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Di Gianluca Nuti, ex studente GBU e oratore al GBU Summer Camp 2022

L’estate sta finendo. Questo era il punto di partenza del Summer Camp 2022. Non proprio una prospettiva incoraggiante! Eppure, man mano che si avvicina l’autunno, è facile avvertire un senso di nostalgia, o addirittura di vaga delusione: dove sono le risate, le abbuffate, il relax tanto attesi durante l’anno? Com’è possibile che tutta la felicità che ho sperimentato sia svanita così in fretta? Forse una sessione estiva più lunga del previsto, forse un viaggio cancellato per problemi di Covid; sta di fatto che proprio il periodo dell’anno più solare e rilassante ci svela il carattere sfuggente della felicità. L’estate sta finendo, anche se sembra essere iniziata solo ieri.

La risposta che non ci aspetteremmo

Viene naturale chiedersi allora in cosa consista la felicità. E forse, addirittura, quale sia il senso della vita! Domande importanti per tutti, ma domande cruciali per chi studia all’università e si prepara a dire la sua nel mondo. Spesso, anche inconsapevolmente, rivolgiamo queste domande alle grandi menti di varie epoche. Le risposte che sentiremo da loro probabilmente plasmeranno la nostra vita. Chi vorrebbe perdersi un TED Talk di Alessandro Barbero o del grande (oggi compianto) Piero Angela sul senso della vita? 

Ma cosa succederebbe se il nostro conferenziere, una volta salito sul palco, ci dicesse che tutte le sue ricerche sull’argomento non lo hanno portato a niente? Cercare di capire qual è il senso della vita e come trovare la felicità è come cercare di afferrare il vento: un tentativo inutile. È molto probabile che sentiremmo il terreno tremare sotto ai nostri piedi…

Tutto è vanità

Questa sensazione di smarrimento è la stessa che proviamo quando l’Ecclesiaste, uno dei più grandi sapienti di Israele, dopo una vita trascorsa nel lusso, nei viaggi, nelle relazioni internazionali, nelle scoperte scientifiche e nella produzione letteraria ci comunica molto serenamente che, sotto il sole, tutto è vanità (Ecclesiaste 1:2). Sarebbe a dire, tutto ciò che l’occhio può osservare e la mente può concepire sfugge alla nostra comprensione come uno sbuffo di vento sfugge alla nostra presa. Ancora una volta, non proprio una prospettiva incoraggiante!

Tanta fatica, nessun profitto

Ma per l’Ecclesiaste non può essere diversamente, in un mondo in cui nonostante tutti i faticosi e travagliati sforzi dell’essere umano, “non c’è niente di nuovo sotto il sole” (Ecclesiaste 1:9). Tutta la fatica che l’uomo sostiene in questo mondo, tutte le ore passate sui libri e i soldi spesi in master di specializzazione, alla fine ci lasciano in mano poco più che un vapore. La carriera? Solo altre fatiche una dopo l’altra, senza un vero punto d’arrivo. La soddisfazione per i propri traguardi? Temporanea e insufficiente, sempre orientata a un risultato ancora successivo, magari migliore, forse più soddisfacente.

L’iperattivismo, la goal-orientation, la spinta verso il progresso tecnologico: tanto movimento, nessun cambiamento. Tutti i nostri progetti e programmi sono esposti al fallimento per il minimo imprevisto (Ecclesiaste 3:1-15) e ogni ricerca del piacere si risolve nell’attesa del piacere successivo (Ecclesiaste 2:1-11). In tutto questo, le nostre mani sono ancora vuote, strette a pugno per cercare di afferrare quel vapore, quella vanità che è il vero senso della vita in questo mondo. E la fatica? Quella sì, rimane. Tanta fatica, nessun profitto.

Il problema dell’uomo

A questo punto, l’unica vera scoperta del nostro sapiente, l’Ecclesiaste, è una non-scoperta: gli esseri umani non possono trovare la saggezza, perché irrimediabilmente peccatori, intrappolati fra le braccia di Follia (Ecclesiaste 7:23-29). Ogni nostra ricerca è destinata ad andare alla deriva, perché noi stessi siamo alla deriva. Ecclesiaste stesso non è un’eccezione, e per questo tutta la sua ricerca porta a un nulla di fatto. 

Il problema di ogni uomo è il problema di ogni studente e di ogni ricercatore: la ricerca di senso nella creatura invece che in Dio. Trovare felicità nelle cose buone della vita invece che nel Dio buono che le ha create. Per questo ancora oggi vale la pena ascoltare i “podcast” dell’Ecclesiaste, per questo ogni studente dovrebbe accorrere alla sua conferenza, riportata parola per parola nella Bibbia: perché quel problema è anche il nostro! Tutti noi cerchiamo senso e felicità nella creazione invece che nel Creatore. Tutti noi, cioè, siamo folli mentre pensiamo di essere saggi.

Tanta fatica, una grande ricompensa

Ma questa non è tutta la storia. L’estate non sta finendo! Dio, proprio quel Dio che abbiamo dimenticato, non ha dimenticato noi. È ancora possibile tornare a Lui prima dell’ultimo giorno; l’ultimo giorno delle nostre vite, ma anche l’ultimo giorno di un mondo stanco e prossimo alla sua fine (Ecclesiaste 12:1-10). “Ricòrdati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza” è la chiamata che l’Ecclesiaste rivolge con forza a tutti noi e che ha rivolto anche agli studenti del GBU durante il Summer Camp 2022. La chiamata a ritrovare la strada di casa, verso il Dio che ci ha progettati e formati, e nelle cui mani viviamo le nostre vite, anche senza rendercene conto.E la fatica? La fatica rimane, la vanità è ancora qui, ma per poco. Gesù, la Parola creatrice, dal suo trono sopra il sole dice: “Io faccio nuove tutte le cose” (Apocalisse 21:5). In ultima analisi, la chiamata dell’Ecclesiaste è la chiamata a trovare in Gesù la nostra felicità. Perché solo grazie a lui il nostro più grande problema, il peccato, è stato risolto. E perché solo in Cristo anche la più piccola fatica avrà una grande ricompensa.

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Dopo ben 5 anni passati nel GBU da studentessa, ciò che posso fare ora è partecipare agli eventi in qualità di volontaria. Quest’estate ho partecipato al Summer Camp GBU tenutosi a Mondragone, in provincia di Caserta. È stata una settimana ricca di benedizioni! Ho potuto rafforzare amicizie e stringerne delle nuove. Infatti, quando posso ascoltare le storie di altri ragazzi traggo sempre grande incoraggiamento nel vedere come Dio agisce nelle vite altrui. E così è stato anche quest’anno al Summer Camp GBU. Valore aggiunto alle chiacchierate, il meraviglioso cielo stellato di Mondragone, il rumore delle onde, il riflesso della luna sull’acqua. Le migliori chiacchierate si svolgevano infatti in tarda serata, in spiaggia. La struttura in cui alloggiavamo distava solo pochi metri dal mare. 

Che dire poi dell’appuntamento fisso post cena con Davide e la sua chitarra che ci intratteneva cantando i migliori pezzi della musica italiana. Nulla togliendo al talento incontrastato degli Open Mike, gruppo musicale(?) formatosi durante il campeggio e vincitore della serata Open Mic, durante la quale chiunque (e sottolineo il CHIUNQUE) poteva dar voce al proprio talento, presunto o effettivo che fosse. Questo tipo di serate, a scatola chiusa, mi sorprendono e divertono sempre.  

Durante la settimana abbiamo anche fatto due gite. La prima a Gaeta, dove dopo una giornata di mare siamo andati a mangiare la Tiella, piatto tipico a base di polpo. Nella seconda gita abbiamo potuto godere del fascino di Napoli, grazie anche al contributo volontario come guida del mitico Antonio.

