
di Giacomo Carlo Di Gaetano
Note a margine della lettura del libro di Alessandro Iovino, Il racconto di un amicizia. Dialogo tra papa Francesco e il pastore Traettino, Eternity, Milano, 2024, pp. 182.
Iovino ha fatto un capolavoro giornalistico. Non c’è che dire, anche in considerazione della diffusione del libro. Non c’è giorno in cui non si aggiunga un opinionista, un recensore, un’intervista alla lunga sequela di coloro che segnalano la novità rappresentata dal libro.
Dobbiamo allora, in prima istanza, dire qualcosa sul progetto che sta dietro il prodotto editoriale.
Tutto parte dall’amicizia tra l’attuale Pontefice e il pastore Giovanni Traettino, figura di spicco dell’evangelismo pentecostale e carismatico italiano e punto di riferimento della “Chiesa della Riconciliazione”. Questa amicizia raggiunge l’apice nella visita che Francesco fa al pastore, alla sua famiglia e alla chiesa di evangelica di Caserta il 28 luglio 2014. Il libro contiene belle e preziose foto di questo evento, in particolare quelle nella casa del pastore Traettino.
Il lavoro di Iovino comincia all’indomani di questo evento con un percorso di avvicinamento allo stesso pastore, che l’autore rivela di non aver conosciuto in precedenza, e poi di preparazione dell’intervista vera e propria che si è svolta il 7 novembre del 2023 presso Casa Santa Marta, la residenza del pontefice, anche questo evento corredato di foto a colori.
Si tratta dunque di un libro che intende fissare subito, senza perdere tempo, il flusso di eventi che hanno ruotato e ruotano intorno a questa amicizia, facendola conoscere, raccontandola e caricandola, come è naturale che sia, di significati e prospettive che guardano al futuro.
Lo ribadiamo, una bella operazione “giornalistica”. Insisto sul qualificativo perché sarebbe un errore approcciare il libro da un lato con le lenti amplissime e indefinite dello sguardo ecumenico e, dall’altro lato, sbirciandolo dall’angustissimo e contraddittorio evangelico “buco della serratura”, che in altri tempi ho definito “approccio identitario al cattolicesimo”.
Tra questi estremi c’è infatti il ricco spazio costituito dal materiale proveniente da confronti e rapporti tra cattolici ed evangelici che richiede chiavi di lettura più adeguate e spendibili nell’unica ottica alla quale un evangelico può attenersi per leggere e interpretare i fenomeni della storia e della vita in generale, vale a dire quella del vangelo (faccio tutto per il vangelo … esclamava Paolo, 1 Cor 9). Abbiamo tra le mani dunque un libro relativo al rapporto tra cattolicesimo ed evangelismo – nella versione italiana di un simile rapporto. Questo è un fatto ineludibile che, ancor prima di essere declinato nella prospettiva della documentazione giornalistica, impone una riflessione preliminare.
Di che cosa parliamo quando parliamo di rapporti tra evangelici e cattolici? L’espressione potrebbe essere espressa con altre formule (cattolicesimo/protestantesimo – ma ho i miei dubbi sull’adeguatezza di questa formula per il libro di cui stiamo parlando, nonostante l’autore provi a inserire l’evento-intervista in un panorama più ampio, vedi pp. 53-55).
Io direi che ci sono almeno tre risposte da dare alla domanda relativa al contenuto di materiale che si occupa del rapporto tra cattolici ed evangelici.
Per prima cosa potremmo avere a che fare con materiale che si occupa del cattolicesimo in sé e per sé, con un approccio tipico di studiosi di storia della chiesa, di storia del dogma, di teologia, etc.. In questo approccio il punto di partenza dello studioso (evangelico o cattolico o secolare) conta un po’ meno. L’idea è che nel descrivere un mondo, e il cattolicesimo è un’intera costellazione di mondi, ci si sforzi di essere il più obiettivi possibili nella sua descrizione. Sarà importante, in questo approccio, tra le tante precauzioni metodologiche, fare attenzione per esempio ai registri comunicativi con i quali il cattolicesimo, i suoi esponenti o sezioni quali Conferenze episcopali, etc. oppure lo stesso pontefice, si esprimono. Un’intervista ha una collocazione che è differente da un documento ufficiale e nello studio bisognerà pensare al modo opportuno di articolare queste due fonti. Il ricorso a spot o a frasi ad effetto per parlare di cattolicesimo non appaiono adeguati in questo primo approccio che, ribadiamolo, ha lo scopo di descrivere il cattolicesimo. La descrizione obiettiva si presta poi a essere usata per diverse finalità. Sicuramente, la testimonianza cristiana al vangelo potrebbe giovarsi di simili descrizioni.
