Tempo di lettura: 5 minutiStorie di vita quotidiana: discepoli per “fare discepoli” nelle mani di un grande Dio.
Aprile 2019
Sono in attesa di una nuova coinquilina. Vivo in una residenza universitaria, e non si è mai davvero pronti abbastanza per accogliere la nuova arrivata, non avendo la minima idea di chi possa essere. In situazioni poco chiare o incerte, da cristiani, Dio ci chiama a fidarci di lui e a presentare in preghiera i nostri dubbi, timori e desideri, sapendo che Lui stesso provvederà, secondo i suoi tempi, ciò che è meglio per noi. Inizialmente le mie richieste riguardavano per lo più aspetti pratici della convivenza: “Spero sia una persona educata, ordinata, e possibilmente italiana!”
Ma più trascorrevo tempo con Dio, più mi rendevo conto che Lui stava cambiando i miei desideri; le mie richieste non erano più le stesse e i miei pensieri si stavano allineando ai Suoi. Avevo dato priorità a cose di poca importanza. Ciò che Dio mi stava chiamando a fare era semplicemente mostrare con la mia vita chi Lui fosse e parlare della speranza in Cristo Gesù proprio alla mia nuova coinquilina, con il desiderio di poter leggere un giorno la Bibbia insieme a lei, a casa nostra! Dio avrebbe mandato la persona giusta al momento giusto. Quanto a me, ho riscoperto il valore e la potenza della preghiera, e il grande privilegio di poter godere di questa speciale relazione con Dio.
Per comprendere davvero la grandezza del nostro Dio, e perché questa storia è la Sua storia, è doveroso fare un passo indietro.
Durante le due settimane di attesa e di preghiera, è successa una cosa a dir poco singolare. Era un sabato mattina, avevo appena concluso la lettura del libro degli Atti, quando una dolce musica ha attirato la mia attenzione: conoscevo quella melodia, era un canto cristiano! Per un attimo ho davvero pensato di essermi sbagliata, ma poi ho visto una ragazza asiatica con una chitarra in mano, che cantava e lodava Dio davanti la residenza universitaria. Ero così entusiasta che sono scesa in piazza e, senza nemmeno conoscere il suo nome, mi sono unita al suo canto. Così ho conosciuto una cara sorella in Cristo (G. da Berlino) che è solita organizzare studi biblici a casa sua ogni venerdì, e che quel giorno distribuiva volantini presso le università per invitare giovani studenti. Da quel giorno abbiamo iniziato a vederci regolarmente e condividere la nostra passione per Gesù.
Tre giorni dopo ho conosciuto A. la mia nuova coinquilina… dalla Mongolia! Non parlava italiano, e non sarebbe stato facile comunicare con lei (conosceva solo un po’ di inglese), figuriamoci parlarle di Gesù! Non vedevo come avrei potuto presentarle in Vangelo, ma confidavo in Dio e nella sua fedeltà. Pregavo che mi donasse opportunità di condividere almeno la mia storia, e come lui avesse trasformato la mia vita, ma non avevo molte occasioni di dialogo. Dio mi ha sfidata a porre la mia completa fiducia in lui, a fare a meno delle parole ma, con la mia vita, a mostrare il Suo amore, la Sua gioia, la Sua pace, la Sua grazia e il Suo perdono. A. questo lo ha percepito, io ancora non ne ero cosciente, ma Dio già stava lavorando nel suo cuore.
Pasqua
Mi è chiaro che Dio abbia preparato per me un tempo speciale con A. anche se avevo immaginato una giornata diversa. La invito quindi ad andare al parco per una passeggiata dopo un pranzo veloce, e porto con me il mio ukulele. Ci sediamo su una panchina e inizio spontaneamente a lodare Dio con alcuni canti e a spiegarle il significato. Sono state due ore benedette, e Dio mi ha donato la gioia di condividere chi fosse Gesù per me, e di presentare con parole semplici il messaggio del Vangelo.
“Perché Dio ha tanto amato il mondo che, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.” (Giovanni 3:16)
Dio aveva già risposto in un modo incredibile alle mie preghiere, ma ecco subito dopo la sua domanda:
“Ma se iniziassimo a leggere la Bibbia insieme?”
Non avrei immaginato che dopo due sole settimane avremmo avuto il primo studio biblico a casa nostra!
Maggio
Primo studio biblico in inglese. Il desiderio di A. di voler conoscere Gesù era incoraggiante, ma non è stato facile per lei riuscire a comprendere il testo. Nonostante avessi avuto la dimostrazione che anche senza parole Dio può compiere miracoli, sentivo l’urgenza che lei comprendesse davvero la buona notizia di Gesù e sarebbe stato davvero grandioso conoscere un credente che parlasse la sua lingua con cui lei avrebbe potuto dialogare ed esporre tutte le sue domande.
Qui la storia si fa interessante: ricordate G. la ragazza asiatica conosciuta qualche settimana prima? Bene, ho omesso di dire che sua mamma è mongola. G. conosce ben 9 lingue, tra cui il mongolo.
E non finisce qui. Durante il secondo studio biblico con A., le ho parlato di G. e lei molto spontaneamente mi ha chiesto se fosse la stessa G. che era solita organizzare studi biblici il venerdì, e da cui qualche settimana prima aveva preso un volantino perché interessata a conoscere Gesù. Potete immaginare la mia faccia. Ero meravigliata di quanto Dio avesse orchestrato tutto in maniera perfetta. Ho compreso che questa era la Sua opera, che io ero solo uno strumento nelle sue mani, e questo mi ha donato gioia, pace e un senso di libertà incredibile. Ho lasciato completamente a lui il controllo di tutto.
