Settimana di Preghiera 2025 - GIORNO 3 Ansia e Futuro
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Settimana di Preghiera 2025 - GIORNO 2 Difficoltà dei Rapporti Interpersonali
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Settimana di Preghiera 2025 - GIORNO 1 Identità e integrità
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Francesco si racconta in questa intervista: la decisione di proporsi come Segretario Generale (SG), le emozioni vissute nell’ultimo anno e i suoi desideri sul futuro del GBU.

Francesco, Il Comitato Direttivo ti ha scelto come nuovo SG. Come hai accolto questa notizia? Che sensazioni hai provato? 

È una notizia che mi dà tanti e nuovi stimoli. Sono Staff GBU a Napoli da oltre dieci anni, e ho avuto l’opportunità di servire il Signore sia nel gruppo locale sia in diversi progetti a livello nazionale. Dieci anni molto ricchi e formativi, ma di certo questo è un grande cambiamento che porta con sé tante responsabilità e richiede tanto tempo da dedicare.

Sono stato anche sorpreso e incoraggiato dai tantissimi messaggi che ho ricevuto dopo che la notizia è stata resa pubblica. Mi hanno scritto persone più o meno vicine al mondo GBU, ma sinceramente non mi aspettavo tanto affetto. Pensavo, infatti, che la notizia sarebbe rimasta più interna al GBU, e invece è stato bello sapere che ci sono tante persone che pregano e pregheranno per me, per questo nuovo impegno. 

Qual è stata la riflessione che ti ha portato a candidarti come nuovo SG?

La verità è che tra i membri dello Staff più anziani ci sono anche io! 

Ero e sono consapevole che non avrei affrontato troppe difficoltà per quanto riguarda l’esperienza e la conoscenza del GBU. Poi c’è stata una ragione più personale, riguardo alla chiamata che sento nel GBU e al percorso che stiamo facendo come famiglia. 

Inoltre, dopo più di dieci anni nel GBU sento sempre di più la distanza dagli studenti, nel senso che diventa sempre più complicato partecipare agli studi biblici in facoltà e andare a evangelizzare gli universitari insieme ai ragazzi del GBU. Se fino a pochi anni fa potevo illudermi di sembrare uno studente (molto) fuori corso, oggi che sto per compiere quarant’anni… (ride, ndr).

Desidero comunque essere vicino agli studenti come SG. Ma sarà in modo diverso e più in armonia con il mio nuovo ruolo. È uno dei miei obiettivi nei prossimi anni.

Quindi dovrai lasciare il tuo ruolo di Staff GBU a Napoli?

Sì, ma grazie a Dio a Napoli ci sarà Rebecca Iacone, che si è laureata pochi anni fa, ha terminato il suo percorso da Staff in Formazione e ora vuole rimanere a servire il gruppo GBU Napoli. Questa è una di quelle circostanze favorevoli che il Signore ha preparato e che mi hanno incoraggiato a candidarmi come SG.

Oltre a questo, per essere più vicini alla mia famiglia e alla chiesa locale che frequentiamo, tra non molto ci trasferiremo a Bacoli, allontanandoci un po’ da Napoli e dagli studenti. Anche questo aspetto familiare è più compatibile con un ruolo nazionale rispetto a un impegno con un gruppo GBU locale. 

Ottimo allora, potrai dedicarti serenamente al tuo ruolo come SG. Quali sono i tuoi sogni futuri per il GBU?

Ho una serie di desideri e di aspettative per il GBU. Sono maturati in me in modo naturale in questi anni, e prego che possano ispirare e motivare il mio impegno in questo nuovo ruolo, e anche l’impegno di tutto lo Staff GBU. 

Alcune di questi desideri sono in piena sintonia con la storia del GBU, e sono da preservare. Altre sono cose su cui dobbiamo lavorare ancora o che dobbiamo esplorare. Vorrei sicuramente che gli studenti mantenessero sempre un ruolo centrale nel GBU e nella condivisione del vangelo nell’università, insieme alla centralità della Parola di Dio in tutto quello che facciamo.

Vorrei anche che la missione rafforzasse la sua dimensione interdenominazionale, riuscendo a interagire con diverse realtà ecclesiali in Italia, per raggiungere quelle chiese che ad oggi non conoscono il GBU. Spero e prego di poter vedere questo risultato nei prossimi anni. Ho appreso molto sulle relazioni con le chiese attraverso il mio coinvolgimento con il “NoiFestival” (un’iniziativa della Billy Graham Ass., ndr). È stata un’esperienza davvero formativa e mi impegnerò per raggiungere un buon risultato nel prossimo futuro. 

