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È la terza volta che partecipo alla Festa GBU.

È sempre un’opportunità speciale di crescita spirituale e personale, oltre che un’occasione per ritrovare amici da tutta Italia.

Quando sono state aperte le iscrizioni qualche mese fa, non ho esitato a iscrivermi, e non ero il solo! Vari ragazzi del nostro gruppo di Torino si erano iscritti, anche perché ci saremmo dovuti occupare del famoso BAR! Eravamo eccitati all’idea e stavamo incoraggiando anche i nuovi membri del gruppo a venire con noi.

Purtroppo, però, a un certo punto è arrivata la mail che non avrei voluto ricevere…

Niente Festa per colpa del Coronavirus, tutto rimandato al 2021. È stato un dispiacere, ma la mail diceva anche che ci saremmo incontrati comunque online. Non avevo grandissime aspettative, ma è stato incoraggiante constatare che avremmo avuto modo di fare qualcosa nonostante le difficoltà del periodo.

Pochi giorni prima dell’inizio della festa, ho visto il programma e mi son dovuto ricredere perché non mi aspettavo fosse così ricco. Era quasi come il programma di un giorno alla vera Festa, ospite speciale compreso! Wow! Così ho avviato l’iscrizione e mi son ritrovato a scegliere quali seminari seguire: anche quest’anno c’erano varie opzioni piuttosto interessanti.

Poi è arrivato il 25 aprile, il gran giorno.

Ho partecipato a tutti gli eventi e ne sono stato davvero colpito: non mi aspettavo di vedere così tanti studenti collegati insieme! Il messaggio iniziale e i seminari mi hanno fatto riflettere sul mio futuro, mi hanno aiutato a rimettere a fuoco le priorità, mi hanno incoraggiato a progredire nella ricerca della volontà di Dio per la mia vita e mi hanno spinto a coltivare la vita di preghiera in modo da poter sperimentare la presenza e potenza di Dio in ogni situazione. Come ogni anno, mi ha arricchito il fatto di potermi confrontare con altri studenti che combattono battaglie simili alle mie, l’ho apprezzato molto.

È stato un privilegio anche poter assistere all’intervista a Lindsay Brown, una mente davvero brillante.

Ma i momenti che mi hanno colpito di più sono stati l’incontro di preghiera e il discorso conclusivo di Johan. Durante le preghiere si percepiva l’unità nello Spirito di tutti i partecipanti (circa 80) nonostante la distanza!

Invece Johan mi ha fatto commuovere quando parlato del periodo in cui nacque il GBU in Italia 70 anni fa e ci ha fatto vedere alcune foto storiche, oppure quando ha fatto vedere la foto della scorsa Festa GBU. Le prime mi hanno fatto sentire parte di un’opera e di un servizio per il Signore che va avanti da molto tempo; sono profondamente onorato di poter collaborare con il GBU e sono contento di vedere come Dio continui a benedire i nostri gruppi e a usarli come strumento per portare degli studenti a Lui. La seconda invece ha suscitato in me tanta nostalgia di quei bellissimi momenti!

Dopo la chiusura della videochiamata ho scoperto che non ero stato il solo di Torino a essersi commosso e che eravamo tutti entusiasti e desiderosi di poter avere altri incontri del genere in futuro.

Per me la Festa GBU online è stata una boccata d’aria fresca in questo periodo di reclusione in casa. Spero tanto di poter partecipare dal vivo alla Festa del prossimo anno!

 

Luca Montaldo
(coordinatore GBU Torino)

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di Andrea Papini

Vi ricordate quello che stavate facendo l’11 Settembre del 2001, quando sono cadute le Torri Gemelle ?
Io ero in ufficio, si è sparsa la voce e la prima cosa che ho fatto, ricordo, è stato chiamare un amico missionario svizzero che lavorava in Tunisia. Volevo avvisarlo di quello che stava succedendo, in caso fosse stato l’inizio di una sollevazione mondiale contro i cristiani. Oggi, ripensandoci, mi vengono in mente diversi se e ma; all’epoca, però, chiamare Bernard mi era sembrata la cosa più logica da fare.

Se foste genovesi vi ricordereste anche e forse ancora di più, quello che stavate facendo il 14 Agosto 2018, alle 11.36.  

Era Martedì ma, a causa delle ferie
estive, sembrava Sabato. Nostra figlia mi aveva chiesto di portarla in
biblioteca, in centro città, per studiare con amici. Uscendo di casa avevo
pensato che, già che ero in giro, sarei potuto andare a comprare delle luci da
Ikea ma pioveva troppo forte, così ho lasciato Elena in biblioteca e me ne sono
tornato a casa, con l’idea di godermi la mattinata in relax.

Ikea
si trova a pochissimi metri dal ponte Morandi. Inoltre, se ci fossi davvero
andato, quasi sicuramente lo avrei percorso per rientrare.

Ricordo
che, ad un certo punto, ho iniziato a ricevere messaggi da parte di amici e
fratelli da diverse parti d’Italia e del mondo. Chiedevano: ”Come state ?”,
“Tutto bene ?”. All’inizio pensavo che si trattasse di persone cordiali che si
informavano sulla salute della nostra famiglia ma ben presto ho capito che era
successo qualcosa di grave, emozionante ed irreparabile.

Ho
pensato distintamente “la nostra vita non sarà più la stessa”, ho chiamato mia
moglie, abbiamo acceso la televisione, cercato tra i canali, trovato la diretta
e siamo rimasti a guardare, increduli, quello sfacelo.

Piangevo
e intanto pensavo che forse sarebbe venuto fuori che era meno grave di quello
che sembrava, che forse era stato solo un cedimento, che alla fine sarebbe
andato tutto bene.

Dio ha avuto pietà ed il ponte è crollato
in uno dei giorni in assoluto meno trafficati dell’anno ma, comunque, non è
andato tutto bene. Non per le 43 vittime, nemmeno per le loro famiglie ed
amici.

Non
è andato tutto bene per la città, per il traffico che era abituato a circolare
intorno ed attraverso il Ponte, per il commercio nei quartieri coinvolti dal
disastro, per le persone corse via da casa, lasciando luci accese, porte aperte
e senza poter poi rientrare a prendere ciò di cui avevano bisogno.

Henry era originario dell’Ecuador, viveva
e studiava a Genova, era amico di nostra figlia. Veniva spesso da noi, era un
ottimo cuoco e ancora ricordo uno squisito risotto alle fragole che aveva
cucinato, invitandoci a pranzo a casa nostra. Il 14 Agosto stava tornando a
casa, dove viveva con la madre e il fratello e il ponte si è sbriciolato sotto
le ruote della sua auto. L’hanno trovato qualche giorno
dopo, scavando tra le macerie sulla riva del Polcevera. Con il passare dei
giorni sono venute fuori altre storie, di sconosciuti, di
conoscenti, di conoscenti di conoscenti. Si dice che l’amore non diminuisca con
l’aumentare del numero delle persone che amiamo. Lo stesso avviene per il
dolore. E’ stato un periodo di lacrime, rabbia, incredulità, incertezza.

Poi è iniziata la ricostruzione.

Un Ponte nuovo, costruito con una
tecnologia di derivazione navale, in acciaio, disegnato dall’architetto
genovese Renzo Piano, con una sezione cava per favorire la manutenzione ed un
parco pubblico sottostante.

I
lavori sono proseguiti alacremente, le promesse sono state sostanzialmente
mantenute. Oggi, 28 Aprile 2020, a mezzogiorno campane e sirene hanno
festeggiato il posizionamento dell’ultima sezione del viadotto. Molto resta da
fare prima di potervi di nuovo circolare, ovviamente, ma la ferita si sta
rimarginando.

Nel frattempo Genova ha guadagnato, per esempio, una nuova tangenziale a mare, costruita a tempo di record per permettere lo scorrimento del traffico che non poteva più usufruire dello svincolo autostradale mutilato. Ma ha anche perso posti di lavoro, abitazioni, vite, tempo.

Nella Bibbia non si parla di ponti
stradali. E’ normale, che cosa se ne facevano di un ponte in mezzo alla pianura
?

Non
si parla nemmeno di ponti navali, tranne un caso nel libro del profeta
Ezechiele. E’ normale, il popolo d’Israele non è mai stato famoso per le sue
capacità di navigazione ed ha sempre mostrato un certo disagio nei confronti di
mari, laghi e simili.

Ma il concetto di ponte nella Parola c’è eccome. Poter passare da un posto all’altro, scavalcando il precipizio che li separa. Una Struttura la cui assenza complica la vita alle persone, impedisce loro di arrivare alla giusta destinazione. Una Struttura la cui mancanza, se ad un certo punto cessasse di essere percorribile, può avere effetti eternamente letali.

Ancora qualche mese e i genovesi potranno di nuovo passare da una riva del Polcevera all’altra senza dover scendere e risalire. Turismo e commercio potranno ricominciare ad utilizzare il nodo autostradale di Genova Ovest come facevano in passato. 

Nel frattempo però, abbiamo dovuto, insieme al mondo intero, imparare a convivere con un altro ponte, ancora più intimo; la vicinanza, il contatto che permette ad una cosa piccolissima, forse nemmeno davvero viva, di transitare da un essere umano all’altro, causando infezione, disagi, malattia, a volte morte. Abbiamo capito che facilitare il contatto tra due punti non è sempre qualcosa di auspicabile e che ci sono casi in cui è meglio stare lontani, separarsi dalla sorgente dell’infezione. Che può anche arrivare da persone e luoghi amati, facenti parte delle nostre vite.

Lezioni massicce, ricevute le quali non si può rimanere, o ritornare a, come si era prima. Di quali Ponti dovremmo approfittare ? A quali faremmo meglio a rinunciare ?