MA …NON C’E’ DAVVERO NULLA DI NUOVO 

Partecipando quest’anno al Summer Camp GBU mi sono scontrata con la dura realtà che la mia generazione GBU è ormai trapassata; ed ecco nuove leve al fronte! Non c’è davvero nulla di nuovo sotto il sole… ci si immatricola, si studia (chi più chi meno) si organizzano eventi GBU, ci si laurea (si spera) e tutto si ripete da capo con altri studenti desiderosi di servire Dio all’università con le stesse sfide, le stesse difficoltà, le stesse gioie… ciò che si è fatto è quel che si farà; non c’è nulla di nuovo sotto il sole…  

LA DURA REALTÀ

Come probabilmente si è intuito dalle numerose citazioni, tema del Summer Camp è stata la ricerca letteralmente sperimentale sul senso della vita intrapresa dall’Ecclesiaste, uomo sapiente, dalle invidiabili possibilità economiche. Ho due certezze: se l’Ecclesiaste fosse un tesista della facoltà di lettere e filosofia sicuramente sarebbe fuori corso e con lontane possibilità di laurearsi. Infatti, il libro sentenzia più e più volte senza lasciare nessuna apertura al dibattito: tutto è vanità, è un correre dietro al vento. L’ecclesiaste ha ragione. Lo studio, al pari del lavoro non è altro che occupazione penosa, che Dio ha data ai figli degli uomini perché si affatichino. 

LA VERA GIOIA

Ciò che più mi ha colpito è la chiave di lettura con cui poi abbiamo analizzato tutto il libro: il proposito di Dio risiede proprio nel fatto che l’uomo, non potendo trovare più alcuna soddisfazione dopo l’Eden all’infuori di Dio stesso, possa tornare a Lui. E quindi non c’è studio, carriera, progetto che possa colmare quella ricerca di senso a cui l’uomo tende. È stato per me molto incoraggiante al Summer Camp vedere come Dio abbia agito per salvarci dall’insensatezza di questa vita terrena per darci una speranza celeste, gloriosa ed eterna. Quale più grande benedizione vedere giovani studenti arrendersi a questa verità e abbracciare o riscoprire il messaggio del vangelo! Per la ripresa di settembre la mia speranza è che tutti noi possiamo sperimentare la vera gioia, la vera soddisfazione e che qualche amico “ecclesiaste” all’università possa incontrare Gesù nella propria vita.

Alice Novaria

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La sessione estiva è uno dei momenti più temuti dagli studenti universitari, il caldo e la pila infinita di libri da studiare non sono la migliore delle accoppiate!

Io mi trovo ad affrontare la mia ultima sessione estiva e, sarà la stanchezza accumulata in questi anni, ma ho pensato spesso di non avere la voglia o di non potercela fare.

Ogni volta che questi pensieri sfiorano la mia mente, cerco di allontanarli, ricordandomi di alcune lezioni che ho imparato in questi anni di università e che vorrei condividere con voi:

Studiare con entusiasmo è un modo per mostrare a Dio la nostra gratitudine.

“In ogni cosa rendete grazie a Dio”, così scrive l’apostolo Paolo ai Colossesi.

A volte lo dimentichiamo, ma avere la possibilità di studiare non è scontato.  

Se ogni mattina (anche dopo aver scrollato le stories di Instagram in cui tutti sembrano già in vacanza) ringraziamo Dio per questa possibilità, il nostro punto di vista cambia.

Gesù è il miglior compagno di studio.

Lui ha già studiato tutte le materie, non ci distrae chiacchierando, è pronto a sostenerci quando ci sentiamo giù, gioisce sempre delle nostre vittorie e, cosa ancora più straordinaria, ci accompagna fin dentro l’aula d’esame!

“Tu non temere, perché io sono con te.” Isaia 41:10.

A volte pensiamo che a Gesù non importino le nostre sfide quotidiane, ma non è così!

Lui è accanto a noi nelle piccole e nelle grandi cose. 

E sa bene che per noi studenti la sessione di esami è un grande ostacolo da superare, sa che la paura di fallire spesso ci blocca, per questo promette di custodire le nostre menti con la Sua pace, che supera ogni intelligenza (persino quella del professore!). 

Va un po’ meglio?

Spero di sì, ma non è finita qui…

C’è un’ultima lezione che ho imparato in questi anni, forse la più importante di tutti, ma anche la più difficile da tenere a mente: 

Il nostro valore non dipende dalla media dei nostri voti.

Almeno una volta durante il nostro percorso universitario abbiamo pensato di non essere abbastanza, perché un esame non è andato come ci aspettavamo o meritavamo. 

Ma Dio è sempre pronto a ricordarci che il nostro valore non dipende da un numero, ma da chi siamo in Lui.

Spero che, consapevoli di tutto ciò, possiamo affrontare questa sessione con la giusta carica. 

Diamo il massimo ma ricordiamo che, a prescindere dai nostri risultati, Dio ci dice:

 “Tu sei prezioso ai miei occhi, sei stimato e io ti amo.”  (Isaia 43:4)

Buono studio ragazzi e ci vediamo al Summer Camp!

PS: E poi quanto è bello sapere di poter sostenerci l’un l’altro in preghiera?

Miryam Giorgianni

(GBU Messina)

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Appunti dal XV Convegno di Studi

Gloria a Dio! Dopo due anni di pandemia in cui l’incontro annuale in presenza del Convegno Nazionale GBU a Montesilvano è stato rinviato, nei giorni del 13-15 maggio 2022 è stato possibile rivivere questo importante appuntamento dal vivo. Stesso luogo, stesso mare, volti noti alcuni, meno altri; ma stesse sensazioni di sempre, nonostante l’inusuale periodo dell’incontro svoltosi in passato in clima autunnale; stavolta il sole batteva caldo, il mare era calmo e invitante. Il periodo ha fatto sì che in quei giorni non fossimo i soli residenti dell’hotel: lottatori di varie categorie di combattimento e motociclisti di Harley Davidson tenevano in contemporanea i loro raduni. Il diavolo e l’acqua santa sembrerebbe… Ma i Gruppi Biblici Universitari ci hanno sempre abituato a ben altro: mai a categorizzare ma a sfidare proprio i nostri preconcetti, a discutere di noi stessi e della nostra identità in Cristo, a guardare in che modo pensiamo e viviamo la nostra fede, in rapporto alla società che ci circonda. In pratica, niente diavoli e niente acquasanta, tutti sulla stessa tipologia di barca, con la sola differenza del timoniere a cui si affida la propria imbarcazione. Anche quest’anno il GBU ha organizzato le tematiche e gli incontri raccogliendo le sfide della contemporaneità, permettendo un’analisi del nostro vivere la fede, non solo nella nostra intima relazione con il Signore, ma anche all’interno della società in cui viviamo. L’oratore di quest’anno era lo psichiatra dr. Pablo Martinez, volto già noto agli amici del GBU per essere stato già oratore nel (). Purtroppo le sue condizioni di salute gli hanno impedito di essere in presenza, ma se qualcosa di buono è scaturito da questi due anni di pandemia e smart working è stato  proprio il miglioramento e l’accessibilità delle piattaforme streaming: grazie ad internet abbiamo potuto avere Pablo Martinez, in diretta esclusiva per il convegno, che parlava dal suo studio a Barcellona. Oltre al nostro fratello dalla Catalogna abbiamo avuto molti seminari in loco, tenuti dai volti più accademici, amici e componenti, del GBU; tali seminari hanno esaminato temi rilevanti e particolarmente ostici, quali il rapporto tra fede e: conflitti storici, politically correct e relazioni amorose. Per niente scontato è sottolineare come tutto sia stato trattato secondo una prospettiva puramente biblica e scritturale ma nella santa ricerca di modalità di espressione di tale fede che potessero trasmettere l’amore di Gesù.

