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di Valerio Bernardi

Il 2021 come ogni anno, ha una serie di ricorrenze più o meno importanti. Per l’Italia sicuramente un anniversario da ricordare è quello del settecentenario della morte di Dante Alighieri. Molti di noi hanno visto, attraverso i media, le diverse manifestazioni organizzate per il Dantedì, la scorsa settimana e sicuramente chi è più interessato avrà seguito quanto è stato detto e fatto. Dante è un punto di riferimento imprescindibile della cultura italiana e non solo.

La domanda che ci dobbiamo porre è: quanto è importante Dante Alighieri per gli evangelici e in particolare per quelli italiani? Merita un posto anche nei nostri ricordi? La mia risposta è affermativa e cercherò in questo breve scritto di capirne il perché.

Voglio partire per questo da un mio ricordo dell’infanzia. Quando andavo con i miei genitori a fare visita a questo anziano ex colportore valdese (diventato poi predicatore delle chiese di Cristo) che viveva nel Salento, ci accoglieva sempre recitando delle terzine della Commedia. All’epoca non capivo bene il perché, ma oggi lo comprendo. Dante è stato l’inventore della lingua italiana, veicolo fondamentale per la diffusione del messaggio di Cristo. Come evangelici siamo sempre stati convinti che il messaggio dovesse essere convogliato attraverso la lingua del popolo e benché l’italiano sia stato dapprima una lingua letteraria piuttosto che nazionale, non dobbiamo dimenticare che, al momento della diffusione delle idee riformate questa nuova lingua diviene il mezzo attraverso cui si diffonde il messaggio, si grazie alla pubblicazione di alcune opere scritte nel volgare (mi riferisco a capolavori di divulgazione delle idee evangeliche come il Beneficio di Cristo) sia attraverso la traduzione della Bibbia fatta prima dal Brucioli e da Diodati poi, in gran conto il lessico dantesco. Dante è il primo a teorizzare l’uso di una lingua media che fosse più comprensibile del latino e che avesse una sua dignità (ne parla diffusamente nel De Vulgari Eloquentia).

Un secondo motivo per cui Dante è di grande importanza è il campo politico. Nonostante rimanesse affezionato alla sua Firenze e ad i suoi localismi e faziosità, ritiene che l’Italia, già importante nelle sue ricchezze e nei profitti, sia condannata dalla piccolezza della sua politica che non le permette unitarietà di intenti. La famosa terzina del VI canto del Purgatorio (“Ahi serva Italia, di dolore ostello,/
nave sanza nocchiere in gran tempesta,/non donna di province, ma bordello!”) è stata poi abbondantemente ripresa nel Risorgimento italiano anche dagli evangelici ammiratori di Dante che vedevano il lui il poeta dell’Italia oltraggiata ed offesa  che aveva anche lei stessa le sue colpe. Non dobbiamo dimenticare la passione dantesca dei Rossetti in Inghilterra che chiamarono Dante uno dei loro figli che poi rivelò una notevole vena poetica e che pensava di rifarsi in parte (anche se in un’altra lingua) all’opera del poeta fiorentino. Dante, nonostante guelfo bianco e cattolico, riporta il campo dell’analisi della società ad un sano realismo dove bisogna richiamarsi alla responsabilità umana e dove contano le personalità che prendono decisioni e che hanno una forza morale.

Una terza questione riguarda il rapporto con la Bibbia. Sono diversi gli studiosi che, negli ultimi decenni, hanno dimostrato che il vate fiorentino avesse una conoscenza profonda del testo biblico per un uomo del suo tempo. In buona parte delle sue opere il testo biblico è presente. Nonostante sia chiaro il richiamo alla tradizione cristiana nel senso più ampio (il poeta tiene conto di tutto quella che è stata la testimonianza cristiana latina nei secoli precedenti), il riferimento al testo biblico è costante ed è fatto nella tipica maniera dei pensatori medievali: non si tratta semplicemente di un richiamo alla lettera, ma anche al significato spirituale e teologico del testo. Una fonte autorevole, quindi che non deve pertanto farci dimenticare come, quando leggiamo il suo poema (ma anche il Convivio ed il De Monarchia) ci troviamo di fronte ad un credente sincero che è preoccupato per il destino del mondo ed anche di quello suo personale.

Non dobbiamo poi dimenticare che la Commedia è un’opera religiosa, un affresco di grande valore teologico e spirituale. Dante l’ha scritta attingendo ad una lunga tradizione che si è interrogata, sia nel campo cristiano che nella cultura classica, sull’aldilà. A prescindere dalla eventuale ortodossia dell’aldilà dantesco (sappiamo che il Purgatorio è stato ampiamente criticato dalla controversistica evangelica), quello che è interessante è la concezione del divino presente nell’opera e che, spesso, anche da coloro che si occupano di fede (ed anche perché non sempre trattato nella nostra scuola, dove si dà soprattutto attenzione ai personaggi presenti nella Commedia ed agli aspetti linguistici), è spesso messo in secondo piano. Vi sono due aspetti che mi sembrano fondamentali e che andrebbero recuperati dalla lettura di un’opera complessa come quella dantesca: la prima è la riproposizione dell’idea, fortemente sostenuta nel francescanesimo che il viaggio di Dante si un itinerario della mente umana per avvicinarsi a Dio, come sosteneva qualche decennio prima Bonaventura da Bagnoregio (uno dei massimi pensatori del Medio Evo). Il viaggio della Commedia ha una forte valenza simbolica e serve pertanto per avvicinarsi al divino, un itinerario fatto da un uomo consapevole di essere ad immagine e somiglianza di Dio e che cerca, in qualche modo, durante il viaggio di maturare e di purificare il suo animo. In fin dei conti Dante sta dicendo che ogni, uomo in quanto fatto ad immagine e somiglianza di Dio deve cercare nel suo itinerario di vita di avvicinarsi quanto più possibile a Dio. Un altro aspetto teologico da non ignorare è quello della concezione del divino: nonostante l’influenza della filosofia di Aristotele e di Tommaso d’Aquino che concepisce Dio come Motore Immobile (colui che immobile muove tutto), l’ultimo verso del poema è chiaro. “Amor che move il sole e le altre stelle” ci dice chiaramente che per Dante Dio è Amore e misericordia, nonostante l’immagine della visione dura poco perché la Natura umana non può comprendere appieno, ma concepisce il divino come un Amore misericordioso che muove l’intero universo.

L’opera dantesca è poi quella di un uomo del suo tempo, assolutamente geniale che ha cercato di interrogarsi su una delle grandi questioni che coinvolge non solo i credenti ma anche coloro che non lo sono: cosa succede dopo la morte? Cosa rimane della mia personalità, delle mie vicende personali?

Sono domande a cui tutti cercano risposte e la versione poetica che ce ne dà Dante merita comunque attenzione da parte di tutti noi, anche nel suo messaggio oltre che nella sua valenza civile e sociale per la nostra nazione.

(Valerio Bernardi – DIRS GBU)

 

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di Nicola Berretta

In tempi di Covid, in cui tocchiamo con mano l’enorme potenzialità delle biotecniologie, ci giunge una notizia bomba, che potrebbe avere conseguenze dirompenti sul piano bioetico. Questa settimana (17 Marzo 2021) la rivista Nature ha pubblicato due articoli di contenuto analogo (Yu, L. et al. https://ift.tt/314iGos; Liu, X. et al. https://ift.tt/311bnNZ). Sono rari i casi in cui questa prestigiosa rivista scientifica pubblica articoli “gemelli”, e quando accade è perché si tratta di qualcosa di particolare rilevanza e delicatezza, tale per cui la pubblicazione di uno stesso risultato ottenuto da laboratori indipendenti non diviene più un’inutile ridondanza, ma semmai una necessità, al fine di rinforzare la credibilità della novità riportata.

Ambedue i laboratori sono riusciti a elaborare le condizioni sperimentali ottimali di crescita in vitro di cellule umane staminali adulte, o persino (il solo Liu et al.) di cellule cutanee riprogrammate, facendole poi sviluppare fino ad ottenere embrioni umani allo stadio di blastocisti.

Come forse già sanno coloro che si sono sottoposti a percorsi di fecondazione artificiale (FIVET), la blastocisti è uno stadio di sviluppo che segue le prime divisioni dello zigote, nato (fino a oggi!) dalla fusione tra ovocita e spermatozoo, ed è proprio in questa fase di blastocisti che l’embrione viene impiantato nella mucosa uterina, nella speranza che gli strati di cellule già presenti in quella fase embrionale proseguano il loro percorso di differenziamento fino al completo sviluppo del feto. Ambedue i gruppi hanno interrotto per motivi etici le loro osservazioni allo stadio di blastocisti, ma tutto lascia pensare che queste avrebbero proseguito il loro sviluppo se fossero state impiantate. Infatti, se le blastocisti venivano traferite su un altro terreno di coltura che riprende alcune caratteristiche della mucosa uterina, gli autori riportano evidenze di uno sviluppo di abbozzi di cavità amniotica e di placenta.

Detto banalmente: hanno ottenuto embrioni umani non a partire dalla fusione di ovociti e spermatozoi, ma da cellule della pelle.

Qualcuno potrebbe pensare che si tratti di qualcosa di simile agli esperimenti del 1997 di clonazione della pecora Dolly. In quel caso, però, era comunque presente una “normale” fusione di cellule germinali al fine di ottenere un ovocita fertilizzato, a cui poi veniva sostituito il nucleo con uno preso da una cellula somatica. In questo caso invece non si ha alcuna cellula germinale coinvolta. Si tratta di una cellula adulta cutanea (un fibroblasto, per essere precisi), che normalmente nella vita avrebbe fatto tutt’altro, che viene riprogrammata e fatta dividere fino a diventare una blastocisti, cioè un embrione umano.