Questa interazione con le chiese è fondamentale per diversi aspetti, tra cui la possibilità di avere più studenti impegnati nel Condividere Gesù nelle università italiane. 

Una delle cose in cui sei stato coinvolto da Staff GBU è stata “Interagire con l’università”. Pensi che il GBU abbia dei margini di crescita sotto questo aspetto?

Sì, mi piacerebbe molto riuscire a dare un contributo affinché il GBU sia più attivo e capace a rispondere alle domande e ai dubbi degli studenti universitari. Mi piacerebbe che gli studenti fossero stimolati e sfidati in questo, ma vorrei coinvolgere pure professori e professionisti, anche internazionali, che possano affrontare temi specifici e rilevanti nell’ambiente universitario. 

Ci sono poi tante idee e desideri, ma vedremo strada facendo. Per il momento sto vivendo a pieno questo periodo di transizione, nel quale sono il “SG eletto”, ma non in carica (ride, ndr). Saranno mesi utili per il passaggio di testimone e potrò interagire per bene con Johan che sarà di grande aiuto in questa fase.

A proposito di Johan, hai letto i suoi consigli per te nella sua intervista? Cosa ne pensi?

Sì, ringrazio Johan per il suo affetto, la sua stima, ma soprattutto per il suo esempio. Ha fatto un grande lavoro per dare al GBU una struttura che oggi permette a tutti noi di muoverci con più disinvoltura e sarà così anche per me nel ruolo di SG.

Di certo voglio mantenere e anche rafforzare la struttura che Johan ha creato, in continuità con il suo lavoro e in armonia con tutti i membri dello Staff GBU. 

Uno dei motivi per cui ho accettato l’incarico è stata proprio la consapevolezza di avere una squadra forte, formata da persone piene di capacità e doni spirituali. Sarebbe impossibile fare il mio lavoro senza questo team talentuoso. La mia intenzione, ovviamente, è quella di accogliere il consiglio di Johan e di fare affidamento su tutti i membri della famiglia dello Staff GBU, nonché sugli altri membri della fellowship. 

Di Domenico Campo, Staff GBU Sicilia
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Johan (a destra nella foto, insieme al Comitato Direttivo del GBU) si racconta in questa intervista. La sua storia come Segretario Generale (SG), l’evoluzione del GBU, il suo futuro e i consigli per Francesco (a sinistra nella foto), il nuovo Segretario Generale.

Johan, quest’anno lascerai l’incarico di Segretario Generale. Dopo quanti anni?

Sono diventato SG nel 2009/2010, quindi ufficialmente sono 15 anni. In realtà, però, già dal 2005 ero di fatto attivo in questo ruolo, perché ero Presidente dell’Associazione GBU e mi occupavo di alcuni aspetti propri del SG, figura che all’epoca non esisteva. Quindi, sono quindici o venti anni!

Possiamo definire questo un momento di grande cambiamento nella tua vita e nella storia del GBU. Come sei arrivato a prendere questa decisione? Aspetta… non è che ti hanno cacciato?

Sì, finalmente posso dirlo ufficialmente: mi hanno fatto fuori (ride, ndr). In realtà, il mandato di un Segretario Generale, secondo lo statuto, è di cinque anni rinnovabili. Dopo questi cinque anni, si valuta se continuare o meno insieme al Comitato Direttivo, cioè le persone che, tra le altre cose che fanno per il bene del GBU, hanno il compito di affidare il mandato di SG.

Con il Comitato, abbiamo scelto di proseguire per due volte. Dopo i primi cinque anni, sentivo di poter dare ancora molto ed è stato semplice decidere di continuare, insieme al Comitato. Cinque anni fa, invece, era un periodo un po’ particolare, soprattutto dal punto di vista amministrativo e dello sviluppo del GBU, quindi continuare è stata anche una necessità.

Ho amato svolgere il ruolo di Segretario Generale del GBU e ho avuto molte soddisfazioni e benedizioni da Dio in questi venti anni di lavoro di squadra. Oggi, il team dello Staff è ricco di persone capaci e ho sentito che fosse il momento giusto per lasciare spazio a qualcun altro, che potesse esercitare i propri doni in questo ruolo.

Cosa farai ora? Rimarrai coinvolto nel GBU?

Tre anni fa, IFES (il nome del GBU a livello internazionale, ndr) mi ha chiesto se volevo impegnarmi nel loro programma di Governance, che consiste nell’offrire formazione ai Comitati Direttivi dei gruppi GBU nei vari paesi del mondo. Era una proposta in linea con i miei doni e le mie passioni, perché mi occuperò di leadership e struttura. Quindi, ho accettato la proposta, consapevole che non fosse compatibile con il ruolo di Segretario Generale.

Sembra che la tempistica per questo nuovo incarico sia stata perfetta.

