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Credo che le settimane di eventi siano tra i mezzi più efficaci che il GBU abbia per proclamare il messaggio del vangelo tra gli studenti universitari. Che cos’è una settimana di eventi (o settimana evangelistica) e perché credo che sia così efficace?

Una settimana di eventi non è altro che una serie di eventi speciali che un gruppo GBU locale organizza in un periodo che può andare dai 3 giorni ai 5 giorni. Un programma fitto fitto, composto da attività evangelistiche ed eventi speciali tutti collegati tra loro da una tematica principale. 

Certo, mettere in piedi una settimana di eventi richiede uno sforzo organizzativo non indifferente per un piccolo gruppo di studenti, ma ne vale certamente la pena almeno per quattro motivi: 1) dà visibilità al gruppo GBU, 2) permette di raggiungere tanti studenti con il vangelo, 3) unisce e affiata i membri del gruppo, 4) offre una possibilità concreta per iniziare degli incontri di studio biblico con coloro che durante la settimana avranno mostrato interesse a saperne di più.

Proprio di recente il GBU Italia ha organizzato un webinar per studenti coordinatori, perché potessero conoscere il valore di questo tipo di attività e potessero ricevere formazione in merito all’organizzarne una. Il nostro desiderio è quello di vedere i gruppi GBU qui in Italia prendere la bella abitudine di organizzare una settimana di eventi l’anno, come già succede in tanti paesi europei. 

Il seminario incoraggiava gli studenti a riflettere su quattro aspetti molto pratici dell’organizzazione di una settimana di eventi:

1 – Pianificare alcune cose con largo anticipo

Si tratta di tutte quelle cose pratiche che non possono essere improvvisate all’ultimo minuto. Formare un gruppo di lavoro, scegliere le date più adatte, decidere un tema, definire un budget, ecc. Inoltre, con largo anticipo, è importante cominciare a parlarne al resto del gruppo perché tutti possano entusiasmarsi e prendere a cuore il lavoro, cominciare a parlarne alle chiese locali per poterle coinvolgere in qualche modo e infine, ma non per questo meno importante, cominciare a pregare regolarmente per le attività che stiamo programmando.

2 – La promozione

Possiamo anche organizzare un’ottima settimana di eventi, ma se nessuno sa che c’è, dubito che sarà un grande successo. Per questa ragione è fondamentale mettere in piedi una vera e propria campagna promozionale perché più studenti possibili ne vengano a conoscenza e possano parteciparvi. Bisogna pensare bene dove promuovere l’evento, quali canali social utilizzare, se stampare dei volantini, dei poster, dove distribuirli, chi li distribuirà, chi animerà i social media, post, storie, reels, ecc. Nell’era della comunicazione, comunicare bene è fondamentale per la buona riuscita di una settimana di eventi!

3 – Il programma

Prima di tutto bisogna definire quanti giorni durerà la “settimana” di eventi. Tre? Quattro? Cinque? Questo, ovviamente, dipenderà anche dalle risorse del gruppo (persone coinvolte, budget, locali adatti, ecc.). Una volta definita la durata, bisogna anche pensare a come riempire le giornate: il team potrebbe incontrarsi la mattina presto per fare colazione insieme e pregare, poi un gruppo potrebbe andare in facoltà e chiacchierare con gli studenti, all’ora di pranzo si può andare a mensa e fare volantinaggio, il pomeriggio si potrebbero organizzare degli eventi/lezioni in facoltà e la sera degli eventi più leggeri nei quali inserire dei messaggi evangelistici. Un gruppo più grande e ben organizzato può farcela a fare tutto questo, mentre un gruppo più piccolo può scegliere di fare soltanto alcune delle cose suggerite qui (es. volantinaggio a pranzo e gli eventi la sera…).

4 – Ciò che viene dopo una settimana evangelistica

Infine, incoraggiamo gli studenti a pensare bene a ciò che verrà dopo la settimana di eventi. Se Dio lo vorrà, ci saranno studenti che esprimeranno il desiderio di esplorare la fede cristiana. Sarebbe buono poter offrire un percorso di tre, quattro, cinque settimane per poter accogliere tali studenti e aiutarli nel loro percorso di fede. È più facile che una persona accetti di prendere parte ad un percorso definito (nel numero di incontri) che unirsi ad un gruppo in modo illimitato. Un buon modo per raccogliere le adesioni è tramite i fogli di feedback, utilizzati a tutti gli eventi per dare la possibilità a coloro che sono interessati di lasciare i propri dettagli al fine di essere ricontattati. La mia esperienza personale è quella di vedere sempre, dopo una settimana di eventi, degli studenti che accettano l’invito a scoprire di più su Gesù. È per questo che organizziamo le settimane di eventi, quindi è fondamentale pensare bene a cosa verrà dopo una settimana evangelistica. 

In conclusione…

Una settimana di eventi è un grande impegno per un gruppo locale, ma ne vale veramente la pena. Sarebbe bello se ogni gruppo GBU (e anche ogni chiesa locale, perché no?) provasse ad organizzare questo tipo di attività ogni anno. 

Giovanni Donato
(Staff GBU Siena)

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Missione urbana

(M. Volf)

Miroslav Volf, Contro la marea, di prossima pubblicazione presso Edizioni GBU

Quando nel 1997 visitai un sobborgo di Baltimora chiamato Sandtown, il ricordo più vivo che conservo è quello di un fastidioso e stridente contrasto. Ricordo un intero agglomerato di case abbandonate, ognuna somigliante a un grande teschio, con il vuoto buio che veniva fuori dalle porte e dalle finestre rotte e la vita che beffardamente l’aveva abbandonata. Nel mezzo di questi ruderi, comunque, c’era una strada brulicante di vita. Le case erano state riparate e dipinte con brillanti colori, i vicini chiacchieravano fra di loro, i bambini stavano giocando per le strade. Era come se in questo posto una sorta di risurrezione avesse rivestito le ossa secche della morte urbana con una pulsante carne di vita. Al cuore di questa improbabile trasformazione vi era una piccola compagnia di cristiani. Si chiamava New Song Community (Comunità del Canto Nuovo).

To live in Peace (2002) è un’opera che racconta la storia di questa comunità e offre una spiegazione per la sua missione all’interno della città. L’autore, Mark Gornik, rispondendo a una chiamata proveniente da Dio, è stato tra i primi ad andare ad abitare a Sandtown. Il libro dà un’eloquente testimonianza di vita, prendendo come modello l’amore di Cristo che si dona, ispirato dallo Spirito di vita, con vite che qui trasformano un panorama urbano senza speranza in un luogo del Dio della pace.

Per leggere in maniera appropriata questo libro, andate direttamente al quinto capitolo, dal titolo «Cantare un nuovo canto». Questo capitolo, con la storia della graduale risurrezione di Sandtown, è il cuore del libro. Senza di esso le importanti riflessioni teologiche e sociologiche che precedono e seguono non possono essere pienamente comprese. Ispirato dall’opera pioneristica di John Perkins sullo sviluppo delle comunità (le sue famose tre “R”: Ricollocazione, Riconciliazione e Redistribuzione), Gornik e Allan Tibbles si sono mossi nel vicinato non armati di qualche «piano o programma», ma solo con la convinzione che «la chiesa di Dio è la comunità riconciliata che porta giustizia nei punti di più grande sofferenza del mondo».

Iniziarono ad andare in giro nella comunità sin da quando, secondo una testimonianza che parlava «della capacità di grazia di Sandtown», si sentirono accolti. Da allora, come afferma Gornik, tutto dipese non tanto dallo sforzo di quei pochi che andarono ad abitare a Sandtown, quanto da quello dei molti che non l’avevano abbandonata «durante i tempi duri». Dapprima sorse una comunità ecclesiale, poi le case arrivarono a prezzi abbordabili per tutti, poi ancora il drastico miglioramento del sistema educativo e sanitario locale. Infine fu messa in piedi un’efficiente strategia per l’occupazione. Gli obbiettivi sono facili da enumerare, ma ogni passo raggiunto con successo ha richiesto un miracolo di coraggio e tenacia.

