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Scrivere di Silvio Berlusconi oggi in cui ha lasciato questa terra è compito difficile per chiunque, perché il rischio è dire banalità, schierarsi in maniera chiara, fare retorica senza cogliere il bersaglio, essere scontati. Diventa ancora più difficile per un evangelico che nel corso del trentennio precedente non ha mai votato per il Cavaliere e non ha mai creduto sino in fondo alle sue proposte politiche, pur ammettendo le sua capacità come venditore di un mondo migliore e nuovo. 

Leggendo tra l’altro la stampa italiana (molto schierata da una parte o dall’altra) e quella estera si ha un contrasto stridente sui giudizi che si possono dare sulla persona e su colui che ha influenzato sicuramente la vita sociale e politica del Paese in cui viviamo.

Penso che il giudizio su Berlusconi, nella sua complessità, vada dato su diversi piani e cercherò, in un’operazione che sarà al limite della acrobatica, di tenere questi livelli di interpretazione distinti. 

Il primo piano di giudizio è quello storico. L’ex Presidente del Consiglio si è affacciato sulla scena mediatica circa una quarantina di anni fa ed è stato protagonista della scena politica per circa un trentennio. La sua “discesa in campo” (espressione da lui coniata) risale al 1994, anno in cui, dopo aver messo su un Partito, in pochi mesi riuscì a sconfiggere il fronte avversario, con un’alleanza di coalizione di centro-destra, il primo Governo di questo tipo che abbia governato l’Italia, dopo il tentativo, a fine anni 1950 di Tambroni. 

Berlusconi è entrato nell’agone politico in un particolare momento sia nazionale che internazionale. A livello nazionale l’Italia stava vivendo il periodo di “Mani Pulite”, una serie di inchieste e processi che avevano mostrato come la classe politica italiana fosse corrotta e avesse incrociato il suo potere con quello economico. A uscirne con le ossa rotte furono alcuni dei partiti storici italiani, in particolare il Partito Socialista, il più antico partito italiano che si sciolse sull’ondata delle indagini giudiziarie. 

Contemporaneamente, al livello internazionale, la Caduta del Muro di Berlino, aveva sancito la fine della Guerra Fredda e la fine della contrapposizione ideologica tra capitalismo e comunismo, facendo strada non tanto ad una vittoria del modello di sviluppo capitalistico (in cui erano presenti delle chiare distinzioni tra la politica ultraliberale portata allora avanti dal modello thatcheriano-reaganiano ed il modello socialdemocratico, fortemente presente nel Nord Europa), quanto la fine delle ideologie. 

Berlusconi, che aveva sino a quel momento simpatizzato per il Partito Socialista, svoltò a centro/centro-destra, cercando occupare uno spazio che sarebbe stato dei Liberali e dei Democristiani, volendo conciliare (come spesso accaduto in Italia) il pensiero cattolico con quello della deregulation economica. Dal sodalizio con Craxi avrebbe cercato di prendere l’idea (anche giusta) di voler “svecchiare” (Craxi e Martelli parlavano di modernizzazione dell’apparato) lo Stato italiano e diede inizio ad un sistema bipolare (mai bipartitico come quello dei modelli delle democrazie più avanzate) che ha caratterizzato quello che si è chiamata Seconda Repubblica (anche se non vi è stata la stesura di una nuova Costituzione).

La sua expertise come magnate della comunicazione lo ha reso un efficace veicolatore del messaggio di un’Italia nuova che, alla fine, non si è mai attuata, anche perché l’alleanza fatta non lo poteva portare ad applicare pienamente un modello liberale di Stato, stretto come era da un partito che avrebbe voluto un maggiore spezzetamento della struttura statale (la Lega) ed un altro che avrebbe voluto una struttura fortemente centralista (Alleanza Nazionale, ora Fratelli d’Italia). Entrambi i partiti alleati non erano liberali e, pertanto, la “rivoluzione” berlusconiana sarebbe stata votata al fallimento in partenza. 

Il Berlusconi imprenditore sino a quel momento, tra l’altro, aveva approfittato di un sistema non di totale libertà ma che, grazie proprio ad un decreto voluto da Bettino Craxi, aveva portato la televisione italiana (all’epoca il maggiore veicolo per la comunicazione) ad essere un duopolio in cui si contrapponeva una compagnia pubblica come la Rai a quella privata di Berlusconi che iniziò a proporre una televisione concorrenziale e commerciale dove lo scopo principale era il profitto e non l’informazione. La televisione berlusconiana ha profondamente inciso sulla società italiana, proponendo un modello in cui si potesse inventare anche qui una sorta di “sogno italiano”, non sempre attuabile, ma proposto come una valida possibilità.

Da un punto di vista politico il berlusconismo ha portato una serie di cambiamenti epocali che vanno valutati: la personalizzazione della politica che ha portato molto spesso a far coincidere il partito (che sino ad allora era struttura molto simile a quella di uno Stato) con la persona “carismatica”. Ancora oggi, negli ultimi anni, abbiamo assistito alla nascita in Italia di partiti di questo genere che sono figli di questo modo di agire (si vedano i Cinque Stelle, all’inizio legati alla figura di Beppe Grillo, e Italia dei Valori o Azione, in cui conta più il leader che l’ideologia). L’altro aspetto è stata quello della contrapposizione degli schieramenti, in un Paese che, fino ad allora, aveva vissuto la politica (a partire dalla Resistenza al Fascismo) come un luogo di compromesso di diversi interessi e di mediazione tra gli stessi. Berlusconi ha proposto il modello del “tutto o niente” e quello in cui bisognava sconfiggere dei nemici, talvolta neanche più esistenti (come i Comunisti dopo la caduta del Muro). Sicuramente se questo ha cambiato il panorama politico italiano, non sempre ha dato esiti totalmente positivi e, a lungo andare, come è accaduto anche altrove in Occidente, ha portato ad una disaffezione delle masse che, spesso, oggi, preferiscono non andare a votare.

Se il giudizio politico e quello storico possono essere più o meno accettati o respinti anche da un evangelico, in quanto trattandosi di cose penultime, ognuno di noi è libero, all’interno di un mondo in cui ci sia la libertà di pensiero, di aderire o meno a un progetto politico o ad una particolare interpretazione del passato, problematico diventa quello etico-teologico. 

Il nostro Stato ha deciso (anche in parte giustamente da un punto di vista istituzionale) di tributare dei funerali di Stato e, addirittura, di proclamare lutto nazionale (più discutibile in quanto, allo stato attuale, si tratta solo di un Senatore, che non ricopriva cariche di Stato), il Berlusconi uomo è stato sicuramente piuttosto discutibile: menzognero, non fedele alla propria famiglia, frequentatore di minorenni, organizzatore di festini, amico intimo di amici di mafiosi, senza scrupoli quando si trattava di arricchirsi anche a scapito di altri. Una persona che non può assolutamente essere presa come modello e che in questo senso si contrappone al Vangelo, come spesso accade anche a molti politici. Dobbiamo considerare e riflettere su questi aspetti della sua personalità e del suo vivere in un mondo al limite dell’illecito, anche da un semplice punto di vista legislativo.

Pur professandosi credente (lo ha detto più volte di essere Cattolico), molto spesso il dubbio era che, come spesso accade in politica questo credere fosse strumentale a catturare il voto cattolico (a Berlusconi interessava molto poco degli evangelici che sono insignificanti da un punto di vista elettorale), piuttosto che dettato da un’autentica fede. 

Cosa fare allora di fronte a tutto ciò? Forse aveva ragione il pastore Roselein Faccio, quando raccontava dell’occasione che ebbe di poter parlare faccia a faccia con Berlusconi, dopo aver cenato e cantato con lui e Apicella: regalare il Vangelo e pregare. Infatti quando ci troviamo a figure politiche che sono state di spessore, come lo è stato il Cavaliere per l’Italia, forse il nostro interrogativo dovrebbe essere proprio questo: quanto il Vangelo è stato rispecchiato, quanto è stato possibile annunciarlo, quanto abbiamo, nell’entusiasmo dell’adesione o del respingimento delle sue idee politiche, guardato a Cristo ed al suo progetto per l’umanità che va “oltre” la politica e che non può essere incarnato da nessuno.

Pensare a Berlusconi oggi mi ha fatto riflettere su questo e su come gli evangelici dovrebbero occuparsi di politica e occupare lo spazio sociale che gli è dato, non aspettando profeti o uomini della Provvidenza ma, come ci ricordava T. P. Rossetti, cercando il bene comune di tutti coloro che abitano la nostra Nazione.

 

Valerio Bernardi – DIRS GBU

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di Miroslav Volf

«Cammino per strade che sono morte», cantava Bob Dylan.
Quando ascoltavo il verso, mi sono ricordato della mia passeggiata nelle strade che erano morte. Un anno fa ho visitato Vukovar, una città croata che era stata di fatto distrutta nella guerra. Vedevo il vuoto che si estendeva attraverso le finestre rotte, e le porte delle case i cui tetti erano stati sfondati e le cui facciate mostravano le cicatrici causate dalle schegge. Ho ascoltato lo stridulo silenzio che avvolgeva le lunghe file di case separate da marciapiedi coperti di erbacce e disseminati di oggetti abbandonati. Strade morte. Monumenti di vita distrutta o espulsa.