Non è stato semplice fissare un incontro tra le due. Per tre settimane, questo appuntamento è saltato. Dio mi aveva già dimostrato la sua fedeltà e ancora una volta mi invitava a fidarmi di lui, niente di più rassicurante!
Giugno
Venerdì 14: il giorno del tanto atteso incontro, G., A., io e il mio ukulele, completamente immerse tra il verde della natura. Non appena si sono incontrate con grande gioia ed entusiasmo hanno iniziato a parlare in mongolo, mentre io, non potendo capire nulla di quella conversazione, cantavo e ringraziavo Dio per quello che i miei occhi stavano vedendo. G. ha aperto la sua Bibbia e ha iniziato a leggere e commentare dei versetti della lettera ai Romani:
Perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato; infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa confessione per essere salvati. Difatti la Scrittura dice: «Chiunque crede in lui, non sarà deluso».
(Romani 10: 9-11)
Dopo poco G. mi ha chiesto di unirmi in preghiera con loro, perché A. aveva il desiderio di conoscere Gesù personalmente e iniziare un nuovo percorso con Lui. I miei occhi a stento trattenevano le lacrime. È stata la gioia più grande della mia vita.
In due mesi Dio ha compiuto miracoli incredibili e mostrato tutta la sua potenza: niente è impossibile per lui! La meraviglia è stata gustare come nelle mani di un grande Dio ogni cristiano è equipaggiato per annunciare il messaggio del Vangelo a gente di ogni popolo e lingua, perché Egli ci ha donato già ogni cosa in Cristo Gesù.
Come suoi discepoli Lui ci chiama a “fare discepoli” e sono consapevole che A. è solo all’inizio del suo cammino con Dio; la mia preghiera è che lei possa innamorarsi sempre più di Gesù, conoscerlo attraverso la Bibbia e decidere di seguirlo con tutto il suo cuore. Continuiamo a pregare per l’opera di Dio nella sua vita!
Quanto a me, lodo Dio per il privilegio di esserle accanto in questo percorso che, malgrado piccole sfide quotidiane, è ricco di grandi benedizioni perché “vi è più gioia nel dare che nel ricevere”.
Alessandra Malta
(GBU Firenze)
Tre domande a Emanuele Negri sui Coronavirus
I Coronavirus sono
una famiglia di virus ampiamente diffusa nella popolazione umana e sono in
genere considerati insignificanti per quanto riguarda la loro pericolosità.
Possono causare sintomi come il comune raffreddore arrivando ad essere
responsabili del 10-30% delle malattie respiratorie acute. Sono però presenti
anche in altre specie animali. Solitamente non c’è passaggio da una specie
all’altra, ma a volte succede e questo può causare l’insorgenza di un “nuovo”
virus con caratteristiche diverse per scambio di materiale genetico. Il nuovo
virus diventa quindi potenzialmente importante a seconda della capacità di
essere trasmesso tra uomini, del nuovo “aspetto” che lo rende sconosciuto al
nostro sistema immunitario, della sua virulenza cioè della capacità di causare
una malattia più o meno grave.
Con i Coronarovirus
tutto questo è già successo in altre due occasioni: nel 2002 con il virus
responsabile della SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome) e nel 2012 con
quello responsabile della MERS (Middle East Respiratory Syndrome). Per la SARS
le persone coinvolte (intese come infette accertate cioè con isolamento del
virus) furono circa 8000 con un 10% di morti ed un 20-30% di ricoveri in
terapia intensiva. La MERS ha coinvolto in forma più episodica circa 2500 con una mortalità del 30% ed un 50-80%
di ricoveri in terapia intensiva.
Pur essendo, per
quanto sappiamo fino ad oggi, molto meno pericoloso a livello individuale del
SARS-CoV e del MERS-CoV, questo 2019-nCoV (questo il nome tecnico) lo è di più
come potenzialità di interessamento di una popolazione molto più numerosa.
Secondo i dati a
disposizione la mortalità da infezione da 2019-nCoV è del 2-3%. Paradossalmente
è però più difficile contenere una epidemia da parte di un virus che causa
delle forme di malattia lievi e che sono simili ad altre infezioni virali
“banali” delle vie aeree. Così si possono avere più persone contagiate prima di
riconoscere il propagarsi dell’infezione. Da qui la preoccupazione delle
autorità sanitarie. L’impatto di un’infezione non dipende solo dalla
pericolosità della singola infezione ma soprattutto dal numero di persone che
ne verranno coinvolte. Anche se la mortalità relativa a questo infezione non è
così alta, può diventare comunque alto in termini assoluti il numero di malati
gravi e la mortalità complessiva. Essendo un virus sconosciuto al nostro
sistema immunitario siamo tutti potenzialmente a rischio se ne veniamo a
contatto. Attualmente siamo di fronte ad un epidemia ma non ad una pandemia (il
98% dei casi sono confinati ad una sola nazione) ma è ragionevole mettere in
atto le misure possibile per evitarne la propagazione. Per il SARS-CoV le
misure hanno funzionato. Per questo nuovo virus non possiamo ancora dire quale
sarà l’efficacia delle misure preventive ma ad ogni modo anche solo il
rallentamento della propagazione è molto utile perché dà tempo per preparare un
eventuale vaccino e provare dei trattamenti antivirali.
Spesso abbiamo atteggiamenti
irrazionali pendolando tra fatalismo (ad esempio verso il virus influenzale per
il quale c’è la possibilità di vaccinarsi ma pochi lo fanno) e allarmismo
(“evitiamo contatti con i cinesi”). Per quanto riguarda l’Italia, in termini
assoluti, il virus che fa più danno è sempre quello influenzale mentre fino ad
oggi non c’è nessuna evidenza che questo 2019-nCoV circoli nella popolazione
italiana, quindi l’allarmismo è ingiustificato. E’ giusto che le autorità
sanitarie siano prudenti ma io come singola persona devo comportarmi
normalmente.
