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di Marcello Favareto

La lunga scia di attentati di matrice islamista in Europa nonché l’orrore del 7 Ottobre in Israele e la conseguente distruzione nella striscia di Gaza mantengono alta l’attenzione sulla presenza degli islamici di casa nostra e sul rapporto tra religione islamica e civiltà occidentale, sulla compatibilità degli insegnamenti del Corano con le società laiche occidentali.

Nel tempo, qua e là si sono registrate manifestazioni di musulmani con i cartelli “Not in my name”, forse segni di un ripensamento e per l’affermazione di un islam pacifico con la distinzione dai fondamentalisti violenti, dichiarati “sedicenti islamici” o addirittura “non islamici”.

Ci sono enormi, forse insormontabili difficoltà in questa operazione. Gli studiosi (Colin Chapman, p. 60) distinguono in proposito tra un Islam popolare, un Islam liberale e modernista e un Islam tradizionalista e ortodosso. Tuttavia nel decidere, ammesso che lo si possa fare, quale sia l’Islam con il quale preferiremmo interagire vorrei fare qualche considerazione che riguarda anche il cristianesimo.

 

Guerra santa e/o convivenza pacifica

Il primo punto che dobbiamo dirimere è l’alternativa tra guerra santa e/o convivenza pacifica. È possibile una riforma dell’Islam che vada nella direzione della seconda alternativa? È possibile leggere il Corano in maniera diversa da come è stato interpretato e applicato finora? Come si possono conciliare la jihad con un islam pacifico?

Ho deciso di rendermene conto direttamente e mi sono letto tutto il Corano, con un’attenzione particolare all’atteggiamento che i fedeli devono avere verso gli infedeli.

Ecco alcune Sure che parlano esplicitamente di questo.

 

Guerra santa

Sura II

190-193 “Combattete i vostri nemici nella via di Dio e non uscite mai da essa. Sappiate che Egli non ama chi esce dal Retto Sentiero. Uccideteli ovunque li incontrate e cacciateli via da dove essi hanno cacciato voi: subire passivamente una persecuzione è cosa peggiore dell’incontrare la morte. Ma evitate di ucciderli vicino alla Santa Casa, salvo che non siano essi i primi ad attaccarvi. In questo caso vi è lecito ucciderli e la morte sarà la ricompensa della loro iniquità. Se però i vostri nemici depongono le armi, allora anche voi deponetele e perdonate loro. Dio, infatti, è il Clemente e il Misericordioso! Combattete sino a che i Credenti non saranno più perseguitati e la sola religione sarà quella di Dio. Da quel momento i vostri nemici saranno i miscredenti e gli iniqui.”

Sura III

127-128 “Il vostro Signore vi renderà vittoriosi e ciò per uccidere ed umiliare i miscredenti, i quali saranno così i perdenti in questa e nell’altra vita . Lascia, Mohammad, che Dio accetti il loro pentimento o che li punisca, a Suo piacimento. In verità essi sono degli empi e degli iniqui!”

Sura IV

89 “I miscredenti vorrebbero che foste come loro, ma voi non scegliete fra di essi i vostri amici a meno che non abbiano riconosciuto la loro colpa e fatto ritorno sul Retto Sentiero. Ma se dovessero ritornare nella loro precedente condizione, allora vi è lecito prenderli ed ucciderli, ovunque si trovino.”

 

Ma subito dopo è scritto anche:
90-91 “Tra i miscredenti abbiate ad amici o a protettori solo quelli che appartengono a gente con cui esiste un patto di alleanza …. Se il vostro Signore avesse voluto, essi avrebbero prevalso su di voi, per cui se restano neutrali, non vi combattono o vi offrono la pace, non è lecito che voi li combattiate e, se lo farete, la vostra lotta non sarà sulla Via di Dio. Troverete altra gente che vorrà vivere in pace con voi, ma che coglierà in seguito ogni occasione per nuocervi. Accettate di buon grado la loro pace, ma se accadrà che essi non osservino le promesse e vi attacchino, allora combatteteli ed uccideteli, ovunque li troviate. Dio vi rende lecito un simile comportamento!”
93 “Ma per chi uccide intenzionalmente un Credente la punizione sarà il fuoco dell’Inferno ed in quel luogo troverà la sua eterna dimora.”

 

Sura IX
5 “O voi che credete! Osservate il patto concluso con gli idolatri, ma, allo spirare dei mesi sacri, combatteteli, ovunque li troviate. Non date loro tregua ed uccidete quanti di essi cadranno nelle vostre mani. Ma se quella gente si pentirà, crederà in Dio e nel giorno del Giudizio, osserverà la preghiera e pagherà la Tassa, allora cessate di combatterla. In verità Dio è il Clemente ed il Misericordioso!”

Sura XXXIII
60-62 “Se gli ipocriti, i miscredenti ed i sediziosi di Medina non cesseranno le loro provocazioni, ti sia lecito, Mohammad, muovere contro quella gente ed infliggere ad essi la giusta punizione. Essi sono dei Maledetti da Dio, per cui debbono essere uccisi dai Credenti allo stesso modo che, in passato, fu fatto – per Ordine Suo – nei confronti di altri negatori.”

Sura LIX
2 “E’ Lui che, chiamando alla Guerra Santa i Credenti, ha cacciato dalle loro dimore quanti, tra la Gente del Libro, rifiutarono di credere alle tue parole, Mohammad.”

Sura CX
1-2 “O Inviato! Quando, coll’aiuto di Dio, voi otterrete il desiderato trionfo sugli idolatri, allora tutti entreranno nella nostra religione.”

Mi sembra che i versetti siano, purtroppo, piuttosto espliciti.

 

Convivenza pacifica

Però, per rispetto della verità, dobbiamo anche riconoscere che coloro che difendono l’islam pacifico e rifiutano il terrorismo non raccontano frottole e fanno riferimento ad altri versetti. Tra i più noti possiamo ricordare:

Sura II
62 “In verità, coloro che, Ebrei, Cristiani e Sabei, credono in Dio e nel Giorno del Giudizio e compiono le buone opere, avranno la ricompensa presso il loro Signore. Essi nulla avranno da temere da lui e non vivranno nella tristezza.”

256 “Non vi dà alcuna costrizione nella Fede, poiché il Retto Sentiero si distingue da solo dal Sentiero dell’Errore. …”

Questo versetto viene spesso citato (v. anche ciò che ha scritto il filosofo francese nel testo precedente) ed enfatizzato più di quanto non sembri nel suo contesto.

Sura III
3-4 “Egli ha fatto scendere su di te, Mohammad, il Libro di Verità, a conferma delle precedenti Rivelazioni. Egli è colui che ha fatto scendere la Torah e il Vangelo,  affinché quei Libri fossero guida per i Credenti. …”

20 “… Dì poi alla gente del Libro ed agli idolatri: “Volete voi abbracciare l’Islam?” Se lo faranno, i loro passi percorreranno il Retto Sentiero, ma se rifiuteranno di farlo, tu lasciali al loro destino. Tuo compito è solo quello di mostrare i Segni di Dio a chi è in grado di coglierli. Il tuo Signore osserva ogni azione umana.”

64 “Dì, Mohammad, alla Gente del Libro: “Cerchiamo di trovare una soluzione che ci accomuni. Noi adoriamo un Unico Dio e non abbiamo altro Dio all’infuori di Lui.”

113-115 “Non tutta la Gente del Libro appartiene al numero dei miscredenti. Nel suo seno vi è infatti una comunità di Credenti che prega continuamente il suo Signore, prosternandosi in adorazione nelle ore della notte.  Essi credono in Dio e nel giorno del Giudizio, amano la Verità, rifuggono dall’Errore e compiono le buone opere. Essi sono Virtuosi e Timorati di Dio.  Il vostro Signore li ricompenserà, poiché Egli premia chi fa la Sua Volontà e Gli si mostra ubbidiente.”

 

Sura V

13-14 “In seguito gli Ebrei violarono questo patto e Noi li maledicemmo, indurendo i loro cuori. Fu così che essi falsarono il significato delle parole del loro Libro, giungendo fino a dimenticarne una parte: solo un piccolo numero evitò una simile miscredenza. Sii dunque benevolo, Mohammad, verso questi Credenti, perché Dio ama chi crede in Lui.

Noi stringemmo pure un Patto di Alleanza con i Cristiani, ma anche essi hanno dimenticato una parte del loro libro. Per punirli di ciò Dio ha fatto sorgere tra di essi le divisioni e l’odio perdurerà nel loro seno sino al Giorno del Giudizio.”

Ironia della sorte Maometto non poteva sapere quale drammatica divisione sarebbe emersa pochi anni dopo la sua morte tra i suoi seguaci: ancora oggi Sunniti e Shiiti si odiano profondamente.

32 “Fu a causa di questo delitto [Caino] che Noi dicemmo ai figli di Israele che l’uccisione di un essere umano, salvo il caso di un errore o di una disgrazia, sarebbe stato da noi considerato come un delitto contro l’intera umanità.”

Questo è il versetto che viene spesso citato quando si vuole dimostrare che l’islam è pacifico e che il Corano condanna quindi gli attentati e gli assassinii.

46-48 “Noi mandammo Gesù, Figlio di Maria, a confermare il Libro che già avevamo loro dato. Demmo a lui il Vangelo, in cui vi sono Luce e Guida, affinché i Virtuosi lo seguissero e credessero nelle sue parole.
Giudichino perciò i Cristiani secondo il Vangelo, poiché solo i miscredenti e gli iniqui prescindono dalla Parola di Dio nel dare i loro giudizi.
E su di te, Mohammad, facemmo scendere il Libro di Verità, a conferma delle Rivelazioni da Noi fatte agli Inviati che ti hanno preceduto. Giudica dunque Ebrei e Cristiani alla luce del Libro e le passioni non offuscheranno il tuo giudizio. In verità, Dio ha assegnato ad ognuno una via da seguire, mentre, se avesse voluto, Egli avrebbe fatto degli uomini una sola comunità con una sola Fede. Ma ciò non è , perché Dio vuole mettervi alla prova. Gareggiate dunque nel compiere buone opere, e nel Giorno del Giudizio tutti sarete radunati davanti a Lui. In quel giorno conoscerete da Dio le cose che vi hanno tenuti divisi su questa terra.”

 

65-66 “In verità, quanti tra la Gente del Libro crederanno ed agiranno da Virtuosi, avranno il perdono del loro Signore e saranno da Lui accolti nel Suo Paradiso.
In verità, se essi metteranno in pratica la Torah ed il Vangelo e quanto Dio ha rivelato loro, i Cieli e la Terra saranno benevoli verso di loro. Fra la Gente del Libro vi è chi è Credente, ma la maggior parte non crede e non compie le buone opere!”

E ancora una piccola chicca, sorprendente rispetto all’immagine dell’islam che riceviamo oggi.

82 “Tu troverai negli Ebrei e negli Idolatri i più accaniti nemici dei Credenti, mentre tra i Cristiani troverai i più sicuri amici. Questo avviene in quanto tra i Cristiani vi sono sacerdoti e monaci che servono Dio in umiltà e la superbia non regna tra chi segue Gesù, Figlio di Maria.”

Non pretendo certo di interpretare il Corano e non basta leggerlo una volta per capire l’islam. Maometto ricevette le “rivelazioni” nel corso di tre anni ma non scrisse mai nulla. I suoi seguaci imparavano a memoria i versetti pronunciati da Maometto e li scrivevano poi sui più svariati supporti. Fu Uthman, terzo Califfo, dopo la morte di Maometto, a raccogliere tutti i testi in un corpo unico di cui fece fare 4 copie e fece distruggere tutti i testi parziali precedenti.

Data la struttura della scrittura araba (senza consonanti) esistono ben 14 letture diverse del testo, prodotte dal 650 all’850 d.C. Inoltre il testo non ha una sua organizzazione logica o cronologica: le sure sono disposte per ordine di lunghezza, dalla più lunga alla più breve. Si sa soltanto quali sono state rivelate prima dell’esilio (meccane) e quali dopo (medinesi).

Cosa possiamo concludere? Come si possono conciliare versetti così contrastanti? Da come stanno le cose non sembra che i musulmani ci siano finora riusciti: o si sceglie la pace o si sceglie la guerra.

Ma come è fattibile una cosa di questo genere se il Corano originale è in Paradiso, non si può toccare e la sua interpretazione è stata congelata nel 14° secolo?

 

 Ma anche la Bibbia…

Una obiezione che si sente fare spesso da parte dei musulmani è: ma anche voi, Ebrei e Cristiani, avete nella Bibbia istruzioni a uccidere, a sterminare i nemici ecc.! In parte dobbiamo ammettere che è vero anche se ci sono differenze non trascurabili.

La prima è certamente il fatto che gli Israeliti nella fase della conquista di Canaan combattevano per un territorio: p.es. Deuteronomio 2:31-32 e 34 Mosè racconta come gli fosse stato rifiutato dal re locale il passaggio nel paese degli Amorrei: “E l’Eterno mi disse: Vedi, ho principiato a dare in tuo potere Sihon e il suo paese; comincia la conquista, impadronendoti del suo paese. Allora Sihon uscì contro a noi con tutta la sua gente per darci battaglia a Jahats. … E in quel tempo prendemmo tutte le sue città e votammo allo sterminio ogni città, uomini, donne, bambini; non vi lasciammo anima viva.

Ma, finito quel periodo, gli Ebrei non avevano particolari mire espansionistiche e, soprattutto, non miravano a convertire gli altri popoli al Dio d’Abramo. Le loro battaglie non erano contro gli infedeli in quanto tali. Non erano guerre di religione. E noi possiamo leggere oggi quegli ordini come parte di fatti storici che rientrano nella cultura dell’epoca e siamo ben lontani dal pensare che dovremmo fare così anche noi nel nostro tempo. Nella Bibbia i passaggi violenti sono descrittivi, mentre nel Corano sono prescrittivi.

Però… purtroppo, non è sempre così…
Deut. 13.6-8 “Se il tuo fratello,… o il tuo figliuolo… ti inciterà in segreto, dicendo: andiamo, serviamo ad altri dei … tu non acconsentire, tu non gli dar retta; l’occhio tuo non abbia pietà per lui; non lo risparmiare, non lo ricettare; anzi uccidilo senz’altro; la tua mano sia la prima a levarsi su lui, per metterlo a morte…

E questo ricorda uno dei versetti del Corano che abbiamo visto…

Num 15.30 “Ma la persona che agisce con proposito deliberato, sia nativo del paese o straniero, e oltraggia l’Eterno; quella persona sarà sterminata di fra il suo popolo. Siccome ha sprezzato la parola dell’Eterno e ha violato il suo comandamento, quella persona dovrà essere sterminata; porterà il peso della sua iniquità.