Sì, grazie a Dio. Una prospettiva di servizio in IFES, in un momento in cui iniziavo davvero a pensare di lasciare il ruolo di SG a qualcun altro, con piena fiducia nel Signore, nel Comitato che avrebbe scelto il nuovo SG e nella squadra degli Staff. La consapevolezza che stava arrivando il momento di lasciare il ruolo, dopo circa 20 anni, è coinciso quindi con l’arrivo di questa proposta di essere più impegnato in questo programma IFES, in cui ero già coinvolto dal 2019 come Trainer, per aiutare i vari Comitati Direttivi dei gruppi GBU internazionali.

Adesso una domanda per la quale, per rispondere al meglio, potresti dover scrivere un libro (perché non farlo?!)… Pensando a questi vent’anni, com’era il GBU quando hai iniziato come SG e com’è adesso?

Questo è probabilmente l’aspetto più incoraggiante e benedetto di questi anni. Siamo partiti da un GBU molto più piccolo, per quanto riguarda il numero di gruppi nazionali, di studenti coinvolti e di membri dello Staff in Italia, ma anche per quanto concerne donazioni e finanze in generale. Guardando ai numeri, è un GBU completamente diverso.

Guardando invece a ciò che il GBU fa e alla sua missione, le radici sono le stesse. La passione per il vangelo è la stessa, così come la centralità dello studente e, di conseguenza, la visione di condividere Gesù da studente a studente. Tutte queste cose sono rimaste pressoché invariate.

In questi anni, abbiamo aggiunto molta struttura intorno a queste fondamenta. Ad esempio, oggi abbiamo un percorso per formare i Coordinatori, lo stesso per i membri dello Staff in Formazione. Crescendo, era necessario aggiungere struttura, perché il rischio sarebbe stato una crescita isolata e distaccata, mentre così c’è una crescita organizzata e omogenea. Oggi, siamo sempre un movimento studentesco fondato sugli studenti, ma per certi versi siamo un’organizzazione più strutturata e collegata, più capace di relazionarsi con diverse chiese provenienti da diversi contesti, con più studenti coinvolti e più capace di riuscire a mettere insieme una squadra di membri dello Staff più ricca, per essere presenti in più città universitarie.

Cosa succede ora? Rimarrai coinvolto nel GBU? Quale sarà eventualmente il tuo ruolo?

Il mio lavoro in IFES non occuperà tutto il mio tempo. Certamente, rimarrò a disposizione del GBU e del nuovo SG. Ci sarà un periodo di transizione tra me e Francesco, per dare a lui e a tutto lo Staff il tempo di abituarsi al nuovo assetto. Dopodiché, sarò a disposizione del GBU. Ci sono aree in cui continuerò a servire, utilizzando alcuni miei doni specifici, senza conflitti di ruolo con Francesco, considerando anche i suoi doni, molteplici e diversi dai miei.

Francesco sarà il nuovo Segretario Generale del GBU e sicuramente apprezzerà qualche dritta da parte tua! Che consigli vorresti dargli?

In questi mesi, ci ho pensato diverse volte, perché ho analizzato le cose buone e quelle meno buone del mio percorso. Non vorrei fare un elenco a Francesco, ma piuttosto condividere alcune riflessioni.

Credo che Francesco dovrà sentirsi libero di usare i molti doni che Dio gli ha dato e le sue passioni, e guidare il GBU attraverso di essi, verso gli obiettivi che avremo davanti. Nel farlo, spero che vorrà preservare la struttura che siamo riusciti a realizzare in questi anni, o comunque migliorarla o adattarla ai tempi, in modo da rimanere stabili su un fondamento che è necessario, e che permetta a lui di esercitare liberamente i suoi doni e aiutare il GBU a “cambiare” nelle cose che sente che devono essere cambiate, create o implementate. Sono sicuro che saprà trovare il suo spazio e il suo modo personale per svolgere l’incarico di Segretario Generale.

Spero che continui a fare un lavoro collaborativo, dove ogni elemento del GBU si senta parte della famiglia. Questo diventerà sempre più complicato man mano che cresceremo, lo abbiamo visto negli ultimi dieci anni; allo stesso modo, ci sono diversi modi per coinvolgere tutti, soprattutto per quegli aspetti strategici che riguardano il lavoro a lungo termine. Sarà importante che questo venga mantenuto.

