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E’ con piacere che condividiamo questo documento che potrà rispondere ad un buon numero di domande che in modo del tutto logico e naturale, ciascuno di noi si pone, quando pensa al mondo GBU: come è organizzato? Chi ne fa parte? Quali sono gli obiettivi che si pone?

Il GBU in Italia è un movimento che ha mosso i suoi primi passi subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, grazie allo slancio e su iniziativa di alcune giovani credenti che ritenevano prioritario raggiungere la generazione studentesca che sarebbe stata protagonista della ricostruzione, materiale e morale, del nostro Paese. Non era quindi una testimonianza solo spiritualistica ma si collocava sul versante del confronto anche culturale con il contesto in cui operava, con le domande che emergevano dalla società in cui si muovevano quelle prime generazioni pionieristiche della testimonianza evangelica nelle Università italiane.
Utilizzando un metodo di lavoro, ben descritto dal teologo e reverendo anglicano John Stott, quello del “duplice ascolto” che Giacomo Carlo Di Gaetano, direttore delle Edizioni GBU; in un suo articolo descrive così: “in questa espressione egli voleva indicare la necessità che i cristiani si ponessero nella condizione di un ascolto duplice nei confronti della Bibbia e nei confronti del mondo in cui vivono; questo al fine di far sì che la loro testimonianza fosse a un tempo biblicamente fondata e autenticamente rilevante per le donne e gli uomini di oggi.”

Certamente promuovere la conoscenza della Bibbia nella popolazione universitaria rimane un punto centrale dell’identità del movimento GBU. Ci aspettiamo che nei gruppi studenteschi presenti in varie università italiane (l’obiettivo ambizioso è arrivare ad avere un gruppo GBU in tutte le sedi universitarie del Paese) si lavori e rafforzi un rapporto “empatico” con le Scritture sacre, per arrivare ad una scoperta personale di Gesù di Nazareth. A questo obiettivo sono destinate le migliori energie dei responsabili, degli Staff, dei coordinatori e dei collaboratori a vario titolo di questo movimento. Direi che il Bilancio sociale risponde indirettamente anche a questa domanda: descrivendo le attività principali svolte, raccogliendo
testimonianze, da un lato, e dall’altro presentando dati, cifre e statistiche.

Auspico che questo documento sia letto e diffuso tra ex studenti ora laureati, tra i soci e naturalmente sostenitori di questo movimento che prova a restare giovane, anche se ha alle spalle più di 70 anni di storia.
E con la grazia e aiuto del Signore proveremo a portare avanti questo ministerio per consegnarlo alle prossime generazioni di credenti e studenti universitari.

Davide Maglie
Presidente Ass. Nazionale GBU

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Di Andrea Aresca

La limitatezza del tempo e le priorità

Essere consapevoli della limitatezza del nostro tempo è il punto di partenza per gestirlo in modo efficace. Mosè, dopo aver riflettuto sulla fragilità e la brevità della vita umana, chiese a Dio: “Insegnaci dunque a contare bene i nostri giorni, per acquistare un cuore saggio.” (Salmo 90:12). Comprendere che i nostri giorni sono contati (e non infiniti come quelli di Dio!) ci fornisce la saggezza necessaria per le scelte della vita.

Proprio perché il tempo è limitato, dobbiamo comprendere bene quali siano le priorità, le “palline da golf” (come nel video che abbiamo visto insieme) da inserire per prime nel nostro “barattolo”. Infatti, se iniziamo a riempire con le “piccole cose” la nostra vita, rischiamo di non avere più spazio per ciò che è veramente importante.

Sapere quello che è più importante non è sufficiente

A volte, definire quello che è prioritario in una determinata fase della nostra vita può non essere facile (vedremo alla fine una domanda che ci può aiutare in questo). La chiarezza su quali siano le nostre priorità, però, non è comunque sufficiente. Quante volte, infatti, facciamo fatica a trovare il tempo per quello che è più importante? E quante volte (parlo per esperienza…) anche quando avremmo il tempo, lo dedichiamo ad altro?

Questo è dovuto al fatto che le nostre azioni (e quindi anche come usiamo il nostro tempo!) sono determinate non solo dalle nostre intenzioni. Infatti tutti siamo continuamente influenzati nel nostro comportamento dagli stimoli del mondo esterno e dalla nostra condizione fisica, emotiva e spirituale. 

I fattori che influenzano l’uso del tempo.

Ci sono fattori che ci aiutano ad usare in modo efficace ed efficiente il nostro tempo, ed altri che ci ostacolano in questo. Abbiamo quindi bisogno di essere consapevoli di queste dinamiche personali e di adottare metodi e strumenti che ci aiutino a gestire il loro impatto (positivo o negativo) su di noi.

Alcuni di questi fattori sono, ad esempio:

  • l’attenzione (pensiamo anche solo all’impatto delle notifiche del nostro cellulare)
  • l’energia (è esperienza di tutti che siamo meno produttivi quando siamo più stanchi)
  • l’ambiente (il luogo e le persone con cui studiamo o lavoriamo possono essere fonte di distrazione).