Più recentemente ho passeggiato per le strade morte di Sandtown nel centro di Baltimora. Era come se stessi rivivendo Vukovar, solo che questa volta il distruttore non era stata la guerra ma le tensioni razziali, il crimine e la rovina economica. C’era un’altra importante differenza. Dodici isolati della città erano stati segnati dalla New Song Community (Leggi l’articolo correlato, Missione urbana) ed erano stati dichiarati come spazio della pace di Dio. Le strade morte erano di nuovo piene di vita.

Mark Gornik della New Song me lo spiegò un po’, mentre passeggiavamo. Mentre stava spiegando il degrado dei centri cittadini, suggeriva che la dottrina della giustificazione per grazia contenesse risorse non sfruttate per la guarigione. Lo sapevo, pensai dentro di me. Per circa dieci anni aveva vissuto e lavorato a Sandtown e avevo visto le trasformazioni che vi erano state, una casa alla volta.Tuttavia per molti teologi la giustificazione per grazia è una dottrina oziosa. Alcuni l’hanno abbandonata e l’hanno lasciata arrugginire sotto un mucchio di spazzatura teologica; la reputano generalmente inutile o quanto meno di scarso aiuto quando si giunge al voler guarire patologie anche inferiori rispetto ai cicli di povertà, alla violenza e alla disperazione. Altri perseguono una sorta di interesse antiquario per la dottrina; esaminano e lustrano un artefatto del sedicesimo secolo e lo mostrano orgogliosamente a chiunque voglia frequentare il loro piccolo museo. Arrugginita o lucidata, la dottrina della giustificazione per grazia giace lì, abbandonata, senza vita. Una dottrina morta. Poteva la speranza dei centri urbani essere parzialmente basata sul recupero della dottrina della giustificazione per grazia?

Come potevano le strade morte ricevere vita da una dottrina morta? Immaginate di non avere lavoro, di non possedere denaro, di vivere ai margini del resto della società in un mondo governato dalla povertà e dalla violenza, la vostra pelle è del colore “sbagliato”, e non avete alcuna speranza che tutto questo cambierà.
Attorno a noi vi è una società governata dalla legge d’acciaio del successo. Le sue merci dorate sono ostentate davanti ai nostri occhi sugli schermi della TV, e in migliaia di maniere la società ci dice ogni giorno che siamo senza valore perché non ci siamo realizzati. Si è un fallimento, e si sa che continuerà a essere un fallimento perché non c’è maniera di realizzare domani ciò che non si è riusciti a ottenere oggi. La dignità è frantumata e l’anima è avvolta nel buio della disperazione.

Ma il vangelo ci dice che non si è definiti dalle forze esterne. Ci dice che si può contare, ancora di più, sul fatto che si è amati incondizionatamente e infinitamente, senza nessun riguardo per ciò che si è raggiunto o per i fallimenti che si sono avuti, anzi si è amati un filino di più di coloro i cui sforzi sono stati coronati dal successo.

Immaginate ora questo vangelo che non viene semplicemente proclamato ma incorporato in una comunità che è venuta fuori non come un «frutto delle opere» ma come una comunità «creata in Cristo Gesù per le buone opere» (Ef 2:10). Giustificati dalla pura grazia, cerca di “giustificare” per grazia coloro che sono resi “ingiusti” dall’implacabile legge del successo della società. Si immagini inoltre questa comunità determinata a infondere ancor più questa cultura, insieme con le sue istituzioni economiche e politiche, con il messaggio che cerca di incorporare e proclamare. Questa è giustificazione per grazia, proclamata e praticata. Una dottrina morta? Difficile che lo sia.

Mentre stavo riflettendo sul significato sociale della giustificazione per grazia mi salì alla mente un passo di Così parlò Zarathustra di Nietzsche che avevo letto andando a Baltimora. «O miei fratelli, io vi dirigo e vi consacro verso una nuova nobiltà: diventerete portatori e coltivatori e seminatori del futuro – in verità, non una nobiltà che si potrebbe acquistare come un negoziante che commercia oro; poiché tutto ciò che ha un prezzo è di poco valore».

La giustificazione per grazia, pensavo, meditando sulla profonda osservazione di Nietzsche, è profondamente in contrasto con la nostra «cultura da negozianti». Togliere l’etichetta del prezzo dagli esseri umani non significa svalutarli, ma donargli la propria dignità, una dignità non basata su cosa hanno realizzato ma radicata sul semplice fatto che sono amati incondizionatamente da Dio. L’amore divino è quell’indispensabile nutrimento per l’anima umana di cui il profeta parla quando afferma: «O voi tutti che siete assetati, venite alle acque; voi che non avete denaro venite, comprate e mangiate! Venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte» (Is. 55:1).

Articolo tratto dal volume
Contro la marea.
L’amore in un tempo di sogni meschini e continue inimicizie
,

Edizioni GBU, 2022.

 

Vedi l’intervista all’autore sul canale Youtube di Edizioni GBU

 

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Nuova Traduzione Vivente: capire la Bibbia cambia tutto

di Filippo Falcone

 

Il giorno 20 maggio 2023 è stato presentato presso il Salone del Libro di Torino – sala Madrid – il Nuovo Testamento versione Nuova Traduzione Vivente in lingua italiana (NTVi), edito per i tipi della Società Biblica di Ginevra e frutto di un lavoro che per sette anni ha visto coinvolta un’équipe di 6 teologi, biblisti, letterati e linguisti italiani.

La NTVi è una traduzione della Bibbia moderna e affidabile, che abbina la più aggiornata ricerca biblica a uno stile di scrittura chiaro e dinamico. Questa versione della Bibbia trasmette l’annuncio evangelico in modo espressivo e preciso, e comunica con accuratezza il significato, il contenuto e il portato linguistico-culturale delle forme del testo biblico originale, servendosi di un linguaggio contemporaneo e di facile comprensione.

Muovendo dall’impianto della New Living Translation (Tyndale House), terza traduzione della Bibbia in lingua inglese, alla quale hanno lavorato oltre 90 biblisti del mondo anglofono, la NTVi adotta un approccio traduttologico funzionale o a equivalenze dinamiche. Tale approccio predilige la chiarezza dei significati e l’immediatezza dell’effetto all’aderenza lessicale e morfosintattica al testo di origine. Pertanto, là dove una traduzione parola per parola non fosse in grado di restituire un testo piano al lettore italiano contemporaneo, il comitato di traduzione NTVi ha optato per una traduzione concetto per concetto.

Sorge qui subito un’obiezione in relazione al valore del segno e della singola parola. Dopo tutto, Gesù stesso afferma: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio”. La NTVi non intende sminuire o relativizzare il valore del singolo segno o della singola parola all’interno del testo. Al contrario, si fa carico di valorizzarla nel contesto dei suoi rapporti con le altre parole e con un intero contesto. La parola in questo senso prende vita e assume valore in ordine ai rapporti di significato di cui è parte e che genera.

Con la NTVi la Società Biblica di Ginevra colma un vuoto lasciato dalle principali traduzioni protestanti e cattoliche – fatta eccezione per l’Interconfessionale, che ha tuttavia la tendenza a cedere alla tentazione della parafrasi – le quali antepongono sistematicamente l’aderenza formale al testo d’origine all’immediatezza dei significati e all’espressività del testo di partenza. Il mito di una traduzione più fedele e accurata quanto più aderente alla lettera dell’originale condiziona ancora i giudizi. Nell’approntare una traduzione, occorre considerare come qualcosa del testo di origine vada inevitabilmente perso. Il traduttore dovrà allora stabilire che cosa intende guadagnare e cosa è disposto a perdere. Tutto ciò che le altre traduzioni perdono, la NTVi lo recupera. In questo senso, la NTVi diventa un complemento fondamentale alle traduzioni già esistenti, sia in funzione di una lettura devozionale sia dello studio.

Una traduzione formale pura – nessuna traduzione “formale” può dirsi pura; l’adesione assoluta alle forme originali comporterebbe infatti, tra le altre cose, il completo snaturamento dei significati nella lingua d’arrivo – presupporrebbe idealmente l’esistenza di un deposito linguistico statico e indipendente da un contesto storico-culturale, sociale, letterario e personale proprio dell’autore e del lettore originario. Un testo simile non esiste e certamente i testi che compongono il NT, scritti o redatti, nel caso di una trasmissione orale precedente la stesura, non sono quel testo. Sono piuttosto ciò che in linguistica definiremmo “atti” o “fenomeni linguistici” afferenti a un contesto dinamico.

Questi atti rivendicano a un tempo natura di rivelazione. Non si tratta, tuttavia, di una rivelazione altra dalla storia dell’uomo bensì, direbbe Corsani, di una rivelazione calata proprio in quella storia. La parola, per così dire, si incarna, si carica delle forme umane, elegge le cose che non sono, autori e lettori, e le riscatta. Viene riflesso così il movimento del Dio che si rivela in questa parola. Il Dio del vangelo non pretende che l’uomo lo raggiunga dove è lui (“Chi è mail salito in cielo?”), ma raggiunge l’uomo là dove si trova con la sua grazia. Potremmo dire allora che l’annuncio corrisponde alla forma in cui l’annuncio è trasmesso. Gli atti linguistici del NT hanno in un senso molto reale una qualità performativa. Essi fanno ciò che dicono.