Sono certo che il Comitato ha fatto un’ottima scelta, che Francesco saprà donare cose buone e anche diverse rispetto a me e sono sicuro che il Signore continuerà a benedire il GBU e a guidare tutti noi per il lavoro nella condivisione del vangelo nelle università.

di Domenico Campo, Staff GBU Sicilia

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Maria Chiara (GBU Urbino), Liz (GBU Milano) e Deborah (GBU Roma) sono tre studentesse che hanno partecipato alla Mission Week tenutasi a Loughborough, in Inghilterra, dal 17 al 21 febbraio. La settimana evangelistica è stata organizzata dagli studenti di Christian Union, il GBU inglese. Maria Chiara, Liz e Deborah hanno collaborato con il gruppo locale nella settimana di evangelizzazione del campus universitario. 

Abbiamo fatto alle ragazze alcune domande sulla loro esperienza a Loughborough. Ecco cosa ci hanno detto.

RACCONTATECI DELLA MISSIONE WEEK. COME ERANO ORGANIZZATI GLI STUDENTI DI CU?

LIZ – La settimana di eventi è stata ben pubblicizzata tramite volantini, social media, gazebo, lecture shout-out (chiedere al professore di comunicare un’iniziativa di un club studentesco e dire a tutta la classe dell’evento che si svolgerà). Inoltre, gli studenti di CU erano anche ben visibili in giro per il campus perché indossavano la felpa con il logo di CU e il tema della settimana di eventi.

Gli studenti erano puntuali, seri e sempre i primi a prendere parte a tutte le attività, sia come presentatori che come servitori durante l’evento. Anche quando non erano gli oratori, si impegnavano attivamente, aiutando a promuovere l’iniziativa con banchetti evangelistici e altre forme di coinvolgimento. L’organizzazione della Mission Week era accurata, con una distribuzione delle responsabilità che non ricadeva mai solo su poche persone, ma su un gruppo ampio. Gesù era senza dubbio il protagonista principale, ma erano gli studenti a essere in prima linea nella condivisione del vangelo all’interno dell’università. Questo approccio colpiva profondamente gli amici invitati, che vedevano i loro compagni cristiani veramente impegnati e sinceri nel messaggio che condividevano.

MARIA CHIARA – Una cosa che mi ha colpito è stata il concetto dello “Student Led”. Gli studenti stessi erano i protagonisti di ogni attività e missione, senza la presenza costante dello Staff. La missione veniva portata avanti dai ragazzi, molti dei quali erano giovanissimi, ma con un cuore ardente per Gesù. Il contesto in cui ci trovavamo era un grande college, pieno di studenti, con spazi facilmente accessibili. Gli eventi evangelistici, come il lunch bar, si svolgevano in luoghi vicini a quelli frequentati dagli studenti, il che rendeva facile invitarli all’ultimo momento. La vicinanza degli spazi ha reso l’invito agli studenti ancora più naturale e immediato.

Un aspetto che ci ha particolarmente colpite è stata la preghiera di qualità che ha caratterizzato tutta la settimana del team di CU. Ogni mattina, i ragazzi si svegliavano presto e ci incontravamo alle 8 per dedicare un’ora alla preghiera, mettendo nelle mani di Dio la giornata, gli eventi e le persone che avremmo incontrato. È stato davvero incoraggiante poter condividere le richieste di preghiera, le sfide e gli incoraggiamenti e sentirci parte di un unico team, con lo stesso spirito, la stessa visione e lo stesso scopo: proclamare il vangelo. Vedere questi ragazzi così giovani pregare con tale costanza e dedizione, essere puntuali e alzarsi presto ogni mattina, è stato davvero bello. Successivamente, tutti andavano alle loro lezioni, pronti ad affrontare la giornata. 

COME ERANO ORGANIZZATI GLI EVENTI?

DEBORAH – Ogni evento aveva una struttura chiara e abbiamo notato delle peculiarità che permettevano di raggiungere gli studenti del campus:

        a. Ad ogni evento c’era del cibo gratuitamente e le persone che lo servivano erano gli studenti di CU. Abbiamo proprio assistito a come il cibo portava a un momento di aggregazione, condivisione, intimità…a pensarci, infatti, anche Gesù stesso si sedeva a tavola con i suoi discepoli e con le persone che evangelizzava.

        b. C’era un’atmosfera informale: disporsi in tavolini, condividere un pasto e scambiare idee rendevano l’atmosfera piacevole per tutti.

        c.  Nessuno usava il telefono durante gli eventi. In un’epoca in cui abbiamo sempre il telefono in mano, abbiamo notato come durante gli eventi gli studenti di CU tenevano il telefono in tasca per dare piena attenzione agli ospiti.

        d. Gli eventi proposti erano adatti agli studenti perché affrontavano temi rilevanti per loro. In questo senso, è stata importante anche la scelta dei relatori: è stato bellissimo per noi osservare come i relatori stessi fossero disponibili (anche fino a tarda sera) a passare del tempo con gli studenti non cristiani e rispondere alle loro domande, o sedersi per condividere un pasto con gli studenti. Inoltre, offrivano anche un altro tipo di interazione, meno diretta, perché era possibile fare domande anonime tramite un QR code. Oltre ai relatori, venivano coinvolte anche altre persone: ogni sera veniva intervistata una persona diversa con una storia diversa, compresi anche alcuni studenti di CU.

