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Di Hannah Donato, Responsabile Formazione e Cura Coordinatori Studenti

Efesini 4:11-16 

È lui che ha dato alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e dottori, 12 per il perfezionamento dei santi in vista dell’opera del ministero e dell’edificazione del corpo di Cristo, 13 fino a che tutti giungiamo all’unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomini fatti, all’altezza della statura perfetta di Cristo; 14 affinché non siamo più come bambini sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina per la frode degli uomini, per l’astuzia loro nelle arti seduttrici dell’errore; 15 ma, seguendo la verità nell’amore, cresciamo in ogni cosa verso colui che è il capo, cioè Cristo. 16 Da lui tutto il corpo ben collegato e ben connesso mediante l’aiuto fornito da tutte le giunture, trae il proprio sviluppo nella misura del vigore di ogni singola parte, per edificare se stesso nell’amore.

Crescere

Che cosa significa crescere e diventare maturi? Sia spiritualmente che fisicamente, ci sono molti aspetti del significato di crescita e maturità. Come cristiani dobbiamo crescere fino a raggiungere “l’altezza della statura perfetta di Cristo”, wow! Come parte del Suo corpo, ogni membro deve cercare di lavorare e contribuire a questa visione di vedere tutti diventare pienamente maturi in Gesù, usando i doni che Dio ci ha dato all’interno della Chiesa per edificare gli altri.

Qualcosa di simile succede anche in famiglia. Io e Giovanni abbiamo 3 figli e la nostra primogenita Isabella ha quasi 11 anni, e ha appena iniziato la scuola media. È in un momento della sua vita in cui ha iniziato a fare molte cose “da sola”. Ha iniziato a prendere l’autobus da sola, a volte deve preparare il pranzo e fare anche i compiti da sola. Come genitori, io e Giovanni cerchiamo di incoraggiarla a prendere l’iniziativa, a pensare in anticipo e a fare le cose senza dipendere solo da noi.

Nella mia vita lavorativa con il GBU vedo molti parallelismi tra l’essere genitore e l’essere uno staff GBU: in entrambi i casi desideriamo che le persone crescano e diventino un po’ indipendenti. È un po’ come essere una madre, una zia o una sorella maggiore; il rapporto che si instaura tra lo staff e i coordinatori è, infatti, molto stretto, ricco di momenti di insegnamento, sostegno, preghiere, chiacchierate, formazione, caffè e molto altro. All’università e attraverso i gruppi GBU spesso gli studenti cristiani fanno le prime esperienze nell’evangelizzazione, nella conduzione di studi biblici, nel rispondere alle domande delle persone, nel servire; è un grande momento e un’opportunità di crescita e maturità e, in quanto staff, affiancarli è un privilegio. 

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Di Giovanni Donato, Staff GBU Siena

Un nuovo anno accademico è iniziato e, come ogni anno, il GBU ha organizzato la Formazione dei coordinatori, il convegno al quale partecipano tutti quelli che saranno studenti coordinatori del GBU. A me, quest’anno, è stato chiesto di occuparmi della predicazione biblica dal libro di 2 Timoteo, cosa che ho accolto con grande onore e piacere. 

Probabilmente 2 Timoteo è uno dei testi più adatti per un ritiro del genere, il quale obiettivo è quello di esortare, formare, sfidare i coordinatori GBU. Dico questo perché è proprio quello che Paolo desidera fare con Timoteo scrivendo questa lettera, e ogni esortazione, ogni rimprovero, ogni sfida che Paolo lancia al giovane leader Timoteo è facilmente applicabile ai giovani leader studenteschi che si apprestano ad iniziare un nuovo anno accademico con entusiasmo, ma non senza delle preoccupazioni.

Nei quattro giorni insieme siamo riusciti a considerare e meditare sull’intera lettera, ma qui di seguito vorrei soltanto limitarmi a sottolineare due insegnamenti principali da 2 Timoteo: 