Non ricorda da vicino la legge contro la blasfemia, applicata nei paesi islamici? E non possiamo dimenticare che Gesù fu condannato a morte dal sinedrio, proprio con l’accusa di bestemmia per essersi dichiarato il Cristo, il figliuol di Dio! Oppure possiamo citare un Salmo splendido come il 139 che trova inseriti questi versetti (21,22): “O Eterno, non odio io quelli che t’odiano? E non aborro io quelli che si levano contro di te? Io li odio di un odio perfetto; li tengo per miei nemici.” O, ancora, il Sl 137.8-9 “O figliuola di Babilonia, che devi essere distrutta, beato chi ti darà la retribuzione del male che ci hai fatto! Beato chi piglierà i tuoi piccoli bambini e li sbatterà contro la roccia!

Terribile. Anche se non sono ordini a fare cose del genere, comunque sembra indubbio che esse vengono approvate, e ci lasciano con la pelle d’oca.
Nel leggere questi testi, anche se ci sentiamo un po’ a disagio, dobbiamo anche dire che non ci sentiamo realmente coinvolti da essi.
Perché? Perché non pensiamo che riguardano anche noi, che sono regole che anche noi dobbiamo seguire? Perché non ci toccano?

 

Perché non ci toccano?

Non so come gli ebrei, dalla diaspora in poi, abbiano elaborato questi testi ed abbiano resi innocui o non applicabili gli ordini della Legge che prescrivevano la condanna a morte, o altre punizioni violente.
Ma, per i cristiani, per me come cristiano, trovo una sola spiegazione: perché fra allora e oggi, fra loro e noi, è passato Gesù.
È lui che ha detto più volte: “Voi avete udito che fu detto agli antichi… Ma io vi dico…” E in particolare possiamo ricordare in Mt 5.43 “Voi avete udito che fu detto: ama il tuo prossimo e odia il tuo nemico. Ma io vi dico: Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figliuoli del Padre vostro che è nei cieli; poiché Egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.”

È lui:

  • che ha lasciato mangiare con le mani non lavate,
  • che ha detto che si può mangiare di tutto,
  • che ha affermato che il Sabato è per l’uomo e non l’uomo per il Sabato,
  • che ha completato e riassunto la legge ed i profeti nei due comandamenti “Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta l’anima tua e con tutta la mente tua” e “Ama il tuo prossimo come te stesso”
  • che ha reso il suo messaggio universale dicendo alla Samaritana “l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in ispirito e verità, perché tali sono gli adoratori che il Padre richiede. Iddio è spirito; e quelli che l’adorano bisogna che l’adorino in spirito e verità.”

 

Quindi non sul monte dei Samaritani, non nel tempio di Gerusalemme e nemmeno alla Mecca è necessario adorare il Signore.
Ecco, secondo me, il problema della riforma dell’islam sta proprio qui: avrebbero bisogno di un nuovo profeta, di uno come Gesù che possa correggere e completare il messaggio di Maometto. Ma Maometto è nato 600 anni dopo Gesù e, mentre ha pescato abbondantemente dall’Antico Testamento, non ha preso niente dal Nuovo.

Ora mi sembra difficile che appaia un nuovo profeta… quindi come uomo, cittadino di questo mondo, spero sinceramente, per il bene di tutti, che questa riforma, questa rivoluzione, questa liberazione da una ideologia soffocante e sacralizzata, come la definì il Presidente egiziano al Sisi in una prolusione all’Università Al–Azar a Il Cairo, il 28 dicembre 2014, possa realizzarsi, e presto.

Tutto a posto per noi?
Potremmo chiudere il discorso a questo punto. Tutti contenti perché la risposta ai problemi che abbiamo considerato sta in Cristo, nell’essere suoi seguaci. Ma saremmo dei disonesti se non ci chiedessimo se nel corso di duemila anni i cristiani abbiano dimostrato di essere indenni dal pericolo dell’odio in nome di Dio. E la risposta, purtroppo, sappiamo che è: NO, non ne siamo stati indenni.

Non è il caso di rifare la storia delle persecuzioni esercitate da cristiani nei confronti di altri esseri umani, cristiani o meno che fossero. Sembra banale e ovvio ricordare le stragi dei Catari, dei Dolciniani, piuttosto che degli Ugonotti o dei Valdesi, qui a casa nostra, che hanno riacquistato i diritti civili soltanto con lo Statuto Albertino del 1848. Quando si dice Inquisizione si dice tutto. Gli esempi che ho citato riguardano il mondo cattolico, ma anche i protestanti non si sono fatti mancare questi piaceri. Uno per tutti, possiamo citare il caso Michele Serveto, arrestato a Ginevra e poi condannato al rogo il 27 Ottobre 1553. Sebastien Castellion scrisse all’epoca: “Uccidere un uomo per difendere un’idea significa solo uccidere un uomo”.

Questa è la storia…

Conclusione
Alcuni nuovi atei hanno scritto libri per affermare che sono le religioni, che è l’idea stessa di Dio ad alimentare questo tipo di violenza. Dovrebbero allora dirci da quale Dio sono stati ispirati i lager nazisti, o i gulag sovietici, piuttosto che gli omicidi di Pol-Pot o, più modestamente, gli attentati delle nostrane Brigate Rosse o Nere.

No. Il problema è più profondo e universale, è dentro di noi, dentro ogni uomo. Potete anche chiamarlo peccato e si è manifestato già in Caino.
La tentazione di far valere le proprie idee con la forza è quasi irresistibile per l’uomo. Ed è indescrivibile l’euforia che può provare l’uomo quando è convinto di difendere Dio con le proprie azioni (come se Dio ne avesse bisogno…).

Ed era ovviamente così già ai tempi di Gesù.

In Luca 9:51 leggiamo: “Poi, come si avvicinava il tempo della sua assunzione, Gesù si mise risolutamente in via per andar a Gerusalemme. E mandò davanti a sé dei messi, i quali, partitisi, entrarono in un villaggio dei Samaritani per preparargli alloggio. Ma quelli non lo ricevettero perché era diretto a Gerusalemme. Veduto ciò, i suoi discepoli Giacomo e Giovanni, dissero: Signore, vuoi tu che diciamo che scenda fuoco dal cielo e li consumi? Ma egli, rivoltosi, li sgridò.”

E in Marco 9:40 “Giovanni gli disse: Maestro, noi abbiamo veduto uno che cacciava demoni nel nome tuo, il quale non ci seguita; e glielo abbiamo vietato perché non ci seguitava. Ma Gesù disse: Non glielo vietate, poiché non v’è alcuno che faccia qualche opera potente nel mio nome, e che subito dopo possa dir male di me. Poiché chi non è contro a noi, è per noi.”

E in Matteo 26.50 Gesù è nel Getsemane e sta per essere preso: “Allora accostatisi, gli misero le mani addosso, e lo presero. Ed ecco, uno di coloro che erano con lui, stesa la mano alla spada, la sfoderò; e percosso il servitore del sommo sacerdote, gli spiccò l’orecchio. Allora Gesù gli disse: riponi la spada al suo posto, perché tutti quelli che prendon la spada, periscono per la spada. Credi tu forse che io non potrei pregare il Padre mio che mi manderebbe in quest’istante più di dodici legioni di angeli?”

Ecco i tre classici casi: distruzione di chi non vuole il nostro Dio, rifiuto di chi non sta col nostro gruppo, uso della forza per difendere Dio, che, invece, non ha proprio bisogno di noi.

Ma la lezione di Gesù è inequivocabile. Quindi?

La nostra responsabilità è tornare sistematicamente a confrontare i nostri atteggiamenti, i nostri comportamenti, i nostri pensieri con l’insegnamento che Gesù ci ha dato. La storia ce lo insegna e ce lo chiede.
E speriamo, preghiamo, che anche i musulmani, che cercano consapevolmente o inconsapevolmente un riformatore, lo possano trovare in Cristo, indagando nel Vangelo di cui Maometto ha pur parlato così bene. Questo potrebbe essere l’atteggiamento da tenere nei loro confronti: invitarli a leggere le parole di Gesù, che Maometto, pur non citandole, non rifiuta.

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di Giacomo Carlo Di Gaetano

Vivere e confrontarsi con l’Islam

Bisogna decidere da dove partire. Il confronto con il “mondo islamico” (già questa sembrerebbe una scelta intepretativa – mondo islamico?) è una sorta di rompicapo.
Prima di tutto la cronaca che ci restituisce indizi molto eloquenti relativi a un conflitto senza quartieri tra il “mondo” cristiano e il “mondo” islamico (anche qui una interpretazione: che cosa significa “mondo” cristiano?).

In tutti i modi, la presenza strisciante del terrorismo, ormai non più declinato secondo le logiche delle organizzazioni globali modello spectre di 007, da Al Qaeda all’Isis, passando per lo stato islamico, ma un terrorismo che segue in maniera quesi ineluttabile i flussi migratori e il succedersi delle generazioni di immigrati che mal si integrano in Occidente (vedi rivolte in Gran Bretagna), ebbene questi indizi quasi ci impongono di partire da questioni di storia e di geo-politica.

Poi c’è l’aura un po’ esotica del tema; ma è prooprio una priorità impegnare la chiesa in interrogativi concernenti una fede che non sempre è a contatto con le chiese, in quanto spesso si rifugia in enclave etniche? Nei suoi confronti basterebbe una buona dose di politica da “riserva indiana” affinché tutti stiano buoni e noi si possa pensare al nostro mandato evangelistico che ha a che fare tradizionalmente con le estremità della terra (come se lì i musulmani non ci fossero) e più recentemente con una riconquista delle terre d’Europa, contro il secolarismo.

L’Islam lasciamolo o ai teorici del pluraismo religioso, predicatori astrusi di un mondo inesistente in cui tutte le strade porterebbero a Dio. Per niente proprio, vi risponderebbe un fedele musulmano e uno “cristiano”. Oppure lasciamolo a quei missionari-predicatori “arrabbiati” che, vedendo quello che gli altri non vedono, gridano al lupo al lupo dove il lupo sarebbe il rischio per tutti noi di diventare muslmani. Un po’ come l’apporccio identitario al cattolicesimo (ARC) per il quale rischiamo di diventare tutti cattolici e seguaci di Bergoglio … per la simpatia che suscita.

E poi c’è sempre la politica. Il tema dell’Islam può essere lasciato alla politica, sia essa di destra (prima gli italiani e attenzione alla sostituzione etnica e amenità del genere) sia essa di sinistra (multicolore è bello, è indice di una superiorità etnica e sociale).

Rinunciare al confronto con l’Islam o paralizzarsi a causa del rompicapo iniziale è un po’ come riscrivere il Grande Mandato di Gesù (Matteo 28) cancellando il passaggio da Samaria: mi sarete testimoni a Gerusalemme e poi alle estremità della terra. Ebrei (ma sfido a pensare alla testmonianza agli Ebrei in termini meno problematici di quella ai musulmani) e secolaristi, cioè quelli che ci assomigliano di meno e sono più distanti da noi quanto a regimi di credenze ben delineati.

Ma il mondo è una vasta distesa di chiaroscuri, di grigi. C’è un mondo che ci assomiglia pur essendo radicalmente diverso da noi. La categoria del “samaritano” nella Bibbia serve proprio a questo, a ricordarci che nella missione incontriamo dei nostri alter ego che ci obbligano a uno sforzo di penetrazione e di comprensione di che cosa crede l’altro (la donna samaritana) e di revisione della nostra identità (la parabola del buon samaritano).

L’Islam come una gigantesca Samaria onnipresente in tutto il mondo.

Colin Chapman studioso anglosassone che ha speso la vita a insegnare materie islamiche tra l’Inghilterra e il Medio Oriente, nel suo famoso libro dedicato al rapporto tra la croce e la mezzaluna (IVP, 2007) suggerisce che il primo passo da fare nel confornto con l’Islam e “avvicnarsi al musulmano, come nostro prossimo”. Prima ancora di capire l’Islam, prima ancora di discutere con i musulmani, di affronatare i temi di fondo o presentare loro il vangelo, è fondamentale:

– incontrarli faccia a faccia
– apprezzare la cultura islamica
– avere consapevolezza dei nostri pregiudizi.

“Ciao come stai”! Questa fu la risposta che il professore di studi islamici diede a uno studente che, durante il corso sull’Islam, gli chiese proprio: come devo approcciarmi a un musulmano? Salutandolo con un caloroso “Ciao come stai?” Fu la risposta del professore! Avviciniamo degli esseri umani prima che dei portatori di credenze. E il cristianesimo è l’unica visione del mondo che chiede ai suoi seguaci di incontrare l’altro sull’unico piano possibile, quello della sua umanità, indipendentemente dalle sue convinzioni. Poi ci sono altre cose e tra di esse mi stupice come Chapman insista sull’assunzione dell’iniziativa, per esempio nell’area dell’ospitalità: invitarsi e andare da loro e molto meglio che invitare loro (sic!).

Un altro step in questo incontro tra esseri umani è naturalmente quello di comprendere dove è l’altro. Sembra che la curiosità, quanto meno come prima mossa, stia in capo ai cristiani. Il cristianesimo una fede curiosa? Si scopre allora che per i musumani la famiglia, l’onore, l’educazione e l’onnipresenza di Dio nella vita siano pilastri di qualsiasi configurazione geo-culturale, dalle Filippine, alla Turchia, dai Paesi del Golfo alle enclave islamiche nel nord Europa.

Infine ci sono i nostri atteggiamenti. Stiamo parlando di un ipotetico primo passo nel “vivere e confrontarsi con l’Islam”, come suggeritoci da Colin Chapman.
Prima però di accennarvi, è bene sottolineare che questa iniziativa (vai a casa loro, chiedigli delle feste del loro calendario, scopri i loro valori) è relativa allo scambio “umano” cioè tra esseri umani che si riconoscono come tali.
Un po’ complicato attuare questa curiosità nei pressi dei tunnel di Gaza, e sotto le attuali macerie della Striscia. Ma sarebbe quasi impossibile anche per un gay dichiarato approcciarsi a un evangelico o cattolico conservatore, per gli stessi rischi che corre.
Quando si discute di queste cose c’è sempre una riserva da avere presente, una riserva che concerne la possibilità o meno di incontrarsi sul piano più propriamente umano. Non è sempre scontato. E sembra di ascoltare quei secolaristi che ci sussurrano: è chiaro, pensateci un po? Che le religioni ci facciamo meno che umani?

In tutti i modi, ecco alcuni dei nostri pregiudizi sull’Islam, secondo Colin Chapman.

I musulmani perseguitano i cristiani!
L’Islam appare come una religione di violenza!
L’Islam vuole dominare il mondo
Se il cristianesimo è vero, all’ora l’Islam è falso
E’ impossibile convertire un musulmano e noi non dovremmo neanche provarci!
I musulmani sono ottusi e arroganti!