All’estremo opposto dell’approccio focalizzato sul contenuto c’è l’approccio focalizzato sull’interesse di chi parla di cattolicesimo. L’ho definito approccio identitario al cattolicesimo (AIC). In questo caso tutto lo studio del cattolicesimo (ma anche di qualsiasi altro oggetto di studio) ha lo scopo di far emergere gli approcci evangelici al cattolicesimo. Si studia il cattolicesimo, de jure e de facto, per capire che cosa pensano e fanno gli evangelici (di tutto il mondo) nei suoi confronti. L’approccio identitario al cattolicesimo è allora un mascherato studio della condizione dell’evangelismo, volto a suggerire una maggiore circospezione e tutela nei confronti di ipotetici complotti finalizzati a portare gli evangelici sotto la cupola di Roma. Questo approccio, che non si pone lo scopo della testimonianza al vangelo, potrebbe intravedere nel lavoro di Iovino un pericoloso precedente. Unico motivo, più o meno dichiarato, è quello di intruppare gli evangelici in una novella e gigantesca dieta planetaria (dieta era il termine usato nel XVI secolo per i dibattiti, a volte sanguinosi, tra cattolici ed evangelici) con tanti emuli di Lutero e Calvino intenti a segnare i limiti di ciò che non può essere attraversato, nel rapporto con il cattolicesimo.
Ma c’è un terzo modo di intendere e studiare il rapporto tra cattolici ed evangelici. Non centrato sull’oggetto studiato (il cattolicesimo); non sull’interesse di chi studia (approccio identitario) ma semplicemente focalizzato sul rapporto in sé e per sé.
Di cosa stiamo parlando, nel nostro caso? Di un incontro tra un pontefice e un pastore evangelico (PUNTO).
Sicuramente è qualcosa di straordinario e Iovino non lesina espressioni enfatiche per il suo capolavoro giornalistico (un momento di luce purissima, p. 57). Il libro appartiene allora a un materiale, prezioso, che racconta ciò che è accaduto tante altre volte, magari a livelli inferiori, quanto ad autorevolezza dei protagonisti. E non mi riferisco agli incontri ecumenici veri e propri ma a una lunga sequela di eventi, incontri, dibattiti che si organizzano a livello di parrocchie, di sedi arcivescovili, in contesti di celebrazioni storiche, di presentazioni di iniziative sociali e di varia natura, etc.
Questo materiale non deve essere derubricato al livello di indicazione universale, ma neanche nazionale, su quello che è lo stato dei rapporti tra il cattolicesimo e l’evangelismo. È al contrario un materiale prezioso che testimonia di una vera e propria provvidenza divina che ha permesso il superamento dei secoli e dei decenni bui in cui queste comunità di fede si guardavano in cagnesco. Nel libro sono presenti numerosi accenni a questi tempi bui: c’è la testimonianza di Bergoglio (pp. 32); c’è il riferimento alla Circolare Buffarini-Guidi (pp. 52sg.), etc. Per inciso: Iovino non conosce forse pienamente la storia ottocentesca dell’evangelismo italiano e la faticosa conquista, condita di stragi e attentati, della libertà di culto. Il materiale relativo ai rapporti tra cattolici ed evangelici racconta dunque una bella storia di rispetto crescente, stima e apprezzamenti. Grazie a Dio per questo.
Un’altra caratteristica di questo tipo di materiale, a cui appartiene a pieno titolo il nostro volume, è quello rappresentato dal sentimento espresso dai protagonisti di questi eventi; essi tendono a proiettare l’esperienza positiva del singolo evento verso un futuro che potrebbe riservare ulteriori tappe. Nel libro si parla di raggiungere una maggiore unità nella diversità (p. 55). Non ho la sfera di cristallo ma penso di poter dire che questa speranza è molto bella in quanto restituisce l’atmosfera positiva dell’evento che racconta (figuriamoci: l’intervista a un papa da parte di un giornalista evangelico, p. 47); dice naturalmente poco a proposito del futuro. I protagonisti dell’approccio identitario al cattolicesimo potranno stare tranquilli: ci saranno sempre evangelici che passeranno dall’altra parte così come cattolici che faranno il percorso inverso. Le cose non cambieranno di molto. Speriamo, questo sì, che, grazie a iniziative del genere, cresca il rispetto e la stima reciproca e si possa, in nome di un’stanza superiore, quella del vangelo, permettere che le anime conoscano la salvezza in Gesù.
Adesso veniamo al libro, che si presenta diviso in tre parti.
Nella prima c’è la cronaca dell’Intervista vera e propria, con un resoconto dettagliato delle domande e delle risposte dei due protagonisti in un clima, manco a dirlo, di amicizia, cortesia e con accenti di indubbia, trasparente, cristiana e, perché no, evangelica (in senso lato) comunanza.
Nella seconda parte, dal titolo “Ascoltiamoci”, l’autore cerca di fare un bilancio dell’evento-intervista, ripercorrendo il percorso delle domande e corredandolo di sue personali riflessioni e di citazioni bibliche. Mi pare di capire, o di interpretare, che queste citazioni vogliano creare, in qualche modo, una zona cuscinetto tra due mondi che non sono solo rappresentati plasticamente dai titoli dei personaggi coinvolti, il pastore evangelico e il pontefice, ma che attraversano, lo si percepisce molto bene, l’intimo del giornalista e del credente Alessandro (Non è semplice trovare buoni motivi per sostenere le proprie aperture, non è semplice trovare parole per spiegare il bisogno di smuovere stati di immobilità durati decenni, p. 64). È questa la parte più autoriale, se così possiamo dire, del libro, quella in cui il giornalista si improvvisa teologo.
