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(di Filippo Falcone)

Quando un secolo fa esatto T. S. Eliot pubblicava The Waste Land (La Terra Desolata), l’Europa era da poco uscita dal primo conflitto mondiale e il poeta era ormai entrato nel secondo lustro di quel matrimonio con Vivien Eliot che egli notoriamente descrive come “utter hell” (“un vero e proprio inferno”). Se Eliot in “Tradition and the Individual Talent” invoca l’impersonalità dell’opera, il poema si fa carico in pieno delle ansie interiori universali dell’uomo e dunque di quelle dell’autore. La Terra Desolata è il manifesto poetico di quella che Auden chiama “the age of anxiety” (“l’età dell’ansia”). L’assenza di significato, la frammentazione dell’io, il relativismo gnoseologico e la ricerca mai compiuta di riferimenti, di una tradizione che dia vita segnano qui lo scarto più profondo con il Positivismo e ne annunciano la fine. La versificazione fatta di frammenti e segmenti giustapposti in cui tutta la tradizione letteraria si sovrappone in un continuum temporale ben riflette la frammentarietà dell’uomo e della sua esistenza, nonché una visione interamente nuova del tempo e della storia.

Nell’ultima sezione del poema, “What the Thunder Said” (“Ciò che disse il tuono”), Eliot restituisce immagini di morte e aridità. Il titolo della sezione è tratto da un’antica leggenda della fertilità indiana in cui ogni essere trova la forza per riportare la vita, ascoltando la voce del tuono. Là dove la terra desolata di Weston è permeabile a tale speranza, in Eliot essa si tramuta in tuono lontano. L’io poetico è alla ricerca di acqua, che dà vita e significato, in una terra desolata e sterile, dove vi è soltanto roccia e dove le cavità non contengono sorgenti, ma sono bocche piene di denti cariati:

 

Qui non c’è acqua ma soltanto roccia
Roccia e non acqua e la strada di sabbia
La strada che serpeggia lassù fra le montagne
Che sono montagne di roccia senz’acqua
Se qui vi fosse acqua ci fermeremmo a bere
Fra la roccia non si può né fermarsi né pensare
Il sudore è asciutto e i piedi nella sabbia
Vi fosse almeno acqua fra la roccia
Bocca morta di montagna dai denti cariati che non può sputare
Non si può stare in piedi qui non ci si può sdraiare né sedere
Non c’è neppure silenzio fra i monti
Ma secco sterile tuono senza pioggia[1]

Il tuono è rumore di morte. Esso non porta acqua nella terra arida, ma annuncia soltanto che “Colui che viveva” — Cristo — “ora è morto” e, di conseguenza, “Noi che vivevamo” — l’umanità — “stiamo ora morendo”.

Il verso si fa frammentato, come il significato. Segmenti di immagini si sovrappongono fino a diventare nel verso singola parola (“And water”, “A spring”), che si carica dell’anelito, del bisogno insoddisfatto, per lasciare poi il posto alla cicala, cantore della siccità, e da ultimo all’onomatopea, puro suono disincarnato, come il suono del tuono che non è realtà, ma soltanto lontana allusione:

 

Se vi fosse acqua
E niente roccia
Se vi fosse roccia
E anche acqua
E acqua
Una sorgente
Una pozza fra la roccia
Se soltanto vi fosse suono d’acqua
Non la cicala
E l’erba secca che canta
Ma suono d’acqua sopra una roccia
Dove il tordo eremita canta in mezzo ai pini
Drip drop drip drop drop drop drop
Ma non c’è acqua

La scena ora cambia. Si apre uno squarcio sui due discepoli sulla via di Emmaus. L’io poetico si identifica con uno dei due. Colui che è morto è là accanto all’altro, ma non si rivela come il vivente. La sua presenza non è risposta, ma interrogativo: “Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?”.

 

Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?
Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme
Ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca
C’è sempre un altro che ti cammina accanto
Che scivola ravvolto in un ammanto bruno, incappucciato
Io non so se sia un uomo o una donna
– Ma chi è che ti sta sull’altro fianco?

Non trovando risposta là dove la cerca, lo sguardo poetico volge ora a oriente. Forse troverà acqua nel Gange. Forse la religiosità orientale saprà dare significato, la sua tradizione riferimenti, vita rigenerativa. Anche là, tuttavia, altro non vi è che siccità e attesa della pioggia, speranza distante e disattesa:

 

Quasi secco era il Gange, e le foglie afflosciate
Attendevano pioggia, mentre le nuvole nere
Si raccoglievano molto lontano, sopra l’Himavant.

Una volta di più, la ricerca rimane incompiuta e si declina in figura del suono. Come la spiritualità occidentale nell’onomatopea, quella orientale sfuma qui nell’allitterazione:

Datta. Dayadhvam. Damyata.
Shantih shantih shantih

 

L’anno 1927 segna la conversione di Eliot al cristianesimo. Come Barry Spurr non manca di notare[2], essa è tutto fuorché improvvisa e trionfale. È piuttosto graduale, progressiva e non scevra di dubbi, lacerazione e ricerca. Il suo è il viaggio dei magi, viaggio pieno di asperità, sofferenza e ripensamento, ma anche viaggio fatto di un’anticipazione nuova, accompagnata da nuove immagini narrative, ora lineari, che qualificano la versificazione nel segno dell’armonia:

 

Fu un arduo avvento per noi,
Proprio il tempo peggiore dell’anno
Per un viaggio, e per un viaggio lungo come questo:
Le strade affondate e la stagione rigida,
Nel cuore fitto dell’inverno.»
E i cammelli irritati, gli zoccoli doloranti, restii,
Che si stendevano sulla neve che si andava sciogliendo.
Ci furono momenti in cui rimpiangemmo
I palazzi estivi sui pendii, le terrazze,
E le fanciulle di seta che portano i sorbetti.
Poi i cammellieri che sbottavano in bestemmie e lamentele
E se ne scappavano, e rivolevano i loro liquori e le loro donne,
E i falò notturni che si spegnevano, e l’assenza di ripari,
E le città inospitali, e ostili le cittadine,
E sporchissimi i paesini che vendevano a prezzi esosi:
Sono stati momenti durissimi per noi.
Alla fine preferimmo viaggiare intere nottate,
Dormendo a tratti,
Con le voci che ci cantavano nelle orecchie, che dicevano
Che era tutta una pazzia.

 

Sulle rive del Gange prosciugato Eliot aveva lasciato il lettore nella terra desolata. Ora da Oriente lo riconduce idealmente a ritroso. La terra sterile, arida, terra di morte e desolazione lascia il posto a una valle temperata, piena di vegetazione, dove scorre quell’acqua che dà vita e significato:

 

Poi all’alba scendemmo in una valle temperata,
Umida, sotto la coltre di neve, odorante di vegetazione,
Con un ruscello che scorreva ed un mulino ad acqua che picchiava il buio.

 

Oltre all’acqua, elemento pervasivo che, muovendo le pale del mulino, percuote le tenebre, si vedono “[…] tre alberi sotto l’orizzonte”, rimando al Calvario. La ricerca ora si compie:

E arrivammo di sera, senza un istante di anticipo
Trovando il luogo; fu (a dir poco) soddisfacente.

Tutto questo è successo molto tempo fa, lo ricordo,
E lo farei ancora, ma appuntatevi
Questo appuntatevi
Questo: siamo stati condotti per tutta quella strada per
Una Nascita o per una Morte? Vi fu una Nascita, certamente,
Ne abbiamo avuto la prova e mai un dubbio. Avevo visto le nascite e le morti,
Ma avevo creduto che fossero diverse; questa Nascita fu
Una dura e amara agonia per noi, come la Morte, la nostra morte.
Tornammo nei nostri possedimenti, in questi Regni,
Ma non più a nostro agio qui, coi vecchi ordinamenti,
Tra un popolo straniero aggrappato ai propri dèi.
Sarei lieto di un’altra morte.

 

L’esito della ricerca dei magi viene definito “soddisfacente”, ma l’io poetico si interroga su quale fosse la ragione del loro essere condotti fino a quel luogo. È per trovare la vita, rappresentata da quell’acqua tanto agognata, o per trovare la morte? Certo di fronte a loro vi è una Nascita, la fonte stessa della vita, ma parteciparvi comporta una morte, la loro morte al proprio io. I magi fanno ritorno ai propri regni, alla vecchia dispensazione dell’uomo naturale e della legge, là dove l’uomo tiene stretti i propri dèi, idoli dell’io. Qui l’io poetico non si sente più a casa, ma desidera un’altra morte. Solo così può conoscere la vita.

L’incontro con Cristo è per Eliot sofferto, perché il poeta deve percorrere lo spazio interiore che lo separa dalla valle di Betlemme, ma è sofferto anche perché è scontro con lo scandalo, pietra d’inciampo che presuppone la decostruzione di ogni identità, la rinuncia a ogni prerogativa di giustizia e forza, al fine di partecipare alla vita di Cristo, che proletticamente è già offerta alla croce (vd. “tre alberi sotto l’orizzonte”). La vita di Cristo prelude alla sua morte, la sua morte alla vita.

Le identità e gli idoli dell’io continuano a dominare le nostre vecchie dispensazioni e ciò che sembrava eradicato per sempre torna a fare capolino, ricordandoci quello che C. S. Lewis chiama il “grande peccato” dell’uomo, l’egocentrismo. I frutti dell’io sono ben noti – odio, contese, dissidi, identitarismi, nazionalismi, alienazione, frammentazione, perdita di significato, aridità, solitudine e morte. È ancora tempo per l’uomo di percorrere la strada lunga e impervia che porta a Betlemme e trovare là la vita e con essa una morte, la sua morte.

 

 

 

[1] I testi poetici sono tratti da T. S. Eliot, Poesie, curate e tradotte da Roberto Sanesi, Milano, Bompiani, 2000.

[2] B. Spurr, «”Anglo-Catholic in Religion”: T. S. Eliot and Christianity», in A Cambridge Companion to T. S. Eliot, New York, Cambridge University Press, 2017, p. 188.

 

Filippo Falcone, insegna Inglese in un liceo di Domodossola; collabora con la Società Biblica di Ginevra e con Edizioni GBU; ha curato per Edizioni GBU il volume Il cielo nell’ordinario, dedicato al poeta inglese George Herbert.

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(di Massimo Rubboli)

Le immagini in diretta dell’invasione dell’Ucraìna, che ci hanno lasciati sgomenti e inorriditi, sono state così drammatiche da attirare tutta la nostra attenzione sulle centinaia di morti e migliaia di profughi. I carri armati dell’esercito russo, che travolgevano persone e cose schiacciando i princìpi del diritto internazionale e dell’autodeterminazione dei popoli, hanno fatto dimenticare altri aspetti di questa guerra, come la fornitura di armi dall’Italia alla Federazione russa in violazione dell’embargo deciso dal Consiglio europeo dopo l’invasione della Crimea. Un aspetto che nei dibatti sul conflitto tra Russia e Ucraìna è quello della dimensione religiosa.

 

La dimensione religiosa

Vale pena ricordare che negli ultimi due decenni la posizione della Chiesa ortodossa russa ha subito una profonda trasformazione che l’ha portata ad assumere un ruolo sempre più importante nella vita pubblica e ad esercitare una profonda influenza nella società russa. Il cambiamento – dal rifiuto di un coinvolgimento della chiesa in politica di Alessio (Alexsej) II, patriarca di Mosca e di tutte le Russie, alla collaborazione sempre più stretta con lo stato con il patriarca Cirillo (Kirill) I, intronizzato nel gennaio 2009 – non ha seguito un percorso lineare ma il risultato è inequivocabile.

Cirillo, in realtà, raccolse l’invito a potenziare la “cooperazione della Chiesa con la stato e la società civile, anche nel campo del miglioramento delle leggi” rivolto da Alessio pochi mesi prima della sua morte al Concilio dei vescovi[1]. Sotto la sua energica guida, la Chiesa ortodossa russa è diventata uno dei principali alleati e sostenitori del governo russo e, in particolare, della sua propaganda patriottica ottenendo in cambio il riconoscimento di uno status privilegiato.

Da strumento nelle mani dello Stato, come fu sotto Stalin e durante la II guerra mondiale[2], la Chiesa ortodossa russa è arrivata ad essere un agente autonomo e indipendente, la cui influenza si fa sentire in aree diverse come l’istruzione pubblica e le forze armate. Essa ha anche svolto un ruolo centrale nella reinterpretazione della memoria storica che, a partire falla riabilitazione degli zar, presenta le rivoluzioni del febbraio e ottobre 1917 come una “tragedia nazionale russa”[3] e investe di simbolismo religioso siti storici come i lager staliniani[4].

Inoltre, il patriarca Cirillo ha voluto e ottenuto il riferimento a Dio nella revisione costituzionale approvata mediante referendum popolare del 1° luglio 2020 e vigente dal successivo 4 luglio[5]. La maggioranza dei commenti si è soffermata sulla cancellazione del vincolo dei due mandati che permetterà a Putin di restare al potere fino al 2036 e ha trascurato la dimensione valoriale composta da “Dio, patria e famiglia”, che riserva una posizione di privilegio alla Chiesa ortodossa e, praticamente, reintroduce il legame bizantino tra Chiesa e Impero[6]. Come ha osservato Giovanni Codevilla, uno dei principali studiosi di storia delle relazioni tra Chiesa e Stato nell’Europa Orientale, “si rinnova tacitamente in tal modo tra il patriarca e il Presidente quel contratto a prestazioni corrispettive che è tipico del giurisdizionalismo: da un lato il patriarca garantisce la legittimazione della sovranità dello Stato e dall’altro Putin concede una posizione privilegiata alla Chiesa”[7].

Per quanto riguarda il campo dell’istruzione pubblica, i tentativi di introdurre l’insegnamento della tradizione religiosa ortodossa che non avevano avuto successo fino al 2008 ebbero un esito positivo durante la presidenza Medvedev[8] quando, con un decreto governativo del gennaio 2012, la Federazione russa reintrodusse l’insegnamento religioso con il curriculum “Fondamenti della cultura ortodossa”[9]. Questo curriculum è centrato sull’educazione patriottica, che si fonda su tre elementi: la riabilitazione dei simboli della madrepatria e della memoria storica, la centralità della tradizione religiosa ortodossa e lo sviluppo di un patriottismo militarizzato che guarda con nostalgia al passato sovietico.

L’avvicinamento della Chiesa alle forze armate, condotto sotto lo slogan “L’esercito è sempre spirituale”, ha portato nel 2009 all’introduzione del ruolo del cappellano militare. La giustificazione della militarizzazione dell’educazione patriottica si basa sull’affermazione che la chiesa ha sempre benedetto i cristiani che combattono in una “guerra giusta”, cioè in difesa della madrepatria; inoltre, come ha affermato il patriarca Cirillo, “il credente sacrifica la sua vita più facilmente del non credente, perché sa che la vita umana non finisce con la fine di questa vita[10].

La legittimazione della guerra in difesa della madrepatria, identificata con la Madre Russia, comporta anche il sostegno delle operazioni militari russe all’estero. Ad esempio, la partecipazione dei militari russi alla guerra in Siria è stata descritta da Cirillo come una “missione storica”[11] in una guerra giusta e difensiva[12].

Le prese di posizione ultraconservatrici del patriarca di Mosca nel campo dei diritti umani lo hanno spesso portato a entrare in conflitto con il patriarca greco ortodosso di Costantinopoli su questioni riguardanti l’Ucraìna e l’Europa occidentale, affiancandosi così alla sempre più aggressiva politica estera sella Russia nei confronti di questi paesi.