La lingua del NT non a caso non è un greco elevato o letterario, ma il greco della Koinè, il greco del mercato, la lingua del popolo. Questa lingua ha la capacità di raggiungere i lettori là dove si trovano, ponendo gli autori in relazione immediata con loro e con il loro contesto. È una lingua costitutivamente democratica ed essa stessa conforme all’annuncio del Dio che è nel contempo l’assolutamente Altro e l’Emmanuele.

La NTVi intende riprodurre questo movimento, cercando di fare per la nostra generazione ciò che le traduzioni di Wycliffe e Lutero hanno fatto per le loro. In un certo senso, la NTVi decostruisce la lingua d’origine, intesa nella sua staticità, e con essa il contesto storico-culturale e sociale che l’informa per restituirne il portato al lettore italiano di oggi. Non solo, la NTVi decostruisce altresì le sovrastrutture delle molteplici traduzioni con cui entra in conversazione – Nuova Riveduta, CEI, (Nuova) Diodati, BIR ecc. – per riscoprire un testo che parli al lettore di oggi in Italia come parlava al lettore originario.

In definitiva, la NTVi pone in relazione il testo greco con il lettore italiano oggi, rappresentando una sorta di intertesto compiuto e dinamico, il terreno di un incontro tra il lettore e l’annuncio evangelico e, da ultimo, come vorrebbe Barth, lo spazio dell’incontro fra il lettore e Cristo.

Crediamo che la verità viva in questa parola; ma crediamo anche che questa verità non sia statica, fatta di enunciati che l’uomo possa controllare e custodire come un feticcio. La verità non può essere proprietà di una forma esterna, neppure di una forma che annunci quella verità. La sua natura è dinamica e relazionale e la persona che la informa non la si può cercare tra i morti.

La NTVi nasce come testo adatto a una lettura ad alta voce, un testo pensato per i giovani, per chi è digiuno delle Scritture, ma anche per coloro che hanno grande familiarità con le Scritture. La NTVi ha la capacità di decostruire i presupposti con cui ci avviciniamo al testo, rimuovere, per così dire, le lenti, i costrutti, attraverso cui lo leggiamo, consentendoci di riscoprirlo.

Lo sforzo editoriale compiuto dalla Società Biblica di Ginevra è altresì un invito nuovo rivolto alle donne e agli uomini italiani di questa generazione affinché possano scoprire che questa parola è per loro e affinché, scoprendola, conoscano la verità che vive in lei.

Veramente, capire la Bibbia cambia tutto!

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E’ un infinito conforto avere un Dio che è molto più saggio e

che mostra molto più  amore di quanto possa fare io.

Ci sono miriadi di ragioni per ogni cosa che fa e

permette e che non posso conoscere,

ma in lui è la mia speranza e la mia forza.

Tim Keller

 

Tim Keller, una delle più importanti figure del mondo evangelico americano, è andato con il Signore, dopo aver combattuto tre anni con un cancro al pancreas. Le parole che riportiamo come epitaffio sono quelle del Twitter dove egli annunciò la sua malattia e che ci sembrano sintetizzare efficacemente il suo messaggio.

Keller è stato un personaggio molto influente negli ultimi decenni nel mondo evangelico. Formatosi in alcuni dei seminari più rinomati, dopo aver lavorato con IFES (dove aveva vissuto anche la sua conversione) è stato per qualche anno professore al Westminster Theological Seminary, dove aveva anche preso il suo dottorato.

Come molti affermano in queste ore sarebbe potuto rimanere lì per il resto della sua vita, probabilmente i suoi libri avrebbero comunque avuto un certo successo. Ma la vera sfida per lui evangelico conservatore era quello di andare in una delle città più secolarizzate del mondo e riuscire ad avere successo nella missione del Vangelo. Per questo motivo nel 1989 è andato a New York dove è riuscito, nel cuore di Manhattan, a vivificare una Chiesa Presbiteriana ortodossa nella sua fede che, grazie a lui, è stata frequentata da centinaia di persone. 

Pertanto nel mondo evangelico Keller sarà soprattutto ricordato come predicatore di successo nell’era, come afferma Leslie Newbigin, del post-cristianesimo occidentale. La sua capacità è stata quella, pur rimanendo nella tradizione, di sapersi far ascoltare da un pubblico cui bisognava annunciare il Vangelo a partire da zero e cercando di comprendere il suo linguaggio. Per questo motivo ha cercato in autori come C.S. Lewis e J. Stott dei modelli da cui partire per imparare a parlare al mondo. E’ stato anche un fervido lettore non solo della letteratura evangelica, ma anche di quella secolare, con lo scopo di comprendere lo spazio in cui si muoveva.

Quando nel 2010 ho potuto ascoltare Keller a Città del Capo ho apprezzato soprattutto la sua analisi sociologica del mondo in cui viviamo e l’importanza di evangelizzare le città, luogo dove vivono la maggior parte delle persone della terra oggi, un po’ come i primi cristiani hanno evangelizzato in primis le città dell’Impero. 

Le sue posizioni “tradizionali” non gli hanno impedito di farsi sentire nel mondo secolarizzato e di acquistare un notevole rispetto che lo ha portato anche a contribuire ad alcune delle più importanti testate del panorama culturale newyorchese, che ha sempre avuto idee liberal. Ha scritto, oltre che per le case editrici evangeliche, anche per giornali come il New York Times (che lo ha avuto come suo host editor diverse volte da dopo l’attentato alle Torri Gemelle) a riviste come The Atlantic dove ha scritto proprio uno dei suoi più toccanti articoli dopo aver saputo della sua malattia. Questo ha dimostrato la sua capacità di saper parlare al mondo che, pur essendo in disaccordo, lo ha sempre ascoltato.

Fondatore con Don Carson di Gospel Coalition è stato uno degli esponenti del cosiddetto new calvinism negli Stati Uniti, ma ha sempre dato priorità ad una predicazione di Grazia ed Amore piuttosto che ad una basata sull’enfasi delle caratteristiche più peculiari del mondo Riformato. La sua scelta è stata dovuta soprattutto alla sua formazione ed anche a voler trovare quella che poteva essere una base teologica solida e ben strutturata.

Non sono mancate nella sua vita i momenti in cui sono stati evidenti alcuni contrasti come nel 2017 quando il Princeton Theological Seminary (oggi di tendenza liberale mainstream) voleva dargli (giustamente) il premio Abraham Kuyper (che viene conferito a predicatori e teologi riformati che si sono distinti nella conciliazione tra Vangelo e società) e poi ha ritirato il premio perché gruppi di studenti hanno dissentito a causa delle sue idee sul ministerio femminile (come tutti gli esponenti di Gospel Coalition Keller è rimasto complementarista e contrario al ministerio pastorale femminile, pur dando spazio alle donne nel diaconato) e per la condanna dell’omosessualità. Nonostante questo Keller comunque ha tenuto le conferenze Kuyper delineando i sette passi che si devono fare per evangelizzare il mondo occidentale, il più difficile oggi cui far ascoltare il Vangelo. La proposta era quello di ritornare ad un’apologetica simile a quella agostiniana della Città di Dio, a cercare una via di mezzo tra l’impegno per il sociale (voluto soprattutto dai protestanti storici) e l’annuncio del Vangelo, ad avere una critica della secolarizzazione partendo dall’interno del mondo cristiano piuttosto che dall’esterno, a sviluppare la doppia vocazione per coloro che sono impegnati nel mondo evangelico e nel mondo del lavoro, a guardare al mondo evangelico in modo globale e a non guardare solo al contesto americano (uno sicuramente dei limiti oggi di questo mondo), ad evidenziare la grazia che sola salva l’umanità ed a distinguere il Vangelo da comportamenti religiosi standard.

Se il discorso del 2017 a Princeton può essere visto come la sua sintesi teologico-pastorale, non va dimenticato che, in un periodo difficile per il mondo evangelico americano, Keller ha saputo tenere le distanze dall’agone politico (non mostrando indifferenza verso di esso, ma profondo interesse), ribadendo che il cristianesimo non ha un suo partito di preferenza e che, benché i credenti si debbano impegnare per il sociale, non possono sposare agende di particolari partiti o leader politici.

La testimonianza degli ultimi anni è stata sicuramente toccante, perché, pur mostrando le sue debolezze umane, Keller, nella malattia, ha mantenuto la fede nel Dio sovrano. Il suo lascito sarà importante soprattutto per la capacità che ha avuto di parlare al mondo in cui viviamo ed in questo va sicuramente imitato e preso come modello.

Valerio Bernardi – DIRS GBU

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Il santuario di Debre Libanos nel 1934

Quando in una Nazione si cambia Governo dopo diversi anni, quest’ultimo deve riprendere e intrecciare rapporti diplomatici con le altre Nazioni cercando di essere attento a quanto si dice, oltre che a quanto si fa. L’Italia, in questo momento è alle prese con diverse crisi internazionali, da quella del conflitto russo-ucraino a quelle rinvenienti dal continente africano, anche dei Paesi che, nella prima metà del XX secolo erano nostre colonie. 