La terza parte è una raccolta, preziosa, di fonti (discorsi, interviste e testimonianze) che hanno fatto seguito all’evento del 2014 e giungono fino al giorno d’oggi (pp. 105-173).
In questa terza parte sono riportati i discorsi del pontefice e di Traettino in occasione della visita di Francesco a Caserta.
L’intervista si sviluppa seguendo una successione di domande. Mi pare che non venga spiegata la successione dei temi e delle domande (sono tredici e sono elencati opportunamente nell’indice). I temi che scandiscono le domande erano comunque presenti nei due discorsi del 2014, tenuti a Caserta. Ma a un lettore attento come potrebbe essere il sottoscritto avrebbe fatto piacere una giustificazione della loro articolazione, per esempio quale domanda prima e quale domanda poi. Questa nota sulla successione dei temi ha anche a che fare con un altro fatto, vale a dire che non sempre si coglie una simmetria nelle risposte che forniscono i due protagonisti.
Mi spiego e faccio l’esempio del tema della diversità (pp. 38-44). Non si capisce perché su questo tema Bergoglio parli di migrazioni e dunque di diversità culturali, di globalizzazione e di integrazione mentre il pastore Traettino si sofferma sulla diversità che si registra tra cristiani. Sarebbe stato interessante ascoltare Bergoglio affrontare di petto, e nel contesto dell’intervista, il tema della diversità all’interno del cristianesimo, e dello stesso cattolicesimo, così come ascoltare Traettino parlare di diversità culturale, di immigrazione e così via. Questo non significa che i protagonisti non affrontino i temi relativi alle differenze tra cattolici ed evangelici. Ma non si capisce perché proprio in quel punto le risposte non rispettino una certa simmetria.
Le differenze teologiche vengono trattate con un approccio fenomenologico piuttosto che dottrinario. Il che restituisce delle convergenze suggestive. Penso per esempio al tema della confessione, declinato da Bergoglio in chiave comunitaria, declinazione nei confronti della quale Traettino non può che essere d’accordo. Eppure la confessione è e resta un sacramento. Idem per la questione del vicariato, così come sul ruolo della Madre di Dio.
È probabile che il clima di rispetto e di apprezzamento reciproco, a cui abbiamo alluso, abbiano bisogno di questo ampio spazio fenomenologico in cui i singoli dogmi vengono in qualche modo sfumati per lasciare lo spazio nel dialogo a ciò che di positivo creano. Bello. Ma i dogmi ci sono e questo lo sanno sia Traettino sia Bergoglio. Non dobbiamo suggerirglielo noi.
Ci sono due punti in cui l’autore nelle domande e gli intervistati nelle risposte usano l’espressione “teologia”: teologia dell’essenziale (p. 18) e teologia del poliedro (p. 23). Concentriamoci un attimo su questi due punti perché essi mi sembrano i più qualificanti del volume.
Teologia del poliedro. Bergoglio allude alla figura del poliedro, con buona pace di Iovino che ci confessa non essere bravo in matematica (geometria), quando, nel suo discorso del 2014, parla della diversità tra evangelici e cattolici (cioè proprio l’argomento che manca nella risposta a Iovino). Lì Bergoglio prendendo spunto da un’espressione che, se la memoria non mi inganna, era di Oscar Cullman, vale a dire “diversità riconciliata” e facendo leva sull’azione dello Spirito (con un riferimento abbastanza esplicito a 1 Corinzi 12) afferma che l’unità tra i cristiani assomiglia a un poliedro (anche un prisma?) in cui ogni faccia è beneficiaria dell’unica azione dell’unico Spirito ma si esprime nelle sue proprie peculiarità che siano quelle della chiesa di Roma, delle chiese della Riforma, o del movimento pentecostale: “il poliedro è una unità, ma con tutte le parti diverse; ognuna ha la sua peculiarità, il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità” (p. 106). Bergoglio riteneva che questa figura potesse esprimere un nuovo volto del vecchio progetto ecumenico.
Il vecchio progetto ecumenico, che pure aleggia in alcune risposte e in tutto il volume, prendendo spunto da un altro brano neotestamentario (Giovanni 17 – vi allude Traettino – p. 110) poneva capo a un’altra figura “geometrica”, quella del cerchio (una ruota) in cui i raggi convergono al suo centro dove il centro, fuor di metafora, è Cristo.
Qui abbiamo un ampio campo di confronto tra evangelici e cattolici che si avvantaggia del fatto che non si sviluppa a suon di versetti sparati l’uno contro l’altro o di costruzioni teologiche che si contrappongono. No, ancora una volta, ricorrendo alla mediazione dei fenomeni a cui danno vita le costruzioni teoriche, abbiamo il vantaggio di discutere a partire da costellazioni metaforiche e figurative.