Qual è la Via per cui transita solo ciò che ci fa bene, che permette di arrivare alla Destinazione migliore possibile ?

Esiste ed è stata progettata dal numero uno degli architetti, Uno a cui non è sfuggito nulla, che ha tenuto conto di tutto.

Esiste e non aspetta altro che essere percorsa.                

A Genova ed altrove.

Andrea Papini, abita a Genova con sua moglie Aida, il gatto Peloponneso e, se non sono da qualche altra parte, tre figli. Lavora per una società di ingegneria navale e cerca di servire il Signore come può, sia partecipando come interprete a diverse conferenze in Italia e all’estero, che condividendo la responsabilità della chiesa evangelica La Promessa.

L’articolo Il Ponte su cui transita ciò che ci fa bene proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/il-ponte-su-cui-transita-cio-che-ci-fa-bene/

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di V. Bernardi e GC Di Gaetano

Vero tesoro della Chiesa di Cristo è il sacrosanto Vangelo, gloria e grazia di Dio.
(M. Lutero, Tesi 62 sulle indulgenze)

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, domenica 26 aprile, annunciando la cosiddetta “fase 2” dell’isolamento necessario per combattere la pandemia, ha ribadito, sicuramente a malincuore e non con qualche imbarazzo, che ancora per qualche settimana non sarà possibile aprire le chiese al pubblico per le funzioni religiose. Unica eccezione fatta è stata quella dei funerali che potranno essere presieduti da una quindicina di persone.

Poche ore dopo questa dichiarazione la
CEI (Conferenza Episcopale Italiana) ha risposto con le sue rimostranze al
Governo, accampando due motivazioni fondamentali: la prima di tipo
costituzionale (non sono stati interpellati come prevederebbe il dettato
costituzionale), la seconda di tipo teologico. Riportiamo quello che dice il
comunicato della CEI a proposito dell’importanza di celebrare Messa, in ordine
alla seconda motivazione:

I Vescovi italiani
non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto.
Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così
significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire
alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale”.

Come si può leggere il dovere di celebrare e partecipare alla Messa è essenzialmente dovuto al bisogno di attingere alla sorgente sacramentale necessaria al credente cattolico. In questo testo viene dunque ribadita la concezione sacramentale della funzione ecclesiale, tipica del Cattolicesimo romano, e magistralmente analizzata qualche decennio fa dal teologo evangelico Vittorio Subilia. Si tratta, in sostanza, di una delle principali caratteristiche di distinzione tra il cattolicesimo e il protestantesimo. Un buon credente cattolico per poter garantirsi la salvezza (secondo la terminologia biblica), deve durante la sua vita assolvere a tutti i sacramenti. Questa forma di disciplina ecclesiale è da noi evangelici ritenuta sbagliata in quanto cozza con quello che ci pare essere l’insegmaneto biblico centrale sulla salvezza che fa leva sulla sola fede in Gesù Cristo. Questo è il vangelo, questa è la buona notizia. Il Riformatore Martin Lutero sintetizzò mirabilmente questo punto nella sua Tesi 62 riportata sopra.

Nel 1527, quando Lutero scrive a Rudolf Hess nel periodo di diffusione della peste, ha ben chiaro questo concetto. Ma la sua voce è oggi utile anche per i consigli relativi alla questione fondamentale del discorso epidemiologico: il contagio possibile o probabile.

In primo luogo, Lutero ha la preoccupazione per le cominità locali e ritiene che sia fondamentale in una città colpita dall’epidemia che rimangano dei ministri di culto per adempiere essenzialmente a due compiti del loro ministero: il conforto delle anime e il seppellimento dei morti.

In secondo luogo, anch’egli ritiene doveroso mantenere i luoghi di culto aperti, anche se essenzialmente per due cose: il conforto che deriva del Vangelo e la preparazione alla morte che, in caso di epidemie, è sempre in agguato. Vi è anche un accenno al sacramento che, come è noto, per il teologo tedesco aveva una funzione diversa: ricordare la Grazia ricevuta tramite la Croce di Cristo.

Ma sono soprattutto le sue raccomandazioni relative al contagio quelle che vogliamo sottolineare in quanto sono quelle preminenti su tutto. Raccomandiamo queste parole a tutti coloro che in questo momento percepiscono il peso delle restrizioni fino a parlare addirittura di pericolo per la libertà di culto.

«È ancora più
disonorevole per una persona non prestare attenzione al suo proprio corpo e non
riuscire a proteggerlo dalla pestilenza al meglio delle sue capacità, e poi
infettare e avvelenare gli altri che sarebbero potuti restare vivi se quella
persona si fosse presa cura del suo corpo come avrebbe dovuto. Egli è quindi responsabile
davanti a Dio per la morte del suo prossimo ed è omicida molte volte. Infatti,
una tale persona si comporta come se una casa stesse bruciando nella città e
nessuno stesse cercando di spegnere il fuoco. Invece dà libertà alle fiamme in
maniera tale che l’intera città bruci, dicendo che se Dio lo volesse, potrebbe
salvare la città senza acqua per spegnere il fuoco.

No, miei cari
amici, questo non va bene. Usate le medicine; prendete le pozioni che vi
possono aiutare; disinfettate la casa, il cortile, la strada; evitate le
persone e i luoghi dove il vostro vicino non ha bisogno della vostra presenza o
è guarito, e agite come un uomo che vuole aiutare a estinguere le fiamme della
città.

Cos’altro è l’epidemia se non un incendio che invece di distruggere legno e paglia divora vite e corpi? Dovresti pensare in questa maniera: “Molto bene, per decisione di Dio il nemico ci ha mandato frattaglie velenose e mortali. Perciò io chiederò a Dio misericordioso di proteggerci. Poi disinfetterò, aiuterò a purificare l’aria, darò e prenderò le medicine. Eviterò luoghi e persone dove la mia presenza non è necessaria per non contaminarmi e quindi forse infettare e contaminare gli altri, e così causare la loro morte come risultato della mia negligenza. Se Dio vorrà prendermi, sicuramente mi troverà e io avrò fatto ciò che egli si aspetta da me, e così non sarò responsabile per la mia propria morte o per la morte degli altri. Se il mio vicino ha bisogno di me, comunque, non eviterò i luoghi o le persone ma ci andrò volontariamente, come ho già affermato”.

Vedi, questa è una fede realmente basata sul timore di Dio perché non è insolente né avventata né tenta Dio». (M. Lutero)

Se abbiamo lo scopo primario di preservare l’umanità e far
sì che tutti possano godere di buona salute, allora ci sentiamo di dire che il
restare a casa per evitare gli assembramenti che possono mettere a rischio la
vita del prossimo è un bene supremo. Lo Stato ha l’onere di assumere delle
decisioni per il bene comune mentre il nostro compito è quello di ubbidire, pur
potendo, all’interno del dibattito democratico, dissentire su decisioni che
possono essere soppesate con il pro e il contro.

Si potrebbe pensare però che quando è in gioco l’ubbidienza a Dio, l’ubbidienza allo Stato non deve essere vincolante (At 5:29). E allora chiediamoci: come ci rapportiamo noi cristiani evangelici a questa situazione? Per grazia di Dio, e in ragione di una visione della chiesa che ci viene direttamente dal Maestro, dalla testimonianza apostolica e dai vangeli, possiamo continuare a sentirci e a essere chiesa anche in queste condizioni difficili. I moderni mezzi informatici permettono di ricostituire la comunità locale anche a distanza, pur tra mille difficoltà, consentendoci di avvertire la presenza spirituale del Signore anche se mancano gli abbracci: è il radunamento “nel suo nome” quello che assicura la presenza del Signore (Mt 18:20); inoltre riceviamo l’assicurazione che il culto a Dio deve essere reso in spirito e verità, esigenza questa che non viene scalfita per nulla da un radunamento non in presenza (Gv 4:21–23)!

Ascoltiamo dunque un consiglio che, al di là della teologia, risuona di buon senso.

“Chiederò a Dio misericordioso di proteggerci. Poi disinfetterò, aiuterò a purificare l’aria, darò e prenderò le medicine. Eviterò luoghi e persone dove la mia presenza non è necessaria per non contaminarmi e quindi forse infettare e contaminare gli altri, e così causare la loro morte come risultato della mia negligenza” (M. Lutero)

L’articolo Lutero risponde alla CEI proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/lutero-risponde-alla-cei/

Emilio Grosso
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Emilio Grosso è tornato alla casa del Padre. Come credenti sappiamo che chi si addormenta nel Signore ha chiuso gli occhi alla sofferenza e li ha aperti ad una dimensione eterna, riconciliata nell’amore di Dio. Ma la rottura del legame personale e umano produce sofferenza e questo lutto è reso particolarmente doloroso dalle limitazioni sociali e dalle norme in vigore che riducono la possibilità alla famiglia ristretta ed allargata di essere fisicamente vicine nel momento del commiato.

Emilio Grosso con la moglie Elaine

Emilio Grosso con la moglie Elaine

L’intero movimento GBU perde un testimone della seconda generazione, cioè uno di quegli studenti universitari che completò i suoi studi negli anni ‘60 e che mantenne nel corso della vita un forte legame affettivo e spirituale con esso, rivestendo ruoli di responsabilità di primo piano, sia incoraggiando la testimonianza degli studenti evangelici nelle università, sia come sostenitore del movimento nazionale che come socio fondatore, nel 1988, dell’Associazione “Amici della Sala di lettura GBU” di Roma, ma anche svolgendo un servizio tanto discreto quanto prezioso per le Edizioni GBU, sino alla fine dei suoi giorni.