E’ giusto che il Governo allacci e riallacci rapporti con questi Paesi ed è quello che ha cercato di fare l’attuale Premier con la sua visita in alcuni Paesi africani qualche giorno fa. Quando si va in questi Paesi non bisogna mai dimenticarsi di quello che è accaduto e di come, come tutte le altre nazioni, e forse anche più di esse, l’esercito coloniale italiano e i governi precedenti la Seconda Guerra Mondiale siano stati protagonisti di grandi atrocità e la nostra Nazione dovrebbe provare vergogna e chiedere scusa per tutto quello che è successo. 

Ad una domanda fatta al premier se fosse il caso di chiedere scusa per le atrocità commesse, la risposta è stata piccata e si è quasi voluto ricordare che un tale atteggiamento appartiene più ad un colore politico che ad un’intera Nazione. Va detto che, precedentemente due nostri Presidenti della Repubblica, Scalfaro e Mattarella, avevano riconosciuto che quanto successo nel passato va assolutamente condannato e che l’unico atteggiamento che uno Stato dovrebbe avere è quello di chiedere scusa.

Chiaramente per comprendere gli avvenimenti passati è giusto guardare alla storia ed anche a certe narrazioni di essa che sono passate nel nostro Paese. Dopo la sconfitta nel secondo conflitto mondiale, l’Italia perse tutte le sue colonie e, dato anche il breve tempo in cui aveva avuto questi territori al di fuori del nostro confine, per diversi decenni non si è riflettuto in maniera critica su quanto accaduto, su come i nostri connazionali si siano macchiati di crimini atroci, dovuti anche al fatto che si ritenevano i territori conquistati abitati da persone culturalmente e razzialmente inferiori. 

E’ passato, per diverso tempo, la “leggenda” che gli italiani, nei loro possedimenti coloniali, si fossero comportati bene, anzi che avessero portato la civiltà, costruendo “le strade” e comportandosi in maniera bonaria, perché gli italiani erano dipinti come “brava gente”, rispetto alla durezza imposta nei loro territorio dai britannici e dai francesi

Questa falsa narrazione (ancora presente oggi) è stata messa in discussione solo a partire dagli anni 1990, grazie anche ad un’attenta ricerca documentaria che ha fatto scoprire a diversi storici cosa fosse accaduto durante il periodo di occupazione coloniale da parte degli italiani. 

Uno dei primi ad occuparsi della dominazione coloniale italiana è stato Angelo del Boca. Del Boca, attraverso i suoi attenti studi delle fonti dell’epoca, ha dimostrato che la brutalità era presente già con i governi liberali che avevano iniziato la conquista dei territori a partire dalla fine del XIX secolo ed aveva raggiunto il suo apice nella campagna per la conquista dell’Etiopia, fortemente voluta da Mussolini. In quella cruenta campagna contro uno Stato che aveva mantenuto la sua indipendenza sin dall’antichità e che era per giunto abitato da una popolazione di antica fede cristiana, l’esercito italiano, supportato dalle camicie nere, non si fece scrupoli di usare le armi chimiche (proibite dalla Società delle Nazioni dopo il primo conflitto mondiale) e di approvare leggi razziali che precedevano quelle del 1938 contro gli Ebrei. La sintesi dei suoi studi si trova oggi nel testo Italiana brava gente, dove lo storico torinese dimostra come anche gli italiani furono malvagi e cruenti come tutte le popolazioni occidentali. 

Se qualcuno pensa che la missione italiana sia stata quella di importare la civiltà e la religione cristiana, dovrebbe informarsi e iniziare a sapere che la prima grande strage di credenti cristiani (di religione copta) fu fatta proprio dagli Italiani. In un clima come quello voluto dal Governo Fascista, che non aveva simpatie per le minoranze religiose e che era sceso a compromesso con la Chiesa Cattolica per cercare di evitare opposizione da essa,  i cristiani copti dell’Etiopia che continuavano a parteggiare per il Negus in esilio, erano di ostacolo ai propri piani e mostravano una resistenza che non si poteva sopportare. Per questo motivo Graziani nel maggio 1937 ordinò quello che è stato il più grande massacro di cristiani della storia del XX secolo.

Il governatore di Etiopia decise di far uccidere quasi tutti i monaci ed i pellegrini che si recavano a Debre Libanos, uno dei principali santuari della religione copta etiope. Ci furono più di 2000 vittime che non stavano opponendo resistenza e non erano in battaglia. La vicenda, “riscoperta” da pochi anni, è stata magistralmente ricostruita da Paolo Borruso nel suo libro Debre Libanos 1937. 

Per chi voglia una sintesi di quanto accaduto nella dominazione coloniale il testo da leggere è quello di Francesco Filippi Noi gli abbiamo fatto le strade, pubblicato un paio di anni fa.

L’A. smonta questa idea ricordando che l’imperialismo italiano è stato simile, in tutto e per tutto, a quello delle altre nazioni. con la differenza che, al contrario di quanto è avvenuto in Francia ed in Gran Bretagna, non abbiamo riflettuto in maniera critica sul nostro passato e, ancora oggi, non riusciamo a comprendere la portata di quanto accaduto durante il nostro periodo coloniale.

Interessante la ricostruzione di come sia iniziato l’imperialismo italiano e di che immagine abbia voluto dare di sé. Basterebbe ricordare l’idea di Pascoli sulla grande proletaria che si muove per comprenderlo: i governi italiani hanno sempre presentato l’occupazione coloniale come un’impresa fatta a beneficio delle classi meno abbienti che avrebbero potuto ricevere “nuove terre” dove formare e proprie fortune. L’idea di formare colonie di popolamento si è sempre infranta con la realtà dei fatti: le prime colonie italiane (Eritrea, Somalia e Libia) erano territori difficili, dove l’insediamento è stato o puramente commerciale o militare, ma dove gli “italiani” non hanno realmente trovato quello che gli era stato promesso.

Anche le motivazioni ulteriori delle occupazioni da parte dell’esercito italiano risultano essere pretestuose: si vanno ad occupare terre che sono “vuote” (come se gli abitanti del territorio fossero “non umani”), si por

ta la modernità in posti dove vigono ancora usanze medievali. Queste idee, secondo Filippi, continuano ancora oggi a dominare la mentalità comune quando si parla di questa parte della nostra storia, cosa che viene fatta sempre in maniera piuttosto superficiale.

Il riguardo per le popolazioni conquistate sono date dalle immagini da cui prende il titolo uno dei paragrafi del libro che narra dei tratti bestiali che venivano dati agli indigeni: selvaggi con l’“anello al naso” e con “la sveglia sul collo”. Manca del tutto, quindi, un qualsiasi sguardo antropologico, neanche quello di un’antropologia evoluzionista che cerchi di fare una distinzione tra le popolazioni. .

Il volume si conclude con un capitolo dedicato a come è stata percepita dagli italiani il possesso di colonie dopo averle perse. L’A. si sofferma sul fatto che l’Italia non è stata capace di una reale ricostruzione della memoria coloniale ed ha continuato a cercare di creare una sorta di diversità rispetto agli altri Paesi o a dimenticare cosa fosse realmente successo. Le stragi, il razzismo (che va ricordato fu prima applicato in Italia alle popolazioni coloniali) sono scarsamente ricordati dalla nostra storia e anche dalla nostra antropologia. 

Rispetto a questo quadro, confermato da diversi storici oggi e documentato dalle accurate ricerche fatte (non va dimenticato anche Nicola Labanca che ha dedicato importanti saggi alla storia delle colonie italiane), che atteggiamento dovremmo chiedere come evangelici rispetto a quanto accaduto nel passato?

Non dimentichiamoci che Cristo è venuto per tutti ed il nostro compito è quello di annunciare il Vangelo a tutto il mondo, perché per Dio non vi è alcuna distinzione tra gli uomini. Proprio per questo motivo volevo concludere con alcune parole dell’Impegno di Città del Capo, voluto dal Movimento di Losanna e che, in una prospettiva missiologica che guarda alla storia afferma: “Riconosciamo con dolore e con vergogna la complicità dei cristiani in alcuni dei più devastanti scenari di violenza e di oppressione etniche e il deplorevole silenzio di un’ampia parte della Chiesa quando si sviluppano tali conflitti. Questi scenari includono la storia e l’eredità del razzismo e della schiavitù della gente di colore, l’Olocausto contro gli ebrei, l’apartheid, la «pulizia etnica», la violenza settaria fra cristiani, la decimazione delle popolazioni indigene, la violenza interreligiosa, etnica e politica, la sofferenza dei palestinesi, l’oppressione di casta e il genocidio tribale. I cristiani, che con la loro azione o con la loro passività contribuiscono alla frammentazione del mondo, minano seriamente la nostra testimonianza al vangelo della pace”.  

Anche il nostro Paese ha partecipato a tutto questo e come Chiesa non possiamo tacere e dobbiamo provare vergogna e dolore. 