Ho finito il libro colpito e provocato in molte maniere. In primo luogo è una sfida personale. Gornik e Tibbles non hanno scelto di perseguire il confort del servizio cristiano in ambienti della classe media. Al contrario, hanno deciso di ricollocarsi in un posto desolato e senza speranza. Per Tibbles questa era una sfida molto speciale: è quadriplegico, sposato, e padre di due ragazze. Ciò che mi ha colpito non era soltanto la robusta santità dei due uomini, ma come se ne rivestivano con leggerezza, senza sforzo o autocelebrazione.

In secondo luogo, è una sfida ecclesiale. Nonostante la retorica del servizio reso al mondo, le chiese spesso soccombono alla tentazione di vivere in primo luogo per se stesse, far crescere i loro numeri, incrementare i loro programmi, costruire nuovi edifici. Per la New Song Community, la chiesa significa essere per gli altri, con gli altri, specialmente con i più bisognosi. «I ministeri di giustizia e riconciliazione non sono aggiunte che stanno fuori dal campo della chiesa», ma sono «costitutivi della vita ecclesiale unita a Cristo».

La terza sfida concerne il carattere del servizio. Troppo spesso tutti aiutiamo i bisognosi in una maniera tale da umiliarli. Anche il discutere di “potenziamento” è un qualcosa che ti lascia un sapore amaro di condiscendenza. Il libro To live in Peace è tinto di profondo rispetto per la dignità dei bisognosi. Non sono gli “altri” per cui deve essere fatto qualcosa, ancor meno gli ignoranti che devono essere istruiti o gli indisciplinati che devono essere disciplinati. Sono membri di famiglia che sono incappati in tempi difficili e devono essere  incoraggiati e aiutati.

In quarto luogo, la sfida di collegare la fede con la vita. Gornik argomenta ripetutamente contro l’idea di affrontare il problema delle periferie con progetti preconfezionati che, o derivino dalla fede o siano informati da tesi secolari (sebbene il libro faccia un grande uso di suggestioni teologiche e sociologiche). Al contrario, suggerisce una duplice strategia: 1. mantenere l’attenzione sul punto verso cui è necessario che la comunità si muova (lo shalom della nuova creazione di Dio) e sul sentiero su cui bisogna camminare (l’amore di Cristo che si dona) e 2. concentrarsi «sul fare fedelmente mille piccole cose in un periodo di diversi anni».

Infine, il libro è una sfida per chi pensa a iniziative basate sulla fede. Gornik sa che la chiesa ha risorse significative e uniche per rivolgersi ai bisogni delle periferie; il suo libro è una spiegazione di queste risorse. Tuttavia avverte che l’attuale enfasi sulle iniziative basate sulla fede personalizza eccessivamente la povertà e il cambiamento sociale e non dà attenzione sia «ai bisogni di infrastrutture e capitali» sia alla dimensione strutturale della povertà. Gornik si rifiuta di essere preso da false alternative tipo l’attenzione per le persone o per le strutture. Se le comunità devono vivere in pace bisogna indirizzarsi su entrambe, e perciò sia la chiesa sia i governi hanno un ruolo da giocare.

La saggezza cristiana, l’impegno e il coraggio inscritti nel libro di Gornik e incarnati nella New Song Community sono straordinari. Spero che tutti possano cogliere qualcosa dalla visione di Gornik: «Guidati dalla convinzione che Cristo crocifisso crea spazio per l’abbraccio degli altri e che lo Spirito del Cristo risorto porta nuova vita», le chiese possono e devono servire «a portare avanti lo shalom nelle periferie cittadine».

 

L’articolo è tratto dal libro Contro la marea, di prossima pubblicazione presso Edizioni GBU

L’articolo Missione urbana proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/missione-urbana/

Tempo di lettura: 5 minuti(di Nicola Berretta)

È di questi giorni una notizia che ha suscitato notevole clamore mediatico, oltre che giustificato stupore, per i risultati ottenuti da un team dell’Università di Losanna, e appena pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature Medicine. Tre pazienti, costretti da anni a muoversi su una sedia a rotelle in conseguenza di traumi subiti alla colonna dorsale, hanno recuperato la facoltà di alzarsi e camminare, grazie all’impianto di sofisticati sistemi di stimolazione posti a livello della colonna vertebrale e governati elettronicamente.

Questo gruppo di ricerca svizzero da anni lavora su sistemi di interfaccia uomo-macchina, capaci di imitare i segnali nervosi che nascono nel nostro cervello e che poi vengono trasmessi giù, lungo il midollo spinale – quel prolungamento del sistema nervoso che decorre all’interno della colonna vertebrale – per dare il via a quella sequenza coordinata di movimenti degli arti inferiori che ci consente di camminare. Un po’ come avere una giostra di cavalli che girano muovendosi su e giù, governata da un cavo di alimentazione che ne avvia il sistema. Il trauma spinale è paragonabile a un taglio di quel cavo: la giostra si ferma. Ma la giostra è ancora lì, pronta a muoversi in modo armonico e coordinato, se solo gli arrivasse di nuovo quel segnale d’avvio.

Per anni tanti laboratori hanno cercato il modo di riattivare la giostra tentando di riparare il cavo di alimentazione, cioè a dire concentrandosi sui meccanismi di rigenerazione delle fibre nervose recise dal trauma spinale, con qualche successo, ma anche incontrando tanti ostacoli che qui tralascio. Questi ricercatori svizzeri hanno invece pensato a un modo per riavviare la giostra indipendentemente dal cavo tranciato. Hanno infatti posizionato degli elettrodi a livello dei centri nervosi del midollo spinale responsabili della deambulazione, e hanno generato attraverso questi dei segnali elettrici che imitano quelli che in precedenza giungevano alla giostra attraverso il cavo. E funziona!

È davvero straordinario vedere e leggere le testimonianze di chi ha vissuto per anni sognando di poter camminare, magari dolendosi per quel malaugurato giorno in cui, per un incidente o per una stupida ragazzata, è accaduto l’irreparabile. Quel sogno diviene realtà. Un’emozione indescrivibile per questi pazienti paraplegici e una luce di speranza concreta per tanti altri.

Questa notizia penso che ci solleciti ancora di più a riflettere sulle implicazioni etiche di questi progressi tecnologici, che rendono oramai sempre più alla nostra portata la capacità dell’uomo di interagire con le funzioni del nostro sistema nervoso centrale. Tuttavia, vorrei farne uno spunto per riflettere su due altre tematiche altrettanto attuali.

La prima è legata a una verità che purtroppo i mass-media sottacciono, per timore di urtare la sensibilità della nostra “società da supermarket”. Uso questo termine ironico per contrapporla a quella di qualche decina d’anni fa, quando da bambino accompagnavo mia mamma a fare la spesa. Se dovevamo comprare la carne, si andava dal macellaio, dove occorreva fare attenzione a non sporcare le suole delle scarpe in quelle mattonelle bianche, sporche per i goccioloni di sangue che cadevano dalle teste penzoloni dei quarti appesi di vitello. Oggi invece si va al supermarket. La carne è bella pulita e incellofanata, e non abbiamo la nostra sensibilità urtata dal “costo” che c’è dietro quella bistecca o quel petto di pollo.

Questi ricercatori di Losanna non si sono svegliati una mattina con una bella idea in testa. Non hanno chiamato da un giorno all’altro un ingegnere elettronico per costruire sofisticatissimi microchip. Non hanno fatto solo delle simulazioni sul computer, ascoltando musiche di Bach o le Quattro stagioni di Vivaldi, assorti nel mare delle loro teorie. Questi studi sono stati preceduti da anni di ricerche svolte su animali. Su ratti e, soprattutto, su macachi. E non sto parlando di scimmie raccolte pietosamente dalla foresta pluviale del Borneo perché cadute inavvertitamente dagli alberi, avendo tristemente subito un trauma spinale. Sto parlando di animali resi sperimentalmente paraplegici apportando una sezione del loro midollo spinale. Senza il “costo” pagato da quegli animali, intenzionalmente privati del movimento degli arti, noi non potremmo oggi stupirci nel vedere quelle immagini di chi si alza finalmente dalla sedia a rotelle per realizzare quel sogno a lungo agognato di poter di nuovo camminare.