E sino alla fine ha incoraggiato le nuove leve, lasciando ogni qualvolta gliene si offrisse l’opportunità, una testimonianza di quel suo iniziale coinvolgimento negli anni giovanili. La sua passione per il Vangelo, la sua generosità, il suo amore per lo studio e l’approfondimento del testo biblico, rimarranno una preziosa eredità e ci lasceranno la responsabilità di essere all’altezza del suo esempio. Ci stringiamo in queste ore ad Elaine, Claudia e Andrea: a chi ha perso un marito e padre devoto, a tutti i congiunti che avevano in Emilio un punto di riferimento come fratello, come zio, come nonno, di tutti loro possa il Signore consolare i cuori.

Ci stringiamo alla famiglia Grosso e a quanti stanno ricordando Emilio con amicizia, affetto fraterno e commozione. Emilio ha ora attraversato la realtà descritta dai versi dell’inno conosciuto in italiano col titolo “Resta con me Signore il di’ declina”:

Hold Thou Thy cross before my closing eyes;
Shine through the gloom and point me to the skies.

Heaven’s morning breaks, and earth’s vain shadows flee;
In life, in death, O Lord, abide with me.

Invochiamo in queste ore il conforto e la presenza di Colui che “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non ci sarà più la morte, né cordoglio, né grido, né dolore…” (Apocalisse 21,4)

 

Davide Maglie (Presidente GBU),
Johan Soderkvist (Segretario Generale GBU),
Maria Giulia Verga (Presidente Ass. Amici Sala di Lettura GBU)
e Giacomo Carlo Di Gaetano (Direttore Edizioni GBU)

Invitiamo chi volesse, di visitare la pagina http://www.inmemoriamemiliogrosso.it/ e lasciare traccia del proprio ricordo.

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Redazione: Il prof. Giancarlo Rinaldi, amico e contributore della nostra avventura sprituale e intellettuale, ha voluto offrire il suo prezioso contributo al dibattito, quasi scontato, relativo alle celebrazioni del 25 Aprile. Accogliamo con piacere la sua nota di precauzione che ha ancor più valore qualora l’adesione ai simboli della festa andasse al di là della sua naturale connotazione istituzionale e di memoria fondativa della condizione democratica contemporanea. Concordiamo in toto con il suo appello affinché il ricordo della liberazione dall’occupazione nazista dell’Italia e la fine della guerra civile non si trasformi in strumento di contrapposizione politica che non ci appartiene.
Il vangelo è la buona novella per la salvezza di chiunque crede e non possiamo farci scrupoli in ordine a chi rivolgerci per annunciarlo e condividerlo.

di Giancarlo Rinaldi

Continuo a credere (e sarà difficile smentirmi) che il Dipartimento Ricerca e Studi dei Gruppi Biblici Universitari costituisca una delle migliori palestre di pensiero del malridotto evangelismo italiano. Anche per questo mi “armo di penna” e, per quel che possa valere, mi permetto di dire la mia.

Sono stimolato dall’intervento del fraterno amico e collega Valerio Bernardi il quale ha con dovizia di documentazione e riflessione esposto perché un evangelico debba celebrare il 25 aprile, festa della Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazista e dalla dittatura fascista. Bernardi è un docente e quando ci si trova oggi di fronte a un insegnante che conserva l’entusiasmo per la sua professione e coltiva l’aggiornamento necessario non dico che ci si inchina (sarebbe troppo!) ma ci si leva sicuramente il cappello.

Proprio perché il Bernardi “ci crede” mi sento stimolato a far si che il suo non sia un monologo e, pertanto, esterno la mia con spirito di cooperazione a un dibattito che, mi sembra di capire, lo stesso DIRST auspica e sollecita.

Non ripeto i molteplici motivi esposti da Valerio per perorare la causa secondo la quale un italiano cristiano evangelico debba celebrare la ricorrenza, anzi: non possa non celebrarla. Non li ripeto perché in pieno li condivido, ma… credo anche che se si chiama in causa lo specifico del cristiano evangelico sia il caso di dirla tutta su questo specifico. Due piccole chiose, intanto:

  1. Si dice che il 25 aprile recò a noi evangelici immediata libertà. Falso e per sapere la verità basterebbe interrogare, se fosse possibile, i predicatori della Chiesa di Cristo (a cui Valerio appartiene) vessati anche nel post ’45. Lo stesso per i pentecostali, come ho esposto nel libro sulla loro storia (edito dai GBU) che Valerio ha avuto l’amabilità di rammentare ai lettori. E la verità è che sovente la condizione degli evangelici addirittura peggiorò per almeno due semplici motivi: 1. quando si ritirarono le truppe americane i protestanti rimasero nelle ‘fauci’ di partiti politici che, chi per un motivo chi per un altro, si girarono dall’altra parte per non vedere (tranne rarissime eccezioni di membri di partiti ‘laici’); 2. Il motivo essenziale delle persecuzioni antiprotestanti non erano determinate in primis dal regime fascista (il quale in materia nutriva un’ignoranza crassa e sedimentata e si svegliò per mordere in coincidenza della guerra) bensì dalla nunziatura apostolica della Santa Sede presso il governo italiano che fu attivissima in tal senso sin dagli anni Venti. Fino a quando rimasero in sella Francesco Buffarini Guidi (cardinale) e Mario Scelba (ministro degli interni), cioè fino al 1954/1955 i protestanti zelanti nella loro missione potevano rassegnarsi a essere avanzi di galera o qualcosa di simile.
  2. Si dice che a sèguito della Liberazione il cattolicesimo romano non fu più religione di Stato. Falso. Imperversando dopo il ’45 il pestifero dittico Togliatti / Dossetti, Vaticano e Italia fecero tutt’uno… nella disperata ricerca del voto dei cattolici da parte di ciascuno dei citati. Il voto nel 1946 per inserire i Patti Lateranensi in Costituzione docet. Abbiamo dovuto aspettare il 1984 (leggasi: c. 40 anni!) per vedere l’Italia senza una “religione di Stato”.
  3. V’è un continuum tra Liberazione (25 aprile) e liberazione biblica. Errore, e anche dannoso. La prima ebbe a svolgersi su un livello esclusivamente politico e coinvolse le masse, la seconda è esperienza che si realizza nel foro interiore del singolo individuo. Guai a confondere i due àmbiti, avremmo due mali insieme: una politica religiosamente fondamentalista e un cristianesimo politicizzato. E Dio ci liberi dalle due piaghe!

Noi siamo felici che nel ‘45 le cose siano andate così e, al netto di errori e orrori commessi a guerra finita da partigiani (credo spesso sedicenti) contro gli sconfitti, celebriamo gioiosamente l’evento. E chi, sano di mente e onesto nei suoi intenti, non si unirebbe ala festa per il tramonto di una dittatura? Dunque celebri il cristiano evangelico italiano la festa della Liberazione ma, se proprio intende agire nel suo specifico di evangelico, tenga presente che non potrà limitarsi a considerare risolta la faccenda una volta ottenuta la prevalenza di una parte sull’altra. La cittadinanza del cristiano (lo insegnò Paolo in Fil. 3,20) non è né quella della Repubblica di Salò ma neanche quella della Repubblica partigiana della Val d’Ossola: è sempre e solo quella celeste.

Il movimento dell’apocalittica al quale il cristianesimo appartenne toto corde era ben consapevole che i potentati terreni hanno tutti la medesima natura beluina, che apparve nelle visioni di Daniele e in quelle di Giovanni, così come noi oggi siamo ben consapevoli che una cosa è la prevalenza di una parte della popolazione, altra è l’avvento del Regno di Dio. Scendiamo nei particolari: tra coloro che si attivarono per la santa causa della sconfitta del nazifascismo ve n’erano, e non pochi, di coloro che al posto di questa “bestia danielica” sognavano l’avvento di un’altra non meno crudele; era quella rossa del sangue dei martiri cristiani mandati non già a Ponza o a Ventotene bensì nei ghiacci della Siberia o, peggio, nei campi di rieducazione, stroncati dalla falce della dittatura a partito unico e schiacciati dal martello del materialismo ateistico.

In quanto italiani si canti Bella ciao, in quanto evangelici si canti Innalzate il vessil della croce, libertà deh bandite agli schiavi poiché quest’ultima è specifica sulle labbra dei credenti: il canto della liberazione del peccatore dalla sua triste vita e della santificazione del cristiano contro la sua carnalità. E se vogliamo cantar l’una e l’altra: bene, ma si tenga presente il significato specifico di ciascun termine.

Il cristiano evangelico è cittadino del mondo, non è sovranista, non crede in confini e dogane, accoglie e abbraccia gente dall’universo pianeta… non è vero? Dunque questa festa la si celebri non come fine di una guerra civile o come una faccenda interna alla nostra nazional vicenda. La si elevi a festa della Liberazione da ogni tirannide, da ogni egemonia sia nera, sia rossa o di qualsiasi altro colore. A tanti anni di distanza da quel 25 aprile si conservi eternamente la memoria dell’evento (e anche della sua specificità) ma la si consacri su un altare eretto a celebrare la libertà da ogni tirannide, dal flagello della svastica così come dalla lebbra della falce e martello, dall’idolo del liberismo economico così come dal culto dell’economia, dall’islam intollerante così come dall’intolleranza che è pur sempre in noi stessi.

Attenti fratelli evangelici: sbagliammo quando pensammo di tenere la politica fuori dalle nostre vite, ma possiamo ancor più sbagliare se pensiamo di introdurla nelle nostre chiese. Abbiamo in Italia fin troppi esempi di identità diluite, cappelle desertificate, messaggi secolarizzati. Non è il caso.