A qualcuno potrebbe suonare strana questa “riprogrammazione” delle cellule, ma sono stati proprio i dilemmi etici legati all’utilizzo di cellule staminali tratte da embrioni umani che hanno spinto negli ultimi 10-15 anni la ricerca verso l’ottimizzazione di questa tecnologia. Senza dunque fare ricorso a cellule embrionali, è oggi possibile prendere cellule adulte già differenziate, porle in opportune condizioni di crescita in vitro, per essere in questo modo fatte regredire a livello di cellule staminali indifferenziate ed essere dunque riprogrammate verso un diverso percorso di differenziamento, ed essere così utilizzate come sostituti di cellule andate perse a causa di varie patologie. In questo caso la riprogrammazione è stata così drastica e radicale da permette a queste cellule di ricominciare tutto da capo!

Trovo ironico che lo sviluppo di una tecnologia spinta soprattutto dal dilemma etico di non voler utilizzare cellule derivate da ciò che riteniamo essere una “persona umana”, ci riproponga lo stesso dilemma, questa volta addirittura amplificato. Infatti, queste cellule umane, che non provengono dalla fusione di due gameti, ma che presentano caratteristiche del tutto sovrapponibili a quelle di un embrione umano, sono o non sono “persona umana”?

Se dovessimo rispondere negativamente, in quanto riteniamo che la “persona umana” possa essere solo il risultato di una fusione di materiale genetico contenuto nell’ovocita femminile e nello spermatozoo maschile, potremmo forse ben presto doverci ricredere, davanti alla notizia del primo bambino nato con questa modalità di fertilizzazione in vitro. Un bambino che evidentemente sarà gemello del suo genitore genetico, o meglio un suo clone. O meglio ancora, una talea ottenuta a partire da un pezzetto di pelle ripiantato in un bel terreno di coltura.

Oltre a porci la domanda sull’identità di questi futuri bambini, credo poi che questi esperimenti ci porteranno inevitabilmente a dover ridiscutere le tematiche legate proprio al significato dell’embrione. Ad oggi molti cristiani (io incluso!) ritengono un dovere etico difendere la “persona umana” fin dalle sue prime fasi di sviluppo, da cui deriva l’opposizione a pratiche come l’aborto o l’utilizzo di cellule embrionali umane. Questa posizione etica si fonda soprattutto su un principio cautelativo legato al non essere noi in grado di individuare alcun punto di discontinuità nello sviluppo di un embrione, tale da poter giustificare l’esistenza di un momento specifico in cui un “aggregato di cellule umane” divenga “persona umana”. L’unica discriminante riconosciuta è proprio la fertilizzazione, cioè la fusione dei due gameti, maschile e femminile. Questo è ad oggi l’unico chiaro punto di discontinuità tale da poter distinguere una “cellula umana” da una “persona umana”. Noi infatti non tuteliamo la sacralità dell’ovocita o dello spermatozoo, ma riteniamo che sia nostro dovere e responsabilità etica tutelare la vita umana fin dal concepimento, indicando dunque nel concepimento (la fusione tra ovocita e spermatozoo) il momento esatto che sancisce l’inizio della “persona umana”.

Credo allora che queste ricerche non possano lasciarci indifferenti anche su questi nostri capisaldi bioetici. Come definiremo l’inizio della “persona umana” in questi embrioni originati da fibroblasti riprogrammati?

Aggiungo una nota finale per coloro (anche cristiani) che individuano come discriminante del passaggio tra “cellule umane” a “persona umana” la fase d’impianto della blastocisti nella mucosa uterina della mamma. Chi sostiene questa tesi evidentemente si sentirà meno coinvolto da questi dilemmi. Bene, suggerisco anche a voi di non dormire sonni tranquilli. Lo stesso numero di Nature che pubblica i due articoli sopra citati ne pubblica anche un altro (Aguilera-Castrejon et al. https://ift.tt/315IgZW) in cui gli autori mostrano di essere riusciti a far crescere embrioni di topo fuori dall’utero fino a uno stadio embrionale di 11 giorni. Se pensate che 11 giorni sia poca cosa, vi invito a rapportare questo numero ai 20 giorni di gestazione media di un topo.

Chissà se, con questa modalità di riproduzione per talea, un domani rileggeremo Ungaretti, “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”, sotto una chiave molto più letterale?

 

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27 Gennaio 2021

di Daniele Mangiola (DiRS-GBU)

Tra il 22 luglio e il 12 settembre del 1942 le SS deportarono dal ghetto di Varsavia a Treblinka oltre 260 mila ebrei, al ritmo di 6-7 mila persone al giorno. Nei primi giorni di agosto, in mezzo a quella massa si trovavano i bambini dell’orfanatrofio diretto dal medico Janusz Korczak. All’anagrafe Henryk Goldszmit, ebreo discendente da famiglia benestante e oramai ben noto scienziato, autore di diverse pubblicazioni su e per l’infanzia.

Avrebbe potuto evitare l’internamento, avrebbe potuto anche evitare il ghetto, da più parti e ripetutamente gli erano arrivate proposte per fuggire dalla Polonia, grazie alle tante conoscenze importanti. Semplicemente rifiutò di lasciare i 200 bambini della Casa degli Orfani.

Le conoscenze che aveva le aveva sfruttate per recuperare scorte e viveri per l’orfanatrofio durante il soggiorno dentro il ghetto, dove il durissimo razionamento provocò la morte di 83 mila ebrei per denutrizione e malattie, tra il 1940 e il ’42.

Tra il 5 e il 6 agosto circa 4000 bambini del ghetto furono prelevati dalle SS. Alcune fonti raccontano che Korczak garantì che non ci sarebbero stati disordini tra i suoi 192 bambini, ma pretese, incurante del pericolo, che non ci fossero i cani attorno al corteo. Un dettaglio.

Di fronte alla tragedia oramai certa, il medico si preoccupa che i suoi orfani non siano terrorizzati da inutili violenze, li guida verso il convoglio che poi li avrebbe portati al campo. Si ostina a fare in modo che questo ultimo momento possa essere vissuto con dignità dai bambini, prima del disastro. I dettagli sono importanti.

Davanti allo spietato progetto di annientare l’umanità di un’intera razza di esseri umani messo a punto dal Terzo Reich, di incenerire la stessa dignità di persona, prima ancora della vita biologica, come le tante testimonianze dalla Shoah ricordano al mondo, qui c’è un anziano medico che si oppone al fatto che sia ignorata la dignità dei bambini.

Questo dettaglio testimonia con quanta determinazione e coerenza egli abbia perseguito durante la sua vita un unico e semplice principio: il bambino non è una persona in fieri, da formare e plasmare, ancora imperfetta, di là da venire; il bambino è persona fatta e compiuta. Qui ed ora.

“Non ci sono bambini, solo persone. Ma con un’altra scala di nozioni, un altro bagaglio di esperienze, altre passioni, altri giochi di sentimenti. Ricorda, noi non li conosciamo”. E invece di norma l’adulto non ha alcun dubbio sul fatto di conoscere bene cosa passa per la mente di un bambino, perché si comporti in un certo modo e quale sia il suo punto di vista.

“Guardatevi dal disprezzare alcuno di questi piccoli” (Mt18,10). Ebreo e cristiano, Korczak mise in pratica fino all’ultimo, fino alla perdita della propria stessa vita, qualcosa che Gesù aveva espresso con chiarezza: “chiunque riceve uno di questi bambini nel mio nome, riceve me” (Mc9,37)

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Massimo Rubboli

Siamo rimasti attoniti di fronte alla violazione del tempio della democrazia americana, perché è questo che il Congresso rappresenta nella retorica mitologica degli Stati Uniti: il baluardo della più antica costituzione scritta del mondo.

Le immagini di alcuni agenti di polizia che aprivano le transenne e incitavano i ribelli trumpiani ad assalire il Campidoglio ci ha lasciati sbalorditi e increduli. Come era possibile che si fosse arrivati a quel punto?

Poche ore dopo, Camera e Senato riprendevano i lavori e confermavano l’elezione del nuovo presidente, come se gli anticorpi della democrazia fossero riusciti a sconfiggere i suoi nemici. Ma i ribelli hanno promesso nuove azioni, anche violente, prima dell’insediamento ufficiale del nuovo presidente il 20 gennaio, e allora sprofondiamo nel dubbio, non sappiamo più cosa stia succedendo in America (sì, lo so, sarebbe più corretto usare ‘Stati Uniti’ ma purtroppo questo è l’uso comune e mi adeguo).

Per molti cristiani evangelici è stato sconvolgente vedere altri cristiani evangelici assaltare il Campidoglio nel nome di Gesù, alcuni con striscioni con la scritta “Gesù salva” e altri che portavano croci o simboli come il pesce [ΙΧΘΥΣ], l’acronimo usato dai primi cristiani per indicare Gesù Cristo. C’era chi pregava prima di scagliarsi contro le barriere di protezione e fracassare finestre per entrare illegalmente nella sede del Congresso.

Come hanno scritto pochi giorni dopo il 6 gennaio i professori e il personale non docente di Wheaton College, la più prestigiosa istituzione educativa dell’evangelicalism americano, “l’attacco è stato caratterizzato non solo da menzogne maligne, violenza deplorevole, suprematismo bianco, nazionalismo bianco e cattiva leadership – soprattutto del presidente Trump – ma anche da abusi idolatri e blasfemi di simboli cristiani”.

Ancor prima, il 7 gennaio, l’Associazione nazionale degli evangelici (NAE), la principale organizzazione degli evangelicals (che preferisco tradurre in italiano con “evangelici conservatori”, invece del brutto neologismo “evangelicali”) degli Stati Uniti, aveva emesso un comunicato di denuncia incondizionata dell’accaduto, nel quale affermava che “l’assalto di massa è stato provocato da leader, incluso il presidente Trump, che hanno usato menzone e teorie complottiste per calcolo politico”. La NAE avvertiva altresì che gli eventi del giorno prima “sono un altro doloroso segno del razzismo che affligge il nostro paese”.