Tutto ciò è eticamente accettabile? Io credo di sì, ma per dirlo occorre mettere bene a fuoco le basi etiche su cui ciascuno fonda le proprie convinzioni circa il valore della vita umana in rapporto al valore della vita degli altri esseri viventi. Non possiamo infatti permetterci il lusso di accettare per buono qualcosa solo sulla base del beneficio che ne possiamo trarre. Se così fosse, potremmo giungere all’estremo di giustificare le peggiori efferatezze a costo della vita umana, laddove ne possiamo individualmente trarre utilità. Su questo tema, mi viene in mente un film del 1996 con Gene Hackman e Hugh Grant, Soluzioni estreme, in cui è proprio la sofferenza delle persone paraplegiche a divenire la base per giustificare l’utilizzo di barboni senzatetto come cavie umane per praticare lesioni del midollo spinale e testare terapie riabilitative.

La seconda tematica è quella del rapporto tra fede in Dio e progresso scientifico. Non mi riferisco al tema classico della supposta antitesi tra fede religiosa e pensiero scientifico, ma a come trovare un giusto equilibrio, come credenti, tra la nostra fede nell’intervento di Dio, anche straordinario, miracoloso e razionalmente inconcepibile, e la possibilità di avvalerci dei risultati del progresso scientifico.

Il Vangelo ci parla di Gesù che guarì la suocera di Pietro da una febbre (Mt 8:14-15). Forse oggi un antibiotico sarebbe più che sufficiente a guarirla. Il Vangelo ci parla di zoppi che riprendono a camminare e ciechi che recuperano la vista. Alla luce di questi progressi delle neuroscienze e delle nanotecnologie non è così fuori luogo immaginare un futuro non lontanissimo in cui i ciechi recupereranno la vista con un microchip nell’occhio e tanti infermi riprenderanno a camminare grazie all’ulteriore sviluppo delle tecnologie qui menzionate. Stiamo togliendo spazio alla possibilità di un intervento diretto di Dio nella vita umana attraverso il progresso della scienza? Stiamo forse rendendo Dio superfluo?

Questa domanda non è così peregrina. Questo periodo di pandemia da Covid19, tra le tante cose, ha messo allo scoperto la realtà di questa contrapposizione, laddove non pochi sono stati quei cristiani che non si sono voluti sottoporre a vaccinazione, alle volte giustificando questa scelta con la convinzione che vaccinarsi metterebbe in luce una mancanza di fiducia nel Signore, col fare affidamento sulla scienza, sull’uomo, piuttosto che su Dio.

Meno male che ci pensa proprio Gesù, in occasione di uno di questi miracoli, a toglierci le castagne dal fuoco. In un noto episodio del Vangelo, in cui un gruppo di amici portano con varie peripezie uno zoppo davanti a lui affinché lo guarisca (Lc 5:17-26), Gesù inizialmente non bada a quel bisogno fisico e dimostra piuttosto la sua autorità divina rimettendo i peccati di quell’uomo. A fronte delle obiezioni scandalizzate di alcuni presenti, Gesù domanda: «Che cosa è più facile, dire: “I tuoi peccati ti sono perdonati”, oppure dire: “Àlzati e cammina”?». Bella domanda. Una domanda che, alla luce di questi progressi tecnologici, ci sfida ancora oggi.

Non so se nel porre questa domanda Gesù già anticipasse un’epoca in cui far camminare uno zoppo non sarebbe più stata quell’evento straordinario che era a quel tempo. Di certo Gesù sfidava gli uomini di quell’epoca, e continua a sfidare anche l’uomo odierno a riflettere su quale sia il nostro vero bisogno, un bisogno che nessun progresso scientifico e tecnologico riuscirà mai a risolvere, un miracolo che solo Gesù può compiere: il perdono dei nostri peccati e la riconciliazione con Dio. Il miracolo del perdono è talmente grande e straordinario da rendere quell’Alzati e cammina una bazzecola, un banale gioco da ragazzi. Quando dunque pensiamo che utilizzare il progresso scientifico per il nostro benessere fisico equivalga a mettere Dio da parte, per certi versi rendiamo Dio davvero piccolo piccolo. Pensiamo di onorarlo, ma in realtà lo svalutiamo, mettendolo Dio sullo stesso piano di quei pur grandi scienziati di Losanna. Grandi e stupefacenti per noi, ma granelli di polvere davanti a Dio.

(Nicola Berretta, DiRS-GBU, Ricercatore Laboratorio di Neurologia Sperimentale
Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma)

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Cross-current è un progetto pensato per i giovani laureati cristiani che vogliono vivere pienamente la loro fede nel contesto lavorativo. Attraverso un percorso di condivisione e formazione, Cross-Current equipaggia i giovani laureati, affinché siano efficaci ambasciatori di Cristo nel posto di lavoro. 

Nel mese di ottobre dello scorso anno, il gruppo Cross-Current Torino-Milano si è incontrato per completare gli obiettivi annuali. Segue il resoconto di Bogdan, laureato in ingegneria informatica ed ex studente del GBU Torino.

Nel weekend del 15-16 ottobre 2021 si è tenuto il secondo incontro in presenza del gruppo Cross-Current To-Mi. In quei giorni abbiamo concluso il secondo modulo del percorso di mentoring, che tratta le relazioni sul posto di lavoro.

Mentre il primo modulo trattava il lavoro dal punto di vista biblico, quindi in un certo senso gli insegnamenti visti andavano ad impattare solamente sul singolo, i temi trattati e studiati nel secondo modulo portano beneficio a tutti. Il tema delle relazioni è a mio parere di fondamentale importanza in ogni aspetto della nostra vita; ma a differenza delle amicizie, che ci scegliamo, i colleghi sono quelli che sono, e trascorrendo almeno otto ore delle nostre giornate con loro, è cruciale stabilire dei rapporti sani e solidi.

Ci sono due aspetti che mi sono piaciuti particolarmente di questo modulo. Il primo è stato quello di partire dalla Bibbia per intraprendere un percorso che ci aiuti a comprendere meglio le relazioni: come Dio le aveva intese in origine, come le scelte fatte dall’uomo le hanno cambiate e, se vogliamo, rovinate, e infine come possiamo e dobbiamo agire per mettere in pratica la volontà di Dio. Attraverso degli esempi, siamo riusciti a metabolizzare meglio gli aspetti teorici trattati nella prima parte. Tenendo presente che l’uomo, tutto sommato, è rimasto lo stesso nell’arco della storia e che la Bibbia è fondamentalmente una raccolta di storie umane e di Dio che entra a far parte di esse, lo studio è un passo fondamentale da fare prima di poter passare al secondo aspetto, che è forse quello più difficile, perché richiede di fermarsi un momento per riflettere su noi stessi, sulle relazioni che abbiamo sul lavoro e su cosa stiamo facendo per mantenere quelle buone e per migliorare quelle meno buone.

Tutto quello che ho detto finora sarebbe molto difficile da fare senza weekend come quello appena passato insieme: lo studio comunitario della Bibbia è fondamentale per una comprensione più completa dell’uomo e di Dio.

Incontri come questo sono sempre belli perché sono occasioni per trascorrere del tempo con persone che hanno lo stesso obiettivo e che ti possono capire e aiutare ad affrontare le sfide che incontriamo nelle nostre vite, oltre che per stringere nuove amicizie e rafforzare quelle esistenti.

Bogdan Marici
(laureato GBU Torino)

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E’ notizia di ieri che il vescovo anglicano Desmond Tutu ha lasciato questa terra. Tutu è stata una delle figure più rappresentative del cristianesimo alla fine del secolo scorso ed ha dato un contributo importante al processo di cancellazione delle regole dell’apartheid in Sud Africa, aiutando una delle più pacifiche “rivoluzioni” avvenute negli ultime decenni.