 

Scisma ortodosso del 2018

Lo scontro con il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, che risale al 2014 con l’occupazione russa della Crimea, arrivò ad una rottura delle relazioni tra il patriarca di Mosca e il patriarca ecumenico Bartolomeo I alla fine del 2018, quando il cosiddetto Concilio di riconciliazione, riunito nella Basilica di Santa Sofia, portò ad una riunificazione tra la Chiesa ortodossa ucraina – Patriarcato di Kiev e la Chiesa ortodossa autocefala ucraina, eleggendo Epifanio primate della nuova Chiesa nazionale ortodossa; nel gennaio 2019, il Patriarcato di Costantinopoli riconobbe l’autocefalia, cioè il principio di autodeterminazione e di vera e propria indipendenza, della nuova Chiesa ortodossa dell’Ucraina. Il presidente ucraino Petro Poroshenko diede l’annuncio alla nazione, con toni solenni: “Questo giorno resterà nella storia come il sacro giorno della creazione della chiesa ortodossa locale autocefala di Ucraina, il giorno in cui finalmente riceviamo la nostra indipendenza dalla Russia”. Il Patriarcato di Mosca dichiarò “scismatica” la nuova Chiesa e riconobbe una diversa Chiesa ortodossa ucraina. Per Cirillo si trattò di una pesante sconfitta, con una perdita di territorio, numero di fedeli e autorevolezza sul piano internazionale.

Oggi, la posta in gioco è alta perché la guerra lanciata da Putin per riaffermare l’influenza russa nella regione è anche uno scontro sul futuro delle chiese ortodosse russe e ucraine. La chiesa russa non ha nascosto di ambire ad unire tutte le chiese sotto il patriarcato di Mosca, per controllare così anche luoghi sacri dell’ortodossia, come il Monastero delle grotte, fondato nel 1051 dai monaci Antonio e Teodosio, che sovrasta Kiev e milioni di credenti in Ucraina.

 

Divisioni nel fronte ortodosso

Non deve quindi sorprendere la diversa reazione delle chiese ortodosse russe e ucraine all’aggressione voluta da Putin. Dopo che il presidente Putin aveva annunciato la “speciale operazione militare” contro l’Ucraìna, Cirillo è rimasto in silenzio; poi, ha inviato un blando messaggio a tutti i fedeli della Chiesa ortodossa russa, invitando le parti coinvolte nel conflitto a “fare il possibile per evitare perdite tra la popolazione civile”, assistere i rifugiati e i bisognosi d’aiuto. Non solo non ha chiesto esplicitamente la fine delle operazioni militari, ma ha anche sostanzialmente avallato le giustificazioni storiche e ideologiche dell’invasione usate da Putin nei suoi ultimi interventi. Difficile non riconoscere che Cirillo ha reso la chiesa un agente del potere politico; come ha scritto Sergei Chapnin, “Oggi è del tutto evidente che Cirillo non è pronto a difendere il suo gregge – né il popolo dell’Ucraìna né quello della Russia – contro l’aggressivo regime di Putin. La sofferenza umana non è una delle sue priorità”[13].

Al contrario di Cirillo, le due principali chiese ortodosse ucraine si sono opposte apertamente all’invasione: Onufrio, metropolita di Kiev e primate della Chiesa ortodossa ucraina fedele a Mosca, e Epifanio I hanno entrambi chiesto a Putin di porre fine alla guerra.

Onufrio ha paragonato l’invasione russa all’omicidio di Abele da parte di Caino, affermando che, “purtroppo, la Russia ha iniziato azioni militari contro l’Ucraina: in questo momento fatidico vi prego di non farvi prendere dal panico, di essere coraggiosi, di dimostrare amore per la patria e amore vicendevole. In questo momento tragico, esprimiamo amore speciale per i nostri soldati, posti a guardia, protezione e difesa della nostra terra e del nostro popolo”. Il 2 marzo, a  Kharkiv, anche la chiesa ortodossa del Patriarcato di Mosca è stata in parte distrutta[14].

Domenica 27 febbraio, in un sermone teletrasmesso, il metropolita Epifanio ha esplicitamente sostenuto la resistenza: “Cari fratelli e sorelle, preghiamo e agiamo!”. Il nostro eroico popolo sta difendendoci dall’attacco della Russia, che sta gettando i suoi soldati e le sue armi sui nostri villaggi e le nostre città, e ogni ora della nostra resistenza motiva sempre più persone nel mondo a sostenere l’Ucraìna”[15].

Nonostante questa posizione del suo patriarca, all’interno della Chiesa ortodossa russa è emerso un piccolo ma significativo dissenso: un gruppo di 233 sacerdoti e diaconi ha sottoscritto un appello che definisce la guerra “fratricida” e invita al cessate il fuoco: “Piangiamo il calvario a cui i nostri fratelli e sorelle in Ucraina sono stati immeritatamente sottoposti. […]  Ci rattrista pensare all’abisso che i nostri figli e nipoti in Russia e Ucraina dovranno colmare per ricominciare ad essere amici, a rispettarsi e ad amarsi […]”. In attesa della prossima Domenica del Perdono, il documento ricorda che «le porte del cielo saranno aperte a tutti, anche a coloro che hanno peccato pesantemente, se chiederanno perdono a coloro che hanno disprezzato, insultato o ucciso per mano loro o per loro volere» e che “nessun appello non violento per la pace e la fine della guerra dovrebbe essere respinto con la forza e considerato come una violazione della legge, perché questo è il comandamento divino: Beati gli operatori di pace”. L’appello si conclude con un invito al dialogo, perché «solo la capacità di ascoltare l’altro può dare la speranza di una via d’uscita dall’abisso in cui i nostri Paesi sono stati gettati in pochi giorni”[16]. Altre firme si stanno aggiungendo.

[1] “Regno-attualità”, n. 22 (2008), p. 733.

[2] Cfr. Adriano Roccucci, Stalin e il patriarca. La Chiesa ortodossa e il potere sovietico, Einaudi, Torino 2011.

[3] Marlène Laruelle, Commemorating 1917 in Russia: Ambivalent State History Policy and the Church’s Conquest of the History Market, “Europe-Asia Studies”, 71 (2) 2019, pp. 249–267.

[4] Zuzanna Bogumił, Dominique Moran, Elly Harrowell, Sacred or Secular? ‘Memorial’, the Russian Orthodox Church, and the Contested Commemoration of Soviet Repressions, “Europe-Asia Studies”, 67 (9) 2015, pp. 1416–1444.

[5] Per un’analisi della revisione costituzionale, v. i contributi di G. Lami, A. Di Gregorio, M. Ganino, I. Galimova, V. Nikitina, G. Codevilla e A. Vitale in “Nuovi Autoritarismi e Democrazie: Diritto, Istituzioni, Società”, 2020, n. 1, pp. 133-257.

[6] Su questo tema, v. Giovanni Codevilla, Chiesa e Impero in Russia. Dalla Rus’ di Kiev alla Federazione Russa, Jaca Book, Milano 2011.

[7] Cit. in Cristina Carpinelli, La “nuova” Costituzione russa e il suo codice di civiltà, “Nuovi Autoritarismi e Democrazie: Diritto, Istituzioni, Società”, 2021, n. 1, pp. 67.

[8] Dmitry Medvedev, “Speech at the Joint Session on Cooperation between the State Authorities and Religious Organizations” (11/03/2009), https://ift.tt/VHDBIjs.

[9] Cfr. Giovanni Codevilla, Lo zar e il patriarca. I rapporti tra trono e altare in Russia dalle origini ai giorni nostri, La Casa di Matriona, Milano 2008, p. 423 ss.

[10] Kirill, “The Patriarch’s Address to the Attendants at the WW II Memorial” (11/09/2011), http://www.patriarchia.ru/db/text/1620086.html (visto il 25/02/2022). Cfr. Alicja Curanović, The Sense of Mission in Russian Foreign Policy: Destined for Greatness!, Routledge, New York 2021.

[11] Ria Novosti, “The Church Considers the Verdict on Sokolovskiy to Be Humanistic” (11/05/2017), http://ria.ru/20170511/1494083853.html (visto il 25/02/2022).

[12] Rossija 24, “The Christmas Speech of the Patriarch Kirill” (07/01/2016) https://www.youtube.com/watch?v=blsVrPWAAuQ (visto il 25/02/2022).

[13] Sergei Chapnin, Patriarch Kirill and Vladimir Putin’s Two Wars, “Public Orthodoxy”, https://ift.tt/n804C6Z.

[14] Dall’inferno di Kharkiv: Colpiti uffici di curia e la chiesa ortodossa russa, “Vatican News”, 3 marzo 2022, https://ift.tt/5j9XUwx (visto il 3 marzo 2022).

[15] Also at Stake in Ukraine: the Future of Two Orthodox Churches, “New York Times”, 2 marzo 2022, https://ift.tt/JgOZp8w.

[16] I sacerdoti ortodossi russi: nessun appello alla pace dovrebbe essere respinto, “Vatican News”, 2 marzo 2022, https://ift.tt/Bf6sKnN (visto il 2 marzo 2022).

Massimo Rubboli è stato docente di Storia dell’America del Nord e di Storia del Cristianesimo presso l’Università di Genova, Macerata e Firenze.

L’articolo La guerra santa di Putin e Kiril proviene da DiRS GBU.

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(Giacomo Carlo Di Gaetano)

Della seconda opzione “difendere la fede” abbiamo già un’idea: secoli di cristianesimo hanno fatto dell’apologetica sia una disciplina accademica rispettata sia un passaggio da cui non si può prescindere quando si vuole anche solo condividere il vangelo. Ne dovrebbero sapere qualcosa gli studenti universitari cristiani che, nello sforzo di condividere il vangelo “da studente a studente”, si trovano spesso nella necessità di rispondere a sfide che insinuano la falsità o l’irrilevanza di alcuni tratti della fede.

Sulla prima opzione, “curare la fede”, al contrario, siamo più incerti. Che cosa potrebbe mai significare? Il percorso è accidentato anche per il fatto che quando si parla di “fede” si corre il rischio di mescolare piani diversi: da quello antropologico dell’atto del credere, comune a tutte le culture e indifferente agli “oggetti di fede”, a quello epistemologico in cui  ci si interroga se una credenza, vera, possa mai essere giustificata e razionale, sino a quello più propriamente teologico espresso nella famosa formula latina del credo quia absurdum e che, secondo tutte le tradizioni cristiane sarebbe, insieme alla salvezza che ottiene, un “dono” (Ef 2).

Forse, per tentare di aprirci un varco nella giunga delle definizioni della fede al cui rigoglio hanno contribuito tutte le più grandi intelligenze della storia del cristianesimo (da Agostino a Calvino, passando per Tommaso e giungendo a Kierkegaard, Barth etc.), potrebbe venirci incontro la distinzione di scuola tra la fede nella sua accezione soggettiva, nel senso di “credere che”, scenario questo implicante assenso, fiducia, adesione, etc. (fides quae) e la fede nella sua accezione oggettiva, sinonimo di contenuti cognitivamente delineabili (dogmi, dottrine o più semplicemente proposizioni teologiche) – fides qua.

Ebbene, a prima vista, sulla scorta di questa distinzione, non avremmo dubbi nel destinare alle mani della “cura” la prima accezione di fede.

Un altro passo opportuno nel cercare di dimostrare la necessità della cura per la fede è quello di identificare quali possano essere le possibili malattie. A questo proposito si potrebbe dire che, in prima approssimazione, le aree o i contesti all’interno dei quali sembrano presentarsi le patologie del credere siano sostanzialmente due: una ad extra e l’altra ad infra.

Una fede malata potrebbe manifestarsi nel modo in cui essa tenta di comunicare i suoi contenuti all’esterno, a chi credente non è (da fede e a fede).
Nella stagione del “nuovo ateismo” i campioni di questo movimento, dai contorni e dalle fattezze più anglosassoni – bisogna dirlo – sostenevano che la religione, e il cristianesimo in particolare, fa male alle persone e alle società. Questa pregiudiziale ha fatto scorrere fiumi di inchiostro apologetico per dimostrare il contrario, vale a dire che il cristianesimo non fa male alla gente.
Tuttavia gli apologeti più acuti hanno saputo cogliere in questa insinuazione un segnale, un indizio sul fatto che dall’altra parte della barricata della fede il malessere non sorgeva solo e unicamente da posizioni ateistiche o agnostiche pregiudiziali. No, il malessere poteva sorgere per le posture e le forme del credere.

L’impennata e la diffusione negli ultimi vent’anni dell’interazione social ha drammaticamente dimostrato che l’intuizione era vera. Nei blog, nelle chat e nelle discussioni tematiche è ormai consuetudine assistere a virulente contrapposizioni condite da hate speech, tutte in nome di una conclamata volontà di difendere il cristianesimo contro una serie di nemici più o meno immaginari.

E poi c’è stata l’era trumpiana, con il motore della galassia evangelicale (ricorriamo volutamente un termine che non ci piace), vale a dire l’evangelismo nordamericano, che è si è letteralmente ingrippato nell’incapacità di gestire il rapporto tra fede e politica, nella risorgente questione razziale e nell’ossessione per i peccati sessuali, etc.

E poi c’è stata la pandemia, con il corollario di NO MASK, NO VAX, restrizioni alla libertà, con una punta di anticristo, microchip e compagnia cantando.

Dal 13 al 15 Maggio si terrà il 15° Convegno di Studi Nazionale GBU. Vedi le info nella pagina dedicata di questo sito

C’è qualche cosa che non va nella fede … e abbiamo solo guardato in casa nostra; non ci permettiamo di gettare lo sguardo nelle tradizioni altrui (cattolicesimo, mondo ortodosso, protestantesimo storico che si usa definire liberale), per tema di non cadere nel rimprovero del Maestro sul fuscello e la trave!

Possiamo poi fare una puntata nella storia per renderci conto che la necessità di “curare” la fede è un’esigenza riaffiorante continuamente nella storia del cristianesimo.

Pensiamo per un attimo ai tanti mea culpa che le chiese cristiane hanno espresso all’indomani della shoah; il cristianesimo che ha partorito l’olocausto (non solo quello dei cristiani nazionalsocialisti) è un esempio lampante di un credere malato che ha condotto a una prassi (lo sterminio degli ebrei) non solo atea e incredula o miscredente ma addirittura diabolica (si ricordi, … anche i demoni credono …). Sì, tutto ciò che ha portato i “cristiani”, tutti i cristiani, incluso i “nati di nuovo”(born again o wiedergeboren), a chiedere perdono e a rivedere e ripensare che cosa, nel loro credere, ha portato a un così clamoroso autogol, è una dimostrazione che la fede, il credere può essere malato in forme più o meno gravi e dunque bisognoso di cura.

Fin qui abbiamo parlato del contesto ad extra in cui si può manifestare una fede bisognosa di cura. Dovremmo parlare dello scenario ad infra, vale a dire dell’enorme bisogno di cura che la fede ha quando la usiamo come moneta di scambio – la intendeva più o meno così Paolo quando scriveva la famosa Lettera ai Romani ai cristiani della capitale dell’Impero – tra persone, gruppi, chiese, organizzazioni che sostengono di avere una fede “comune”. Oggi trovarsi d’accordo su un qualcosa su cui costruire è un’impresa con difficoltà accresciuta a cui non bastano le panacee delle formule organizzative: alleanze, coalizioni, comunioni, accordi, etc. Se solo pensassimo alla tematica della tutela sanitaria, scopriremmo che la divisione su questo punto è trasversale a tutte le famiglie evangeliche.

Esiste dunque una fede da curare; essa si manifesta all’esterno, e ci fa fare brutta figura, quando non ci fa passare per ipocriti; e si manifesta all’interno, rendendo instabile e scivoloso qualsiasi terreno comune.

Veniamo allora al discorso delle patologie che sarebbero dunque tutte dalla parte dei soggetti, individuali o collettivi, chiese, denominazioni/confesisoni, tradizioni teologiche ma anche semplici opinionisti dietro una tastiera che declamano la propria fede sui social. Cerchiamo di delineare tipologie di patologie della fede, di stilare una casistica.