Un’altra presa di posizione significativa è stata quella dell’associazione di storici evangelici (ma non solo) chiamata Faith and History: “Come membri di un’organizzazione professionale dedicata a ‘esplorare la relazione tra la fede cristiana e la storia’ – e come cristiani praticanti – siamo sopraffatti dal dolore per la visione distorta del vangelo da parte di cristiani evangelici che hanno invaso il Campidoglio degli Stati Uniti nel nome di Gesù. […] Come storici, sappiamo che questa non è certamente la prima volta in cui il nome di Cristo è stato usato per giustificare una violenza di massa o una visione distorta di Dio e della nazione. Negli Stati Uniti, i suprematisti bianchi e le organizzazioni antisemite hanno usato frequentemente simboli cristiani e hanno fatto ricorso alla Scrittura per giustificare violenza ed esclusione. […] Travisamenti del vangelo avvengono ogni volta che le persone mescolano gli interessi della loro cultura, razza, classe sociale, genere, nazionalità, paese o partito politico con la causa di Cristo”.

Ovviamente, queste prese di posizione non sono trapelate – a mia conoscenza – sui mezzi d’informazione italiani, tantomeno su quelli protestanti, perché sono in evidente contraddizione con l’immagine stereotipata degli evangelici americani, tutti di destra, razzisti e sostenitori di Trump.

Di fronte a quanto abbiamo visto e, probabilmente, vedremo ancora, giudicare è facile, più difficile è capire.

Vorrei proporre alcuni elementi di riflessione, necessariamente schematici, che potrebbero aiutare a comprendere le radici di quanto sta accadendo.

Innanzi tutto, non bisogna pensare che Trump abbia creato il trumpismo (come Berlusconi non ha creato il berlusconismo), ma riconoscere che ha semplicemente fatto emergere e legittimato o sdoganato posizioni esistenti, anche se collocate ai margini della società americana.

Il secondo elemento che va tenuto presente è la complessità dell’America, il fatto che sin dagli albori degli Stati Uniti esistono tante “Americhe”, come testimoniano tutti gli osservatori più attenti, da quelli dell’Ottocento come Alexis de Tocqueville a quelli del Novecento come Vittorio Zucconi.

È possibile raccapezzarsi tra queste diverse Americhe, individuarne le caratteristiche? Correndo il rischio inevitabile di un’eccessiva semplificazione, vorrei indicarne due principali. Alcuni anni fa, lo storico Walter Karp propose la distinzione tra “repubblica americana”, che incarnerebbe gli ideali espressi dalla Dichiarazione d’Indipendenza e il Bill of Rights, e la “nazione americana”, alla ricerca del dominio, della ricchezza e del potere nel mondo. Le origini di questa distinzione risalgono alle visioni, da un lato, di una società che doveva essere un faro e un modello per il resto del mondo (“a city upon a hill” per usare la famosa espressione di John Winthrop, il primo governatore della colonia puritana del Massachusetts) e, dall’altro, una nazione che doveva esportare e imporre il suo modello (visione che già alla fine dell’Ottocento fu ferocemente criticata da Mark Twain).

Usando altre parole, si potrebbe dire che da sempre si fronteggiano negli Stati Uniti una cultura della pace e una cultura della guerra. Entrambe hanno fatto riferimento, in vari modi, alla fede cristiana e questo spiega, almeno in parte, la diversità di posizioni politiche tra gli evangelicals, che troviamo attestati su fronti contrapposti nelle grandi questioni della storia americana, a partire dalla schiavitù, e nei suoi momenti più drammatici, come la Guerra civile e la guerra in Vietnam.

Per un’ultima osservazione in relazione a quanto accaduto il 6 gennaio a Washington, prendo spunto dal libro di Kristin Kobes Du Mez, Jesus and John Wayne, nel quale l’autrice sostiene che il sostegno di una parte degli evangelicals bianchi per Trump non è un’aberrazione, bensì il risultato di oltre cinquant’anni di affinità tra gli evangelicals e una cultura di mascolinità militante. Questa interpretazione, di stampo sociologico e culturale, riapre il dibattito storiografico (in realtà mai chiuso) sulla definizione dell’evangelicesimo (evangelicalism) moderno, in particolare su quella di natura più teologica e dottrinale proposta da autori come David Bebbington e Thomas Kidd. Ma qui si apre un tema che va al di là di queste note.

Riferimenti

NAE Denounces Insurrection at the U.S. Capitol, 7 gennaio 2021,

NAE Denounces Insurrection at the U.S. Capitol – National Association of Evangelicals

“Statement from Wheaton College Faculty and Staff Concerning the January 6 Attack on the Capitol”, 11 gennaio 2021, Statement Regarding Attack on US Capitol – Wheaton College, IL

“Response to the Assault on the United States Capitol”, A Resolution of the Conference on Faith & History 13 gennaio 2021, CFH-resolution-January-2021-signed.pdf (faithandhistory.org)

David Bebbington, Evangelicalism in Modern Britain: A History from the 1730 to the 1980s, Routledge, London 1989.

Massimo Rubboli ha insegnato Storia dell’America del Nord presso le UNiversità di Firenze, Macerata e Genova.

L’articolo Sui fatti di Washington. Appunti per una riflessione proviene da DiRS GBU.

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di Luca Basta

L’Accademia svedese delle scienze ha assegnato il Nobel per la fisica 2020 per metà a Roger Penrose “per la scoperta che la formazione dei buchi neri è una solida previsione della teoria generale della relatività” e per l’altra metà, congiuntamente, a Reinhard Genzel e Andrea Ghez  “per la scoperta di un oggetto compatto supermassivo al centro della nostra galassia“.

Per capire quale sia stato il contributo di Penrose, dobbiamo prima comprendere il punto in cui si trovava la ricerca sui buchi neri all’inizio degli anni ’60.

Einstein, agli inizi del 1900, pubblicò la sua sorprendente teoria della relatività. Questa, sintetizzando in modo estremo, spiega come la gravità nasca dalla distorsione dello spazio tempo, una varietà quadri-dimensionale che combina le tre dimensioni spaziali con la dimensione temporale. Possiamo immaginarci lo spazio tempo come un lenzuolo sospeso e gli oggetti cosmologici (stelle e pianeti) come dei pesi su questo lenzuolo: ogni oggetto stiracchia il lenzuolo verso il basso, deformandolo. Esplorando le equazioni di Einstein, nel 1916 Schwarzschild teorizzò che in presenza di un oggetto abbastanza massivo, questo riesca a fare un buco nel lenzuolo dello spazio tempo (sarebbe più corretto dire che stirerebbe il lenzuolo talmente in basso da sembrare che ci sia effettivamente un buco..)! In queste regioni la gravità è talmente intensa da deformare lo spazio-tempo in modo tale che nulla, neppure la luce, può scapparne: da qui il nome (John Archibald Wheeler, in un’intervista del 1968: “se l’oggetto si trovasse a passare davanti allo sfondo pieno di stelle della nostra galassia, l’osservatore sulla Terra non potrebbe vedere l’astro, ma vedrebbe nella sua posizione un BUCO NERO rispetto allo sfondo luminoso”). Le equazioni di Einstein furono rivoluzionarie e la comunità scientifica cominciò a studiarle a fondo. Ma la convinzione generale, e quella dello stesso Einstein, era che questi buchi neri fossero degli escamotage teorici e non delle entità reali. La formazione di un buco nero era stata descritta solamente introducendo parametri ideali, per lo più irrealistici (simmetrie perfette, ad esempio..). Come se per sapere esattamente quante mucche possano entrare in una stalla le dovessimo approssimare dando loro una perfetta forma sferica e metterle sotto vuoto..! Qualcosa che in realtà si fa spesso, per avvicinarci ad una migliore comprensione di un sistema, ma che ovviamente non ci assicura che la descrizione prevista sia poi effettivamente corrispondente alla realtà…

In quegli anni, Roger Penrose si stava laureando e dottorando in matematica a Cambridge. Il suo ambito di ricerca era la topologia, quella branca della matematica che descrive le proprietà degli oggetti geometrici e come possono essere deformati, compressi o stiracchiati. Negli anni ’50, insieme a suo padre (uno psichiatra), concepì e rese famoso il “triangolo di Penrose”, che molto probabilmente avete visto come esempio di illusione ottica (nonostante fosse già stato ideato dall’artista svedese Oskar Reutersvärd circa vent’anni prima). Penrose lo definì “l’impossibilità nella sua forma più pura”, e lo troviamo spesso nelle opere dell’artista Escher. Si interessò alla astrofisica grazie al suo amico Dennis Sciama, un cosmologo anche lui a Cambridge al tempo. Cominciò a pensare alla “geometria interna di un buco nero, a come i raggi luminosi si comportano, a come si concentrano, e cose del genere..” (come lui stesso racconta). E così sviluppò un’idea innovativa, che poi definì “superfici intrappolate”, per descrivere il “collasso gravitazionale di un oggetto estremamente massivo che raggiunge il punto di non ritorno e che non dipende da alcuna simmetria o parametri simili”. Nel 1965, Roger Penrose fu il primo a dimostrare matematicamente che i buchi neri fossero una conseguenza naturale della teoria della relatività e non soltanto fantascienza. Nello specifico, Penrose dimostrò che se un oggetto come una stella morente collassa, ad un certo punto non c’è nulla che possa impedire alla gravità di diventare talmente intensa da generare una singolarità: un punto a densità di massa infinita in cui le leggi della fisica che conosciamo smettono di esistere.
Il suo lavoro diede una nuova spinta allo studio teorico e sperimentale sui buchi neri.

Veniamo ora ad Andrea Ghez e Reinhard Genzel. Qualche anno prima, nel 1931, Karl Jansky, uno dei padri della radio astronomia, aveva scoperto un segnale radio proveniente dal centro della Via Lattea (la galassia a cui appartiene il nostro sistema solare), nella direzione della costellazione del Sagittario. Successivamente si scoprì che la sorgente di questo segnale radio era in realtà la sovrapposizione di più componenti e nel 1974 ne venne identificata una particolarmente intensa e compatta: Sagittarius A*. E’ purtroppo impossibile osservare nello spettro del visibile il centro della nostra galassia, ovvero con i classici telescopi che possiamo facilmente comprare per studiare la luna, o le lune intorno a Giove. Questo perché la polvere e il gas interstellare che sono nel mezzo, assorbono e disperdono la radiazione elettromagnetica (e quindi anche la luce visibile). Un fenomeno detto estinzione. Al tempo stesso, la turbolenza della nostra atmosfera deforma in maniera casuale il cammino della radiazione elettromagnetica, distorcendolo.