L’ultimo seminario, la domenica mattina, è stata la testimonianza di due medici che hanno combattuto in prima linea la pandemia e di un neuroscienziato, Nicola Berretta, che ha dato una prospettiva scientifica della natura dei virus e dei vaccini, prospettiva in netto contrasto con tante teorie stravaganti che, purtroppo, hanno fin troppo preso piede tra alcuni credenti negli ultimi anni. L’incontro è online su YouTube, e l’invito è quello di ricercarlo, ascoltarlo e condividerlo. Spesso la nostra fede viene messa a dura prova, spesso la mettiamo noi in situazioni contraddittorie: la certezza è che la nostra speranza è l’onnipotenza di Dio, che è in controllo, e la nostra guida comportamentale deve essere l’amore di Gesù.

Claudio Pasquale Monopoli

 

Il tema del convegno era “curare la fede”, ovvero afferrare, proteggere e proclamare la verità. Ci sono stati diversi aspetti che mi hanno colpito, che mi hanno fatto riflettere su come io vivo la mia fede nel contesto storico e sociale in cui mi trovo, al di fuori della chiesa ma anche al suo interno. Pablo Martinez, infatti, ha portato inizialmente l’attenzione sull’epoca in cui ci troviamo, caratterizzata da un soggettivismo di fondo in cui ognuno si è artefice della propria etica, dove è difficile presentare la nostra fede come LA verità e non UNA verità tra le tante. Il risvolto morale è profondamente implicato, proprio perché ciò che viviamo nella pratica, ciò che rappresenta l’esperienza di vita che necessariamente deve rinnovarsi costantemente, è il frutto della verità che facciamo nostra. È così allora, che anche all’interno della chiesa, la Bibbia diventa solo uno strumento che orienta e indirizza e che viene relativizzata dal mondo e dai cristiani stessi. Per opporci alla distruzione della fede, quindi, è importante sapere in cosa crediamo e cosa proteggiamo: una verità RIVELATA da cui possiamo attingere meditando la Parola; una verità INCARNATA nella persona di Gesù Cristo, immagine dell’amore e della Grazia che deve formarsi progressivamente in noi e una verità ILLUMINATA tramite l’azione dello spirito santo che ci guida e ci sostiene. Come ultimo oggetto di riflessione, il dr. Martinez ha portato la storia degli amici di Daniele nella fornace come esempio pratico di una fede che sa dire no. La loro, infatti, è stata la dimostrazione di cosa significhi avere una fede integra e quindi matura, che sa discernere, che sa mettere dei limiti alla tolleranza; una fede equilibrata, radicale ma non estremista, una fede ben fondata sulla fiducia di Dio, sull’ubbidienza e sul coraggio.

Questo convegno mi ha fatto pensare molto alla componente decisionale intrinseca alla mia fede. Troppo spesso si finisce per scadere in ciò che Pablo ha definito come “mimetismo”, ovvero l’adattare la propria fede in base al contesto in cui ci si trova per sembrare “normale”. Se il dogmatismo è l’esempio di una cattiva testimonianza, allora il mimetismo ne rappresenta la morte.

Afferriamo la verità, salvaguardiamo la fede, occupiamoci di lei nella prova, sapendo che Dio soffre con noi e ci protegge.

 

Eleonora Basirico

L’articolo In che modo pensiamo e viviamo la nostra fede proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/in-che-modo-pensiamo-e-viviamo-la-nostra-fede/

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Cosa ha condiviso Stefano Mariotti nelle sue predicazioni su 1 Pietro alla Festa GBU 2022? Il nostro oratore ha scritto una sintesi che è anche un’ottima panoramica su 1 Pietro, nella quale Stefano mette in risalto i contenuti principali della lettera.

“Fuori-sede”* eletti nel mondo: oggi come allora

Potremmo definire 1 Pietro, un corso intensivo di come vivere il Vangelo, nelle opportunità e nelle crisi della vita quotidiana. Pietro scrive a dei credenti ordinari come noi, che vivono in tempi simili ai nostri, in quanto la nostra società occidentale post-cristiana non è dissimile da quella dei suoi lettori nel primo secolo. Così assieme a loro, possiamo imparare cosa significa abbracciare, essere trasformati e vivere il Vangelo, in una cultura progressivamente sempre più intollerante al messaggio di Cristo e dei suoi assoluti. Pietro vuole equipaggiarci ad affrontare la realtà che seguire Gesù e ubbidire alla sua Parola ci espone all’essere diversi, incompresi, rifiutati, ridicolizzati; ci espone alla sofferenza. Per sfuggire a questa sofferenza, la tentazione è quella di chiudersi al mondo, o di compromettersi nel mondo. Pietro invece ci sfida a radicarci in Cristo, sperimentando il suo amore, gioia e speranza, per testimoniare al mondo il suo amore, la sua gioia e speranza.

*”Fuori sede” era il titolo della Festa GBU 2022 (ndr)

Esiliati ma non isolati

Come traduce la Luzzi, Pietro indirizza la sua lettera (1:1) agli: “eletti che vivono come forestieri nella dispersione”, letteralmente agli: stranieri eletti della diaspora. Più avanti li definirà in 2:11-12 “stranieri e pellegrini”, gente di passaggio ed esiliati; e concluderà la lettera con i saluti dalla “chiesa che è in Babilonia” (5:13). Così identifica deliberatamente i suoi lettori con il popolo di Dio dell’Antico Patto, che soffre lontano dalla Terra Promessa, che spera nelle promesse redentive di Dio, ma che annuncia la Parola di Dio vivendola responsabilmente nella città e nella nazione che lo “ospita” (2:13-15). Quindi il quadro che Pietro dipinge ai nostri occhi, non è quello un solitario studente fuori-sede, ma piuttosto quello di una “confraternita”. Ci parla di un popolo, di una famiglia, di una chiesa che cresce in Cristo, imparando ad amarsi e sostenersi gli uni gli altri in Cristo. È insieme che rimaniamo fermi nelle difficoltà, gioiosi nella speranza e appassionati nella testimonianza. A maggior ragione, Pietro mostra ai suoi lettori di allora, che non sono solo “stranieri”, e quelli di oggi non sono solo “fuori-sede” – ma sono stranieri: eletti, scelti, messi a parte, dalla famiglia della Trinità, per uno scopo! Così come Dio ha ratificato l’Antico Patto nel sangue dell’agnello (1:19), salvando per grazia il suo popolo dalla schiavitù, per poi donargli la sua legge missionale; la nostra salvezza si fonda sull’essere cosparsi del sangue di Cristo nel Nuovo Patto (1:2), in modo che la nostra ubbidienza e santificazione, hanno come scopo missionale la sua gloria tra le nazioni!

La nostra speranza: Cristo Gesù

È in questo contesto che Pietro ci mostra come vivere come fuori-sede eletti in un mondo ostile (1:4-20), perché la nostra speranza è radicata in Cristo e nella sua opera 1:13, 21. È solo quando Cristo è tutto quello che ci resta, che ci rendiamo conto della realtà della fede: fede nel Cristo che davvero è tutto quello di cui abbiamo bisogno! È allora che sperimentiamo la gioia della salvezza nel mezzo delle svariate prove. Quindi è vero: siamo fuori-sede, in una cultura che, come ai tempi di Pietro, trova offensiva tanto la centralità della salvezza del Vangelo di Cristo, quanto l’esclusività della persona e dell’opera di Cristo. Ma è proprio in questo contesto, che Pietro ci espone una chiara apologia della sofferenza cristiana per il nome di Cristo, fondata sulla sofferenza redentiva di Gesù, facendoci vedere la sofferenza come un’opportunità per il Vangelo per il popolo di Cristo!