Osservare quello
che sta accadendo in Cina dove l’epidemia è un fatto reale, tangibile, ci
ricorda che nonostante tutto il nostro
sapere e tutta la tecnologia a nostra disposizione, siamo fragili. Basta poco
per bloccare tutto ciò che diamo per scontato. Crediamo di essere forti ma in
realtà siamo disarmati. Dio ci avverte di questa nostra fragilità e per questo
invita l’uomo a rivolgersi a lui oggi e non domani, perchè è solo lui che ci
può dare pace e sicurezza.
Detto questo non credo che sia utile usare questo messaggio per “spaventare” le persone e annunziare l’evangelo, ma dobbiamo piuttosto mostrare sobrietà e saggezza e dimostrando testimoniando così che la pace e la sicurezza che dona il Signore sono concreti.
Emanuele Negri è medico internista e responsabile di terapia semi-intensiva presso l’High Care, il Dipartimento di Medicina Interna dell’IRCCS Arcispedale S. Maria Nuova di Reggio Emilia Specialista in Cardiologia e Geriatria è anche responsabile di una locale chiesa evangelica a Parma.
L’articolo Tre domande a Emanuele Negri sui Coronavirus proviene da DiRS GBU.
source https://dirs.gbu.it/tre-domande-a-emanuele-negri-sul-coronavirus/
Tre domande a Nicola Berretta su virus, pandemie e contagio
Insomma, questa minaccia del coronavirus che proviene dalla Cina deve metterci in allarme, oppure no?
In queste cose occorre sempre bilanciare il dovere di adottare misure tese a soffocare sul nascere il possibile sviluppo di gravi pandemie, col pericolo di creare e diffondere allarmismi ingiustificati. Se si rimane ai dati diffusi dagli organismi internazionali, direi che le misure che si stanno adottando anche nel nostro Paese siano adeguate ad affrontare l’emergenza, e tali da rendere improbabile che questo ceppo virale si diffonda nel nostro continente. Detto questo, la nostra comprensione di questa epidemia è ancora parziale, per cui comprendo la necessità di lanciare messaggi rassicuranti senza però negare un pericolo potenziale non ancora scongiurato. In questo delicato equilibrio, purtroppo il clima politico e i social media giocano un ruolo del tutto deleterio, da una parte con l’adottare misure precauzionali magari eccessive, laddove ci si vuole solo mettere al riparo da ogni possibile accusa di inadempienza, e dall’altra col proliferare di notizie frutto di quella cultura complottistica che purtroppo pervade oggi la rete. Già si sente parlare di cospirazioni alla base della diffusione di questo ed altri virus, ma si può stare certi che, anche a emergenza finita, si dirà che tutto questo allarme è stato creato ad arte dalle multinazionali che producono vaccini per i loro biechi interessi. Notizie, tra l’altro, diffuse dalle stesse persone che si sarebbero per primi messi in fila a farsi vaccinare, qualora il pericolo paventato fosse risultato reale. Bene, questo virus del complottismo è secondo me più pericoloso di quello cinese, e in più, è bene per noi cristiani essere consapevoli che non ne siamo immuni, anzi, direi addirittura che siamo una vera e propria “categoria a rischio” per questo genere di contagio.
Addirittura? E per quale motivo i cristiani dovrebbero essere così a rischio di essere attratti da una mentalità complottista?
Innanzitutto sto parlando di un dato di fatto, documentabile col semplice navigare sui profili social. Le teorie complottiste più stravaganti, a cominciare da quella sulla terra piatta, per continuare poi con le scie chimiche, i falsi allunaggi, l’autismo causato dai vaccini, l’esistenza di cospirazioni mondiali di sedicenti illuminati e quant’altro… non di rado vedono l’adesione entusiasta di cristiani evangelici, spesso suffragata da convinzioni scritturali. L’unica teoria complottista da cui, per ora, sembriamo essere ancora esenti – e meno male! – è quella del negazionismo dell’Olocausto. Questo dato di fatto mi ha portato a domandarmi se ci fosse qualcosa di connaturato alla nostra fede che ci renda in qualche modo suscettibili a questo genere di approccio. La risposta che mi sono dato è che, in effetti, la conversione a Cristo si realizza nel contesto di un’umanità che ha “l’intelligenza ottenebrata”, la quale dunque ha bisogno di venire a conoscenza della verità. Più in generale, la fede cristiana si muove nel contesto di un mondo “che giace nel maligno”, al seguito del “principe della potenza dell’aria”. Queste verità bibliche, che non voglio assolutamente mettere in discussione, hanno la controindicazione di renderci ideologicamente vulnerabili al complottismo. Laddove infatti ci viene detto che esiste una verità tenuta perfidamente nascosta, perché qualcuno sta perseguendo fini malvagi, quel tipo di ragionamento trova in noi cristiani un terreno fertile, già ben dissodato, su cui poter attecchire. È questo presupposto che, come dicevo prima, rende proprio noi cristiani una della principali “categorie a rischio” di contagio del virus del complottismo.
Ritieni inevitabile questo contagio dei credenti, oppure esiste un rimedio?