Bisogna però ricordare che, al contrario di Mandela, Tutu è stato ed è voluto essere in primo luogo un uomo di chiesa. Formatosi nell’infanzia in un ambiente metodista (quello che in Sudafrica ha sempre avuto una posizione di netta condanna nei confronti della segregazione razziale), l’incontro con il vescovo anglicano Tom Huddleston lo avvicinò a questa denominazione e gli permise (lui proveniente da una famiglia di umili origini) un’ottima formazione teologica al King’s College di Londra.

Tornato nel proprio Paese, Tutu nel suo primo periodo ministeriale, rimase piuttosto “indifferente” alla questioni più squisitamente politiche e cercò, in una situazione di chiara difficoltà, di predicare un Vangelo che fosse separato dai problemi che iniziavano ad attraversare il Paese e che avevano esautorato la popolazione di colore da qualsiasi possibilità di decidere il proprio futuro. La sua concezione del rapporto tra Stato e Chiesa era piuttosto laica ed a favore di una separazione delle due sfere. Questo, però, non impediva un impegno nel sociale e nella ricerca di alleviare dai problemi le fasce più svantaggiate della società. 

La svolta avvenne nel 1975, quando Tutu si trovò a ricoprire il ruolo di Decano della chiesa anglicana di Johannesburg, proprio quando scoppiarono le rivolte nel ghetto di Soweto che videro come risposta una durissima repressione da parte del governo bianco. Fu in quel momento che Tutu intensificherà la sua militanza teologico-politica che lo porterà ad una dura condanna del regime di apartheid ed al tentativo di cercare di “predicare” una società dove la razza non dovesse giocare alcun ruolo. Pur propendendo per una soluzione non violenta, non respinse anche la possibilità di azioni forti da parte di coloro che erano oppressi.

Divenuto vescovo di Città del Capo (il primo vescovo di colore anglicano in Sudafrica), Tutu continuò la sua militanza ed il suo essere schierato a favore della giustizia razziale e del ripristino di un regime giusto ed uguale per tutti. Le sue battaglie di questo periodo portarono l’Accademia di Oslo a conferirgli nel 1984 il Premio Nobel per la Pace. Si trattò di una chiara scelta politica dove gli Svedesi da una parte vollero mettere pressione sul regime dell’apartheid, dall’altra decisero di scegliere un esponente che lottava per la giustizia senza però posizioni di radicalizzazione e di violenza presenti in alcuni esponenti dell’African National Congress (di cui Tutu non ha fatto mai parte) e anche da parte di alcuni esponenti di chiese che erano più radicali nelle loro scelte, forse anche perché il loro ministerio non era all’interno di chiese multirazziali come lo è la Chiesa Anglicana in Sud Africa (mi riferisco qui ad esponenti teologicamente significativi ma anche discussi come il riformato Allan Boesak).

Nel 1994, con Nelson Mandela presidente (a cui lo legherà una profonda amicizia), Tutu sarà chiamato a coordinare e presiedere la Commissione per la Verità e la Riconciliazione che doveva cercare di dare un contributo alla nascita del nuovo Sudafrica, ricordando le ingiustizie commesse, ma cercando soprattutto la pacificazione tra le diverse componenti della società della nuova nazione. Il lavoro della Commissione è diventato un modello per le transizioni pacifiche da una situazione di regime autoritario e democratico, cercando di superare il modello di semplice condanna del passato (lo stesso Tutu affermava che il tentativo è stato quello di superare il modello Norimberga, in cui coloro che avevano perpetrato il male venivano semplicemente condannati) e volendo trovare la Verità per partire da questa per una riconciliazione tra le parti senza dimenticare il passato ma andando avanti. I lavori della commissione che sono ancora oggi un modello per il dibattito democratico odierno possono essere consultati al sito https://ift.tt/32BuaUg. Nonostante gli sforzi fatti e la pubblicazione di diversi volumi da parte della Commissione, il lavoro non è stato accettato da tutte le parti, anche se ha permesso una transizione pacifica al Paese che, pur vivendo ancora oggi diverse difficoltà, è diventata una democrazia piuttosto solida. Tutu ha continuato per il resto della sua vita, anche quando si è ritirato come negli ultimi anni, a combattere per le ingiustizie nei confronti dei più deboli.

Il vescovo sudafricano è noto soprattutto per le sue azioni che per le sue idee e per questo va ricordato e può essere oggi, senza retorica, affiancato (come già in molti hanno fatto) a uomini come Martin Luther King jr per quello che ha fatto. Questo, però, non impedisce di fare una rapida analisi del suo pensiero, contenuto soprattutto in opere che sono essenzialmente raccolte di discorsi e di predicazioni. In una interessante intervista rilasciata nel 1992 a Christianity Today (consultabile al link https://www.christianitytoday.com/ct/1992/october-5/prisoner-of-hope.html), Tutu mostra come il suo pensiero ha profonde radici bibliche e, in particolare, come spesso è accaduto per pensatori che hanno collegato le loro battaglie a percorsi di liberazione, fa riferimento ai libri profetici, abbondantemente citati nell’intervista. Non manca però un riferimento alla teologia paolina della riconciliazione e del perdono che è stata alla base dell’ultima parte del suo operato e che ha avuto come frutto il lavoro della commissione succitata, ancorata a sicuri valori cristiani. Il suo percorso è sempre stato “ecumenico” (ha anche lavorato per un certo periodo per il Consiglio Ecumenico delle Chiese) ed attento alle problematiche sociali e politiche, non dimenticando però il suo ruolo pastorale che è sempre rimasto al centro delle sue idee. 

Il lascito di Desmond Tutu è importante e deve far riflettere tutti noi come il cristianesimo si possa veramente mettersi al servizio della società in cui vive per renderla migliore e più giusta, senza per questo compromettere il messaggio di redenzione. Tutu, pertanto, rimane uno dei “profeti” del nostro tempo cui bisogna guardare quando ci si vuole realmente impegnare nella società, senza per questo compromettere la propria fede ed essere fedeli testimoni dell’annuncio di Cristo.

                                                                                                                                                      

Valerio Bernardi – DIRS GBU

L’articolo Lotta, pace e riconciliazione. In ricordo di Desmond Tutu. proviene da DiRS GBU.

source https://dirs.gbu.it/lotta-pace-e-riconciliazione-in-ricordo-di-desmond-tutu/

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Sono ormai 15 anni che collaboro con il GBU. In questi anni la nostra missione non è cambiata, ma il mondo intorno a noi sì. Comprendere questi cambiamenti ci è sempre utile per condividere il vangelo in modo efficace. Nel nostro caso, per raggiungere gli studenti di oggi.

Oggi l’università italiana cambia, ma non come organismo in sé, separato dal contesto in cui cresce e si sviluppa. Cambia in relazione a ciò che succede nel nostro paese, o, più ancora, in relazione ai venti del cambiamento che soffiano in Europa.

Circa tre anni fa sono stato invitato a prendere parte a un importante evento che si sarebbe dovuto tenere in Polonia nel 2020. Si tratta di un congresso di portata continentale che avrebbe riunito circa 1000 leader evangelici da tutta Europa. Il Movimento di Losanna, promotore e organizzatore di questo evento, esiste da quasi 50 anni per favorire l’avanzamento della missione della Chiesa nel mondo.

Ma il 2020, che è stato l’anno degli eventi cancellati, ha costretto gli organizzatori a posticipare l’evento al 2021. Infatti, forse un po’ ingenuamente (facile dirlo col senno del poi!), speravano che si sarebbe potuti tornare presto a organizzare dei grandi eventi in presenza, lusso che il coronavirus, a oggi, non ci sta ancora permettendo. Lausanne Europe 20/21, quindi, si è trasformato in un grande evento online (un altro!) che ha avuto luogo dal 17 al 20 Novembre e che ha riunito online più di mille leader da tutto il nostro continente per riflettere, pregare, imparare e progettare per l’avanzamento della missione di Cristo in Europa e fino alle estremità della terra.