Per limitare il più possibile questi problemi, nel 1995 fu costruito il telescopio Keck. A 4200 m di altitudine, sul vulcano dormiente Mauna Kea, alle Hawaii dove l’atmosfera è più sottile e l’inquinamento è minore. Il suo specchio iperbolico è composto da 36 segmenti, per un totale di 10 metri di diametro e un peso di 270 tonnellate. Per ridurre gli effetti della turbolenza atmosferica, un potente computer muove singolarmente ogni segmento dello specchio (ogni mezzo secondo), creando così un’ottica adattiva dalla precisione inimmaginabile (un milionesimo di mm). Osservando Sagittarius A* nell’infrarosso inoltre, invece che nel visibile, il fenomeno dell’estinzione si riduce notevolmente, permettendo così di seguire circa 30 stelle nelle loro rotazioni intorno al centro della galassia. Analizzando i dati raccolti nei primi venti anni di osservazioni, Andrea Ghez e il suo gruppo di ricerca hanno dimostrato che l’oggetto al centro delle orbite (ovviamente ellittiche) delle 30 stelle che furono seguite ha una massa di circa 4 milioni di volte quella del sole (massa solare) ed è limitato in una regione spaziale di 45 unità astronomiche (45 volte la distanza tra il Sole e la Terra, circa 7 miliardi di chilometri). Parallelamente Reinhard Genzel, con i suoi collaboratori, contribuiva in modo decisivo allo sviluppo dell’imaging astronomico ad alta definizione, in particolare nell’infrarosso. Con i suoi progressi e grazie al Very Large Telescope in Cile, riuscì a misurare il periodo di rotazione di una stella in particolare, nel centro della nostra galassia, che corrispondeva all’incredibile velocità di 5000 km/s su un’orbita grande come il nostro sistema solare, intorno ad un oggetto supermassivo (in confronto la Terra ha una velocità orbitale media di 30 km/s, mentre Nettuno orbita a 5 km/s).
L’unico oggetto che può avere queste caratteristiche è un buco nero.

Come abbiamo appena visto, negli ultimi anni la scienza ci ha condotti in un viaggio colmo non soltanto di sorprese, ma anche di mistero. La cosmologia su scala infinitamente grande, insieme alla fisica delle particelle su scala infinitamente piccola, ci hanno gradualmente dischiuso la struttura spettacolare e meravigliosa dell’universo nel quale viviamo. La domanda allora sorge spontanea: cosa siamo noi esseri umani in tutto ciò? Siamo semplicemente dei minuscoli esseri transitori nati per caso, oppure l’universo stesso ci fornisce qualche indizio per poter ritenere che noi esseri umani abbiamo qualche importanza?

Parlando di scienza non possiamo non riconoscere come il fondamento del metodo scientifico stesso affondi nell’intellegibilità razionale dell’universo. A questo proposito Einstein commentò: “La cosa più incomprensibile dell’universo è che esso sia comprensibile. […] A priori ci si aspetterebbe un mondo caotico, che in nessun modo possa essere compreso dall’intelletto […]; il genere di ordine creato dalla teoria della gravitazione di Newton, per esempio, è del tutto differente. Il successo delle teorie scientifiche presuppone un elevato grado di ordinamento del mondo oggettivo, e questo non può essere previsto a priori”.

Perché siamo capaci di descrivere l’universo in termini matematici? E’ estremamente sorprendente come i concetti matematici più astratti, che sembrano essere delle pure invenzioni della mente umana, possano rivelarsi di fondamentale importanza per alcune branche della scienza, con una vasta gamma di applicazioni pratiche. Lo stesso Roger Penrose afferma: “Deve esserci qualche ragione profonda per l’accordo tra matematica e fisica.  È difficile per me credere che simili teorie eccezionali possano essere nate puramente mediante una qualche selezione naturale casuale”.

L’unica valida risposta, io credo, è che l’intellegibilità dell’universo sia fondata sulla natura della razionalità intima di Dio: tanto il mondo reale quanto la matematica sono riconducibili alla Mente di Dio che creò sia l’universo che la mente umana. Pertanto non è sorprendente che le teorie matematiche elaborate da menti umane create ad immagine della Mente di Dio trovino delle applicazioni in un universo il cui architetto fu quella stessa Mente creativa.

Ma, facendo un passo indietro, cosa possiamo dire sull’esistenza stessa dell’universo?

Arno Penzias, premio Nobel per la fisica nel 1978 per la scoperta della radiazione cosmica di fondo, afferma: “L’astronomia ci conduce verso un evento unico, un universo creato dal nulla, con quell’equilibrio assai delicato necessario per offrire esattamente le giuste condizioni richieste per consentire la vita, e con un progetto sottostante (si potrebbe dire soprannaturale)”. Il quadro straordinario che emerge dalla cosmologia (come dal resto della fisica) moderna è quello di un universo le cui forze fondamentali risultano essere, in maniera sbalorditiva, equilibrate o “finemente regolate” affinché l’universo possa consentire la vita (si parla di “fine-tuning”).

Prendiamo la densità di massa dell’universo ad esempio. Se fosse solo leggermente maggiore di quello che è, il deuterio (un isotopo dell’atomo di idrogeno, con un neutrone in più) sarebbe troppo abbondante, le stelle brucerebbero troppo rapidamente e non avremmo vita nell’universo. Se fosse solo leggermente minore, non ci sarebbe abbastanza elio nell’universo, e questo porterebbe ad una carenza degli elementi più pesanti (C, O, Fe, …). Paragoniamo l’universo ad una flotta di 1 000 miliardi di navi portaerei, ognuna lunga 330 m e pesante 100 000 tonnellate. Se questa flotta fosse calibrata con la stessa precisione della densità di massa dell’universo, sottraendo un miliardesimo della massa di un singolo elettrone, causeremmo l’affondamento dell’intera flotta!

Consideriamo la costante cosmologica, che regola come una forza repulsiva contrasti la gravità portando all’espansione dell’universo. Una variazione nell’ordine di 10120 (1 seguito da 120 zeri) e l’universo non potrebbe sostenere la vita. Pensate che la probabilità di centrare una monetina dall’altra parte dell’universo, distante 20 miliardi di anni luce da noi, è circa 1060 (1 seguito da 60 zeri). Ora aggiungete altri 60 zeri…una probabilità decisamente piccola.

Infine, consideriamo l’intero universo come lo conosciamo (con tutte le stelle, i pianeti, le galassie, i buchi neri..) e condensiamolo in un minuscolo puntino (della dimensione della lunghezza di Planck, la più piccola distanza possibile: 10-34m). Così compresso deve essere necessariamente più ordinato, e quindi meno caotico e con una entropia molto minore dell’universo attuale. Penrose stesso ha calcolato la probabilità che un universo in tale stato di bassissima entropia possa apparire dal nulla, per caso: 1010^123. “Anche se potessimo scrivere uno zero su ogni singola particella dell’universo (elettroni, protoni, neutroni, ecc..) non avremmo zeri a sufficienza. La precisione necessaria per indirizzare l’universo è […] straordinaria”.

Allan Sandage, uno dei padri della moderna astronomia, scopritore dei quasar e vincitore del premio Crafoord (l’equivalente del Nobel per l’astronomia), afferma: “Trovo assai improbabile che un simile ordine sia emerso dal caos. Deve esserci un principio organizzatore. Dio per me è un mistero, ma è la spiegazione del miracolo dell’esistenza: perché vi è qualcosa anziché il nulla”.

Anche Stephen Hawking, probabilmente il più famoso cosmologo e ateo convinto, riconosce “degno di nota che i valori delle costanti della fisica sembrino essere state finemente regolate per rendere possibile lo sviluppo della vita”.

Infine, Charles Townes, premio Nobel per la fisica nel 1964 (per la scoperta del maser, il precursore del laser) scrive: “A mio parere, la questione dell’origine sembra rimanere senza risposta se la esaminiamo dal punto di vista scientifico. […] Io credo nel concetto di Dio e nella sua esistenza”.

Personalmente credo che tutti questi siano indizi inequivocabili dell’esistenza di un Creatore, un Architetto dietro l’universo e la vita che conosciamo e investighiamo. Einstein afferma: “Questo [l’esistenza di un disegno, di un progetto] è il “miracolo” che viene continuamente rafforzato a mano a mano che le nostre conoscenze si espandono”.

Qual è questo progetto? Perché un Architetto avrebbe voluto creare un universo su misura per noi, tale sia da sostenere la nostra esistenza, che da permetterci di studiarlo e comprenderlo? Vi invitiamo a leggere la Bibbia e seguirci o contattarci per andare più a fondo ed esplorare la risposta a questa domanda.

 

Fonti:

  • Ragioni per Dio – Tim Keller
  • Dio e la Scienza – John C. Lennox
  • nature.com
  • astrobites.com
  • ox.ac.uk
  • bbc.com

 

Luca Basta è laureato in Fisica della Materia presso l’Università di Pisa. Ora sta completando il suo Perfezionamento (Dottorato di ricerca) in Nanoscienze presso la Scuola Normale Superiore; è anche uno dei coordinatori GBU di Pisa.

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di Francesco Schiano

Per milioni di persone nate in Argentina, a Napoli, e in mille altri posti, il funesto 2020 sarà ricordato soprattutto come l’anno della morte del più grande calciatore di tutti i tempi.

Io sono nato proprio a Napoli, 17 mesi dopo l’arrivo di Maradona in città, e non conservo ricordi ben definiti dei 7 anni nei quali vestì i colori della mia squadra del cuore…

Una sola immagine, sbiadita, nella quale credo di avere sovrapposto il trionfo in Coppa Uefa (‘89) e la vittoria del secondo scudetto (‘90). D’altra parte mio padre era un tifoso del Napoli, ma uno di quelli che non si impegnano troppo.

Eppure anche io sono cresciuto con il mito di Diego Armando Maradona.

L’ho incontrato spesso in realtà: nel nome di tanti miei coetanei; nelle partitelle tra amici, ogni volta che qualcuno teneva troppo la palla tra i piedi e veniva puntualmente accusato di “voler fare Maradona”; nel mio album di figurine sulla storia del Napoli; nelle immagini, nei murales, nelle statuine e perfino nei tempietti che tappezzano la città da 30 anni.