Se devo pensare a un antidoto, credo che sia quello di recuperare una sana, vitale, biblica consapevolezza della sovranità di Dio. Occorre infatti riflettere che il complottismo ha come effetto quello di annichilirci, renderci passivi, deresponsabilizzarci rispetto a quanto noi, individualmente, possiamo fare oggi in concreto. Il complottismo è per sua natura demotivante e auto-assolutorio circa le nostre responsabilità individuali, in quanto tutto sarebbe già deciso e stabilito a un livello superiore del quale noi non abbiamo alcun controllo. Lo sai che i papaveri sono alti, alti, alti; sei nata paperina, che cosa ci vuoi far? Cantava Nilla Pizzi. La fede cristiana autentica invece è esattamente l’opposto. È azione, è assunzione di responsabilità, è speranza in un cambiamento reale e profondo che Dio può compiere a partire da scelte di obbedienza del singolo individuo, e che si diffondono poi nel contesto sociale in cui vive. Ecco, penso proprio che come cristiani dovremmo utilizzare la demotivazione e l’auto-assoluzione come una sorta di indicatore del grado di contaminazione da virus del complottismo.
Nicola Berretta
L’articolo Tre domande a Nicola Berretta su virus, pandemie e contagio proviene da DiRS GBU.
source https://dirs.gbu.it/tre-domande-a-nicola-berretta-su-virus-pandemie-e-contagio/
REVIVE!
Dal 27 dicembre al 1 gennaio si è svolta in Germania la conferenza europea REVIVE a cui hanno partecipato circa 3000 persone, inclusi un centinaio dall’Italia.
Condividiamo con voi una selezione di alcune testimonianze. Continua a leggere
La mia storia con il GBU: come un granello di senape.
Dio aveva stabilito il GBU anche per la mia vita.
Questa è una delle considerazioni che nel corso di questi tre anni ho maturato sempre di più, e oggi, alla fine di questo percorso, ne sono pienamente convinto.
Tutto è iniziato quando alla fine del quinto anno di superiori mi trovai a dover scegliere cosa fare, indeciso se iniziare subito l’università o prendermi un anno di pausa, dove avrei potuto dedicare il mio tempo a Dio, godermi un po’ di relax e viaggiare, magari unirmi a qualche viaggio missionario.
Dopo tanta confusione scelsi di provare il test per infermieristica, deciso a iniziare subito l’università. Ricordo bene il giorno in cui seppi di aver superato il test; la gioia era forte ma allo stesso tempo un pensiero era sempre presente nella mia testa: è davvero la strada giusta?
Ritornando al GBU, già al quinto anno di superiori mio cugino me ne aveva parlato, ma ancora non avevo avuto occasione di testare personalmente che cosa fosse questo gruppo. Nell’attesa di iniziare i corsi mi resi disponibile a partecipare alla Settimana Evangelistica che i ragazzi avevano organizzato e feci così le mie prime amicizie ed esperienze nell’ambito universitario e con il gruppo GBU di Napoli.
Ero entusiasta: il desiderio di fare l’università si stava unendo con l’idea di poter servire come missionario. Compresi così che anche l’università poteva essere un luogo dove testimoniare della speranza che c’è in Gesù.
Sposai quindi ancor prima di entrare nella mia facoltà la missione del GBU: condividere Gesù da studente a studente.
Condividere Gesù da studente a studente
In questi tre anni ne sono successe tante e non sempre è stato facile scontrarsi con il mondo universitario: essere gioioso anche quando l’esame andava male; resistere all’ansia e rimettere tutto nelle mani di Dio; predicare la verità anche quando essa risulta scomoda.
In tutto questo però il gruppo del GBU è stato sempre un luogo di ristoro tra corsi, esami e tirocinio. Posso davvero testimoniare come fermarsi e spendere del tempo per leggere e meditare la parola di Dio mentre ero all’università ha sempre fatto del bene alla mia vita: mi ha fortificato e mi ha dato uno slancio per non avere paura di parlare della mia fede.
Un anno dopo diventai coordinatore del gruppo al Policlinico, ed è stato per me davvero un onore poter servire in questo. Essere parte del GBU mi ha costantemente arricchito, mi ha fatto comprendere la ricchezza della diversità, il valore dell’ascolto e la bellezza dell’immergersi nella parola di Dio allontanando ogni preconcetto o pregiudizio.
Essere nell’università però mi ha portato a vivere anche diversi conflitti. Tante volte mi sono trovato a scontrarmi con l’indifferenza degli studenti al messaggio del Vangelo, alla ridicolizzazione dei principi biblici, al rifiuto testardo a ogni forma di confronto e all’esaltazione dell’indipendenza e della sovranità dell’uomo su ogni principio morale.
Tante volte mi sono sentito piccolo: piccolo dinanzi alla conoscenza, dinanzi a tante domande non risposte, piccolo di fronte a storie difficili, alle ingiustizie e ai mali della vita. La parola di Dio però mi è sempre venuta in soccorso. A tal proposito volevo citare una semplice parabola che Gesù racconta ai suoi discepoli:
Gesù paragona il regno di Dio a qualcosa di molto ma molto piccolo, anche se un giorno si rivelerà come qualcosa di maestoso, ma soltanto a coloro che accolgono nella propria vita questo apparente piccolo seme.
Era proprio così: non dovevo preoccuparmi che ciò che avevo tra le mani sembrasse piccolo, ma dovevo essere fiero di ciò che poteva generare in un cuore pronto a riceverlo. Non aveva importanza se a un incontro ci fossero dieci persone o soltanto una, non importava se apparentemente una conversazione fosse stata scoraggiante e che il messaggio di Gesù sembrava “fuori moda”… Non dovevo guardare a ciò che sembrava, un piccolo seme, ma a ciò che poteva diventare: un albero maestoso, alto, forte e ricco di rami.