Il dubbio è sicuramente un antico male che serpeggia nelle pieghe del credere. Fa capolino qua e là anche nei documenti della rivelazione ebraico-cristiana. A volte è associato alla sofferenza (Giobbe?) altre volte al consumarsi del tempo e allo sterilizzarsi delle aspettative (2 Pietro). Il dubbio, anch’esso, ha molte facce. C’è un dubbio amico della fede, che stimola il credere affinché giunga a certezze. Cartesio lo aveva reso metodico; Pascal lo trasforma in una scommessa. Ma non è questo il dubbio che rende la fede da curare. Tutt’al più la rende onesta!
Una fede da curare, perché contagiata dal dubbio, è forse una fede che non riesce a scorgere più la trascendenza del suo oggetto di fede. Se razionalmente e proposizionalmente questa fede può articolare il suo credo nella sovranità di Dio, nella presenza dello Spirito, dall’altro lato si si insinua il sospetto se sia questo il modo giusto di rapportarsi a ciò o a chi si crede.
E siccome gli oggetti di fede non sono disponibili (le qualità di Dio sono invisibili, ricorda Paolo in Romani e bisognose di un lavoro di decifrazione), ecco che il dubbio si imbarca in progetti di gestione di ciò che non si vede e non si dispone. Se lo Spirito una volta è stato spettacolare e se può esserlo ancora, magari solo qualche volta, allora bisogna costruire per lui delle strade che lo obblighino a essere sempre disponibile! Questa è l’altra faccia della medaglia di una fede malata di dubbio: il tentativo di curarla con iniezioni di professionalismo religioso.

La presunzione e l’arroganza sono al contrario manifestazioni di una fede che ha scambiato il trascendente per una certezza positiva. Le dottrine complesse, i passaggi poco chiari, niente impensierisce il credente presuntuoso. La lettura del testo biblico non rivela la presenza di hard sayings; la composizione del creduto è simile alla composizione di un composto chimico: una molecola di pessimismo, tre di escatologismo di tutti i tipi, un po’ di demonologia, il tutto diluito in una soluzione di analisi pseudo–sociali ed economiche (big pharma, massoneria, piani segreti del vaticano per riportarci a Roma, etc.). Il credente presuntuoso è un alchmista quanto a capacità di maneggiare la Bibbia, la teologia e la tradizione. Ma non ha dubbi.
Solo che in questo caso la certezza raggiunta non è l’antidoto alla patologia precedente (il dubbio spirituale); piuttosto una patologia di altra natura. La cosa singolare è che la fede presuntuosa si contrappone alla scienza ma fa suo l’impianto epistemologico del peggiore scientismo. Lo si vede nelle forme estreme di creazionismo: la terra giovane e altre curiose certezze hanno il valore di postulati scientifici in quanto “fondati” su comparazioni punto a punto tra un versetto e la dimostrazione scientifica. Che Dio abbia creato non è più un articolo di fede (per fede intendiamo che … Ebrei 11) ma una certezza scientificamente dimostrabile!

Il dogmatismo; questa è forse la patologia dei credenti giovani, instancabili, belli e dedicati totalmente e fedelmente a una tradizione teologica. Ne conoscono i simboli, ne rivisitano le pagine gloriose, magari nascondendo quelle meno presentabili come i conflitti e l’intolleranza (tutte le tradizioni teologiche divengono intolleranti non riuscendo a gestire la dissidenza interna). Nel dogmatismo il fondamento della fede non è Gesù Cristo ma una scatola che lo contiene e fatta di credi e confessioni dell’anno x piuttosto che dell’anno y. Se la seconda patologia ama i social e i post delle bacheche, questa ama i mezzi scintillanti della tecnologia web. Sfondi scuri fanno emergere divi del pulpito che ci raccontano come bisogna essere centered, ma nel frattempo ci stanno rifilando una tradizione dogmatica. Perché la fede che cerca un qualificativo tratto da una tradizione teologica, che si esprime vantando un’identità teologica è una fede malata e da curare. Già solo il discorso su dove si poggia l’atto del credere sarebbe sufficiente per una diagnosi allarmata. Ma c’è il problema più serio di come lo spazio della fede comune risulti ingombrato dalla necessità di gestire le differenze delle fedi dogmatiche. In genere la soluzione si trova sul piano della gestione delle influenze, del “potere”. Esiste nella galassia evangelica un problema relativo al “potere”; lo denunciavano a Città del Capo gli ideatori del Terzo Congresso di Losanna, tra le tre gravi forme di idolatria dell’evangelismo mondiale.

Potrebbero esserci altre patologie; ne segnaliamo un’altra, molto particolare. Dal clima velenoso che si respira nei social, frequentato con incursioni più o meno “spirituali” da parte di “credenti” di varia provenienza, potrebbe sorgere facilmente un’obiezione, che potrebbe anche essere una sorta di diagnosi per quest’altra patologia: e voi che parlate di fede da curare, chi siete? non è forse da curare la vostra fede che appare liberal, soggetta al politically correct, tiepida, che flirta con posizioni progressiste, etc?

Quando si parla di social e si parla NEI social, difficilmente si esce dalla palude “del chi sono io e chi sei tu”; e forse anche questa è una manifestazione precipua di una fede da curare. A nulla serve l’esibizione di titoli, percorsi accreditanti, etc. Allora accogliamo la sfida e collochiamoci anche noi tra coloro che hanno una fede da curare.
Come rispondiamo? Certo, una fede che si esprime con proposizioni ipotetiche, che sembra corteggiare piuttosto che rimproverare, accarezzare piuttosto che scuotere … è sicuramente una fede che fa pensare, o meglio preoccupare.

Si potrebbe dire, però, che di tutte le patologie elencate abbiamo parlato della modalità di espressione della fede. Bisogna decidere se la fede da curare nella sua espressione sia un epifenomeno  una fede che abbia rinunciato a posizioni “di fede” forti. Ma questo sarebbe tutto da dimostrare. E chi scrive non crede che una fede da curare, che sia del tipo dubbiosa o arrogante o dogmatica abbia di per sé rinunciato o abdicato a fondamenti indispensabili affinché quella fede sia una fede cristiana.
Tuttavia aggiungiamo anche quest’altra patologia: la chiameremo una fede liberal.

Come se ne esce? E quali rimedi?

La fede, nella migliore tradizione evangelica dovrebbe essere il luogo in cui si manifesta la grazia, posto che sia irrinunciabile l’assunto riformista: siamo salvati per grazia mediante la fede (sola fide). Che cosa accade se nel luogo in cui si dovrebbe incontrare la grazia, chi ci guarda scopre l’orgoglio identitario e la certezza positivista o anche il tentennamento e l’indecisione liberal? La fede dovrebbe essere, per noi evangelici, il luogo e lo spazio della rinuncia a se stessi e il posto in cui si canta, e si vive, Just As I am (Così qual sono) e Amazing grace (Stupenda grazia).

E la fede – come dicevamo sopra – è anche una moneta che ci scambiamo fra di noi: il Nuovo Testamento parla spesso della fede “che ci è comune”. Quale? Verrebbe da chiedersi, dopo aver passato in rassegna, anche solo superficialmente, la tassonomia delle patologie della fede da curare. C’è modo veramente di chiedersi che cosa unisce i cristiani che dicono di sottomettersi all’autorità della Bibbia.

La natura non strutturata di queste riflessioni porta necessariamente a essere intuitivi e destrutturati nella risposta. Fedeli a questa impostazione ci sembra opportuno rilanciare, a mo’ di sfida a tutti quanti noi, solo due dei tanti scenari che la Bibbia (entrambe le due parti) costruisce intorno alla fede che rivela grazia e riesce a far concordare.

Da un lato abbiamo l’immagine della fede come appoggio (Isaia 7: la fede fa sussistere). Questa immagine implica la coscienza netta e nitida di quale sia l’appoggio, dove ci si sta appoggiando, veramente (Paolo parlerà di fondamento). Per curare la fede dobbiamo sempre e nuovamente chiederci se nel nostro atto di abbandono intravediamo Gesù Cristo e la sua croce. È lì che siamo chiamati ad appoggiarci ed è questo dipendere da Cristo e dalla croce che dovrebbe essere visto all’esterno.

Dall’altro lato abbiamo un risvolto etico della fede. Paolo parla “dell’ubbidienza della fede” (Rom 1); l’espressione è complessa, non c’è dubbio. Ma è altrettanto indubbio che essa, lungi dal richiamare pastoie tridentine o inciuci tra fede e opere, evoca immancabilmente il piano etico. Dobbiamo ricordarci di Giacomo 2. La fede ha in sé un principio di ubbidienza e l’ubbidienza è un incipit per un’etica segnata dalla croce (l’ubbidienza del Figlio).

È indubbio dunque che una fede sana, che vuole sanificarsi, deve continuamente indagare la natura del proprio fondamento e interrogarsi sulle implicazioni etiche di ciò che crede. In che modo allora il nostro credere è cifra, indizio, di un qualcosa di migliore, di benedetto, al quale il primo a tendere, senza pensare di esservi giunto definitivamente è proprio il credente?

Forse potremmo concludere questa lunga galoppata, sperando di unire tutti nel desiderio di curarci quanto al nostro modo di credere, facendo nostre le parole di un fortunato interlocutore del nostro Maestro: Io credo, vieni in aiuto alla mia incredulità!

 

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Missione urbana

(M. Volf)

Miroslav Volf, Contro la marea, di prossima pubblicazione presso Edizioni GBU

Quando nel 1997 visitai un sobborgo di Baltimora chiamato Sandtown, il ricordo più vivo che conservo è quello di un fastidioso e stridente contrasto. Ricordo un intero agglomerato di case abbandonate, ognuna somigliante a un grande teschio, con il vuoto buio che veniva fuori dalle porte e dalle finestre rotte e la vita che beffardamente l’aveva abbandonata. Nel mezzo di questi ruderi, comunque, c’era una strada brulicante di vita. Le case erano state riparate e dipinte con brillanti colori, i vicini chiacchieravano fra di loro, i bambini stavano giocando per le strade. Era come se in questo posto una sorta di risurrezione avesse rivestito le ossa secche della morte urbana con una pulsante carne di vita. Al cuore di questa improbabile trasformazione vi era una piccola compagnia di cristiani. Si chiamava New Song Community (Comunità del Canto Nuovo).

To live in Peace (2002) è un’opera che racconta la storia di questa comunità e offre una spiegazione per la sua missione all’interno della città. L’autore, Mark Gornik, rispondendo a una chiamata proveniente da Dio, è stato tra i primi ad andare ad abitare a Sandtown. Il libro dà un’eloquente testimonianza di vita, prendendo come modello l’amore di Cristo che si dona, ispirato dallo Spirito di vita, con vite che qui trasformano un panorama urbano senza speranza in un luogo del Dio della pace.

Per leggere in maniera appropriata questo libro, andate direttamente al quinto capitolo, dal titolo «Cantare un nuovo canto». Questo capitolo, con la storia della graduale risurrezione di Sandtown, è il cuore del libro. Senza di esso le importanti riflessioni teologiche e sociologiche che precedono e seguono non possono essere pienamente comprese. Ispirato dall’opera pioneristica di John Perkins sullo sviluppo delle comunità (le sue famose tre “R”: Ricollocazione, Riconciliazione e Redistribuzione), Gornik e Allan Tibbles si sono mossi nel vicinato non armati di qualche «piano o programma», ma solo con la convinzione che «la chiesa di Dio è la comunità riconciliata che porta giustizia nei punti di più grande sofferenza del mondo».

Iniziarono ad andare in giro nella comunità sin da quando, secondo una testimonianza che parlava «della capacità di grazia di Sandtown», si sentirono accolti. Da allora, come afferma Gornik, tutto dipese non tanto dallo sforzo di quei pochi che andarono ad abitare a Sandtown, quanto da quello dei molti che non l’avevano abbandonata «durante i tempi duri». Dapprima sorse una comunità ecclesiale, poi le case arrivarono a prezzi abbordabili per tutti, poi ancora il drastico miglioramento del sistema educativo e sanitario locale. Infine fu messa in piedi un’efficiente strategia per l’occupazione. Gli obbiettivi sono facili da enumerare, ma ogni passo raggiunto con successo ha richiesto un miracolo di coraggio e tenacia.

Ho finito il libro colpito e provocato in molte maniere. In primo luogo è una sfida personale. Gornik e Tibbles non hanno scelto di perseguire il confort del servizio cristiano in ambienti della classe media. Al contrario, hanno deciso di ricollocarsi in un posto desolato e senza speranza. Per Tibbles questa era una sfida molto speciale: è quadriplegico, sposato, e padre di due ragazze. Ciò che mi ha colpito non era soltanto la robusta santità dei due uomini, ma come se ne rivestivano con leggerezza, senza sforzo o autocelebrazione.

In secondo luogo, è una sfida ecclesiale. Nonostante la retorica del servizio reso al mondo, le chiese spesso soccombono alla tentazione di vivere in primo luogo per se stesse, far crescere i loro numeri, incrementare i loro programmi, costruire nuovi edifici. Per la New Song Community, la chiesa significa essere per gli altri, con gli altri, specialmente con i più bisognosi. «I ministeri di giustizia e riconciliazione non sono aggiunte che stanno fuori dal campo della chiesa», ma sono «costitutivi della vita ecclesiale unita a Cristo».

La terza sfida concerne il carattere del servizio. Troppo spesso tutti aiutiamo i bisognosi in una maniera tale da umiliarli. Anche il discutere di “potenziamento” è un qualcosa che ti lascia un sapore amaro di condiscendenza. Il libro To live in Peace è tinto di profondo rispetto per la dignità dei bisognosi. Non sono gli “altri” per cui deve essere fatto qualcosa, ancor meno gli ignoranti che devono essere istruiti o gli indisciplinati che devono essere disciplinati. Sono membri di famiglia che sono incappati in tempi difficili e devono essere  incoraggiati e aiutati.

In quarto luogo, la sfida di collegare la fede con la vita. Gornik argomenta ripetutamente contro l’idea di affrontare il problema delle periferie con progetti preconfezionati che, o derivino dalla fede o siano informati da tesi secolari (sebbene il libro faccia un grande uso di suggestioni teologiche e sociologiche). Al contrario, suggerisce una duplice strategia: 1. mantenere l’attenzione sul punto verso cui è necessario che la comunità si muova (lo shalom della nuova creazione di Dio) e sul sentiero su cui bisogna camminare (l’amore di Cristo che si dona) e 2. concentrarsi «sul fare fedelmente mille piccole cose in un periodo di diversi anni».

Infine, il libro è una sfida per chi pensa a iniziative basate sulla fede. Gornik sa che la chiesa ha risorse significative e uniche per rivolgersi ai bisogni delle periferie; il suo libro è una spiegazione di queste risorse. Tuttavia avverte che l’attuale enfasi sulle iniziative basate sulla fede personalizza eccessivamente la povertà e il cambiamento sociale e non dà attenzione sia «ai bisogni di infrastrutture e capitali» sia alla dimensione strutturale della povertà. Gornik si rifiuta di essere preso da false alternative tipo l’attenzione per le persone o per le strutture. Se le comunità devono vivere in pace bisogna indirizzarsi su entrambe, e perciò sia la chiesa sia i governi hanno un ruolo da giocare.

La saggezza cristiana, l’impegno e il coraggio inscritti nel libro di Gornik e incarnati nella New Song Community sono straordinari. Spero che tutti possano cogliere qualcosa dalla visione di Gornik: «Guidati dalla convinzione che Cristo crocifisso crea spazio per l’abbraccio degli altri e che lo Spirito del Cristo risorto porta nuova vita», le chiese possono e devono servire «a portare avanti lo shalom nelle periferie cittadine».