Il valore della sofferenza

Dio ci lascia in questo mondo come fuori-sede eletti, perché il nostro mondo, le nostre famiglie e amici, le nostre università e comunità, hanno bisogno di vedere vissuto nella pratica il Vangelo di Cristo. Per questo Pietro ci dice di sostenerci gli uni gli altri. Perché in Cristo non dobbiamo sprecare questa sofferenza, in quanto Dio stesso è con noi e in essa: ci perfezionerà, ci renderà fermi, ci fortificherà stabilmente (5:10). Perché è nel sottometterci e nell’umiliarci affidandoci alla potente mano di Dio, che nella pratica annunciamo al mondo la giustizia della Legge di Dio, vivendo nel mondo: la cura che Dio ha per i suoi figli, la gioia del Vangelo che Cristo dona al suo popolo, la fiducia che lo Spirito crea nella sua chiesa.

Questa è la vera grazia di Dio

Così siamo dei fuori-sede eletti della diaspora. Siamo un popolo di forestieri e pellegrini sparsi nelle nostre università. Siamo parte integrante delle nostre chiese, che cercano il bene delle nostre grandi città e piccoli paesi d’Italia. Siamo degli ordinari peccatori salvati per grazia, che nelle nostre università, luoghi di lavoro, famiglie, amici e comunità, annunciano lo straordinario Vangelo di Cristo, vivendolo nel mezzo delle sfide e delle prove, per la potenza dello Spirito Santo. Questo è chi siamo in Cristo, questa è la vera grazia di Dio; in essa state saldi!

Stefano Mariotti

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Dopo due anni in cui, a causa della pandemia, la Festa GBU (Convegno Studentesco Nazionale) è stata organizzata online, quest’anno ci siamo potuti rivedere di persona. Da Trento a Messina, noi studenti universitari, laureati e staff abbiamo gioito, studiato e trascorso insieme alcuni giorni circondati dalle colline fiorentine a Poggio Ubertini. 

IL TEMA

Stefano Mariotti ci ha guidato e ha condiviso con noi alcune riflessioni sulla prima lettera di Pietro scritta “agli eletti che vivono come forestieri dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell’Asia e nella Bitinia” (1 Pietro 1: 1). Proprio da qui nasce il titolo della festa “Fuori sede”, espressione molto familiare a noi studenti. Inoltre, tra le diverse attività, ci sono stati alcuni seminari che ci hanno dato l’occasione di trattare temi come interagire con l’università, usare i social media per condividere il vangelo, organizzare eventi evangelistici e invitare un amico a leggere la Bibbia.

DUE INCORAGGIAMENTI DA 1 PIETRO

Durante gli studi mi è piaciuto molto quando ci dividevamo in gruppetti. Leggevamo alcuni versetti, condividevamo le nostre osservazioni e iniziavamo a riflettere sul loro significato con l’aiuto di qualche domanda guida. Successivamente, ci riunivamo tutti insieme e Stefano approfondiva alcuni temi in modo più specifico. Nel primo capitolo della sua lettera, l’apostolo Pietro parla di due argomenti importanti: gioia e sofferenza. Personalmente mi ha fatto riflettere tanto quando Stefano ci chiedeva in che cosa gioiamo, e in particolare quando diceva che a volte facciamo dipendere la nostra gioia da una circostanza, da un evento o spesso da una persona; di conseguenza il nostro umore dipenderà da come andranno le cose. Ho subito pensato al versetto di Filippesi 4:4 “Rallegratevi sempre nel Signore. Ripeto: rallegratevi”. È stato importante per me ricordare di basare la nostra gioia in Dio perché Lui è il nostro porto sicuro ed è fedele.

Un altro incoraggiamento che ho avuto è stato quando l’apostolo Pietro sostiene che le sofferenze che i destinatari del suo scritto attraversano, sono necessarie e che non ci si dovrebbe stupire; infatti dice: “Carissimi, non vi stupite per l’incendio che divampa in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Anzi, rallegratevi in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, perché anche al momento della rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (1 Pietro 4: 12-13). Attraverso queste parole e pensando a come Dio ci sostiene anche durante le difficoltà, sono stata spronata poiché Lui è la nostra “pietra angolare” (1 Pietro 2: 6), essenziale e necessaria per la nostra vita. A volte le difficoltà ci servono per crescere e far crescere, come condivideva Stefano, la nostra speranza in Cristo.

INSIEME PER CONDIVIDERE GESÙ

La Festa GBU, inoltre, è stata importante perché è stata un’occasione per continuare a coltivare le amicizie che sono nate e che continuano a nascere nel GBU. Costruire relazioni su cui si può contare è davvero prezioso, il fatto di parlare con gli altri studenti e Staff condividendo le attività svolte nel proprio gruppo GBU locale nei mesi passati, gli eventi organizzati e quelli che si avranno a breve, le idee, ma anche le difficoltà che si incontrano… Sono veri e propri incoraggiamenti per continuare a portare Gesù nelle università. Quando penso al Gbu come gruppo formato al suo interno da tanti studenti e amici con lo stesso obiettivo, mi infonde coraggio.

In conclusione, posso dire con certezza che quel fine settimana è stato un tempo benedetto, le aspettative sono state grandemente superate in quanto Dio si è servito di tante persone per sostenerci, per dimostrarci ancora una volta l’amore che ha per noi, per quanto gli siamo preziosi e per quanto ha a cuore la nostra vita. Siamo stati incoraggiati ancora una volta ad essere una luce nelle nostre facoltà e parlare di Gesù ai nostri amici e colleghi universitari.

Giada Coppola
(Coordinatrice GBU Parma)

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Prosegue la pubblicazione – settimanale – di otto paragrafi (qui il secondo) del libro del teologo di orgine croata Miroslav Volf, che sarà in libreria a Maggio, dal titolo Contro la marea. L’amore in un tempo di sogni meschini e di continue inimicizie. Il libro è una raccolta di brevi scritti, alcuni dei quali hanno poi visto un loro ampliamento in libri tematici.

 