Giusto un piccolo assaggio. La figura dell’ecumenismo storico, il cerchio, se da un lato esprime un grande afflato teleologico (si va tutti verso Cristo) pone il problema di quale sia il punto di partenza. Gesù Cristo non è solo l’omega ma anche l’alfa; non è solo un punto di arrivo ma anche un punto di partenza. Parliamo dello stesso Cristo quando riflettiamo e tiriamo dentro al discorso ecumenico tutta la vicenda della ricerca del Gesù storico nel suo rapporto con il Cristo della fede? O qual è lo status del Risorto in rapporto a due segmenti della storia del cristianesimo, vale a dire la chiesa nella sua condizione istituzionalizzata (successione) oppure la predicazione della Parola che è viva in ragione del Vivente?
La nuova figura per i rapporti ecumenici, quella del poliedro, è debitrice nei confronti di 1 Corinzi 12. Ma non sarebbe questa una sorta di santificazione e cristallizzazione dello status storico raggiunto dalle chiese? E se ogni faccia del poliedro ha la sua ragion d’essere nel carisma ricevuto, non sarebbe questa una gigantesca premessa per un relativismo teologico in cui è bene che ognuno stia al proprio posto, premesso che ci riconosciamo nei carismi ricevuti e che ce li teniamo cari senza metterli in discussione? Qui l’approccio identitario al cattolicesimo, quello in cui si studia il cattolicesimo per dirsi alla fine “dobbiamo essere più protestanti” trova una sua ragion d’essere proprio nel poliedro proposto da Francesco. In questo caso, veramente, si finisce sotto la cupola di Roma (sic). E infine, potrebbero darsi altre, nuove facce del poliedro? Chi le introduce, come verranno accolte, quale autorità potrà alla fine dire: ecco, il poliedro si è arricchito di una nuova faccia?
I due modelli, cerchio e poliedro, si dimostrano deficitari non nei confronti di questa o quella prospettiva confessionale, ma deficitari nei confronti del vangelo. Non hanno forse affermato i due protagonisti, Bergoglio e Traettino, in più punti, che bisogna pensare a un cristianesimo in cammino? Solo il vangelo è ciò che può mettere in cammino donne uomini che rinunciano alle loro identità, siano esse cattolica, protestante o pentecostale!
La teologia dell’essenziale (p. 18). Qui, se capisco bene lo sviluppo dell’ottimo lavoro fatto da Iovino, mi pare di percepire uno slittamento. Quando il pastore Traettino introdusse nel 2014 il tema dell’essenziale, riprendendo una frase di Raniero Cantalamessa (gli evangelici sono cristiani col carisma dell’essenzialità, p. 111), declinò egregiamente quella caratteristica in una una pagina impregnata di cristocentrismo con il chiaro riferimento a 1 Corinzi 3:11: “la conversione a Cristo; la relazione personale con Cristo; l’imitazione di Cristo …” (p. 112).
Quando il tema viene ripreso nell’intervista (pp. 18sg.) l’essenzialità viene declinata in modo diverso: “chiederei a entrambi di raccontarmi l’essenza dell’amore per Dio e dell’amore di Dio, facendo riferimento a quella che potremmo definire teologia dell’essenziale” (Iovino). Le risposte sono abbastanza conseguenti, volgendosi verso quello che appare essere il grande paradigma che il mondo post-cristiano chiede alle chiese cristiane di interpretare. Un paradigma in cui si esprima nell’amore (Vattimo parlava di caritas) il tutto del cristianesimo. Per carità, tutto potrebbe tenersi: il cristocentrismo è un’elaborazione che non esclude il tema dell’amore di Dio per il mondo e del possibile amore del mondo per Dio e degli uomini tra loro (“energia sorgiva per tutte le relazioni”, Traettino, p. 19).
Ma questa è una grande sfida epistemologica: il cristianesimo può essere ridotto a una sua essenza che si limiti a un afflato inclusivo generalizzato senza prevedere l’altro tema della verità e, ahimè, dell’esclusione?
Il libro in questo senso è un esercizio interessante che ci spinge a interrogarci. Hanno risposto Bergoglio e Traettino a questa sfida? Hanno colto le differenze che insistono tra il vangelo e le conseguenze del vangelo. Il pastore Traettino del discorso del 2014 mi piace di più del pastore che nel 2023 risponde alla domanda sull’essenzialità.
Devo concludere questa lunga riflessione. Questo è un libro che dà a pensare, che stimola anche là dove il lettore potrebbe aver desiderato maggiore coerenza. Un libro da non leggere con le lenti semplicisticamente ecumeniche ma neanche da leggere con i paraocchi dell’approccio identitario al cattolicesimo, magari suggerendo che esso potrebbe essere espressione di uno scivolamento che si vorrebbe evitare all’evangelismo italiano e addirittura mondiale.