Dopo il congresso globale di Città del Capo nel 2010 e il raduno di giovani leader a Jakarta nel 2016 (entrambi promossi dal Movimento di Losanna), ho avuto anche il privilegio di partecipare a questo evento, e di farlo in presenza. In che senso? Come si può prendere parte a un evento online in presenza? Beh, la risposta sta nel fatto che mi è stato chiesto dagli organizzatori di essere uno dei presentatori delle diverse sessioni, e questo richiedeva il ritrovarsi in presenza insieme a un ristretto gruppo di addetti ai lavori nella città di Southampton, nel Regno Unito, dal quale l’evento sarebbe stato “streammato”.

Gli input sono stati tanti, come ci si può aspettare da un evento di questa portata. Sul “palco” si sono susseguiti relatori diversi, che hanno portato alla nostra attenzione quelle che sono le sfide e le opportunità maggiori che la Chiesa Europea sta affrontando in questo momento e che affronterà nei prossimi decenni. Qui vorrei evidenziare tre sfide che ho trovato particolarmente rilevanti per noi che svolgiamo il nostro ministero cristiano tra gli studenti universitari:

L’Europa è sempre più internazionale e la chiesa deve rispondere a questa tendenza

Le nostre città stanno cambiando volto, tante persone da ogni parte del mondo vengono in Europa per cercare lavoro e un futuro decente. Se cambia la società, di riflesso cambia anche l’università e ne consegue che anche i nostri gruppi GBU si colorano di internazionalità. Il nostro gruppo qui a Siena (per fare un esempio) è per il 60% circa composto da studenti stranieri. Questo comporta nuove sfide, quali il doversi confrontare con culture e modi di fare diversi, svolgere gli incontri in lingua inglese, ecc. Non è sempre facile fare tutto ciò, ma è una delle sfide che siamo chiamati ad affrontare nella nuova Europa. E proviamo a fare del nostro meglio!

Dare spazio alla nuova generazione di leader

Luke Greenwood, uno dei tanti relatori, ci ha sfidati a tenere in considerazione e lasciare spazio alle prossime generazioni. Questo è sempre stato un punto forte del lavoro tra studenti, che vede i propri gruppi guidati da giovanissimi alle prime armi con il concetto di leadership. Il GBU Italia segue i propri studenti coordinatori, investe in loro, dà loro fiducia, li forma e li incoraggia nello svolgere il loro ruolo. Che privilegio poter affiancare ragazzi giovanissimi e vederli muovere i primi passi nel ministero cristiano e nella conduzione!

Dare voce a categorie di persone la cui voce è stata a lungo soppressa

Una mattina siamo stati incoraggiati (e ammoniti) ad ascoltare coloro la cui voce è stata soppressa dai cristiani europei. Tra queste, la voce delle donne che per troppo tempo è stata sovrastata da quella degli uomini. Il GBU Italia è attento a dare spazio alle donne, coinvolgendole in prima linea nel ministero tra studenti al pari degli studenti uomini (al momento, più della metà degli studenti coordinatori in Italia sono donne!). Che bello vedere studentesse fiorire e crescere, mentre mettono al servizio del vangelo i doni che Dio ha dato loro!

Che Dio benedica l’Europa, la Chiesa europea e il ministero evangelistico tra studenti universitari in un’Europa in continuo cambiamento.

Giovanni Donato
(Staff GBU Siena)

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Tra poco leggerai le ultime notizie degli studenti dei GBU di tutta Italia. Probabilmente troverai motivi di lode già letti in altri notiziari, richieste di preghiera per cui hai pregato in passato per qualche gruppo, notizie di eventi da parte di un gruppo entusiasta che, però, per te, non sono proprio una novità. Spesso infatti si tratta di attività che sono già state fatte in altre città, da altri gruppi. Attività e richieste di preghiera che tu stesso hai fatto, se sei un ex gbuino, o che conosci perché proprio nell’ultimo notiziario che hai letto, un altro gruppo GBU aveva fatto o chiesto qualcosa di simile in qualche altra città.

Ma allora perché dovresti leggere questo notiziario? Che c’è di nuovo?

Se vai di fretta non leggerlo. Potresti non trovare niente di nuovo.
Ma se dedicherai qualche minuto di concentrazione alla lettura, se presterai attenzione, potrai riuscire a cogliere lo spirito con il quale gli studenti hanno scritto queste poche righe. Potrai trovare espressioni come “super carichi”, “finalmente”, “ripartiti” che con forza esprimono tutta la gioia degli studenti di tornare a incontrarsi dal vivo, a relazionarsi con altri studenti, a organizzare eventi creativi, studi biblici, incontri di preghiera. In sintesi a Condividere Gesù da studente a studente, come si è sempre fatto, anche durante la pandemia, ma con un nuovo entusiasmo.

E quest’entusiasmo ti travolgerà!

Allora capirai che sul GBU soffia ancora quell’entusiasmo sempre nuovo, tipico delle giovani, nuove generazioni di credenti, che si rinnova di anno in anno, ma in particolare in questo anno di ripartenza post covid (si spera).
Capirai che siamo sul pezzo, che siamo carichi, e ti sentirai coinvolto, desideroso di fare qualcosa, di pregare. Lo Spirito Santo ti guiderà, ti parlerà, e con la tua preghiera e il tuo sostegno potrai continuare (o cominciare) a essere parte di questa missione, la missione del GBU, quella di far conoscere il Signore Gesù nelle Università.

Domenico Campo
(Staff GBU Sicilia)

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Secondo una vecchia teoria, già implicita negli scritti di Heiddeger sulla tecnica, e resa popolare da un noto articolo dello storico Lynn White jr., la tradizione ebraico-cristiana sarebbe la causa della crisi ambientale che stiamo vivendo.
Se l’animismo e il paganesimo promuovevano una forma di rispetto per l’ambiente basato sulla credenza che dietro gli elementi naturali ci fossero esseri spirituali, la loro sconfitta avrebbe causato la desacralizzazione di quegli elementi e la loro trasformazione in fondi da sfruttare da parte dell’uomo, principe della creazione e suo dominatore. 
Senza bisogno di analizzare storicamente la validità di questa teoria, possiamo riconoscere come una lettura quantomeno superficiale della Bibbia possa aver spinto alcuni cristiani ad assumere una condotta spregiudicata nei confronti dell’ambiente.

D’altro canto un’attenta riflessione su ciò che la Bibbia dice sul nostro rapporto con la natura rappresenta il più solido fondamento per un impegno in favore della tutela e della salvaguardia del creato.

È vero che la creazione dell’uomo ad immagine di Dio e il suo rapporto con Lui lo pongono dall’inizio della narrazione biblica su di un piano diverso rispetto al resto del creato, ma è proprio l’inizio della Genesi a suggerirci che l’uomo ha sempre avuto un ruolo di responsabilità nei confronti dell’ambiente:

“Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.”  

(Gen. 2:15)

A conferma dell’alto valore che gli elementi naturali hanno nella visione del mondo cristiana possiamo ricordare che tutta la creazione è stata sottoposta agli effetti del peccato ed è in attesa del ritorno di Cristo (Rom. 8:19-23), perché “tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui” (Col. 1:16).
Le moderne preoccupazioni ambientaliste non dovrebbero essere estranee a nessun cristiano che prenda sul serio le verità appena menzionate, ma c’è di più: senza Dio l’umanità rischia di perdere ogni valida motivazione per proteggere l’ambiente che non conduca all’antiumanesimo.

Senza Dio appare difficile, se non impossibile, trovare l’equilibrio tra l’antropocentrismo, che ha dato appoggio allo sfruttamento scriteriato delle risorse naturali utili allo sviluppo economico, e l’antiumanesimo, che negando all’uomo il diritto di considerarsi più importante delle altre forme di vita, lo trasforma nel problema da contenere o eliminare.
Né materialismo ateo, né moderno panteismo riescono a provvedere una soluzione al dilemma. Entrambi falliscono nel fornire un qualsiasi fondamento per l’etica, oppure finiscono per equiparare la vita umana a quella degli altri animali, se non delle piante (o dei virus!).