Sarà vero? Può darsi di sì; può darsi di no.

Per il momento, anche solo a livello iniziale, hai tanti buoni motivi per partecipare al

XVII Convegno studi GBU: Vivere e confrontarsi con l’Islam!

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di Vinoth Ramachandra

(Tratto dal libro Il riso di Sara, di prossima pubblicazione presso Edizioni GBU)

Fin dai suoi inizi, la chiesa occidentale ha usato il salterio quale proprio innario. Agostino, Lutero e Calvino hanno scritto dettagliati commentari sui Salmi, compresi quelli di lamento. L’opera più lunga di Agostino è il suo Enarrationes in Psalmos, una raccolta di sermoni sui Salmi in cui sollecitava le comunità cristiane a fare proprie le parole di lamento dei salmisti: «Se il Salmo è una preghiera, pregate; se è un lamento, lamentatevi»[1]. I Salmi penitenziali di Lutero (1517) sono stati la sua prima opera originale a essere pubblicata e il primo libro pubblicato nelle colonie americane fu il Bay Psalm Book, nel 1640. Dietrich Bonhoeffer, pastore e martire tedesco, apprezzava i Salmi; per lui erano la principale forma di preghiera, sia individuale sia comunitaria. In una lettera ai genitori dalla cella in cui era prigioniero, scrisse: «Leggo i Salmi ogni giorno, come faccio da anni; li conosco e li amo più di qualsiasi altro libro»[2].

La sostanziale scomparsa del lamento dalle predicazioni, dalle preghiere e dalle liturgie comunitarie nelle chiese asiatiche, in una pedissequa imitazione degli stili d’adorazione delle opulente chiese occidentali, è oggetto di grave preoccupazione, se non altro perché incoraggia la disonestà nelle nostre relazioni con Dio e fra di noi. Dire alle madri che hanno perso i loro figli di non piangere perché «Dio ha il controllo» o che «Dio sta insegnando loro qualche cosa attraverso la sofferenza» non è solo pastoralmente dannoso ma teologicamente inesatto. Non soltanto viviamo in società dilaniate da rivalità etniche e religiose e provate da severi eventi climatici, crescenti disparità economiche e politici corrotti. Molti, nelle nostre comunità, schiacciati da queste realtà sociali non meno che dagli abusi domestici, sono tormentati dai dubbi sull’affidabilità delle promesse di Dio contenute nella Scrittura o sulla rilevanza del vangelo per i contesti culturali da loro abitati e lottano con preghiere inesaudite e con il silenzio di Dio di fronte ai loro traumi più profondi. Costoro non hanno un vocabolario con cui dare voce al loro dolore, perché nelle loro chiese la tradizione biblica del lamento è stata ignorata. Come rilevato dal pastore e teologo di Singapore Gordon Wong, «le nostre chiese enfatizzano la preghiera e la lode a Dio. Quasi sempre, però, pensiamo che le sole preghiere accettabili a Dio siano parole di lode e ringraziamento»[3]. Nulla di strano, allora, se tanti giovani sensibili e riflessivi scelgono di “ritirarsi” dalla chiesa, dove non ci si cura dei loro onesti dubbi e delle loro lotte.

Nancy Lee racconta la storia di un giovane cristiano traumatizzato dalla guerra, esperienza fin troppo comune, ovunque abbiamo la ventura di vivere.

 

«Nel 1996 ho abitato in Croazia; subito dopo la fine delle varie guerre ho percorso gran parte della Bosnia grazie a una borsa di studio Fulbright[4]. La gente lottava con i traumi della devastazione della guerra. Era normale imbattermi in esempi di straordinaria fede e coraggio a fronte di atrocità e orrori inenarrabili. Un giovane impegnato nel ministero musicale in una chiesa protestante, un giorno, mi confidò che al tempo del servizio militare, durante la guerra, aveva prestato servizio nell’esercito in difesa del suo paese. La sua esperienza della violenza era stata devastante e lui era molto angustiato. Quello dei veterani di guerra caduti nell’alcolismo per non essere riusciti a elaborare il trauma e il dolore da loro subiti era comune. In quella cultura tradizionale dell’est Europa, la terapia era vista ancora come una sorta di tabù. Il giovane pensava di poter guardare alla chiesa e al suo pastore come a un luogo in cui, grazie al suo ministero musicale, o almeno grazie al canto, avrebbe potuto trovare un po’ di sollievo per la sua guarigione e anche un modo per aiutare altri. Quando propose al pastore alcuni canti tristi, fu subito liquidato: gli fu detto che la chiesa deve concentrarsi sulla musica positiva e sulla lode di Dio. A questo rimprovero, il cupo scoraggiamento in cui il giovane cadde si sovrappose al suo irrisolto trauma interiore; tristemente, dovette prendere atto della sostanziale inutilità della musica della sua chiesa come aiuto per chi, come lui, fosse psicologicamente ferito»[5].

 

A chi rifiuta di affrontare la sofferenza di coloro fra cui vive o si vergogna delle loro fragilità, le grida di lamento sembrano così poco “spirituali”, imbarazzanti, perfino fastidiose! Quanto poi alla soppressione, da parte di alcune chiese, della tradizione biblica del lamento nella predicazione e nella liturgia, sono chiese per lo più adagiate sullo status quo, che hanno massicciamente investito nella preservazione di relazioni sociali basate sullo sfruttamento e sull’oppressione.

Questo tragico rigetto verso il lamento nella nostra predicazione e adorazione non è solo un problema d’ignoranza; è una mancanza di fede nel Dio della Scrittura. Un bambino sa di essere amato incondizionatamente dai suoi genitori e di godere della libertà di parlare apertamente con loro, di esprimere non meno il suo disagio e la sua rabbia della sua gratitudine e del suo amore. Abbiamo osservato che, nella fede dell’Israele veterotestamentario, il Dio di tutta la creazione aveva istituito un patto con loro, un patto assimilabile a quello di una relazione matrimoniale; fu proprio questa convinzione a consentire ai profeti e agli scrittori d’inni israeliti di inquadrare tutte le loro esperienze di vita individuali e comunitarie, nessuna esclusa, in quella relazione. Se in tempi di sofferenza e tumulti anche noi sappiamo di essere oggetto dell’amore incondizionato di Dio, siamo liberi di fare domande, di sfidare e anche di manifestare la nostra rabbia a Dio. È la sicurezza dell’amore a produrre e incoraggiare il lamento.

Ecco il consiglio del pastore australiano Malcolm Gill ai suoi colleghi pastori.

 

«Far leggere in chiesa un Salmo di lamento, anche senza commentarlo, dà voce a quanti affogano in silenzio sotto il peso del dolore. Recitare collettivamente una preghiera di dolore incoraggia quanti sono abbattuti: non sono i soli a portare il peso del dolore. Per quanto molto raro, anche un lamento musicale tramite un inno tradizionale o un canto contemporaneo può dare voce agli abissi del dolore, quando non si possono trovare le semplici parole»[6].

 

Da ultimo, ai conduttori di chiesa evangelici tentati dal fascino di una cultura dell’intrattenimento o semplicemente timorosi dei rischi dell’esposizione all’intenso dolore del mondo, raccomando il monito di papa Francesco nella sua enciclica Evangelii Gaudium («la gioia del vangelo»):

 

«Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze […] Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mc 6:37)»[7].

NOTE

[1] Augustine, Enarrationes in Psalmos 30.2.3, cit. in Rachel Ciano, “Lament Psalms in the Church” in Finding Lost Words: The Church’s Right to Lament, a cura di G. Geoffrey Harper e Kit Barker, Wipf & Stock, Eugene, 2017, p. 11. Fra le possibili ragioni per il venir meno del lamento nell’adorazione della chiesa occidentale a partire dal diciottesimo secolo, Ciano propone il declino della fede nella divina sovranità, le spiegazioni scientifiche della sofferenza e gli stereotipi culturali della «mascolinità» [L’opera citata di R. Ciano non è disponibile in Italiano; è tuttavia disponibile il testo di Agostino: Commento ai Salmi, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, Milano. 2001, ndt].

[2] Dietrich Bonhoeffer, Letters and Papers from Prison, SCM, Londra, 1953; tr. it., Resistenza e resa, Queriniana, Brescia, 2002, lettera del 15 maggio 1943, p. 18.

[3] Gordon Wong, God, Why?: Habakkuk’s Struggle with Faith in a World out of Control, Armour, Singapore, 2007, p. 7.

[4] Il programma Fulbright nasce negli Stati Uniti nel 1946 grazie alla legge proposta dal Senatore dell’Arkansas J. William Fulbright. La legge, approvata dal Congresso degli Stati Uniti, si prefigge l’obiettivo di finanziare borse di studio per lo studio, la ricerca e l’insegnamento in modo da favorire il processo di pace attraverso lo scambio d’idee e di cultura fra gli Stati Uniti e le altre nazioni nel mondo; fonte: http://www.fulbright.it/il–programma–fulbright/

[5] Lee, Lyrics of Lament, p. 14.

[6] 30. Malcolm J. Gill, “Praying Lament”, in Harper e Barker, Finding Lost Words, op. cit., pp. 232–233.

[7] Papa Francesco, Evangelii Gaudium, Catholic Truth Society, Londra, 2013, pp. 29–30; § 49; testo italiano liberamente consultabile on line sul sito http://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa–francesco_esortazione–ap_20131124_evangelii–gaudium.html.

L’articolo Quando la chiesa non si lamenta proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/quando-la-chiesa-non-si-lamenta/

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Tre domande a
Emil Shehadeh

Relatore al prossimo
Convegno Studi GBU, 31 ottobre – 3 novembre 2024

 

 

 

 

Per rispondere alle tre domande, dobbiamo definire alcuni termini

Estrema destra: le persone che militano in questa area politica odiano chiunque non sia d’accordo con la loro definizione dell’identità britannica. Tendono a essere puristi, e ricorrono alla violenza per esprimere la loro frustrazione per quello che ritengono essere il modo indifferente, e a loro parere subdolo e ingannevole, con cui i governi che si sono succeduti hanno ignorato la questione dell’immigrazione di persone provenienti da culture che sono totalmente in contrasto con i valori britannici ed europei, per non dire cristiani. Si tratta però di una piccola minoranza che ha un impatto minimo.

Estrema sinistra: le persone che militano in questa area politica sembrano condividere un odio per la maggior parte dei valori tradizionali ebraico–cristiani e ambiscono a un mondo in cui, superficialmente, tutti, incluso le varie opinioni sarebbero benvenuti nel Regno Unito, tranne le opinioni tradizionali di provenienza ebraico–cristiane. Uno dei tratti più evidenti è la critica unilaterale a Israele e di conseguenza agli ebrei, una critica che in molti casi si esprime con un odio cieco. Per questo motivo sono spesso alleati con i musulmani, in particolare con gli musulmani attivisti. La relazione è bilaterale. L’80% dei musulmani vota laburista, un partito politico di sinistra, un partito che dai tempi di Neil Kinnock ha però lottato per controllare l’antisemitismo dei suoi membri più estremi, come Jeremy Corbyn.

 

Le rivolte

Southport ha pianto la perdita di tre giovani ragazze uccise da un uomo i cui genitori erano immigrati dall’Africa. Un soggetto irresponsabile e ignorante ha affermato, sui social media, che l’assassino era musulmano. Questa notizia ha innescato un attacco a una moschea di Southport, da parte di estremisti di destra, alcuni provenienti da fuori Southport. Hanno attaccato la polizia, ferendo alcuni ufficiali, devastando e saccheggiando negozi e imbrattato i muri di slogan. Che cosa possiamo dire da un punto di vista cristiano di questa rivolta.

  1. La violenza è un male, indipendentemente da chi la pratica e dalle sue motivazioni.
  2. Attaccare i musulmani con o senza prove di colpevolezza, serve solo ad aumentare lo spettro dell’islamofobia.
  3. Anche se l’assassino fosse stato un musulmano, non si possono giustificare gli attacchi a una moschea, soprattutto in un contesto cristiano.
  4. La verità è fondamentale. I rivoltosi di Southport sono stati fuorviati da una bugia. Non conosciamo la religione dell’assassino delle ragazze. Anche se la conoscessimo e anche se l’aggressore fosse un musulmano, i cristiani non possono tollerare la violenza. Le autorità devono ai cittadini una maggiore trasparenza, una lezione che avrebbero dovuto apprendere dal disastro natalizio di Colonia (Justin Huggler, ‘Cover-up’ over Cologne sex assaults blamed on migration sensitivitiesPolice and media have been accused of silence on wave of New Year’s Eve assaults by men ‘of north African or Arab appearance’ because of fears of stirring social tensions, The Telegraph, 06 January 2016).
  5. La polizia ha fatto del suo meglio per sedare la rivolta di Southport e nessun cristiano ha tollerato le azioni dei rivoltosi.

 

Ciò nonostante, una delle dichiarazioni più forti è stata fatta da un uomo che ha rischiato la vita per salvare i bambini durante l’attacco di Southport. John Hayes, 63 anni, ha detto:

Non sono particolarmente motivato politicamente, ma mi sento sconcertato quando sento Keir Starmer e Yvette Cooper parlare di come la polizia si scaglierà con tutta la forza della legge, ecc., su queste persone [i rivoltosi]. Di fatto non stanno parlando della causa principale, e devono iniziare a capire che devono ascoltare e affrontare la causa piuttosto che i sintomi. Mettere questi ragazzi in prigione non risolverà i problemi fondamentali” (Matthew Weaver, Man who tackled Southport attacker says he wished he could have been ‘more Bruce Willis’, The Guardian, Wed 7 Aug 2024)

 

Al contrario, l’arcivescovo Welby ha criticato “l’odio e la violenza” che hanno sostenuto le rivolte (Hattie Williams, Christians have no place in far-right groups, Archbishop Welby warns, Church Times, 12 August 2024). Commentando la violenza, ha inoltre aggiunto:

È razzista… Prende di mira le minoranze etniche. È anti–musulmana, contraria ai rifugiati e ai richiedenti asilo. … E per togliere ogni dubbio, bisogna dire che è un’offesa alla nostra fede e a tutto ciò che Gesù è stato ed è l’uso fatto dall’estrema destra dell’iconografia cristiana. Vorrei dire chiaramente ai cristiani che non dovrebbero essere associati a nessun gruppo di estrema destra, perché quei gruppi non sono cristiani. Vorrei anche dire chiaramente alle altre fedi, in particolare ai musulmani, che noi ci dissociamo dalle persone che abusano di tali immagini in quanto sono fondamentalmente anticristiane” (Justin Welby, “After all these days of hate and violence in the UK, we must find a way to live together well,” The Guardian, Sun 11 Aug 2024).