QUALCOS’ALTRO CHE VI HA COLPITO IN MODO SPECIALE?

LIZ – A proposito della preghiera, anche prima degli eventi si spendeva del tempo per pregare e la giornata si concludeva sempre in preghiera.  Nel gruppo c’era una reale consapevolezza della potenza della preghiera, tutti sentivano il bisogno di pregare per i loro amici prima di invitarli. Gli studenti di CU avevano capito che gli eventi della settimana evangelistica non erano solamente un’occasione per stare insieme, ma l’obiettivo era soprattutto invitare i loro amici non cristiani, affinché potessero ascoltare La Buona Notizia. Avevano il desiderio ardente di vederli salvati.

DEBORAH – La dimostrazione della cura e dell’amore per la persona, perché un non cristiano interessato a Gesù e al testo biblico, o anche un nuovo credente, non veniva mai lasciato a sé stesso.  C’era una presa di posizione da parte degli studenti, un’intenzionalità nelle conversazioni, e un’audacia che deriva dalla pura certezza della Buona Notizia che stavano condividendo. C’era un impegno a non lasciare indietro nessuno, a rispondere alle domande, anche le più scomode, e camminare insieme. Sono rimasta in contatto con i ragazzi conosciuti lì (e che hanno ormai un posto nel mio cuore!) e so per esempio che il lunedì successivo alla settimana di eventi si sono presentate una ventina di persone! Gli studenti, inoltre, portano queste persone nelle loro chiese, invitandole e spesso offrendo loro un passaggio in macchina (un buon incentivo!), e offrendo poi il pranzo in chiesa, in alcuni casi. Gli studenti di CU si preoccupano personalmente che questi nuovi studenti siano inseriti in una chiesa.

LIZ – Un’altra cosa che mi porto a casa da questa esperienza in Inghilterra è senza dubbio una visione più chiara di cosa rappresenti il GBU. Non si tratta di un semplice club culturale o sociale dedicato allo studio del testo biblico, ma di una missione evangelistica che si impegna attivamente a condividere il messaggio di Gesù da studente a studente. È stato davvero interessante osservare come il focus principale fosse sul vangelo, che veniva predicato in vari modi, e come l’evento fosse seguito da studi biblici.

QUESTA ESPERIENZA HA TRASFORMATO IL VOSTRO APPROCCIO EVANGELISTICO? COSA VORRESTE VEDERE NEI VOSTRI GRUPPI GBU E QUI IN ITALIA?

MARIA CHIARA – Quando siamo tornati, personalmente mi sono sentita molto incoraggiata e motivata a portare questa stessa passione nel mio contesto universitario. Ho cercato subito di trasmettere agli altri membri del gruppo di Urbino l’importanza di avere uno scopo comune nella missione, innamorandosi nuovamente del vangelo e proclamandolo non solo attraverso studi biblici, ma anche curando le persone che partecipano ai nostri incontri. Abbiamo deciso di mantenere lo stesso spirito, organizzando momenti di preghiera, formazione sull’evangelizzazione e incontri di équipe, per restare uniti come gruppo di credenti.

Siamo così incoraggiate da voler organizzare una settimana simile in Italia. Abbiamo già programmato un incontro di preghiera e iniziato a pregare, ma siamo consapevoli che il Signore ha il controllo su ogni cosa. Sono estremamente grata per questa esperienza, che mi ha rafforzato nel mio ruolo di coordinatrice nel GBU e mi ha permesso di tornare a casa con un nuovo spirito. Mi ha aiutato a guardare la mia città con occhi nuovi, apprezzando le sue bellezze e non focalizzandomi solo sulle difficoltà. È stato incredibile vedere tanti studenti più giovani di me proclamare il vangelo con passione ai loro amici non credenti. Credo fermamente che il Signore desideri fare cose meravigliose attraverso il GBU in Italia, specialmente attraverso gli studenti.

DEBORAH – Da quando sono tornata ho una forte audacia nel condividere il Vangelo, perché se ho la certezza che Gesù ha salvato me allora so che vuole salvare tanti altri studenti. Nel condividere il vangelo ho anche imparato che si tratta di un messaggio semplice: Dio non cerca una teologia perfetta, ma un cuore arreso. Spesso pensiamo che per evangelizzare (cioè parlare di Gesù) serva costruire dibattiti filosofici e teologici articolati, quando invece dobbiamo solo mostrare che Gesù ama le persone di un tipo di amore che l’uomo cerca per tutta la sua vita, ma che al tempo stesso continuerà a non trovare mai su questa terra restando deluso, vuoto e rotto.