Un libro, al contrario, da leggere con curiosità, con generosità nei confronti di chi lo ha pensato e assemblato. E se da questa venisse fuori la necessità di tornare a pensare sempre e di nuovo a partire dal vangelo, allora vuol dire che si è trattato di una “buona” lettura.
L’articolo Ci fa evangelici “una solida e serena convinzione” proviene da DiRS GBU.
source https://dirs.gbu.it/ci-fa-evangelici-una-solida-e-serena-convinzione/
Quando la chiesa non si lamenta
di Vinoth Ramachandra
(Tratto dal libro Il riso di Sara, di prossima pubblicazione presso Edizioni GBU)
Fin dai suoi inizi, la chiesa occidentale ha usato il salterio quale proprio innario. Agostino, Lutero e Calvino hanno scritto dettagliati commentari sui Salmi, compresi quelli di lamento. L’opera più lunga di Agostino è il suo Enarrationes in Psalmos, una raccolta di sermoni sui Salmi in cui sollecitava le comunità cristiane a fare proprie le parole di lamento dei salmisti: «Se il Salmo è una preghiera, pregate; se è un lamento, lamentatevi»[1]. I Salmi penitenziali di Lutero (1517) sono stati la sua prima opera originale a essere pubblicata e il primo libro pubblicato nelle colonie americane fu il Bay Psalm Book, nel 1640. Dietrich Bonhoeffer, pastore e martire tedesco, apprezzava i Salmi; per lui erano la principale forma di preghiera, sia individuale sia comunitaria. In una lettera ai genitori dalla cella in cui era prigioniero, scrisse: «Leggo i Salmi ogni giorno, come faccio da anni; li conosco e li amo più di qualsiasi altro libro»[2].
La sostanziale scomparsa del lamento dalle predicazioni, dalle preghiere e dalle liturgie comunitarie nelle chiese asiatiche, in una pedissequa imitazione degli stili d’adorazione delle opulente chiese occidentali, è oggetto di grave preoccupazione, se non altro perché incoraggia la disonestà nelle nostre relazioni con Dio e fra di noi. Dire alle madri che hanno perso i loro figli di non piangere perché «Dio ha il controllo» o che «Dio sta insegnando loro qualche cosa attraverso la sofferenza» non è solo pastoralmente dannoso ma teologicamente inesatto. Non soltanto viviamo in società dilaniate da rivalità etniche e religiose e provate da severi eventi climatici, crescenti disparità economiche e politici corrotti. Molti, nelle nostre comunità, schiacciati da queste realtà sociali non meno che dagli abusi domestici, sono tormentati dai dubbi sull’affidabilità delle promesse di Dio contenute nella Scrittura o sulla rilevanza del vangelo per i contesti culturali da loro abitati e lottano con preghiere inesaudite e con il silenzio di Dio di fronte ai loro traumi più profondi. Costoro non hanno un vocabolario con cui dare voce al loro dolore, perché nelle loro chiese la tradizione biblica del lamento è stata ignorata. Come rilevato dal pastore e teologo di Singapore Gordon Wong, «le nostre chiese enfatizzano la preghiera e la lode a Dio. Quasi sempre, però, pensiamo che le sole preghiere accettabili a Dio siano parole di lode e ringraziamento»[3]. Nulla di strano, allora, se tanti giovani sensibili e riflessivi scelgono di “ritirarsi” dalla chiesa, dove non ci si cura dei loro onesti dubbi e delle loro lotte.
Nancy Lee racconta la storia di un giovane cristiano traumatizzato dalla guerra, esperienza fin troppo comune, ovunque abbiamo la ventura di vivere.
«Nel 1996 ho abitato in Croazia; subito dopo la fine delle varie guerre ho percorso gran parte della Bosnia grazie a una borsa di studio Fulbright[4]. La gente lottava con i traumi della devastazione della guerra. Era normale imbattermi in esempi di straordinaria fede e coraggio a fronte di atrocità e orrori inenarrabili. Un giovane impegnato nel ministero musicale in una chiesa protestante, un giorno, mi confidò che al tempo del servizio militare, durante la guerra, aveva prestato servizio nell’esercito in difesa del suo paese. La sua esperienza della violenza era stata devastante e lui era molto angustiato. Quello dei veterani di guerra caduti nell’alcolismo per non essere riusciti a elaborare il trauma e il dolore da loro subiti era comune. In quella cultura tradizionale dell’est Europa, la terapia era vista ancora come una sorta di tabù. Il giovane pensava di poter guardare alla chiesa e al suo pastore come a un luogo in cui, grazie al suo ministero musicale, o almeno grazie al canto, avrebbe potuto trovare un po’ di sollievo per la sua guarigione e anche un modo per aiutare altri. Quando propose al pastore alcuni canti tristi, fu subito liquidato: gli fu detto che la chiesa deve concentrarsi sulla musica positiva e sulla lode di Dio. A questo rimprovero, il cupo scoraggiamento in cui il giovane cadde si sovrappose al suo irrisolto trauma interiore; tristemente, dovette prendere atto della sostanziale inutilità della musica della sua chiesa come aiuto per chi, come lui, fosse psicologicamente ferito»[5].