Fatevi un regalo, e mettete la Teologia della speranza di Jürgen Moltmann sotto il vostro albero di Natale (Cfr. tr. it. J. Moltmann. Teologia della speranza. Ricerca sui fondamenti e sulle implicazioni di una escatologia cristiana, Queriniana, Brescia, 1970). Moltmann ha pubblicato il libro in tedesco più di cinquant’anni fa. È stato tradotto in inglese tre anni dopo (1967), è diventato immediatamente una celebrità teologica negli Stati Uniti. Il libro è anche andato sulla prima pagina del New York Times1. Uno dei principali temi della Teologia della speranza è l’Avvento, e sarebbe bene che ci ricordassimo di questo libro straordinariamente importante.
L’immensa, originale popolarità del libro deve molto al fatto che quando fu pubblicato, la “speranza” era nell’aria. Era l’“era Kennedy” negli Stati Uniti e il periodo del movimento dei diritti civili portato avanti da Martin Luther King jr. Il mondo occidentale stava per esperire il potere dei movimenti studenteschi radicali. La “Primavera di Praga” sarebbe arrivata presto in Cecoslovacchia, frutto di una crescente democratizzazione delle società socialiste dell’allora defunto Secondo Mondo. E nel Terzo Mondo dei tardi anni ‘60, la decolonizzazione era in pieno movimento e gli intellettuali giocavano con le idee di Marx. La Teologia della speranza cavalcava un’ondata globale di speranza sociale. Come Moltmann ha detto, il libro aveva il suo proprio kairos, o il momento opportuno.
Ma kairos è una benedizione ambivalente per un libro. Dal lato positivo, spinge il libro davanti all’attenzione pubblica. Dal lato negativo, schiaccia la sua interpretazione in un modello determinato. Chiunque parla del libro, ma praticamente nessuno lo apprezza e lo comprende in maniera appropriata.
Con qualche importante eccezione (per esempio quella del movimento dei diritti civili) ciò che era nell’aria, quando apparve Teologia della speranza, non era speranza, ma ottimismo. Le due cose sono facilmente confondibili. Sia l’ottimismo sia la speranza includono aspettative positive riguardo al futuro. Ma, come Moltmann ha sostenuto in maniera persuasiva, sono prese di posizione radicalmente diverse verso la realtà.
L’ottimismo è basato sulla causa «estrapolativa e il pensiero effettivo». Traiamo conclusioni sul futuro sulla base dell’esperienza del passato e del presente, guidati dalla convinzione che gli eventi possano essere spiegati come effetti di cause precedenti. Dal momento che “questo” è accaduto, concludiamo che “quello” dovrebbe accadere. Se un’estrapolazione è corretta, l’ottimismo è ben fondato. Sin da quando mio figlio Nathanael poteva prendere Il piccolo orso e leggerlo quando era all’asilo, potevo legittimamente essere ottimista che sarebbe andato ragionevolmente bene in prima elementare. Se l’estrapolazione non è corretta, l’ottimismo non ha buone basi, è illusorio. Aaron, che ha due anni, è molto bravo nel lanciare una palla. Ma sarebbe sciocco da parte mia scommettere che otterrà un contratto multimilionario con una squadra di calcio e avrà cura di me dopo il pensionamento.
Le nostre aspettative sul futuro sono basate per la maggior parte su tale pensiero estrapolativo. Vediamo lo splendore arancio all’orizzonte e ci aspettiamo che la mattina sarà immersa nel sole. Un tale ottimismo informato e ben fondato è importante per la nostra vita privata e professionale, per il funzionamento delle famiglie, per l’economia e per la politica. Ma l’ottimismo non è speranza.
Uno dei più durevoli contributi della Teologia della speranza di Moltmann è stato quello di insistere che la speranza, al contrario dell’ottimismo, è indipendente dalle circostanze in cui le persone vivono. La speranza non è basata sulle possibilità della situazione e sulla corretta estrapolazione per il futuro. La speranza è basata sulla fedeltà di Dio e perciò sull’efficacia della promessa di Dio. E questo mi riporta al tema dell’Avvento.
Moltmann distingueva tra due maniere in cui il futuro si rapporta a noi. La parola latina futurum ne esprime una. «Il futuro nel senso di futurum si sviluppa a partire dal passato e dal presente, in quanto passato e presente hanno dentro essi stessi la potenzialità di divenire e sono “pregni di futuro”». La parola latina adventus esprime l’altra maniera in cui il futuro è relazionato con noi. Il futuro nel senso di adventus è il futuro che viene non dal campo di ciò che è o di ciò che era, ma dal campo di ciò che non è ancora, «dal di fuori», da Dio.
L’ottimismo è basato sulle possibilità delle cose come dovranno essere; la speranza è basata sulle possibilità di Dio senza tener conto di come sono le cose. La speranza può sorgere anche nella valle dell’ombra della morte; infatti è proprio lì che si manifesta realmente. La figura della speranza nel Nuovo Testamento è Abramo, che ha sperato contro ogni speranza perché credeva nel Dio «che fa rivivere i morti, e chiama all’esistenza le cose che non sono» (Rom 4:17–18). La speranza prospera anche in situazioni in cui, per il pensiero estrapolativo di causa–effetto, si dovrebbe concludere soltanto con una totale disperazione. Perché? Perché la speranza è basata sul Dio che viene nelle tenebre per scacciarle con la luce divina.
Ogni anno nella stagione dell’Avvento leggiamo il profeta Isaia: «Il popolo che camminava nelle tenebre, vede una gran luce; su quelli che abitavano il paese dell’ombra della morte, la luce risplende» (Is 9:1). In ciò è racchiuso tutto il significato del Natale, qualcosa di radicalmente nuovo che non può essere generato dalle condizioni di questo mondo. Viene. Non lo possiamo estrapolare. Dio lo ha promesso.
Se le tenebre sono discese sopra di noi e sopra il nostro mondo non ci occorre tentare di sostenere che le cose non sono così male come sembrano o cercare di essere disperatamente ottimisti. Ricordiamoci invece di un semplice fatto: la luce di Chi era all’inizio con Dio brilla nelle tenebre e le tenebre non prevarranno. Se ci occorre una lunga e plausibile spiegazione per supportare questo invito, scartate quel libro di Moltmann che è sotto l’albero di Natale, prendete qualcosa di caldo da bere e entrate nel mondo dell’Avvento, della promessa, della speranza.

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di Giacomo Carlo Di Gaetano

Ascoltare il mondo

Nell’ascoltare la Parola, la prima anta del dittico stottiano (vedi qui), non siamo riusciti a identificare una teologia “evangelica” della guerra; e come si potrebbe? Saremmo presuntuosi, vista la lunga tradizione della riflessione cristiana sulla “guerra giusta”, che è sempre una teoria di guerra, che poco deve al dettato biblico nel suo insieme, a meno di non cadere nelle trappole ermenutiche di alcune tradizioni teologiche che non hanno il senso della progressione della rivelazione biblica tanto da prefigurare una riproposizione teonomica dell’AT, oppure immaginano una sospensione della legge di Cristo.

Già, perché dal nostro sguardo gettato nella Bibbia nell’intento di ascoltarla in tempo di guerra, non abbiamo potuto ignorare l’imponente figura del Figlio di Dio incarnato (incomparabile, lo definiva sempre John Stott in un altro suo libro). E’ lui, il Figlio di Dio incarnato, inchiodato e innalzato, e confessato dai cristiani come Signore di questo mondo, a rappresentare il contributo biblico essenziale in ogni tempo, anche in tempi di guerra: Gesù Cristo Regna!

C’è la guerra? Ahimè; ma i cristiani parlano e voglinoo incarnare la vita nuova del vangelo, di Gesù Cristo.

Ma come, e dove? Se si va nelle zone di guerra ci sarebbe solo un’opzione, l’azione umanitaria e sanitaria (ricordate Desmond Doss, l’obiettore di coscienza di Hacksaw Ridge?). Già questo non sarebbe mica niente.
Ma al mondo non c’è solo la sanità e la dimensione umanitaria e, dunque, nuovamente, come incarniamo la voce di Gesù Cristo nel fragore della battaglia?

Sicuramente l’intreccio tra abbassamento e innalzamento del Figlio di Dio rappresenta la porta d’ingresso; viviamo in un mondo in cui il Figlio di Dio regna ma lo fa con armi non di questo mondo.
Sicuramente la diplomazia, le politiche non violente, l’integrazione e il multiculturalismo (perché non una soluzione del genere nel Donbass? Una soluzione a la Quebec?) stanno tutte dalla parte di un’adesione, anche inconsapevole al Regno di giustizia e di pace di Gesù Cristo (inconsapevole: esistono i cristiani anonimi in questo campo? una versione secolare degli operatori di pace del Sermone sul Monte?).

A un cristiano non dovrebbero interessare le argomentazioni di chi, pur riconoscendo la responsabilità della Russia nella drammatica invasione dell’Ucraina, cerca di trovare ragioni o spiegazioni nel comportamento della Nato o nel delirio di onnipotenza del padrone della nuova Russia.

Personalmente non mi convince la prima ipotesi, alla quale si potrebbe rispondere con un’argomentazione simmetrica che porta ad azzerare le posizioni ideologiche che si contrappongono: se è sbagliato che la Nato si avvicini alla Russia, perché sarebbe giusto che la Russia si avvicini alla Nato?; trovo abbastanza inquietante la seconda ipotesi – quella dell’espansione di una sorta di impero zarista (non lo nego: sono schierato; ma spero di dimostrare che le ragioni dello schieramento non sono politiche; speriamo!).

A un cristiano dovrebbe invece interessare una domanda cristologica: che ne è di Gesù Cristo e del suo Vangelo nel mondo in cui viviamo? A San Paolo, come a Denver, a Londra come a Rostov, passando per Kiev e Varsavia; a Kabul come a Pechino, Tokio e Melbourne, e naturalmente Mosca.