All’interno del GBU a Roma, in particolare all’università della Sapienza, stiamo provando diverse strategie, cercando di aumentare le interazioni che abbiamo con gli studenti, frequentando più spesso gli spazi universitari. Abbiamo preso la buona abitudine di avere conversazioni ogni settimana: andiamo in giro per il campus con un cartellone in cui c’è scritta una domanda che secondo noi potrebbe essere rilevante per gli studenti, ci impegniamo ad ascoltare la loro risposta e a concludere parlando di Gesù e del vangelo. 

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Sudditi di Dio in un regno diverso: si può?

di Gianluca Nuti

Insegnante, ex GBU Bologna e prossimo relatore per la Festa GBU 2025

 

Che senso ha vivere per un regno ormai caduto?

Cosa penseremmo vedendo i nostri vicini ottemperare alle leggi e al diritto romano? O se i nostri figli, o i nostri genitori iniziassero a seguire gli usi e i costumi, persino la lingua, dei Longobardi? Tutto questo non solo per scopi ricreativi o di rievocazione storica, ma come vero e proprio modo di vivere, che raggiunge in modo capillare ogni aspetto della quotidianità e della visione del mondo.

Il nostro sguardo stralunato e anche divertito non è diverso da quello con cui i Babilonesi guardavano i loro vicini di casa Giudei al tempo dell’esilio (dal 605 a.C. in poi). Il trono di Davide era vuoto, il tempio o quel che rimaneva era abbandonato, la legge e la moneta di Israele erano ridotte a mere curiosità storiche, aneddoti pittoreschi tratti da una civiltà ormai decaduta; eppure, questi Giudei ancora si ostinano ad adottare la condotta morale e il sistema di credenze della loro religione. Ma che senso ha vivere per un regno ormai caduto?

 

Il vecchio e il nuovo regno

Il libro di Daniele si apre proprio così, la realtà storica dell’esilio affermata con un tono spaventosamente freddo e distaccato (1:1-2) e le sue declinazioni socio-culturali visibili nella vita, fra gli altri, di Daniele e i suoi tre amici (1:3-7). La lingua e la cultura caldea vengono imposti a forza sui giovani nobili Giudei, il loro nome cambiato a sottintendere una nuova identità, un nuovo senso di appartenenza. Il re Nabucodonosor sa come fare sentire i deportati a casa, come fare dimenticare loro Gerusalemme e il Dio di Israele, perché possano più presto possibile legarsi in lealtà e dipendenza a un nuovo regime.

Dopotutto, il vecchio regime, il vecchio regno, ormai non c’è più. Il Dio di Israele, che aveva così risolutamente e ingenuamente vincolato il proprio onore al mantenimento delle promesse territoriali ed economiche al proprio vassallo Israele, quel Dio è ora stato sconfitto sul suo stesso terreno: il tempio e la terra promessa hanno smesso funzionalmente di esistere, “regno di Giuda” o “popolo di Israele” non sono più termini di senso compiuto. E questo valeva anche nella direzione opposta. Ormai i Giudei non avevano più nulla che li distinguesse esteriormente dai pagani, niente che li “santificasse” in modo visibile: come potevano ancora pensare che il loro Dio tre volte santo li volesse ancora degnare di uno sguardo?

 

Il regno invisibile

Tutto questo non è troppo lontano dalla nostra esperienza di cristiani. La tensione fra i modi di vivere accettabili nella nostra cultura e il modo di vivere a cui ci chiama la Scrittura, la ricerca di equilibrio tra l’impegno civico e il rifiuto del compromesso, la più o meno ostentata convinzione del regno umano e “visibile” di essere l’opzione migliore disponibile, o perlomeno di essere un’opzione migliore del regno “invisibile” di Dio, fanno tutte parte della nostra vita su questa terra, in questa cultura, in questo tempo. Il nostro Re è morto su una croce, dopotutto. La morale cristiana (non le sue distorsioni né i suoi scimmiottamenti, a destra e a sinistra) scandalizza e divide. La Bibbia serve soprattutto a vendere qualche copia in più di libri controversi o faziosi.