E poi quante interviste, documentari, film, quanti video con le sue prodezze…

Nel 2005 ero tra la folla che lo accolse al suo ritorno a Napoli, dopo 14 anni di assenza. Andai allo stadio per l’addio al calcio di Ciro Ferrara, un momento regalato a Maradona e ai suoi tifosi dal suo vecchio compagno di squadra. Ricordo il biglietto comprato da un bagarino a pochi minuti dall’inizio dell’evento, ricordo lo stadio strapieno e i cori tutti per Diego.

 

E’ incredibile pensare all’affetto che in questi giorni è stato dimostrato nei confronti di questo grandissimo campione, e allo stesso tempo notare quanto sia stato trasversale.

Amici, nemici, rivali, ex compagni di squadra, giornalisti, tifosi, sportivi, politici, personalità della cultura e dello spettacolo. Si ha l’impressione che tutti abbiano voluto dire qualcosa.

Uno dei temi più ripresi nelle tante cose scritte sulla vita di Maradona, e sull’ammirazione che ha saputo suscitare, è sicuramente quello del riscatto.

 

Maradona ha riscattato se stesso da un’infanzia povera e disagiata, arrivando sul tetto del mondo.

Maradona ha riscattato se stesso tutte le volte che è caduto e si è rialzato.

Maradona ha riscattato una città umiliata e denigrata. Con 2 scudetti ha risolto la Questione Meridionale.

Maradona ha riscattato la sua Argentina. Con un solo gol, il più bello mai messo a segno, ha ribaltato l’esito della guerra delle Falkland.

 

La protesta di alcuni, a dire il vero pochi, contro la mitizzazione di Diego ha solo moltiplicato le dimostrazioni di affetto e stimolato la diffusione di mille aneddoti sulla generosità, la sincerità e l’onestà dell’eroe del riscatto.

Eppure sembra essere stato proprio l’insostenibile peso delle speranze proprie ed altrui, il peso del riscatto, ad aver schiacciato Maradona.

 

La vita di Maradona, osservata adesso, senza aver ancora raggiunto il distacco necessario a consentire un giudizio obiettivo, distacco irraggiungibile per un tifoso, ma con la possibilità di scorgere tutta la bellezza e la varietà dei colori, delle emozioni e dei sentimenti, espressi e suscitati, rappresenta in una maniera unica la vicenda umana, molto più che l’essenza divina da molti invocata.

Umano, troppo umano, verrebbe da dire citando la famosa opera di Nietzsche.

Nessun uomo, per quanto straordinario, può sostenere il carico che era stato messo sulle spalle di Diego. Nessuno può riscattare senza pagare un prezzo, questo è vero per definizione, e nessuno avrebbe mai potuto pagare il prezzo del riscatto, proprio o altrui, se non Dio.

Gesù Cristo è l’unico Redentore nel quale gli uomini, Maradona incluso, abbiano mai potuto sperare.

Allora godiamoci i nostri ricordi legati al grande Diego, ma ricordiamoci che anche chi è arrivato in cima al mondo è rimasto sotto al cielo. E che Colui che né è al di sopra è l’unico che può liberarci dalle ingiustizie, dalle sconfitte e dalla morte, che quest’anno ci ha portato via, insieme ad altri 55 milioni di esseri umani, Diego Armando Maradona.

Francesco Schiano è attualmente staff GBU a Napoli

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di Luca Basta

Gran parte della popolazione mondiale è alle strette per il rapido diffondersi della malattia respiratoria acuta da SARS-CoV-2 (o semplicemente COVID-19). In mezzo alle difficoltà e alla sofferenza che il contagio sta causando, questa domanda sorge naturale.

Dio ha creato i virus, come parte di una creazione buona e perfetta

I virus sono fondamentali per l’abbondanza e la diffusione della vita che vediamo sulla terra. Infatti, sappiamo bene che la vita di ogni complesso organismo multicellulare, dipende dalla convivenza con un’altra forma di vita molto semplice: i batteri. E questi devono essere costantemente presenti in una certo numero equilibrato e una diversità ottimale. Una funzione estremamente benefica dei virus è quella di mantenere la popolazione batterica sotto controllo. Senza l’azione di frammentazione e uccisione dei batteri da parte dei virus, che
avviene costantemente al giusto rate e nelle giuste condizioni, il nostro pianeta sarebbe un informe ammasso di batteri, che consumerebbero tutte le risorse essenziali per la vita (prima di morire essi stessi).

Virus e batteri sono anche parte del ciclo dell’acqua, che molti ricordiamo dalle scuole elementari. L’avanzato livello di globalizzazione
dell’umanità sarebbe impossibile senza che il ciclo dell’acqua provvedesse abbondanti e costanti precipitazioni. Ma pioggia, nebbia, neve, grandine e nevischio, ogni tipo di precipitazione, richiede un microscopico “seed”, un centro di nucleazione, per formarsi. E nella maggior parte delle situazioni, i nuclei più importanti sono proprio virus e frammenti di batteri distrutti dai virus. Il vento porta questi nuclei in atmosfera, dove intorno ad essi si formano dei piccoli cristalli di ghiaccio. L’acqua liquida poi si aggrega nel cristallo, e questi cristalli diventano pioggia, neve, o altro. Anche granelli di polvere o fuliggine possono fungere da nuclei, ma virus e batteri ne permettono la formazione già ad una temperatura più alta. Dovendo contare solo sul particolato (senza virus) non avremmo sufficienti precipitazioni per
sostenere la nostra agricoltura e perciò la nostra civilizzazione.

Infine, virus e batteri sono fonte di carbonio, che è la sostanza alla base di ogni struttura organica, e quindi della vita sulla terra. Precipitando (come visto prima) virus e batteri si raccolgono sulla superficie degli oceani, per poi lentamente scendere nelle profondità marine. Mentre affondano, sono una fondamentale fonte di nutrienti sia per la vita nelle profondità oceaniche che  per la vita dei fondali acquatici (alghe, molluschi, artropodi, ecc..). Infine il movimento delle placche tettoniche sottomarine porta la maggior parte di questa sostanza carboniosa nella crosta e nel mantello terrestre, per tornare in atmosfera tramite violente eruzioni vulcaniche. Questo ciclo permette quindi sia la attuale diversità animale che il bilanciamento di anidride carbonica e metano in atmosfera, indispensabile per la vita.

Possiamo veramente lodare Dio per la bellezza della Sua creazione (SALMO 104:13 – “Egli [Dio] annaffia i monti dall’alto delle sue stanze; la terra è saziata con il frutto delle tue opere”) e comprendere perché Dio stesso la veda buona (GENESI 1:31 – “Dio vide tutto quello che aveva fatto, ed ecco, era molto buono”).

Virus e batteri letali sono una conseguenza della caduta dell’uomo, del peccato

Se solo avessimo sempre seguito le indicazioni di igiene e salute elencate nell’Antico Testamento, molto probabilmente non avremmo mai dovuto combattere contro virus come l’HIV, la SARS-1, il MERS, ed infine la SARS-CoV-2 (responsabile della COVID-19). Questi infatti sono tutti virus presenti solo negli animali, che hanno poi “saltato” dalla loro specie di origine all’uomo.
Questi salti sono molto più probabili in presenza di una densità di popolazione esagerata e/o la presenza di animali selvatici a stretto contatto con addensamenti di popolazione. Più siamo addensati, più aumenta lo stress sia dell’uomo che degli animali, e più aumentano le possibilità che un virus potenzialmente benigno possa mutare in un virus letale per l’uomo. Per prevenire una pandemia di questo genere dovremmo drasticamente cambiare il modo in cui gestiamo e commerciamo i nostri animali domestici, per minimizzare il loro stress, il loro
sovraffollamento e il contatto con addensamenti umani. Allo stesso tempo minimizzare lo stress e massimizzare la salute, il benessere fisico e l’igiene dell’uomo, specialmente tra i poveri, è estremamente importante. Dio ci ha originariamente posti nel giardino dell’Eden come curatori della Sua perfetta creazione, per averne cura e farla prosperare (GENESI 1-2), non per abusarne e sfruttarla all’estremo come stiamo facendo da secoli.

Un esempio di come l’uomo non abbia prestato attenzione al suo ruolo di curatore della natura lo ritroviamo nelle zanzare. Si stima che le zanzare nell’antichità occupassero solo il 10% della superficie terrestre, pulendola dai detriti organici (escrementi degli animali di piccola taglia) e provvedendo nutrimento per molte specie acquatiche di acqua dolce. Poi, l’addomesticamento e il conseguente sovraffollamento degli animali, insieme alla massiccia deforestazione, alla capillare irrigazione e al recente riscaldamento globale, hanno portato alla proliferazione delle zanzare, e delle relative malattie trasmissibili. Ora le zanzare occupano il 99% della superficie terrestre.

Inoltre, a causa del peccato dell’uomo, l’intera Creazione è stata maledetta (GENESI 3:17-19 – “il suolo sarà maledetto per causa tua; ne
mangerai il frutto con affanno tutti i giorni della tua vita. Esso ti produrrà spine e rovi, e tu mangerai l’erba dei campi; mangerai il pane con il sudore del tuo volto
”) e la morte e la rovina, la degradazione degli esseri viventi ha avuto inizio (ROMANI 5:12 “Perciò, come per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e per mezzo del peccato la morte, e così la morte è passata su tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato”)[a]. Calvino scrive: “Prima della caduta il mondo era la migliore immagine possibile del delizioso divino favore paterno di Dio verso l’uomo. Ora, in ogni elemento, percepiamo la maledizione conseguente al peccato. […] Perciò, possiamo dedurre, che la corruzione deriva dal peccato.” E le osservazioni scientifiche a riguardo sono perfettamente consistenti con il concetto che molte infezioni sono il prodotto di cellule sane che si sono rotte e degradate.

Queste imperfezioni biologiche non sono un’evidenza contro l’esistenza di un Creatore, quanto piuttosto supportano l’affermazione biblica che il peccato dell’uomo abbia causato l’inizio della degradazione della Creazione.