Al di là delle nostre preferenze ed abitudini personali, è provato che la pianificazione del nostro tempo (ad esempio utilizzando uno strumento come la settimana ideale) ci aiuta a rimanere più focalizzati sulle attività importati ed anche a gestire efficacemente questi fattori.

La domanda più importante.

Come figli di Dio, siamo chiamati ad utilizzare al meglio il tempo che il Signore ci dona. Dobbiamo essere consapevoli, però, che non potremo mai fare tutto quello che “potremmo” fare, e che dovremo necessariamente scegliere cosa è davvero prioritario.

Per comprenderlo è molto utile pensare al futuro, al momento in cui la stagione della vita che stiamo vivendo (ad esempio, gli anni dell’università) avrà il suo termine e chiederci: “cosa rimarrà di questi anni?”.

Forse alcune cose che adesso ci preoccupano così tanto non le ricorderemo nemmeno. Forse alcune cose a cui adesso stiamo dedicando poco tempo avranno un impatto ben superiore di quello che pensiamo…

La cosa più importante.

E’ proprio al futuro e a quello che rimarrà a cui Gesù fece riferimento quando parlò con una donna sicuramente molto “produttiva”, ma che aveva trascurato quello che era veramente importante:

Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta.” (Lu 10:41).

Tra le tante cose da fare, passare del tempo con il Signore è sempre quella più importante, che ci potrà anche dare la saggezza e la forza per affrontare ogni altra.

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di Domenico Campo, Staff GBU Sicilia

Quanto è facile perdere o sperperare un’eredità. Se scrivi le parole “eredita sperperata” su Google puoi trovare una serie di storie una più triste dell’altra:

“Donna eredita una fortuna, sperpera tutto e finisce a vivere in strada.” 

“Mio fratello ha sperperato i soldi di mia madre e adesso non vuole nemmeno contribuire alle spese funebri.” 

“Spendeva 92mila euro al mese. L’eredità sperperata di Lisa Marie Presley – figlia di Elvis.”

Quest’anno alla Festa GBU abbiamo pensato all’eredità del discepolo di Cristo, di ciò che è riservato al credente nel futuro. Per chi vive oggi per fede in Cristo, il meglio deve ancora venire. Non è qui nel presente, è nel futuro; e il discepolo deve semplicemente alzare lo sguardo per contemplarlo. 

Abbiamo studiato 3 brani per meditare su questo futuro sicuro: 1 Pietro 1:3-5, Ebrei 12:1-3 e 2 Timoteo 4:1-5.

Le caratteristiche di questa eredità

Nella sua lettera, Pietro ci esorta a gioire del fatto che siamo un popolo custodito per una eredità futura, in virtù della grande misericordia del Signore. Tre parole sono utilizzate per descrivere questa eredità: incorruttibile, senza macchia e inalterabile. 

Incorruttibile – Isaia descrive la nostra esistenza come coperta da un velo – un velo che copre la faccia di tutti i popoli (Isaia 25:6). La morte. Qualsiasi organismo che vive oggi in questo mondo è soggetto alla corruzione della morte che consuma e contamina ogni cosa. Tranne che l’eredità del credente. È incorruttibile!

Senza macchia – difetti, impurezza, oscurità. È perfetta in ogni senso, è la definizione della bellezza e non può mai essere contagiata dal nostro peccato. È senza macchia!

Inalterabile – è protetta dalla morte, e protetta dalla malvagità ed è anche protetta dal tempo. È un’eredità che non invecchia. Il tarlo, la tignola non possono distruggerla. La ruggine, il sole non avranno nessun effetto su di essa. È inalterabile!

Un’eredità custodita in cielo dal Signore per un popolo custodito dalla potenza di Dio – la potenza che ha creato il sole, le stelle, i buchi neri, l’Himalaya, la Fossa delle Marianne. La potenza che ha risorto Gesù dalla morte! Quella stessa potenza sta funzionando come uno scudo intorno agli eredi per portarli alla fine del loro cammino. Festeggiamo la certezza della nostra eredità!

Lo sguardo fisso sul campione!

L’autore della lettera agli Ebrei invece spiega che i figli di Dio sono un popolo che persevera fino alla fine fissando lo sguardo su Gesù. Corrono con perseveranza, convinti della possibilità di finire la gara, gettando ogni distrazione e distruggendo ogni peccato che vorrebbe ingannare l’erede. Perseverano con lo sguardo su Cristo, il modello, il mezzo e la medaglia della fede.

Il modello, l’esempio di come correre con perseveranza. Guardate il suo coraggio: non ha mollato. Osservate la sua convinzione, focalizzato sulla meta. Riflettete sulla sua sottomissione alla volontà del Padre, e notate la cronologia della fede: sofferenza ora, gioia nel futuro, croce prima, corona dopo.

Il mezzo, grazie alla sua corsa, grazie alla sua perseveranza, il credente oggi può correre nella gara della fede, sicuro che la strada non è più bloccata dal suo peccato. Può arrivare fino alla presenza del Padre, grazie a Gesù!

La medaglia è ciò che aspetta l’atleta della fede alla fine del suo percorso. Gesù stesso è il premio della fede, lui è l’eredità. Il credente non corre per vincere una medaglia d’oro, o una maglietta gialla, o lo scudetto, o la coppa del mondo. Il credente riceverà alla fine di questa gara, una cosa molto, ma molto più preziosa – Gesù stesso, incorruttibile, senza macchia e inalterabile! Noi vinciamo lui e lui vince noi!