Ecco perché ci serve leggere e rileggere il libro di Daniele: perché Dio regna ancora, anche se invisibile al momento, e vivere per il suo regno ha ancora senso. Non solo: Dio ci aiuta a vivere per il suo regno, e proprio il suo soccorso dimostra che il suo regno non è caduto. Lo impararono ben presto Daniele e i suoi amici (1:19-20), lo impariamo anche noi quando scegliamo coraggiosamente, pur mantenendo la nostra identità esteriore di cittadini del mondo, di vivere da sudditi di Dio. Rifiutarci di associare il nostro partito al nostro credo, mostrare un rigore accademico o professionale sopra la media, scegliere di amare i nostri nemici e perdonare chiunque, per qualunque peccato, tutte le volte che sarà necessario: non è questo forse vivere da sudditi visibili del regno invisibile?

L’articolo Sudditi di Dio in un regno diverso: si può? proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/sudditi-di-dio-in-un-regno-diverso-si-puo/

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Il Comitato Direttivo dell’Associazione Gruppi Biblici Universitari, ha annunciato il 1 marzo 2025 di aver nominato il suo nuovo Segretario Generale. Dopo un periodo di transizione con il Segretario Generale uscente, l’incarico verrà ricoperto nei prossimi cinque anni dal Dott. Francesco Schiano Lomoriello.

Francesco ha una lunga storia personale all’interno dei GBU, che risale ai tempi della sua esperienza come studente di Storia moderna e contemporanea presso l’Università Federico II di Napoli dove ha conseguito la Laurea Magistrale. Successivamente ha completato un “Certificate in Theological and Pastoral Studies” presso l’Università di Oxford. Il suo ruolo precedente era quello di Staff a Napoli, inoltre è uno dei responsabili della Chiesa Emmanuele di Bacoli (NA). Dal 2016 è sposato con Milena e insieme hanno tre figli: Gaia (2018), Cristian (2019) e Giorgia (2022).

Francesco ama la dimensione interdenominazionale dell’opera GBU, è appassionato di apologetica e desidera vedere il mondo universitario italiano trasformato dal Vangelo.

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Di Zach Taylor, Staff in Formazione a Roma

Questo articolo deriva da un evento evangelico organizzato dal GBU Roma, dove abbiamo esplorato le seguenti domande attraverso l’analisi di gruppo di opere d’arte, dibattito e una breve presentazione:

  • Cos’è l’arte?
  • Perché creiamo arte?
  • Cosa può dirci l’arte sull’umanità?

Per questo articolo, mi concentrerò principalmente sulla terza domanda come modo per esplorare la storia evangelica della creazione, della caduta e della redenzione attraverso l’arte. È scritto per essere accessibile sia ai cristiani che ai non cristiani. Se desideri leggere un’analisi più completa delle opere d’arte presentate, non esitare a contattarmi tramite il sito web del GBU.

Arte, bellezza e creatività

L’arte pone alcune domande profonde sull’umanità e può catturare la bellezza che vediamo nel mondo, dai bellissimi tramonti di un dipinto di Monet alle magnifiche montagne di Albert Bierstadt. Quando vedo queste opere d’arte, mi ricordano lo stupore e la meraviglia che provo quando vedo queste incredibili parti del nostro mondo. Poiché le pennellate sono state dipinte dagli artisti con passione e pensiero, la bellezza apparentemente infinita che vediamo nel mondo mi fa pensare che il mondo debba avere un certo disegno dietro di sé. La storia della Bibbia ci dice che il mondo non è stato creato per caso ma con uno scopo, soprattutto per essere vissuto e goduto dagli esseri umani nella loro relazione con Dio che li ha creati.

Genesi 1 afferma che gli esseri umani sono fatti a immagine di Dio. Può sembrare una frase strana, ma significa essenzialmente che Dio ci ha creati amorevolmente per essere diversi dal resto della creazione, perché in qualche modo riflettiamo il Suo carattere. Ciò include l’incredibile creatività che vediamo riversata in così tante opere d’arte. Come un genitore o un nonno che insegna a un bambino a disegnare, cantare o cucinare, Dio si compiace che noi prendiamo parte alla Sua creazione e che godiamo dell’uso delle straordinarie capacità che ci ha dato.

Tuttavia, non so voi, ma io non mi sento fatto a immagine di Dio la maggior parte del tempo. So che non amo e non mi prendo cura degli altri perfettamente, che ferisco i sentimenti delle persone e a volte mi sento confuso e isolato. E spesso mi ritrovo frustrato dal fatto di non avere il tempo o la capacità di essere creativo come vorrei e sono schiacciato dalle mie ambizioni irrealizzate. Questa frustrazione è ben espressa dal poeta Joshua Luke Smith:

A volte mi sono chiesto, e forse anche tu puoi averlo fatto, cosa ho esattamente da offrire al mondo? Quando scolpirò la mia statua di David come Michelangelo o dipingerò la nascita di Venere come Sandro Botticelli? Voglio fare qualcosa di grande ed essere qualcosa di grande, ma la maggior parte della mia vita la passo a districarmi dalle ragnatele della vergogna e della sfortuna in cui sono intrappolato.

