
E’ un infinito conforto avere un Dio che è molto più saggio e
che mostra molto più amore di quanto possa fare io.
Ci sono miriadi di ragioni per ogni cosa che fa e
permette e che non posso conoscere,
ma in lui è la mia speranza e la mia forza.
Tim Keller
Tim Keller, una delle più importanti figure del mondo evangelico americano, è andato con il Signore, dopo aver combattuto tre anni con un cancro al pancreas. Le parole che riportiamo come epitaffio sono quelle del Twitter dove egli annunciò la sua malattia e che ci sembrano sintetizzare efficacemente il suo messaggio.
Keller è stato un personaggio molto influente negli ultimi decenni nel mondo evangelico. Formatosi in alcuni dei seminari più rinomati, dopo aver lavorato con IFES (dove aveva vissuto anche la sua conversione) è stato per qualche anno professore al Westminster Theological Seminary, dove aveva anche preso il suo dottorato.
Come molti affermano in queste ore sarebbe potuto rimanere lì per il resto della sua vita, probabilmente i suoi libri avrebbero comunque avuto un certo successo. Ma la vera sfida per lui evangelico conservatore era quello di andare in una delle città più secolarizzate del mondo e riuscire ad avere successo nella missione del Vangelo. Per questo motivo nel 1989 è andato a New York dove è riuscito, nel cuore di Manhattan, a vivificare una Chiesa Presbiteriana ortodossa nella sua fede che, grazie a lui, è stata frequentata da centinaia di persone.
Pertanto nel mondo evangelico Keller sarà soprattutto ricordato come predicatore di successo nell’era, come afferma Leslie Newbigin, del post-cristianesimo occidentale. La sua capacità è stata quella, pur rimanendo nella tradizione, di sapersi far ascoltare da un pubblico cui bisognava annunciare il Vangelo a partire da zero e cercando di comprendere il suo linguaggio. Per questo motivo ha cercato in autori come C.S. Lewis e J. Stott dei modelli da cui partire per imparare a parlare al mondo. E’ stato anche un fervido lettore non solo della letteratura evangelica, ma anche di quella secolare, con lo scopo di comprendere lo spazio in cui si muoveva.
Quando nel 2010 ho potuto ascoltare Keller a Città del Capo ho apprezzato soprattutto la sua analisi sociologica del mondo in cui viviamo e l’importanza di evangelizzare le città, luogo dove vivono la maggior parte delle persone della terra oggi, un po’ come i primi cristiani hanno evangelizzato in primis le città dell’Impero.
Le sue posizioni “tradizionali” non gli hanno impedito di farsi sentire nel mondo secolarizzato e di acquistare un notevole rispetto che lo ha portato anche a contribuire ad alcune delle più importanti testate del panorama culturale newyorchese, che ha sempre avuto idee liberal. Ha scritto, oltre che per le case editrici evangeliche, anche per giornali come il New York Times (che lo ha avuto come suo host editor diverse volte da dopo l’attentato alle Torri Gemelle) a riviste come The Atlantic dove ha scritto proprio uno dei suoi più toccanti articoli dopo aver saputo della sua malattia. Questo ha dimostrato la sua capacità di saper parlare al mondo che, pur essendo in disaccordo, lo ha sempre ascoltato.
Fondatore con Don Carson di Gospel Coalition è stato uno degli esponenti del cosiddetto new calvinism negli Stati Uniti, ma ha sempre dato priorità ad una predicazione di Grazia ed Amore piuttosto che ad una basata sull’enfasi delle caratteristiche più peculiari del mondo Riformato. La sua scelta è stata dovuta soprattutto alla sua formazione ed anche a voler trovare quella che poteva essere una base teologica solida e ben strutturata.
Non sono mancate nella sua vita i momenti in cui sono stati evidenti alcuni contrasti come nel 2017 quando il Princeton Theological Seminary (oggi di tendenza liberale mainstream) voleva dargli (giustamente) il premio Abraham Kuyper (che viene conferito a predicatori e teologi riformati che si sono distinti nella conciliazione tra Vangelo e società) e poi ha ritirato il premio perché gruppi di studenti hanno dissentito a causa delle sue idee sul ministerio femminile (come tutti gli esponenti di Gospel Coalition Keller è rimasto complementarista e contrario al ministerio pastorale femminile, pur dando spazio alle donne nel diaconato) e per la condanna dell’omosessualità. Nonostante questo Keller comunque ha tenuto le conferenze Kuyper delineando i sette passi che si devono fare per evangelizzare il mondo occidentale, il più difficile oggi cui far ascoltare il Vangelo. La proposta era quello di ritornare ad un’apologetica simile a quella agostiniana della Città di Dio, a cercare una via di mezzo tra l’impegno per il sociale (voluto soprattutto dai protestanti storici) e l’annuncio del Vangelo, ad avere una critica della secolarizzazione partendo dall’interno del mondo cristiano piuttosto che dall’esterno, a sviluppare la doppia vocazione per coloro che sono impegnati nel mondo evangelico e nel mondo del lavoro, a guardare al mondo evangelico in modo globale e a non guardare solo al contesto americano (uno sicuramente dei limiti oggi di questo mondo), ad evidenziare la grazia che sola salva l’umanità ed a distinguere il Vangelo da comportamenti religiosi standard.
Se il discorso del 2017 a Princeton può essere visto come la sua sintesi teologico-pastorale, non va dimenticato che, in un periodo difficile per il mondo evangelico americano, Keller ha saputo tenere le distanze dall’agone politico (non mostrando indifferenza verso di esso, ma profondo interesse), ribadendo che il cristianesimo non ha un suo partito di preferenza e che, benché i credenti si debbano impegnare per il sociale, non possono sposare agende di particolari partiti o leader politici.
La testimonianza degli ultimi anni è stata sicuramente toccante, perché, pur mostrando le sue debolezze umane, Keller, nella malattia, ha mantenuto la fede nel Dio sovrano. Il suo lascito sarà importante soprattutto per la capacità che ha avuto di parlare al mondo in cui viviamo ed in questo va sicuramente imitato e preso come modello.
Valerio Bernardi – DIRS GBU
L’articolo L’infinita saggezza di Dio. Un omaggio a Tim Keller proviene da DiRS GBU.
source https://dirs.gbu.it/linfinita-saggezza-di-dio-un-omaggio-a-tim-keller/