 

L’articolo è tratto dal libro Contro la marea, di prossima pubblicazione presso Edizioni GBU

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(di Nicola Berretta)

È di questi giorni una notizia che ha suscitato notevole clamore mediatico, oltre che giustificato stupore, per i risultati ottenuti da un team dell’Università di Losanna, e appena pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature Medicine. Tre pazienti, costretti da anni a muoversi su una sedia a rotelle in conseguenza di traumi subiti alla colonna dorsale, hanno recuperato la facoltà di alzarsi e camminare, grazie all’impianto di sofisticati sistemi di stimolazione posti a livello della colonna vertebrale e governati elettronicamente.

Questo gruppo di ricerca svizzero da anni lavora su sistemi di interfaccia uomo-macchina, capaci di imitare i segnali nervosi che nascono nel nostro cervello e che poi vengono trasmessi giù, lungo il midollo spinale – quel prolungamento del sistema nervoso che decorre all’interno della colonna vertebrale – per dare il via a quella sequenza coordinata di movimenti degli arti inferiori che ci consente di camminare. Un po’ come avere una giostra di cavalli che girano muovendosi su e giù, governata da un cavo di alimentazione che ne avvia il sistema. Il trauma spinale è paragonabile a un taglio di quel cavo: la giostra si ferma. Ma la giostra è ancora lì, pronta a muoversi in modo armonico e coordinato, se solo gli arrivasse di nuovo quel segnale d’avvio.

Per anni tanti laboratori hanno cercato il modo di riattivare la giostra tentando di riparare il cavo di alimentazione, cioè a dire concentrandosi sui meccanismi di rigenerazione delle fibre nervose recise dal trauma spinale, con qualche successo, ma anche incontrando tanti ostacoli che qui tralascio. Questi ricercatori svizzeri hanno invece pensato a un modo per riavviare la giostra indipendentemente dal cavo tranciato. Hanno infatti posizionato degli elettrodi a livello dei centri nervosi del midollo spinale responsabili della deambulazione, e hanno generato attraverso questi dei segnali elettrici che imitano quelli che in precedenza giungevano alla giostra attraverso il cavo. E funziona!

È davvero straordinario vedere e leggere le testimonianze di chi ha vissuto per anni sognando di poter camminare, magari dolendosi per quel malaugurato giorno in cui, per un incidente o per una stupida ragazzata, è accaduto l’irreparabile. Quel sogno diviene realtà. Un’emozione indescrivibile per questi pazienti paraplegici e una luce di speranza concreta per tanti altri.

Questa notizia penso che ci solleciti ancora di più a riflettere sulle implicazioni etiche di questi progressi tecnologici, che rendono oramai sempre più alla nostra portata la capacità dell’uomo di interagire con le funzioni del nostro sistema nervoso centrale. Tuttavia, vorrei farne uno spunto per riflettere su due altre tematiche altrettanto attuali.

La prima è legata a una verità che purtroppo i mass-media sottacciono, per timore di urtare la sensibilità della nostra “società da supermarket”. Uso questo termine ironico per contrapporla a quella di qualche decina d’anni fa, quando da bambino accompagnavo mia mamma a fare la spesa. Se dovevamo comprare la carne, si andava dal macellaio, dove occorreva fare attenzione a non sporcare le suole delle scarpe in quelle mattonelle bianche, sporche per i goccioloni di sangue che cadevano dalle teste penzoloni dei quarti appesi di vitello. Oggi invece si va al supermarket. La carne è bella pulita e incellofanata, e non abbiamo la nostra sensibilità urtata dal “costo” che c’è dietro quella bistecca o quel petto di pollo.

Questi ricercatori di Losanna non si sono svegliati una mattina con una bella idea in testa. Non hanno chiamato da un giorno all’altro un ingegnere elettronico per costruire sofisticatissimi microchip. Non hanno fatto solo delle simulazioni sul computer, ascoltando musiche di Bach o le Quattro stagioni di Vivaldi, assorti nel mare delle loro teorie. Questi studi sono stati preceduti da anni di ricerche svolte su animali. Su ratti e, soprattutto, su macachi. E non sto parlando di scimmie raccolte pietosamente dalla foresta pluviale del Borneo perché cadute inavvertitamente dagli alberi, avendo tristemente subito un trauma spinale. Sto parlando di animali resi sperimentalmente paraplegici apportando una sezione del loro midollo spinale. Senza il “costo” pagato da quegli animali, intenzionalmente privati del movimento degli arti, noi non potremmo oggi stupirci nel vedere quelle immagini di chi si alza finalmente dalla sedia a rotelle per realizzare quel sogno a lungo agognato di poter di nuovo camminare.

Tutto ciò è eticamente accettabile? Io credo di sì, ma per dirlo occorre mettere bene a fuoco le basi etiche su cui ciascuno fonda le proprie convinzioni circa il valore della vita umana in rapporto al valore della vita degli altri esseri viventi. Non possiamo infatti permetterci il lusso di accettare per buono qualcosa solo sulla base del beneficio che ne possiamo trarre. Se così fosse, potremmo giungere all’estremo di giustificare le peggiori efferatezze a costo della vita umana, laddove ne possiamo individualmente trarre utilità. Su questo tema, mi viene in mente un film del 1996 con Gene Hackman e Hugh Grant, Soluzioni estreme, in cui è proprio la sofferenza delle persone paraplegiche a divenire la base per giustificare l’utilizzo di barboni senzatetto come cavie umane per praticare lesioni del midollo spinale e testare terapie riabilitative.

La seconda tematica è quella del rapporto tra fede in Dio e progresso scientifico. Non mi riferisco al tema classico della supposta antitesi tra fede religiosa e pensiero scientifico, ma a come trovare un giusto equilibrio, come credenti, tra la nostra fede nell’intervento di Dio, anche straordinario, miracoloso e razionalmente inconcepibile, e la possibilità di avvalerci dei risultati del progresso scientifico.

Il Vangelo ci parla di Gesù che guarì la suocera di Pietro da una febbre (Mt 8:14-15). Forse oggi un antibiotico sarebbe più che sufficiente a guarirla. Il Vangelo ci parla di zoppi che riprendono a camminare e ciechi che recuperano la vista. Alla luce di questi progressi delle neuroscienze e delle nanotecnologie non è così fuori luogo immaginare un futuro non lontanissimo in cui i ciechi recupereranno la vista con un microchip nell’occhio e tanti infermi riprenderanno a camminare grazie all’ulteriore sviluppo delle tecnologie qui menzionate. Stiamo togliendo spazio alla possibilità di un intervento diretto di Dio nella vita umana attraverso il progresso della scienza? Stiamo forse rendendo Dio superfluo?

Questa domanda non è così peregrina. Questo periodo di pandemia da Covid19, tra le tante cose, ha messo allo scoperto la realtà di questa contrapposizione, laddove non pochi sono stati quei cristiani che non si sono voluti sottoporre a vaccinazione, alle volte giustificando questa scelta con la convinzione che vaccinarsi metterebbe in luce una mancanza di fiducia nel Signore, col fare affidamento sulla scienza, sull’uomo, piuttosto che su Dio.

Meno male che ci pensa proprio Gesù, in occasione di uno di questi miracoli, a toglierci le castagne dal fuoco. In un noto episodio del Vangelo, in cui un gruppo di amici portano con varie peripezie uno zoppo davanti a lui affinché lo guarisca (Lc 5:17-26), Gesù inizialmente non bada a quel bisogno fisico e dimostra piuttosto la sua autorità divina rimettendo i peccati di quell’uomo. A fronte delle obiezioni scandalizzate di alcuni presenti, Gesù domanda: «Che cosa è più facile, dire: “I tuoi peccati ti sono perdonati”, oppure dire: “Àlzati e cammina”?». Bella domanda. Una domanda che, alla luce di questi progressi tecnologici, ci sfida ancora oggi.

Non so se nel porre questa domanda Gesù già anticipasse un’epoca in cui far camminare uno zoppo non sarebbe più stata quell’evento straordinario che era a quel tempo. Di certo Gesù sfidava gli uomini di quell’epoca, e continua a sfidare anche l’uomo odierno a riflettere su quale sia il nostro vero bisogno, un bisogno che nessun progresso scientifico e tecnologico riuscirà mai a risolvere, un miracolo che solo Gesù può compiere: il perdono dei nostri peccati e la riconciliazione con Dio. Il miracolo del perdono è talmente grande e straordinario da rendere quell’Alzati e cammina una bazzecola, un banale gioco da ragazzi. Quando dunque pensiamo che utilizzare il progresso scientifico per il nostro benessere fisico equivalga a mettere Dio da parte, per certi versi rendiamo Dio davvero piccolo piccolo. Pensiamo di onorarlo, ma in realtà lo svalutiamo, mettendolo Dio sullo stesso piano di quei pur grandi scienziati di Losanna. Grandi e stupefacenti per noi, ma granelli di polvere davanti a Dio.

(Nicola Berretta, DiRS-GBU, Ricercatore Laboratorio di Neurologia Sperimentale
Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma)

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E’ notizia di ieri che il vescovo anglicano Desmond Tutu ha lasciato questa terra. Tutu è stata una delle figure più rappresentative del cristianesimo alla fine del secolo scorso ed ha dato un contributo importante al processo di cancellazione delle regole dell’apartheid in Sud Africa, aiutando una delle più pacifiche “rivoluzioni” avvenute negli ultime decenni.

Bisogna però ricordare che, al contrario di Mandela, Tutu è stato ed è voluto essere in primo luogo un uomo di chiesa. Formatosi nell’infanzia in un ambiente metodista (quello che in Sudafrica ha sempre avuto una posizione di netta condanna nei confronti della segregazione razziale), l’incontro con il vescovo anglicano Tom Huddleston lo avvicinò a questa denominazione e gli permise (lui proveniente da una famiglia di umili origini) un’ottima formazione teologica al King’s College di Londra.

Tornato nel proprio Paese, Tutu nel suo primo periodo ministeriale, rimase piuttosto “indifferente” alla questioni più squisitamente politiche e cercò, in una situazione di chiara difficoltà, di predicare un Vangelo che fosse separato dai problemi che iniziavano ad attraversare il Paese e che avevano esautorato la popolazione di colore da qualsiasi possibilità di decidere il proprio futuro. La sua concezione del rapporto tra Stato e Chiesa era piuttosto laica ed a favore di una separazione delle due sfere. Questo, però, non impediva un impegno nel sociale e nella ricerca di alleviare dai problemi le fasce più svantaggiate della società. 

La svolta avvenne nel 1975, quando Tutu si trovò a ricoprire il ruolo di Decano della chiesa anglicana di Johannesburg, proprio quando scoppiarono le rivolte nel ghetto di Soweto che videro come risposta una durissima repressione da parte del governo bianco. Fu in quel momento che Tutu intensificherà la sua militanza teologico-politica che lo porterà ad una dura condanna del regime di apartheid ed al tentativo di cercare di “predicare” una società dove la razza non dovesse giocare alcun ruolo. Pur propendendo per una soluzione non violenta, non respinse anche la possibilità di azioni forti da parte di coloro che erano oppressi.

Divenuto vescovo di Città del Capo (il primo vescovo di colore anglicano in Sudafrica), Tutu continuò la sua militanza ed il suo essere schierato a favore della giustizia razziale e del ripristino di un regime giusto ed uguale per tutti. Le sue battaglie di questo periodo portarono l’Accademia di Oslo a conferirgli nel 1984 il Premio Nobel per la Pace. Si trattò di una chiara scelta politica dove gli Svedesi da una parte vollero mettere pressione sul regime dell’apartheid, dall’altra decisero di scegliere un esponente che lottava per la giustizia senza però posizioni di radicalizzazione e di violenza presenti in alcuni esponenti dell’African National Congress (di cui Tutu non ha fatto mai parte) e anche da parte di alcuni esponenti di chiese che erano più radicali nelle loro scelte, forse anche perché il loro ministerio non era all’interno di chiese multirazziali come lo è la Chiesa Anglicana in Sud Africa (mi riferisco qui ad esponenti teologicamente significativi ma anche discussi come il riformato Allan Boesak).

Nel 1994, con Nelson Mandela presidente (a cui lo legherà una profonda amicizia), Tutu sarà chiamato a coordinare e presiedere la Commissione per la Verità e la Riconciliazione che doveva cercare di dare un contributo alla nascita del nuovo Sudafrica, ricordando le ingiustizie commesse, ma cercando soprattutto la pacificazione tra le diverse componenti della società della nuova nazione. Il lavoro della Commissione è diventato un modello per le transizioni pacifiche da una situazione di regime autoritario e democratico, cercando di superare il modello di semplice condanna del passato (lo stesso Tutu affermava che il tentativo è stato quello di superare il modello Norimberga, in cui coloro che avevano perpetrato il male venivano semplicemente condannati) e volendo trovare la Verità per partire da questa per una riconciliazione tra le parti senza dimenticare il passato ma andando avanti. I lavori della commissione che sono ancora oggi un modello per il dibattito democratico odierno possono essere consultati al sito https://ift.tt/32BuaUg. Nonostante gli sforzi fatti e la pubblicazione di diversi volumi da parte della Commissione, il lavoro non è stato accettato da tutte le parti, anche se ha permesso una transizione pacifica al Paese che, pur vivendo ancora oggi diverse difficoltà, è diventata una democrazia piuttosto solida. Tutu ha continuato per il resto della sua vita, anche quando si è ritirato come negli ultimi anni, a combattere per le ingiustizie nei confronti dei più deboli.

Il vescovo sudafricano è noto soprattutto per le sue azioni che per le sue idee e per questo va ricordato e può essere oggi, senza retorica, affiancato (come già in molti hanno fatto) a uomini come Martin Luther King jr per quello che ha fatto. Questo, però, non impedisce di fare una rapida analisi del suo pensiero, contenuto soprattutto in opere che sono essenzialmente raccolte di discorsi e di predicazioni. In una interessante intervista rilasciata nel 1992 a Christianity Today (consultabile al link https://www.christianitytoday.com/ct/1992/october-5/prisoner-of-hope.html), Tutu mostra come il suo pensiero ha profonde radici bibliche e, in particolare, come spesso è accaduto per pensatori che hanno collegato le loro battaglie a percorsi di liberazione, fa riferimento ai libri profetici, abbondantemente citati nell’intervista. Non manca però un riferimento alla teologia paolina della riconciliazione e del perdono che è stata alla base dell’ultima parte del suo operato e che ha avuto come frutto il lavoro della commissione succitata, ancorata a sicuri valori cristiani. Il suo percorso è sempre stato “ecumenico” (ha anche lavorato per un certo periodo per il Consiglio Ecumenico delle Chiese) ed attento alle problematiche sociali e politiche, non dimenticando però il suo ruolo pastorale che è sempre rimasto al centro delle sue idee. 

Il lascito di Desmond Tutu è importante e deve far riflettere tutti noi come il cristianesimo si possa veramente mettersi al servizio della società in cui vive per renderla migliore e più giusta, senza per questo compromettere il messaggio di redenzione. Tutu, pertanto, rimane uno dei “profeti” del nostro tempo cui bisogna guardare quando ci si vuole realmente impegnare nella società, senza per questo compromettere la propria fede ed essere fedeli testimoni dell’annuncio di Cristo.

                                                                                                                                                      

Valerio Bernardi – DIRS GBU

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Riapriamo i contributi del Dirs, proponendo la traduzione con questo sermone di John Stott, pubblicato con il permesso della rivista Christianity Today, che qui ringraziamo. Il 2021 è l’anno per le celebrazioni di Stott, perché cade il centenario della nascita e il decennale della sua dipartita da questo mondo. Il predicatore inglese è stato uno delle persone più influenti del panorama evangelico del XX secolo. Ha dato alla missione cristiana uno spessore culturale notevole e, oltre ad essere stato l’ispiratore del Movimento di Losanna, ha ispirato diverse generazioni di pensatori evangelici. Abbiamo scelto di celebrare questo “gigante” della fede, dando la parola direttamente a lui, proponendo una sua predicazione, in cui si vede la sua profondità e tutta la sua grandezza come uomo di fede. Riteniamo anche che lo scritto sia di estrema attualità anche oggi e che la sua lettura del mondo contemporaneo fatta in diversi suoi libri (alcuni dei quali tradotti in italiano dalle Edizioni Gbu: il testo qui presentato riecheggia sicuramente Il messaggio del Sermone sul Monte,  https://ift.tt/3AiugMr ) sia una delle più efficaci. Tale lettura del mondo moderno si allinea perfettamente a quella di un movimento che vuole portare il Vangelo nel mondo accademico. Buona lettura. (Valerio Bernardi)

Quattro modi in cui i cristiani possono influenzare il mondo

Come possiamo essere sale della terra
di John Stott.

