De Gregori e Springsteen

di Filippo Falcone

 

Schierarsi o non schierarsi? Durante la presentazione del suo progetto “Nevergreen (Perfette Sconosciute)” lo scorso 26 maggio, il grande cantautore romano Francesco De Gregori ha espresso il suo disappunto per la concezione dell’artista come portavoce di istanze ideologiche su conflitti internazionali e questioni geopolitiche. De Gregori ha anche dichiarato di non sentirsi qualificato a istruire il pubblico su cosa pensare in merito a questioni tanto complesse, preferendo affidare alla propria arte il compito di trasmettere sensibilità, emozioni e indurre alla riflessione sull’uomo. Contestualmente, il cantautore romano ha affermato di provare imbarazzo quando artisti come Bruce Springsteen, di contro, attraverso brani come “Streets of Minneapolis” si schierano e fanno un uso

strumentale dell’arte.

Premesso che ogni persona deve fare sentire la propria voce contro l’ingiustizia in qualunque forma e in ogni luogo e che ciascuno può usare le proprie piattaforme e la propria influenza come meglio crede, e concesso che chi scrive è in piena sintonia ideale con le posizioni espresse da Springsteen nel brano “Streets of Minneapolis”, qual è il ruolo dell’arte e dell’artista? L’arte, con buona pace di Sartre, non è chiamata ad avere fini e costrutti politici, sociali, ideologici, morali o religiosi, ma estetici, così Bloom, e mimetici. In altre parole, l’arte è bellezza, esplora la natura dell’uomo e ne rappresenta l’esperienza. Lo fa non in modo puntuale, mostrandoci cosa l’uomo ha fatto in un dato momento, ma universale, mostrandoci ciò che l’uomo è e fa sempre. Nel rappresentare l’uomo e la sua esperienza, l’arte si fa, naturalmente, carico della declinazione politica, ideologica, morale e religiosa di quell’esperienza, ma questa non ne è fine né costrutto, solo corpo e contenuto. Riconoscendo se stesso nella rappresentazione, il fruitore dell’arte ne risulterà verosimilmente sensibilizzato, non però come consumatore ideologico, come oggetto, per così dire, bensì come soggetto sensibile. In questo senso, l’arte recupera lo stesso Sartre, convergendo con lui sugli effetti.

Il caso di Springsteen è emblematico, perché il suo ultimo pezzo non è arte e in esso Springsteen rinuncia a essere artista. È uno dei tanti manifestanti che gridano per le strade. Il brano non ha più, infatti, un portato universale. Alex Pretti e Renee Good non sono ogni uomo, come in Dead Man Walking. Minneapolis non è microcosmo senza tempo, come la California in The Ghost of Tom Joad. Non c’è più una storia che segue il movimento della vicenda degli ultimi di ogni tempo e luogo, come quella di Mary e del narratore di The River. Quella di Springsteen in “Streets of Minneapolis” è pura denuncia di fatti e di una politica degenere. Nella foga cronachistica il verso si fa esteticamente sciatto e referenziale. Non ci sono più figure retoriche e del suono. L’emozione e il significato non si fondono più nell’immagine sensibile. Il risultato è scarsa efficacia mimetica e ancor minore incisività poetica, dove il grido sfuma tra le tante voci e perde di forza.

Qual è la funzione dell’arte e dell’artista?

Forse le parole di De Gregori non rendono pienamente giustizia a ciò che dicono implicitamente, vale a dire che l’arte non dice, ma mostra, e che essa è tale dove l’uomo vi riconosce se stesso e, riconoscendovi se stesso, riconosce nell’altro il suo prossimo e in se stesso il prossimo di chi soffre. Nella sua capacità di trascendere i linguaggi ideologici e di incarnarli, l’arte può forse fare ciò che il grido politico, sociale ed etico non sono in grado di fare: mostrare all’uomo il suo bisogno di una via che non invoca una legge, ma incarna l’amore.

 

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