Al termine di questo breve ma intenso percorso non posso far altro che ringraziare Dio e tutto lo staff GBU, uomini e donne di Dio che con passione e dedizione si impegnano affinché sia sempre accesa una luce di speranza all’interno dell’università.
Questi anni universitari non sarebbero stati gli stessi senza il GBU, quindi se stai leggendo questa breve storia non perdere altro tempo e inizia a vivere l’università come il tuo campo di missione, condividi Gesù, cerca ragazzi con cui leggere la Bibbia e illumina la tua facoltà con la luce di Cristo.
Simone Dorato
(GBU di Napoli)
Gesù Cristo, Dio dei giapponesi?
Immagino che almeno una volta nella vita vi sarà successo di sentirvi porre queste e altre simili domande. Da quando mi sono iscritta al corso di Giapponese dell’Università degli Studi di Milano questa domanda mi è stata posta da quasi ogni studente a cui ho parlato del Vangelo.
Ho iniziato ad appassionarmi al Giappone poco tempo dopo aver deciso di dare la mia vita a Cristo.
Era un mondo pieno di fascino agli occhi di una ragazzina delle superiori. Amavo la sua cultura, un po’ ingenuamente. Poi quando ho iniziato a studiare all’Università lingua, storia e letteratura Giapponese, la mia passione è maturata in una comprensione più accurata e informata. Alla fine del mio secondo anno non ero ancora mai andata in Asia ma ne avevo un’idea, ero ispirata dai miei professori. L’aspirazione di fare qualcosa di utile al regno di Dio nella vita c’era, ma non ero sicura di che forma darle.
Stavo servendo nei GBU a Milano, i miei amici venivano agli studi biblici e alle feste e c’erano state delle conversioni. Per la prima volta vivevo l’evangelizzazione come qualcosa che mi piacesse per davvero e non come un peso. Per la prima volta vedevo Dio coinvolto nell’evangelizzazione, anzi, che dico, quelli coinvolti eravamo noi, lui guidava e apriva porte. Vedevo come l’evangelizzazione cambiava me e i miei amici, cristiani e non. Iniziavo a farmi un’idea di missione.
Ma avevo delle remore…
Non è Dio ingiusto a chiedere di credere in Cristo a coloro che di Cristo non possono aver sentito che magari solo il nome? Sapevo dare le mie risposte teologiche o teologizzanti e parlare di come Dio, nel pratico, agisce nella mia vita; ma fidarsi veramente con tutto il cuore del giudizio di Dio è un’altra cosa, in fondo comprendevo le obiezioni degli scettici. Avevo abbastanza fede da credere che Dio fosse giusto anche in questo, se di Giappone non mi fosse mai interessato nulla. Ma siccome in me c’era il seme dell’idea di poterlo servire lì, allora sentivo che in qualche modo la questione mi riguardasse, la mia fede non era sufficiente, mi sentivo in tensione.
Questi e altri sono gli ostacoli. Il capolavoro del diavolo, si potrebbe chiamare. (Per ulteriori informazioni visitare il sito di OMF)
Prima del mio primo viaggio mi sono fissata delle domande a cui speravo di trovare una risposta. Sarei stata un’osservatrice. E il Signore ha risposto in maniera straordinaria al mio desiderio di comprendere meglio la sua sovranità e giustizia, ma non come mi aspettassi. Osservavo le persone ai templi. Pregavano delle statue o altri oggetti fisici. Leggevo i motivi di preghiera sugli amuleti in vendita. Lavoro, buona salute, superamento degli esami, ammissione all’università, fortuna, amore, buon parto. Era tutto molto familiare. La forma delle statue e dei riti forse era diverso, come la filosofia dietro ogni atteggiamento e visione del mondo, ma i bisogni umani, spirituali, quelli che spingono italiani cattolici e giapponesi shintoisti a cercare aiuto nel metafisico, erano gli stessi come lo erano le risposte alla loro ricerca di connessione col divino. Preghiere all’occorrenza. Fiducia in oggetti e riti.
E questa è stata un’idea illuminante.
Certo, è ovvio, anche noi cristiani evangelici italiani siamo circa l’1%. Se davvero il nascere in una nazione cristiana rendesse più vicini a Dio saremmo qualcosa come il 90%, o no? Anche noi italiani siamo un capolavoro del diavolo se pensiamo di essere sufficientemente cristiani di nascita per capire Dio o per conoscerlo come Egli vuole che lo conosciamo. Avevo questo concetto inconscio che il nostro lavoro per il regno di Dio qui in Italia fosse in qualche modo alleggerito perché le persone intorno a noi dicono di credere a Cristo, anche solo nominalmente o per tradizione, ma questo non mi faceva capire quanto sia grave, profonda e tragica la distanza tra Dio e l’uomo. Né il valore della grazia immeritata.
Così imparai ad amare di più la grazia.
Ma quindi il Giappone? Cosa posso fare io?
Finita l’Università ho chiesto a Dio di poter andare lì un’altra volta. Non avevo mezzi né conoscenze, ma durante la mia esperienza nel GBU avevo visto il Signore provvedere in maniera miracolosa ai nostri bisogni. Quando dovevamo organizzare The Mark Drama, affittare un posto per quattro giorni per la rappresentazione e pagare l’affitto ci siamo rivolti a Dio con un obbiettivo spirituale. Volevamo chiedere tutte queste cose direttamente a Dio, in modo che potesse essere evidente a tutti che era Dio stesso a provvedere per la sua missione. E Dio rispose in maniera incredibile. Ricevemmo un posto di 600 mq, modernissimo, gratis e per ben un anno e mezzo. Dio è stato molto buono con noi.