E’ una domanda geopolitica che discende direttamente dalla preghiera che Paolo insegna a Timoteo: bisogna pregare per i governanti (per Zelesky, Putin e compagnia cantando) affinche, così sostiene il grande apostolo:
possiamo condurre una vita tranquilla e quieta in tutta pietà e dignità. 3 Questo è buono e gradito davanti a Dio, nostro Salvatore, 4 il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e vengano alla conoscenza della verità. 5 Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, 6 che ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti; questa è la testimonianza resa a suo tempo, 7 e della quale io fui costituito predicatore e apostolo (io dico il vero, non mento), per istruire gli stranieri nella fede e nella verità (1 Tm 2).

Qui ce n’è per tutti, anche per coloro che pensano che la dignità possa equivalere al quietismo consumistico delle società occidentali. Ce n’è per tutti perché la valutazione dei regni di questo mondo non è geo-politica ma geo-teologica. Che ne è di Gesù Cristo nelle varie terre del globo terracqueo?

Negli ultimi tempi in alcuni circoli evangelici si è parlato molto di un risveglio dell’Europa di un revive Europa affinché questa terra venga strappata al secolarismo che l’attanaglia. Ma pensiamo per un attimo a questo anelito, e pensiamolo in chiave cristologica: che cosa significa?
Significa forse che l’Europa deve tornare ai fasti (ne­­-fasti) del Sacro Romano Impero? Che deve iscrivere nelle proprie carte d’identità, per forza, di essere una terra cristiana? E magari legiferare contro la corruzione del genere umano a partire da gay etc… Ma a questo punto si capisce bene dove si va a parare; le abbiamo sentite queste cose, negli ultimi tempi, dalle parti di Mosca.

Oppure forse vorrà dire avere la libertà di professare la verità del Vangelo, magari a un angolo di Hyde Park, oppure con le pittoresche tende evangelistiche nei polverosi paesi del sud Italia come avveniva negli anni ’70, ’80. Noi che siamo figli di una generazione che quando parlava di Gesù Cristo poteva ancora suscitare la veemenza di qualche parroco o vescovo di Santa Romana Chiesa, sappiamo che cosa significa interpretare cristologicamente una terra: significa desiderare di avere la libertà di parlare di Gesù Cristo.

E non è forse l’Europa, la perenne incompiuta, uno degli ultimi posti in cui poter parlare liberamente di Gesù Cristo a una popolazione secolarizzata, anzi, poterlo fare proprio in ragione del secolarismo laicista? Neanche negli USA di Trump o nel Brasile di Bolsonaro, figuriamoci nella Russia di Putin (nell’Ucraina di Zelesky forse sì?) si poteva fare una cosa del genere, negli ultimi tempi, senza rischiare di essere confusi con i fautori dello slogan Dio-Patria e Famiglia che è una sorta di anti-vangelo.

Se è corretta questa prospettiva geo-teologica cristologica, allora a doversi svegliare sono altre terre e non l’Europa!

Che bello vivere in un posto in cui è possibile usufruire della libertà di religione e di culto. E, se posso dire la mia anche in campo politico, sono contento di vivere in un posto in cui governi non sanno che pesci prendere: tra l’alternativa dell’olocausto nucleare e la necessità di trovare un modo per fermare la guerra. Questa è la realtà; se l’Europa scovolasse da una parte o dall’altra sarebbe in entrambi i casi un errore.

Eccolo qui, a mio giudizio, il suono che vogliamo ascoltare quando ascoltiamo il mondo: vogliamo la libertà di professare il Signore Gesù Cristo; e non c’importa se intorno a noi proliferano le manifestazioni dei peccati sessuali (vs. Kirill): per questo c’è il Vangelo!

La libertà di religione una volta si diceva che era la madre di tutte le libertà! Ecco che cosa deve interessare un cristiano, soprattutto evangelico e in particolare italiano. E’ questo criterio che ci dice da che parte stare. Non ci sono sé non ci sono ma!
Chi ha ascoltato e vissuto le epoche della cortina di ferro, chi ha ascoltato Paul Ricoeur raccontare dei suoi viaggi in incognito per incontrare personalità della cultura, ma anche delle fedi a Praga, sotto la statua di Jan Hus (ma guarda), non ha dubbi quando intravede gli spettri di quella odiosa restrizione della libertà di religione e di culto.

Ma bisogna combattere per la libertà di religione?
E’ difficile rispondere a questa domanda. Sicuramente Gesù Cristo non vuole i cappellani militari e la benedizione dei cannoni. No, questo no; di questo sono convinto!

Nella nostra storia risorgimentale abbiamo molti esempi di cristiani che nel considerarsi cittadini del cielo, hanno seguito Garibaldi per costruire una patria … in cui professare la propria fede; o hanno appoggiato Cavour (in Crimea sic!). E non si pensi che gli orchi ostili erano solo i cattolici: si pensi ai Padri Pellegrini, a quello che lasciavano in Inghilterra e a quello che rimuovevano nel Nuovo Mondo. O si pensi alla riflessione di un Roger Williams contro la Sanguinaria dottrina della persecuzione per causa di coscienza.

Forse, come in molti altri campi, piuttosto che cercare risposte globali possiamo rivolgerci alle coscienze dei singoli. Sappiamo che in tutti gli eserciti del mondo (penso a quelli occidentali) ci sono molti cristiani che esprimono la loro esperienza di fede con il linguaggio della nuova nascita (born again). Che cosa dire loro?

Forse possiamo ripetere l’invito al ravvedimento di Giovanni Battista

Lo interrogarono pure dei soldati, dicendo: «E noi, che dobbiamo fare?» Ed egli a loro: «Non fate estorsioni, non opprimete nessuno con false denuncie, e contentatevi della vostra paga

Chissà se dalle parti di Bucha o a Mariupol, qualcuno si è ricordato o si sta ricordando di queste parole e non si è macchiato, e non si sta macchiando, le mani di sangue.

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Fyodor Raychynets è un pastore ed un teologo battista a Kiev ed è capo Dipartimento dell’Evangelical Theological Seminary situato nei sobborghi a nord di Kiev, a circa 20 km dal centro. Fyodor posta quotidianamente aggiornamenti e riflessioni sulla sua pagina Facebook, che terminano, dopo una riflessione sulla situazione della guerra, con una preghiera in Ucraino. Il 13 marzo è stato intervistato dal teologo Miroslav Volf ed ha rilasciato la sua testimonianza su quanto sta accadendo. Riportiamo alcuni dei brani significativi di questa intervista che può essere ascoltata e letta integralmente sul sito del podcast, curato dallo Yale Center for Faith and Culture, al seguente link, https://podcasts.apple.com/us/podcast/a-voice-from-kyiv-fyodor-raychynets-faithful/id1505076294?i=1000554072619. Attualmente Fyodor continua a pubblicare un post ogni giorno su FB per aggiornare sulle sue impressioni sul conflitto da credente e da cittadino dell’Ucraina. Non necessariamente dobbiamo essere in accordo con tutto quello che afferma (comunione “aperta” o spiccato nazionalismo in alcune affermazioni, giustificato dalle circostanze probabilmente), ma la sua rimane una forte testimonianza che merita di essere letta.

Alla domanda sulla situazione bellica del luogo in cui si trova ha così risposto:

[…] Oggi è stato particolarmente straziante perché il nostro seminario è stato colpito. Un missile lo ha colpito e poi è esploso. Il raggio dell’esplosione è stato di circa 30-50 metri. Pertanto tutte le finestre si sono rotte. E così ci sono un sacco di vetri rotti tutti attorno, mattoni rotti, alberi divelti. […]. Per dirlo con un’espressione: si tratta di una scena apocalittica, capisci? Se vorresti vedere un film con una scena apocalittica, lo potresti fare qui ora.