A chi rifiuta di affrontare la sofferenza di coloro fra cui vive o si vergogna delle loro fragilità, le grida di lamento sembrano così poco “spirituali”, imbarazzanti, perfino fastidiose! Quanto poi alla soppressione, da parte di alcune chiese, della tradizione biblica del lamento nella predicazione e nella liturgia, sono chiese per lo più adagiate sullo status quo, che hanno massicciamente investito nella preservazione di relazioni sociali basate sullo sfruttamento e sull’oppressione.
Questo tragico rigetto verso il lamento nella nostra predicazione e adorazione non è solo un problema d’ignoranza; è una mancanza di fede nel Dio della Scrittura. Un bambino sa di essere amato incondizionatamente dai suoi genitori e di godere della libertà di parlare apertamente con loro, di esprimere non meno il suo disagio e la sua rabbia della sua gratitudine e del suo amore. Abbiamo osservato che, nella fede dell’Israele veterotestamentario, il Dio di tutta la creazione aveva istituito un patto con loro, un patto assimilabile a quello di una relazione matrimoniale; fu proprio questa convinzione a consentire ai profeti e agli scrittori d’inni israeliti di inquadrare tutte le loro esperienze di vita individuali e comunitarie, nessuna esclusa, in quella relazione. Se in tempi di sofferenza e tumulti anche noi sappiamo di essere oggetto dell’amore incondizionato di Dio, siamo liberi di fare domande, di sfidare e anche di manifestare la nostra rabbia a Dio. È la sicurezza dell’amore a produrre e incoraggiare il lamento.
Ecco il consiglio del pastore australiano Malcolm Gill ai suoi colleghi pastori.
«Far leggere in chiesa un Salmo di lamento, anche senza commentarlo, dà voce a quanti affogano in silenzio sotto il peso del dolore. Recitare collettivamente una preghiera di dolore incoraggia quanti sono abbattuti: non sono i soli a portare il peso del dolore. Per quanto molto raro, anche un lamento musicale tramite un inno tradizionale o un canto contemporaneo può dare voce agli abissi del dolore, quando non si possono trovare le semplici parole»[6].
Da ultimo, ai conduttori di chiesa evangelici tentati dal fascino di una cultura dell’intrattenimento o semplicemente timorosi dei rischi dell’esposizione all’intenso dolore del mondo, raccomando il monito di papa Francesco nella sua enciclica Evangelii Gaudium («la gioia del vangelo»):
«Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze […] Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: “Voi stessi date loro da mangiare” (Mc 6:37)»[7].
NOTE
[1] Augustine, Enarrationes in Psalmos 30.2.3, cit. in Rachel Ciano, “Lament Psalms in the Church” in Finding Lost Words: The Church’s Right to Lament, a cura di G. Geoffrey Harper e Kit Barker, Wipf & Stock, Eugene, 2017, p. 11. Fra le possibili ragioni per il venir meno del lamento nell’adorazione della chiesa occidentale a partire dal diciottesimo secolo, Ciano propone il declino della fede nella divina sovranità, le spiegazioni scientifiche della sofferenza e gli stereotipi culturali della «mascolinità» [L’opera citata di R. Ciano non è disponibile in Italiano; è tuttavia disponibile il testo di Agostino: Commento ai Salmi, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, Milano. 2001, ndt].
[2] Dietrich Bonhoeffer, Letters and Papers from Prison, SCM, Londra, 1953; tr. it., Resistenza e resa, Queriniana, Brescia, 2002, lettera del 15 maggio 1943, p. 18.
[3] Gordon Wong, God, Why?: Habakkuk’s Struggle with Faith in a World out of Control, Armour, Singapore, 2007, p. 7.
[4] Il programma Fulbright nasce negli Stati Uniti nel 1946 grazie alla legge proposta dal Senatore dell’Arkansas J. William Fulbright. La legge, approvata dal Congresso degli Stati Uniti, si prefigge l’obiettivo di finanziare borse di studio per lo studio, la ricerca e l’insegnamento in modo da favorire il processo di pace attraverso lo scambio d’idee e di cultura fra gli Stati Uniti e le altre nazioni nel mondo; fonte: http://www.fulbright.it/il–programma–fulbright/
[5] Lee, Lyrics of Lament, p. 14.
[6] 30. Malcolm J. Gill, “Praying Lament”, in Harper e Barker, Finding Lost Words, op. cit., pp. 232–233.
[7] Papa Francesco, Evangelii Gaudium, Catholic Truth Society, Londra, 2013, pp. 29–30; § 49; testo italiano liberamente consultabile on line sul sito http://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa–francesco_esortazione–ap_20131124_evangelii–gaudium.html.