Ora che avevo finito l’Università mi ritrovavo in una situazione simile e il Signore, chiestomi di aver fede ancora una volta, mi ha dato tutto quello di cui avevo bisogno per il mio viaggio in Giappone attraverso una storia incredibile. Da che non avevo i soldi per pagarmi nemmeno metà del biglietto aereo, mi ha dato tutto quello di cui ho avuto bisogno per il mio soggiorno nel giro di un mese. I soldi sono semplicemente arrivati dai posti più impensabili. E anche i contatti. Attraverso nuove conoscenze e coincidenze incredibili ho trovato nuovi amici fra i missionari e ho iniziato a costruire relazioni con la missione Giapponese che sono andati a intensificarsi e durano tutt’ora. Fino a quando poi tutto questo miracolo ha dato un frutto molto più prezioso.
Un giorno ero a Sapporo, a cena con due studenti, e ho raccontato di come Dio è stato così potente e buono da provvedere ai miei bisogni in maniera sorprendente; uno dei due studenti è rimasto così sconvolto dalla storia che ha acconsentito a venire agli studi biblici in facoltà. E un anno dopo si è convertito.
Sì, è la potenza di Dio manifestata nelle nostre vite che fa la differenza. Quando gli chiediamo di mostrarsi in una maniera tale che le persone non potranno far altro che ammettere “il suo Dio è quello vero”, lui ne è molto onorato e non ci sarà cultura e storia che tenga.
Martina Panzani
(GBU Milano – laureata)
Come far conoscere il GBU nella propria università attraverso una guida per studenti
I gruppi di Milano, Firenze e Torino hanno sperimentato la distribuzione di una guida “di sopravvivenza” per gli studenti delle loro città, progettandola a partire dalla loro esperienza di universitari. Quali possono essere dei suggerimenti per chi volesse riproporre questa idea nella propria facoltà? Continua a leggere
Strumenti nelle Sue mani
Storie di vita quotidiana: discepoli per “fare discepoli” nelle mani di un grande Dio.
Aprile 2019
Sono in attesa di una nuova coinquilina. Vivo in una residenza universitaria, e non si è mai davvero pronti abbastanza per accogliere la nuova arrivata, non avendo la minima idea di chi possa essere. In situazioni poco chiare o incerte, da cristiani, Dio ci chiama a fidarci di lui e a presentare in preghiera i nostri dubbi, timori e desideri, sapendo che Lui stesso provvederà, secondo i suoi tempi, ciò che è meglio per noi. Inizialmente le mie richieste riguardavano per lo più aspetti pratici della convivenza: “Spero sia una persona educata, ordinata, e possibilmente italiana!”
Ma più trascorrevo tempo con Dio, più mi rendevo conto che Lui stava cambiando i miei desideri; le mie richieste non erano più le stesse e i miei pensieri si stavano allineando ai Suoi. Avevo dato priorità a cose di poca importanza. Ciò che Dio mi stava chiamando a fare era semplicemente mostrare con la mia vita chi Lui fosse e parlare della speranza in Cristo Gesù proprio alla mia nuova coinquilina, con il desiderio di poter leggere un giorno la Bibbia insieme a lei, a casa nostra! Dio avrebbe mandato la persona giusta al momento giusto. Quanto a me, ho riscoperto il valore e la potenza della preghiera, e il grande privilegio di poter godere di questa speciale relazione con Dio.
Durante le due settimane di attesa e di preghiera, è successa una cosa a dir poco singolare. Era un sabato mattina, avevo appena concluso la lettura del libro degli Atti, quando una dolce musica ha attirato la mia attenzione: conoscevo quella melodia, era un canto cristiano! Per un attimo ho davvero pensato di essermi sbagliata, ma poi ho visto una ragazza asiatica con una chitarra in mano, che cantava e lodava Dio davanti la residenza universitaria. Ero così entusiasta che sono scesa in piazza e, senza nemmeno conoscere il suo nome, mi sono unita al suo canto. Così ho conosciuto una cara sorella in Cristo (G. da Berlino) che è solita organizzare studi biblici a casa sua ogni venerdì, e che quel giorno distribuiva volantini presso le università per invitare giovani studenti. Da quel giorno abbiamo iniziato a vederci regolarmente e condividere la nostra passione per Gesù.
Tre giorni dopo ho conosciuto A. la mia nuova coinquilina… dalla Mongolia! Non parlava italiano, e non sarebbe stato facile comunicare con lei (conosceva solo un po’ di inglese), figuriamoci parlarle di Gesù! Non vedevo come avrei potuto presentarle in Vangelo, ma confidavo in Dio e nella sua fedeltà. Pregavo che mi donasse opportunità di condividere almeno la mia storia, e come lui avesse trasformato la mia vita, ma non avevo molte occasioni di dialogo. Dio mi ha sfidata a porre la mia completa fiducia in lui, a fare a meno delle parole ma, con la mia vita, a mostrare il Suo amore, la Sua gioia, la Sua pace, la Sua grazia e il Suo perdono. A. questo lo ha percepito, io ancora non ne ero cosciente, ma Dio già stava lavorando nel suo cuore.
Pasqua
Mi è chiaro che Dio abbia preparato per me un tempo speciale con A. anche se avevo immaginato una giornata diversa. La invito quindi ad andare al parco per una passeggiata dopo un pranzo veloce, e porto con me il mio ukulele. Ci sediamo su una panchina e inizio spontaneamente a lodare Dio con alcuni canti e a spiegarle il significato. Sono state due ore benedette, e Dio mi ha donato la gioia di condividere chi fosse Gesù per me, e di presentare con parole semplici il messaggio del Vangelo.