Alcuni esempi sono i batteri Vibrio e Bacillus anthracis. I batteri Vibrio, alcuni dei quali responsabili del colera, producono molecole che interagiscono specificatamente con l’epitelio (la pelle) di pesci e calamari permettendo la bioluminescenza di cui hanno bisogno per cacciare e nutrirsi. Le proteine dei batteri Vibrio diventano fattori virulenti solo in ambienti per loro inappropriati come il corpo umano. L’antrace è un’infezione acuta causata dal batterio Bacillus anthracis. Tutti i ceppi virulenti del B. anthracis presentano due plasmidi[b]: uno, il pXO1, è
portatore del gene necessario alla produzione della tossina causa dell’antrace, l’altro, il pXO2, contiene i geni necessari per incapsulare il batterio e permettergli di entrare nell’organismo umano. Senza questi plasmidi il B. anthracis sarebbe inoffensivo e indistinguibile dagli altri ceppi non virulenti. La sequenza del plasmide pXO1 è stata pubblicata nel 1999 e si è rivelata essere circa 400 nucleotidi più corta della media dei geni di un cromosoma. Questo ed altri dettagli scoperti nel genoma sono consistenti con un danneggiamento a causa di una puntuale mutazione degradante, che ha reso un innocuo batterio un killer inarrestabile.

Anche la Natura sarà redenta in Cristo

Anche nel buio di questa triste realtà, però, brilla una speranza che non può essere sopraffatta neppure dal peccato né dalla morte. La Bibbia afferma che in Cristo, esattamente come noi, anche la Natura sarà redenta. Il suo carattere perfetto e buono sarà ripristinato. E resterà stabile in eterno, nelle mani del suo Creatore.

«Infatti, i nuovi cieli e la nuova terra che io
sto per creare
rimarranno stabili davanti a me», dice il SIGNORE
ISAIA 66:22


Note

[a] Alcune interpretazioni vedono la morte degli animali e delle piante fondamentale per il giusto equilibrio della Creazione, già prima della caduta, e questi passi si riferirebbero alla morte spirituale dell’uomo. Anche in questo caso, a mio parere, rimane consistente affermare che la degradazione dovuta alla corruzione dell’informazione genetica sia il risultato della corruzione conseguente al peccato, e non già parte di una buona e perfetta Creazione originale (Si veda in proposito H. Blocher, La creazione, l’inizio della Genesi, Edizioni GBU, 1984.

[b] I plasmidi sono piccoli filamenti circolari di DNA capaci di replicarsi in modo indipendente dal cromosoma principale del batterio. Essi sono estremamente utili: alcuni ceppi di Pseudomonas presentano plasmidi che producono geni necessari per il metabolismo del toluene e altre sostanze chimiche tossiche, favorendo in tal modo la bonifica di ambienti inquinati. Le specie di Rhizobia presentano plasmidi che permettono ai batteri di vivere in simbiosi con legumi come piselli e fagioli, provvedendo una tale abbondanza d azoto alle piante ospiti, che queste lo depositano nel suolo, a disposizione di altre specie vegetali, favorendone la crescita.

Riferimenti

K. Deyoung – The Coronavirus Is a Result of the Fall. https://www.thegospelcoalition.org/blogs/kevin-deyoung/the-coronavirus-is-a-result-of-the-fall/
H. Ross – Viruses and God’s Good Designs. https://reasons.org/explore/blogs/todays-new-reason-to-believe/read/todays-new-reason-to-believe/2020/03/30/viruses-and-god-s-good-designs?fbclid=IwAR2G5Tifuz0pm3NnVKpQ2kcm32xvysUoNi6Nj_Ck7JKz2SeqWuWNp8HhtlQ
F. Rana – Viruses and God’s Providence Revisited. https://reasons.org/explore/blogs/todays-new-reason-to-believe/read/tnrtb/2009/11/26/viruses-and-god’s-providence-revisited
B. Thomas – Where Did Flesh-eating Bacteria Come From? https://www.icr.org/article/where-did-flesh-eating-bacteria-come-from/
T.C. Wood – The Terror of Anthrax in a Degrading Creation. https://www.icr.org/article/312/
T.C. Winegard – The Mosquito: A Human History of Our Deadliest Predator. https://www.vox.com/the-highlight/2019/8/13/20754834/mosquitoes-blood-type-zika-dengue
C.S. Lewis – La mano nuda di Dio. Uno studio preliminare sui miracoli, Edizioni GBU, 1987.

Luca Basta è laureato in Fisica della Materia presso l’Università di Pisa. Ora sta completando il suo Perfezionamento (Dottorato di ricerca) in Nanoscienze presso la Scuola Normale Superiore; è anche uno dei coordinatori GBU di Pisa.

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Lutero e l'epidemia
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Lutero e l'epidemia: La fede ai tempi del coronavirus

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C.S. Lewis nelle sue conferenze sulla sofferenza (The problem of pain – 1940; tr. it. Il problema della sofferenza – 1988) affermò che la sofferenza potrebbe essere considerata come una sorta di megafono con cui Dio cerca di parlare e a un mondo sordo ai suoi richiami.

Il regista Richard Attenborough, trasponendo cinematograficamente in Shadowlands (Viaggio in Inghilterra, 1983) un altro scritto dell’apologeta inglese Diario di un dolore (tr. it. 1990) in cui questi raccoglieva il suo calvario interiore per la morte della moglie Joy, metteva giustamente in contrapposizione la fulgida certezza della metafora riportata sopra con lo sconforto provato dallo scrittore dopo che quel megafono gli aveva strillato nelle orecchie, privandolo della moglie.

In quella vicenda la sofferenza era espressione di quello che i filosofi chiamano male naturale, il male come si manifesta nelle pieghe di una natura matrigna. È difficile (anche se non impossibile), in quei casi, pensare a un Dio che ti voglia parlare usando quel tipo di megafono.

La stessa condizione vivono sicuramente tutti coloro che nella pandemia che stiamo soffrendo stanno sperimentando il lutto e le separazioni (al 28 marzo, almeno in Italia, i morti sono ben 9134)!

Tuttavia la pandemia presenta un altro aspetto, non meno inquietante, del male naturale: esso è rappresentato dai miliardi di persone che, per evitare il contagio, sono costrette a vivere il distanziamento sociale; in pratica a recludersi e a immaginare il male che vaga nei dintorni della propria casa, cercando di intrufolarvisi ogni volta che si tocca una maniglia …

È pensando a questa massa enorme di donne e di uomini che è stato assemblato il libro che presentiamo dal titolo Lutero e la pandemia. La pandemia scopre la nostra fragilità di uomini minacciati da un elemento naturale che non si presenta, almeno non direttamente, con i contorni della tragedia diretta, improvvisa o deturpante come può essere un terremoto o un cancro. La scoperta della nostra fragilità avviene nel lento scorrere del tempo in quarantena, mentre i mezzi di comunicazione ci mettono al corrente dei numeri e delle notizie che rendono conto dell’ampliarsi del contagio e del restringersi dei nostri spazi vitali. In queste circostanze è possibile pensare alla sofferenza, a questo tipo di sofferenza, come a un messaggio che rintrona nelle nostre orecchie come se fosse trasmesso da un megafono, o da un altoparlante.

Dio sta parlando? Per i credenti è facile intravedere i tratti di questo discorso; lo è un po’ meno per chi credente non è. Il nostro testo vuole provare a raccogliere in uno le certezze del credente e i dubbi del non credente, rintracciando tutti i registri con i quali è possibile mettersi all’ascolto del megafono di Dio.

Queto instant book esce nel mentre l’OMS calcola che al mondo siano più di 300.000 i contagi mentre i morti arrivano a 15.000. Alcuni elementi caratterizzano il testo. Il primo è rappresentato dalla composizione: è evidente che il lbro è composto da due parti. Nella prima il fulcro è rappresentato dalla traduzione della lettera di Lutero sul comportamento dei cristiani nell’epidemia che imperversava nella seconda metà degli anni ’20 in Germania e che aveva coinvolto anche Wittenberg (Se sia lecito fuggire da una pestilenza mortale). Il testo di Lutero è preceduto da un’introduzione che ricostruisce il contesto storico e da un commento al testo medesimo da parte di uno studente di teologia ciinese della zona di Wuhan.
Nella seconda parte, segnata dal sottotitolo “la fede ai tempi del coronavirus”, sono raccolti i contributi in parte pubblicati sul nostro blog del DiRS–GBU.

Il secondo elemento che caratterizza questo libro è il fattore temporale: tutti i contributi, soprattutto quelli della seconda parte, riportano la data in cui sono stati pubblicati. Scorrendoli si ottiene una sorta di time lapse dell’esperienza della pandemia che, mentre pubblichiamo, è ben lungi dal permetterci di vedere all’orizzonte la luce in fondo al tunnel.

Nel darlo alle stampe nutriamo la fiducia che, pur nell’alternanza di certezze e interrogativi, il testo possa contribuire a farci cogliere il messaggio che Qualcuno vuole forse comunicarci.

(Giacomo Carlo Di Gaetano)

L’articolo Dio sussurra nei nostri piaceri, parla nelle nostre coscienze ma grida nelle nostre sofferenze proviene da DiRS GBU.

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di Pablo Martinez (Spagna)
Traduzione di Daniela Buraghi

“Chi abita al riparo dell’Altissimo riposa all’ombra dell’Onnipotente.
Io dico al Signore: “Tu sei il mio rifugio e la mia fortezza, il mio Dio, in cui confido!”

Il Salmo 91, chiamato anche l’”Inno trionfale della fiducia”, è un gioiello. Ha dato respiro e pace a milioni di credenti che attraversavano il fuoco della prova. Secondo alcuni commentatori venne scritto nel bel mezzo di un’epidemia di peste (2 Samuele 24:13). Potrebbero essere state circostanze simili a quelle che stiamo vivendo oggi. Quindi, il suo messaggio è particolarmente rilevante per la nostra situazione attuale di epidemia.

