Discloure Day. Gli alieni e la fede o la fede negli alieni?

Discloure Day. Gli alieni e la fede o la fede negli alieni? (no spoiler)
Recensione di Daniele Mangiola
È un paradosso che costantemente sbiadisce e si dimentica quello che, nel linguaggio biblico neotestamentario, alieni (xénoi) siano i cristiani, coloro che la grazia ha estraniato dal mondo. Un paradosso la cui proclamazione viene percepita come eccentrica e fastidiosa in maniera inversamente proporzionale al processo che porta da una fede pulsante e viva a un dispositivo liturgico. Mano a mano che la fede si struttura in una religione, il fedele si reintegra nel mondano, sempre meno alieno.
Di alieni si parla tanto e sempre più, di forme di vita extramondane e extraterrestri ed è oramai questione di tempo il trovarne traccia e prova da qualche parte nel cosmo, ci assicurano gli esperti. Non è più roba da eccentrici disadattati e complottisti. È scienza oramai.
Ne è passata dunque molta di acqua sotto i ponti, dal lontano Incontri ravvicinati del terzo tipo del 1977, mezzo secolo, e la percezione collettiva è profondamente diversa. È per questo motivo che il tipo di messaggio che Steven Spielberg manda al mondo intero con il suo ultimo lavoro, Disclosure Day, nelle sale cinematografiche italiane proprio in questi giorni, è di tipo completamente diverso da quel suo primo film sul contatto con possibili forme di vita aliena.
C’è una hybris diversa che vibra tra l’opera di quel giovane regista trentenne voglioso di provocare e meravigliare e questa matura di un immenso maestro del cinema, ottantenne, che sente di poter dire qualcosa di saggio e necessario al mondo dei suoi spettatori che sa numerosissimi.
Disclosure Day è esteticamente perfetto e potente, 145 minuti senza un secondo di calo di tensione e senza la necessità di cataclismi e costosissimi effetti speciali. La scena lunghissima della protagonista impegnata, sotto la pioggia, a distruggere il proprio smartphone è uno spettacolo di maestria. È stato già detto, è una altra intensa dichiarazione d’amore verso l’arte cinematografica da parte dell’autore, dopo The Fabelmans del 2022. Sì, la maestria e la perfezione tecnica sono i punti di forza di questo ultimo capolavoro, non di certo la potenza, la grandezza, l’originalità del messaggio.
I luoghi comuni ci sono tutti. C’è, ancora una volta, il messianismo americano, l’ennesimo racconto nel quale gli eventi cruciali della storia a venire del genere umano hanno come teatro gli Stati Uniti d’America. Questi meravigliosi alieni eleggono soggetti americani da contattare, si fanno scoprire e catturare su suolo americano ed è ad un piccolo manipolo di statunitensi che tocca di cambiare il corso della storia del mondo. C’è anche il messaggio etico che da queste entità aliene illuminate e superiori giunge ad una umanità che ha smarrito se stessa.
Osa, però, il maestro, un azzardo teologicamente rilevante, intanto che conduce lo spettatore in un verosimile quasi desiderabile, per niente immaginifico, quasi documentaristico. Gli pone una questione molto scomoda: come conciliare il messaggio cristiano con la presa d’atto dell’esistenza di altre forme di vita non terrestri? come si integrano il piano della grazia e l’incontro con intelligenze aliene? È esplicitamente entro una prospettiva cristiana che si muove il film, non genericamente o vagamente religiosa e anche la risposta non lascia sottintesi. La creazione umana riguarda la Terra e nulla impedisce che il Creatore abbia avviato altre genesi in altri mondi.
La questione teologica, accennata nel film, non si risolve però nell’atto creativo. Ciò perché la rivelazione giunge a noi in una prospettiva soteriologica. In Cristo e a partire da Cristo noi riceviamo la Parola di Dio come racconto del piano di redenzione dell’umanità caduta. E dunque, la domanda necessariamente correlata riguarda il come guardare da una prospettiva cristologica alla possibilità dell’esistenza di forme di vita evolute e non terrestri. Il rischio è che si riproponga in chiave interplanetaria un nuovo colonialismo civilizzatore. Che è ciò che suggerisce la saga di Avatar, per restare in ambiente cinematografico.