 

Ironicamente, il Church Time ha pubblicato l’opinione di Welby con una foto di una “manifestazione” a Londra Islington con cartelli che recitavano “Schiacciamo il fascismo e il razzismo” e “Benvenuti rifugiati, fermate l’estrema destra”. Questi due slogan sono tipici degli atteggiamenti di sinistra e del governo: in primo luogo, chiunque chieda che nelle politiche sull’immigrazione venga inoculata una dose di razionalità viene etichettato come di estrema destra. In secondo luogo, la sinistra vuole una porta aperta per tutti i rifugiati senza calcolarne i costi. In terzo luogo, la violenza non è un’esclusiva dell’estrema destra, come dimostrano gli slogan e come hanno dimostrato anche le rivolte di Harehills. A Londra, rifugiati e immigrati che si sono ribellati per le strade hanno incendiato furgoni, rotto le vetrine e saccheggiato i negozi, mentre alcuni intonavano Allahu Akbar, sono stati criticati da un politico che poi è stato accusato di islamofobia. Il Muslim Council of Britania ha sostenuto che Allahu Akbar è una semplice preghiera musulmana (Millie Cooke, Outrage as Jenrick says people shouting ‘Allahu Akbar’ on London streets should be arrested immediately, Independent, 9th August 2024.). Non hanno detto che fu usata per la prima volta da Maometto quando decimò un’intera tribù ebraica. Mentre guidava il suo esercito verso il Khaybar ebraico, Maometto affermò “Allahu Akbar. Kharibat Khaybar“, che significa “Allah è grande, Khaybar verrà distrutto“. Il takbir può essere usato come lode, ma spesso è usato per alimentare la violenza musulmana.

Come al solito, l’establishment è così ansioso di proteggere gli immigrati che si concentra sulle reazioni estreme all’immigrazione incontrollata piuttosto che sull’immigrazione non regolamentata, mentre chiude un occhio sulla violenza degli immigrati, in particolare di quelli di religione musulmana.

 

Prima domanda

Qual è la relazione tra i recenti disordini e la fede della gente che proviene da altre tradizioni religiose?

Le rivolte di cui stiamo parlando sono una reazione a una violenza ancora più grande perpetrata contro degli inglesi (tre innocenti bambine) compiuta da immigrati o figli di immigrati. Non è certo una giustificazione, ma una semplice spiegazione.

Gli immigrati possono impiegare diverse generazioni per integrarsi e identificarsi con il loro nuovo paese. Si tratta di un freddo dato della vita, che prescinde dalla geografia. La difficoltà intrinseca all’adattamento a un nuovo paese può causare stress, sentimenti di rifiuto e persino problemi di salute mentale. L’incapacità ad assimilarsi (per lo più a causa del grande abisso culturale tra la vecchia e la nuova cultura) produce rabbia e odio, che a volte si traducono in attacchi criminali contro innocenti.

Appartenere a una fede che considera il cristianesimo una falsa religione e che condanna i suoi seguaci non solo al fuoco dell’inferno, dopo la morte, ma li rende passibili di aggressioni e uccisioni in questa vita, non aiuta il processo di integrazione. Ciò induce i figli degli immigrati verso tre alternative: l’estremismo, con il quale aderiscono alla loro religione in modi più rigorosi dei genitori; il secolarismo, in cui perdono la fede e diventano ostili alla loro precedente religione perché li priva dello stile di vita che l’Occidente offre. In terzo luogo, l’approccio culturale (ad esempio i musulmani culturali) che rendono omaggio sia alla loro nuova cultura sia alla religione dei padri. Sono musulmani nominali che sembrano avere lealtà divise. Citerebbero il Corano selettivamente per convincerti che l’Islam è pacifico e scelgono di ignorare o interpretare in modo diverso i Versetti di Sward del Corano e sostengono di non credere negli Hadith.

Un altro meccanismo di difesa preferito è quello di dare la colpa al colonialismo occidentale e al sionismo per tutti i mali presenti nel mondo musulmano. Non riescono a riconoscere che l’Islam è la potenza colonialista più longeva. Gli arabi della penisola [arabica] hanno conquistato il Medio Oriente, la Spagna, la Turchia, il Nord Africa e il subcontinente asiatico (Pakistan, India, Afghanistan, Iran ecc.) e hanno imposto la loro religione e la loro lingua.

Le rivolte attuali devono tenere conto delle reazioni alle rivolte di destra. Le contro-manifestazioni sono state animate da attivisti musulmani e da sostenitori dell’estrema sinistra che sventolavano la bandiera palestinese e condannavano Israele. La sinistra contiene elementi che sono violenti quanto, se non di più, dell’estrema destra. Un consigliere laburista è stato arrestato per aver dichiarato in un video: “Sono disgustosi fascisti e nazisti e dobbiamo tagliargli la gola e liberarcene tutti” (Aletha Adu, Suspended Labour councillor arrested over video ‘urging people to cut throats, The Guardian, Thu 8 Aug 2024).

L’attuale governo laburista sembra più propenso a esagerare l’impatto dell’estrema destra che ad affrontare la questione dell’immigrazione incontrollata. Si è detto poco sull’assassino delle tre ragazze innocenti. Ora l’attenzione è sulle “rivolte” e la reazione sembra provenire principalmente dall’estrema sinistra, pro-palestinese, che odia Israele.

 

Seconda domanda

In Inghilterra, in considerazione della grande tradizione pluralista e multiculturale della società inglese, anche in ragione del suo passato coloniale, l’Islam e i musulmani rappresentano un caso speciale?

 

Di tutte le minoranze che vivono nel Regno Unito, e con l’eccezione dell’ebraismo, l’Islam è l’unica religione che cerca di fondere religione e razza. Questo è il concetto di al-Ummah. Ma in realtà, mentre la maggior parte degli Ebrei è tale etnicamente e religiosamente, la maggior parte dei musulmani ha origini razziali diverse. L’Islam è una religione, non un’etnia. I musulmani sono individui appartenenti a etnie diverse. Tuttavia, i musulmani, sostenuti dall’ala sinistra, hanno portato avanti una campagna volta al riconoscimento dell’islamofobia come forma di razzismo.

Una delle caratteristiche dell’Islam è il suo senso di supremazia, come espresso in questo versetto:

 

“Voi siete la migliore nazione prodotta [come esempio] per l’umanità. Ordinate ciò che è giusto e proibite ciò che è sbagliato e credete in Allah. Se solo le persone della Scrittura avessero creduto, sarebbe stato meglio per loro. Tra loro ci sono credenti, ma la maggior parte di loro sono corrotti”. (Q 3:110). Fasiqun significa corrotto.

 

Il Corano chiama i non musulmani anche najas, che significa sporchi. In un certo senso questo è simile all’insegnamento chassidico, per cui i gentili sono sporchi e dovrebbero bollire negli escrementi.

L’Islam divide il mondo nella Casa dell’Islam e nella Casa della guerra. Tutti i non musulmani, incluso l’Occidente, appartengono alla Casa della Guerra e poiché sono fasiqun, corrotti, i musulmani hanno il dovere di combatterli

La narrazione musulmana afferma che Maometto e i primi musulmani furono perseguitati. E sebbene l’Islam sia stato all’offensiva per 1400 anni, in qualche modo i musulmani crescono con un senso di vittimismo.

La maggior parte dei musulmani cresce così con un senso di supremazia e di disprezzo per la cultura ebraico–cristiana. Allah aveva infatti dato l’intera terra a Maometto e ai suoi seguaci! Questo dà loro un senso di diritto che spiega il comportamento di alcuni musulmani in Occidente. Tendono a comportarsi come persone privilegiate ma perseguitate, che meritano più diritti e privilegi di chiunque altro.

 

Terza domanda

Esiste una prospettiva cristiana nei confronti degli attuali disordini? Cosa possono fare i cristiani in un contesto in cui lo scontro tra occidentali e musulmani raggiunge una violenza così estrema?

 

La prospettiva cristiana dovrebbe essere quella della saggezza e dell’amore. A volte è meglio tacere. Né Gesù né i suoi discepoli si sono coinvolti nelle proteste contro la crudeltà romana presente in Palestina. Dobbiamo comprendere queste dinamiche e incoraggiare le buone relazioni basate sull’uguaglianza di tutti gli esseri umani. Ma dovremmo incoraggiare le nostre autorità a controllare l’immigrazione in modo tale che le persone siano aiutate ad integrarsi. In una delle sue parabole Gesù insegnò l’importanza di calcolare il costo di una casa, prima di intraprendere un progetto di costruzione (Lc 14:28–30) e bisogna esprimere il punto di vista attraverso gli eletti nel parlamento e la stampa libera facendo notare che l’immigrazione non regolamentata è negativa per gli immigrati e la gente del posto.

I cristiani dovrebbero essere un buon esempio di prudenza e di tolleranza. Dovremmo impegnarci nei confronti dei musulmani per mostrare loro una visione del mondo migliore, uno stile di vita migliore, vale a dire Gesù la “via, la verità e la vita”. Le rivolte fomentano solo l’odio e l’odio va contro il cuore di Dio la cui sostanza è amore.

Dobbiamo incoraggiare più cristiani a intraprendere la carriera politica e giornalistica, sapendo che dovranno prepararsi a navigare controcorrente. Sostenere i valori cristiani in un mondo di menzogne, intrighi ed egoismo sarebbe per loro la croce da portare. I ministri cristiani del Vangelo non dovrebbero essere coinvolti nella politica.

Dobbiamo pregare per la saggezza, il coraggio e l’integrità in politica.

L’alleanza innaturale tra grandi aziende e politica ha come risultato che poiché gli immigrati, legali o meno, accetteranno salari bassi, allora i politici tendono a non fare nulla riguardo all’immigrazione; quando i politici vanno in pensione (spesso relativamente giovani) hanno prospettive incredibili nel mondo delle grandi aziende, quali ricompense per i favori fatti alle grandi aziende.

[I riferimenti culturali e politici sono da riferire naturalmente alla società inglese, e sono dell’autore, ndR]

L’articolo Disordini nella terra di Sua Maestà proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/disordini-nella-terra-di-sua-maesta/

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di Giacomo Carlo Di Gaetano

Il racconto di un'amicizia. Dialogo tra papa Francesco e il pastore Giovanni Traettino - Alessandro Iovino - copertinaNote a margine della lettura del libro di Alessandro Iovino, Il racconto di un amicizia. Dialogo tra papa Francesco e il pastore Traettino, Eternity, Milano, 2024, pp. 182.

 

Iovino ha fatto un capolavoro giornalistico. Non c’è che dire, anche in considerazione della diffusione del libro. Non c’è giorno in cui non si aggiunga un opinionista, un recensore, un’intervista alla lunga sequela di coloro che segnalano la novità rappresentata dal libro.

Dobbiamo allora, in prima istanza, dire qualcosa sul progetto che sta dietro il prodotto editoriale.

Tutto parte dall’amicizia tra l’attuale Pontefice e il pastore Giovanni Traettino, figura di spicco dell’evangelismo pentecostale e carismatico italiano e punto di riferimento della “Chiesa della Riconciliazione”. Questa amicizia raggiunge l’apice nella visita che Francesco fa al pastore, alla sua famiglia e alla chiesa di evangelica di Caserta il 28 luglio 2014. Il libro contiene belle e preziose foto di questo evento, in particolare quelle nella casa del pastore Traettino.

Il lavoro di Iovino comincia all’indomani di questo evento con un percorso di avvicinamento allo stesso pastore, che l’autore rivela di non aver conosciuto in precedenza, e poi di preparazione dell’intervista vera e propria che si è svolta il 7 novembre del 2023 presso Casa Santa Marta, la residenza del pontefice, anche questo evento corredato di foto a colori.

Si tratta dunque di un libro che intende fissare subito, senza perdere tempo, il flusso di eventi che hanno ruotato e ruotano intorno a questa amicizia, facendola conoscere, raccontandola e caricandola, come è naturale che sia, di significati e prospettive che guardano al futuro.

Lo ribadiamo, una bella operazione “giornalistica”. Insisto sul qualificativo perché sarebbe un errore approcciare il libro da un lato con le lenti amplissime e indefinite dello sguardo ecumenico e, dall’altro lato, sbirciandolo dall’angustissimo e contraddittorio evangelico “buco della serratura”, che in altri tempi ho definito “approccio identitario al cattolicesimo”.

Tra questi estremi c’è infatti il ricco spazio costituito dal materiale proveniente da confronti e rapporti tra cattolici ed evangelici che richiede chiavi di lettura più adeguate e spendibili nell’unica ottica alla quale un evangelico può attenersi per leggere e interpretare i fenomeni della storia e della vita in generale, vale a dire quella del vangelo (faccio tutto per il vangelo … esclamava Paolo, 1 Cor 9). Abbiamo tra le mani dunque un libro relativo al rapporto tra cattolicesimo ed evangelismo – nella versione italiana di un simile rapporto. Questo è un fatto ineludibile che, ancor prima di essere declinato nella prospettiva della documentazione giornalistica, impone una riflessione preliminare.

Di che cosa parliamo quando parliamo di rapporti tra evangelici e cattolici? L’espressione potrebbe essere espressa con altre formule (cattolicesimo/protestantesimo – ma ho i miei dubbi sull’adeguatezza di questa formula per il libro di cui stiamo parlando, nonostante l’autore provi a inserire l’evento-intervista in un panorama più  ampio, vedi pp. 53-55).
Io direi che ci sono almeno tre risposte da dare alla domanda relativa al contenuto di materiale che si occupa del rapporto tra cattolici ed evangelici.

Per prima cosa potremmo avere a che fare con materiale che si occupa del cattolicesimo in sé e per sé, con un approccio tipico di studiosi di storia della chiesa, di storia del dogma, di teologia, etc.. In questo approccio il punto di partenza dello studioso (evangelico o cattolico o secolare) conta un po’ meno. L’idea è che nel descrivere un mondo, e il cattolicesimo è un’intera costellazione di mondi, ci si sforzi di essere il più obiettivi possibili nella sua descrizione. Sarà importante, in questo approccio, tra le tante precauzioni metodologiche, fare attenzione per esempio ai registri comunicativi con i quali il cattolicesimo, i suoi esponenti o sezioni quali Conferenze episcopali, etc. oppure lo stesso pontefice, si esprimono. Un’intervista ha una collocazione che è differente da un documento ufficiale e nello studio bisognerà pensare al modo opportuno di articolare queste due fonti. Il ricorso a spot o a frasi ad effetto per parlare di cattolicesimo non appaiono adeguati in questo primo approccio che, ribadiamolo, ha lo scopo di descrivere il cattolicesimo. La descrizione obiettiva si presta poi a essere usata per diverse finalità. Sicuramente, la testimonianza cristiana al vangelo potrebbe giovarsi di simili descrizioni.