La chiamata alla leadership cristiana è una chiamata alla sofferenza

Più volte, nei quattro capitoli che compongono 2 Timoteo, Paolo menziona la parola sofferenza; incoraggia il giovane conduttore ad essere pronto a soffrire per il vangelo (1:8) e a sopportare con pazienza le sofferenze che incontrerà nel ministero (2:3, 4:5). Gli ricorda che anche lui sta soffrendo senza vergogna per il vangelo (1:12, 2:9), che anche lui sta sopportando pazientemente la sofferenza per amore degli eletti (2:10), che tutto il suo ministero è stato segnato dalla sofferenza (3:11); lo informa del fatto che è stato abbandonato da tutti quelli che fino a quel momento gli erano stati vicini (1:15, 4:9-10, 4:16) e di come era stato attaccato in modo violento da qualcuno che fino a poco prima riteneva un suo amico (4:14-15). Dice chiaramente a Timoteo che tutti quelli che sceglieranno di fare sul serio con Dio (“vivere piamente”) dovranno necessariamente confrontarsi con la persecuzione (3:12). Wow, messa così la chiamata alla leadership non sembrerebbe molto invitante… Tuttavia, Paolo in questa lettera non dice soltanto che la chiamata alla conduzione è soltanto una chiamata alla sofferenza (grazie a Dio!), ma è anche una chiamata gloriosa!

La chiamata alla leadership cristiana è una chiamata gloriosa.

Nella sua lettera, Paolo sottolinea più volte l’importanza, l’onore e anche la bellezza del servire Dio. Ricorda a Timoteo che la santa chiamata a servire il Re dei re non si riceve a motivo della buona condotta, ma esclusivamente per la gloriosa grazia di Dio (1:9) che è stata manifestata al mondo con l’apparizione del Salvatore nostro Gesù Cristo (1:10). Gli spiega che per una chiamata così gloriosa vale la pena soffrire (1:12) e che Dio è colui che ci sorreggerà mediante la sua potenza (1:8) e ci custodirà con cura fino al giorno in cui potremo deporre le armi (1:12). Esorta il giovane Timoteo a investire tempo ed energie in persone che un giorno avrebbero preso il suo posto affinché la fiamma dell’evangelo potesse continuare a rimanere accesa ed essere trasmessa lungo il dispiegarsi della storia (2:2); lo esorta a vegliare, a prendersi cura e proteggere il corpo di Cristo (2:14, 3:1-9), vegliando su di esso con amore, umiltà, pazienza e coerenza (2:15-16, 2:22-25). Lo invita a predicare fedelmente e con passione (4:2) la Parola ispirata di Dio (3:16), ad utilizzare i doni che Dio gli ha dato (1:6) e ad adempiere fedelmente il servizio che il Signore gli aveva affidato (4:5) perché alla fine di questa grande avventura lo avrebbe aspettato l’ingresso nel regno celeste di Dio (4:18a) e la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, assegnerà a tutti coloro che hanno atteso con gioia il ritorno di Gesù (4:8).

Mediante lo studio di questa lettera abbiamo potuto fare ciò che Paolo desiderava fare con Timoteo attraverso la stesura di questa lettera: esortare dei giovani leader cristiani a servire fedelmente il Signore, a non essere sorpresi o turbati quando nel loro cammino incontreranno la sofferenza e ricordare sempre che la santa chiamata a servire il re Gesù è una chiamata gloriosa che ci è stata rivolta per la grazia di Dio e per cui vale la pena anche soffrire e morire, in attesa del giorno in cui lo incontreremo in gloria. 

Buon anno e buon servizio a tutti i coordinatori GBU e a tutti coloro che, nel corpo di Cristo, ricoprono un ruolo di guida e responsabilità! 

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Di Elena Montaldo, coordinatrice GBU Torino

La parola “formazione”, per me che studio Scienze della Formazione Primaria, ha un valore particolare. 

Il suo significato non si riassume nella trasmissione sistematica di conoscenze. Indica, piuttosto, la volontà di rendere competenti, ovvero in grado di rielaborare ed applicare quelle stesse conoscenze in contesti di realtà. Ciò è possibile solo se esiste una rete sociale che fornisca, a chi viene formato, stimoli ai quali rispondere. 

La Formazione Coordinatori

La Formazione Coordinatori di quest’anno, per me, ha significato tutto questo, ma non solo. Non si è trattato soltanto di un contesto nel quale studenti da tutta Italia si sono riuniti per tre giorni a Firenze. Non solo abbiamo ascoltato insegnamenti, studiato insieme il testo biblico e partecipato a seminari di vario tipo. Qui non ho avuto solo la possibilità di condurre uno SBI e un incontro di preghiera o di pianificare eventi e incontri per il nuovo anno gbuino, o iniziare a presentare il GBU agli studenti universitari della città. 