Viviamo giorni di ansia e incertezza. Il mondo intero ha paura. All’improvviso abbiamo preso coscienza della fragilità della vita. Che cosa succederà domani? La fortezza nella quale l’uomo contemporaneo si credeva al sicuro è diventata debolezza, ci sono delle crepe nella roccia e noi ci sentiamo vulnerabili. La gente va in cerca di un messaggio di serenità e tranquillità. Dove trovarlo?

Il messaggio del Salmo 91 si riassume in una frase: la fiducia trionfa sulla paura.
Il salmista ci presenta tre frasi chiave che riassumono il “percorso” dall’ansia e dalla paura verso la fiducia:

“Il Mio Dio”: ciò che Dio è per me
“Egli ti libererà”: ciò che Dio fa per me
“Confiderò”: la mia risposta

1- “IL MIO DIO”: IL CARATTERE DI DIO

Il salmo inizia con un’illuminante descrizione del carattere di Dio. Nei due versetti iniziali si menzionano perfino quattro nomi diversi per spiegare chi è com’è Dio. Uno straordinario ingresso nella fiducia! Per il salmista Dio è l’Altissimo, l’Onnipotente, il Signore (Yahweh) e il Dio Sublime.

La consapevolezza della grandezza di Dio è il fondamento della nostra fiducia. Potremmo parafrasare il proverbio e affermare “dimmi com’è il tuo Dio e ti dirò com’è la tua fiducia”. Nel momento del timore il primo passo è alzare gli occhi al cielo, guardare a Dio e contemplare la sua grandezza e le sua sovranità. Nel farlo, il salmista sperimenta che Dio è il suo Riparo, la sua Ombra, il suo Rifugio e la sua Fortezza. Il ritratto di Dio in “quattro dimensioni”comporta una quadrupla benedizione. Conoscere come Dio è realmente è un passo imprescindibile nel percorso verso la fiducia.

Tuttavia, notiamo che il salmista si riferisce a Lui come il Mio Dio. Questa piccola parola, “mio”, ci apre una prospettiva particolare e cambia molte cose: il Dio del salmista è un Dio personale, vicino, che interviene nella sua vita e si preoccupa dei suoi timori e delle sue necessità. Siamo di fronte a uno dei tratti più caratteristici della fede cristiana: Dio non è soltanto l’Onnipotente, il creatore dell’Universo, ma anche un padre intimo, l’Abba (“papà”) che mi ama e mi protegge (Galati 4:6). Questo è il nostro grande privilegio: Dio ci tratta come un padre tratta i suoi figli perché in Cristo siamo fatti figli adottivi di Dio. Il salmista descrive questa esperienza con una bellissima metafora:

“Egli ti coprirà con le sue penne e sotto le sue ali troverai rifugio”. (v4)

2- “EGLI TI LIBERERÀ”: LA PROVVIDENZA DI DIO

“Certo egli ti libererà dal laccio del cacciatore e dalla peste micidiale… La sua fedeltà ti sarà scudo e corazza. Tu non temerai… né la peste che vaga nelle tenebre, né lo sterminio che imperversa in pieno mezzogiorno… Nessun male potrà colpirti, né piaga alcuna s’accosterà alla tua tenda.” (v. 3-6,10)

Arriviamo al cuore del salmo: la protezione di Dio nella pratica. La conoscenza della grandezza di Dio deve essere accompagnata dalla consapevolezza della provvidenza di Dio. Siamo arrivati ad un punto cruciale, decisivo, dell’esperienza di fede. Se lo comprendiamo bene, sarà una fonte insuperabile di pace e serenità, però se lo interpretiamo male possiamo cadere in errori ed estremismi, oppure sentirci frustrati nei confronti di Dio.

La manipolazione del diavolo. È molto significativo che il diavolo tentò Gesù (Matteo 4:6, Luca 4) con una doppia citazione da questo salmo: “Poiché egli comanderà ai suoi angeli di proteggerti… Essi ti porteranno sulla palma della mano, perché il tuo piede non inciampi in nessuna pietra.” (v.11-12). Usare male le promesse della protezione divina è una tentazione molto di moda ai nostri giorni. Fate attenzione alla super spiritualità e alla super fede! Può essere un modo di tentare Dio, come ci insegna la risposta schiacciante di Gesù a Satana: “Non tentare il Signore Dio tuo” (Matteo 4:7). Confidare in Dio non ci esime dal comportarci in modo responsabile e saggio.

Detto questo, non possiamo minimizzare la potente azione protettrice di Dio sopra coloro che confidano in lui:

“Poich’egli ha posto in me il suo affetto, io lo salverò; lo proteggerò, perché conosce il mio nome. Egli m’invocherà, e io gli risponderò; sarò con lui nei momenti difficili; lo libererò e lo glorificherò.” (v. 14-15)

Una polizza per tutti i rischi? La parola chiave è “liberare”. Che cosa significa “Dio ti libererà”? La medesima espressione si applica a Giuseppe – “Dio lo liberò da ogni sua tribolazione” (Atti 7:10), tuttavia il patriarca dovette passare per molte valli dell’ombra della morte. Dio non gli evitò la prova, però lo riscattò da essa. Come disse Spurgeon, “è impossibile che nessun male accada a coloro che sono amati da Dio”. La fede non garantisce l’assenza della prova, ma garantisce la vittoria sopra la prova. L’apostolo Paolo sviluppa questa idea in forma magnifica nel cantico di Romani 8:28-39: “in tutte queste cose (le prove), noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati, Cristo.”

Quindi, la fede in Cristo non è un vaccino contro tutti i mali, bensì una garanzia di totale sicurezza, la sicurezza che “se Dio è per noi, che sarà contro di noi?” (Rom. 8:31). Questo salmo non è una promessa di completa immunità, ma è una dichiarazione di piena fiducia. Fiducia nella protezione di Dio espressa in tre maniere.

La tripla “C” della protezione di Dio. In ogni situazione di prova,

Dio conosce
Dio controlla
Dio ha cura (di me)

Nella vita dei figli di Dio nulla avviene senza la sua conoscenza e il suo assenso. Il caso non esiste nella vita del credente. La maestosa provvidenza del Dio personale risplende nei momenti più oscuri: “Cadranno al tuo lato in mille e diecimila alla tua destra; ma a te non arriveranno.” Niente succede se Lui non lo permette, come vediamo molto chiaramente nell’esperienza di Giobbe. Questa promessa viene ratificata dal Signore Gesù stesso:

“Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri.” (Matteo 10:29-31, Luca 12:6-7).

3 -LA MIA RISPOSTA: “CONFIDERÒ”

Dopo avere contemplato il carattere di Dio – ciò che Egli è per me – e la sua provvidenza – ciò che Egli fa nella mia vita – il salmista esclama con fermezza: “il Mio Dio, in cui confido!”.

È una sequenza logica. La fiducia è la risposta a delle certezze. Il salmista ha conosciuto Dio in maniera personale, intima – “perché conosce il mio nome” (v.14). Una tale conoscenza lo porta a innamorarsi di Lui – “ha posto in me il suo affetto” (v.14) e si stabilisce una relazione stretta. Qui troviamo, certamente, la sostanza della fede cristiana: è la fiducia che nasce da una relazione d’amore, la certezza che l’amato non mi tradirà perché “Egli (Dio) è fedele”.
La nostra vita non è in balia di un virus, ma è nelle mani di un Dio Onnipotente. In questo è radicata la certezza della nostra fede e il fondamento della fiducia che vince tutti i timori. Non c’è posto per i trionfalismi, ma certamente c’è un trionfo. È il trionfo che Cristo ci ha assicurato con la sua vittoria sopra il il male e il maligno alla Croce. È lo stesso Cristo le cui ultime parole furono:

“Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell’età presente”. (Matteo 28:20)

Di Pablo Martinez potete leggere in italiano i seguenti libri, tutti editi da Edizioni GBU:
Abba Padre. Teologia e psicologia della preghiera (1998)
La spina nella carne. Come trovare forza e speranza nella sofferenza (2011)
Inseguendo l’arcobaleno. Oltre il dolore, il lutto e le separazioni (2014)

Di prossima pubblicazione:
Abbi cura di te stesso. Sopravvivere e progredire nel servizio cristiano (giugno 2020)
Gesù: pazzo o Dio? A proposito della più brillante delle menti (giugno 2020)

L’articolo UN SALMO PER L’EPIDEMIA: LA FIDUCIA TRIONFA SULLA PAURA proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/un-salmo-per-lepidemia-la-fiducia-trionfa-sulla-paura/

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Nicholas Wolterstorff, filosofo americano, all’inizio della
sua carriera scrisse un piccolo libretto dal titolo The reason within the
bounds of Religion
(1976): il titolo faceva il verso alla ben più famosa
opera di Immanuel Kant, La religione nei limiti della semolice ragione (1792).
L’intento era abbastanza chiaro: rilevare che, contrariamente al programma
illuministico, esemplificato dal pensiero del filosofo di Konigsberg, la
religione continuava ad allungare le sue propaggini in tutti gli ambiti
dell’esistenza umana; la ragione, lungi dall’essere autonoma e deliberante in
maniera assolutistica nel campo del sapere e dell’etica (tentativo questo già
compiuto, per latri versi, da Schleiermacher) doveva fare i conti con quei
“motivi di fondo” che molte correnti di pensiero dell’inizio del ‘900
rimandavano alla religione.

La neutralità in campo filosofico, ma anche scientifico, era
un “mito” (per citare il titolo di un’altra opera del 1991, (The myth of
religious neutrality
) per certi versi riferibile al testo di Wolterstorff.

Ma proprio in quel piccolo libretto il filosofo
nordamericano, nel tentativo di spiegare in che modo interagiscono queste due
mega–strutture
dell’esistenza umana, la religione e la ragione, e fondando la tesi
dell’imprescindibilità della dimensione religiosa, pronuncia una piccola parola
di precauzione. Nel dire ai sostenitori della ragione pura e, di conseguenza,
della sola scienza considerata guida per la propria vita, che è
necessario prendere in carico i motivi di fondo religiosi, afferma anche che ci
sono momenti in cui la comunità di fede deve prestare attenzione alla ragione,
alla scienza e alla comunità scientifica. Arrivando addirittura a modificare le
proprie convinzioni “religiose” e, al limite, anche le proprie interpretazioni
della Bibbia.