C’è, insomma, un nodo problematico intorno alla questione della centralità dell’uomo rispetto alla creazione. Superata la vecchia aberrazione che vedeva l’uomo bianco summa humanitas, ci dibattiamo adesso tra la possibilità di accogliere gli alieni e battezzarli e, all’opposto, il ricevere da loro una rivelazione più profonda, come sembra quasi suggerire il film di Spielberg. Significativa la scena della donna che si inginocchia adorante di fronte a uno dei due eletti. Altrettanto significativo, va detto, il rifiuto del gesto da parte della esperiente.
Chi avesse letto C.S. Lewis ha delle prospettive ermeneutiche che gli impediranno di vacillare di fronte a questioni di tale portata. Tra gli anni 30 e 40 del 900, quasi un secolo fa, la Space Trilogy delinea in forma narrativa una prospettiva cosmico-teologica biblicamente fondata. Ciascun mondo, ove ci fosse, avrebbe un proprio piano divino, sebbene tutti parte della stessa creazione. Non tutti i mondi potrebbero aver fatto esperienza della caduta e aver bisogno di un piano di redenzione. Nella misura in cui Cristo è Logos, la salvezza è la narrazione del piano di redenzione destinato alla Terra caduta. In altro mondo l’immensa creatività divina potrebbe esprimersi in modalità che esulano dalla nostra comprensione.
C’è questo di ingenuo nell’attesa di incontro con la vita extraterrestre, che è tema ricorrente dei diversi film sull’argomento prodotti negli anni da Spielberg: gli alieni si muovono entro la nostra stessa prospettiva etica, probabilmente più evoluti di noi che siamo, appunto, caduti. Più saggi, più empatici. Ma per noi vita è ciò che riconosciamo con la nostra esperienza terrestre e che si è strutturata, però, affrontando dinamiche interne al nostro pianeta. La vita ha, se possibile, un solo paio di occhi, una specie di cuore e qualcosa che somigli all’empatìa. Tuttavia nessun appiglio logico ci garantisce che altri mondi si svilupperebbero necessariamente a partire dalle stesse strutture.
Laddove, tra etica e fede si dia differenza solo di grado, può darsi come naturale considerare l’universo intero rispondente a un orizzonte morale unico e invariabile; se invece si pensi, tra etica e fede, uno scarto essenziale, qualitativo e non soltanto quantitativo, potrebbe non essere impossibile ipotizzare mondi alternativi, interni alla stessa creazione, eppur strutturati su orizzonti etici non del tutto coincidenti al nostro. Accade in piccolo già nel confronto tra culture diverse dove lo stesso cristianesimo si è radicato, assumendo posture non identiche dal punto di vista etico.
Arrivano i barbari, recitava Konstantinos Kavafis, e risolveranno i nostri problemi. Disclosure Day, senza lo scarto critico di Kavafis, sembrerebbe, auspica che saremo aperti quando arriveranno gli alieni per aiutarci a risolverli ancora una volta. Saremo aperti a riconsiderare il nostro posto nell’universo anche da una prospettiva di fede. Questa è sicuramente la novità di questo ultimo grande lavoro del maestro. A dispetto di tutte le precauzioni, gli interessi, la diffidenza dei potenti, il popolo, la gente è già pronta e aperta alla rivelazione di non essere soli nel cosmo, racconta il film.
Non è questo uno spazio di riflessione geopolitica e dunque non ci si domanda oltre del perché sia tanto importante discutere oggi dell’incontro con forme di vita aliena. Restando in una prospettiva teologica, la riflessione sull’argomento ha ricevuto diversi spunti importanti e già da qualche secolo. A parte il già citato lavoro del grande apologeta Lewis. Ma un grande film come questo può essere spunto per riprendere a riflettere sul posto dell’uomo nella creazione e sulla meravigliosa vastità e ampiezza dell’Opera del nostro Padre e Creatore.
Immagine generata mediante intelligenza artificiale (AI).
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