  • Perché dovrei preoccuparmi della sopravvivenza di qualcun altro da me?
  • Perché sarebbe sbagliato eliminare anche una piccolissima minoranza di essere umani, se ciò portasse un indubbio benessere a tutte le altre forme di vita del pianeta?
  • Perché sarebbe giusto eliminare una forma di vita come i Coronavirus?      

Domande la cui risposta sembra ovvia e intuitiva diventano improvvisamente difficili, se si esclude Dio dal quadro.

La Bibbia non risolve le questioni di etica ambientale con una forma di antropocentrismo limitato dalla legge di Dio, ma ponendo al centro di ogni cosa Cristo Gesù.

Lo scopo della creazione è glorificare Cristo, e il piano di Dio non culmina nella salvezza dell’uomo ma nell’unità di tutte le cose sotto un solo capo, Cristo Gesù (Ef. 1:9-10). 

Il cristianesimo propone un umanesimo teocentrico che assegna un ruolo speciale all’uomo e un grande valore alla sua vita, la quale però non è il fine ultimo delle cose. Gli esseri umani sono chiamati a contribuire alla realizzazione del piano di Dio, e sono chiamati a farlo anche prendendosi cura dell’ambiente.

Francesco Schiano
(Staff GBU Napoli)

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I giorni della Formazione GBU li reputo speciali.

Sono stati ricchi e benedetti perché pieni di utilità in ogni attività svolta. Il confronto e l’interazione tra i coordinatori o tra Staff e coordinatori, è stata una parte fondamentale della Formazione; quanto è importante conoscere il pensiero dell’altro, imparare dall’altro!

La Formazione non è stata solo teorica, ma anche pratica! Ogni coordinatore ha avuto la possibilità di guidare un breve studio biblico con il metodo induttivo e di ricevere degli “input” utili per l’evangelizzazione all’interno delle università.

Preziosi sono stati anche i momenti dedicati alla preghiera internazionale, rivolta a tanti fratelli e sorelle di diverse università del mondo; i seminari nei quali ci siamo concentrati a riflettere su determinate ideologie che prendono piede all’interno delle università, e di cosa la Bibbia dice al riguardo; quali possano essere i metodi per trasmettere una buona testimonianza di sé, o su quali dovrebbero essere le accortezze da avere quando si vuole iniziare a leggere la Bibbia con un amico.

A tutto ciò ha fatto da sfondo il tema della Formazione, ovvero Il tempo è vicino.

Queste parole le ritroviamo all’interno dei primi tre capitoli del libro dell’Apocalisse, un libro che, tra le tante cose, fa riferimento all’amore: l’amore di Dio che traspare nelle sette lettere inviate alle sette chiese dell’Asia minore, che sono valide anche per noi oggi.

Come coordinatore del GBU Salerno, realtà neonata, ritorno a casa soddisfatto e arricchito.
Grazie all’esperienza vissuta nella grazia del Signore ho potuto ricevere incoraggiamento, come studente universitario, guardando all’opera di Dio all’interno di altri GBU.

In questi giorni ho potuto pensare ad alcuni punti riguardanti la mia vita personale sui quali, in altre circostanze, forse non avrei mai riflettuto.

Ragazzi, Dio parla ai nostri cuori e sa benissimo quali sono i nostri bisogni, le nostre difficoltà, le nostre incertezze. Non bisogna mai smettere di avere fede in Lui perché al momento opportuno Egli risponde, al momento opportuno Lui si mostra.

Invoglio la persona che legge questo articolo ad adoperarsi nel GBU, che ha lo scopo di condividere Gesù da studente a studente. La nostra fatica nel Suo nome non è mai vana!

Infine, un grazie speciale va a tutto lo Staff GBU che quotidianamente si adopera per l’avanzamento del Regno di Dio all’interno delle università; la vostra presenza, il vostro incoraggiamento, la vostra dedizione è un qualcosa che porterò sempre nel mio cuore!

Dio ci benedica.
A Lui solo la gloria!

 

Giuseppe Ambrosio
(coordinatore GBU Salerno)

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Riapriamo i contributi del Dirs, proponendo la traduzione con questo sermone di John Stott, pubblicato con il permesso della rivista Christianity Today, che qui ringraziamo. Il 2021 è l’anno per le celebrazioni di Stott, perché cade il centenario della nascita e il decennale della sua dipartita da questo mondo. Il predicatore inglese è stato uno delle persone più influenti del panorama evangelico del XX secolo. Ha dato alla missione cristiana uno spessore culturale notevole e, oltre ad essere stato l’ispiratore del Movimento di Losanna, ha ispirato diverse generazioni di pensatori evangelici. Abbiamo scelto di celebrare questo “gigante” della fede, dando la parola direttamente a lui, proponendo una sua predicazione, in cui si vede la sua profondità e tutta la sua grandezza come uomo di fede. Riteniamo anche che lo scritto sia di estrema attualità anche oggi e che la sua lettura del mondo contemporaneo fatta in diversi suoi libri (alcuni dei quali tradotti in italiano dalle Edizioni Gbu: il testo qui presentato riecheggia sicuramente Il messaggio del Sermone sul Monte,  https://ift.tt/3AiugMr ) sia una delle più efficaci. Tale lettura del mondo moderno si allinea perfettamente a quella di un movimento che vuole portare il Vangelo nel mondo accademico. Buona lettura. (Valerio Bernardi)

Quattro modi in cui i cristiani possono influenzare il mondo

Come possiamo essere sale della terra
di John Stott.

Alienazione è in origine una parola marxista e Karl Marx indicava con essa l’alienazione dei lavoratori dal prodotto del proprio lavoro. Quando ciò che ha prodotto è venduto dal padrone della fabbrica, è alienato dal frutto del proprio lavoro. Ma al giorno d’oggi la parola alienazione ha il più ampio significato di impotenza. Ogni volta che ci si sente impotenti da un punto di vista politico od economico, ci si sente alienati. Jimmy Reid, un ben noto consigliere marxista a Glasgow e leader dei lavoratori portuali del Clydeside, quando era rettore dell’università di Glasgow, ha detto, “L’alienazione è il grido degli uomini che si sentono vittime delle cieche forze economiche oltre il loro controllo. L’alienazione è la frustrazione delle persone comuni che sono escluse dai processi decisionali”. Abbiamo una qualche influenza? Abbiamo un qualche potere? Questo è il problema.

La parola influenza può talvolta essere usata per una sete di potere auto-rerefenziale, come nel famoso libro di Dale Carnegie Come trattare gli altri e farseli amici. Ma si può anche usare per indicare il modo disinteressato dei Cristiani che rifiutano di accettare lo status quo, che sono determinati a vedere che le cose cambino nella società e che desiderano di avere una qualche influenza per Gesù Cristo. Sono senza potere? La ricerca del cambiamento sociale è senza alcuna speranza ancor prima che iniziamo? O i Cristiani possono esercitare una qualche influenza per Gesù Cristo?

C’è molto pessimismo oggi che afferra e paralizza le persone. Alzano le braccia in una sorta di sacro sgomento. La società è marcia dentro. Ogni cosa è senza speranza; non c’è nessuna speranza se non nel ritorno di Gesù Cristo. Come Edward Norman, decano della Peter House a Cambridge, ha detto una volta in un’intervista alla radio, “La gente è spazzatura”.

Ma la gente non è spazzatura. La gente è composta da uomini e donne fatti ad immagine e somiglianza di Dio. Sono in realtà caduti, ma l’immagine di Dio non è stata distrutta. Sono capaci di fare qualcosa di buono? La dottrina della totale depravazione, che significa che ogni parte del nostro essere umano è stato contaminato dalla Caduta, non significa che siamo incapaci di fare qualcosa di buono. Gesù stesso ha detto che sebbene siamo malvagi, siamo capaci di fare cose buone e dare buoni doni ai nostri figli. Ora, naturalmente crediamo nella Caduta. Crediamo che Cristo è venuto di nuovo per mettere le cose a posto. Se si sviluppa una mentalità cristiana, non ci si sofferma esclusivamente sulla caduta dell’uomo e del sul ritorno di Cristo. Si pensa anche alla creazione ed alla redenzione per mezzo di Gesù Cristo. E dobbiamo permettere alla Creazione di essere, come lo è stata, qualificata dalla Caduta e la Caduta dalla Redenzione e la Redenzione dal Compimento. E la mente cristiana pensa nei termini di questo scopo totale di Dio, che include la Creazione, la Caduta, la Redenzione ed il Compimento.