Una testimonianza particolare è stata quella della celebrazione della Cena del Signore aperta durante la guerra e con i soldati di cui il teologo ucraino dice:

“Sono stato invitato giovedì pomeriggio a servire ai militari la Cena del Signore. E siamo andati andati lì ed è stata un’esperienza travolgente per me, perché nei Balcani, ho iniziato a credere in ciò che chiamiamo una Cena del Signore aperta: dove ognuno è il benvenuto, e quando c’è qualcosa di scandaloso nella Cena del Signore, lì c’è l’evento. Perché ci sono sempre persone che non dovrebbero essere lì secondo la nostra prospettiva teologica o il nostro credo teologico e così via. Quando siamo andati lì e ogni volta che mi sono trovato in questo tipo di situazione in cui servo la Cena del Signore, dico sempre alle persone, chiunque esse siano e di qualunque chiesa siano od anche a coloro che non appartengono a nessuna chiesa che io verrò a loro con il pane e dirò “Questo è il corpo di Cristo rotto per te” e devono solo dire “Amen”. E penso che ogni volta che dicono “Amen” sono d’accordo. Quel corpo di Cristo è stato spezzato anche per loro. E dovunque è accaduto, specialmente ieri, quando, servendo la Cena del Signore la stavo spiegando, c’è sempre una persona che non ha alcun tipo di formazione religiosa. E quando la servivamo loro lì, commentavamo quello che facevamo. Abbiamo semplicemente detto. “Questo è come facciamo. Siamo venuti a voi e diciamo “Questo è il sangue di Cristo sparso per voi”. E quando la persona (non credente) ha detto “Amen” è stata un’esperienza toccante. Credo che siamo soltanto stati uno strumento in questo tipo di situazione. E c’è una più grande invisibile presenza della grazia di Dio che può fare qualcosa che noi non possiamo fare. Per me in questa situazione, è più importante fare questo salto di fede, un passo verso la fede. E farlo quando le persone lo chiedono. E poiché ci dicono che vogliono prendere parte alla Cena del Signore prima della battaglia non diciamo che lo faremo.

Sulle responsabilità di Putin e della Russia per il conflitto Fyodor ha così commentato:

“Oggi ero veramente dispiaciuto nel leggere le notizie dalla Russia che 700 rettori, o presidenti delle Università russe, hanno firmato una lettera per appoggiare la guerra di Putin. Pertanto ovviamente non è solo un problema di Putin. E’ un problema di portata più ampia. Quando gli intellettuali appoggiano questo tipo di aggressione, abbiamo un problema serio. Non soltanto con quello che potremmo chiamare un dittatore da bunker. Voglio dire una persona che si è chiusa in un bunker che ha quindi perso il senso della realtà. Ha perso contatto con il mondo. Ma guardando alcune riprese video, quando i giornalisti escono per le strade di Mosca e San Pietroburgo, e questi sono i luoghi dove la maggior parte dell’élite culturale risiede, e chiedono alle persone cosa pensano della guerra in Ucraina, le loro risposte sono molto deludenti per noi. Perché ci dicono chiaramente che non vi è soltanto una persona ossessionata. Questa persona ha l’appoggio per questo tipo di aggressione. Ed è storicamente radicato, perché gli Ucraini sono stati sempre stati una spina nel fianco dei Russi per la loro libera volontà. Noi amiamo la libertà. Amiamo questa libertà che ci porta al caos. Il caos politico, o qualsiasi caos, è come siamo noi. Questo sono gli Ucraini. E questo amore della libertà, questo amore per la democrazia, è quello che ci ha portato a eleggere un clown come nostro Presidente! Questa è una cosa che dà molto fastidio ai Russi. E penso che ci sia, voglio esprimerlo in questa maniera, che ci sia un Putin collettivo. […] Non si tratta soltanto di una persona ossessionata. Perché la nostra élite sta cercando di contattare la loro élite e di dire: “La gente andasse per le strade. Dite che siete contrari a questa guerra crudele, che siete contro questo amore che uccide il fratello e contro la guerra” e così via. […] Possiamo dire che il problema è che i Russi hanno un re nelle loro teste. E il problema degli Ucraina è che non hanno nessun re nelle loro teste. E questo per dirla in breve. Perché, quando pensassimo che il nostro presidente sta diventando un imperatore, lo cacceremo immediatamente, come abbiamo fatto nel 2014. E pertanto nella nostra situazione, non possiamo avere Putin.”

Volf ha poi chiesto al Raychinets un parere sulla posizione della Chiesa Ortodossa a proposito del conflitto.

“[…] Il patriarca Kirill sta appoggiando apertamente Putin. Infatti conosco alcuni miei amici, del Consiglio Ecumenico delle Chiese, che mi hanno inviato notizie di alcuni tentativi di contattare il Patriarca e di chiedergli a voce, almeno a voce, la sua posizione. Se fosse pro o contro la guerra e che rendesse chiara la sua posizione. Bene, c’è stato silenzio, Ma come sai, il silenzio in tempi di crisi morale non è un segnale positivo. Ma facciamo un altro esempio: in Ucraina, abbiamo tre rami della Chiesa Ortodossa. In realtà ora ne abbiamo due, ma c’è una piccola parte che è un terzo ramo della Chiesa Ortodossa. Ma ce n’è una che chiamiamo Chiesa Ortodossa Ucraina del Patriarcato di Mosca. Queste parti avevano una chiarissima posizione sulla guerra. E’ comprensibile, perché sarebbe la fine della Chiesa in Ucraina. Ma dall’altro lato, abbiamo la parte russa che resta in silenzio. Ma ciò che ci ha preoccupato come evangelici è che non soltanto la Chiesa Ortodossa è silente, ma che i leader più importanti delle chiese evangeliche sono rimasti in silenzio. E questo ci ha dato molto fastidio. Come diciamo in Ucraina, la guerra non è iniziata 18 giorni fa, ma 8 anni fa. E per tutti questi 8 anni, hanno appoggiato Putin nella ambizione imperiale di ingoiarsi l’Ucraina. Ma ciò che ci preoccupa anche è  che l’Ucraina non è il suo obiettivo finale. E questo l’Europa non l’ha colto ed è un peccato.”

L’intervista si conclude con un’esortazione all’Occidente di agire per fermare il conflitto in qualsiasi maniera. Ecco cosa viene affermato.

“[…] nella parte occidentale del mondo, nelle democrazie liberali, il pubblico dovrebbe costringere i governi a fare qualcosa.  E l’unico messaggio che vorrei comunicare che vorrei comunicare è, in primo luogo, che non dovrebbero avere paura di Putin, perché gli ucraini hanno fatto scoprire che la seconda forza militare del mondo non è la seconda forza militare del mondo. E’ soltanto un bluff, il grande bluff di Putin. Pensavano che in due tre giorni avrebbero occupato l’Ucraina. Che avrebbero occupato Kiev, Se avessero ucciso il nostro presidente, avrebbero cambiato il governo e controllerebbero l’Ucraina. Ora siamo al diciottesimo giorno in cui ci confrontiamo con questa superpotenza militare e non è così forte come ci si è stato detto. Questa è la prima cosa. La Nato può vedere che non è così forte come pensavano. La seconda cosa è che non si fermerà in Ucraina. Questo chiediamo, quando preghiamo l’Occidente “Chiudete i nostri cieli”, ci piacerebbe che lo facessero per aiutarci. Ma vi è qualcosa che ci lascia delusi dall’Occidente. Il fatto che sono con noi, che hanno compassione. Che ci aiuterebbero realmente, ma che non lo fanno. Non so cosa non va con la politica in questo mondo.”

In una situazione di guerra, la fede è messa sempre alla prova. Alla domanda di come si vive la fede in una situazione di conflitto reale, di come quotidianamente un teologo vive durante un periodo di guerra, questa è stata la risposta.