Mi chiedo se ti sei mai relazionato con qualcuna delle emozioni che hai visto rappresentate in un’opera d’arte. Che si tratti della solitudine ritratta nel New York Movie di Edward Hopper o dell’ingiustizia in The Power of Music di William Mount. Quando guardiamo le opere d’arte create da persone diverse in tempi e luoghi diversi, sembra esserci un dolore e un’angoscia comuni per il fatto che il mondo non è come dovrebbe essere.

Cercare risposte nella rottura

La Bibbia ci dà una ragione per questo. Il dolore e la confusione che spesso proviamo sono il prodotto del fatto che abbiamo tutti rifiutato Dio e abbiamo invece scelto di renderci noi stessi dei delle nostre vite. Vogliamo decidere il nostro destino, fare le cose che ci porteranno più felicità, pensando di sapere cosa è meglio per noi. Ma dove ci porta questo? Fuori dalla relazione con Dio, siamo soli in un grande mondo dove ci sono molte pressioni che ci affliggono ogni giorno. E spinti dalla pressione di fare qualcosa di significativo con la nostra vita, spesso ci sentiamo schiacciati dall’indecisione o dall’ansia.

In molte opere d’arte, sembra che ci sia poca speranza per le situazioni e le persone raffigurate. Quindi, cosa facciamo con quelle opere d’arte che non sembrano offrire alcuna risposta? Ad esempio, un critico dell’opera d’arte Shibboleth del 2007 alla Tate Modern di Londra ha scritto:

l’opera d’arte mi rimbombava in testa tutto il giorno e mi perseguita ancora. Quando mi chiedo perché, mi rendo conto che è perché sembra una ferita, una ferita che non può guarire. Non offre alcuna speranza, lasciandoti vuoto come l’abisso che si apre sotto i tuoi piedi.

Doris Salcedo, Shibboleth I, 2007

Forse questa non è la tua impressione dell’opera d’arte (poiché tutti interpretiamo le cose in modo diverso), ma è chiaro che quando guardiamo l’arte attraverso la storia, c’è molta bellezza e anche molta rottura. Quindi questo ci porta a chiederci: come affrontiamo la tensione tra rottura e bellezza che vediamo nell’arte e nel mondo che ci circonda? Lo abbracciamo semplicemente come la crepa nel pavimento in Shibboleth o c’è una risposta? C’è speranza nella rottura?

Tutto è fatto nuovo

La risposta che dà la Bibbia è che quando l’umanità ha rifiutato l’amore di Dio, la morte è entrata nel mondo come conseguenza della scelta di andare per la nostra strada. Tuttavia, Dio ci ama troppo per lasciarci affrontare la punizione della morte che tutti meritiamo, senza un modo per tornare a Lui. Per questo ha mandato Gesù a morire al nostro posto, affinché non dovessimo pagare noi. E la parte più sorprendente è che Gesù non è rimasto morto ma è risorto dalla tomba, sconfiggendo la morte e aprendo una via per noi, per ricevere la vita eterna in Lui, quando scegliamo di seguire Gesù e di tornare a relazionarci con Dio.

Non solo la risurrezione di Gesù offre speranza di fronte alla morte, ma cambia tutto del nostro presente, mentre guardiamo al futuro. L’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, dice: “Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi. Non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né dolore, perché le cose di prima sono passate.” Ancora di più, nella frase successiva Dio dice semplicemente ma meravigliosamente “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”. Tutta la rottura che vediamo raffigurata nell’arte, nelle nostre vite e nel mondo che ci circonda sarà trasformata. Le nostre relazioni spezzate con Dio, con gli altri e con il mondo saranno ripristinate. Come il Kintsugi, la pratica giapponese di riparare la ceramica rotta per creare una nuova opera d’arte, quando scegliamo di seguire Gesù, Egli può trasformare i nostri pezzi rotti in qualcosa di nuovo. La crepa irrisolta nel pavimento è risolta.

Può essere doloroso riconoscere le parti rotte della nostra vita; la nostra sofferenza o la nostra vergogna. Tuttavia, quando le portiamo alla luce di un Dio amorevole che aspetta di perdonarci e darci nuova vita, Egli può fare qualcosa di bello dalla nostra rottura. E quando segui Gesù, puoi vivere con libertà e con uno scopo, alla luce del mondo a venire. Essere i figli creativi di Dio che siamo stati creati per essere, significa che possiamo fare cose straordinarie, senza la pressione di fare o essere qualcosa di grande o di risolvere i problemi del mondo da soli. Possiamo piangere il mondo com’è ora mentre indichiamo la speranza dell’eternità.