Alienazione è in origine una parola marxista e Karl Marx indicava con essa l’alienazione dei lavoratori dal prodotto del proprio lavoro. Quando ciò che ha prodotto è venduto dal padrone della fabbrica, è alienato dal frutto del proprio lavoro. Ma al giorno d’oggi la parola alienazione ha il più ampio significato di impotenza. Ogni volta che ci si sente impotenti da un punto di vista politico od economico, ci si sente alienati. Jimmy Reid, un ben noto consigliere marxista a Glasgow e leader dei lavoratori portuali del Clydeside, quando era rettore dell’università di Glasgow, ha detto, “L’alienazione è il grido degli uomini che si sentono vittime delle cieche forze economiche oltre il loro controllo. L’alienazione è la frustrazione delle persone comuni che sono escluse dai processi decisionali”. Abbiamo una qualche influenza? Abbiamo un qualche potere? Questo è il problema.

La parola influenza può talvolta essere usata per una sete di potere auto-rerefenziale, come nel famoso libro di Dale Carnegie Come trattare gli altri e farseli amici. Ma si può anche usare per indicare il modo disinteressato dei Cristiani che rifiutano di accettare lo status quo, che sono determinati a vedere che le cose cambino nella società e che desiderano di avere una qualche influenza per Gesù Cristo. Sono senza potere? La ricerca del cambiamento sociale è senza alcuna speranza ancor prima che iniziamo? O i Cristiani possono esercitare una qualche influenza per Gesù Cristo?

C’è molto pessimismo oggi che afferra e paralizza le persone. Alzano le braccia in una sorta di sacro sgomento. La società è marcia dentro. Ogni cosa è senza speranza; non c’è nessuna speranza se non nel ritorno di Gesù Cristo. Come Edward Norman, decano della Peter House a Cambridge, ha detto una volta in un’intervista alla radio, “La gente è spazzatura”.

Ma la gente non è spazzatura. La gente è composta da uomini e donne fatti ad immagine e somiglianza di Dio. Sono in realtà caduti, ma l’immagine di Dio non è stata distrutta. Sono capaci di fare qualcosa di buono? La dottrina della totale depravazione, che significa che ogni parte del nostro essere umano è stato contaminato dalla Caduta, non significa che siamo incapaci di fare qualcosa di buono. Gesù stesso ha detto che sebbene siamo malvagi, siamo capaci di fare cose buone e dare buoni doni ai nostri figli. Ora, naturalmente crediamo nella Caduta. Crediamo che Cristo è venuto di nuovo per mettere le cose a posto. Se si sviluppa una mentalità cristiana, non ci si sofferma esclusivamente sulla caduta dell’uomo e del sul ritorno di Cristo. Si pensa anche alla creazione ed alla redenzione per mezzo di Gesù Cristo. E dobbiamo permettere alla Creazione di essere, come lo è stata, qualificata dalla Caduta e la Caduta dalla Redenzione e la Redenzione dal Compimento. E la mente cristiana pensa nei termini di questo scopo totale di Dio, che include la Creazione, la Caduta, la Redenzione ed il Compimento.

Se siamo pessimisti e pensiamo che non siamo capaci di fare alcunché nella società umana di oggi, mi azzerderei ad affermare che siamo estremamente sbilanciati da un punto di vista teologico, se non addirittura eretici e nocivi. E’ ridicolo dire che i Cristiani non possono influenzare la società. E’ sbagliato biblicamente e storicamente. Il cristianesimo ha avuto una enorme influenza nella società attreverso la sua lunga e movimentata storia. Si guardi a questa conclusione di Kenneth Latourette nella sua opera in sette volumi sulla storia dell’espansione del cristianesimo:

“Nessuna vita mai vissuta su questo pianeta è stata così influente nelle vicende degli uomini come la vita di Gesù Cristo. Da quella breve vita e dalla sua apparente frustrazione è scaturita una forza più potente per la trionfante vittoria della lunga battaglia dell’uomo di ogni altra che sia stata conosciuta dalla razza umana. Da ciò milioni sono stati sollevati dall’analfabetismo e l’ignoranza e sono stati collocati sulla strada di una crescente libertà intellettuale e controllo sull’ambiente fisico. Ha fatto più per alleviare i dolori fisici della malattia e della fame di ogni altro impulso conosciuto dall’uomo. Ha emancipato milioni dalla schiavitù dei beni mobili e altri milioni dall’assuefazione al vizio. Ha protetto decine di milioni dallo sfruttamento dei loro compagni. E’ stato la fonte più fruttuosa per diminuire gli orrori della guerra e nel porre le relazioni tra uomini e nazioni sulla base della giustizia e della pace.”

Cristo e la sua chiesa hanno avuto un’enorme influenza. E se solo fossimo strenuamente impegnati per Gesù Cristo nella pienezza del nostro impegno, allora dovremmo avere ancora più influenza di quanto ne abbiamo.

Pertanto, via dal pessimismo e via anche dal cieco ottimismo, come se pensassimo che l’utopia fosse dietro l’angolo. No, i cristiani sono persone dalla mente sobria, realisti biblici, che hanno una dottrina ben bilanciata della redenzione e del compimento. Non siamo impotenti. Ho paura che siamo piuttosto spesso pigri e miopi, non fiduciosi e disobbedienti al mandato di Gesù.

Oltre la semplice sopravvivenza

Per molti di noi, i versetti di Matteo 5 diventano sempre più familiari. Vediamo la loro grande importanza oggi ed iniziamo a vederli di nuovo. Nel Sermone sul Monte, Gesù proclama, nel versetto 13: “Voi siete il sale della terra”. Versetto 14: “Siete la luce del mondo”. Versetto 16: “Così la vostra luce risplenda di fronte agli uomini, in modo che vedano le vostre buone opere e glorifichino vostro Padre, che è nel cielo”.

In tutte queste metafore del sale e della luce, Gesù insegna quale sia la responsabilità dei Cristiani in una società non-cristiana, o sub-cristiana, o post-cristiana. Mette in evidenza la differenza tra cristiani e non cristiani, tra chiesa e mondo, e mette in evidenza l’influenza che i cristiani dovrebbero avere su un ambiente non cristiano. La distinzione tra i due è chiara. Il mondo, dice, è come carne putrefatta. Ma si deve essere il sale del mondo. Il mondo è come una notte oscura, ma si deve essere la luce del mondo. Questa è la fondamentale differenza tra i cristiani e i non cristiani, la chiesa e il mondo.

Poi va dalla distinzione all’influenza. Come il sale nella carne marcia, i cristiani devono ostacolare la decadenza sociale. Come la luce nel buio prevalente, i Cristiani devono illuminare la società e mostrare una via migliore. E’ molto importante comprendere questi due stadi nell’insegnamento di Gesù. Più cristiani accettano che c’è una distinzione tra cristiani e non cristiani, tra la chiesa ed il mondo. La nuova società di Dio, la chiesa, è differente dalla vecchia società come il sale dalla carne putrefatta e la luce dalle tenebre.

Ma ci sono troppe persone che si fermano qui; troppe persone la cui sola preoccupazione è con il sopravvivere, ovvero con il mantenere la distinzione. Il sale deve mantenere la sua sapidità, dicono. Non deve diventare contaminato. La luce deve mantenere la sua brillantezza. Non deve essere soffocata dalle tenebre. E’ vero. Ma questo è semplicemente sopravvivenza. Sale e luce non sono soltanto un po’ differenti dal loro ambiente. Il sale deve essere sparso sulla carne per evitare che marcisca. La luce deve brillare nelle tenebre. Deve essere sistemata in una plafoniera e deve dare luce all’ambiente. Questo significa influenzare l’ambiente ed è piuttosto differente dalla semplice sopravvivenza.

Quattro poteri

Qual è la natura di questa influenza? Voglio suggerire alcuni modi in cui noi cristiani abbiamo potere.

In primo luogo, c’è potere nella preghiera. Vi supplico di non considerarlo un pio luogo comune. Non lo è. Ci sono dei cristiani che sono degli attivisti sociali che non smettono mai di pregare. Hanno torto non è vero? La preghiera è una parte indispensabile della vita dei cristiani e della vita della chiesa. Ed il primo dovere della chiesa verso la società e suoi leader è pregare per loro. “Esorto, dunque, prima di tutto”, scrive Paolo nella sua prima epistola a Timoteo, “a fare suppliche, preghiere, intercessioni, rendimenti di grazie per i re e per tutti quelli che sono in posizione di preminenza, perché trascorriamo un’esistenza quieta e calma, in tutta pietà e dignità”.

Se nella comunità c’è più violenza che pace, più indecenza che modestia, più oppressione che giustizia, più secolarismo che religiosità, è perché la chiesa non sta pregando come dovrebbe? Credo che nei nostri normali culti, dovremmo prendere con maggiore serietà i cinque o dieci minuti di intercessione, in cui, come comunità, ci inginocchiamo davanti a Dio e portiamo a lui il mondo ed i suoi leader, e gli richiediamo di intervenire. E lo stesso è vero nelle nostre riunioni di preghiera, nei gruppi di fratellanza, e nelle nostre preghiere private. Penso che molti di noi, me stesso incluso, siamo più provinciali che globali nelle nostre preghiere. Ma non siamo cristiani globali? Non condividiamo le nostre preoccupazioni globali con il nostro Dio globale? Dovremo esprimere le nostre preoccupazioni nelle nostre preghiere.

In secondo luogo, c’è il potere della verità. Tutti noi crediamo nel potere della verità del Vangelo. Amiamo dire “Infatti, non mi vergogno del vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rom. 1: 16). Siamo convinti della potenza del vangelo nell’evangelismo, che porta salvezza e redenzione a coloro che rispondono e credono in Gesù. Ma non è soltanto il Vangelo che è potente. Tutta la verità di Dio è potente. La verità di Dio di qualunque tipo è molto più potente delle bugie del Diavolo. Lo credete, o siete pessimisti? Pensate che il Diavolo è più forte di Dio? Pensante che le bugie siano più forti della verità? I cristiani credono che la verità è più forte delle bugie, e che Dio è più forte del Diavolo. Come Paolo scrive in II Corinzi, 13: 8: “Non possiamo nulla contro la verità, ma solo a favore della verità”. Come Giovanni ha detto nel suo prologo per il quarto vangelo: “La luce risplende nelle tenebre, e le tenebre non prevaranno”. Naturalmente non possono; quella luce è la verità di Dio.

Aleksandr Solzhenitsyn, il leggendario dissidente sovietico, credeva nel potere della verità sopra le bugie. Quando ricevette il premio Nobel per la letteratura, fece un discorso intitolato “Una parola di Verità” Gli scrittori, dice, “non hanno missili da far esplodere. Non…guidiamo neanche il più insignificante veicolo di supporto. Non abbiamo nessun potere militare. Pertanto cosa può fare la letteratura di fronte all’assalto spietato della violenza manifesta?” Solzhenitsyn non dice che non abbiamo alcun potere. Dice: “Una parola di verità prevale sul mondo intero”. Se qualcuno dovrebbe chiedere una cosa del genere sono i Cristiani. E’ vero. La verità è molto più potente delle bombe, dei carri armati e delle armi.

Come vedremo il potere della verità all’opera? Persuasione attraverso l’argomentazione. Abbiamo soltanto bisogno di apologeti della dottrina nell’evangelismo che sostengano la verità del Vangelo, alla stessa maniera ci occorrono apologeti dell’etica nell’azione sociale per sostenere la verità e la bontà della legge morale di Dio. Abbiamo bisogno di pensatori cristiani che usino le loro menti per Gesù Cristo, che vogliano parlare e scrivere e parlare alla radio ed andare in televisione con lo scopo di influenzare la pubblica opinione.

Vi farò velocemente qualche esempio. Non si possono forzare le persone ad andare in chiesa facendo una legge. Non li puoi forzare a riposare la domenica. Non possiamo semplicemente citare dalla Bibbia come se così risolvessimo il problema. Ma dobbiamo portare avanti le nostre migliori argomentazioni. Dobbiamo argomentare che, psicologicamente e fisicamente, gli esseri umani hanno bisogno di un giorno di riposo ogni sette, e che socialmente è bene per la famiglia che sono separate durante la settimana di stare un giorno insieme la domenica. Possiamo essere a favore di una legislazione che protegge i lavoratori dall’essere costretti a lavorare ed incoraggi la vita famigliare. In questo esempio, non stiamo né imponendo la nostra visione cristiana, né stiamo lasciando i non cristiani soli nelle loro idee, né stiamo citando la Bibbia in maniera dogmatica. Stiamo semplicemente usando ogni argomentazione (fisica, psicologica, sociologica) per raccomandare la saggezza e la verità dell’insegnamento biblico. Perché? Perché crediamo nel potere della verità.

Se si dubita della potenza delle forme secolari delle argomentazioni per illuminare la verità biblica, allora si consideri un articolo apparso nella rivista americana Seventeen intitolato “Il caso contro la convivenza”. E’ un’intervista con Nancy Moore Clatworthy, una sociologa dell’Ohio State University. Per dieci anni, Clatworthy aveva studiato il fenomeno delle coppie non sposate che vivevano insieme. Quando aveva iniziato, era favorevole a tale pratica. “I giovani”, diceva, “ci hanno detto che è una cosa meravigliosa”. E diceva che gli credeva. Le sembrava che fosse un accordo opportuno, un passo utile nel corteggiamento in cui le coppie si conoscevano meglio. Ma la sua ricerca che comprendeva test fatti a centinaia di persone, sposate e non sposate, l’ha portata a cambiare idea. Ed è arrivata alla conclusione che convivere non stava funzionando come le coppie si aspettavano, in special modo per le ragazze. Le aveva trovate tese, timorose, guardando al di là di ogni retorica al possibile dolore ed agonia.

Clatworthy fa due considerazioni: nell’area della felicità, rispetto ed accomodamento “le coppie che convivono prima del matrimonio hanno più problemi della coppie che si sposano prima”. In ogni campo, le coppie che convivono prima del matrimonio sono in disaccordo più spesso delle coppie che non lo hanno fatto. Convivere, conclude, non risolve i problemi.

La sua seconda considerazione era sull’impegno, le aspettative che una persona ha sui risultati di una relazione. L’impegno è ciò che permette al matrimonio ed al convivere di funzionare. Ma qui sorge il problema: “Sapere che qualcosa è provvisorio, come convivere non sposandosi, influisce sul grado di impegno in esso. Così le coppie non sposate sono meno impegnate nel far funzionare e nel proteggere la propria relazione. E, di conseguenza, il 75 per cento di loro interrompono la relazione. E specialmente le ragazze sono fortemente ferite da ciò.” Conclude, “statisticamente si sta molto meglio sposandosi che convivendo, perché per le persone che sono innamorate, nulla meno di un impegno è una scappatoia.”

Ora non penso che Clatworthy sia cristiana. Il suo appello non è all’autorità della Scrittura ma ai risultati delle ricerche sociologiche. E tuttavia la sua ricerca sociologica difende l’etica cristiana e la sua applicazione all’istituzione del matrimonio. Ci ricorda che la verità di Dio ha potenza, sia nella forma biblica che non biblica.