All’estremo opposto dell’approccio focalizzato sul contenuto c’è l’approccio focalizzato sull’interesse di chi parla di cattolicesimo. L’ho definito approccio identitario al cattolicesimo (AIC). In questo caso tutto lo studio del cattolicesimo (ma anche di qualsiasi altro oggetto di studio) ha lo scopo di far emergere gli approcci evangelici al cattolicesimo. Si studia il cattolicesimo, de jure e de facto, per capire che cosa pensano e fanno gli evangelici (di tutto il mondo) nei suoi confronti. L’approccio identitario al cattolicesimo è allora un mascherato studio della condizione dell’evangelismo, volto a suggerire una maggiore circospezione e tutela nei confronti di ipotetici complotti finalizzati a portare gli evangelici sotto la cupola di Roma. Questo approccio, che non si pone lo scopo della testimonianza al vangelo, potrebbe intravedere nel lavoro di Iovino un pericoloso precedente. Unico motivo, più o meno dichiarato, è quello di intruppare gli evangelici in una novella e gigantesca dieta planetaria (dieta era il termine usato nel XVI secolo per i dibattiti, a volte sanguinosi, tra cattolici ed evangelici) con tanti emuli di Lutero e Calvino intenti a segnare i limiti di ciò che non può essere attraversato, nel rapporto con il cattolicesimo.

Ma c’è un terzo modo di intendere e studiare il rapporto tra cattolici ed evangelici. Non centrato sull’oggetto studiato (il cattolicesimo); non sull’interesse di chi studia (approccio identitario) ma semplicemente focalizzato sul rapporto in sé e per sé.

Di cosa stiamo parlando, nel nostro caso? Di un incontro tra un pontefice e un pastore evangelico (PUNTO).

Sicuramente è qualcosa di straordinario e Iovino non lesina espressioni enfatiche per il suo capolavoro giornalistico (un momento di luce purissima, p. 57). Il libro appartiene allora a un materiale, prezioso, che racconta ciò che è accaduto tante altre volte, magari a livelli inferiori, quanto ad autorevolezza dei protagonisti. E non mi riferisco agli incontri ecumenici veri e propri ma a una lunga sequela di eventi, incontri, dibattiti che si organizzano a livello di parrocchie, di sedi arcivescovili, in contesti di celebrazioni storiche, di presentazioni di iniziative sociali e di varia natura, etc.

Questo materiale non deve essere derubricato al livello di indicazione universale, ma neanche nazionale, su quello che è lo stato dei rapporti tra il cattolicesimo e l’evangelismo. È al contrario un materiale prezioso che testimonia di una vera e propria provvidenza divina che ha permesso il superamento dei secoli e dei decenni bui in cui queste comunità di fede si guardavano in cagnesco. Nel libro sono presenti numerosi accenni a questi tempi bui: c’è la testimonianza di Bergoglio (pp. 32); c’è il riferimento alla Circolare Buffarini-Guidi (pp. 52sg.), etc. Per inciso: Iovino non conosce forse pienamente la storia ottocentesca dell’evangelismo italiano e la faticosa conquista, condita di stragi e attentati, della libertà di culto. Il materiale relativo ai rapporti tra cattolici ed evangelici racconta dunque una bella storia di rispetto crescente, stima e apprezzamenti. Grazie a Dio per questo.

Un’altra caratteristica di questo tipo di materiale, a cui appartiene a pieno titolo il nostro volume, è quello rappresentato dal sentimento espresso dai protagonisti di questi eventi; essi tendono a proiettare l’esperienza positiva del singolo evento verso un futuro che potrebbe riservare ulteriori tappe. Nel libro si parla di raggiungere una maggiore unità nella diversità (p. 55). Non ho la sfera di cristallo ma penso di poter dire che questa speranza è molto bella in quanto restituisce l’atmosfera positiva dell’evento che racconta (figuriamoci: l’intervista a un papa da parte di un giornalista evangelico, p. 47); dice naturalmente poco a proposito del futuro. I protagonisti dell’approccio identitario al cattolicesimo potranno stare tranquilli: ci saranno sempre evangelici che passeranno dall’altra parte così come cattolici che faranno il percorso inverso. Le cose non cambieranno di molto. Speriamo, questo sì, che, grazie a iniziative del genere, cresca il rispetto e la stima reciproca e si possa, in nome di un’stanza superiore, quella del vangelo, permettere che le anime conoscano la salvezza in Gesù.

Adesso veniamo al libro, che si presenta diviso in tre parti.
Nella prima c’è la cronaca dell’Intervista vera e propria, con un resoconto dettagliato delle domande e delle risposte dei due protagonisti in un clima, manco a dirlo, di amicizia, cortesia e con accenti di indubbia, trasparente, cristiana e, perché no, evangelica (in senso lato) comunanza.

Nella seconda parte, dal titolo “Ascoltiamoci”, l’autore cerca di fare un bilancio dell’evento­-intervista, ripercorrendo il percorso delle domande e corredandolo di sue personali riflessioni e di citazioni bibliche. Mi pare di capire, o di interpretare, che queste citazioni vogliano creare, in qualche modo, una zona cuscinetto tra due mondi che non sono solo rappresentati plasticamente dai titoli dei personaggi coinvolti, il pastore evangelico e il pontefice, ma che attraversano, lo si percepisce molto bene, l’intimo del giornalista e del credente Alessandro (Non è semplice trovare buoni motivi per sostenere le proprie aperture, non è semplice trovare parole per spiegare il bisogno di smuovere stati di immobilità durati decenni, p. 64). È questa la parte più autoriale, se così possiamo dire, del libro, quella in cui il giornalista si improvvisa teologo.

La terza parte è una raccolta, preziosa, di fonti (discorsi, interviste e testimonianze) che hanno fatto seguito all’evento del 2014 e giungono fino al giorno d’oggi (pp. 105-173).
In questa terza parte sono riportati i discorsi del pontefice e di Traettino in occasione della visita di Francesco a Caserta.

L’intervista si sviluppa seguendo una successione  di domande. Mi pare che non venga spiegata la successione dei temi e delle domande (sono tredici e sono elencati opportunamente nell’indice). I temi che scandiscono le domande erano comunque presenti nei due discorsi del 2014, tenuti a Caserta. Ma a un lettore attento come potrebbe essere il sottoscritto avrebbe fatto piacere una giustificazione della loro articolazione, per esempio quale domanda prima e quale domanda poi. Questa nota sulla successione dei temi ha anche a che fare con un altro fatto, vale a dire che non sempre si coglie una simmetria nelle risposte che forniscono i due protagonisti.

Mi spiego e faccio l’esempio del tema della diversità (pp. 38-44). Non si capisce perché su questo tema Bergoglio parli di migrazioni e dunque di diversità culturali, di globalizzazione e di integrazione mentre il pastore Traettino si sofferma sulla diversità che si registra tra cristiani. Sarebbe stato interessante ascoltare Bergoglio affrontare di petto, e nel contesto dell’intervista, il tema della diversità all’interno del cristianesimo, e dello stesso cattolicesimo, così come ascoltare Traettino parlare di diversità culturale, di immigrazione e così via. Questo non significa che i protagonisti non affrontino i temi relativi alle differenze tra cattolici ed evangelici. Ma non si capisce perché proprio in quel punto le risposte non rispettino una certa simmetria.

Le differenze teologiche vengono trattate con un approccio fenomenologico piuttosto che dottrinario. Il che restituisce delle convergenze suggestive. Penso per esempio al tema della confessione, declinato da Bergoglio in chiave comunitaria, declinazione nei confronti della quale Traettino non può che essere d’accordo. Eppure la confessione è e resta un sacramento. Idem per la questione del vicariato, così come sul ruolo della Madre di Dio.

È probabile che il clima di rispetto e di apprezzamento reciproco, a cui abbiamo alluso, abbiano bisogno di questo ampio spazio fenomenologico in cui i singoli dogmi vengono in qualche modo sfumati per lasciare lo spazio nel dialogo a ciò che di positivo creano. Bello. Ma i dogmi ci sono e questo lo sanno sia Traettino sia Bergoglio. Non dobbiamo suggerirglielo noi.

Ci sono due punti in cui l’autore nelle domande e gli intervistati nelle risposte usano l’espressione “teologia”: teologia dell’essenziale (p. 18) e teologia del poliedro (p. 23). Concentriamoci un attimo su questi due punti perché essi mi sembrano i più qualificanti del volume.

Teologia del poliedro. Bergoglio allude alla figura del poliedro, con buona pace di Iovino che ci confessa non essere bravo in matematica (geometria), quando, nel suo discorso del 2014, parla della diversità tra evangelici e cattolici (cioè proprio l’argomento che manca nella risposta a Iovino). Lì Bergoglio prendendo spunto da un’espressione che, se la memoria non mi inganna, era di Oscar Cullman, vale a dire “diversità riconciliata” e facendo leva sull’azione dello Spirito (con un riferimento abbastanza esplicito a 1 Corinzi 12) afferma che l’unità tra i cristiani assomiglia a un poliedro (anche un prisma?) in cui ogni faccia è beneficiaria dell’unica azione dell’unico Spirito ma si esprime nelle sue proprie peculiarità che siano quelle della chiesa di Roma, delle chiese della Riforma, o del movimento pentecostale: “il poliedro è una unità, ma con tutte le parti diverse; ognuna ha la sua peculiarità, il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità” (p. 106). Bergoglio riteneva che questa figura potesse esprimere un nuovo volto del vecchio progetto ecumenico.

Il vecchio progetto ecumenico, che pure aleggia in alcune risposte e in tutto il volume, prendendo spunto da un altro brano neotestamentario (Giovanni 17 – vi allude Traettino – p. 110) poneva capo a un’altra figura “geometrica”, quella del cerchio (una ruota) in cui i raggi convergono al suo centro dove il centro, fuor di metafora, è Cristo.

Qui abbiamo un ampio campo di confronto tra evangelici e cattolici che si avvantaggia del fatto che non si sviluppa a suon di versetti sparati l’uno contro l’altro o di costruzioni teologiche che si contrappongono. No, ancora una volta, ricorrendo alla mediazione dei fenomeni a cui danno vita le costruzioni teoriche, abbiamo il vantaggio di discutere a partire da costellazioni metaforiche e figurative.

Giusto un piccolo assaggio. La figura dell’ecumenismo storico, il cerchio, se da un lato esprime un grande afflato teleologico (si va tutti verso Cristo) pone il problema di quale sia il punto di partenza. Gesù Cristo non è solo l’omega ma anche l’alfa; non è solo un punto di arrivo ma anche un punto di partenza. Parliamo dello stesso Cristo quando riflettiamo e tiriamo dentro al discorso ecumenico tutta la vicenda della ricerca del Gesù storico nel suo rapporto con il Cristo della fede? O qual è lo status del Risorto in rapporto a due segmenti della storia del cristianesimo, vale a dire la chiesa nella sua condizione istituzionalizzata (successione) oppure la predicazione della Parola che è viva in ragione del Vivente?

La nuova figura per i rapporti ecumenici, quella del poliedro, è debitrice nei confronti di 1 Corinzi 12. Ma non sarebbe questa una sorta di santificazione e cristallizzazione dello status storico raggiunto dalle chiese? E se ogni faccia del poliedro ha la sua ragion d’essere nel carisma ricevuto, non sarebbe questa una gigantesca premessa per un relativismo teologico in cui è bene che ognuno stia al proprio posto, premesso che ci riconosciamo nei carismi ricevuti e che ce li teniamo cari senza metterli in discussione? Qui l’approccio identitario al cattolicesimo, quello in cui si studia il cattolicesimo per dirsi alla fine “dobbiamo essere più protestanti” trova una sua ragion d’essere proprio nel poliedro proposto da Francesco. In questo caso, veramente, si finisce sotto la cupola di Roma (sic). E infine, potrebbero darsi altre, nuove facce del poliedro? Chi le introduce, come verranno accolte, quale autorità potrà alla fine dire: ecco, il poliedro si è arricchito di una nuova faccia?

I due modelli, cerchio e poliedro, si dimostrano deficitari non nei confronti di questa o quella prospettiva confessionale, ma deficitari nei confronti del vangelo. Non hanno forse affermato i due protagonisti, Bergoglio e Traettino, in più punti, che bisogna pensare a un cristianesimo in cammino? Solo il vangelo è ciò che può mettere in cammino donne uomini che rinunciano alle loro identità, siano esse cattolica, protestante o pentecostale!

La teologia dell’essenziale (p. 18). Qui, se capisco bene lo sviluppo dell’ottimo lavoro fatto da Iovino, mi pare di percepire uno slittamento. Quando il pastore Traettino introdusse nel 2014 il tema dell’essenziale, riprendendo una frase di Raniero Cantalamessa (gli evangelici sono cristiani col carisma dell’essenzialità, p. 111), declinò egregiamente quella caratteristica in una una pagina impregnata di cristocentrismo con il chiaro riferimento a 1 Corinzi 3:11: “la conversione a Cristo; la relazione personale con Cristo; l’imitazione di Cristo …” (p. 112).

Quando il tema viene ripreso nell’intervista (pp. 18sg.) l’essenzialità viene declinata in modo diverso: “chiederei a entrambi di raccontarmi l’essenza dell’amore per Dio e dell’amore di Dio, facendo riferimento a quella che potremmo definire teologia dell’essenziale” (Iovino). Le risposte sono abbastanza conseguenti, volgendosi verso quello che appare essere il grande paradigma che il mondo post-cristiano chiede alle chiese cristiane di interpretare. Un paradigma in cui si esprima nell’amore (Vattimo parlava di caritas) il tutto del cristianesimo. Per carità, tutto potrebbe tenersi: il cristocentrismo è un’elaborazione che non esclude il tema dell’amore di Dio per il mondo e del possibile amore del mondo per Dio e degli uomini tra loro (“energia sorgiva per tutte le relazioni”, Traettino, p. 19).

Ma questa è una grande sfida epistemologica: il cristianesimo può essere ridotto a una sua essenza che si limiti a un afflato inclusivo generalizzato senza prevedere l’altro tema della verità e, ahimè, dell’esclusione?

Il libro in questo senso è un esercizio interessante che ci spinge a interrogarci. Hanno risposto Bergoglio e Traettino a questa sfida? Hanno colto le differenze che insistono tra il vangelo e le conseguenze del vangelo. Il pastore Traettino del discorso del 2014 mi piace di più del pastore che nel 2023 risponde alla domanda sull’essenzialità.