Se vogliamo far politica facciamo bene a farla, ma se chiamiamo in causa il vangelo allora si voli alto ben più alto di sezioni e cellule, di campanili e steccati, fino a quando non saremo capaci di scorgere l’umanità tutta bisognosa dell’unico rimedio per l’unico male che tutti ci accomuna: ai peccatori la buna notizia della salvezza, ai credenti quella dell’intera santificazione.

L’articolo è stato pubblicato sul blog personale di Giancarlo Rinaldi e qui viene ripreso con autorizzazione del suo autore.

L’articolo Anche io, evangelico, ho celebrato la Liberazione, ma… proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/anche-io-evangelico-ho-celebrato-la-liberazione-ma/

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Redazione: Pubblichiamo volentieri questo articolo di Valerio Bernardi, aggiungendo una nota redazionale, un pensiero per quegli italiani che forse pensano che il ricordo di quelle giornate riacutizzi le divisioni e che la festa sia monopolizzata politicamente. Naturalmente tutto ciò è lontano da noi e bene ha fatto Valerio a ricordare la valenza della liberazione per la storia dell’evangelismo in Italia. Marcella Fanelli racconta nel suo libro Passeggiata nel XX secolo che la stessa esperienza dei Gruppi Biblici Universitari nacque proprio grazie al nuovo clima creatosi nell’immediato dopoguerra all’indomani della liberazione. A coloro che ritengono che una conformazione degli ideali politici possa avere un orientamento che sembri evocare alcuni elementi di quegli anni ci sentiamo di dire questo: auspichiamo che la tragedia della guerra (anche civile) possa aver contribuito a purificare le convinzioni politiche da tutto ciò che le rendeva convinzioni fasciste, razziste e persecutorie. Se ci si pensa, facendo anche i debiti distinguo, è ciò che un cristiano chiederebbe anche all’altra parte politica per liberarsi delle tossine del comunismo anti–cristiano e persecutorio. Detto questo, però, impegnamoci a conservare la memoria della Liberazione perché il vangelo, e non una parte plitica, ha conosciuto da allora una libertà che è andata via via crescendo e che noi oggi ereditiamo.

di Valerio Bernardi

Questo 75° anniversario della Liberazione in Italia sarà ricordato come quello che è coinciso con la prima pandemia avvenuta dopo il secondo conflitto mondiale e come una ricorrenza in cui non è stato possibile assistere a manifestazioni pubbliche, ricordandoci, che, in questo momento, ci stiamo privando di una libertà (quella di movimento), nella speranza di poterla veder restituita al più presto.

Nonostante questa dimensione privata (e tutt’al più) social della celebrazione, è abbastanza naturale porsi il quesito: ma, come evangelici, è giusto celebrare l’Anniversario della Liberazione? Sinteticamente la risposta non può che essere positiva, ma, forse è il caso di ricordare quali sono i motivi per celebrare questo particolare momento della storia d’Italia  anche per noi credenti evangelici.

Cercheremo di distinguere ciò che appartiene alla memoria storica da quello che, invece, è proiettato verso l’oggi e verso il futuro (ovviamente in una prospettiva non escatologica). I motivi della memoria storica sono molteplici e cerchiamo qui di elencarne alcuni, senza la pretesa di essere esaustivi.

  1. Gli italiani evangelici hanno dato un contributo significativo alla Resistenza in Italia (ma se ampliassimo la nostra lente, anche in Europa). Se si guarda alle medaglie al Valore date per la Resistenza in Italia, si scoprirà che la percentuale di Valdesi ma anche Fratelli (ad esempio) è molto alta rispetto alla percentuale della popolazione italiana che essi rappresentavano. Questo significa che vi è stata un’immediata consapevolezza che, tra l’altro, andava al di là di qualsiasi corrente teologica, che il regime nazi-fascista non poteva soddisfare i criteri della diffusione, della predicazione e della testimonianza del Vangelo. Bisogna onorare coloro che hanno combattuto la guerra partigiana con la Bibbia nelle proprie mani perché hanno dato un’interpretazione integrale del messaggio di Cristo che ci esorta a combattere contro qualsiasi ingiustizia. I cognomi Jervis, Banfo, Artom e tanti altri ci servono a non dimenticare le nostre radici e ricordano il contributo (anche di sangue) che, nel nostro piccolo, come comunità abbiamo dato;
  2. La Resistenza, nell’odierna storiografia, è un concetto esteso e riguarda tutto ciò che ha fatto la popolazione italiana per opporsi al regime nazi-fascista. Pertanto non dobbiamo dimenticare, che anche nel Sud Italia (dove io vivo), ci sono stati contributi significativi alla Resistenza, consistiti anche nel “semplice” perseverare nella fede e nel continuare a predicare il Vangelo, anche in momenti di difficoltà. Vicende come quella di Giorgio Spini a Bari che si mise al servizio degli Alleati per Radio Bari e delle piccole comunità battiste che hanno continuato a predicare il Vangelo (pur se viste dal Regime con sospetto) sono alla base di una vita rinnovata dopo la guerra;
  3. Il Fascismo per gli evangelici è stato anche sinonimo di persecuzione e non lo dobbiamo dimenticare. Sono cadute vittime di questa persecuzione tutte le missioni straniere ritenute “ostili” (i Metodisti in particolare), ma anche, e soprattutto, i fratelli Pentecostali. Benché non avessero espresso particolari preferenze politiche, le comunità pentecostali furono bersagliate da una sistematica persecuzione e vessazione da parte delle Autorità fasciste che, come sappiamo, cessò solamente qualche anno dopo la fine del Regime e grazie ad un’opera puntuale da parte degli evangelici uniti. Pentecostali, Testimoni di Geova ed Ebrei (questi ultimi molto di più) furono visti come degli italiani inferiori che non meritavano di far parte della società e vissero come esclusi e perseguitati (si veda in proposito la minuziosa ricostruzione fatta da Giancarlo Rinaldi in Una lunga marcia verso la lobertà. Il movimento pentecostale tra il 1935 e il 1955, Edizioni GBU, 2017).
  4. La fine del Fascismo ha significato l’arrivo degli Alleati e, con essi, anche l’arrivo di nuove denominazioni evangeliche. Gli anni Cinquanta per l’Italia hanno rappresentato una sorta di nuovo Risveglio evangelico, paragonabile, per certi versi, soltanto a quella che era successo dopo il Risorgimento. Anche per gli Evangelici, quindi, la Resistenza ha rappresentato un “Secondo Risorgimento”: la stessa mia Chiesa è sorta in Italia grazie all’opera di un cappellano militare americano che era di stanza all’aeroporto che gli Alleati insediarono nella piana della città di Manduria, in provincia di Taranto;
  5. Vi è una motivazione teologica fondamentale nel condannare il Nazi-Fascismo che non va dimenticata. Lo dicevano chiaramente Barth e, in maniera diversa, Giuseppe Gangale: Fascismo e Nazismo sono forme di idolatria, in quanto richiedono la venerazione del Capo ed una mistica paganeggiante che va contro la Volontà di Dio. Non si possono servire due Padroni o, come diceva Barth, seguire Volontà di Dio e i desideri umani. La condanna dei regimi totalitari passa anche per queste motivazioni teologiche che non vanno dimenticate.

Se questi sono gli aspetti della
memoria storica (e anche teologica) non dobbiamo dimenticare quello che significa
per noi l’Anniversario della Liberazione:

  1. In primo luogo la fine del Regime Fascista ha significato per l’Italia, e per noi (anche se lentamente e con fatica) la conquista della piena libertà religiosa, la possibilità di vivere in un Paese dove non esisteva più una religione di Stato e dove non vi erano più limiti alla diffusione delle proprie idee. Questo valore va da noi strenuamente difeso e non si può che ringraziare la Resistenza e l’Antifascismo per averci garantito tutto ciò;
  2. Avere come valore civile la Liberazione per degli evangelici è fondamentale. Il concetto di Liberazione è ben presente nella testimonianza biblica e si applica sia ad un popolo (in particolare a quello ebraico “liberato” dalla schiavitù nel Paese d’Egitto), sia all’individuo (che viene “liberato” dal peccato per la Grazia di Gesù Cristo). Comprendiamo benissimo il valore laico della liberazione civile dal nazi-fascismo, ma ne capiamo anche il valore positivo e gli riconosciamo anche una matrice escatologica che non ci dispiace;
  3. Il valore della speranza non va dimenticato. Quando gli evangelici italiani si liberarono dall’oppressione di un regime che li aveva di fatto perseguitati e li aveva portati in un’avventura bellica senza  senso, potevano contare sia nella speranza del futuro con Dio che nella speranza della costruzione di una società migliore in cui vivere. Questi obiettivi, che scaturiscono, anche dalla Resistenza, non vanno dimenticati neanche oggi e vanno sicuramente alle generazioni future. Il “già, ma non ancora” biblico si allinea in questa circostanza ad un “già, ma non ancora” civile.

Ho iniziato ad andare a scuola nel venticinquennale
della Resistenza: all’epoca ero assolutamente convinto che l’Anniversario della
Liberazione fosse un momento importante da ricordare, ne sono ancora più
convinto cinquant’anni dopo.

Nella foto di copertina le lapidi di Antonio Banfo e Salvatore Melis due membri di un’Assemblea dei Fratelli di Torino trucidati dai fascisti. Per la loro storia guarda qui.

L’articolo Perché è importante ricordare la Liberazione d’Italia (anche e soprattutto da evangelici) proviene da DiRS GBU.