                                                                                                                                                    Valerio Bernardi – DIRS GBU

 

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Pubblichiamo volentieri questo contributo di Daniele Mangiola su Assasination Classroom, un manga di successo soprattutto tra i più piccoli. Si tratta di un aspetto culturale che sempre più sta affascinando il mondo dei più giovani e le osservazioni qui fatte ci paiono di valore. Buona lettura!

V.B.

Assassination Classroom.

Sogni d’oro, mamma e papà.

Dell’etica, la vita e la scuola che gli anime raccontano di notte ai bambini

 

Capitolo primo

Se, contro ogni evidenza, Dio permetterà all’umanità di abitare questo o qualche altro pianeta tra cent’anni, sarà interessante vedere come si racconterà il tempo nostro.

Il nostro modo di maneggiare l’etica, per dirne una. Ci siamo tanto affaticati, affaccendati a decostruire, smantellare il concetto stesso di fondamento morale, e abbiamo anche creduto di avercela fatta. E ora ci barcameniamo tra il drammatico e il comico, tra un farsesco meditativo e compunto e un tragico giocoso e spensierato. Ma questi sono sproloqui inutili e pomposi.

Per tornare alle piccole cose, c’è l’universo dei manga e degli anime, che se qualcuno lo avesse giudicato negli scorsi decenni trionfante, dovrebbe trovare un vocabolo adatto a descriverne il successo e la diffusione attuali, ancora maggiori di prima.

Assassination Classroom nasce come manga dalla matita del fumettista giapponese Yusei Matsui attorno al 2012, poi, come è la sorte dei fumetti di successo, diventa un anime, una serie televisiva nel 2015, dal 2022 finalmente doppiata e trasmessa per il pubblico italiano.

La trama racconta di un essere mostruoso che un bel giorno fa esplodere la Luna distruggendo il 70% della sua struttura. Tutti i tentativi degli eserciti terrestri di sconfiggerlo e abbatterlo si rivelano inutili. Il mostro chiede di poter essere regolarmente assunto come insegnante della classe 3a della sezione E di una piccola scuola media di provincia, in Giappone, ovviamente. Il patto che propone ai governi della Terra è semplice: durante l’anno scolastico egli stesso addestrerà i suoi studenti ad ucciderlo. Se ci riusciranno, bene, altrimenti, alla fine dell’anno scolastico, egli distruggerà il pianeta Terra così come ha già fatto con la Luna.

Tutto questo, come è giusto che sia, è oggetto di trattative governative segretissime, soltanto i ragazzini della 3E sono a conoscenza del progetto.

Il fatto è che questa mostruosa specie di polpo indistruttibile e dalla velocità supersonica, a cui gli stessi studenti affibbiano il nome di Korosensei, si rivela un insegnante meraviglioso: disponibile oltre ogni immaginazione, empatico, efficacissimo nel valorizzare i talenti individuali, motivatore impareggiabile, simpatico, sempre sorridente oltreché, ça va sans dire, preparatissimo. E dunque tutti, spettatori compresi, si innamorano da subito di questo pericolosissimo essere.

E come si uccide con rispetto qualcuno che si ama e si ammira? Primo paradosso etico.

Il secondo paradosso è dato dal fatto che, come ci si potrebbe attendere se un giorno un tale mostro venisse ad insegnare in una scuola media delle nostre, i servizi segreti dei governi mondiali tentano di eliminarlo, inviando superprofessionisti dell’assassinio. L’obiettivo è salvare la Terra, l’umanità. Lodevolissimo. Eppure tutti questi spietati cecchini appaiono agli studenti, e a tutti noi spettatori che divoriamo le varie puntate, come dei biechi e malvagi assassini. E tutti gioiscono ogni volta che Korosensei neutralizza i vari tentativi di eliminarlo.

La prima stagione della serie gioca magistralmente su questo paradossale piano etico, smantellando dal di dentro ogni certezza morale residua del dodicenne che passa notti insonni a seguire rapito le puntate sullo smartphone: i genitori di là dormono più o meno tranquilli, sta solo guardando dei cartoni animati.

La seconda stagione lentamente scivola verso un contesto etico più convenzionale, a dimostrazione del fatto che, per quanto sia bravo in chiacchiere, l’essere umano non abbia saputo trovare, alla fine, un’alternativa veramente coerente a quella della morale tradizionale, in cui il bene e il male sono quello che sono, e il bene si identifica in qualche modo con cose vecchie e trite quali l’amore, la giustizia, la misericordia; che gira e rigira, non si sia trovata una narrazione veramente alternativa a quella che già avevamo.

 

Capitolo secondo

Dicevamo, dunque, che Korosensei è un insegnante meraviglioso.

La sezione E sta per “End”, la sezione in cui vengono relegati i falliti, gli incapaci, gli scarti del lavorìo di selezione quotidiana della scuola. Questo manipolo di rifiuti umani il polpo giallo alto due metri sceglie come propri allievi e questi gradatamente crescono in autostima e talenti fino a competere con gli studenti più capaci dell’istituto.

E mentre Korosensei rivela tutte le qualità che un insegnante dovrebbe manifestare, la scuola in quanto istituzione mostra tutti i suoi lati oscuri e fallimentari.

Korosensei non coltiva né promuove la propria autorità personale, il rispetto apriori, il rendimento tout court, non pratica una pedagogia sanzionatoria o correttiva, ma, nella migliore arte maieutica, permette a ciascuno di scoprire il proprio tesoro interiore.

E, mentre lo fa, l’istituzione scolastica lo ostacola, perché l’elevazione dei reietti mette in crisi il sistema classista su cui la scuola stessa si fonda: selezionare le future leadership mandando avanti i più adatti al comando, cioè anche i più allineati, è il patto di cobelligeranza tra scuola e società. Questo mostro pretenderebbe far saltare il banco prima ancora che la Terra intera. Lo scontro tra due modi di educare è esplicitamente rappresentato, senza possibilità di fraintendimenti.

Il ragazzino dodicenne che passa notti insonni guardando le puntate della serie assiste alla lotta tra pedagogia maieutica e pedagogia nera. Il giorno dopo, al suono della campanella, si aggira per corridoi e aule della propria scuola media e osserva sfilare davanti a sé i funzionari del sistema scolastico che pretendono di insegnargli e educarlo. Da quale parte li classifica? Come li giudica, a partire dalle nuove conoscenze che durante la notte si è fatto? Come vede il luogo nel quale trascorre la trentina di ore settimanali che gli sono state imposte, alla luce di quello che la notte gli sta raccontando?

Il fatto è che, giusta o sbagliata, eroica o cialtrona, la scuola non ha ancora realizzato quanto profondi e significativi stiano diventando le esperienze, le informazioni, gli input extrascolastici che raggiungono il bambino di questo scorcio del XXI secolo. Si illude e pretende, la scuola, di essere ancora, come in passato, usando i modi del passato, formatrice determinante della percezione del mondo del bambino, tramite fondamentale del suo accesso alla conoscenza o alla cultura.

È convinta ancora della sacralità del lavoro quotidiano, anche domestico. Non ha alcun sospetto che per fare una parafrasi di un componimento qualsiasi sia sufficiente chiederla a ChatGPT e ottenerla in una manciata di secondi. Con tutto lo sforzo di onestà del povero studente, di fronte alla prospettiva di quattro o cinque ore pomeridiane di studio matto e disperatissimo, come non cedere ad una tale tentazione? E qualche insegnante magari se ne accorge e pensa di ovviare aumentando la vigilanza e la coercizione pur di ottenere quanto tradizionalmente si otteneva. Come provare a tenere fuori di casa le zanzare installando un’inferriata…

Senza esagerare con le lodi, Assassination Classrom è un prodotto che riesce nella propria pretesa di offrirsi come trattato di pedagogia e di etica, rispettando fino in fondo lo stile fatto di leggerezza e dinamismo della tradizione anime. Adattissimo alla visione per adulti, come accade per molti dei lavori di animazione giapponese, per i quali, inspiegabilmente, si continua a perseverare col vecchio fraintendimento, che si tratti soltanto di roba per bambini.

 

Daniele Mangiola

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di Giacomo Carlo Di Gaetano

Questa affermazione potrebbe ben assurgere allo status di quaestio degna delle migliori dispute teologiche medievali. In effetti, da un punto di vista dogmatico, ci sarebbe molto da discutere, incrociando i dati della dottrina della creazione con il corredo di quali fossero le dotazioni della creatura umana a immagine di Dio che poi sono andate perse con la caduta nel peccato, con quelli della dottrina del peccato e dell’antropologia, su quale sia la portata epistemica del peccato. Se cioè in questi sia ricompreso anche il rifiuto di credere nell’esistenza di Dio (incredulità), postura riconducibile a un’interpretazione piana del termine ateismo.

Ma in queste righe non mi interessa tanto la posta in gioco teologica, anche se personalmente, a leggere Romani 1, una certa idea ce l’ho e propende verso il corno della negazione, vale a dire che non sembrerebbe contemplata nella condizione di depravazione totale, nella condizione di caduta nel peccato, la non credenza, la negazione dell’esistenza di Dio.

Ragion per cui si pone il problema della sua origine: da dove viene la negazione professata della non esistenza di Dio?