Devo concludere questa lunga riflessione. Questo è un libro che dà a pensare, che stimola anche là dove il lettore potrebbe aver desiderato maggiore coerenza. Un libro da non leggere con le lenti semplicisticamente ecumeniche ma neanche da leggere con i paraocchi dell’approccio identitario al cattolicesimo, magari suggerendo che esso potrebbe essere espressione di uno scivolamento che si vorrebbe evitare all’evangelismo italiano e addirittura mondiale.

Un libro, al contrario, da leggere con curiosità, con generosità nei confronti di chi lo ha pensato e assemblato. E se da questa venisse fuori la necessità di tornare a pensare sempre e di nuovo a partire dal vangelo, allora vuol dire che si è trattato di una “buona” lettura.

 

 

 

L’articolo Ci fa evangelici “una solida e serena convinzione” proviene da DiRS GBU.

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Questa mattina si è diffusa piuttosto rapidamente la notizia che è venuto a mancare la notte scorsa il teologo valdese Paolo Ricca, figura di grande spessore culturale, credente profondamente partecipe del messaggio cristiano e tra i maggiori studiosi italiani del pensiero della Riforma. Si tratta di una perdita per il mondo del protestantesimo storico italiano e per tutto il mondo evangelico.

In questo mio ricordo non entrerò sempre nella discussione sul suo pensiero, ma soprattutto sul rapporto che ho avuto con questo studioso e che ho avuto il piacere di incontrare in diverse circostanze ed in diverse epoche della mia vita.

Penso che la prima volta che ho sentito una conferenza di Paolo Ricca fosse quando avevo appena iniziato l’università ad inizi anni 1980 e si stava celebrando il cinquecentenario della nascita di Lutero. Ricca, che era già docente di storia della Chiesa alla Facoltà Teologica Valdese, venne a presentare a Bari un testo di Lutero e, devo ammettere, che la sua chiara presentazione ha sicuramente invogliato me, giovane studente di filosofia appassionato del messaggio evangelico, ad approfondire il pensiero della Riforma e dei principali riformatori. 

Qualche anno dopo mi sono iscritto alla Facoltà Teologica Valdese ed ho studiato e fatto l’esame di storia della Chiesa con lui. Si è trattato di un affascinante colloquio (durato più di due ore) che è stato di grande interesse e di valore. Ricordo ancora le domande (non sempre facili) cui ho dovuto rispondere, ma mi rimane l’idea di un grande insegnante che aveva cura della formazione dei suoi studenti.

Una terza circostanza che ricordo è quella sempre di un incontro barese, in occasione del Cinquecentenario della Riforma, nel 2017. Invitato dal Consiglio Pastorale delle Chiese di Bari, Ricca, nel giro di pochi giorni, nonostante l’età, fece ben quattro discorsi ad un pubblico di tipo diverso. Di questi quello che mi ha impressionato di più è stato il dialogo con i ragazzi del mio liceo. Originariamente non era un evento programmato, ma proprio durante un incontro di aggiornamento con docenti di storia di scuola superiore, venne a lui in mente di voler parlare in una scuola. La sua passione per la Riforma e per il messaggio di ritorno alla Parola di Dio e ad una nuova libertà, appassionò diversi studenti del mio liceo e anche in questo caso devo ammettere l’efficacia del suo messaggio a giovani adolescenti che difficilmente (pur studiosi come possono essere quelli che frequentano un liceo classico) si appassionano a questioni riguardanti il cristianesimo.

Le ultime due volte in cui incontrato Ricca sono piuttosto recenti e hanno a che fare con due avvenimenti di quest’anno. Il primo è quello del Convegno GBU dedicato all’ateismo. In quel caso si decise di intervistare Ricca su una delle sue ultime pubblicazioni, il libro Dio. Apologia, uno dei testi più interessanti pubblicato da un teologo evangelico in Italia e dedicato proprio ad una dettagliata analisi dell’ateismo contemporaneo (soprattutto nella prima parte del testo). Io e Giacomo Carlo di Gaetano pensavamo di poter finire l’intervista in circa 30 minuti: il fiume di parole di Ricca ci ha portato a fare una trasmissione di più di un’ora, dove si può vedere tutta la passione dell’anziano teologo e che ancora oggi può essere rivista da ognuno di noi.

L’ultima volta che ho visto Ricca è stato qualche mese fa, il 25 maggio per l’esattezza, quando, di nuovo a Bari, era venuto per l’inaugurazione della Libreria Bonhoeffer, unica libreria evangelica presente sul territorio dove abito. Anche in questa circostanza la sua conferenza dedicata al teologo tedesco fu di grande spessore.

Una serie di incontri che mi hanno insegnato diverse cose sulla persona, oltre che sul teologo. In primo luogo, la profondità della sua fede. Si poteva non essere d’accordo con lui teologicamente, ma non si poteva non ammettere che fosse un uomo di grande fede che metteva la predicazione e l’annuncio del Vangelo al primo posto.

In secondo luogo, la capacità comunicativa. Ricca (e l’ho vissuto personalmente) era capace un pomeriggio di parlare agli studiosi, la mattina di parlare a degli studenti di Liceo, la sera alla cittadinanza e la domenica predicare al popolo di Dio. Tutto questo riuscendo sempre a trovare il tono e le parole giuste ed a riuscire a trovare un contatto con il pubblico con cui parlava.

In terzo luogo, il pensiero. Ricca nella sua fase pastorale e di insegnamento alla Facoltà, ha voluto essere soprattutto un insegnante, scrivendo realmente poco, ma curando la conoscenza del pensiero riformato in Italia (sua è la cura delle opere scelte di Lutero, che ha permesso a diversi italiani di conoscere meglio il fondatore della Riforma Protestante); una volta “ritiratosi” ha iniziato a scrivere degli argomenti che maggiormente lo appassionavano e, per questo, il lettore italiano può trovare pubblicate, prevalentemente da Claudiana, diversi suoi scritti che vanno da quelli più propriamente storici, a quelli di spessore teologico, a quelli esegetici (il suo ultimo libro pubblicato è dedicato al Vangelo di Marco) alle predicazioni, attività a cui non ha mai rinunciato e che mostra come, ancora oggi, dopo più di cinquecento anni, la predicazione della Parola, rivesta un ruolo fondamentale nel mondo evangelico.

Fondamentalmente barthiano nella sua impostazione teologica, Ricca è stato anche un campione del dialogo all’interno del cristianesimo. Essendo stato osservatore al Concilio Vaticano II, è entrato in un interessante dialogo con il mondo cattolico che lo ha rispettato e lo ha anche ascoltato in molte circostanze. E’ stato anche campione del dialogo con il mondo pentecostale, l’ala evangelica conservatrice più numerosa in Italia, con cui è riuscito a tenere un ottimo rapporto nonostante le divergenze teologiche.

La sua opera andrà valutata col tempo, come alcuni sostengono, ma sicuramente va detto che si tratta di uno dei pochi teologi evangelici italiani che hanno dato un contributo originale al pensiero teologico degli ultimi anni. Le sue opere andranno lette con attenzione e tutti noi nel mondo evangelico siamo a lui debitori di qualcosa e non dobbiamo dimenticare la sua capacità di saper parlare di Dio al nostro secolo, compito non sempre facile per noi e che Ricca ha saputo fare egregiamente.

 

                                                                                                                                                       Valerio Bernardi – DIRS GBU

L’articolo L’uomo che sapeva parlare di Dio. Ricordo personale di Paolo Ricca. proviene da DiRS GBU.

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Si è spento ieri, dopo 98 anni di vita su questa terra, il teologo luterano Jürgen Moltmann, uno dei massimi pensatori della seconda metà del XX secolo, che ha avuto il merito di influenzare non solo la teologia luterana e protestante mainline, ma anche quella evangelica, grazie ai diversi dottori di ricerca di area evangelica che si sono formati con lui.

Volevo partire da un mio ricordo per delineare brevemente il panorama dei suoi studi e della sua influenza. Giovane studente di filosofia entusiasta della propria ricerca (così si deve essere a 22 anni) mi rivolsi a lui per un colloquio chiedendo un suo parere sulla mia tesi di laurea. Devo dire che ne uscii deluso in parte perché criticò il mio interessarmi ad un pensatore come Martin Heidegger ed al suo rapporto con la teologia. Negli anni 1980 riteneva che la tematica dell’esistenza umana e del suo rapporto con il divino e della sua possibilità di decisione fosse “superata” dagli eventi. Oggi, cum grano salis, devo dire che in parte comprendo meglio le sue critiche ed il suo volersi posizionare al di là del dibattito teologico e filosofico che vi era stato nei paesi di lingua tedesca tra le due guerre e che sicuramente aveva prodotto grandi pensatori (mi riferisco a K. Barth, a Bonhoeffer ed a R. Bultmann) ma che aveva fatto vivere uno dei periodi più infausti della sua storia ad un Paese in cui il protestantesimo in realtà poco aveva fatto per fronteggiare il Nazismo (in qualche modo vi si era anche compromesso), era giusto anche perché bisognava creare un nuovo orizzonte di pensiero in cui muoversi ed in cui costruire una teologia che avesse una visione ottimista della vita.

Il punto di partenza del pensatore tedesco sarà duplice, come dovrebbe essere per chiunque si ponga il problema di parlare di Dio nel proprio: confrontarsi con il tempo presente e guardare alla tradizione da cui si proviene mettendo la riflessione sul testo biblico al centro. Il punto di riferimento teorico iniziale (perché da lì si andrà oltre) sarà il testo monumentale (tra l’altro poco letto in Italia) del filosofo marxista tedesco Ernst Bloch Il principio speranza. Bloch aveva pubblicato il suo libro negli anni 1950 ed aveva iniziato a concepirlo prima del secondo conflitto mondiale per concluderlo poco dopo, cercando di costruire un nuovo modello utopico che potesse dare una visione verso il meglio alla società che risorgeva dalle ceneri del secondo conflitto: lo stesso filosofo, benché ateo, aveva dato attenzione alla questione escatologica nel pensiero teologico. Questa intenzionalità di Bloch sarà ripresa da Moltmann nel suo primo grande libro teologico, Teologia della speranza, dove, con diretto riferimento all’opera del pensatore marxista, si dava spazio ad una delle cosiddette tre virtù teologali e si faceva divenire la speranza il perno di un nuovo modo di vedere teologico che avesse al centro la riflessione sulle cose ultime, sul Regno di Dio e sulla promessa di un mondo migliore. Pubblicato nel 1964 le reazioni furono positive da parte di alcuni che usarono il testo come spunto per una “nuova” teologia politica, più negativa da parte dei teologi “classici” del protestantesimo (come lo stesso Barth) che vedevano nel puntare alle cose ultime un esito poco realistico della teologia e poco centrato sul Solus Christus. 

Bisogna però dare atto che il superamento di una certa teologia di origine riformata portò sicuramente dei frutti positivi anche nell’analisi del testo biblico e nella ripresa dei temi escatologici che erano stati in parte abbandonati dalla teologia protestante del XX secolo e che furono ripresi proprio in questo periodo. In parte per rispondere alle obiezioni mossegli agli inizi degli anni 1970 il pensatore tedesco pubblicò Il Dio crocifisso, che aveva come sottotitolo la Croce di Cristo come fondamento e critica della teologia cristiana. Sulla base di una lettura attenta dei testi biblici, Moltmann guarda alla morte di Cristo non dalla parte antropologica (ovvero quella che concerne il perdono dei peccati dell’uomo) ma dalla parte della sofferenza di Dio che perdona e che diventa il vero centro della teologia cristiana, la proposta di un “contropotere” di Dio rispetto ai soprusi degli uomini. L’opera susciterà anch’essa grande discussione, e, forse, talvolta si è dato troppo peso al suo valore nella teologia politica piuttosto che nella riflessione sul divino che rimane assolutamente importante.

Moltmann continuerà la sua riflessione volutamente non sistematica (nonostante il superamento del pensiero barthiano si ammette implicitamente l’impossibilità di poter scrivere una nuova Dogmatica completa, ma di potersi occupare soprattutto di argomenti fondamentali in opere singole) con riflessioni sulla Trinità (in Trinità e regno di Dio abbraccerà la visione economica della tre persone più che quella ontologica, ritenendola più utile per capire la dinamicità del divino), sulla Chiesa (La Chiesa nella forza dello Spirito) in cui si ribadirà l’importanza della terza persona della divinità per conferire il senso di comunione alla Chiesa e comunità paritaria, nel confronto con l’ebraismo (i suoi dialoghi con Pinchas Lapide sono tra i primi fatti da un teologo luterano con il pensiero ebraico dopo il Nazismo).

Quando lo incontrai nel 1985 era impegnato su un nuovo fronte, quello della costruzione di una teologia della creazione in stampo ecologista, anticipando di molti anni (almeno per l’Italia) una discussione “teologica” di problemi che oggi sono alla ribalta e su cui poca attenzione è stata data dal mondo evangelico. Il Creato va pertanto salvaguardato con attenzione e con cura e l’uomo è responsabile di fronte a Dio della cura del mondo in cui siamo stati posti. La teologia “verde” di Moltmann lo ha portato negli ultimi anni alla riflessione sui grandi temi dell’etica e, quindi, in una sorta di cerchio, ad un ritorno su quelle che possono essere considerate le cose penultime. 

Tralasciando gli scritti autobiografici, quelli scritti con la moglie (Moltmann-Wendel) che si possono, insieme agli altri citati, tutti leggere in lingua italiana, data l’attenzione che è stata data a questo pensatore anche da parte del mondo cattolico postconciliare, volevamo soffermarci sul suo lascito nel mondo evangelico, citando almeno tre autori che ne hanno subito l’influenza. Il primo è John Stott che scrisse la Croce di Cristo anche in risposta ad un Cristo troppo “politico” e poco “annunciante” che poteva emergere dall’opera di Moltmann ma che ne subì l’influenza anche nell’organizzazione del Movimento di Losanna come momento di raccolta degli evangelici. Ancora più forte è stata l’influenza su due importanti pensatori odierni che sono Bauckham e Volf. Entrambi allievi di Moltmann con cui hanno studiato, hanno il primo continuato la sua opera nel campo dell’escatologia e della teologia della creazione, il secondo nel campo della teologia della Speranza e della Croce collegata alla riconciliazione, alla teologia politica ed al vivere con gioia e bene la vita che Dio ci dona. Quindi, a prescindere da quello che possiamo pensare su alcune sue interpretazioni dei testi biblici che potrebbero sembrare poco ortodosse, rimane un pensatore che ha attraversato la seconda metà del XX secolo ed il cui contributo è stato determinante nella formazione dell’odierno pensiero teologico. La nostra raccomandazione pertanto è di leggere i suoi testi che ormai possono essere considerati dei classici del pensiero teologico.