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Il 23 Aprile è stata la giornata mondiale del libro; i cristiani di tutto il mondo quando parlano di libro non possono non pensare che al loro Libro per eccellenza, la Bibbia, la quale a sua volta include il libro degli ebrei, la Bibbia ebraica, l’Antico Testamento (per i cristiani). Ma a partire dal testo biblico la storia ha testimoniato di un fluire continuo e costante, in tutti i tempi, della letteratura cristiana di ogni genere. Le righe che riportiamo di seguito sono una piccola testimonianza di un ambito in cui la letteratura cristiana continua a svolgere un ruolo importante, il mondo universitario in cui gli studenti cristiani raccolgono e affrontano sfide rilevanti alla loro fede [Redazione DiRS].

di Lindsay Brown

“Il non accontentarsi” non è riportato nell’elenco dei doni del Nuovo Testamento, tuttavia gli insegnamenti di Paolo sono impregnati di questo sentimento. L’apostolo esprime continuamente un ardente desiderio per avere di più: più di Cristo nella sua esperienza personale; più di Cristo nelle chiese da lui fondate; più di Cristo nella vita di ogni credente. Dalle sue parole apprendiamo la continua preoccupazione che ha per le chiese ed è facile percepire nelle sue preghiere il desiderio che i cristiani ottengano una sempre più profonda comprensione della loro eredità in Cristo. Tutti gli staff che vogliono influenzare gli studenti e allargare le loro aspirazioni, mostrano questo continuo desiderio di fare di più e meglio.

La prima casa editrice evangelica, fondata dal movimento IFES, fu Inter−Varsity Press nel Regno Unito. Le pubblicazioni edite da IVP del Regno Unito e degli USA hanno guadagnato un grande rispetto e i loro libri sono stati tradotti in più di sessanta lingue. Se si include il lavoro nell’Europa dell’est, questa casa editrice attualmente ha case editrici sorelle in oltre trenta nazioni, servendo così la maggior parte del mondo. Ognuna di queste case editrici ha le proprie radici nei movimenti GBU nazionali. Grazie a tutto ciò oggi studenti, laureati e la chiesa hanno un accesso più ampio ai commentari, agli insegnamenti e a un grande ventaglio di libri per cristiani che svolgono professioni secolari, aiutandoli a lottare con i problemi in un modo forte e biblico. Ma non è stato sempre così. Qui di seguito riporto come cominciò tutto.

Quando fu fondata la British Inter−Varsity Fellowship (IVF), i pochi libri cristiani che erano in circolazione a quel tempo erano di stile edificatorio, coinvolgendo poco sia la mente sia il cuore. Il piccolo staff di IVF, sotto la guida di Douglas Johnson (noto come “DJ”), sentiva un forte senso di insoddisfazione per questa condizione della letteratura tra gli studenti. Per questo motivo DJ assunse un giovane laureato dell’università di Birmingham, Ronald Inchley, per aiutarlo a raggiungere il suo scopo. Ronald Inchley (noto come “RI”) era un musicista autodidatta, un attore di talento e il primo membro della sua famiglia a frequentare l’università. Ricordando l’influenza di RI nella Birmingham University Christian Union (i GBU di Birmingham), DJ lo invitò a essere di “aiuto nella produzione della letteratura”. Fino a quel momento l’organizzazione aveva pubblicato solo tre libri importanti e una storia dell’ancora emergente IVF, scritta da un giovane, Donald Coggan, che più tardi sarebbe divenuto arcivescovo di Canterbury.

RI era un uomo perspicace con un istinto molto acuto. Perseverò in quello stesso spirito, desiderando sempre di più e meglio per gli studenti e per i laureati. Nei trent’anni successivi lo si poteva vedere spesso alle conferenze studentesche, dove ascoltava con attenzione le discussioni degli studenti, conversando con loro durante i pasti e prendendo appunti scrupolosamente. Voleva che i libri fossero appropriati alle loro situazioni. Conobbe molti studenti che in futuro sarebbero divenuti autori e i cui libri sarebbero stati da lui pubblicati. Era in grado di riconoscere il loro talento e poteva valutare il modo in cui esso si sviluppava. In breve, intravedeva come Dio poteva usarli mentre stavano maturando. Quando RI morì nel 2005 i più importanti giornali inglesi dedicarono ampi articoli in sua memoria. Aveva fondato una casa editrice che durante la sua vita avrebbe avuto un’influenza su scala mondiale: ciò meritava l’attenzione, non solo della chiesa, ma di tutta la nazione.

[The Indipendent 14 May 2005; The Times 25 May 2005. The Indipendent ha descritto la particolare influenza di IVP sull’editoria teologica ma questa è una storia a parte. Riporto una piccola parte dell’articolo di The Times: “Scrittori eminenti come John Stott, J.I. Packer e il filosofo Francis Schaeffer furono lanciati da Inchley. Una delle cose che a quest’ultimo piaceva tanto era quella di influenzare le abilità dei nuovi scrittori, spingendoli su percorsi dove avrebbero scoperto ciò che volevano intraprendere e poi li avrebbe tormentati affinché creassero delle buone opere. Gli autori di IVP, provenienti dalle accademie, dalla chiesa, dall’industria, dalla medicina e dall’etica, hanno rappresentato alcune delle menti più acute dell’evangelismo. Quasi tutti, compreso lo stesso Inchley, rafforzarono la loro fede grazie ai Gruppi Biblici Universitari.]

L’editoria cristiana per rafforzare la chiesa a livello globale

Inter-Varsity Press (IVP) nacque nell’ambito dei GBU inglesi e oggi, grazie alle sue case editrici consorelle in più di trenta nazioni (tra cui le Edizioni GBU in Italia), si pone al servizio della maggior parte del mondo. Durante il Congresso di Losanna del 1974, Ian Renne, uno storico canadese di origini scozzesi, affermò che: “a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, IVP (e l’editoria dei GBU) ha rappresentato uno dei fattori più importanti nella rinascita globale della teologia evangelica”. Ogni casa editrice nazionale pubblica libri evangelistici, dottrinali, apologetici e commentari biblici, tutti che si confanno alle basi dottrinali di IFES. Il nostro impegno è far conoscere le verità bibliche a ogni generazione e a ogni tipo di contesto e far crescere nuovi autori nazionali. In un’epoca in cui gli studenti si rivolgono istintivamente a strumenti digitali più che a testi scritti, il nostro impegno rimane quello di inculcare l’amore per i libri e di stampare testi che abbiano un valore durevole nel tempo.

Queste note sono tratte dal libro di L. Brown, Come astri luminosi. La testimonianza cristiana dei Gruppi Biblici Universitari nelle università di tutto il mondo, Edizioni GBU, 2009.
Lindsay Brown sarà ospite in collegamento durante la “Festa GBU” organizzata online il 25 aprile 2020.

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di Henri Blocher

Una questione si impone all’apologetica: se l’intelligenza dipende, per il suo funzionamento, da presupposti, da schemi di valore e da criteri e se i presupposti delle persone che incontriamo non sono quelli della Scrittura, a cosa serve dialogare? Non ci sono più punti di contatto. Il compito dell’apologetica non è reso impossibile da questa visione antirazionalista?

1. Una soluzione seducente ricorre a una sorta di compromesso suppone che nell’uomo naturale esistano comunque degli elementi indenni, con i quali si può dialogare con sufficienza: ci sarebbe un terreno comune su cui collocarsi per persuadere la persona ad andare più lontano. Questa soluzione va vista in prospettiva. È esattamente vero che l’ottenebramento dell’intelligenza dell’uomo naturale, non rigenerato dalla grazia di Dio, non è uguale su tutti i punti. La deformazione che comportano i criteri e i presupposti del mondo non è la stessa in tutti gli ambiti. Varia secondo le culture, gli individui e gli ambiti: in matematica, ad esempio, è poco accentuata, e si può nella pratica lavorare e ragionare insieme. In linea molto generale la deformazione è tanto più accentuata quanto più ci si avvicina al punto scottante, allorquando entra in gioco la relazione con Dio. Su questo punto la deformazione è massima. Quando è lontano da Dio l’individuo non si sente in pericolo per il fatto di dover dare gloria a Dio, non si rende conto che anche quell’ambito lontano appartiene a Dio; non sentendosi minacciato nella sua affermazione d’indipendenza, deforma poco. La deformazione è dunque più o meno grave su tale o tal altro punto. Tuttavia non c’è alcun dominio perfettamente immune: tutto è contaminato in qualche misura. Non ci si può dunque sottrarre alla difficoltà, postulando l’esistenza di un terreno neutrale.