Passare il testimone

Paolo con le sue ultime parole implora suo figlio nella fede, Timoteo, a passare alla prossima generazione il messaggio dell’eredità. L’erede sicuro della sua eredità, sicuro che arriverà alla fine della gara grazie alla potenza di Dio e grazie alla sua perseveranza, è chiamato a predicare la parola dell’eredità alla sua e alla prossima generazione. Ed è chiamato a farlo con urgenza, con pazienza e con sofferenza. 

Gli scoraggiamenti, le delusioni, le frustrazioni, gli ostacoli, gli attacchi e l’opposizione fanno parte della vita del credente. Vergogna nel presente, gloria nel futuro. La croce oggi, la corona in quel giorno. Sofferenza ora, eredità incorruttibile, senza macchia e inalterabile al ritorno di Cristo. Questa è la speranza viva del discepolo di Cristo! Dio ci porterà mediante la fede fino a quel giorno e quindi corriamo con perseveranza, occhi fissi sul premio, su Gesù, annunciando a tutti la Parola.

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Di Valentina Ferraris, Staff in Formazione 

Siamo in Palestina, all’incirca nell’anno 30 d.C., il venerdì prima della celebrazione della Pasqua. Nella città di Gerusalemme, Gesù, un semplice ebreo di Nazaret, che dichiara di essere il Salvatore tanto atteso dal popolo ebraico, viene condannato a morte e crocifisso. Improvvisamente a mezzogiorno scendono le tenebre su tutto il paese e si avverte un forte terremoto, che squarcia la cortina del tempio. Dopo ore di agonia Gesù è morto. Il suo corpo viene sepolto nella tomba di famiglia di Giuseppe di Arimatea, un uomo giusto che attendeva il Regno di Dio, e che decide di onorare Gesù con una decorosa sepoltura. La vita di un grande uomo, che ha sempre pensato ai più deboli ed è venuto sulla terra per far conoscere Dio Padre, è stata spezzata. Tutte le speranze che i suoi seguaci hanno riposto in Lui sono in un attimo svanite: chi li salverà ora che il Messia è morto? 

Sconforto e nuove certezze

Due giorni dopo, in questo clima di stupore, confusione e rassegnazione, due dei discepoli di Gesù si recano in cammino a Emmaus, una cittadina nei pressi di Gerusalemme. Il Vangelo di Luca (Luca 24: 13-32) ci racconta che i due stanno discutendo, quando a un certo punto si avvicina loro uno sconosciuto, che li accompagna nel tragitto. Vuole sapere di che cosa stiano parlando i due uomini, i quali gli rispondono con queste parole:

«Tu solo, tra i forestieri, stando in Gerusalemme, non hai saputo le cose che vi sono accadute in questi giorni? (…) Il fatto di Gesù Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno fatto condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose»

Luca 24: 18-21
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Di Davide Maglie, Presidente GBU

Nelle ultime settimane sono stato colpito da notizie di cronaca che mi hanno turbato profondamente, e che hanno a che fare con il contesto in cui opera il GBU. Il 1° febbraio raggiungeva la stampa e i media nazionali la notizia del suicidio di una studentessa dell’Università Iulm di Milano. Una giovane donna di cui non conosciamo il nome, trovata morta nei bagni dell’ateneo. Poco più di un mese dopo, il 3 marzo, è arrivata la drammatica notizia del suicidio di una studentessa della Federico II di Napoli. Si chiamava Diana.

La studentessa di Milano ha lasciato una lettera di congedo dai suoi famigliari, in cui ha cercato di spiegare le ragioni del suo gesto. Sono riconducibili al senso di fallimento generale, al suo non sentirsi all’altezza delle aspettative e dei sacrifici della sua famiglia, per farla studiare. La studentessa di Napoli aveva invece costruito una falsa narrazione sul suo percorso di studi, e potrebbe non aver retto al senso di vergogna o di colpa. Aveva annunciato di essere a ridosso della laurea, quando non era così. Non sono purtroppo casi isolati. Negli ultimi tre anni, dieci studenti universitari si sono tolti la vita. E questi sono soltanto i casi noti. 

Una sfida per il GBU

Non dobbiamo sottovalutare la situazione e prendere in seria considerazione lo stato della salute mentale degli studenti cui il ministerio GBU si relaziona. Il 15 febbraio, a seguito dello choc per il suicidio di Milano, Emma Ruzzon, presidente del Consiglio degli studenti dell’Università di Padova, durante il suo intervento all’inaugurazione dell’anno accademico affermava: “Quand’è che studiare è diventato una gara? Da quando formarsi è diventato secondario rispetto al performare? Tutto quello che sappiamo è che una vita bella, una vita dignitosa, non ci spetta di diritto, ma è qualcosa che ci dobbiamo meritare”. Parole che devono farci riflettere. 