, ancora oggi, non riusciamo a comprendere la portata di quanto accaduto durante il nostro periodo coloniale.
Non dimentichiamoci che Cristo è venuto per tutti ed il nostro compito è quello di annunciare il Vangelo a tutto il mondo, perché per Dio non vi è alcuna distinzione tra gli uomini. Proprio per questo motivo volevo concludere con alcune parole dell’Impegno di Città del Capo, voluto dal Movimento di Losanna e che, in una prospettiva missiologica che guarda alla storia afferma: “Riconosciamo con dolore e con vergogna la complicità dei cristiani in alcuni dei più devastanti scenari di violenza e di oppressione etniche e il deplorevole silenzio di un’ampia parte della Chiesa quando si sviluppano tali conflitti. Questi scenari includono la storia e l’eredità del razzismo e della schiavitù della gente di colore, l’Olocausto contro gli ebrei, l’apartheid, la «pulizia etnica», la violenza settaria fra cristiani, la decimazione delle popolazioni indigene, la violenza interreligiosa, etnica e politica, la sofferenza dei palestinesi, l’oppressione di casta e il genocidio tribale. I cristiani, che con la loro azione o con la loro passività contribuiscono alla frammentazione del mondo, minano seriamente la nostra testimonianza al vangelo della pace”. 

Forse un aiuto in un simile rovesciamento di prospettiva può venirci dall’illuminante fatica di Paolo Ricca che nel suo Dio. Apologia (Claudiana 2022) ci fornisce un esempio, soprattutto nella prima parte, Dio nella modernità (pp. 31–151), in cui entra all’interno di molti percorsi ateisti della modernità tracciando bilanci e trovando inaspettate possibilità apologetiche.


per gli evangelici italiani la salita al potere di Mussolini e del Partito Fascista? All’inizio sarebbe potuto sembrare che non ci sarebbero stati effetti particolari e che, anzi il “solido” anticlericalismo del futuro Duce (che aveva scritto un libro dedicato a Jan Hus proprio in chiave anticattolica) e la ricerca di un Uomo nuovo, una sorta di Nuova Nascita per l’uomo contemporaneo (ben esplicitato dal quadro del futurista Balla messo come immagine di questo scritto) potessero essere condizioni per una sorta di alleanza e, forse, per una non interferenza con gli affari religiosi. Del resto, non bisogna dimenticarlo, lo Stato italiano, almeno sino a quel momento, aveva avuto, nelle istituzioni, una certa simpatia per il mondo evangelico, proprio per il suo anticlericalismo dovuto a quanto successo nel momento dell’unificazione. Anche le istituzioni erano state piuttosto aperte nei confronti delle religioni minoritarie, tanto, ad esempio, di aver permesso la presenza di cappellani di altre religioni all’interno dell’esercito che era impegnato nel primo conflitto mondiale.

Il tema del convegno era “curare la fede”, ovvero afferrare, proteggere e proclamare la verità. Ci sono stati diversi aspetti che mi hanno colpito, che mi hanno fatto riflettere su come io vivo la mia fede nel contesto storico e sociale in cui mi trovo, al di fuori della chiesa ma anche al suo interno. Pablo Martinez, infatti, ha portato inizialmente l’attenzione sull’epoca in cui ci troviamo, caratterizzata da un soggettivismo di fondo in cui ognuno si è artefice della propria etica, dove è difficile presentare la nostra fede come LA verità e non UNA verità tra le tante. Il risvolto morale è profondamente implicato, proprio perché ciò che viviamo nella pratica, ciò che rappresenta l’esperienza di vita che necessariamente deve rinnovarsi costantemente, è il frutto della verità che facciamo nostra. È così allora, che anche all’interno della chiesa, la Bibbia diventa solo uno strumento che orienta e indirizza e che viene relativizzata dal mondo e dai cristiani stessi. Per opporci alla distruzione della fede, quindi, è importante sapere in cosa crediamo e cosa proteggiamo: una verità RIVELATA da cui possiamo attingere meditando la Parola; una verità INCARNATA nella persona di Gesù Cristo, immagine dell’amore e della Grazia che deve formarsi progressivamente in noi e una verità ILLUMINATA tramite l’azione dello spirito santo che ci guida e ci sostiene. Come ultimo oggetto di riflessione, il dr. Martinez ha portato la storia degli amici di Daniele nella fornace come esempio pratico di una fede che sa dire no. La loro, infatti, è stata la dimostrazione di cosa significhi avere una fede integra e quindi matura, che sa discernere, che sa mettere dei limiti alla tolleranza; una fede equilibrata, radicale ma non estremista, una fede ben fondata sulla fiducia di Dio, sull’ubbidienza e sul coraggio.
Ma kairos è una benedizione ambivalente per un libro. Dal lato positivo, spinge il libro davanti all’attenzione pubblica. Dal lato negativo, schiaccia la sua interpretazione in un modello determinato. Chiunque parla del libro, ma praticamente nessuno lo apprezza e lo comprende in maniera appropriata.