Per la prima volta in qualità di coordinatrice, dopo anni di partecipazione al GBU, mi sono sentita parte insostituibile di un progetto che ha come motore l’Amore e come obiettivo la Vita delle persone. 

Il tema

Nella sua seconda lettera a Timoteo, Paolo parla come un padre che, poco prima di morire, si rivolge a suo figlio. Proprio lui che era stato autore di stragi, violenze e persecuzioni nei confronti dei cristiani, dopo aver conosciuto Gesù, si trova a scrivere da una prigione, abbandonato da tutti e condannato a morte a causa della sua fede in Lui. 

Una decisione assurda agli occhi di molti, ma non ai suoi che vedevano gioia scaturire dalla sua sofferenza. Con la sua vita, fino al suo ultimo respiro, Paolo aveva infatti portato tantissime persone a ricevere la salvezza che deriva dalla fede in Colui che per primo aveva dato la Sua vita ed era risorto per donargli Vita in eterno. 

Leggere e studiare le sue parole insieme ad altri ragazzi e ragazze che, come me, hanno ricevuto quella stessa notizia ed hanno scelto di credere e vivere questa stessa realtà, per me è stato come essere destinataria, insieme a Timoteo, di quella stessa lettera

Ricominciamo

In quei giorni noi coordinatori ci siamo confrontati con un esempio di fede che ha messo a nudo e poi tolto paure, insicurezze e preoccupazioni che chiunque, nel vivere fino in fondo un ideale che va controcorrente, si trova prima o poi a dover affrontare. Insieme abbiamo compreso il significato profondo del ministero che crediamo sia stato affidato a ciascuno di noi studenti cristiani all’interno del GBU. 

Mi sono resa conto di quanto coraggio e quanta forza possa richiedere mantenere piena coerenza ad una scelta di vita come questa. Allo stesso tempo ho capito ancora più in profondità quanto valga la pena viverla pienamente, perché sempre più persone conoscano l’Amore e la grazia che il Dio della Bibbia ha dimostrato, attraverso il sacrificio di Suo Figlio Gesù, per poter avere un rapporto personale con ciascuno di loro.

Ora siamo pronti per ricominciare, ciascuno nel luogo d’Italia nel quale vive. Questa volta però con la consapevolezza che ogni cosa che faremo nel nostro piccolo avrà come traguardo comune una gioia che scaturisce anche nella sofferenza.

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Un paio di settimane fa Susanne Waldner, insegnante alla scuola biblica IBEI, ha condotto un webinar per i coordinatori del GBU. Qui di seguito un articolo che lei stessa ha realizzato partendo dalle riflessioni presentate agli studenti.

Avanti tutta!

“Avanti tutta!”. Questa espressione descrive una nave che viaggia con la massima potenza dei motori. Figurativamente intende qualcuno che si impegna con tutte le sue forze. Come cristiani spesso viviamo così il nostro servizio per Cristo. Attività evangelistiche, studi biblici, incontri a tu per tu e altro spesso ci richiedono tante energie.

Riflettici un attimo – per quale servizio specifico hai una passione forte, dove desideri andare “Avanti tutta!”?

Infatti, siamo impegnati per il Signore dei signori e la Bibbia stessa ci invita a servirlo con “gioia” (Salmo 100:2), ma anche con “zelo” (Romani 12:11). Non esiste nessuna causa più nobile e nessun Dio più degno a cui dedicare la nostra vita!

Per questo, spesso ci pare di non avere affatto il tempo per prenderci cura di noi. Oltretutto, ciò sembrerebbe anche egoistico. Meglio curarci degli impegni affidatici, non di noi stessi!

Con l’acqua alla gola 

Questa espressione ricorda una nave danneggiata durante una tempesta. Sta per affondare, i passeggeri rischiano di annegare. Simbolicamente si descrive così una persona in estrema difficoltà, arrivata al limite.

Viaggiare sempre col massimo impegno richiede tanta energia. A questo si aggiungono delle “tempeste”, pressioni come l’ansia prima di un grande evento o tensioni con i collaboratori. Per affrontarle servono altre risorse ancora – risorse che però si esauriscono. Finiamo così “con l’acqua alla gola”.