2. La soluzione corretta ci è data da Paolo in Romani 1. Questo testo ci permette di vedere che ne è dell’uomo naturale quanto al funzionamento della sua intelligenza e del suo rapporto con la testimonianza di Dio. Abbiamo sollevato il problema della griglia di lettura che possiede l’uomo naturale, che non è secondo Dio, e deforma la visione (2 Pt 1:9 parla letteralmente di “miopia”). Non è il solo fattore in gioco. Dio rende testimonianza di se stesso nella realtà: «Quel che si può conoscere di Dio è chiaro per loro» (Rom 1:19). Dio si mostra nelle sue opere. Il reale ha una struttura che gli viene da Dio. Ha delle leggi, delle relazioni di senso, ha una forma stabilita da Dio che gli rende gloria. L’uomo naturale vive in questo mondo che Dio ha modellato e che conserva la forma che Dio gli ha dato, malgrado i contraccolpi della caduta. Nella sua stessa costituzione di creatura l’uomo naturale è fatto per Dio. Così nel momento in cui mette in atto criteri deformanti non è tutto facile per lui. Le cose non vanno da sé. Non è come se si trovasse davanti a un blocco di cera morbida a cui potrebbe dare una forma qualsiasi. La deformazione gli costa energia. Per non riconoscere la testimonianza che la realtà rende a Dio è obbligato a distorcere le cose; non gli è facile recalcitrare contro i pungoli del reale (cfr. At 26:14). L’apostolo Paolo dice che l’uomo senza Dio “trattiene” la verità prigioniera nell’ingiustizia (Rom 1:18; il verbo nel testo originale può significare “trattenere” o “detenere”)
[Così traduce la versione francese Louis Second, mentre le traduzioni italiani più usate (Nuova Riveduta, Diodati, CEI, traducono lo stesso verbo con «soffocano»)]

Gli umani hanno scelto la pretesa indipendenza contro Dio, non vogliono rendergli gloria, parimenti trattengono la testimonianza che sta intorno a loro, la pervertono e la appiccicano a idoli. Ci vuole uno sforzo per una simile deformazione. È una sorta di lotta, che mira a trasformare la natura delle cose quali Dio le ha stabilite. Esistono situazioni in cui tutto ciò non sta in piedi ed è talvolta necessario camuffare qualche aspetto della realtà. È a questo prezzo che l’uomo naturale può applicare la sua griglia interpretativa: ne prova tacitamente la difficoltà.
Che succede quando siamo in una situazione “apologetica”, quando proponiamo un’apologia a persone che non aderiscono ancora al vangelo? Non ci mettiamo sul terreno dell’essere umano lasciato a se stesso, non adottiamo i suoi presupposti. Parliamo della verità che Dio ci ha fatto conoscere, nella sua grazia. Sottolineiamo la vera struttura delle cose: mettiamo in evidenza la testimonianza che la realtà rende al suo creatore. Di conseguenza diventa più difficile per l’uomo naturale, che è in dialogo con noi, reprimere e pervertire la testimonianza, come fa di solito. Laddove vorrebbe camuffare qualcosa glielo facciamo notare. A questo punto, delle due l’una: o riesce a reprimere ancora, non vuole capire, persevera nel suo indurimento – e non sono i nostri argomenti che vinceranno l’indurimento del suo cuore! – oppure lo Spirito Santo si serve degli argomenti che impieghiamo e che mettono in valore la struttura del reale, per come Dio l’ha creata; allora il lucchetto salta, la deformazione non tiene più, la persona è liberata per altri pensieri, secondo il pensiero di Dio. È quel che nel Nuovo Testamento si chiama metanoia (conversione), un «altro modo di pensare» (la parola viene dalla radice della parola «intelligenza, ragione»). Tale è il senso dell’argomentazione apologetica. Non bisogna credere che di per sé le argomentazioni siano sufficienti. Se il nostro interlocutore si blocca nei suoi presupposti contrari a quelli di Dio, gli argomenti non lo toccheranno, può benissimo chiudersi a essi. Se piace a Dio possono effettivamente servire da strumento allo Spirito Santo.

FIN DOVE PERSEVERARE?

1. Fin dove è opportuno perseverare in questo dialogo? Da un punto di vista pratico, sottolineeremo due realtà.Poiché il grado di deformazione cambia secondo gli individui e i luoghi, bisogna sempre adattarsi all’interlocutore. Il primo obiettivo è di “sorprenderlo”: rispetto al sistema che ha messo in piedi (quell’incatenamento spirituale–intellettuale che appaga il suo sentimento di insicurezza), risvegliare quel che ha dimenticato e stupirlo. Si deve sperare che ciò possa destabilizzare il sistema deformante con il quale tiene prigioniera la verità. Laddove ha deformato poco, ci si può introdurre e mettere in discussione, come ha fatto Paolo in Atti 17. L’apostolo si serve dell’affermazione – certo ancora oscura e panteista: «poiché siamo della sua razza» (At 17:20, TOB). Si fonda su questa per rimettere in discussione i suoi interlocutori in ordine alla loro idolatria: se riconoscete che è l’umanità che fa parte della razza di Dio, perché costruite degli dei di pietra e di legno? Paolo rileva la contraddizione. Lo fa prendendo in considerazione le persone che ha davanti a sé: rivolgendosi a degli stoici usa le parole di un poeta stoico.

2. Seconda considerazione pratica: cos’è che fa sì che il nostro interlocutore sentirà, nel momento in cui gli presentiamo i nostri argomenti, che gli sarebbe difficile continuare a deformare la realtà come sta facendo? Lo sente grazie alla strana capacità che ha il nostro spirito di “toccare” il pensiero di qualcun altro. Quando ci parliamo si stabilisce una sorta di contatto, un contatto spirituale. Mimiamo nel nostro proprio pensiero il pensiero dell’altro, che ci tocca. È in questo stesso modo che, nel dialogo, i nostri propositi non restano semplicemente esterni al nostro interlocutore, ma risvegliano quel che egli aveva cercato di reprimere in sé. Tuttavia questo fenomeno di comunicazione spirituale, che esiste tra gli individui, è grandemente facilitato e si raddoppia quando c’è un clima affettivo di qualità, poiché è il cuore dell’uomo tutto intero che pensa. Quando è un amico in cui si ha fiducia a presentare il nuovo pensiero, questo penetra più a fondo ed è più difficile da scacciare di quando è invece un estraneo o una persona antipatica a farlo. La relazione personale ha dunque un’importanza decisiva in apologetica.

Tale è la promessa che Dio fa all’apologeta, al suo discepolo umile e coraggioso che cerca di persuadere con ragioni serie il fratello o la sorella in umanità: liberata tanto dal razionalismo che dall’irrazionalismo, la ragione rinnovata secondo la Parola può toccare quella della persona in dialogo – e lo Spirito Santo può servirsene e liberare a sua volta questa persona, mediante la Verità, per la Vita.

La fede e la ragione, Edizioni GBU, Chieti, 2016

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di Filippo Falcone

Autore
di “Abide with Me” (1847), Henry Francis Lyte fu pastore anglicano (della All
Saints Church di Brixham, in Inghilterra), poeta e innografo. Una salute
cagionevole lo spinse, secondo una prassi comune nell’800, a frequenti viaggi
verso luoghi più temperati. Contrasse la tubercolosi all’età di 54 anni. Anna
Maria Maxwell Hogg, figlia di Lyte, racconta come “Abide with Me” sia stato
scritto proprio nel contesto della malattia, che lo porterà a una morte
prematura.

Nel
giorno della stesura dell’inno, malgrado la sua debilitazione fisica, Lyte
aveva insistito, contro ogni resistenza dei familiari, a predicare alla sua
congregazione. “Meglio essere sfinito che arrugginito”, diceva. Quella sera,
esausto, mise nelle mani di un familiare l’inno, corredato da un’aria di sua
composizione (A Dictionary of Hymnology, Vol. 1).
Solo alcune settimane dopo, il 20 novembre del 1847, si spense a Nizza.

Abide with me; fast falls the eventide;
            The darkness deepens; Lord with me abide.
            When other helpers fail and comforts flee,
            Help of the helpless, O abide with me.

5          Swift
to its close ebbs out life’s little day;
            Earth’s joys grow dim; its
glories pass away;
            Change and decay in all around
I see;
            O Thou who changest not, abide
with me.

            Not a
brief glance I beg, a passing word;
10        But as Thou dwell’st with Thy
disciples, Lord,
            Familiar, condescending,
patient, free.
            Come not to sojourn, but abide
with me.

            Come
not in terrors, as the King of kings,
            But kind and good, with
healing in Thy wings,
15        Tears for all woes, a heart for
every plea—
            Come, Friend of sinners, and
thus bide with me.

            Thou
on my head in early youth didst smile;
            And, though rebellious and
perverse meanwhile,
            Thou hast not left me, oft as
I left Thee,
20        On to the close, O Lord, abide
with me.

            I
need Thy presence every passing hour.
            What but Thy grace can foil
the tempter’s power?
            Who, like Thyself, my guide
and stay can be?
            Through cloud and sunshine,
Lord, abide with me.

25        I fear no foe, with Thee at hand to bless;
            Ills have no weight, and tears no bitterness.
            Where is death’s sting? Where, grave, thy victory?
            I triumph still, if Thou abide with me.      

30        Hold Thou Thy cross before my closing
eyes;
            Shine through the gloom and
point me to the skies.
            Heaven’s morning breaks, and
earth’s vain shadows flee;
            In life, in death, O Lord,
abide with me.

Versione italiana
Musica: W.H. Monk – Parole: G. Rostagno

1 Resta con me, Signore, il dì declina:
fuga l’angoscia che m’opprime il cuor!
Resta con me, la notte s’avvicina,
resta con me, pietoso Redentor.
2 Aspro è il sentier che fino a Te conduce,
debole sono, forte è il tentator:
vincer vorrei, ma il mondo mi seduce,
resta con me, pietoso Redentor.
3. Presso la croce tutto è calma e pace;
è dolce pure, insiem con Te, il dolor;
ogni sospiro, a Te vicino, tace;
resta con me, pietoso Redentor.
4. In questa oscura valle un dì smarrita
l’anima mia non Ti seguiva ancor;
ma Tu venisti a darle pace e vita,
resta con me, pietoso Redentor.
5 Ed ora in Te soltanto credo e spero,
in Te soltanto vivo, o mio Signor;
dolce è il tuo amor, il giogo tuo leggero,
resta con me, pietoso Redentor.

Analisi e commento (sul testo originale inglese)
Questo inno richiama da vicino temi e stilemi propri di Easter Wings (1633), componimento del poeta metafisico George Herbert (vd. Il cielo nell’ordinario, Edizioni GBU, 2020, pp. 112-16).

La prima quartina si
apre con la locuzione che costituisce il filo conduttore teologico, esistenziale
e poetico dell’inno. “Abide with me” fa eco alla supplica rivolta dai due
discepoli sulla via di Emmaus al Signore risorto in Luca 24,29: “Essi lo
trattennero, dicendo: ‘Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno sta per
finire’”. 