Il nostro terzo potere è il potere dell’esempio. La verità è potente quando è argomentata. E’ ancora più potente quando è mostrare. Alle persone non occorre soltanto comprendere l’argomentazione. Gli occorre vedere i benefici dell’argomentazione con i propri occhi. E’ difficile esagerare la potenza per il bene che una famiglia realmente cristiana può esercitare, per esempio, nello sviluppo di un vicinato di case popolari. L’intera comunità può vedere marito e moglie che si amano e si onorano a vicenda, che sono devoti e fedeli l’un l’altro, e trovano compimento l’uno nell’altro. Vedono i bambini crescere nella sicurezza di una casa amorevole e ben regolata. Vedono una famiglia non ripiegata su sé stessa, ma che si volge all’esterno, che si intrattiene con gli estranei, facendoli sentire i benvenuti, mantenendo la propria casa aperta, cercando di essere coinvolti nei problemi della comunità. Un’infermiera cristiana in un ospedale: un insegnante cristiano in una scuola; un cristiano in un negozio, in una fabbrica, o in un ufficio potranno fare la differenza, per il bene o per il male.

I cristiani sono persone segnalate. Il mondo sta guardando. E il modo maggiore per Dio di cambiare la vecchia società è impiantare in essa la sua nuova società, con i suoi valori differenti, i suoi standard differenti, le gioie differenti e gli scopi differenti. La nostra speranza è che il mondo che guarda vedrà queste differenze, e le troverà attraenti, che “vedano le vostre buone opere e glorifichino vostro Padre che è in cielo” (Mat. 5: 16).

In quarto luogo, i cristiani hanno il potere di un gruppo solidale, il potere di una minoranza dedicata. Secondo il sociologo americano Robert Belair, dell’Institute for Advanced Study dell’Università di Princeton, “Non dovremo sottostimare il significato di piccoli gruppi che hanno la visione di un mondo giusto e gentile. La qualità di un intera cultura potrebbe essere cambiate quando il due per cento delle proprie persone hanno una nuova visione.”

Quella era il modo in cui agiva Gesù. Ha iniziato con un piccolo gruppo composto da solo 12 persone dedicate. Entro pochi anni, gli ufficiali romani si lamentavano che stava mettendo il mondo sotto sopra. C’è una grande necessità di gruppi di cristiano dedicati ed impegnati reciprocamente, impegnati per una visione di giustizia, impegnati per Cristo; gruppi che vogliono pregare assieme, pensare insieme, formulare politiche insieme e mettersi all’opera insieme nella comunità.

Volete vedere la nostra vita nazione essere più gradevole a Dio? Avete la visione di una nuova religiosità, una nuova giustizia, una nuova libertà, una nuova equità, una nuova compassione? Volete pentivi del pessimismo sub-cristiano? Volete riaffermare la vostra fiducia nella potenza di Dio, nella potenza della preghiera, della verità, dell’esempio, dell’impegno di gruppo, e del vangelo? Offriamo noi stessi a Dio, come strumenti nelle sue mani, come sale e luce nella comunità. La chiesa potrebbe avere un enorme influenza per il bene, in ogni nazione sulla terra, se vogliamo impegnarci totalmente per Cristo. Diamo noi stessi a lui che ha dato sé stesso per noi.

(tr. it. Valerio Bernardi, per gentile concessione di Christianity Today, articolo originale al seguente link: https://ift.tt/3ed4S2g)

L’articolo Quattro modi in cui i cristiani possono influenzare il mondo. proviene da DiRS GBU.
source https://dirs.gbu.it/quattro-modi-in-cui-i-cristiani-possono-influenzare-il-mondo/

Tempo di lettura: 10 minuti

di Massimo Rubboli
(già professore di Storia dell’America del Nord all’Università di Genova)


Le chiese cristiane canadesi e le scuole residenziali per le popolazioni autoctone
tra colonialismo, assimilazione, razzismo e riconciliazione

 

Nelle ultime settimane, dopo il ritrovamento nell’Ovest canadese di centinaia di resti di bambine/i e ragazze/i indiane/i in tombe anonime nei siti di scuole residenziali cattoliche (215 all’Indian Residential School di Kamloops, in British Columbia, e 715 all’Indian Residential School di Marieval, in Saskatchewan, e un numero ancora imprecisato alla St. Eugene’s Mission School nei pressi di Cranbrook, in British Columbia)[1] e gli incendi dolosi di alcune chiese cattoliche, anche i nostri mezzi d’informazione hanno reso nota una pagina tragica della storia del Canada, che non era conosciuta al di fuori dei confini canadesi.

Io ne ero venuto a conoscenza per la prima volta a fine settembre del 1989, quando al Vancouver International Film Festival vidi Where the Spirit Lives[2], un film diretto da Bruce Pittman, che raccontava la storia di una ragazza indiana che, alla fine degli anni Trenta, era stata rapita insieme ad altri da un villaggio della tribù Kainai nel sud dell’Alberta per essere educata in una «scuola residenziale» anglicana per bambini indiani. La scuola faceva parte della rete di circa 130 centri di rieducazione, disseminati in ogni provincia (ad eccezione del New Brunswick e di Prince Edward Island) e territorio [Fig. 1], creati dal Ministero federale per gli Affari Indiani – sulla base dell’Indian Act del 1876, che permetteva il controllo sulle popolazioni autoctone – allo scopo di integrare le comunità indigene (oggi designate ufficialmente come First Nations) nella società bianca anglosassone. La gestione di queste scuole era affidata alle principali chiese canadesi: la Chiesa cattolica, la Chiesa anglicana, oltre ai Metodisti e ai Presbiteriani che, nel 1925, formarono con altri la Chiesa unita del Canada.

Fig. 1 Le scuole residenziali del Canada. Fonte: Truth and Reconciliation Commission (2015)

Questa politica di assimilazione, basata su nozioni di superiorità razziale, culturale e spirituale, risaliva ai seminari per bambini indigeni create dai missionari cattolici nella Nuova Francia[3] ed era continuata sotto il dominio coloniale britannico nell’Ontario meridionale (Upper Canada). Con la colonizzazione dei territori indiani negli anni seguenti la Confederazione, il governo canadese creò un sistema di scuole residenziali che mirava ad accelerare l’integrazione dei popoli indigeni nella società dei colonizzatori bianchi. Il sistema durò fino al 1997, quando chiuse l’ultima scuola.

 

 

 

 

La revisione storiografica

Un anno prima del film di Pittman, erano stati pubblicati due testi che avevano sollevato il velo di silenzio che avvolgeva questo argomento: Indian School Days di Basil H. Johnston, che è l’autobiografia di un ex allievo, e Resistance and Renewal: Surviving the Indian Residential School di Celia Haig-Brown, il primo tentativo di ricognizione storica. Fino agli ultimi due decenni del Novecento, le informazioni erano in gran parte limitate alle testimonianze dei sopravvissuti che circolavano nelle comunità dei nativi, dei meticci e degli inuit, mentre nelle storie generali del Canada si trovavano solo riferimenti marginali alle scuole residenziali.

Da allora, l’esperienza delle scuole residenziali per nativi ha attratto sempre più l’attenzione di ricercatori, politici e istituzioni religiose e politiche. Grazie al lavoro di alcuni storici[4], che hanno lavorato negli archivi ma hanno anche raccolto le testimonianze dei sopravvissuti, la storia delle scuole residenziali è stata gradualmente inserita nella narrazione dominante della storia del Canada e questo sta producendo un cambiamento nella coscienza collettiva, anche se è difficile dire se a questa integrazione faccia seguito un processo di riconciliazione tra le comunità indigene e non indigene.

Questa tragica vicenda è stata a volte presentata come «genocidio»[5], cioè distruzione deliberata e violenta di una razza, paragonandola addirittura all’Olocausto. Si trattò di una forma di «genocidio culturale»[6] o, più precisamente, di un programma di ingegneria sociale per l’assimilazione culturale dei popoli nativi, che mirava anche a privarli dei diritti ancestrali sulle loro terre per sfruttarne le ingenti risorse. Tuttavia, il termine genocidio è usato nel diritto internazionale per definire i crimini di genocidio e tali crimini, secondo la convenzione approvata dalle Nazioni Unite, comprendono anche “il trasferimento forzato dei figli da un gruppo ad un altro” [Forcibly transferring children from the group to the other group][7].

È opportuno ricordare che il sistema delle scuole residenziali era stato già messo sotto accusa molto tempo fa. Il dott. Peter Bryce, che nel 1904 era stato nominato “ispettore medico” nei Dipartimenti dell’interno e degli affari indiani, nel 1907 visitò 35 di queste scuole e ne denunciò le pessime condizioni sanitarie e l’alto tasso di mortalità, dovuto in gran parte alla tubercolosi. Nel 1922, Bryce pubblicò Un crimine nazionale[8], ma la sua denuncia non servì a modificare la situazione.

La struttura iniziò a essere smantellata soltanto negli ultimi decenni del secolo scorso e nel 1996 fu nominata una Royal Commission con il compito di investigare sulla violenza e gli abusi nelle scuole residenziali. Il governo federale, sulla base del rapporto della commissione, oltre a chiedere scusa a quanti avevano subito violenze fisiche o psicologiche nelle scuole residenziali, istituì una Fondazione per la cura degli aborigeni con una dotazione di 350 milioni di dollari. Infine, nel 2008, il primo ministro canadese Stephen Harper presentò scuse ufficiali per le scuole residenziali.

 

La posizione delle chiese

Anche le chiese che avevano gestito questo programma federale hanno preso posizione, anche se con grave ritardo, con dichiarazioni riguardanti il tentativo di imporre valori culturali europei ai popoli aborigeni e le violazioni dei diritti umani commesse nella gestione delle scuole residenziali[9].

Soltanto nel 1986, il pastore Robert Smith – moderatore della Chiesa unita del Canada – chiese scusa a nome della sua chiesa con queste parole:

Molto prima che il mio popolo arrivasse in questa terra, il vostro popolo era qui […]. Nel nostro zelo di annunciarvi la buona notizia di Gesù Cristo, siamo stati insensibili al valore della vostra spiritualità. Abbiamo confuso la cultura occidentale con la profondità e l’ampiezza del vangelo di Cristo. Abbiamo imposto la nostra civiltà come condizione per l’accettazione del vangelo […]. Vi preghiamo di perdonarci.

 

Nel 1998, il moderatore Bill Phipps ha rinnovato le scuse da parte della Chiesa unita

per il dolore e la sofferenza causato dal coinvolgimento della nostra chiesa nel sistema delle scuole residenziali indiane. Siamo coscienti di una parte del danno che questo sistema di assimilazione, crudele e mal concepito, ha provocato per le Prime Nazioni del Canada. […] Ci troviamo nel mezzo di un lungo e doloroso percorso di riflessione sulle grida che non abbiamo sentito o non abbiamo voluto sentire e su come abbiamo agito come chiesa. Mentre percorriamo questa difficile strada di pentimento, riconciliazione e guarigione, ci impegniamo a non usare mai più il nostro potere come chiesa per offendere altri con atteggiamenti di superiorità razziale e spirituale.

 

Per la Chiesa cattolica, che non fu coinvolta in quanto tale ma attraverso alcuni suoi ordini regolari, nel 1991 il rappresentante delle Oblate di Maria Immacolata chiese perdono «per essere stati coinvolti nell’imperialismo culturale, etnico, linguistico e religioso che faceva parte della mentalità con la quale i popoli europei affrontarono i popoli aborigeni». Papa Benedetto XVI, durante l’udienza privata con la delegazione dell’Assembly of First Nations del Canada svoltosi in Vaticano nell’aprile 2009, espresse soltanto “dispiacere” per il trattamento dei minori indiani nelle scuole cattoliche. Durante l’udienza del 29 maggio 2017, seguendo la raccomandazione della TRC , il premier canadese Justin Trudeau ha chiesto a papa Francesco di presentare scuse formali per il ruolo avuto dalla Chiesa cattolica negli abusi avvenuti nelle scuole residenziali. Il 28 marzo 2018, Trudeau è stato informato da una lettera di un rappresentante della Chiesa cattolica in Canada che il papa non avrebbe presentato scuse ufficiali.

Tuttavia, nei saluti del dopo Angelus di domenica 6 giugno 2021, il papa ha parlato della “sconvolgente scoperta dei resti di 215 bambini, alunni della Kamloops Indian Residential School”, avvenuta circa due settimane prima. Il papa l’ha definita una notizia scioccante, che ha traumatizzato il popolo canadese, al quale Francesco ha espresso,

così come tutta la chiesa cattolica del Canada, la propria vicinanza, affidando le anime di quei bambini morti e pregando per le famiglie e comunità autoctone canadesi affrante dal dolore. […] La triste scoperta accresce ulteriormente la consapevolezza dei dolori e delle sofferenze del passato. Le autorità politiche e religiose del Canada continuino a collaborare con determinazione per fare luce su quella triste vicenda e impegnarsi umilmente in un cammino di riconciliazione e guarigione. Questi momenti difficili rappresentano un forte richiamo per tutti noi per allontanarci dal modello colonizzatore e anche delle colonizzazioni ideologiche di oggi e camminare fianco a fianco nel dialogo e nel rispetto reciproco e nel riconoscimento dei diritti e dei valori culturali di tutte le figlie e i figli del Canada.

Ma perché Francesco non ha presentato scuse ufficiali? Perché, come ha spiegato Jeremy M. Bergen, professore associato di studi religiosi e teologici al Conrad Grebel University College dell’Università di Waterloo, in Ontario, e autore di Ecclesial Repentance: The Churches Confront Their Sinful Pasts (T&T Clark, New York 2011), esiste un importante ostacolo teologico. Infatti, in base alla teologia tradizionale cattolica, la chiesa può agire collettivamente ma,

come Corpo di Cristo, non può peccare. Soltanto i membri, compresi i leader, peccano. Quando dei cattolici fanno qualcosa di buono, ciò può essere ascritto alla chiesa; quando fanno del male ad altri, si tratta di azioni individuali. Si crede che papa Giovanni Paolo II abbia chiesto scusa per molti mali commessi dalla chiesa, ma non ha mai detto che la chiesa sia stata l’agente del peccato. Nel 2000, in un ‘Giorno di perdono’ molto pubblicizzato, chiese il perdono di Dio per migliaia di anni di peccati commessi da membri della chiesa, ma non dalla chiesa come istituzione. […] Nel 2013, l’arcivescovo di Vancouver Michael Miller ha dichiarato, di fronte alla TRC: “Voglio chiedere scusa sinceramente e profondamente […] per l’angoscia causata dalla condotta deplorevole di quei cattolici che furono responsabili di maltrattamenti di ogni tipo in queste scuole residenziali”. […] Alla stessa logica è improntata la dichiarazione fortemente inadeguata di papa Francesco sulla “sua vicinanza al popolo canadese che è stato traumatizzato” dalla recente scoperta scioccante a Kamloops. La dichiarazione colloca la chiesa come un’entità a fianco del trauma, ma non come un’entità responsabile di averlo causato. […] Una chiesa che è per definizione senza peccato è un’astrazione problematica, sganciata dalla storia e dall’esperienza. Affermazioni che si fondano su questo presupposto non sono collegate alla profonda complicità della chiesa in un sistema distruttivo. A meno che la chiesa apertamente e precisamente non riconosca la sua colpevolezza, chi potrebbe credere che la chiesa stessa possa essere un agente attivo di riconciliazione?[10]

 

Il 6 agosto 1993, Michael Peers, primate della Chiesa anglicana, chiese scusa ai nativi durante la National Native Convocation svoltasi a Minaki, in Ontario:

Accetto e confesso davanti a Dio e a voi i nostri fallimenti nelle scuole residenziali. Abbiamo mancato nei confronti, vostri e di Dio. Mi dispiace, più di quanto riesca a dire, che abbiamo fatto parte di un sistema che tolse i vostri figli alle vostre famiglie. Mi dispiace, più di quanto riesca a dire, che abbiamo cercato di modellarvi a nostra immagine, privandovi del vostro linguaggio e dei segni della vostra identità. Mi dispiace, più di quanto riesca a dire, che nelle nostre scuole così tanti siano stati abusati fisicamente, sessualmente, culturalmente ed emotivamente. A nome della Chiesa anglicana del Canada, presento le nostre scuse.