Dobbiamo attivarci come ministerio e quindi attrezzarci e sensibilizzare i nostri collaboratori, soprattutto la nostra prima linea, a porre la giusta attenzione nel riconoscere i segni di disagio, di malessere esistenziale, i segnali non verbali o espressi in modo indiretto. Ma voglio aggiungere qualcosa di personale, che potrebbe spiegare le ragioni del mio turbamento emotivo davanti alle notizie che vi riporto.

La mia esperienza personale

Sono stato uno studente universitario che ha vissuto interruzioni traumatiche nel proprio percorso di vita: la persona con cui condividevo la preparazione dei miei esami, il mio alter ego accademico, era un’amica, si chiamava Cristina, e perse la vita in un incidente stradale la notte di Capodanno del 1992. Ci eravamo salutati qualche settimana prima, a metà dicembre, con l’impegno di riprendere la preparazione degli esami del piano di studi comune, al rientro dalle vacanze natalizie. Tutti gli esami preparati insieme erano andati bene ed eravamo incoraggiati dai risultati conseguiti. Questa notizia produsse in me uno scombussolamento emotivo, acuito da altri traumi sopraggiunti, e mi rese incapace di concentrarmi sullo studio. 

In quel periodo mi “tenne a galla” l’impegno attivo in un ministerio di chiesa, che occupava le mie giornate. Dentro di me, però, scavavano il senso di colpa e quello di inadeguatezza: frequentavo le lezioni, ma non riuscivo in alcun modo a concentrarmi nella lettura dei testi di studio. In diverse occasioni uscii di casa per andare a svolgere gli esami, ma non raggiungevo le aule dove avrei dovuto sostenerli. Non riuscivo ad accettare la morte di quella ragazza sensibile, intelligente e generosa. Ero arrabbiato con Dio ed ero entrato in una sorta di buco nero; e se anche all’esterno sorridevo e dicevo “va tutto bene, il Signore è buono e provvederà ai miei bisogni” dentro di me ero emotivamente dilaniato.

Alla fine, l’amore della famiglia biologica e di quella spirituale mi aiutarono a riorientare la mia vita in una direzione più sana e soddisfacente. Superai la fase acuta della crisi e arrivai a completare il ciclo di studi. Ma da solo non ce l’avrei mai fatta. Mi ricordo bene, anche se non ne ho mai parlato volentieri e mai in pubblico, la frustrazione, anzi la depressione, la rabbia, il senso di autocommiserazione che mi avevano bloccato e non mi facevano progredire nel percorso di studi. 

Intorno a noi, portatori di sfide nascoste

Cari Staff e studenti che partecipate alle attività del GBU, voglio incoraggiarvi a guardare quanti si relazionano a voi come potenziali portatori di sfide nascoste. Se da voi si sentiranno giudicati non apriranno veramente il loro cuore. Se voi presenterete solo modelli normativi, di alta spiritualità, vi potranno sorridere e dire “amen”, ma non li raggiungerete dove stanno, nel cuore dei loro conflitti. Siate capaci di accogliere e spronare, senza giudicare. Fate emergere il loro senso di fallimento, le loro insicurezze, le loro sfide condividendo le vostre. Non dovete raccontare ogni dettaglio, è sufficiente che siate onesti e aperti, sinceramente interessati alle loro vite. 

Ritengo possano aiutarci le parole dell’Ecclesiaste:

“Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo:  un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare ciò che è piantato,  un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire; un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per far cordoglio e un tempo per ballare,  un tempo per gettar via pietre e un tempo per raccoglierle, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci;  un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per conservare e un tempo per buttar via, un tempo per strappare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare; un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
Che profitto trae dalla sua fatica colui che lavora? Io ho visto le occupazioni che Dio dà agli uomini perché vi si affatichino. Dio ha fatto ogni cosa bella al suo tempo: egli ha perfino messo nei loro cuori il pensiero dell’eternità, sebbene l’uomo non possa comprendere dal principio alla fine l’opera che Dio ha fatta
.”

Ecclesiaste (3:1-11)

Queste parole hanno un’enorme forza magnetica, un flusso poetico che continua a scuoterci, a non lasciarci indifferenti. 

Dentro l’esistenza umana trova spazio sia ciò che è desiderabile che quanto eviteremmo volentieri, dentro un ciclo cronologico che assume la forma di oscillazione di un orologio, anzi di un pendolo.  Qoelet/Ecclesiaste non è un idealista che auspica, ottimisticamente, un periodo di pace e festa in grado di cancellare la dimensione meno desiderabile dell’esistenza. Come ricorda il biblista William P. Brown: “Ogni attività ha la sua stagione e le stagioni hanno un loro posto nel ritmo dell’eterna rotazione, non è appropriato danzare in tempo di lutto, il pianto non si addice ai festeggiamenti, il silenzio quando sono in gioco i diritti degli oppressi. Persino l’odio ha il suo tempo, come ricordano i salmi di imprecazione.” La vera sfida del saggio è quindi “riconosci quale sia il tempo che stai vivendo”.  Discernere il tempo opportuno e quello non opportuno per dire alcune cose, per compiere alcune azioni. 