I primi due versi presentano una costruzione chiastica (“Abide with me” / “with me abide”).
La ripetizione del medesimo suono in parole consecutive amplifica il portato della discesa repentina (“fast falls”, v. 1) di un buio fitto e profondo (“darkness deepens”, v. 2). I due versi presentano un parallelismo di significato nel segno dell’intensificazione.
Il chiasmo ha una funzione parentetica, a indicare che il Signore, che con il vocativo (“Lord”) è posto al centro dei due versi iniziali, con la sua presenza contiene, per così dire, la notte dell’io lirico. Cfr. “Quando anche camminassi nella valle dell’ombra e della morte, tu sei con me” (Sal. 23,4).

Il v. 3 presenta l’allitterazione imperfetta di “fail”, “comfort” e
“flee”, figura del suono che pone enfasi sulla perdita di consolazione.
L’allitterazione è replicata al v. 4 da “Help” e “helpless”, illuminando il
parallelismo con la prima parte del v. 3. A “other helpers [fail]” corrisponde
“Help of the helpless”. Là dove l’io lirico non può trovare soccorso in altri (“other
helpers”), né in se stesso (“helpless”), il Signore invocato al v. 2 è qui
identificato come l’aiuto.

“Abide with me” al termine del v. 4 costituisce il terzo fermalibro della quartina (a inizio [v. 1], centro [fine v. 2] e alla fine [v. 4]). Inizio, centro e fine, la ripetizione indica come la presenza del Signore, il Signore stesso, sia la risposta unica ed essenziale alla sofferenza esistenziale e spirituale dell’io lirico, al buio che avanza, all’assenza di consolazione e aiuto attorno a lui e in lui. “Abide with me” ritorna alla fine di ogni quartina.
Qui come nelle successive quartine, la rima baciata crea rapporti di significato, un sottotesto compiuto. Al crepuscolo che avanza (“eventide”) risponde l’invocazione (“abide”), alla fugacità (“flee”) non l’alterità di Dio, ma la natura intima della sua presenza (“me”).

Nella seconda stanza viene ripresa l’immagine del
giorno che sta per finire. “Day” è qualificato come “little” (v. 5), a indicare
la natura breve e fugace della vita e con essa delle gioie e delle glorie
terrene (v. 6). Un parallelismo informa nuovamente il terzo e quarto verso
della quartina. A “Change and decay” si contrappone “Thou who changest not”,
alla caducità e transitorietà naturale colui che è lo stesso ieri, oggi e in
eterno (Ebr. 13,8).

La rima baciata nella
quartina restituisce “day”, “away”, “see” e “me”. Là dove il giorno della vita
(“day”) fugge via (“away”), l’io lirico (“me”) invoca su di sé lo sguardo
(“see”) del Signore o altrimenti la sua dimora (in caso si intenda “see” come
“visitare”).

La terza stanza sviluppa l’idea di tempo introdotta nella seconda. Se la realtà naturale proietta una perpetua ombra di mutamento, l’io lirico desidera che l’eternità non lo attraversi soltanto, ma che dimori nella sua esperienza finita e la ridefinisca. A “brief glance” e “passing word” (v. 9) risponde “dwellst” (v. 10), a “sojourn” “abide” (v. 12). Torna l’identificazione della seconda persona singolare nel vocativo “Lord” al secondo verso della quartina. Come quella dei discepoli sulla via di Emmaus, quella dell’io lirico è supplica (“I beg”, v. 9). L’io lirico prega il Signore di restare e dimorare con lui, come con i discepoli, nel suo amore che declina i tratti delle perfezioni immutabili di Cristo nel tempo dell’io lirico (“familiar, condescending, patient, free”, v. 11).
La rima qui sottolinea come la parola (“word”) del Signore (“Lord”) liberi (“free”) l’io lirico (“me”).

Nella quarta quartina l’allitterazione di “King”, “kings” e “kind” lega il v. 13 al v. 14. Il Signore, la cui presenza l’io lirico invoca, è sia il Re dei re altro e tremendo (“terrors”) del v. 13 sia colui che è definito dalla grazia e dall’amore (“kind and good”) del v. 14, giudice e redentore, Signore dei signori e fonte di guarigione. Visitami come colui che guarisce la mia infermità (“healing in thy wings”), come colui che non spegne il lucignolo fumante, ma sana il cuore dolente.
Là dove “tears” (v. 15) riprende “terrors” (v. 13), il v. 15 parla dell’identificazione del Signore con la realtà dell’uomo. Il Dio tremendo è colui che con la sua incarnazione partecipa alle sofferenze dell’io lirico. Lui stesso è “tears” per i suoi mali (“woes”), “heart” per ogni supplica (“plea”).

Il v. 16 completa l’identificazione dell’oggetto dell’invocazione.
Egli è colui che mangia con i peccatori, l’amico dei peccatori (“friend of sinners”).
L’io lirico annovera se stesso tra questi, riconoscendo a un tempo il suo
bisogno del Salvatore.

“Abide” al v. 16 diventa
“bide” per ragioni metriche e di significato. L’inserimento di “thus” detta le
prime e ridefinisce la dimora del Signore con l’io lirico come risultato della
sua grazia. È come amico dei peccatori che il Signore può attendere (“bide”)
con l’io lirico la fine del giorno e accompagnarlo nell’ora più buia verso un
giorno nuovo.

La quinta quartina sviluppa ulteriormente il tema della precedente, mostrando come la vita dell’io lirico, sin da un’età precoce (“in early youth”, v. 17), testimoni il suo peccato (“rebellious and perverse”, v. 18) e la sua fragilità e infedeltà (“I left thee”, v. 19), ma nel contempo la vocazione, la grazia (“didst smile”, v. 17) e la fedeltà (“Thou hast not left me”, v. 19) di Dio. Il chiasmo del v. 19 – “Thou hast not left me, oft as I left thee” – intreccia la prima e la seconda persona, palesando come al fallimento dell’io lirico (“I left thee”) non corrisponda a un abbandono da parte di Dio (“Thou hast not left me”). Al contrario, quell’io lirico (“me” e “I”) che ha spesse volte (“oft”) lasciato Dio è compreso, racchiuso nell’abbraccio di “Thou” e “thee”.
La grazia che ha informato la vita dell’io lirico fino a quel momento è l’essenza stessa della sua perseveranza sino alla fine (“On to the close”, v. 20). Di qui il rinnovarsi dell’invocazione: “Abide with me”.

La rima parla del sorriso di Dio verso di lui in tenera età (“smile”) e del passare del tempo (“meanwhile”), per poi additare la dinamica di una seconda persona (“thee”) che sino alla fine definisce l’identità dell’io lirico (“me”).
La ripetizione di “thy” nei primi tre versi della sesta quartina mette in luce l’oggetto della ricerca dell’io lirico e la fonte ultima del suo bene – la presenza di Cristo, la sua grazia, Cristo stesso. La presenza di Cristo è risposta alla transitorietà (“passing hour”, v. 21), la sua grazia alla tentazione (“tempter’s power”, v. 22) e la persona di Cristo allo smarrimento dell’io lirico (“my guide and stay”, v. 23).
L’io lirico non invoca circostanze esteriori e interiori (“cloud and sunshine”, v. 24) differenti né risposte alla sua condizione, ma unicamente la presenza di Dio attraverso (“Through”) quelle circostanze e quella condizione.
La rima addita un’ora (“hour”) in cui si manifesta la potenza della tentazione (“tempter’s power”). L’io lirico può affrontarla soltanto nella misura in cui rinuncia alle prerogative dell’io per fare di Cristo la propria identità: sii me (“be me”).

La settima quartina si apre con l’allitterazione di “fear” e “foe”. Là dove torna il riferimento a satana, già tentatore (v. 22) qui nemico (“foe”), la paura viene meno nella misura in cui l’io lirico è “with thee”. Allora né lacrime (“tears”) né mali (“ills”) recano in sé l’amarezza e il peso che le definisce quando la voce lirica s’affida all’io. 
Il tono di derisione e sfida di Paolo in 1 Cor. 15:55-57 viene riecheggiato ai vv. 27-28. La vittoria di Cristo sulla morte è la vittoria presente dell’io lirico in Cristo. L’invocazione lascia il posto qui a un se (“if”) concessivo, in cui si sovrappongono una realtà posizionale e la realizzazione esperienziale della stessa. Ancora una volta, nella sconfitta della prima persona “I” campeggia il trionfo della seconda persona “Thou”. Si chiude qui un movimento iniziato nella quinta quartina con le perversioni dell’io e che culmina nella sua resa, là dove nella propria morte, nel passaggio da “I” a “with thee”, l’io lirico conosce la vita di Cristo. La rima testimonia l’appropriazione da parte dell’io lirico (“me”) della vittoria di Cristo (“victory”), che passa per una sofferenza (“bitterness”) benedetta (“bless”), poiché è nel terreno della massima debolezza che l’io lirico può conoscere la forza del Signore.

L’ultima quartina è dominata dall’immagine della croce (v. 29) e si sviluppa per figure dicotomiche, giovannee – notte e giorno (v. 31), buio e luce (vv. 30-31), morte e vita (v. 32), occhi che si chiudono e orizzonti celesti (vv. 29-30). La croce realizza il passaggio: là dove c’è il buio, essa fa risplendere la luce; là dove c’è la morte, reca vita; là dove gli occhi si chiudono e la vita si spegne, proietta lo sguardo verso infinito ed eternità; e là dove il giorno è ormai al liminare, reca con sé una nuova alba di resurrezione. L’ultimo verso si chiude con un’allusione a 1 Tess. 5,10: “[Cristo] è morto per noi affinché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui”.  
La rima rafforza questa prospettiva nella misura in cui l’io lirico (“me”) acquista occhi (“eyes”) per vedere il cielo (“skies”) e là librarsi (“flee”) su ali di Pasqua (cfr. Easter Wings).