L’articolo Quando la chiesa non si lamenta proviene da DiRS GBU.
source https://dirs.gbu.it/quando-la-chiesa-non-si-lamenta/
Disordini nella terra di Sua Maestà
Emil Shehadeh
Relatore al prossimo
Convegno Studi GBU, 31 ottobre – 3 novembre 2024
Per rispondere alle tre domande, dobbiamo definire alcuni termini
Estrema destra: le persone che militano in questa area politica odiano chiunque non sia d’accordo con la loro definizione dell’identità britannica. Tendono a essere puristi, e ricorrono alla violenza per esprimere la loro frustrazione per quello che ritengono essere il modo indifferente, e a loro parere subdolo e ingannevole, con cui i governi che si sono succeduti hanno ignorato la questione dell’immigrazione di persone provenienti da culture che sono totalmente in contrasto con i valori britannici ed europei, per non dire cristiani. Si tratta però di una piccola minoranza che ha un impatto minimo.
Estrema sinistra: le persone che militano in questa area politica sembrano condividere un odio per la maggior parte dei valori tradizionali ebraico–cristiani e ambiscono a un mondo in cui, superficialmente, tutti, incluso le varie opinioni sarebbero benvenuti nel Regno Unito, tranne le opinioni tradizionali di provenienza ebraico–cristiane. Uno dei tratti più evidenti è la critica unilaterale a Israele e di conseguenza agli ebrei, una critica che in molti casi si esprime con un odio cieco. Per questo motivo sono spesso alleati con i musulmani, in particolare con gli musulmani attivisti. La relazione è bilaterale. L’80% dei musulmani vota laburista, un partito politico di sinistra, un partito che dai tempi di Neil Kinnock ha però lottato per controllare l’antisemitismo dei suoi membri più estremi, come Jeremy Corbyn.
Le rivolte
Southport ha pianto la perdita di tre giovani ragazze uccise da un uomo i cui genitori erano immigrati dall’Africa. Un soggetto irresponsabile e ignorante ha affermato, sui social media, che l’assassino era musulmano. Questa notizia ha innescato un attacco a una moschea di Southport, da parte di estremisti di destra, alcuni provenienti da fuori Southport. Hanno attaccato la polizia, ferendo alcuni ufficiali, devastando e saccheggiando negozi e imbrattato i muri di slogan. Che cosa possiamo dire da un punto di vista cristiano di questa rivolta.
Ciò nonostante, una delle dichiarazioni più forti è stata fatta da un uomo che ha rischiato la vita per salvare i bambini durante l’attacco di Southport. John Hayes, 63 anni, ha detto:
“Non sono particolarmente motivato politicamente, ma mi sento sconcertato quando sento Keir Starmer e Yvette Cooper parlare di come la polizia si scaglierà con tutta la forza della legge, ecc., su queste persone [i rivoltosi]. Di fatto non stanno parlando della causa principale, e devono iniziare a capire che devono ascoltare e affrontare la causa piuttosto che i sintomi. Mettere questi ragazzi in prigione non risolverà i problemi fondamentali” (Matthew Weaver, Man who tackled Southport attacker says he wished he could have been ‘more Bruce Willis’, The Guardian, Wed 7 Aug 2024)
Al contrario, l’arcivescovo Welby ha criticato “l’odio e la violenza” che hanno sostenuto le rivolte (Hattie Williams, Christians have no place in far-right groups, Archbishop Welby warns, Church Times, 12 August 2024). Commentando la violenza, ha inoltre aggiunto:
“È razzista… Prende di mira le minoranze etniche. È anti–musulmana, contraria ai rifugiati e ai richiedenti asilo. … E per togliere ogni dubbio, bisogna dire che è un’offesa alla nostra fede e a tutto ciò che Gesù è stato ed è l’uso fatto dall’estrema destra dell’iconografia cristiana. Vorrei dire chiaramente ai cristiani che non dovrebbero essere associati a nessun gruppo di estrema destra, perché quei gruppi non sono cristiani. Vorrei anche dire chiaramente alle altre fedi, in particolare ai musulmani, che noi ci dissociamo dalle persone che abusano di tali immagini in quanto sono fondamentalmente anticristiane” (Justin Welby, “After all these days of hate and violence in the UK, we must find a way to live together well,” The Guardian, Sun 11 Aug 2024).
Ironicamente, il Church Time ha pubblicato l’opinione di Welby con una foto di una “manifestazione” a Londra Islington con cartelli che recitavano “Schiacciamo il fascismo e il razzismo” e “Benvenuti rifugiati, fermate l’estrema destra”. Questi due slogan sono tipici degli atteggiamenti di sinistra e del governo: in primo luogo, chiunque chieda che nelle politiche sull’immigrazione venga inoculata una dose di razionalità viene etichettato come di estrema destra. In secondo luogo, la sinistra vuole una porta aperta per tutti i rifugiati senza calcolarne i costi. In terzo luogo, la violenza non è un’esclusiva dell’estrema destra, come dimostrano gli slogan e come hanno dimostrato anche le rivolte di Harehills. A Londra, rifugiati e immigrati che si sono ribellati per le strade hanno incendiato furgoni, rotto le vetrine e saccheggiato i negozi, mentre alcuni intonavano Allahu Akbar, sono stati criticati da un politico che poi è stato accusato di islamofobia. Il Muslim Council of Britania ha sostenuto che Allahu Akbar è una semplice preghiera musulmana (Millie Cooke, Outrage as Jenrick says people shouting ‘Allahu Akbar’ on London streets should be arrested immediately, Independent, 9th August 2024.). Non hanno detto che fu usata per la prima volta da Maometto quando decimò un’intera tribù ebraica. Mentre guidava il suo esercito verso il Khaybar ebraico, Maometto affermò “Allahu Akbar. Kharibat Khaybar“, che significa “Allah è grande, Khaybar verrà distrutto“. Il takbir può essere usato come lode, ma spesso è usato per alimentare la violenza musulmana.