Un appello

Caro lettore, quando “condividi Gesù” sii aperto alle vite delle persone a cui ti stai rivolgendo. Saranno necessarie saggezza e discrezione, in alcune fasi e momenti; ma serviranno anche coraggio e intraprendenza, quando dovrete porre “le domande che contano”, le più difficili, per raggiungere gli studenti dove si trovano e aiutarli veramente, nel tratto di cammino che farete insieme. Ci sarà un tempo per camminare uniti e poi dovrete lasciare andare. Questa separazione alla fine del ciclo di studi è anche naturale e fisiologica. 

Certo, speriamo di ritrovarli più avanti quegli studenti, diventati uomini e donne maturi e consapevoli, capaci di raccogliere il testimone e passare ad altre generazioni quel senso di stupore e consapevolezza della vita. Dentro una saggezza divinamente ispirata e cristologicamente orientata e, chissà, collaboratori a vario titolo del GBU. Ma “c’è un tempo per ogni cosa”, riconosci il tempo che stai vivendo e resta in ascolto dei progetti di Dio per la tua vita.

“Infatti io so i pensieri che medito per voi”, dice il SIGNORE: “pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza.” (Geremia 29,11).

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Di Lorens Marklund, Compassion Italia e collaboratore GBU

Alla fine del gennaio scorso abbiamo avuto l’occasione con il gruppo di Cross-Current Mi-To di incontrarci personalmente per il quarto modulo di questo percorso. Ci ha accolti per la seconda volta la location dell’ostello Parco Monte Barro. Forse la peculiarità di questo progetto è proprio quella di riunire chi è ora inserito nel mondo del lavoro, considerando i vari impegni.  Anche questa volta abbiamo potuto godere di questo tempo insieme, per discutere di temi pratici alla luce della Parola di Dio.

IL TEMA

L’argomento che abbiamo trattato in questo incontro è stata la “Generosità”. Ci siamo chiesti come il Signore voglia che noi esercitiamo la generosità nelle nostre vite, e come poter fare ogni cosa alla Sua Gloria, anche nella gestione del denaro nella nostra vita privata e nelle nostre chiese, e su come poter essere di aiuto e sostegno in qualche servizio. 

Abbiamo iniziato il nostro incontro proprio interrogandoci e sfidandoci l’un l’altro a ragionare su quali siano i pro e i contro del denaro, e di come la relazione dell’uomo con esso e con un mondo sempre più economizzato si sia evoluta dalle origini a oggi. 

Partendo dalla lettura di numerosi passi biblici, abbiamo realizzato come la generosità non sia una dote di alcuni, una qualità particolare, ma un frutto e un elemento essenziale per ogni cristiano nel cammino con Dio, sintomo di obbedienza e immagine dell’esempio di Cristo.

IL TEMPO INSIEME

Anche questa volta non sono mancati momenti di condivisione, di gioco, di passeggiate in mezzo alla natura per godere dello splendido panorama del luogo; e soprattutto tavolate ricche (…di caramelle gommose 😊) attorno alle quali ridere e raccontarci delle nostre vite.

Passando del tempo nelle riflessioni personali, in piccoli gruppi e poi nei momenti insieme, abbiamo potuto ricordare come ogni cosa sia dono di Dio nelle nostre vite e come sia nostro compito amministrarla al meglio.

Così, arricchiti in ogni cosa, potrete esercitare una larga generosità, la quale produrrà rendimento di grazie a Dio per mezzo di noi (2 Corinzi 9: 11)

Team traduttori a Revive
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di Valentina Bernardi, GBU Bologna 

Alla conferenza studentesca IFES Revive ho avuto modo di partecipare non solo in veste di studentessa, ma anche come volontaria, impegnandomi nella traduzione delle varie plenarie dall’inglese all’italiano, in un team di sette interpreti. 

Ero già stata coinvolta come traduttrice nella conferenza Revive, e sono stata incoraggiata a svolgere di nuovo questo ruolo dal mio percorso di studi. Infatti, nel 2021 ho conseguito la laurea triennale in Mediazione linguistica e culturale, e si può dire che ho lavorato in quello che è stato ed è tutt’ora, con la magistrale, il mio campo di studi. Inoltre, sapendo che anche nelle piccole cose si trova l’opportunità di servire Dio, sono stata mossa dal desiderio di rendermi utile per chi avesse avuto qualche difficoltà a comprendere i temi della conferenza in lingua originale.

IL LAVORO DI INTERPRETE

Alla conferenza Revive gli interpreti si trovano nelle cabine, con un microfono e delle cuffie. Rispetto al 2019 le tecnologie erano più evolute. Abbiamo utilizzato i nostri PC per connetterci a un’app, mentre nel 2019 avevamo semplicemente un microfono connesso alle cuffie di coloro che ascoltavano la traduzione. 

È stata stimolante per me anche l’esperienza di essere in un team di traduttori. Ci tenevo a mettermi in gioco con questo lavoro di squadra, in quanto, essendoci due sessioni ogni giorno, era necessario scambiare i propri turni con gli altri traduttori. Non sapevo però come sarebbe stato, dal momento che avevo avuto qualche difficoltà come interprete nel 2019, forse anche perché ero più inesperta. 