L’affermazione vuole semplicemente porre il problema in questi termini: l’ateo non inizia la sua riflessione sul mondo a partire dal presupposto che Dio non esiste. Affermazione questa che in qualche modo vuole passare al lato all’esperimento attribuito a Ugo Grozio o più in generale allo scetticismo del Seicento: etsi Deus non daretur.

«Dio non esiste» sarebbe al contrario la conclusione di un percorso di varia natura: logico–argomentativo, esistenziale, fenomenologico, razionalistico, psicologico, sociologico, scientifico, etc. La rilevazione di questo spostamento, dal presupposto alla conclusione, è probabile che non avvenga nell’arco della speculazione o dell’esistenza di un solo individuo, di un solo pensatore – sulla possibilità di commisurare esistenza e speculazione filosofica del singolo, si guardi allo scritto ebraico e biblico di Qoelet.

La rilevazione potrebbe avvenire nel considerare dei fenomeni che vadano oltre le singole biografie, che coinvolgano periodi storici o scansioni temporali e culturali (si pensi agli anni in cui era in voga il nuovo ateismo!).

Questa possibilità, vale a dire che l’affermazione «Dio non esiste» sia una conclusione e una meta del percorso della mente umana piuttosto che un presupposto o un punto di partenza, spiazza totalmente l’impresa apologetica e in particolare l’apologetica evangelica degli ultimi vent’anni. Questa, infatti, è stata incentrata molto sulla mossa di poter dimostrare, magari dialogando, argomentando, dibattendo che no, non bisogna partire dal presupposto che Dio non esiste, ma dal presupposto opposto, Dio esiste, e ci sono molte cose che lo dimostrerebbero. Addirittura, una vera e propria scuola apologetica si è intestata questa strategia, definendosi appunto, presupposizionalismo.

Ebbene, che cosa cambierebbe se, invece di considerare la posizione atea un punto di partenza, la considereremmo al contrario un punto di arrivo, a volte di vero e proprio approdo?

In primo luogo, avremmo un indizio sulla possibilità di costruire una eziologia dell’ateismo; e qui scopriremmo che molto spesso la posizione atea è seconda rispetto alle posizioni teistiche variamente articolate nel corso della millenaria avventura della teologia, ma anche filosofia, cristiana.

Scopriremmo anche che alcune posizioni atee sono, legittimamente, conclusioni raggiunte a partire da costruzioni dogmatiche che tanto dicono di Dio quanto si allontanano dall’esperienza diretta del divino e, in particolare, dall’esperienza del Dio della Bibbia.

In secondo luogo, si aprirebbe la possibilità di ripercorrere, con tanta umiltà da parte dell’apologeta, il percorso che ha condotto alla conclusione ateista. Che cosa voleva dire veramente Nietzsche, quando fa dire a Zaratustra che «Dio è morto»? Con chi ce l’aveva l’altro maestro del sospetto, collega del filosofo del nichilismo, quando affermava che la «religione è l’oppio dei popoli»? Possiamo far nostro l’avvertimento freudiano sulle tante illusioni che albergano il discorso religioso, incluso il gergo della teologia cristiana.

L’ontoteologia tanto aborrita da gran parte della filosofia contemporanea è veramente un frutto indigesto del lavoro della teologia cristiana che ci presenta un Dio davanti al quale non possiamo più rivolgere preghiere e, quindi, meglio da rimuovere come uno dei deliri della mentalità violenta del pensiero occidentale?

Ci vuole un grande bagno di umiltà per ascoltare la conclusione dell’ateo e poi chiedergli, va bene, le tue conclusioni appaiono corrette, ma vogliamo ripercorrere la strada insieme per vedere se il Dio della Bibbia coincida totalmente con il dio dell’ontoteologia? Se c’è ancora una differenza, una pascaliana differenza, tra il dio dei filosofi e il Dio di Abraamo, Isacco e Giacobbe?

Forse un aiuto in un simile rovesciamento di prospettiva può venirci dall’illuminante fatica di Paolo Ricca che nel suo Dio. Apologia (Claudiana 2022) ci fornisce un esempio, soprattutto nella prima parte, Dio nella modernità (pp. 31–151), in cui entra all’interno di molti percorsi ateisti della modernità tracciando bilanci e trovando inaspettate possibilità apologetiche.

Un libro sicuramente non esente da spunti su cui continuare a riflettere, soprattutto per il debito che paga a Karl Barth, pensatore non molto distante da quella corrente del presupposizionalismo a cui si faceva riferimento sopra, ma tuttavia un libro che dovrebbero leggere e meditare tutti coloro che hanno a che fare con gli studenti universitari nella speranza di condividere con loro Gesù da studente a studente.

Se poi non bastasse, allora non possiamo non segnalare che, proprio il tema dell’ateismo e del vivere con e insieme agli atei, è il tema del XVI Convegno di Studi GBU (7–10 dicembre 2023) «Vivere e confrontarsi con l’ateismo».

Raccogliamo la sfida: andiamo in cerca di coloro che, forse, un po’ anche per colpa nostra, pur non essendo nati atei, sono diventati tali!

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di Valerio Bernardi

Nelle testate giornalistiche di fine e inizio anno, almeno in Italia, le notizie che hanno maggiormente spiccato sono quelle della morte di due personaggi celebri: Pelé e Benedetto XVI.

Lasciando momentaneamente da parte il tentativo di un bilancio sul primo, cercherò di tracciare un breve profilo valutativo di quello che è stato il primo Papa emerito della storia: Joseph Ratzinger/Benedetto XVI. Tentare di tracciare un bilancio del suo operato significa cercare di tracciare un bilancio del cattolicesimo post-conciliare e risulta impresa ardua. Partirò da due episodi significativi per me e, penso, rappresentativi di quello che ha fatto Papa Benedetto XVI.

Ho avuto la possibilità di sentire Ratzinger, quando era cardinale e rivestiva, sotto Giovanni Paolo II, la carica di Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (ovvero era il capo dell’ex Sant’Uffizio e tribunale dell’Inquisizione) qui a Bari in una conferenza intitolata Unità e pluralità nella Chiesa. Sicuramente durante il suo eloquio si poteva dedurre che si trovava di fronte ad un teologo profondamente erudito e ben a conoscenza dei meccanismi della Chiesa in cui militava, ma, a me, giovane evangelico faceva sorgere diversi dubbi soprattutto quando, di fatto, negava la possibilità di qualsiasi pensiero dissenziente nei confronti del Magistero della Chiesa, ribadendo l’importanza del suo ruolo e della Curia nello stabilire quali fossero le basi della fede cattolica. Si trattava del Ratzinger che, appena qualche mese prima, aveva condannato in maniera ferma i Teologi della liberazione dell’America Latina, sostenendo che (forse anche giustamente) non ci poteva essere una conciliazione tra Marx ed il Magistero della Chiesa, ma, allo stesso tempo, ignorando le opzioni da cui era nata quella teologia e la questione della povertà che è sempre stata e deve sempre essere al centro del dibattito cristiano sin dai tempi biblici.

Il secondo ricordo, più vicino nel tempo, riguarda le sue dimissioni. Nella scuola dove insegno, nonostante la maggior parte dei ragazzi non sia normalmente interessata a questioni religiose e siano molto critici nei confronti della Chiesa Cattolica, le dimissioni di un Papa ha suscitato scalpore. Per questo motivo gli studenti hanno deciso di dedicare una loro assemblea di Istituto alla questione e, tramite la loro docente di religione, sono riusciti ad invitare Don Nicola Bux, un importante esponente del clero vicino a Comunione e Liberazione e collaboratore del Pontefice mentre era cardinale e Prefetto del Sant’Uffizio. Nonostante le varie dicerie sulla questione delle dimissioni (incapacità di governare la Chiesa, scandalo della pedofilia etc. etc.) Bux ha dato forse una delle migliori spiegazioni dell’accaduto: Ratzinger vedeva declinare la sua salute e, in tutta coscienza, non se la sentiva di continuare a governare senza vigore la Chiesa Cattolica.

Questi due episodi, a parte la lettura di diversi suoi testi e discorsi sono quelli che mi rimarranno impressi quando, anche in futuro, ricorderò Ratzinger. Ovviamente ci sono tante altre cose da poter discutere e voglio qui ricordarne qualcuna.

In primo luogo, Ratzinger è stato un teologo tedesco, formatosi in Baviera e docente alla facoltà teologica cattolica di Tubinga, uno dei più prestigiosi atenei tedeschi, dove è stato collega per diversi anni di Hans Küng, condividendone le posizioni progressiste almeno sino alla metà degli anni 1970, quando soffermandosi negli studi sul ruolo della Chiesa ha iniziato a reinterpretare alcune delle cose ribadite dal Concilio Vaticano II, si è allontanato dalle posizioni di critica nei confronti del Magistero e del ruolo del Pontefice ed ha ribadito un concetto di chiesa sacramentale che rimane uno dei pilastri del Cattolicesimo. La sua conversione non è stata repentina né frutto di un cambio di casacca per questioni squisitamente politiche (anche se è vero che ciò gli ha permesso di far carriera nella Curia), quanto un autentico timore dello sfaldamento della Chiesa Cattolica.