Questo inno è una preghiera, “anima in parafrasi”,
direbbe Herbert, espressione di un’anima che cerca Dio nel crepuscolo della
vita, di fronte alla sofferenza e alla morte, là dove dubbio, pianto e
smarrimento informano uno sguardo che non vede in sé, né attorno a sé, alcuna
risposta. Risposta non c’è, né l’io lirico s’interroga. La sua è l’invocazione
di chi non chiede gli sia risparmiato il buio o la notte dell’anima, il grido di
chi sa che Dio non elide il passaggio attraverso la valle dell’ombra di morte,
ma vi si incammina con lui e rimane con lui nel senso più intimo e
profondo, facendo della sofferenza il terreno stesso del rinnovamento, lo
spazio in cui l’io viene decostruito per lasciare posto alla grazia e alle sue
identità.  

Interpretazione del testo italiano sulla musica di Monk di Marta Falcone https://www.youtube.com/watch?v=Asr7h1qWmPo

Filippo Falcone è Dottore di ricerca in Letteratura inglese e si è specializzato presso la Oklahoma State University. E’ stato professore a contratto presso l’Università degli Studi di Milano; ha pubblicato una monografia sul concetto di libertà in John Milton e saggi sul poeta inglese; collabora con la Società Biblica di Ginevra e con le Edizioni GBU, cone le quali ha curato l’opera di George Herbert, Il cielo nell’ordinario. Antologia ragionata e lettura critica (2020).

L’articolo Resta con me, Signore, il dì declina proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/resta-con-me-signore-il-di-declina/

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di Antonio Iossa

Nelle ultime settimane, la pandemia di Coronavirus in Europa
non ha solo scatenato l’allarme sanitario, ma è entrata con forza nel già teso
e fragile dibattito economico-politico europeo. Due le parole d’ordine,
distanti come i capi di oscillazione di un pendolo: austerità o
solidarietà?

Il dilemma irrisolvibile di una politica dilaniata tra
economia ed etica. Come se economia ed etica 
fossero davvero separate. Mai come in questo caso vale l’affermazione di
Gesù nel vangelo di Giovanni: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra”.
Perché se guardiamo bene sia l’etica sia l’economia in Europa, esse non sono
proprio immacolate. O meglio non sembrano essere realmente indipendenti,
come dovrebbero essere, ma piuttosto sono “dipendenti” da un complesso
di fragilità nazionali e trans-nazionali mai risolto. Ed in una crisi globale
senza precedenti come questa pandemia, affiorano purtroppo ancora osceni
sentimenti sotterranei, razzismi di ritorno, elitismi del profitto, capitalismi
corrotti e molto altro.

A Pasqua 2020 ormai trascorsa, la soluzione economica sembra
essersi trovata, anche se con molte resistenze interne ed anche italiane. Ma
restano tre domande per chi, come me, non entra nel tecnico e si ferma
alla forse-ignorante percezione, un po’ filtrata dalla filosofia, di una
politica transnazionale alla deriva:

  1. Qual
    è l’anima di una nazione democratica?

Remo Bodei, filosofo contemporaneo tra i più acuti del panorama
italiano, recentemente scomparso, analizzando il lavoro di Alexis de
Tocqueville sulla democrazia in America del 1835-40, iscrive le democrazie
nell’ambito delle passioni “grigie”, in sostanza strutture sociali in
cui si manifestano sentimenti poco netti, ambivalenti e contraddittori. Così
Bodei osserva:

Negli Stati Uniti (…) la
proclamata uguaglianza fra tutti i cittadini apre un campo immenso ai desideri
e alle prospettive di miglioramento (…) di tutti gli individui. E’ però inevitabile
chiedersi perché, se siamo davvero, uguali, alcuni sono più  potenti e prestigiosi degli altri? Da qui
nasce la passione che caratterizza, per Tocqueville, la democrazia: l’invidia o
il risentimento. Una passione che ha due lati
[1].

In sintesi, due lati: uno positivo, ossia la possibilità di
rompere l’immobilismo sociale dell’ancien régime, e l’altro negativo, l’eccessivo
antagonismo che sfocia nell’individualismo.

Partendo da queste considerazioni è facile vedere come
l’immagine del pendolo si adatti abbastanza bene a descrivere il motore
ideologico che può a volte bloccare o a volte spingere le strutture sociali
democratiche. Se da un lato si invoca e si auspica l’hashtag della #solidarietà,
dall’altro si richiama alla #austerità, in una sorta di iper-protezionismo
da sé stessi, che in realtà vincola la libertà della produzione, strozza i
mercati e distribuisce male gli utili. Forse è colpa del pendolo dell’invidia e
del risentimento? Può darsi. Interroghiamoci.

  • Che
    tipo di organismo istituzionale è l’Unione Europea? Com’è percepita?

E’ un sovrastato? E uno stato trans-nazionale? Uno stato
federale? Non è uno stato? Tecnicamente niente di tutto questo: pare essere
un’organizzazione internazionale economica e politica con elementi di sovranazionalità
del diritto, dotata di un apparato istituzionale complesso a carattere
democratico.

Le sue caratteristiche uniche a livello mondiale influenzano indubbiamente
il modo in cui essa viene percepita dai cittadini. La deflagrazione della
Brexit ne è un esempio. Le insistenti correnti anti-europeiste ne sono un
altro. D’altra parte il notevole tasso di partecipazione alle elezioni europee
(oltre il 50% nel 2019) ci mostra il lato opposto del pendolo. Molti la odiano,
nessuno riesce a farne a meno (tranne, a quanto pare per ora, i britannici),
alcuni ci sperano e i sentimenti di nuovo oscillano.

  • Passioni
    grigie e voci cristiane

Qualche anno fa, per la precisione agli inizi del ‘900, molti pensatori, politici, capipopolo, dittatori, hanno cavalcato l’onda delle passioni trascinando gli stati nazionali nel gorgo buio e sanguinoso dei totalitarismi. L’unione economica e poi politica, improntata alla scientifica ed atarassica assenza di -ismi di ogni sorta, ha contribuito non poco alla pace in Europa. Ma forse il trauma è stato troppo forte e il processo di “guarigione” non ancora terminato. Siamo per questo forse arrivati ora – ed il dibattito sulle misure economiche contro la pandemia ne ha dato un segnale – ad un tipping point[2]: le passioni grigie stanno diventando potenzialmente deflagranti per l’Unione e non stanno evolvendo verso un “colore” o un “calore” luminoso, ma si stanno chiaramente “annerendo”. Tocqueville osservava:

Se cerco di immaginarmi il nuovo
aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla
innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e
volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da
parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi
amici formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi
concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente
affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia,
si può dire che non ha più patria. Al di sopra di essi si eleva un potere
immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di
vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, particolareggiato, regolare, previdente
e mite. (…) Così ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l’uso del
libero arbitrio, restringe l’azione della volontà in più piccolo spazio e
toglie a poco a poco a ogni cittadino perfino l’uso di se stesso. (…) Ho sempre
creduto che questa specie di servitù regolata e tranquilla, che ho descritto,
possa combinarsi meglio di quanto si immagini con qualcuna delle forme
esteriori della libertà e che non sia impossibile che essa si stabilisca anche
all’ombra della sovranità del popolo.”[3]

In questa descrizione è contenuto un ammonimento che i cristiani
oggi non possono trascurare. E’ una sorta di checklist per
misurare la temperatura democratica delle nostre passioni. Ma soprattutto è una
cartina al tornasole per avere cognizione della misura etica della
nostra testimonianza cristiana. E’ incredibile come in un’analisi di quasi 200
di anni fa, si coniughi in maniera così stretta la sfera delle passioni personali
con la dimensione politica, definendo, senza poterli nominare (perché non
esistevano ancora) fenomeni come: la società di massa, il consumismo,
l’isolamento sociale, la subcultura, la carenza di partecipazione, la crisi
della solidarietà, la morte delle comunità e molto altro.

Per concludere
brevemente (anche troppo)

Il ritratto che ci regala Tocqueville, è purtroppo uno
scenario che si può facilmente applicare anche alle Chiese moderne. E le Chiese,
come gli Stati, sono fatti da persone. Persone delle quali, come diceva
Norberto Bobbio, non importa solo il numero, ma anche la qualità, per cui, per
fare una “buona democrazia” non servono solo molti democratici, ma “molti
buoni democratici
[4].

Quindi. Per rendere l’Europa, in una parola, più solidale,
per rendere l’Europa più cristiana non importa inserire un prologo sulle radici
cristiane
. Importa far mettere ai cristiani le radici nella Parola di
Dio
, sapendo che il pendolo delle passioni è come l’onda del mare
agitata dal vento e spinta qua e là
.

Antonio Iossa, laureato in Filosofia presso l’Università di Pisa, ha conseguito un Dottorato di Ricerca in Comunicazione, Media e Sfera Pubblica e lavora da diversi anni nella progettazione delle Agende Digitali per il settore pubblico. In passato ha fatto parte del gruppo GBU di Pisa. Vive a Bologna con la moglie e i figli e frequenta la Chiesa Evangelica Apostolica di Bologna/Anzola.


[1] Cfr.
BODEI R., La politica, perché? Riflessioni sull’agire politico,
Donzelli Editore, pag. 18

[2] Punto di
non ritorno

[3] DE
TOCQUEVILLE A., La democrazia in America, Rizzoli

[4] Vedi ad
es. pagg. 65.66 in CANFORA L., Marx vive a Calcutta, Edizioni
Dedalo,

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