“Ho lottato con la mia fede nel mio percorso teologico e pastorale. Perché per me, è stato sempre importante nella teologia, nella nostra convinzione, di essere sincero. […] E’ una sfida sostenere una fede nella situazione dove c’è la sensazione che non puoi controllare nulla di ciò che sta accadendo. Non puoi cambiare nulla. Non puoi avere alcuna influenza sulla situazione che la cambierebbe nella maniera che tu vorresti. […] Ma dall’altro lato, penso che in quella situazione, quando tu non hai il controllo di nulla, quando giaci nel tuo letto e non sai se il luogo dove tu starai stanotte rimarrà in piedi sino alla mattina, e quando la mattina sei stanco e non vuoi fare nulla, vuoi stare solo seduto in un luogo sicuro, e non pensi minimamente di uscire. Quando però ti ricordi di queste persone e ti ricordi dei loro bisogni, e ricevi delle telefonate su cosa hanno bisogno e confidi nel Signore, allora dici “andrò”. E se morissi, almeno morirò per la giusta causa. Stavo cercando di aiutare qualcuno. Non è così semplice come può apparire […] La tua fede è sfidata dall’affermazione di un soldato che dice: “Tu vai lì sotto la tua propria responsabilità”. E’ così. Ed allora non sai se andare o rimanere. O hai paure di andare, o rischi la tua vita e tu vai perché qualcuno ha bisogno della tua presenza. E non si tratta dei tuoi parenti. Queste sono persone che non hai conosciuto se non qualche giorno, e forse non avevi idea della loro esistenza sino a ieri, ma ci sono dei legami con queste persone. E non le puoi abbandonare. Non puoi tradirle. Tu sei un pastore, E si sa, che non è l’unica storia, perché molti pastori hanno lasciato Kiev sin dall’inizio della guerra. Non so se torneranno, come possano guardare negli occhi la gente quando l’hanno abbandonato in questa situazione miserabile. […] Questa è la fede che ti sfida ogni giorno. “Ok. Puoi andare o restare sicuro”. Ho centinaia di esempi che posso citare. Un mio amico in Inghilterra, dice: “So che non lo farai. So che non mi ascolterai, ma vorrei che ti trasvestissi da donna e lasciassi il tuo paese.” Lo sai che come uomo non posso lasciarlo. Ho amici negli Stati Uniti che hanno trovato avvocati che mi vorrebbero aiutare ad immigrare dal paese, ed ho amici in Canada e dovunque che hanno detto: “Fyodor, scappa. Salvati”. E anche questo sfida la tua fede. Ma ti dà anche noia. Questi inviti ti ossessionano. Va semplicemente in un posto sicuro. Potresti essere utile altrove, non soltanto qui. Pertanto non c’è una grande fede. Questa è una sfida. C’è la sfida quotidiana di quando i soldati di avvertono, quanto la gente ti avvisa, quando tua madre ti chiama e ti dice. “Cosa? Sei pazzo? Cosa fai ancora lì? Vieni a casa. E’ sicuro qui. Tuo figlio ti sta aspettando”. E così sei messo alla prova. La tua fede è messa alla prova, non soltanto dalle circostanze, ma anche dalla situazione, anche dai tuoi amati. Da coloro che ti sono più vicini. Mi ricordo della parola di Gesù sul fatto che proprio i tuoi familiari ti daranno più grattacapi e così via. Così questa è la maniera in cui leggo il Vangelo. Leggo il Vangelo di Gesù quando è venuto fuori dal deserto e che quello non era la fine della sua tentazione. Era solo l’inizio. E che sarebbe stato tentato da coloro che gli sarebbero stati più vicini, da coloro che gli sarebbero stati accanto. Lo avrebbero tentato a non vivere nella maniera in cui viveva, a non prendere il sentiero che aveva preso e così via. Così la mia fede è messa alla prova, dalla situazione, ma anche dai miei parenti e dai miei amici sparsi nel mondo.”

Per aggiornare questa testimonianza pubblichiamo, tradotti, anche due degli ultimi post che Fyodor Raychynets ha pubblicato sul conflitto su Facebook.

“Kiev. 42° giorno di guerra. Quando ho iniziato a scrivere post quotidiani qui, sapevo che sarebbe arrivato un giorno in cui non avrei voluto scrivere nulla, e ci sono stati diversi giorni del genere, ma gli eventi che accadevano intorno a me tutto il tempo, hanno portato qualcosa di nuovo su cui volevo riflettere , primo per me stesso, e ovviamente da condividere con gli amici… Oggi è uno di quei giorni… Durante la mia permanenza nei Balcani, mi sono ricordata di una semplice verità che credo sia stata detta o da Mesho Selimovich (che mi piaceva leggere), o da Ivo Andric (unico scrittore balcanico a ricevere il premio Nobel per la letteratura): “Ciò che non è scritto, non esiste” e poi da qualche parte ho letto o sentito che “una stupida matita è meglio di qualsiasi ricordo umano”. Ciò ha cambiato il mio atteggiamento nel sistemare gli eventi della vita su carta. […] Ora è diventato più sicuro muoversi, quando si sta a Kiev, e speriamo presto sarà altrettanto sicuro muoversi nella zona, ma la stanchezza è arrivata non fisica, ma emotiva…. ed è stanchezza non tanto per quello che è stato fatto, ma per quello che si è visto e sentito…Stanchezza, vuoto e riluttanza a dire, scrivere qualsiasi cosa… non perché non c’è niente da dire o scrivere… e perché dalle tue stesse parole, e quelle degli altri non lo rendono più facile… nessuna parola o silenzio può aiutare… non ci sono parole per esprimere tutto, ma è impossibile rimanere in silenzio al riguardo… sperando che passi anche questo… devo solo continuare a imparare con esso ora vivi in qualche modo…La guerra è quando è difficile trovare parole adeguate per descrivere ciò che si prova, si vive, ed è ancora più difficile rimanere in silenzio al riguardo…”

“Kiev. 45° giorno di guerra in Ucraina. Un altro Shabbat senza shalom… invece di shalom qualche allarme interiore poco chiaro dal silenzio che è presente nella zona… anche questo è il primo sabato che non facciamo comunioni a militari e cappellani. La scorsa settimana è stata emotivamente molto controversa e instabile… Durante questa settimana, abbiamo visto i risultati dei bombardamenti di massa, visitando Buca, Borodianka, Gostomel, Irpinov e altro ancora. Le cose che sentiamo da un mese.. che ho visto e mi ha terrorizzato per la portata della distruzione… La settimana è iniziata con buone notizie sulla liberazione della regione di Kiev e si è conclusa con cattive notizie da Kramatorsk… bombardamenti con bombe alla stazione dove si trovavano cittadini pacifici (per lo più donne con bambini), mentre cercavano di evacuare…Quanti altri hanno bisogno del mondo di Buca, Borodyanok, Gostomel, Irpinov, Kramatorskiv per capire finalmente che il linguaggio non riguarda da tempo la guerra, ma un crimine di massa contro l’umanità nel XXI secolo?  Conosci la stanchezza delle buone azioni utili? È una sorta di simbolo di stanchezza fisica, emotiva e morale… questa stanchezza è il risultato di una certa consapevolezza da 40 giorni che la scala del disastro umanitario e del bisogno è così enorme, e il tuo aiuto e la tua buona azione sono così miserabili, e non sei in grado di cambiare nulla in questa evidente sproporzione…Stanco di affrontare emozioni che ancora non sai come affrontare tutti i giorni… Stanco delle domande morali a cui non avevi mai pensato prima, e devi ammettere ormai che non hai le risposte a queste domande… stanco del numero di domande a Dio che ti riecheggiano… Stanco di voler fare qualcosa solo per distrarti dalle emozioni e dai pensieri che ti feriscono..

Dio salvi l’Ucraina, prenditi cura dei suoi difensori, del suo popolo che soffre, dai fuoco a tutti coloro che sono rimasti feriti in questa guerra e non sono in grado di affrontare la dolorosa perdita… Donaci la pace desiderata, non solo la pace, ma una pace giusta…

E tutto il resto amici, se Dio vuole, dopo la vittoria…

(testo tradotto e curato da Valerio Bernardi)

L’articolo Una voce da Kiev, la testimonianza di del teologo ucraino Fyodor Raychynets proviene da DiRS GBU.

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