nella mia vita, nel movimento GBU. Il Suo Regno è davvero in mezzo a noi. La sfida ora è continuare a vivere con lo stesso entusiasmo anche all’università, nel quotidiano. Ma so che Dio è con me anche lì. Il Regno diverso comincia proprio da lì.

Un invito per te

Se non hai mai partecipato a una Festa GBU, lascia che ti dica questo: non perderti la prossima. È molto più di un evento: è un’esperienza di incontro reale con Dio, insieme ad altri studenti come te. Ti cambia. Ti rinnova. E ricorda chi sei: figlio di un Re che regnerà per sempre.

Settimana di Preghiera 5-9 maggio 2025

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