Malgrado qualche mio piccolo timore, è andata bene! Il lavoro si svolgeva principalmente dietro le quinte e coinvolgeva non solo noi traduttori italiani, ma anche altri di altre lingue. Avevamo anche le dispense sui vari argomenti dei vari sermoni dei diversi speaker, che sono stati utili per sapere quale passo biblico sarebbe stato affrontato e anche a capire qualcosa del contesto. Ad ogni turno eravamo in due, e così quando sentivamo il bisogno di prenderci una pausa, passavamo il microfono al nostro ‘collega’.  

UN BELLISSIMO INCORAGGIAMENTO

Il lavoro del traduttore è apparentemente facile, ma è una sfida. Quando si tratta di traduzione simultanea, infatti, bisogna tradurre mentre lo speaker parla, e a volte si potrebbe rischiare di perdere dei passaggi importanti. Grazie a Dio sono abbastanza esperta in questo campo, e inoltre, gli speaker che io mi sono trovata a tradurre, erano abbastanza chiari nelle loro spiegazioni e non ho riscontrato grosse difficoltà. 

In particolare John Lennox è stato molto chiaro e coinciso, e mi ha piacevolmente colpito che alla fine del suo sermone sia venuto da noi traduttori delle svariate lingue a ricordarci quanto questo compito fosse importante. 

Posso dire che anche quella è stata una bella soddisfazione, perché mi ha ricordato di essere utile a qualcuno. Nella mia vita ho avuto questa crisi d’identità nel pensare di non fare abbastanza per aiutare gli altri e di non avere particolari doni come altri miei fratelli in fede. Invece, Dio mi ha ricordato che ognuno di noi ha doni diversi da sfruttare nel momento giusto. In quel momento mi è venuto in mente questo versetto: 

“Poiché Dio non è ingiusto da dimenticare l’opera vostra e l’amore che avete mostrato verso il suo nome coi servizi che avete reso e che rendete tuttora ai santi” (Ebrei 6:10) 

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di Domiziana Fornasini, coordinatrice GBU Bologna

A dire la verità, non è stato il peso per un risveglio in Italia o in Europa a farmi decidere di andare a Revive. È stato semplicemente il mio bisogno di staccare un po’ dalla quotidianità e ricevere quella “scossa” tipica degli eventi come questo. Inoltre, ero interessata in particolare ad alcuni speakers che volevo ascoltare. 

Con il passare delle settimane, ho capito quanto fosse importante per me ritornare a quello stato di adorazione puro, vero; quell’adorare Dio per chi lui è, e non per quello che ha fatto per me, né per quello che mi dà, o per le sue promesse. Tornare su questa strada era l’obiettivo che mi ero data prima di partire.

Il programma e gli small groups

Il programma era diviso pressoché in culti e seminari, questi ultimi a scelta. Il tema generale della conferenza riguardava il risveglio, prima personale, poi delle nostre università e infine dell’Europa; sia i seminari che le prediche giravano attorno questi temi, mantenendo sempre il nostro focus su Cristo e su come il suo mandato si applichi alle nostre vite. Tuttavia, non mancava il tempo libero né la possibilità di appartarsi in una stanza di preghiera in qualsiasi momento, dettaglio che ho trovato estremamente importante. 

C’erano anche degli small groups per parlare un po’ più a fondo del tema trattato dal predicatore. Grazie a questi gruppi ho potuto conoscere nuove persone dall’Europa e da altre parti del mondo, e anche chi era venuto da solo ha potuto trovarsi in un contesto amichevole e accogliente, anche per chi ha qualche difficoltà a conoscere nuove persone (e per me di solito è difficile). 

Far parte di un gruppo è stato in effetti essenziale per rendere l’esperienza di Revive piena. Un risveglio non è qualcosa che si fa da soli, né una chiesa può essere composta da una sola persona. Inoltre, far parte di un gruppetto è stato importante anche per il post conferenza, ovvero il momento peggiore: il ritorno a casa. Quando rientri nella tua quotidianità, e non sei più circondata da cristiani come te; quando pregare e adorare non è di default nel programma, ma devi essere tu a trovare quei momenti; quando diventa complicato rimanere in quello stato di connessione continua con Dio, in cui non si smette mai di parlargli o di ascoltarlo e non si ha nessuno con cui condividere esperienze così profonde. Sono questi i momenti in cui puoi ricontattare le persone del tuo gruppo, per tornare ad avere comunione e incoraggiarci a vicenda. 

Non me l’aspettavo 

La cosa che mi ha colpita di più è stata la quantità di persone. Ero stata ad altri eventi prima, anche internazionali, ma non avevo mai visto così tanti ragazzi da tutti quei background culturali, linguistici e denominazionali diversi adorare Dio insieme. Questo è stato un tuffo nella realtà, una realtà in cui migliaia di ragazzi e ragazze vogliono santificarsi, vogliono vivere per Cristo e vedere un mondo arreso a lui. Perché questa è la nostra realtà: non siamo pochi, non siamo soli. Ovunque andiamo, come cristiani, possiamo trovare fratelli e sorelle, possiamo trovare una famiglia, persone con cui, anche se non le abbiamo mai viste prima, abbiamo qualcosa di fondamentale in comune. E questo unisce, unisce tanto da farci dimenticare la nazionalità, la cultura, la lingua, la denominazione; si diventa un grande corpo e una grande Chiesa fatta da cittadini del cielo. 