                                                                                                                                                      Valerio Bernardi – DIRS GBU

L’articolo Il teologo della speranza proviene da DiRS GBU.

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di Claudio Monopoli

 

L’effetto Streisand
L’effetto Streisand è quel fenomeno per cui un fatto che non avrebbe avuto un’ampia risonanza mediatica, nel momento in cui viene censurato vive una propagazione molto più grande di quella che avrebbe avuto originariamente. È ciò che è accaduto nei giorni passati con lo scrittore Antonio Scurati, giornalista e scrittore vincitore del premio Strega nel 2019 con il primo libro della sua trilogia basata principalmente sulla figura di Mussolini, dalla sua ascesa fino alla sua morte. Il suo discorso in occasione del 25 aprile e della festa della liberazione dal Nazifascismo è stato cancellato dalla programmazione della Rai. Ha fatto scalpore che la giornalista Serena Bortone abbia deciso di leggere comunque il suo monologo che altro non faceva che ripercorrere momenti drammatici del nostro passato fascista, come l’omicidio Matteotti, e che metteva nuovamente in luce l’incapacità da parte di molti membri del governo, che strizzano l’occhio ad un’ala politica nostalgica del regime, di definirsi antifascisti.

 

Scurati e il romanzo della Dopostoria
Senza dimenticare le vicende politiche attuali e del secolo scorso, soffermiamoci però anche sulla dignità autoriale di Antonio Scurati e sul suo pensiero critico che offre molti spunti di riflessione.

Nella sua celebre trilogia su Mussolini, i libri di Antonio Scurati si distinguono per l’uso prevalente del racconto in prima persona. La voce narrante coincide quasi sempre al punto di vista del personaggio principale e alla sua interpretazione degli eventi storici. Lo scrittore adotta spesso un narratore omodiegetico e una focalizzazione interna, permettendo così ai lettori di immergersi completamente nell’esperienza dei personaggi, vivendo la storia attraverso i loro occhi e senza conoscere più di quanto i personaggi stessi sappiano.

All’occorrenza però libera il narratore onnisciente, (quello Manzoniano dei Promessi sposi per intenderci), che con sferzante ironia giudica quanto il lettore ha appena letto, entrambi consci dei drammi storici futuri. L’approfondimento storico delle vicende è lodevole, fonti e documenti sono accurati, la mole di lavoro è cospicua. Certo non bisogna dimenticarsi la finzione narrativa necessaria per costruire, incordare e intessere la trama. D’altronde l’obiettivo non è storiografico ma novellistico. Lo scrittore attribuisce a tale tipologia di romanzi non tanto l’etichetta di romanzi storici quanto quella di «romanzi della Dopostoria […] scritti da una generazione nata subito dopo la fine di tutto questo (gli orrori del ‘900) e subito prima dell’inizio di tutto il resto». Opere scritte dunque da coloro che hanno inesperienza degli orrori, schiera che include lo stesso Scurati, ma che attraverso i mass media e le fonti storiche cercano di rientrare in contatto con l’esperienza della Storia. Scurati riflette sulla perdita senso dalla mancata esperienza e dunque sul continuo tentativo di ricerca di senso per una vita cronologicamente e culturalmente non vicina a quella del “secolo breve” che affrontava il pericolo dell’apocalisse umana anno dopo anno. «I romanzi della Dopostoria stanno, dunque, in questo paradosso e ne assumono la contraddizione: attingono la propria materia narrativa alla storia epico-tragica del Novecento, che ha inaugurato l’era dell’esperienza testimoniale, ma sono scritti da una generazione di non-testimoni inesperti. Sono, insomma, per forza di cose, tutti vangeli apocrifi»: insomma manca l’autorità della testimonianza.

Se quindi la mancanza di esperienza è collegata ad una crisi del senso, qualora l’esperienza avvenisse, ritornerebbe il senso?

 

La negazione della spiritualità
Da cristiani del XXI secolo possiamo affermare di non essere stati testimoni oculari della morte e risurrezione di Gesù; inoltre oggi il pensiero critico materialistico nega la minima plausibilità del concetto di resurrezione o di Dio al livello razionale. Su tale negazione di una dimensione spirituale parla lo stesso Scurati, che tutt’altro si definisce credente, eppure afferma che la spiritualità sia oggi «quasi impronunciabile, perché intesa come negazione del metodo filosofico stesso. Al mondo letterario, poi, risulta estranea: anzi, il suo ambito è occupato da una sorta di paraletteratura spiritualista, a opera di autori come Paulo Coelho. Eppure, quel vuoto rimane e, dall’esterno, si ha la sensazione che anche le istituzioni religiose abbiano in alcuni casi abdicato alla spiritualità come centro della propria missione. […] L’uomo di oggi Ha fatto opera attiva di negazione della spiritualità. Ne è prova l’abitudine a cercare di spiegare fatti spirituali con categorie materiali: ma questo non è pensiero razionale, bensì la superstizione del nostro tempo».

Per scurati una dimensione spirituale sembrerebbe dunque intrinseca nell’essere umano e negarla sarebbe più irrazionale di affermarla.

 

L’esperienza del cristiano
A differenza di altri eventi storici del passato di cui ineluttabilmente ormai è negata l’esperienza, al cristiano contemporaneo, che si fonda su una storia molto più antica di quella del seconda guerra mondiale, oserei affermare che tale esperienza invece non possa essergli negata: il cristiano che si definisca tale, (non basta culturalmente), è perché ha sperimentato personalmente la salvezza, una morte e risurrezione a livello spirituale. Quest’esperienza, sebbene non possa essere spiegata con formule scientifiche, ha un impatto così profondo sulla sua psiche, sulla sua mente e perfino sul suo corpo, che egli sente di non poter più vivere come prima. Ciò porta ad un cambiamento radicale nella vita, con l’acquisizione di uno scopo e di un significato che trascendono la materia.

Dunque se è vero che, come afferma Scurati, i romanzi dell’inesperienza perdono senso e cercano di riacquisirlo disperatamente per donare nuova carica ad eventi del passato chiusi nelle epoche, il cristiano non può rientrare in questa definizione di inesperto, privo di esperienza: il cristiano è colui che ha sperimentato l’amore di Cristo e ha ritrovato senso.

 

L’esperienza dello Spirito
Sembra che lo stesso scrittore discuta la possibilità di attribuire allo Spirito questa funzione significatrice quando parlando delle chiese afferma che «dovrebbero essere o tornare a essere non solo scrigni d’arte, ma luoghi in cui lo Spirito si è fatto storia»; invece oggi siamo «affetti da quella malattia che è il “presentismo”, una delle direttrici che ci tiene maggiormente lontani dall’esperienza spirituale e che riduce la fine della vita a un mero estinguersi, sotto una cappa nichilistica di angoscia».

Lo Spirito, con ogni accezione con cui l’autore lo intende, deve tornare a ridonare senso, l’alternativa è il nichilismo e l’angoscia.

 

Historiae magistra vitae
Non si vuole forzare un ragionamento o delle conclusioni lontane dall’autore ma sicuramente è interessante notare tali temi ed eventuali ragionamenti e risposte che possano scaturire da quanto scandagliato.

Potrebbe scaturire una contro domanda: perché l’esperienza dello Spirito sarebbe differente dalle altre ricerche di riattribuzione di senso?

In una recente intervista l’attuale presidente del senato Ignazio La Russa intervistato dalla giornalista Berlinguer scherzando (ma fino a che punto?) ha dichiarato di apprezzare i libri di Scurati, soprattutto il primo della trilogia che ovviamente parla dell’ascesa del fascismo fino al delitto Matteotti. Da insegnante di storia racconto ai miei studenti che “historia magistra vitae” (la storia è maestra di vita), ma è veramente così? Se il nostro presidente del senato allude ad un piacere nel leggere dell’ascesa del fascismo e meno della sua disfatta potremmo dire che la storia qui è stata una cattiva maestra, e che poco è stato imparato.

 

I frutti
Che tipo di frutto viene prodotto dall’inesperienza del neo-fascismo che tenta di affermare la sua esperienza e per donargli un senso? Un frutto sgradevole e poco digeribile, come la censura da cui abbiamo preso spunto (e non solo). Al contrario coloro che si definiscono cristiani quali frutti producono? Coloro che affermano l’esperienza dello Spirito, come vengono visti dall’esterno? Personalmente sono disposto a venir considerato stolto e irrazionale per l’affidarmi ad un’entità che non posso misurare con il linguaggio scientifico-matematico, e che il mio modo di vivere venga valutato ingenuo e fideistico, ma odierei non dimostrare l’amore, a chiunque sia, quell’amore che riflette l’amore del Dio in cui credo e di cui ho fatto esperienza e che dona senso al mio vivere.

«Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri».

Ringrazio Dio e chiunque abbia favorito nel corso dei secoli la libera espressione del pensiero, nel luogo in cui mi trovo oggi, e ho speranza che termini al più presto qualsiasi persecuzione.

 

«Per me il cristianesimo è apocalittico, vive nell’attesa di un altro mondo. Possiede l’idea grandiosa che protendersi verso la fine è un modo di concentrarsi su ciò che viene prima, di scoprirne il senso. Ridurre il cristianesimo a pratica sociale, a scapito della meditazione sulla fine, è un grave errore. Esso è costituzionalmente rivolto al Regno che verrà» (Antonio Scurati)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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di Giacomo Carlo Di Gaetano

Il mondo visto dalla croce

Matteo 27:27–56
È noto che i Vangeli prediligono una prospettiva peculiare non solo per l’intera vicenda terrena di Gesù, Colui che all’unanimità poi confessano come Figlio di Dio e Messia. Ma anche per il racconto dell’evento che occupa buona parte dei Vangeli, vale a dire il racconto della Passione.

L’evento che annualmente la cristianità ricorda sotto la rubrica di Pasqua non ha poi smesso di alimentare una storia degli effetti che percorre la letteratura, le arti, fino al cinema (come non ricordare The Passion di Mel Gibson).

Il Vangelo di Matteo è interessato a presentare il dramma di Gesù nei suoi collegamenti con l’AT, (Salmo 22 e 69 e altre reminiscenze). Il dramma che Gesù vive non è il dramma di un malcapitato le cui ambizioni si scontrano con la cruda realtà della politica e con la forza di occupazione romana. Una vicenda tutt’al più da elencare in sterili e anonimi annali di qualche storico dell’antichità giudaica. Anche se, a giudicare dall’importanza che vi attribuisce il principale di tali storici, Giuseppe Flavio, la crocifissione di Gesù non aveva neanche il blasone della rilevanza nella storia politica e sociale della Giudea di quel tempo (si veda il famoso Testimonium Flavianum, Antichità 18.63). Nell’ottica di Matteo sul Golgota si riflette un tema dell’AT, quello del giusto, ingiustamente sofferente, che nella sua sofferenza si identifica con la causa di YHWH. Questa condizione motiva l’azione giustificante di Dio; e sarà questa, l’azione giustificante di Dio per e in Cristo, la prospettiva che rappresenterà il cuore della riflessione successiva degli apostoli. Ma anche il filo rosso che avvolge la narrazione matteana, se si allarga la prospettiva dal racconto della passione fino a includere tutto il Vangelo. Se n’era ben accorta Dorothy Sayers incentrando la sua pieces teatrale proprio sul Vangelo di Matteo (The man born to be a King, 1942). Questa prospettiva globale e neotestamentaria sull’evento enfatizza il suo valore salvifico e universale.

E tuttavia, non è necessario attendere tutta la riflessione apostolica posteriore, o percorrere in lungo e in largo tutto il Nuovo Testamento; la si può intuire nello scorrere della narrazione. D’altronde, sono noti i tentativi della predicazione cristiana di cogliere “tutto” negli stessi scarni resoconti del Golgota. Si pensi, per esempio, alla tradizione omiletica sulle Sette parole di Gesù alla croce, un elenco che viene fuori dall’affiancamento di tutte e quattro le narrazioni:

1) Padre, perdona loro … (Lc 23:34). 2) Oggi sarai con me in paradiso … (Lc 23:43). 3) Donna, ecco tuo figlio … (Gv 19:26–27). 4) Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato … (Mt 27:46; Mc 15:34). 5) Ho sete … (Gv 19:28). 6) È compiuto .. (Gv 19:30). 7) Padre nelle tue mani rimetto … (Lc23:46).

Per questa Pasqua 2024, segnata da guerre e imbarbarimento della vita planetaria (si pensi agli appuntamenti elettorali dei prossimi mesi che potrebbero cambiare il volto dell’intero vivere associato dell’umanità) proponiamo tre piccole istantanee che emergono dalla combinazione dei dialoghi e di alcuni particolari del racconto di Matteo. Queste istantanee potrebbero ben essere il risultato di uno sguardo che si eleva non di molto rispetto allo spazio visivo dei protagonisti, quel tanto che basta per capire come si vede il mondo dalla croce.

Il mondo visto dalla croce

  1. Nelle ingiurie si rivela il rifiuto del mondo
  2. Nel grido di Gesù si rivela la logica della sostituzione
  3. Nella constatazione del centurione si rivela l’arrivo di un mondo nuovo

 

  1. Nelle ingiurie si rivela il rifiuto del mondo

I vari personaggi che parlano appartengono principalmente a tre gruppi sociali: le forze di occupazione; il potere religioso e l’opinione pubblica. È possibile però intravedere un quarto soggetto la cui prospettiva fa capolino nelle frasi di diversi attori: è il potere diabolico

Le ingiurie si concentrano nello spazio temporale dell’agonia di Gesù. Esse fanno leva sulla presunta e millantata potenza di Gesù, una potenza che era stata allusa da Gesù sia nei fatti sia nelle parole (distruggi e salvato, confidato e affermato). Le ingiurie chiedono una instanziazione di questa potenza: è ora il momento della sua manifestazione. Sono ingiurie perché colui che potrebbe rovesciare la situazione non fa niente in quanto, questa è l’insinuazione, non può fare proprio niente! Ma per il loro tramite si esprime la molteplicità dei volti del mondo materiale e soprannaturale che ha rifiutato e continua a rifiutare il Figlio di Dio.

1a L’ingiuria che proviene dal potere (v. 37) Al di sopra del capo gli posero scritto il motivo della condanna: Questo è Gesù, il re dei Giudei.

L’iscrizione romana rivelava la condanna (insurrezione), e ironizzava sulle aspettative giudaiche. Finché c’era Roma, questa era la fine che facevano tutti i presunti Re. La targa riprendeva però la medesima convinzione espressa dai Magi al capitolo 2 del Vangelo. Questi personaggi, muovendosi da una direzione opposta a quella dei Romani che venivano da Occidente, vale a dire, partendo dall’Oriente, giunsero a Betlemme proprio in cerca del Re dei Giudei che è nato (2:2). Già in quella circostanza si era profilato uno scontro tra Gesù, allora un bambino e il potere; in quel caso quello di Erode.