L’esempio per questo audace pronunciamento – audace per un credente – è, naturalmente, l’affaire
Galileo, un passaggio storico in cui venne richiesto esplicitamente alla
comunità di fede un cambiamento di lettura del testo biblico sulla base di
precise indicazioni scientifiche e filosofiche.

Il matematico di Oxford John Lennox, negli ultimi anni, ha
fatto molto per dimostrare la tesi secondo la quale dietro le rivoluzionarie
assunzioni di Galileo c’era una visione del mondo cristiana, ergo, che dietro
la scienza moderna c’è la Bibbia (I sette giorni della creazionexi, Edizioni
GBU). Ma tuttavia il clima che la vicenda Galileo provocò rivelò quanto fosse
difficile e complicato per la comunità di fede sottomettersi all’autorità della
scienza empiricamente affermata e modificare le peroprie convinzioni e la
propria lettura del testo biblico.

Nel Vangelo di Matteo viene narrato un miracolo compiuto da
Gesù e consistente nella guarigione di un lebbroso (cap 8): questi, rompendo le
convenzioni della profilassi del tempo, si avvicinò a Gesù giungendo fino a un
contatto fisico con il Maestro. Nel breve dialogo di cui rende conto il Vangelo
il lebbroso ha modo di esprimere la sua forte convinzione di fede, (convinzione
che riecheggia anche negli altri miracoli dei capp. 8 e 9 di questo Vangelo: il
centurione, il paralitico, la donna dal flusso di sangue, etc.): se tu vuoi
tu puoi
. Alla fine, il lebroso è guarito e il tocco di Gesù con il quale fu
operato il miracolo ha avuto un’enorme risonanza nella storia degli effetti del
testo (dalle pagine de I promessi sposi a Madre Teresa di Calcutta,
etc.).

La fede, la fede cristiana biblica, quella che prende sul
serio la narrazione biblica considerandola Parola rivelata di Dio, è il luogo
dell’impossibile, il campo in cui tutto ciò che l’uomo costruisce o che riesce
a spiegare può essere sconvolto dall’azione potente del Dio vivente (a Dio
ogni cosa è possibile
, Mt 19:26). Da sottolineare: la nozione di un Dio
vivente per i cristiani non è una nozione astratta ma una che prende corpo e si
rafforza grazie al racconto evangelico della risurrezione dai morti di un
essere umano (Gesù di Nazaret), il quale proprio in virtù della risurrezione fu
proclamato Signore (Atti 2 – lo
era anche prima). La fede cristiana crede dunque nella rottura dei vincoli,
nello scompaginamento delle barriere, anche sanitarie, che l’uomo può erigere
in virtù della potenza di Dio. Interi movimenti di risveglio nella storia del
cristianesimo stanno lì a dimostrare che la potenza di Dio, e dello Spirito, è
attiva, quando si hanno le lenti giuste per identificarla. Il dibattito
cessazionista (se cioè i doni spettacolari e miracolosi dello Spirito non
fossero limitati esclusivamente –
fossero cessati – all’epoca
apostolica) a fronte della crescita esponenziale del movimento carismatico appare
anacronistico.

Queste convinzioni cristiane sono divenute particolarmente battagliere negli
ultimi vent’anni, nella stagione di quello che è stato definito il nuovo
ateismo, quando cioè pensatori di varia estrazione hanno messo sul banco degli
imputati la fede in un Dio onnipotente (in inglese si dice dock e God
in the dock
era già il titolo di un saggio di C.S. Lewis, ed 1979). La fede
in un Dio onnipotente, di fatto inesistente, hanno sostenuto questi pensatori, è
una fede pericolosa, dannosa. L’orizzonte principale di questa polemica era la
violenza terroristica –
le religioni e il cristianesimo in particolare sono la madre di tutta la
violenza umana (si veda in proposito Dio è un Dio violento?, Edizioni
GBU, 2018). L’accusa era rivolta a quella fede che, partendo dall’esistenza non
provata di Dio, costruiva una vera e propria visione del mondo. Lo scontro è
stato molto duro. Da questa stagione, e dai dibattiti Dio esiste/Dio non esiste,
è emerso una sorta di nuovo dilemma etico: sottomettersi alla scienza o
sottomettersi alla religione e alla fede cristiana? Le forze in campo infatti
si confrontavano come forze onnicomprensive che richiedevano una vera e propria
adesione totale.

Poi sono arrivate le notizie da Wuhan, e il paziente 1 di Codogno, e il coronavirus ha imperversato!

Che ne è del dibattito tra scienza e fede alla luce dello
scenario che stiamo vivendo? Sto scrivendo all’indomani della dichiarazione da
parte del Governo italiano dell’Italia “tutta” come zona protetta (10 marzo
2020).

La parola d’ordine oggi è quella di seguire una serie di
regole di comportamento tutte discendenti da alcune assunzioni scientifiche. Ci
viene chiesto, in soldoni, di sottometterci all’autorità della scienza.

Dawkins sembra essere in vantaggio, a questo punto!

E le rivelazioni? E la fede che mi dice che potrei essere immune dal contagio se imito il maestro con il lebbroso?
I più spirituali fra di noi potrebbero porsi la domanda tipica dell’evangelismo nordamericano della metà del ‘900: “Che cosa avrebbe fatto Gesù al posto nostro?” (si veda per questo movimento il volume di Alister McGrath, La riforma protestante e le sue idee sovversive, Edizioni GBU, 2017). Avremmo permesso al lebbroso dei tempi odierni, di essere arrestato o addirittura sparato (sarà poi vero?) a Wuhan oppure essere considerato in Italia come un imbecille che scappa dalle zone di quarantena contribuendo alla diffusione del visrus? Avrebbe fatto anche Gesù il suo bel manifesto sulle regole da seguire nelle chiese evangeliche, con la chicca su come fare la Santa Cena? Magari avrebbe predicato via Skype da una grotta di Qumran (piuttosto che dalla Biblioteca di un palazzo vaticano)?
Naturalmente queste sono tutte delle fantasie ispirate più al Messia di Netflix che al ragionamento.

Il succo del ragionamento è semplice: credenti o meno, quale
che sia la nostra posizione su scienza e fede, a questo punto dobbiamo
sottometterci, tutti, all’autorità della scienza; chinare le nostre ginocchia
(sì proprio così) a un’autorità che “in questo momento” ha la parola finale!

Mi pare che questa vicenda stia rivelando come il dibattito
tra scienza e fede non debba essere condotto su un livello per così dire
astratto (quello dei ragionamenti e delle argomentzioni sillogistiche, magari
conditi con formule sulla logica modale, ma al contrario debba sempre essere
ripensato e calato nei meandri della realtà: di cosa stiamo discutendo quando
parliamo del fatto che la nostra autorità ultima è la rivelazione di Dio ed è
per questo che in essa poniamo la nostra fede? Piuttosto che porre la nostra
ultima fiducia nella ricerca scientifica?

La necessità, in questo momento, di piegare le nostre
ginocchia davanti all’autorità della scienza, rafforzata magari da un dpcm,
rivela, a mio giudizio il fatto che i cristiani dovrebbero avere la capacità di
vedere la propria fede e le proprie convinzioni alla luce di una duplice lente:
la rivelazione di Dio da una parte e ciò che gli uomini nel flusso della storia
riescono a raggiungere. Questa sembrerebbe una parola sincrestistica in cui si
mette insieme Dio e l’uomo come artefici del destino e della storia. Sarebbero tanti
i modi per ricondurre l’apparente sincretismo al monergismo della professione
di fede ebraico–cristiana
(monergismo che però non è mai determinismo!). Mi basta accennarne alcuni: penso
a quello riconducibile a Galileo e alla sua famosa corrispondenza: la
scienza ci dice come va il cielo, la Bibbia come si va in cielo
(più o meno
…). Oppure si può richiamare la visione che Calvino aveva delle cause seconde
che Dio muove nella sua assoluta sovranità (incluso i medici).

Quello che vorrei però enfatizzare, nuovamente, è che
adesso, da oggi in poi, dobbiamo sottometterci alla scienza! Questo è un dato
che la fede deve prendere in carico.

Chi comanda oggi e chi sta dietro l’hastag #iorestoacasa? La
scienza! Che ci suggerisce e ci spiega il funzionamento di un’epidemia e le
strategie per arginarla.

La fede ha perso se lascia il campo alla scienza che detta i
comportamenti? Non credo e lo dico da credente che si inginocchia all’etica
razionale e scientifica che mi chiede di stare a distanza di un metro dal mio
prossimo.

Credo che la fede debba agire ad altri livelli, come sempre,
quando nel dibattito suggestivo se Dio esista o meno, se sia più grande la
scienza o la fede, è implicata la dimensione e il livello su cui conta il modo
in cui mi rapporto all’altro essere umano.
Ubbidire alla scienza, in questo momento, è un atto d’amore nei confronti del
prossimo a cui la fede potrebbe dare ragioni più solide della scienza. L’etica
intergenerazionale evocata come ragione ultima dal Primo Ministro italiano
(prendiamoci cura dei nonni) ricorda tanto il principio di responsabilità di
Hans Jonas, al contrario: non verso le generazioni future ma verso le
generazioni che precedono. E l’etica della responsabilità è una chiara
manifestazione nella filosofia pratica di un’impronta cristiana. La stessa che
impone, per esempio, che i flussi mirgatori non siano trattati secondo le
scienze politiche ed economiche o la condizione del clima secondo dati semplicemente
scientifici.

Il contagio non avrà l’ultima parola, se Dio non l’ha
determinato; questa è la nostra fiducia.
Il contagio va fermato adottando un “decalogo” razionale  e scientifico.
Ma è perché ti amo e ti rispetto, che, in fin dei conti, mi sottometto e dico: #iorestoacasa!

Questo lo voglio fare da credente!

(Giacomo Carlo Di Gaetano)

Lettura consigliata: Nicola Berretta, Fede relazionale, Edizioni GBU, 2019

L’articolo La fede e la scienza ai tempi del coronavirus proviene da DiRS GBU.

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