Obiettivo raggiunto 

Alla fine della conferenza, direi quasi ovviamente, Dio ha superato le mie aspettative! Oltre ad incamminarmi nuovamente verso quell’adorazione pura, Dio mi ha spinta a pregare molto di più e a cominciare a pensare di organizzare delle preghiere continue 24/7, per una sua promessa per cui avevo quasi smesso di combattere. 

Vivere a iniezioni 

Indubbiamente è stata un’esperienza incredibile, tuttavia non vorrei far passare l’idea che vivere solo per aspettare eventi del genere sia una possibilità, come se fosse un’iniezione di Spirito Santo che ci dà la carica una volta all’anno, perché non lo è. Dobbiamo imparare a vivere Dio nel nostro quotidiano, anche quando siamo soli, non solo nel momento in cui siamo circondati da persone che ci spronano. Tuttavia, rimangono tutti i lati positivi del prendersi qualche giorno per partecipare ad eventi come questo e “ricominciare” con Dio. 

Quindi, perché Revive? 

Partecipare a Revive non significa solo passare un capodanno diverso. È molto di più. Significa conoscere nuove persone appassionate per Dio e pronte a mettere sottosopra l’Italia, l’Europa e il mondo. Significa scoprire cose di se stessi e di Dio che non si conoscevano; ma significa anche doversi mettere in discussione, confrontarsi con realtà diverse ed essere pronti a cambiare opinione, a uscire dalla propria zona di comfort, perché Dio non è il Dio del comfort, ma del risveglio.

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di Andrea Becciolini, Staff GBU Firenze

Sei a lezione, nell’aula che è sempre troppo affollata. Stavolta però sei riuscito a prendere un buon posto per ascoltare ciò che il prof dice e vedere ciò che scrive alla lavagna. Hai la penna in mano e il blocco degli appunti davanti, ma… bastano pochi minuti per renderti conto di quanto poco ci stai capendo. 

Ti è mai capitato? Io non riesco a contare le volte che mi è successo durante il mio percorso universitario. 

Ascoltare, ma non capire…

Partecipare come attore a The Mark Drama mi ha fatto rivivere una sensazione simile. Infatti, mettendo in scena l’intero vangelo di Marco sono stato colpito da come Gesù insegnava, parlava e istruiva in modo molto chiaro e diretto riguardo a chi lui fosse e a ciò che era venuto a fare. Eppure, i discepoli capivano veramente poco!

Fin dai primi capitoli del vangelo di Marco, infatti, si percepiscono i tanti punti interrogativi nella loro mente. “Chi è costui?” si domandano l’un l’altro subito dopo che Gesù calma la tempesta. Pochi capitoli dopo, però, Pietro finalmente esclama “tu sei il Cristo!” in risposta alla domanda di Gesù. 

Il Padre chiarisce ogni dubbio 

Eppure, ciò che segue mostra che i discepoli non avevano veramente ascoltato, compreso, ciò che Gesù era venuto a fare. Infatti, dopo che Gesù spiega che sarebbe dovuto morire e resuscitare, Pietro lo prende da parte e lo rimprovera. Anche in questa occasione però, Gesù dimostra una pazienza e un amore impressionati! Pur allontanando Pietro, riconoscendo lo zampino di Satana nelle sue parole, non si tira indietro dallo spiegare cosa significa seguire il Cristo, cioè rinunciare a se stessi, prendere la propria croce e seguirlo. Inoltre, poco dopo, chiama proprio Pietro per salire sul monte insieme a Giacomo e Giovanni. Lì i tre assistono a qualcosa di glorioso: Gesù è trasfigurato e accanto a lui ci sono Mosé ed Elia, due fra i più grandi profeti dell’Antico Testamento. I discepoli sono presi da spavento, non sanno cosa pensare, dire o fare, ma ecco una voce dal cielo: “questo è il mio diletto figlio, ascoltatelo”. Il Padre spazza via ogni dubbio sull’identità di Gesù e sulla necessità di ascoltarlo! Lui è il diletto figlio di Dio che va ascoltato.

Il diletto Figlio di Dio: ascoltiamolo! 

Il diletto Figlio, in cui il Padre si compiace dall’eternità e per l’eternità. Il diletto Figlio, che ha sempre vissuto in obbedienza al Padre. Il diletto Figlio, che adempie le profezie dell’Antico Testamento venendo al mondo come servo, per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti. Gesù è il diletto Figlio di Dio, caratterizzato da perfetta umiltà e assoluta autorità. 

Per questo è degno di essere ascoltato! Comprendere le sue parole e ubbidire è vita per noi. Infatti, anche se umanamente parlando era follia che il Cristo doveva soffrire e morire, questo era proprio il piano del Padre per salvarci. Anche se umanamente parlando è follia rinunciare a se stessi e considerarsi morti al proprio ego, questa è la chiamata del Figlio.

Ascoltiamolo dunque! Ascoltiamolo questo Natale. Così facilmente ci concentriamo sui regali, i viaggi, le decorazioni, i momenti in famiglia; tutte cose belle e buone che però non devono distoglierci dall’ascoltare il Figlio. Prendiamo così tempo nella Bibbia, non per vivisezionarla né per meramente comprenderla intellettualmente; non leggendola in modo passivo né per spuntare un’attività sulla nostra lista di cose da fare. No! 