Questo lo ha gradualmente portato a divenire uno dei maggiori teologi dell’ala conservatrice della Chiesa Cattolica, condannando qualsiasi tentativo di andare al di fuori di schemi tradizionali. Allo stesso tempo, però, Ratzinger è stato colui che ha cercato di dialogare con il mondo secolarizzato occidentale. Lo ha fatto in diverse occasioni ed è entrato in dialogo sia con Habermas in Germania che con Flores d’Arcais in Italia. I suoi tentativi erano portati avanti anche da quello che, a mio parere, rimane il più importante documento ufficiale da lui scritto (anche se non ufficialmente) che è l’enciclica di Giovanni Paolo II Fides et Ratio. In tale scritto il teologo tedesco è entrato in dialogo con il pensiero contemporaneo, cercando di ribadire un concetto di razionalità diverso da quello voluto dall’Illuminismo occidentale. La proposta è risultata interessante anche se il costante richiamo alla tradizione tomista come una sorta di “filosofia” ufficiale della Chiesa, appare limitante e forse troppo ristretta per un pensiero come quello evangelico che si è lasciato indietro l’impalcatura realista del periodo medievale.

Le testate giornalistiche italiane (in particolare Repubblica che non ha mai brillato per le sue competenze in campo religioso) continuano a ricordare il famoso discorso di Ratisbona fatto da Pontefice e lo ricollegano ad una sorta di antislamismo. Se è vero che Benedetto XVI in un passaggio di quel famoso discorso faceva riferimento all’Islam ed al fatto che tale religione non ricorresse alla ragione e non chiedesse alla fede l’uso dell’intelletto, è vero che l’intero discorso era una serrata critica al pensiero occidentale contemporaneo che era ricollegato in particolar modo al Protestantesimo e ad una linea di pensiero che partiva da Lutero ed arrivava fino a Kant in cui Dio era stato abbandonato a favore dell’uomo. Ratzinger (che in altri discorsi ha avuto parole di elogio per Lutero) ribadiva una vecchia linea di pensiero che riportava la responsabilità della secolarizzazione dell’Occidente alla Riforma Protestante, vista sempre con rispetto dal pensatore tedesco, ma anche guardata con una certa diffidenza.

Questo è, a grandi linee (se vogliamo anche in maniera sin troppo sintetica) il percorso di un grande personaggio per la Chiesa Cattolica. Cosa possiamo dire noi da evangelici? Intanto come spesso accade, a prescindere dal credere o meno nei rapporti ecumenici e di dialogo con la Chiesa Cattolica, il pensiero di Benedetto XVI va trattato con rispetto e lo si deve leggere con attenzione anche nei suoi tentativi divulgativi della fede che non sono mancati (non dimentichiamo che da Pontefice ha scritto delle monografie dedicate alla figura di Gesù, sicuramente discutibili in alcune conclusioni, ma molto interessanti perché si tratta, anche in questo caso, della prima volta che un Pontefice affermava di aver scritto libri da studioso e non da Capo della Chiesa). Leggendo i suoi testi è chiaro che le sue tesi rimangono pienamente all’interno della tradizione cattolica e, per questo, la sua concezione di Chiesa, il suo cedere in alcuni momenti al culto mariano, la sua idea di Magistero sono, da un punto di vista evangelico criticabili. Vanno però apprezzati il suo tentativo di dialogo con la società contemporanea, l’idea di render ragione della propria fede, quella di voler divulgare il suo pensiero. E, in ultimo, rimarrà sicuramente nella memoria dei posteri il suo atto più rivoluzionario: le sue dimissioni. Benché tradizionalista, Benedetto XVI ha rotto con una tradizione millenaria ed ha mutato l’idea di pontificato proprio abbandonando il soglio pontificio ed ammettendo che non si può dirigere una Chiesa in tarda età ed in condizioni precarie di salute. Probabilmente questo sarà uno dei suoi lasciti più significativi, oltre quelli della sua opera.

(Valerio Bernardi – Dirs GBU)

L’articolo La morte del papa-teologo. L’opinione di un evangelico. proviene da DiRS GBU.

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di Giacomo Carlo Di Gaetano

Sono passati più di duecento anni da quando il filosofo Emmanuel Kant, nella Critica della Ragion pura, nell’Appendice alla Dialettica trascendentale, dopo aver delimitato “criticamente” il campo del sapere che poi va a sostanziare la scienza, cercò di fare i conti con le “idee” della ragione. Le idee, prodotto intellettivo dalla natura sfuggente e che possono richiamare, ineludibilmente, altre dimensioni dell’esistente, non hanno il crisma di ciò che può condurre alla costituzione di un sapere, come i concetti; tuttavia, sono lì, influenzano, condizionano

Tra esse ce n’è una che è forse più ineludibile di tutte, l’idea di Dio!

Ecco allora che Kant scopre, per queste idee, un altro ruolo, un’altra funzione, quello della regolazione. Non portano a niente, però aiutano a mettere ordine e sistematicità in ciò che conosciamo, che veniamo a conoscere, ci spingono verso un focus, un obiettivo. Regolano il nostro sapere non dogmaticamente ma come impulso, come direzione.

Può tutto questo armamentario concettuale, qui delineato in maniera certamente superficiale, essere trasportato dal campo del sapere, dove Kant lo concepì, ad altri campi, a quello della morale (dove Kant immaginava ben altro), a quello della politica, a quello del vivere associato degli uomini, al tema della pace e della guerra?

Forse non sono il primo a fare questa comparazione ma penso che l’ideale regolativo di kantiana ascendenza possa ben esprimere il posto concettuale che potrebbe occupare il tema della pace in questo momento (scrivo all’indomani della grande manifestazione del 5 novembre a Roma organizzata da Europe for peace).
Il tentativo nasce dal tormento reale e non superficiale che chiunque, e in particolare anche un cristiano che vuole essere sensibile alla globalità del pensiero biblico (noi lo chiamiamo “il consiglio di Dio, At 20:27) avverte e prova nei confronti della guerra in Ucraina. Le condizioni storiche e geopolitiche acuiscono il tormento intellettuale. Sono pochi i paragoni possibili per l’aggressione della Federazione russa. Forse, con molti distinguo, e andando indietro negli anni, se teniamo conto di ciò che è accaduto dal 1991, anno della disgregazione della vecchia Unione sovietica, una crisi che avrebbe potuto avere uno sviluppo simile (ma che non lo ha avuto) si registrò trent’anni prima, nel caso dei missili sovietici a Cuba (anni ’60).

Oggi siamo di fronte a una situazione anomala; i profili relativi alla giustizia sono abbastanza netti: c’è il diritto internazionale, c’è l’autodeterminazione dei popoli, anche a difendersi, c’è lo scontro tra “democrazie” e “autocrazie” tra regimi di libertà (come quello nel quale il sottoscritto può scrivere quello che sta scrivendo, professare la propria fede – si ricordi: la libertà di culto è la madre di tutte le libertà occidentali!) e regimi che reprimono le libertà, guarda caso, anche la libertà di religione, soprattutto quando la religione viene assunta a stampella ideologica della guerra.

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Ma i profili relativi alla pace non sono così netti. La pace è al più un desideratum aleatorio affidato, da chi sul campo dirige le operazioni – di guerra, a un fatalistico domani che verrà, se verrà, considerato lo spettro dell’olocausto nucleare. Può essere utile al riguardo leggere l’ultimo libro di Massimo Rubboli (qui di fianco la cover)

Ed è qui che l’ideale regolativo kantiano potrebbe aiutare. La pace è e deve essere un ideale. Negativamente questo significa che la pace appare senza alcunché di definibile e percettibile: dove potremmo noi rilevare percezioni di pace che andrebbero a sostanziare un concetto, un sapere e delle azioni concrete di pace? Mosca dovrebbe essere il primo posto in cui rilevare queste percezioni, ma assolutamente nulla. E altrove? Si fa a fatica a precipitare la pace dal campo dell’ideale a quello del sapere, dalle idee al concetto.

Positivamente, però, è possibile che questo ideale giunga a regolare il pensiero e l’azione già qui e ora. Quali percorsi questo ideale sta illuminando? La piazza di ieri mi pare un piccolo sussulto che mette in circolo delle vibrazioni. Esse concernono le opinioni pubbliche; sono piazze, non sono ambasciate e diplomazie e tuttavia tante volte nella storia (vedi guerra in Vietnam) le opinioni pubbliche hanno scoperto dei possibili percorsi diplomatici.

La pace come ideale regolativo potrebbe anche mettere d’accordo i sostenitori dell’appoggio (anche militare) a Kiev e i sostenitori del “fermiamo le armi” ora (posizione questa che vive tutta nell’ideale); sì perché il primo, l’appoggio militare, ben si colloca in un tempo e in uno spazio determinato, sempre all’insegna dell’ideale regolativo della pace. C’è un tempo in cui è stato necessario dire no, questo non deve accadere. Che cosa sarebbe accaduto a febbraio, infatti, se l’Ucraina non avesse vissuto quella straordinaria primavera di “resistenza”?