 

Un anno dopo, con una dichiarazione adottata dalla 120ª assemblea generale, anche la Chiesa presbiteriana chiese perdono per il proprio coinvolgimento:

Riconosciamo che la politica ufficiale del governo canadese era quella di assimilare i popoli aborigeni alla cultura dominante e che la Chiesa presbiteriana del Canada collaborò con questa politica.

Riconosciamo che le radici del male che abbiamo fatto si trovano nelle posizioni e nei valori del colonialismo europeo occidentale e nel presupposto che ciò che non era fatto a nostra immagine doveva essere scoperto e sfruttato. […]

Chiediamo perdono per la complicità della nostra chiesa in questa politica, […] chiediamo il perdono di Dio […] e chiediamo anche il perdono dei popoli aborigeni.[11]

Le chiese battiste canadesi, divise in varie denominazioni, pur non essendo state direttamente coinvolte nella gestione delle scuole residenziali, hanno presentato le loro scuse alle popolazioni indigene. Nel 2019, Battisti della costa atlantica hanno dichiarato:

Come Battisti canadesi del Canada atlantico riconosciamo che non abbiamo vissuto in una giusta relazione con i popoli indigeni di questa terra. Mentre abbiamo affermato in teoria che tutti sono creati a immagine di Dio (Ge. 1:27), non abbiamo riconosciuto nella pratica la dignità inerente, data da Dio, dei popoli indigeni. Nonostante l’ospitalità offerta ai nostri avi, non abbiamo riconosciuto l’antica rivendicazione dei loro diritti su questa terra. Non abbiamo mantenuto le promesse fatte dai nostri antenati sotto forma di trattati, in particolare i Trattati di pace e amicizia (1725-1779). […]

Come parte della più ampia cultura canadese noi abbiamo, coscientemente e incoscientemente, difeso ingiustizie sistemiche come l’appropriazione della terra, il trasferimento forzato di comunità indigene, la creazione del sistema delle riserve e il continuo sfruttamento economico e politico. […] noi riconosciamo e confessiamo la nostra complicità nelle scuole residenziali e nel più ampio sistema di colonialismo.[12]

 

Le chiese restarono in silenzio di fronte all’usurpazione delle terre, al confinamento degli indiani nelle riserve e all’assimilazione forzata perché consideravano queste azioni necessarie alla realizzazione di un progetto politico e religioso e se stesse come le fedeli esecutrici di questo progetto. Le chiese, seppure tardivamente, sembrano aver preso coscienza che la loro partecipazione al genocidio culturale rappresentato dalle scuole residenziali vada iscritta e letta nel contesto della loro adesione e condivisione della politica coloniale canadese che, a sua volta, costituiva un’espressione di quella dell’impero britannico. In altre parole, si sono rese conto di aver indebitamente identificato il mandato ad evangelizzare con l’assimilazione alla cultura anglosassone, il vangelo di Gesù Cristo con l’ideologia dei colonizzatori.

 

 

NOTE

[1] St. Eugene’s, Marieval, Kamloops: What we know about residential schools’ unmarked graves so far, “The Globe and Mail”, 6 luglio 2021, https://www.theglobeandmail.com/canada/article-residential-schools-unmarked-graves-st-eugenes-marieval-kamloops/ (ultimo accesso 7 luglio 2001).

[2] Sull’argomento, ci sono stati poi molti altri film e documentari, come We Were Children (2012), Clouds of Autumn (2015), Wawahte. Stories of Residential School Survivors (2015) e Remembering the Forgotten Children (2017).

[3] Vedi Peter A. Goddard, Converting the ‘Sauvage’: Jesuit and Montagnais in Seventeenth-Century New France, “The Catholic Historical Review”, 84, (April 1998), n. 2, p. 225; Alain Beaulieu, Convertir les fils de Caïn: Jésuites et Amérindiens nomades en Nouvelle-France, 1632-1642, Nuit Blanche Éditeur, Québec 1990, pp. 143-145.

[4] Particolarmente rilevanti sono James R. Miller, Shingwauk’s Vision: A History of Native Residential Schools, University of Toronto Press, Toronto 1996, e John S. Milloy, A National Crime: The Canadian Government and the Residential School System, 1879 to 1986, University of Manitoba Press, Winnipeg 1999.

[5] Il termine genocidio è stato usato di recente anche nella stampa italiana, ad es. da Marco Cinque in Il Genocidio dimenticato, “Alias – il manifesto”, 10 luglio 2021, pp. 1-3. Per una prospettiva critica, vedi gli articoli di Luca Codignola, I bambini indiani morti in Canada per un tentativo di assimilazione fallito, “Panorama.it” (6 luglio 2021), <https://www.panorama.it/news/dal-mondo/bambini-indiani-morti-in-canada> (ultimo accesso 8 luglio 2001), e Jacques Rouillard, Le ‘génocide’ des Autochtones, “Le Devoir” (6 juillet 2021), <https://www.ledevoir.com/opinion/idees/615969/le-genocide-des-autochtones>.

[6] A questa conclusione è arrivata la “Commissione per la verità e la riconciliazione”, istituita nel 2007 con il mandato di fare piena luce sulle violenze e gli abusi subiti dai minori nelle scuole residenziali e di suggerire un percorso di riconciliazione. Vedi Honouring the Truth, Reconciling for the Future. Summary of the Final Report of the Truth and Reconciliation Commission of Canada, https://publications.gc.ca/site/eng/9.800288/publication.html (ultimo accesso 8 luglio 2001).

[7] La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio è stata adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York il 9 dicembre 1948 con la risoluzione 260 A (III).

[8] Peter Bryce, The Story of a National Crime: Being an Appeal for Justice to the Indians of Canada, the Wards of the Nation, Our Allies in the Revolutionary War, Our Brothers-in-Arms in the Great War, James Hope & Sons, Ottawa 1922.

[9] Peter G. Bush, The Canadian Churches’ Apologies for Colonialism and Residential Schools, 1986-1998, “Peace Research”, 47 (2015), n. 1-2, pp. 47-70.

[10] Jeremy M. Bergen, The theological reason why the Catholic Church is reticent to apologize for residential schools, 8 giugno 2021, “The Globe and Mail”, https://www.theglobeandmail.com/opinion/article-the-theological-reason-why-the-catholic-church-is-reticent-to/ (ultimo accesso 8 luglio 2001).

[11] The Confession of the Presbyterian Church in Canada, as adopted by the General Assembly, June 9th, 1994, https://www.wmspcc.ca/wp-content/uploads/PCC-Confession-English.pdf (ultimo accesso 8 luglio 2001).

[12] CBAC Resolution and Recommended Action Items in Response to the Truth and Reconciliation Commission (2019), https://oasis.baptist-atlantic.ca/wp-content/uploads/2019/03/CBAC-Resolution-2019-in-Response-to-the-Truth-and-Reconciliation-Commission.pdf (ultimo accesso 8 luglio 2001).

 

 

 

 

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di Giacomo Carlo Di Gaetano

 

Il dibattito sul DDL Zan (n. 2005) che si propone di inserire nel nostro ordinamento “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità” riporta a galla la questione dei rapporti tra chiesa e stato, fede e politica, religione e società.

 

Al di là dei tecnicismi e delle posizioni “politiche” che si palesano nel dibattito, vorrei contribuire con una riflessione che concepisco sul piano biblico–teologico. Purtroppo sono consapevole che essa potrebbe essere letta e interpretata come una presa di posizione politica (sic).

 

Vorrei sostenere la tesi che a mettere a repentaglio la liberta dell’espressione religiosa non sia tanto l’approvazione del DDL Zan quanto piuttosto il suo respingimento e, perfino, in ragione del dibattito che si è creato, la sua modifica rispetto all’assetto politico e culturale nel quale è stato concepito e approvato da un ramo del Parlamento.

 

Cerco di essere sintetico e vado dritto a uno di quei punti sui quali maggiormente sembrano appuntarsi i timori di chi è contro il DDL.
I cristiani che professano di volersi sottomettere “in materia di fede e di condotta” alla Bibbia ma anche alla tradizione o al magistero, ritengono, in virtù del disegno di creazione narrato nella rivelazione ebraico–cristiana (che assume valore di legge – naturale, di creazione, etc), che l’omosessualità come scelta di vita consaputa sia una violazione di quel disegno.

Le differenze tra il disegno di creazione e le sue violazioni (in qualsiasi campo) danno corpo alla parola “peccato” (Il peccato è la violazione della legge [di Dio], 1 Gv 3:4).

Il timore è dunque che questo passaggio del messaggio (la “predicazione” del peccato dell’uomo) che proviene dalla rivelazione ebraico–cristiana possa cadere sotto la mannaia della sanzione legale proprio in virtù dell’ampliamento di tutele che garantisce il DDL Zan. Nelle parole di un’organizzazione evangelica: “una legge non può impedire che alcuni cittadini, associazioni, chiese e gruppi sociali chiamino “peccato” e pertanto denuncino come immorale un comportamento che la loro fede e la loro coscienza ritiene tale”.

 

E questa sarebbe una limitazione della libertà di espressione religiosa. Nel dibattito si fanno una serie di altri esempi preoccupanti. Ma fermiamoci a questa semplice ipotesi.

Se dico a un mio amico, a un conoscente, a un parente che la sua condotta in ordine all’identità di genere, percepita o espressa, in relazione al suo stile di vita sessuale contrario al disegno di creazione, che sta peccando contro il Dio della rivelazione ebraico–cristiana potrei essere denunciato come qualcuno che sta istigando all’odio con l’aggravante della motivazione di genere.

 

Lo Stato deve proteggere questa mia prerogativa di cristiano: date a Cesare quel che è di Dio!

 

Se i timori fossero reali, e non è detto che lo siano, ci sarebbe da rifletterci su attentamente (non so se ci sarebbe da preoccuparsi; ma questo lo vediamo in seguito). C’è da dire che dall’altra parte, da parte di coloro che vogliono l’approvazione del DDL Zan così com’è, si tende a escludere uno scenario così restrittivo e liberticida; si fa infatti notare che tutte le leggi e gli ordinamenti discendono dalla Costituzione che sancisce la libertà per ogni cittadino di professare la propria religione.

 

Se il pericolo esista o meno, è a questo punto che deve innestarsi una riflessione biblico–teologica.

I cristiani sanno che il messaggio del Vangelo non ha la patente della simpatia, a prescindere. Anche in quella che è unanimamente considerata la parte più simpatetica del messaggio del cristianesimo, l’insegnamento di Gesù, quella parte che Benedetto Croce salvava dai “miti” e gli imponeva di poter dire che sì, non possiamo non dirci cristiani, ebbene anche lì si trovano elementi che potremmo definire controculturali, per non dire anche antipatici. Se da un lato Gesù rivelava la misericordia del Padre, dall’altro lato aveva una parola tagliente e scomoda, una vera e propria non piacevole rivelazione, sul cuore dell’uomo, sul nostro cuore.

Persone con le migliori intenzioni, confrontate con questi aspetti del messaggio evangelico, hanno tentennato e hanno preso le distanze: en passant, il giovane ricco (Mt 19), i discussant di Paolo ad Atene (At 17); il re Agrippa (At 26)

I cristiani sanno che non sono stati solo chiamati a credere in Cristo: “Perché vi è stata concessa la grazia, rispetto a Cristo, non soltanto di credere in lui, ma anche di soffrire per lui” (Fil 1).

Dunque, il DDL Zan passa anche al Senato nel tentativo di porre argine alla violenza e alla discriminazione “omofoba” e noi rischiamo, se diciamo al nostro amico gay, che secondo la volontà di Dio è nel peccato.

Niente di nuovo sotto il sole.

Si pensi per un attimo a cosa hanno fatto a Giovanni Battista solo per aver detto a un piccolo e orgoglioso principe che non doveva andare a letto con la cognata!
Di nuovo: niente di nuovo sotto il sole se un segmento della visione del mondo cristiana cada sotto la scure dell’antipatia culturale, e peggio ancora.

 

Ma vediamo per un attimo che cosa accadrebbe nel caso contrario, vale a dire che il DDL Zan non passi, oppure venga modificato (non mi interessa il tecnicismo giuridico); che cosa accadrebbe, tra le altre cose, anzi, in modo particolare, quando devo dire al sempre caro amico gay: sei un peccatore!

In questo caso, abbiamo veramente tutelato la peculiarità, l’autonomia, e la libertà dell’espressione del linguaggio religioso?
Una serie di elementi che, a mio giudizio, vanno dal più semplice al più complesso, mi portano a dire NO: se il DDL Zan non passa, stiamo rinunciando alla nostra libertà di proclamare il messaggio cristiano nella sua interezza e in tutta libertà. Stiamo subdolamente distorcendo la straordinaria ingiunzione di Gesù: stiamo rendendo a Cesare quel che è di Dio!

 

  1. Il linguaggio religioso scade nel moralismo; la predicazione della buona notizia a causa del peccato e delle sue conseguenze diviene un habitus socialmente definibile e tutelato dallo stato. In barba a chi non è d’accordo. La peculiarità del linguaggio religioso in cui si esprime la coscienza, la rilevazione e perfino la denuncia del “peccato” viene annichilita mentre lo stesso linguaggio viene promosso al livello di moralismo e perbenismo. E si sa molto bene dalla storia che regolamenti e leggi spesso sono stati i confini di quello che socialmente e pubblicamente era ritenuto il bene e/o il male: da Socrate ad Alan Turing, senza dire dell’idea hegeliana dello “stato etico”. Quando le leggi devono tutelare il linguaggio religioso sia esso ispirato da visioni teistiche o anche da visioni atee e agnostiche, come nel caso del comunismo sovietico, allora c’è ben poca libertà di religione!

 

  1. Vogliamo Cesare. Il secondo passo è semplice: a Cesare, allo Stato, viene consegnata la garanzia della propria coscienza, vale a dire ciò che è più propriamente da offrire a Dio e solo a Dio (Giudicate voi se è giusto, davanti a Dio, ubbidire a voi anziché a Dio, At 4:19), chiunque si abbia di fronte: sia esso il Sinedrio di Gerusalemme, la Dieta di Worms (Hier stehe ich, ich kann nicht anders) o una lobby o un gruppo di pressione LGBTI.

 

  1. Ma se si dà a Cesare, quel che è solo di Dio, va da se che a quest’ultimo non resta altro che prendersi quello che è di Cesare; o quanto meno è a Dio che rendiamo quello che sarebbe di Cesare. Chiedere allo Stato di garantirmi nel poter dire al mio ipotetico amico gay, sei un peccatore, significa chiedere a Dio di lasciare la sua trascendenza (a partire dalla quale egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti Mt 5) e sedersi sullo scranno dei poteri legislativi, ed esecutivi degli uomini; un tempo gli si chiedeva anche di prendere il ruolo del giudice umano … e si accendevano i roghi, se non addirittura i forni crematori (GOTT mit uns).
    Il Sermone sul Monte ci presenta al contrario una filosofia della storia in cui, paradossalmente, il Padre che è nei cieli diviene il garante dei peccatori, assicurando loro ciò che gli uomini non possono togliere: gli elementi naturali del sole e della pioggia.

Purtroppo ci sono sempre state teologie e tradizioni teologiche che pensano orgogliosamente di potersi sostituire a Dio nell’esercizio e nella gestione della “libertà di peccare”.