“Perché Dio ha tanto amato il mondo che, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.” (Giovanni 3:16)
Dio aveva già risposto in un modo incredibile alle mie preghiere, ma ecco subito dopo la sua domanda:
Non avrei immaginato che dopo due sole settimane avremmo avuto il primo studio biblico a casa nostra!
Maggio
Qui la storia si fa interessante: ricordate G. la ragazza asiatica conosciuta qualche settimana prima? Bene, ho omesso di dire che sua mamma è mongola. G. conosce ben 9 lingue, tra cui il mongolo.
E non finisce qui. Durante il secondo studio biblico con A., le ho parlato di G. e lei molto spontaneamente mi ha chiesto se fosse la stessa G. che era solita organizzare studi biblici il venerdì, e da cui qualche settimana prima aveva preso un volantino perché interessata a conoscere Gesù. Potete immaginare la mia faccia. Ero meravigliata di quanto Dio avesse orchestrato tutto in maniera perfetta. Ho compreso che questa era la Sua opera, che io ero solo uno strumento nelle sue mani, e questo mi ha donato gioia, pace e un senso di libertà incredibile. Ho lasciato completamente a lui il controllo di tutto.
Non è stato semplice fissare un incontro tra le due. Per tre settimane, questo appuntamento è saltato. Dio mi aveva già dimostrato la sua fedeltà e ancora una volta mi invitava a fidarmi di lui, niente di più rassicurante!
Giugno
Venerdì 14: il giorno del tanto atteso incontro, G., A., io e il mio ukulele, completamente immerse tra il verde della natura. Non appena si sono incontrate con grande gioia ed entusiasmo hanno iniziato a parlare in mongolo, mentre io, non potendo capire nulla di quella conversazione, cantavo e ringraziavo Dio per quello che i miei occhi stavano vedendo. G. ha aperto la sua Bibbia e ha iniziato a leggere e commentare dei versetti della lettera ai Romani:
Dopo poco G. mi ha chiesto di unirmi in preghiera con loro, perché A. aveva il desiderio di conoscere Gesù personalmente e iniziare un nuovo percorso con Lui. I miei occhi a stento trattenevano le lacrime. È stata la gioia più grande della mia vita.
In due mesi Dio ha compiuto miracoli incredibili e mostrato tutta la sua potenza: niente è impossibile per lui! La meraviglia è stata gustare come nelle mani di un grande Dio ogni cristiano è equipaggiato per annunciare il messaggio del Vangelo a gente di ogni popolo e lingua, perché Egli ci ha donato già ogni cosa in Cristo Gesù.
Come suoi discepoli Lui ci chiama a “fare discepoli” e sono consapevole che A. è solo all’inizio del suo cammino con Dio; la mia preghiera è che lei possa innamorarsi sempre più di Gesù, conoscerlo attraverso la Bibbia e decidere di seguirlo con tutto il suo cuore. Continuiamo a pregare per l’opera di Dio nella sua vita!
Quanto a me, lodo Dio per il privilegio di esserle accanto in questo percorso che, malgrado piccole sfide quotidiane, è ricco di grandi benedizioni perché “vi è più gioia nel dare che nel ricevere”.
Alessandra Malta
(GBU Firenze)
Combattere insieme per la fede del vangelo
Anche quest’anno ho avuto il privilegio di partecipare alla consueta Formazione GBU. Rispetto agli anni precedenti, essendo stata la mia terza volta, ho avuto modo di vivere le intense giornate di insegnamento da una prospettiva differente. Rivedere gli altri studenti, insieme ai quali ho iniziato il mio percorso da coordinatore, mi ha riempito il cuore di gioia e mi ha incoraggiato nel constatare che altri giovani come me stanno continuando con perseveranza la missione che il Signore ci ha affidato in questo momento della nostra vita: annunciare Gesù Cristo nelle Università italiane. Inoltre, conoscere le nuove “leve” mi ha confermato e reso più salda l’idea che non siamo noi coordinatori e studenti il centro del GBU, bensì Dio, che si compiace di usarsi degli studenti universitari per la sua opera di redenzione.
Studiare insieme la Lettera ai Filippesi mi ha decisamente arricchito spiritualmente ricordandomi che il coordinatore deve impegnarsi nel servire il gruppo, cercando non il proprio interesse, ma anche quello degli altri (Filippesi 2:4). Oltre a ciò, il Signore mi ha esortato, sia tramite le conversazioni avute con altri sia con la Sua Parola, a non angustiarmi di nulla, ma in ogni cosa fare conoscere le mie richieste a Dio in preghiere e suppliche, accompagnate da ringraziamenti (Filippesi 4:6). La preghiera, il carburante utilizzato durante la formazione, mi ha permesso di focalizzarmi sull’Eterno e di rendermi conto di quanto necessito della sua presenza nella mia vita quotidiana.
Mi è particolarmente piaciuto il seminario “Interagire con l’Università – il Vangelo incontra il mondo”, perché mi ha dato la possibilità di conoscere una delle prospettive del mondo riguardo la figura di Gesù e il canone biblico. Questo mi ha permesso di mettermi in discussione e di riconoscere la necessità di approfondire l’argomento per essere più preparato e pronto a eventuali conversazioni universitarie.
L’esercizio evangelistico, svolto nelle Università senesi, è stata un’esperienza che mi ha fatto riflettere molto. Nonostante avessimo argomentazioni valide, le persone alle quali abbiamo parlato continuavano a rimanere cieche di fronte alla realtà del Vangelo. Ho riavuto la conferma che la conoscenza del mondo serve, ma non basta e mai basterà. Paolo lo comprese pienamente quando scrisse queste parole: «[…] ritengo che ogni cosa sia un danno di fronte all’eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho rinunciato a tutto; io considero queste cose come tanta spazzatura al fine di guadagnare Cristo» (Filippesi 3:3-9). La salvezza proviene esclusivamente dalla conoscenza di Gesù Cristo.