Ma se la pace è un ideale che regola i nostri passi oggi, concretamente, allora lo spazio per la guerra (è triste parlare così) è e deve essere uno spazio e un tempo determinato. Ma il tempo e lo spazio non lo decide la guerra stessa ma lo decide l’ideale regolativo della pace. Abbiamo provato la guerra di resistenza, abbiamo vinto tutti con il popolo ucraino; adesso, facendoci condizionare dall’ideale, bisogna regolare i passi in modo diverso.

Che i governi occidentali, soprattutto europei, trovino lo scatto per creare al loro interno delle task force per la pace, piccoli gruppi di lavoro che mettano insieme magari governanti e opposizioni (altro ideale!), i quali a loro volta si interfaccino a livello continentale e planetario, che bussino alle case dei due belligeranti chiedendo loro di fornire uomini per discutere e ragionare di confini, di territori, di popolazioni, di sicurezza, di deterrenza…. Forse già la volontà di interrompere la fornitura di armi all’Ucraina potrebbe essere un qualcosa da mettere sul piatto delle trattative da intraprendere sul percorso dell’ideale della pace che regola.

È utopistico pensare tutto ciò? Certo, “utopia” e “ideale” non sono la stessa cosa, ma entrambi provengono da quel campo della “realtà” in cui non ci sono certezze, dogmi e ideologie. È il campo dell’umano, della voglia di vivere, in pace, cercando di creare lo spazio per quello che conta veramente.

E che cosa conta veramente, in questo scorcio segnato da una pandemia che ancora non ci lascia, da una crisi climatica che ha mostrato tutta la sua ferocia nella scomparsa delle stagioni, di una crisi economica e migratoria che si infiamma giorno dopo giorno?

Che cosa dobbiamo sperare (altro interrogativo kantiano)?

Nella mente di un cristiano evangelico quello che conta veramente è la possibilità di poter dire agli altri esseri umani che viviamo nell’ultimo tratto della storia quello segnato dalla morte e dalla risurrezione di Gesù Cristo; c’è una buona notizia da far circolare, da far comprendere, da incarnare per mostrare modelli di vita segnati dalla pace, quella che Gesù dà e non quella che il mondo dà (sono le parole dello stesso maestro di Nazaret, Gv 14:27).

Possiamo dire, che la pace non è un fine in sé per l’essere umano? È ancora Kant che ci mette in guardia da un ottimismo superficiale facendo appello a tutta la forza della parte pratica della ragione, allorquando si confronterà con il tema del “male radicale” presente nel mondo degli uomini, e di cui la guerra non è altro che l’espressione più parossistica. No, la pace non è un fine in sé; semmai la pace è un mezzo per altro fine. Con essa, per esempio, gli uomini possono fiorire (M. Volf), e con essa i cristiani possono mettere mano al supporto necessario della buona notizia che hanno tra le mani, la sua proclamazione.

Ecco abbiamo bisogno della pace come un ideale che regoli i nostri passi ora, perché abbiamo questo compito, urgente, per le popolazioni dell’Ucraina e della Russia, ma anche per quelle che vivono a Washington, a Berlino, come a Roma!

Ma voi, carissimi, non dimenticate quest’unica cosa: per il Signore un giorno è come mille anni, e mille anni sono come un giorno. 9 Il Signore non ritarda l’adempimento della sua promessa, come pretendono alcuni; ma è paziente verso di voi, non volendo che qualcuno perisca, ma che tutti giungano al ravvedimento (2 Pt 3:18)

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di Valerio Bernardi

Il 28 ottobre di quest’anno ricorre un centenario che gli italiani forse vorrebbero dimenticare: quello della Marcia su Roma, l’avvenimento con cui Benito Mussolini ed il Partito Nazionale Fascista salirono al potere in Italia, trasformando lo Stato liberale in una dittatura che avrà una durata ventennale e che trascinò l’Italia in un vortice di catastrofi politiche e morali che vanno dall’avventura coloniale tardiva in Etiopia, all’approvazione delle leggi razziali fino alla partecipazione, a fianco di Germania e Giappone, nel Secondo conflitto mondiale.

Cosa è stata la Marcia su Roma? Si è trattato di un evento eversivo che ha voluto forzare l’apparato istituzionale liberale (logorato dal primo conflitto mondiale) ed ha portato al potere un partito che non aveva ricevuto la maggioranza dei suffragi del popolo italiano. La Marcia su Roma in sé e per sé sarebbe stata del tutto inefficace se l’apparato militare e la Corona non avessero di fatto avallato il tentativo non firmando lo stato d’assedio della città di Roma che avrebbe permesso all’esercito di arrestare i rivoltosi e di reprimere il tentativo.

Gli storici oggi si chiedono se quanto accaduto si potesse evitare e si potesse prevedere. Per alcuni, come Emilio Gentile, la Marcia su Roma era figlia del clima di violenza scoppiata in Italia nel Primo dopoguerra ed era pertanto inevitabile, anche se non bisogna vedere Mussolini ed il Partito Fascista come i “salvatori” del Paese, quanto come coloro che già avevano in mente di costruire uno stato dittatoriale che limitasse anche le libertà personali e i diritti democratici dei cittadini. Altri come De Bernardi e Fornaro ritengono che l’evento si poteva evitare arrivando a compromessi maggiori sia da parte dei partiti di sinistra che da parte dei liberali. Tutti però sono concordi che quell’atto di “spavalderia” istituzionale ha rotto il fragile equilibrio democratico che con fatica si era costruito nella nostra Nazione e che aveva permesso ad un Paese sicuramente povero ed arretrato di garantire le libertà individuali.

Cosa ha significatoUna lunga marcia verso la libertà per gli evangelici italiani la salita al potere di Mussolini e del Partito Fascista? All’inizio sarebbe potuto sembrare che non ci sarebbero stati effetti particolari e che, anzi il “solido” anticlericalismo del futuro Duce (che aveva scritto un libro dedicato a Jan Hus proprio in chiave anticattolica) e la ricerca di un Uomo nuovo, una sorta di Nuova Nascita per l’uomo contemporaneo (ben esplicitato dal quadro del futurista Balla messo come immagine di questo scritto) potessero essere condizioni per una sorta di alleanza e, forse, per una non interferenza con gli affari religiosi. Del resto, non bisogna dimenticarlo, lo Stato italiano, almeno sino a quel momento, aveva avuto, nelle istituzioni, una certa simpatia per il mondo evangelico, proprio per il suo anticlericalismo dovuto a quanto successo nel momento dell’unificazione. Anche le istituzioni erano state piuttosto aperte nei confronti delle religioni minoritarie, tanto, ad esempio, di aver permesso la presenza di cappellani di altre religioni all’interno dell’esercito che era impegnato nel primo conflitto mondiale.

Le previsioni non si avverarono. Mussolini sapeva benissimo che per poter mantenere il potere doveva scendere a patti con la Chiesa Cattolica a danno sicuramente delle altre confessioni. Fu così che nel 1929 (solo 7 anni dopo la Marcia) Mussolini firmò i Patti Lateranensi, “riappacificandosi” con la Chiesa Cattolica e dichiarando solennemente di trovarsi in uno Stato Cattolico di tipo confessionale. Alle altre confessioni spettò la legge sui culti ammessi che, come alcuni sapranno, è ancora oggi in vigore per alcune confessioni e che, di fatto, prevedeva anche la sorveglianza da parte delle forze di pubblica sicurezza delle attività religiose.

Se la legge sui culti ammessi poteva apparire innocua, non lo saranno i provvedimenti successivi: ci riferiamo alla circolare Buffarini Guidi che di fatto permise la persecuzione dei Pentecostali italiani per motivi di “tutela della razza”. Questa circolare sarà abolita solamente nel 1955 dallo Stato italiano, con grande ritardo rispetto alla garanzie costituzionali (di come se ne è usciti ce ne ha parlato Giancarlo Rinaldi in Una lunga marcia verso la libertà che le edizioni Gbu propongono in offerta per l’occasione). Accanto ad essa non va dimenticata l’approvazione delle leggi razziali che permise la persecuzione degli Ebrei anche in Italia con tragici risultati. Ci furono dopo il 1936 diversi provvedimenti contro le missioni evangeliche straniere ritenute nemiche della patria.

Per questo motivo gli evangelici subirono una battuta d’arresto durante questo periodo in cui subirono delle vere e proprie persecuzioni e dovettero aspettare gli anni 1950 per riuscire a riprendere in parte le forze grazie anche ai massicci aiuti provenienti dai fratelli delle chiese anglo-sassoni.

Ricordare la marcia su Roma a cent’anni, quindi, per tutti noi, deve significare riflettere profondamente su quali possano essere stati gli errori che furono fatti all’epoca, su come un clima di violenza (assolutamente contrario alla predicazione del Vangelo) abbia potuto portare ad un evento che si è rivelato catastrofico, a non dover dimenticare che la proclamazione del Vangelo è una predicazione che vuole la liberazione dell’uomo e che è contro qualsiasi forma di idolatria anche quella legata al culto della personalità, al pensare che, oltre Gesù, ci possa essere un uomo della “Provvidenza” che, in un periodo di crisi, possa portare soluzioni limitando la libertà dell’individuo, quella delle comunità che su auto-organizzano e perseguitando persone di origine diversa.

(Valerio Bernardi – DIRS GBU)

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