Abbiamo dunque una prima mappa della reazione del potere o dei potenti:
– i Romani animati da una visione del potere che non ammetteva deroghe. La lex aveva il primato sulla considerazione della persona e delle circostanze (si pensi ai dubbi di Pilato).
– I Magi, rappresentanti forse di un potere che faceva leva su altri elementi e stimolati da un potere sovrannaturale (la stella) si erano resi disponibili a confrontarsi con la novità.
– In mezzo c’erano i Giudei che nella loro ostinazione complicano, a loro svantaggio, la situazione: parlano addirittura del Re d’Israele (v. 42).

Non è difficile discernere quale avrebbe dovuto essere l’approccio corretto del potere, allora come in tutti i tempi. Ancora oggi il potere non sa quale posizione assumere nei confronti del vangelo.

1b L’ingiuria che proviene dal mondo della religione (v. 40) Tu distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci

Il tempio era un altro fuoco spaziale del dramma che si stava vivendo. L’ingiuria è religiosa in quanto si interessa al cuore del “potere religioso”. Veicolava una falsa accusa: Gesù aveva sicuramente preannunciato la fine del tempio, ne aveva denunciato l’uso distorto (una casa di ladri piuttosto che, una casa di preghiera, cap. 21) ma non aveva mai manifestato intenti iconoclastici. I suoi discepoli, all’indomani della risurrezione, avranno il tempio come luogo privilegiato per esporre la nuova via. Gesù aveva in mente il ruolo globale del tempio, non solo per i Giudei o per gli antichi Israeliti (tabernacolo). Doveva essere il luogo in cui avrebbero dovuto ritrovarsi e rivolgersi tutte le esperienze dell’umanità, dove Dio incontrava gli uomini (Dt 12; Is 66).

In quel preciso momento, mentre lo ingiuriavano, egli stava sostituendo, senza toccare una pietra del tempio, il ruolo di quel santuario, la sua fisionomia: l’ora è venuta, aveva detto alla samaritana, in cui l’adorazione e l’incontro con Dio non sarebbero state più geo–localizzate; sarebbe stato il suo corpo, quello sì, distrutto e ricomposto in tre giorni (Gv 2:19) il nuovo luogo dell’incontro.

Ma in quel momento il mondo della religione non era interessato a riforme e scatti in avanti; era intento a difendere le proprie prerogative, in una mortale e sempre ricorrente alleanza con il potere.
Il mondo della religione ha interesse a perpetrarsi e a difendere i propri simboli. Ed è per questo che rifiuta la croce o al più la rende consona alle sue prerogative. Si pensi al ruolo delle tradizioni pasquali come messo in luce dagli studi di antropologia e di etnologia.

1c L’ingiuria che proviene dal demonio (v. 40) Se sei Figlio di Dio. (v. 43) Si è confidato in Dio: lo liberi ora, se lo gradisce, poiché ha detto: “Sono Figlio di Dio”.

L’altra ingiuria colpisce l’identità di Gesù facendo uso di una delle citazioni del Salmo 22. Il suo affidarsi a Dio al punto da chiamare Dio PADRE. Questo gli viene rinfacciato. Si tratta di un’ingiuria chiaramente diabolica in quanto metteva in discussione l’identità di Gesù. Non aveva voluto dimostrare la sua figliolanza al comando del diavolo (cap. 4)? Ora questa presunta identità e il suo legame millantato venivano chiaramente smascherati.
Abbiamo qui una visione del divino alla mercé della voluttà umana (a parlare sono infatti uomini), che esprime un travisamento del messaggio della salvezza e per questo espressione del demoniaco. L’ingiuria procede in questi termini:

se salvi te stesso, noi ti crederemo (v. 42)
Avrebbe potuto essere vero? Che fede sarebbe stata quella di chi, semplicemente, prendendo atto del miracoloso, si piega? Con le bestie dell’Apocalisse accade qualcosa del genere: esse riscuotono il successo e vengono seguite grazie alla loro identità miracolosa, seducente (Ap capp. 12 e 13). Nell’ingiuria demoniaca c’è sempre una credenza parzialmente corretta. Nell’ipotetica fede degli oltraggiatori sarebbe mancata l’altra faccia della fede che salva, il ravvedimento. Gesù aveva annunciato il regno di Dio predicando la fede e il RAVVEDIMENTO.

La formula avrebbe dovuto essere ed è sempre: – Mi pento, credo che tu mi puoi salvare!

1d L’ingiuria che proviene dal mondo dagli uomini (v. 42) Ha salvato altri e non può salvare se stesso; (vv. 47 e 49)… Costui chiama Elia … lascia vediamo se Elia viene a salvarlo (vv. 47 e 49)

Se ai Romani interessa il potere, se ai capi sacerdoti interessa il tempio, se a Satana interessa il legame Padre/Figlio, agli uomini, a tutti gli uomini, possiamo dire a tutte le creature, tranne Satana, interessa la SALVEZZA, nelle sue varie forme.

Negli ultimi anni si parla di salvare il pianeta; di fronte agli ultimi eventi bellici si parla di salvare la pace. Si è anche parlato di salvare l’umanità … dal virus. Tutti scenari che richiamano il tema della salvezza. Ma quale salvezza? È in primo luogo una salvezza all’occidentale: una prospettiva di vita florida, la possibilità di coltivare ambizioni per sé e per i propri cari. Questa è la salvezza che abbiamo ricercato nel mezzo della pandemia e ora della guerra. Ma gli scenari di crisi rivelano che questa salvezza è insufficiente. Da Kiev a Gaza la gente non scappa solamente o non vuole solo scappare; prega! Ecco allora che il tema della salvezza nei termini biblici riaffiora sempre e nuovamente. I dissacratori dicono a Gesù sulla croce, ha salvato tanti! È vero ed era anche vero che uno lo aveva appena salvato o forse lo stava per salvare, il ladrone!

Ma qui il Salvatore non può salvare se stesso. In realtà non deve salvarsi; se salvasse se stesso, se lo facesse, allora non potrebbe salvare più nessun’altro. Non è spiegata, ma qui agisce potentemente, e per il tramite dell’ingiuria, la logica della sostituzione: uno si perde perché gli altri possano salvarsi. Ecco che nell’ingiuria del mondo degli uomini, che in continuazione chiede conto a Dio degli elementi che lo farebbero fiorire ma che gli mancano – la presenza del male – proprio nel silenzio mortale di Dio si delinea l’unica vera strada della salvezza biblica. Questa strada è indicata dal grido che mette a tacere le rimostranze del mondo che rifiuta.

 

  1. Nel grido di Gesù si rivela la logica della sostituzione (V, 46) Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato

La logica della sostituzione non può essere solo descritta. È accaduto altre volte che qualcuno si è sostituito ad altri (soprattutto in tempi di guerra – Salvo D’Acquisto). Bisogna penetrarla, la logica della sostituzione, e a questo serve il grido di Gesù. Il grido non esprime dolore fisico (non ce la faccio più) ma denuncia una condizione spirituale: l’abbandono. Quando Dio abbandona, giudica; il grido esprime il dolore per il giudizio di Dio Padre. Questo grido apre uno squarcio profondissimo, e incomprensibile per noi, nella vita intima di Dio: uno dei misteri più impenetrabili di tutti i vangeli! Come può essere che i due confidenti (v. 43), così intimamente uniti da non poterli distinguere, ora si trovino separati;

– uno, il Padre, chiamato solo in questa circostanza da Gesù con l’appellativo, Dio, che si separa
– l’altro, il Figlio, lasciato solo nella sua sofferenza.

Che cos’è che faceva orrore al Padre tanto da doversene distanziare? Si trattava di qualcosa che sicuramente, per poter essere gestito, per poter consentire e permettere la salvezza, andava trattato proprio a quella maniera. Gli apostoli, e noi con loro, troviamo la risposta nelle straordinarie parole che Isaia aveva riservato al Servo dell’Eterno, che doveva essere Israele, ma che alla fine è risultato essere un suo figlio illustre e giusto (Isaia 53:3sg.)

Quella condizione, essere lì come oggetto dell’abbandono di Dio, non era per uno qualunque. Non era per un eroe: gli eroi dell’AT erano al più tipi di chi poteva veramente sostituirsi. Figuriamoci se poteva essere un profeta, seppur blasonato come Elia. No! Quella condizione la poteva occupare solo uno per il quale essa era inconcepibile, che non poteva stare lì. Giovanni Battista aveva chiamato Gesù Figlio dell’uomo, aveva profetizzato, cioè, che avrebbe esercitato il giudizio.

Ecco perché si parla di sostituzione e non semplicemente di un mettersi al posto di …. La sostituzione implica non solo che quel posto non gli spettava, perché era giusto; ma soprattutto implica che solo lui poteva prendere su di se quello che era sugli altri. Perché Lui, in quel posto non avrebbe mai dovuto starci! Pietro lo spiegherà bene: egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce! (2:24). Ecco la salvezza: qualcuno perde affinché tanti vincano. La sostituzione, infatti, apre un mondo nuovo.

 

  1. Nella constatazione del Centurione si rivela l’arrivo di un mondo nuovo (v. 54) «Veramente, costui era Figlio di Dio»

Guardando dalla croce, un Gesù che aveva bevuto fino all’ultima goccia del calice dell’ira di Dio, vede ora un mondo nuovo che si apre. Se prima i soldati si erano protesi verso Gesù per prenderlo in giro adesso, alla fine, uno di essi si inginocchia idealmente riconoscendo l’errore commesso (veramente) e riconoscendo la natura di Gesù che era fatta oggetto di insulti.

Per lui, per il Centurione, non è stato necessario che scendesse dalla croce. È bastato il modo in cui è morto, è bastato cogliere l’atmosfera e ciò che si stava palesando in quel momento per riconoscere che sì, qui c’era il Figlio di Dio. Riconoscere la natura di Gesù (Figlio di Dio) qui alla croce, vuol dire riconoscere il Figlio di Dio che porta i peccati e dunque rappresenta una chiara manifestazione della fede salvifica. Non una fede demoniaca (se ti salvi ti crediamo).

E per di più, a riconoscerlo ora era un pagano, un romano, non uno dei Giudei, per i quali Gesù era venuto. Ecco il mondo nuovo che si apre, il mondo della missione, della messe matura che non sarà più ora limitata al solo campo d’Israele, ma all’intero mondo (cap. 28).

Il Centurione è l’avanguardia di questo mondo nuovo, un mondo in cui il solo riconoscimento dell’identità di Gesù (chiunque confessa il nome del Signore sarà salvato) unito al ravvedimento metterà in moto il meccanismo della sostituzione. Il centurione ha preceduto tutti quanti noi.

 

Ecco allora, in conclusione, il quadro completo del mondo visto dalla croce:

  1. Nelle ingiurie si rivela il rifiuto del mondo
  2. Nel grido di Gesù si rivela la logica della sostituzione
  3. Nella constatazione del centurione si rivela l’arrivo di un mondo nuovo

 

 

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di Giulia Di Fonso

Non esiste un accordo unanime all’interno della comunità scientifica riguardo a una definizione universalmente accettata per il concetto di intelligenza artificiale. Questa mancanza di consenso è principalmente dovuta alla stessa natura dell’IA e alla sfocatura dell’applicazione del suo concetto nell’operatività delle macchine. Il termine “intelligenza artificiale” si basa sul concetto di “intelligenza” e pertanto è opportuno partire dalla definizione stessa di intelligenza fornita dall’Enciclopedia Treccani. Secondo tale definizione, l’intelligenza è un “insieme complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare e adattarsi agli ambienti”.

Questa definizione è incentrata sull’uomo ma riconosce anche agli animali un certo grado di intelligenza. Per quanto riguarda l’intelligenza degli animali può essere molto difficile considerare intelligenti determinate capacità perché per noi sono prive di significato. Considerando il contesto generale nel quale agiscono gli essere umani e gli animali si potrebbe definire intelligente la capacità di raggiungere determinati obiettivi. Gli obiettivi primari potrebbero essere legati alla sopravvivenza della specie, ma andrebbero comunque considerati obiettivi più immediati legati al piacere. Quando consideriamo l’intelligenza delle macchine dobbiamo domandarci se per definirle intelligenti dobbiamo considerare il raggiungimento degli stessi obiettivi posti per gli esseri viventi.

Per le macchine un obiettivo che noi consideriamo primario potrebbe non essere un obiettivo primario. Date le difficoltà nella comprensione di cosa sia l’intelligenza negli esseri viventi, definire l’Intelligenza Artificiale risulta molto difficile e controverso. Rapportando l’Intelligenza Artificiale all’intelligenza umana ci si deve chiedere se sia importante il risultato o la comprensione del procedimento per arrivare a quel risultato. Inoltre, anche se è possibile fornire una definizione precisa e specifica del concetto di intelligenza artificiale, questa deve comunque essere caratterizzata da una certa flessibilità, poiché la natura stessa della materia è soggetta a cambiamenti e mutamenti costanti nel tempo. Tali cambiamenti non solo influiscono sulle capacità dell’IA, ma modificano anche gli obiettivi che vengono progressivamente raggiunti, ampliando così il campo di applicazione dell’intelligenza artificiale.

Ciononostante, qualificare l’IA ci permette di poter comprendere le sue potenzialità e le sue capacità. In questa ottica in campo italiano l’IA è stata definita come “una disciplina appartenente all’informatica che studia i fondamenti teorici, le metodologie e le tecniche che consentono la progettazione dei sistemi hardware e sistemi di programma software capaci di fornire all’elaboratore elettronico prestazioni che, ad un osservatore comune, sembrerebbero essere di pertinenza esclusiva dell’intelligenza umana”.

Cristianità e intelligenza artificiale in chiesa?

La finalità non risiede nella sua stessa esistenza, bensì nel miglioramento della qualità della vita umana, costituendo uno strumento mirato a servire l’essere umano, e non a doominare l’essere umano.

Nellpambito del dibattito sull’intelligenza artificiale, due concetti fondamentali continuano a detenere un ruolo centrale: responsabilità e consapevolezza.

L’innovazione rapida che si sta diffondendo in questo mondo come “rivoluzione silenziosa” richiede che ci poniamo delle domande: queste macchine, che ora parlano come noi, ci possono aiutare? E quanto vi è di dannoso o di buono in tutto questo? Dobbiamo tornare a riflettere sul senso delle cose: è giusto o ingiusto? È vero, è falso? Che cosa è vero e cosa è falso? Che cosa è giusto e ingiusto?

Giulia Di Fonso è stata coordinatrice del GBU di Foggia e sta completando gli studi magistrali in scienze manageriali a Parma

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