Il Signore ci ha dotato di doni e talenti per servirlo e glorificarlo. Per questo il GBU, durante la Formazione e l’anno accademico, ci equipaggia e ci incoraggia a utilizzare le conoscenze che abbiamo come mezzo per riuscire ancora più efficacemente a condividere Gesù da studente a studente.
Davide Ibrahim
(GBU Milano Statale)
World Assembly 2019
Ricorderò l’esperienza in Sudafrica come una delle benedizioni più grandi e inaspettate che il Signore abbia voluto donarmi. Un anno fa non avrei mai potuto immaginare che potessi partecipare a un convegno come un’Assemblea Mondiale di IFES. Ancor meno avrei potuto immaginare che per dieci giorni sarei stata l’unica studentessa italiana in mezzo a persone provenienti da centinaia di altre nazionalità. Già dal momento in cui mi era stato proposto questo incredibile viaggio sapevo che Dio aveva in mente qualcosa di speciale per me. A distanza di più di un mese dal mio ritorno in Italia posso dire che il nostro buon Padre non smette mai di sorprenderci, e lo fa in modi davvero straordinari.
È innegabile che fin dall’inizio avevo dei dubbi. Sarebbe stato “solo” il mio secondo viaggio in aereo e sarebbe durato più di venti ore. Ma non è una responsabilità troppo grande? Per diversi giorni sono stata sommersa da domande, ma poi ho capito. Grazie all’aiuto del Signore ho preso consapevolezza di quali fossero le priorità nella mia vita, e al primo posto c’è sicuramente Lui. Quindi ho accettato e mi sono preparata a questa esperienza. Ho davvero visto la mano del Signore in ogni cosa facessi, dal primo istante fino all’ultimo.
Gioia, Johan e Chris, rappresentanti del GBU italiano
Già all’arrivo in aeroporto ho visto subito come tra i volontari di IFES e gli altri studenti appena arrivati aleggiasse qualcosa. Con i giorni ho capito che quel qualcosa era comune a tutte le 1200 persone che erano lì: l’amore e la passione per Cristo. I primi tre giorni erano dedicati allo Student gathering o, come piaceva chiamarlo a noi, al Family gathering. Tra le 300 persone presenti c’erano solo studenti. Sono stati tra i giorni più belli trascorsi lì. Ho potuto conoscere la maggior parte delle persone presenti e iniziare ad annotare i loro nomi e le loro nazionalità. Ho potuto fare domande e ascoltare storie. Ogni giorno chiedevo a Dio di poter ascoltare la storia di almeno una persona.
“Siamo abbastanza giovani per sognare e per provarci. Siamo uniti cuore a cuore, spirito a spirito.”
Sono queste le prime parole che ho annotato sul mio diario di viaggio, parole dette da una ex studentessa oggi impegnata a livello globale con IFES. È stata lei a mostrarci che IFES è la famiglia che non abbiamo mai saputo di avere. Circondata da così tante persone estranee non mi sono mai sentita così a casa.
Ho imparato che il nostro momento è ora, che la vita di noi studenti del GBU è di essere pazzi per il Vangelo e che Dio ci sta usando per trasformare l’università per la sua gloria.
Nonostante le differenze culturali, ho rivisto negli occhi di moltissime persone lo stesso entusiasmo che ha ogni studente italiano nel proprio gruppo GBU. Ho imparato che tutto questo non riguarda solo conoscere la Parola di Dio, ma comprende anche l’essere plasmati da essa. Ho imparato che le debolezze possono trasformarsi in forze per imparare l’umiltà e per imparare a dipendere completamente dal Signore. Ho capito che a volte non troviamo porte aperte, ma solo finestre aperte; quello che bisogna fare è saltarci dentro.
La World Assembly è stata per me un viaggio personale, ma l’ho vissuta anche come un viaggio in famiglia. Spesso viaggiamo con così tante cose nelle nostre borse che non vediamo cosa abbiamo con noi. Dio ci invita a guardare a tutte le cose che possediamo e a lasciarci guidare da Lui. Come i discepoli sulla via per Emmaus, anche noi possiamo essere reindirizzati da Cristo nel nostro cammino e diventare messaggeri di speranza.
Il Dio che ho visto in Sudafrica è il Dio delle nazioni. Non siamo soli in questo ministero che a volte sembra troppo grande; ora lo so, l’ho visto. Invito chiunque ad andare alla World Assembly, a vivere una delle esperienze più simili al paradiso che io abbia mai vissuto.
I momenti che mi rimarranno impressi nella mente e nel cuore saranno vedere la felicità e ascoltare le storie piene di sfide dei nuovi gruppi associati a IFES, le risate con i ragazzi sudamericani, i sorrisi dei popoli asiatici, la gioia dei popoli del medio oriente, l’emozione di lodare Dio in tante lingue e in tanti modi diversi, le lacrime e le preghiere condivise con persone speciali, ma soprattutto il falso accento italiano di chi sapeva dire soltanto pizza, pasta, mafia e Berlusconi!
Oggi IFES viene sorpresa di continuo da Dio. Lui è all’opera. Basta guardare a Lui per accorgersene.
Gioia Frasca
(GBU Roma La Sapienza)
SEGUIMI – (ri)ascolta i messaggi della Festa GBU
Oratore: Danny Pasquale
Studio 1 – Perché seguire Gesù (Luca 2:8-20)
Studio 2 – Come seguire Gesù (Matteo 16:24-28)
Studio 3 – Seguire Gesù in pratica (1 Tessalonicesi 1:1-10)