Se siamo pessimisti e pensiamo che non siamo capaci di fare alcunché nella società umana di oggi, mi azzerderei ad affermare che siamo estremamente sbilanciati da un punto di vista teologico, se non addirittura eretici e nocivi. E’ ridicolo dire che i Cristiani non possono influenzare la società. E’ sbagliato biblicamente e storicamente. Il cristianesimo ha avuto una enorme influenza nella società attreverso la sua lunga e movimentata storia. Si guardi a questa conclusione di Kenneth Latourette nella sua opera in sette volumi sulla storia dell’espansione del cristianesimo:

“Nessuna vita mai vissuta su questo pianeta è stata così influente nelle vicende degli uomini come la vita di Gesù Cristo. Da quella breve vita e dalla sua apparente frustrazione è scaturita una forza più potente per la trionfante vittoria della lunga battaglia dell’uomo di ogni altra che sia stata conosciuta dalla razza umana. Da ciò milioni sono stati sollevati dall’analfabetismo e l’ignoranza e sono stati collocati sulla strada di una crescente libertà intellettuale e controllo sull’ambiente fisico. Ha fatto più per alleviare i dolori fisici della malattia e della fame di ogni altro impulso conosciuto dall’uomo. Ha emancipato milioni dalla schiavitù dei beni mobili e altri milioni dall’assuefazione al vizio. Ha protetto decine di milioni dallo sfruttamento dei loro compagni. E’ stato la fonte più fruttuosa per diminuire gli orrori della guerra e nel porre le relazioni tra uomini e nazioni sulla base della giustizia e della pace.”

Cristo e la sua chiesa hanno avuto un’enorme influenza. E se solo fossimo strenuamente impegnati per Gesù Cristo nella pienezza del nostro impegno, allora dovremmo avere ancora più influenza di quanto ne abbiamo.

Pertanto, via dal pessimismo e via anche dal cieco ottimismo, come se pensassimo che l’utopia fosse dietro l’angolo. No, i cristiani sono persone dalla mente sobria, realisti biblici, che hanno una dottrina ben bilanciata della redenzione e del compimento. Non siamo impotenti. Ho paura che siamo piuttosto spesso pigri e miopi, non fiduciosi e disobbedienti al mandato di Gesù.

Oltre la semplice sopravvivenza

Per molti di noi, i versetti di Matteo 5 diventano sempre più familiari. Vediamo la loro grande importanza oggi ed iniziamo a vederli di nuovo. Nel Sermone sul Monte, Gesù proclama, nel versetto 13: “Voi siete il sale della terra”. Versetto 14: “Siete la luce del mondo”. Versetto 16: “Così la vostra luce risplenda di fronte agli uomini, in modo che vedano le vostre buone opere e glorifichino vostro Padre, che è nel cielo”.

In tutte queste metafore del sale e della luce, Gesù insegna quale sia la responsabilità dei Cristiani in una società non-cristiana, o sub-cristiana, o post-cristiana. Mette in evidenza la differenza tra cristiani e non cristiani, tra chiesa e mondo, e mette in evidenza l’influenza che i cristiani dovrebbero avere su un ambiente non cristiano. La distinzione tra i due è chiara. Il mondo, dice, è come carne putrefatta. Ma si deve essere il sale del mondo. Il mondo è come una notte oscura, ma si deve essere la luce del mondo. Questa è la fondamentale differenza tra i cristiani e i non cristiani, la chiesa e il mondo.

Poi va dalla distinzione all’influenza. Come il sale nella carne marcia, i cristiani devono ostacolare la decadenza sociale. Come la luce nel buio prevalente, i Cristiani devono illuminare la società e mostrare una via migliore. E’ molto importante comprendere questi due stadi nell’insegnamento di Gesù. Più cristiani accettano che c’è una distinzione tra cristiani e non cristiani, tra la chiesa ed il mondo. La nuova società di Dio, la chiesa, è differente dalla vecchia società come il sale dalla carne putrefatta e la luce dalle tenebre.

Ma ci sono troppe persone che si fermano qui; troppe persone la cui sola preoccupazione è con il sopravvivere, ovvero con il mantenere la distinzione. Il sale deve mantenere la sua sapidità, dicono. Non deve diventare contaminato. La luce deve mantenere la sua brillantezza. Non deve essere soffocata dalle tenebre. E’ vero. Ma questo è semplicemente sopravvivenza. Sale e luce non sono soltanto un po’ differenti dal loro ambiente. Il sale deve essere sparso sulla carne per evitare che marcisca. La luce deve brillare nelle tenebre. Deve essere sistemata in una plafoniera e deve dare luce all’ambiente. Questo significa influenzare l’ambiente ed è piuttosto differente dalla semplice sopravvivenza.

Quattro poteri

Qual è la natura di questa influenza? Voglio suggerire alcuni modi in cui noi cristiani abbiamo potere.

In primo luogo, c’è potere nella preghiera. Vi supplico di non considerarlo un pio luogo comune. Non lo è. Ci sono dei cristiani che sono degli attivisti sociali che non smettono mai di pregare. Hanno torto non è vero? La preghiera è una parte indispensabile della vita dei cristiani e della vita della chiesa. Ed il primo dovere della chiesa verso la società e suoi leader è pregare per loro. “Esorto, dunque, prima di tutto”, scrive Paolo nella sua prima epistola a Timoteo, “a fare suppliche, preghiere, intercessioni, rendimenti di grazie per i re e per tutti quelli che sono in posizione di preminenza, perché trascorriamo un’esistenza quieta e calma, in tutta pietà e dignità”.

Se nella comunità c’è più violenza che pace, più indecenza che modestia, più oppressione che giustizia, più secolarismo che religiosità, è perché la chiesa non sta pregando come dovrebbe? Credo che nei nostri normali culti, dovremmo prendere con maggiore serietà i cinque o dieci minuti di intercessione, in cui, come comunità, ci inginocchiamo davanti a Dio e portiamo a lui il mondo ed i suoi leader, e gli richiediamo di intervenire. E lo stesso è vero nelle nostre riunioni di preghiera, nei gruppi di fratellanza, e nelle nostre preghiere private. Penso che molti di noi, me stesso incluso, siamo più provinciali che globali nelle nostre preghiere. Ma non siamo cristiani globali? Non condividiamo le nostre preoccupazioni globali con il nostro Dio globale? Dovremo esprimere le nostre preoccupazioni nelle nostre preghiere.

In secondo luogo, c’è il potere della verità. Tutti noi crediamo nel potere della verità del Vangelo. Amiamo dire “Infatti, non mi vergogno del vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rom. 1: 16). Siamo convinti della potenza del vangelo nell’evangelismo, che porta salvezza e redenzione a coloro che rispondono e credono in Gesù. Ma non è soltanto il Vangelo che è potente. Tutta la verità di Dio è potente. La verità di Dio di qualunque tipo è molto più potente delle bugie del Diavolo. Lo credete, o siete pessimisti? Pensate che il Diavolo è più forte di Dio? Pensante che le bugie siano più forti della verità? I cristiani credono che la verità è più forte delle bugie, e che Dio è più forte del Diavolo. Come Paolo scrive in II Corinzi, 13: 8: “Non possiamo nulla contro la verità, ma solo a favore della verità”. Come Giovanni ha detto nel suo prologo per il quarto vangelo: “La luce risplende nelle tenebre, e le tenebre non prevaranno”. Naturalmente non possono; quella luce è la verità di Dio.