 

  1. Religioni (e cristianesimo) e sessualità. Tutte le religioni, mitologiche, ritualistiche, etc. si interessano della sessualità umana. La storia è piena di testimonianze che vanno dalle relazioni degli antropologi ai documenti della letteratura sull’intreccio tra sessualità umana e religione (si pensi anche al capolavoro dantesco). E ci sono molti equivoci, molte distorsioni, molti drammi …
    Il cristianesimo non è esente a questo legame tra sesso e fede, e anche la sua storia è intrisa di equivoci e brutture. Ci sono anche pagine belle (per esempio quelle in cui la relazione d’amore è stata letta in maniera analogica e ha subito il retroeffetto di questo passaggio analogico dalle parti della spiritualità).

La stessa rivelazione ebraico–cristiana si palesa a noi come un realistico affresco della bellezza e delle brutture che possono emergere dall’intreccio di religione e sesso (basti pensare al Cantico dei Cantici). Ma nella rivelazione ebraico–cristiana non mancano le sorprese.

Qui dobbiamo per forza di cose spigolare e alludere.

 

Per esempio, e molto spesso, le distorsioni nel campo della sfera della sessualità umana sono dalla Bibbia associate al tema del potere, della prevaricazione, anche di genere (del maschio sulla femmina, fin dalle prime pagine – Gen 3), quasi ad anticipare uno dei passaggi topici della riflessione queer e degli studi gender.

Non mancano le descrizioni taglienti della corruzione sessuale delle società (Romani 1 su tutte).

Ma è allorquando si passa dal piano della descrizione a quello della prescrizione (o, in alternativa, del vangelo) che si scopre quanto sia distante la rivelazione ebraico–cristiana dai moralismi degli anti DDL Zan.
Se in Romani 1 Paolo tratteggia un quadro fosco della condizione umana in cui campeggia il “contro natura” delle distorsioni della sfera sessuale, nella Lettera ai cristiani della dissoluta città di Corinto ricorda che, sebbene non ci sia da illudersi

 

“né fornicatori, né idolatri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriachi, né oltraggiatori, né rapinatori erediteranno il regno di Dio. E tali eravate alcuni di voi; ma siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e mediante lo Spirito del nostro Dio (1 Cor 6)

 

Aveva già precedentemente specificato che bisognava fare una distinzione tra la prospettiva futura del regno e quella presente della storia, nella quale si muove la comunità dei discepoli di Cristo:

 

Vi ho scritto nella mia lettera di non mischiarvi con i fornicatori; non del tutto però con i fornicatori di questo mondo, o con gli avari e i ladri, o con gl’idolatri; perché altrimenti dovreste uscire dal mondo; ma quel che vi ho scritto è di non mischiarvi con chi, chiamandosi fratello, sia un fornicatore, un avaro, un idolatra, un oltraggiatore, un ubriacone, un ladro; con quelli non dovete neppure mangiare. Poiché, devo forse giudicare quelli di fuori? Non giudicate voi quelli di dentro? Quelli di fuori li giudicherà Dio. Togliete il malvagio di mezzo a voi stessi”

Scopriamo che la questione della confusione dei generi (contro natura) sta dentro a un grande cluster che gli autori, soprattutto neotestamentari, pongono sotto il registro della “fornicazione”, una categoria molto più ampia di ciò che viene evidenziato dalle posizioni LGBTI e che ha lo scopo di rivelare la concupiscenza del cuore dell’uomo a cui sono da ricondurre non solo i peccati della sfera sessuale ma anche tutti gli altri (la fornicazione è spesso citata con l’avarizia e anche con l’idolatria).

5. La predicazione del peccato. Tutto questo percorso ci porta al punto cruciale: in che modo i cristiani parlano di peccato? In che modo lo segnalano e lo additano?

La Bibbia rende testimonianza al coraggio della denuncia. Ma non si dimentichi che nei casi più eclatanti di denuncia del peccato sessuale (quasi sempre un adulterio: Natan/Davide; il Battista/Erode) la denuncia colpisce il connubio peccato sessuale/potere.

 

Mentre rileviamo il tatto e la propensione a far emergere la peculiarità del linguaggio religioso nell’approccio di Gesù alla donna peccatrice (di contro al moralismo garantito dalle leggi della folla con le pietre in mano): «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?» Ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più» (Gv 8)

 

Viviamo in mezzo a una generazione corrotta e perversa (Fil 1) e il vivere in mezzo a essa, a questo stadio della redenzione, non esime i discepoli di Cristo di poter essere a loro volta corrotti e perversi.

 

Ma c’è da chiedersi: equivale a risplendere come astri luminosi il farsi forte di una legislazione che mi “garantisce” nel dire, sempre al mio povero amico gay, sei un peccatore? Con la postilla: guarda che te lo posso dire perché la legge non solo non me lo vieta, ma mi garantisce anche!

 

Ma la predicazione del peccato non deve forse prevedere altri snodi argomentativi affinché sia veramente una “libera espressione”? E non sto parlando dei modi in cui predicare.

  • Non deve forse prendere in carico chi parla del peccato altrui, la propria condizione di peccatore, proprio nel momento in cui stiamo parlando a qualcun altro? Paolo faceva questo esercizio: io sono il primo dei peccatori. Non importa se Cesare sia d’accordo o meno, amico mio voglio dirti che io faccio esperienza continua di una condizione di violazione della legge di Dio. Siamo insieme, nella stessa barca, quando parliamo di peccato.

Questo appartiene a Dio; cosa me ne frega di quello che pensa Cesare.

 

  • Non deve forse, la predicazione del peccato spiegare agli altri il perdono? Io sono stato perdonato. Ho coscienza del mio peccato, quale questo sia, e ho coscienza del perdono che ho ricevuto. E con il perdono il dono della nuova vita, tutta da giocare, tutta da sperimentare, tutta da scoprire, in una nuova relazione con Dio, e non con Cesare.

 

  • E che cosa implica “predicare” il peccato? Che registro è quello della predicazione? Quello dell’angolo di Hide Park con il predicatore che inveisce contro la corruzione del mondo? Scena replicata in decine di altri film apocalittici e, purtroppo, da qualche improvvido predicatore di strada nei mercati islamici o magari davanti a un locale per gay. È questa la predicazione? La pazzia della predicazione? E la predicazione del peccato è una predicazione a se stante o prende forma e spazio all’interno del vero oggetto della predicazione cristiana: Cristo crocifisso?

 

Potrà mai esserci istigazione all’odio per ragioni di scelta sessuale allorquando parleremo del peccato nei termini in cui il vangelo ci chiede di parlarne:

nella coscienza del proprio peccato,

del perdono

e della prospettiva del regno che viene?

Io credo di NO.

Anzi, sono convinto che appesantiremo la nostra predicazione del “peccato” e del vangelo di un pesante fardello, di un alibi che distoglierà l’ascolto se, con la scusa che il DDL Zan ci privi della libertà di espressione, non acconsentiremo a che la violenza e l’odio nei confronti di chi sceglie stili di vita sessuale diversi da quelli della rivelazione ebraico–cristiana (peccando) siano considerati aggravanti da sancire opportunamente.

Devo concludere questa riflessione che dunque è una riflessione a favore del DDL Zan e a favore della libertà di espressione religiosa, aggiungendo una nota ancor più personale.

Non ho piacere a vedere il modo in cui la cultura gay preme nel dibattito culturale e sociale ricorrendo a forme di ostentazione volgari e blasfeme (penso alle pittoresche scene dei pride). È difficile vivere in un mondo in cui bisogna insegnare ai figli che non ci sono solo bambini e bambine e che bisogna imparare a rispettare dissentendo. Questo non è facile. L’elaborazione di un pensiero globale come quella che ho tentato di fare non consegna nella mani di tutti noi la tranquillità che dovrebbe essere legata a una visione del mondo pacificata dal disegno benevolo di Dio.

Per questo esiste il vangelo, la buona notizia di Dio che in Cristo viene a perdonare gli uomini peccatori … del quale io sono il primo!

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di Valerio Bernardi

Ho esitato molto nell’iniziare a scrivere questo articolo, perché mi sono chiesto se non si sarebbe perso in tutto quel materiale che è stato presentato dopo la morte di Franco Battiato, uno dei maggiori cantautori italiani, che ha avuto l’abilità di essere del tutto originale ed eccentrico rispetto alla tradizione della nostra canzone in quanto non proveniva né dalla scuola “genovese” (che si era in parte rifatta alla scuola francese) o ai cantanti “politici” degli anni 1970 che si rifacevano alla tradizione americana ed avevano come loro “modello” Bod Dylan.

Battiato è stato uno sperimentatore anche di alto livello e piuttosto ricercato nel primo periodo, tanto che i suoi primi album, quelli degli anni 1970 sono quasi del tutto ignoti ai più e piuttosto sperimentali. Però proprio quelle sperimentazioni faranno approdare il cantautore catanese al suo album più noto La voce del padrone: tutti coloro che hanno la mia età (e che sono anche un po’ più giovani) hanno almeno una volta canticchiato le canzoni di questo album che ha stabilito uno dei più grandi record di vendite da parte di un 33 giri in Italia.

A prescindere dal successo (che continuerà anche dopo) nei miei ricordi vi è l’aver assistito ad un concerto dedicato a quest’album nel vecchio stadio di Bari che non mi suscitò particolari entusiasmi, nonostante la presenza di un’orchestra di archi fusi all’uso della musica elettronica con testi che erano uno scorrere di citazioni colte o semi-colte che venivano canticchiate da persone che non avevano la minima idea di chi fossero i gesuiti euclidei, il free jazz e le altre numerosi citazioni. Questa “semi-delusione” non mi ha impedito di continuare a seguire con interesse il cantante siciliano e le numerose interpreti delle sue canzoni che hanno impreziosito con le loro virtù canore il suo repertorio (mi riferisco ad Alice, Giuni Russo, Milva e, last but not least, Carmen Consoli).

Cosa mi ha incuriosito di Battiato e cosa vale la pena menzionare del suo repertorio?

In primo luogo, il suo chiaro interesse per la “filosofia”, non necessariamente quella occidentale e neanche quella accademica che lo ha portato ad un singolare connubio per qualche anno con Manlio Sgalambro, singolare figura di pensatore non accademico, sicuramente sottovalutato in Italia, ma che ha pubblicato diverse opere e la cui filosofia può essere annoverata (ed avvicinata) a quella di Cioran, con vene pessimistiche e nichiliste che guardano al dolore della vita, senza trovare una reale soluzione. Sgalambro collabora per quasi un decennio con Battiato e scrivono insieme testi ed opere (non bisogna mai dimenticare che, accanto alla produzione popolare, il cantautore catanese continuerà a scrivere musica classica: una delle sue opere più importanti si chiama La Genesi e anche qui le allusioni filosofiche e religiose non sono poche). Questi testi sono piuttosto difficili da decifrare e propongono sicuramente un modello “diverso” rispetto a quelli più propriamente del cantautore, perché vanno verso l’indifferenza e l’ascesi, ma quasi senza una reale illuminazione, richiamandosi ad un sapere antico (vi è anche una canzone basata su un frammento di Eraclito, che non a caso, gli stessi filosofi antichi chiamavano l’oscuro). La filosofia proposta non è del tutto disperata ma ha una ferma credenza nella mutabilità ed eternità di questo mondo che ci fa essere del tutto secondari rispetto ai problemi, una sorta di critica all’antropocentrismo occidentale.

In secondo luogo, il misticismo. Battiato è stato uno dei maggiori seguaci del misticismo nel mondo contemporaneo, ovvero dell’idea che ci potesse essere una congiunzione del divino attraverso l’esercizio di una spiritualità personale e meditativa. Bisogna chiarire che questo misticismo, benché guardi alla tradizione cristiana (sicuramente vi sono richiami ad Eckhart ed alla pietà di Tommaso da Kempis) la vuole sicuramente superare e guarda anche altrove. Infatti, prima della Voce del Padrone, Battiato aveva già mostrato il suo interesse per il sufismo, una corrente dell’Islam ormai quasi dimenticata in Occidente e che ha degli aspetti di incontro con il divino che lo rende un movimento più tollerante e molto più attento alla ricerca di un rapporto personale con Allah e poi per il Buddismo, dove sappiamo come la mistica si unisca a pratiche meditative ed ascetiche. Nelle canzoni echi di questo misticismo sono ben presenti (guardate ad espressioni come l’Inviolabile, la ricerca della Luce, quella del Silenzio presente in diversi testi). Questo interesse verso il misticismo sicuramente ci affascina ed ha reso il cantante sicuramente sui generis rispetto ai suoi colleghi che non hanno mai cercato di incontrare il Divino in maniera iniziatica e quasi gnostica, cercando un’illuminazione anche attraverso una pratica di vita.

In terzo luogo, strettamente collegato all’aspetto di cui abbiamo appena parlato, vi è quello della religiosità. Nelle notizie che sono passate in questi giorni, è stato detto che Battiato ha avuto funerali cattolici: il sacerdote suo amico che ha officiato i funerali non a casa ha usato come passi per la liturgia brani tratti dalla Sapienza, uno dei libri più sincretici tra i Deuterocanonici, che fonde motivi di religiosità ebraica con sapienza ellenistica. Potremo dire che Sapienza in parte descrive bene il religioso in Battiato che non può essere definito cristianesimo, ma il tentativo, tipico del pluralismo religioso, di fondere diverse caratteristiche insieme in una ricerca del Divino che forse è in noi stessi. Voglio ricordare solo due canzoni in questo caso che, a mio parere, rappresentano validi esempi di questo sincretismo. Nel Testamento si afferma chiaramente che Gesù nei Vangeli ha insegnato la reincarnazione e il messaggio di Torneremo ancora (molto ascoltata in questi giorni) è abbastanza chiaro. Pertanto sono fuse all’interno dei testi che parlano di sacro, motivi cristiani, islamismo atipico (quello dei Sufi e del misticismo islamico turco), buddismo/induismo e filosofia greca arcaica (attraverso una mediazione nietzschiana che ha evidenziato la questione dell’eterno ritorno dell’uguale). Diversi hanno parlato del cantautore catanese come di un esponente della New Age ma penso che la sua religiosità (che forse meriterebbe un articolo a parte) sia al di là delle etichettature e volesse trasmettere un messaggio plurale e universale, adatto forse ad una certa spiritualità dei nostri tempi (che va assolutamente ascoltata e vista con interesse) ma che non è sicuramente vicino ad un cristianesimo che fonda sul Sola scriptura le sue basi.

Ci sono tanti anti aspetti delle canzoni e della musica di Battiato che andrebbero analizzati come quello politico (sempre piuttosto populista e semplicista per un autore come lui), dell’amore (un aspetto sottovalutato ma che fa pienamente parte della tradizione della canzone italiana) e quello della ricerca sperimentale (che non è venuta meno neanche nei periodi più pop) ma per questo ci vorrebbero appositi approfondimenti.

Cosa dire da evangelici su questo esperimento pop-colto che, in realtà, non era così anomalo nel panorama musicale italiano (Guccini, De Andrè, Vecchioni e Branduardi fanno anche loro parte di questo panorama)? Sicuramente Battiato ha fatto numerosi riferimenti alla dimensione spirituale dell’uomo, ha accennato ad aspetti della vita umana che difficilmente sono stati cantati da altri. Il suo interesse per il sacro ed il religioso è indubbio, ma sicuramente non possiamo considerarlo “ortodosso”.  Battiato però può continuare ad insegnarci con le sue canzoni che continuano ad essere ascoltate ancora oggi che la spiritualità, la ricerca dell’infinito non termina mai nell’essere umano e forse il nostro compito sarebbe di coglierla al meglio. Non bisogna poi dimenticare che comunque si tratta di canzoni e che le canzoni non sono fatte solo per pensare e riflettere ma anche per trasmettere sensazioni e divertissement, cosa che Battiato è riuscito a fare al meglio. Non è un caso che tra le canzoni del suo vasto repertorio continuo a preferire Chanson egocentrique, che ha diversi non sense ma una musica trascinante, soprattutto nella versione in duo con Alice.
(Valerio Bernardi – DIRS GBU)

 

L’articolo La speranza del tornare: l’opera di Battiato tra misticismo e divertissement proviene da DiRS GBU.

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