“L’unico essere senza limiti nell’universo è Dio. Ogni altra cosa e ogni altro essere è stato creato da Dio stesso con dei limiti. E non funziona mai, non porta mai a niente di buono, cercare di vivere e servire andando oltre a quei limiti.”[1]

Tutti noi abbiamo dei limiti[2]:

  • Delle volte stiamo svolgendo dei compiti che superano le nostre competenze, semplicemente perché “se no, non lo fa nessun altro”.
  • Abbiamo a disposizione 24 ore al giorno. Non di meno, ma neanche di più. Spesso, però, riempiamo questo tempo oltre limite.
  • A volte si esauriscono le nostre energie fisiche, mentali o emotive. Ci sentiamo stanchi, scoraggiati o fatichiamo a concentrarci.
  • In alcune sfide invece ci mancano la maturità e l’esperienza necessaria. Anche certe tentazioni ci portano al limite delle nostre forze.

In quali situazioni ti sei senti con “l’acqua alla gola”? Quali sono dei limiti che a volte non rispetti?

Il porto sicuro

Quanto appena detto sottolinea la necessità di entrare ogni tanto in qualche porto per fare rifornimento di provviste, riparare eventuali danni alla nave e ripartire. Abbiamo bisogno di fermarci regolarmente, curarci e ricaricarci, per poi ripartire con nuove forze. Infatti, la Bibbia stessa varie volte ci invita a riposare.

Compreso questo, però, abbiamo afferrato la verità solo parzialmente: significherebbe un riposo nel porto solo in vista di un viaggio ancora più veloce. L’enfasi rimarrebbe sul nostro impegno e attività. Ma Dio desidera comunicarci un’altra cosa!

Il comandamento sul sabato (Esodo 20:10-11) fa riferimento a Dio che riposa dopo la creazione del mondo. L’idea, quindi, non è quella dell’uomo che dopo tanta fatica si merita un attimo di respiro per poi ripartire immediatamente. Ma è un riposo regalato dalla grazia divina – perché Lui, non noi, ha già fatto tutto. Infatti, già i primi uomini potevano godersi un creato perfetto senza aver mai lavorato.

Tanti altri passi biblici ci invitano similmente a riposare prima di tutto nella consapevolezza che le cose dipendono dall’opera di Dio, non dalle nostre attività e dalle nostre forze limitate. Il creatore del mondo agisce ancora oggi. Questo è un porto sicuro, non dove arrivare con le ultime nostre forze, ma dal quale partire! 

È proprio questo il messaggio del vangelo: la verità che Cristo, non noi, ha già fatto tutto, offre riposo e sicurezza. I cristiani a un certo punto della storia hanno cominciato a fermarsi e a incontrarsi la domenica, quindi il primo giorno della settimana ebraica, ricordando il sacrificio, ma anche la risurrezione di Cristo: hanno iniziato la settimana col riposo, partendo dal porto sicuro dell’opera già compiuta di Cristo.

Viaggiare a gonfie vele

Prendersi cura di sé, in senso biblico, significa ricordarsi che né la nostra salvezza, né il nostro servizio per Dio dipendono da noi: Cristo ha già provveduto per tutto e continua a operare in e attraverso di noi. Partendo da questo porto sicuro la nostra vita non è più una barca a remi da spingere avanti con le nostre forze, ma un veliero che deve solo spiegare le vele per essere spostato dal vento

Con questa consapevolezza possiamo proseguire il nostro viaggio a gonfie vele – svolgendo le nostre attività con gioia e zelo, ma anche riconoscendo e rispettando i nostri limiti: 

  • …imparando ad accontentarci di risultati imperfetti, laddove le nostre capacità sono insufficienti
  • …cancellando delle attività quando la nostra agenda è troppo piena
  • …regalandoci dei momenti di riposo fisico o mentale per ricaricare le nostre energie
  • …cercando un compagno di viaggio più maturo di noi stessi per ricevere incoraggiamento, accompagnamento e stimoli per crescere. 

Affida i tuoi limiti al Dio illimitato che arriva ai Suoi scopi e realizza i Suoi piani anche nella nostra limitatezza.

Nel giro della prossima settimana, prenditi un momento speciale nel “porto sicuro” con Dio, godendo semplicemente il fatto che le cose non dipendono da te, ma da Lui che ha già fatto tutto!

Susanne Waldner

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[1] Tripp, Paul 2020. Lead: 12 Gospel Principles for Leadership in the Church. Wheaton: Crossway, p. 72.

[2] Ibid. 73-86,

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