Aleksandr Solzhenitsyn, il leggendario dissidente sovietico, credeva nel potere della verità sopra le bugie. Quando ricevette il premio Nobel per la letteratura, fece un discorso intitolato “Una parola di Verità” Gli scrittori, dice, “non hanno missili da far esplodere. Non…guidiamo neanche il più insignificante veicolo di supporto. Non abbiamo nessun potere militare. Pertanto cosa può fare la letteratura di fronte all’assalto spietato della violenza manifesta?” Solzhenitsyn non dice che non abbiamo alcun potere. Dice: “Una parola di verità prevale sul mondo intero”. Se qualcuno dovrebbe chiedere una cosa del genere sono i Cristiani. E’ vero. La verità è molto più potente delle bombe, dei carri armati e delle armi.

Come vedremo il potere della verità all’opera? Persuasione attraverso l’argomentazione. Abbiamo soltanto bisogno di apologeti della dottrina nell’evangelismo che sostengano la verità del Vangelo, alla stessa maniera ci occorrono apologeti dell’etica nell’azione sociale per sostenere la verità e la bontà della legge morale di Dio. Abbiamo bisogno di pensatori cristiani che usino le loro menti per Gesù Cristo, che vogliano parlare e scrivere e parlare alla radio ed andare in televisione con lo scopo di influenzare la pubblica opinione.

Vi farò velocemente qualche esempio. Non si possono forzare le persone ad andare in chiesa facendo una legge. Non li puoi forzare a riposare la domenica. Non possiamo semplicemente citare dalla Bibbia come se così risolvessimo il problema. Ma dobbiamo portare avanti le nostre migliori argomentazioni. Dobbiamo argomentare che, psicologicamente e fisicamente, gli esseri umani hanno bisogno di un giorno di riposo ogni sette, e che socialmente è bene per la famiglia che sono separate durante la settimana di stare un giorno insieme la domenica. Possiamo essere a favore di una legislazione che protegge i lavoratori dall’essere costretti a lavorare ed incoraggi la vita famigliare. In questo esempio, non stiamo né imponendo la nostra visione cristiana, né stiamo lasciando i non cristiani soli nelle loro idee, né stiamo citando la Bibbia in maniera dogmatica. Stiamo semplicemente usando ogni argomentazione (fisica, psicologica, sociologica) per raccomandare la saggezza e la verità dell’insegnamento biblico. Perché? Perché crediamo nel potere della verità.

Se si dubita della potenza delle forme secolari delle argomentazioni per illuminare la verità biblica, allora si consideri un articolo apparso nella rivista americana Seventeen intitolato “Il caso contro la convivenza”. E’ un’intervista con Nancy Moore Clatworthy, una sociologa dell’Ohio State University. Per dieci anni, Clatworthy aveva studiato il fenomeno delle coppie non sposate che vivevano insieme. Quando aveva iniziato, era favorevole a tale pratica. “I giovani”, diceva, “ci hanno detto che è una cosa meravigliosa”. E diceva che gli credeva. Le sembrava che fosse un accordo opportuno, un passo utile nel corteggiamento in cui le coppie si conoscevano meglio. Ma la sua ricerca che comprendeva test fatti a centinaia di persone, sposate e non sposate, l’ha portata a cambiare idea. Ed è arrivata alla conclusione che convivere non stava funzionando come le coppie si aspettavano, in special modo per le ragazze. Le aveva trovate tese, timorose, guardando al di là di ogni retorica al possibile dolore ed agonia.

Clatworthy fa due considerazioni: nell’area della felicità, rispetto ed accomodamento “le coppie che convivono prima del matrimonio hanno più problemi della coppie che si sposano prima”. In ogni campo, le coppie che convivono prima del matrimonio sono in disaccordo più spesso delle coppie che non lo hanno fatto. Convivere, conclude, non risolve i problemi.

La sua seconda considerazione era sull’impegno, le aspettative che una persona ha sui risultati di una relazione. L’impegno è ciò che permette al matrimonio ed al convivere di funzionare. Ma qui sorge il problema: “Sapere che qualcosa è provvisorio, come convivere non sposandosi, influisce sul grado di impegno in esso. Così le coppie non sposate sono meno impegnate nel far funzionare e nel proteggere la propria relazione. E, di conseguenza, il 75 per cento di loro interrompono la relazione. E specialmente le ragazze sono fortemente ferite da ciò.” Conclude, “statisticamente si sta molto meglio sposandosi che convivendo, perché per le persone che sono innamorate, nulla meno di un impegno è una scappatoia.”

Ora non penso che Clatworthy sia cristiana. Il suo appello non è all’autorità della Scrittura ma ai risultati delle ricerche sociologiche. E tuttavia la sua ricerca sociologica difende l’etica cristiana e la sua applicazione all’istituzione del matrimonio. Ci ricorda che la verità di Dio ha potenza, sia nella forma biblica che non biblica.

Il nostro terzo potere è il potere dell’esempio. La verità è potente quando è argomentata. E’ ancora più potente quando è mostrare. Alle persone non occorre soltanto comprendere l’argomentazione. Gli occorre vedere i benefici dell’argomentazione con i propri occhi. E’ difficile esagerare la potenza per il bene che una famiglia realmente cristiana può esercitare, per esempio, nello sviluppo di un vicinato di case popolari. L’intera comunità può vedere marito e moglie che si amano e si onorano a vicenda, che sono devoti e fedeli l’un l’altro, e trovano compimento l’uno nell’altro. Vedono i bambini crescere nella sicurezza di una casa amorevole e ben regolata. Vedono una famiglia non ripiegata su sé stessa, ma che si volge all’esterno, che si intrattiene con gli estranei, facendoli sentire i benvenuti, mantenendo la propria casa aperta, cercando di essere coinvolti nei problemi della comunità. Un’infermiera cristiana in un ospedale: un insegnante cristiano in una scuola; un cristiano in un negozio, in una fabbrica, o in un ufficio potranno fare la differenza, per il bene o per il male.

I cristiani sono persone segnalate. Il mondo sta guardando. E il modo maggiore per Dio di cambiare la vecchia società è impiantare in essa la sua nuova società, con i suoi valori differenti, i suoi standard differenti, le gioie differenti e gli scopi differenti. La nostra speranza è che il mondo che guarda vedrà queste differenze, e le troverà attraenti, che “vedano le vostre buone opere e glorifichino vostro Padre che è in cielo” (Mat. 5: 16).

In quarto luogo, i cristiani hanno il potere di un gruppo solidale, il potere di una minoranza dedicata. Secondo il sociologo americano Robert Belair, dell’Institute for Advanced Study dell’Università di Princeton, “Non dovremo sottostimare il significato di piccoli gruppi che hanno la visione di un mondo giusto e gentile. La qualità di un intera cultura potrebbe essere cambiate quando il due per cento delle proprie persone hanno una nuova visione.”

Quella era il modo in cui agiva Gesù. Ha iniziato con un piccolo gruppo composto da solo 12 persone dedicate. Entro pochi anni, gli ufficiali romani si lamentavano che stava mettendo il mondo sotto sopra. C’è una grande necessità di gruppi di cristiano dedicati ed impegnati reciprocamente, impegnati per una visione di giustizia, impegnati per Cristo; gruppi che vogliono pregare assieme, pensare insieme, formulare politiche insieme e mettersi all’opera insieme nella comunità.

Volete vedere la nostra vita nazione essere più gradevole a Dio? Avete la visione di una nuova religiosità, una nuova giustizia, una nuova libertà, una nuova equità, una nuova compassione? Volete pentivi del pessimismo sub-cristiano? Volete riaffermare la vostra fiducia nella potenza di Dio, nella potenza della preghiera, della verità, dell’esempio, dell’impegno di gruppo, e del vangelo? Offriamo noi stessi a Dio, come strumenti nelle sue mani, come sale e luce nella comunità. La chiesa potrebbe avere un enorme influenza per il bene, in ogni nazione sulla terra, se vogliamo impegnarci totalmente per Cristo. Diamo noi stessi a lui che ha dato sé stesso per noi.

(tr. it. Valerio Bernardi, per gentile concessione di Christianity Today, articolo originale al seguente link: https://ift.tt/3ed4S2g)

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