Approcciamoci invece in modo intenzionale, attivo, gioioso alla Parola di Dio chiedendo al Padre di aprirci le orecchie per poter ascoltare il suo diletto Figlio.

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Di Johan Soderkvist, Segretario Generale GBU Italia

È passata qualche settimana da quando sono rientrato a Firenze dopo un incredibile e avventuroso viaggio a Leopoli, in Ucraina, per portare aiuti e incoraggiamento al movimento studentesco CCX

Quello in Ucraina è da anni il movimento “forte” della regione, con gruppi e staff sparsi per il paese, incluse le regioni adesso occupate dalla Russia. CCX è stato un sostegno anche per le nazioni vicine, i cui movimenti studenteschi non avevano la stessa libertà; tra questi Bielorussia e Russia. Come sappiamo, dal 24 febbraio le cose sono cambiate.

Molti studenti e staff sono fuggiti dalle zone di guerra per trasferirsi nella parte occidentale del paese, altri in Europa. Come rifugiati, gli studenti cercano di frequentare l’università online, ma anche di incontrarsi per studiare e pregare insieme. Gli staff cercano di sostenere e incoraggiare questi gruppi nei modi che possono.

TEMPO DI QUALITÀ CON PERSONE DI QUALITÀ

Insieme a uno staff di IFES con cui collaboro nel programma di Governance Development* di IFES, ho avuto dunque l’opportunità di partecipare a una visita alla città di Leopoli (Lviv) che dista circa 80 km dal confine con la Polonia.

Abbiamo incontrato due staff di Leopoli, e altri due che erano arrivati in città dopo l’inizio della guerra, scappando dalle province orientali; poi Misha, il Segretario Generale, che fino al 2014 viveva in Crimea, e quest’anno per la seconda volta è dovuto scappare dalla guerra; e Andriy, il presidente del CCX, che vive a Kiev.

Passare una giornata con loro è stata un’esperienza che mi ha lasciato il segno. Abbiamo gustato la compagnia e la gioia di stare insieme, ma anche il dolore e le insicurezze di chi sa che da quel cielo blu sopra la città può, in qualsiasi momento, cadere un missile. Pregare con loro e ascoltare i loro racconti mi ha toccato profondamente.

IL CENTRO STUDENTESCO: UN PORTO SICURO

Gli Staff ci hanno fatto visitare il centro studentesco della città, un ambiente molto accogliente, con ampi spazi per studiare e stare insieme; è diventato un luogo di incontro per studenti cristiani e i loro amici che hanno bisogno di un posto caldo dove studiare o seguire i corsi online della loro università. Qui si fanno serate divertenti, ma anche studi biblici evangelistici e momenti di preghiera. È anche un hub di aiuti per chi ha bisogno di una coperta, di un po’ di carica per il laptop o il cellulare. E non manca di certo qualcosa di caldo da bere o mangiare, ad esempio la tipica zuppa boršč, originaria proprio dell’Ucraina.

Il viaggio è stato un incoraggiamento. Siamo partiti da Katowice alle 5 del mattino, viaggiando sotto una lieve nevicata fino al confine. Da quel punto in poi, la nevicata è diventata abbondante fino al rientro a Katowice a mezzanotte. Al confine, sia all’andata che al ritorno, la velocità e la semplicità con cui siamo passati sono state un vero miracolo. In particolare all’andata, quando avevamo il minivan pieno di aiuti di ogni genere: generatori elettrici, batterie usb, coperte, articoli per l’igiene personale, ecc. Tutte le scartoffie che avevamo preparato per dimostrare da dove venivano i doni e dove dovevamo portarli, tutti gli elenchi del materiale, tutte le preoccupazioni, si sono rivelate superflue: al confine hanno guardato i passaporti, hanno fatto annusare al cane e poi ci hanno detto di passare. Una grande lezione di Dio per me, che spesso mi preoccupo troppo.

IL VALORE DI QUESTA ESPERIENZA

Mi porto a casa tanti ricordi, in particolare la consapevolezza che Dio è presente intorno e nella vita di chi soffre e vive difficoltà; ho ascoltato racconti di come Dio opera in maniera soprannaturale e ne ho avuto un assaggio al confine. Questo mi insegna a confidare in Lui anche nelle preoccupazioni della mia vita.

Come movimento GBU credo che possiamo fare tesoro di esperienze vissute da altri movimenti del mondo IFES e in particolare quelli che vivono difficoltà. Siamo incoraggiati e sfidati a non fare silenzio con la buona notizia di Gesù. In Ucraina gli studenti evangelici soffrono e non sanno che futuro ci sarà per loro (e quando), ma sono attivi nel presente a portare speranza e a Condividere Gesù da studente a studente!

(Chi volesse seguire notizie da CCX può contattarmi a sg@gbu.it e ricevere un link a un canale telegram creato da IFES per questo scopo)

* un programma che ha come compito di formare i comitati direttivi dei movimenti nazionali per svolgere bene il proprio ruolo di guida