Come al solito, l’establishment è così ansioso di proteggere gli immigrati che si concentra sulle reazioni estreme all’immigrazione incontrollata piuttosto che sull’immigrazione non regolamentata, mentre chiude un occhio sulla violenza degli immigrati, in particolare di quelli di religione musulmana.
Prima domanda
Qual è la relazione tra i recenti disordini e la fede della gente che proviene da altre tradizioni religiose?
Le rivolte di cui stiamo parlando sono una reazione a una violenza ancora più grande perpetrata contro degli inglesi (tre innocenti bambine) compiuta da immigrati o figli di immigrati. Non è certo una giustificazione, ma una semplice spiegazione.
Gli immigrati possono impiegare diverse generazioni per integrarsi e identificarsi con il loro nuovo paese. Si tratta di un freddo dato della vita, che prescinde dalla geografia. La difficoltà intrinseca all’adattamento a un nuovo paese può causare stress, sentimenti di rifiuto e persino problemi di salute mentale. L’incapacità ad assimilarsi (per lo più a causa del grande abisso culturale tra la vecchia e la nuova cultura) produce rabbia e odio, che a volte si traducono in attacchi criminali contro innocenti.
Appartenere a una fede che considera il cristianesimo una falsa religione e che condanna i suoi seguaci non solo al fuoco dell’inferno, dopo la morte, ma li rende passibili di aggressioni e uccisioni in questa vita, non aiuta il processo di integrazione. Ciò induce i figli degli immigrati verso tre alternative: l’estremismo, con il quale aderiscono alla loro religione in modi più rigorosi dei genitori; il secolarismo, in cui perdono la fede e diventano ostili alla loro precedente religione perché li priva dello stile di vita che l’Occidente offre. In terzo luogo, l’approccio culturale (ad esempio i musulmani culturali) che rendono omaggio sia alla loro nuova cultura sia alla religione dei padri. Sono musulmani nominali che sembrano avere lealtà divise. Citerebbero il Corano selettivamente per convincerti che l’Islam è pacifico e scelgono di ignorare o interpretare in modo diverso i Versetti di Sward del Corano e sostengono di non credere negli Hadith.
Un altro meccanismo di difesa preferito è quello di dare la colpa al colonialismo occidentale e al sionismo per tutti i mali presenti nel mondo musulmano. Non riescono a riconoscere che l’Islam è la potenza colonialista più longeva. Gli arabi della penisola [arabica] hanno conquistato il Medio Oriente, la Spagna, la Turchia, il Nord Africa e il subcontinente asiatico (Pakistan, India, Afghanistan, Iran ecc.) e hanno imposto la loro religione e la loro lingua.
Le rivolte attuali devono tenere conto delle reazioni alle rivolte di destra. Le contro-manifestazioni sono state animate da attivisti musulmani e da sostenitori dell’estrema sinistra che sventolavano la bandiera palestinese e condannavano Israele. La sinistra contiene elementi che sono violenti quanto, se non di più, dell’estrema destra. Un consigliere laburista è stato arrestato per aver dichiarato in un video: “Sono disgustosi fascisti e nazisti e dobbiamo tagliargli la gola e liberarcene tutti” (Aletha Adu, Suspended Labour councillor arrested over video ‘urging people to cut throats, The Guardian, Thu 8 Aug 2024).
L’attuale governo laburista sembra più propenso a esagerare l’impatto dell’estrema destra che ad affrontare la questione dell’immigrazione incontrollata. Si è detto poco sull’assassino delle tre ragazze innocenti. Ora l’attenzione è sulle “rivolte” e la reazione sembra provenire principalmente dall’estrema sinistra, pro-palestinese, che odia Israele.
Seconda domanda
In Inghilterra, in considerazione della grande tradizione pluralista e multiculturale della società inglese, anche in ragione del suo passato coloniale, l’Islam e i musulmani rappresentano un caso speciale?
Di tutte le minoranze che vivono nel Regno Unito, e con l’eccezione dell’ebraismo, l’Islam è l’unica religione che cerca di fondere religione e razza. Questo è il concetto di al-Ummah. Ma in realtà, mentre la maggior parte degli Ebrei è tale etnicamente e religiosamente, la maggior parte dei musulmani ha origini razziali diverse. L’Islam è una religione, non un’etnia. I musulmani sono individui appartenenti a etnie diverse. Tuttavia, i musulmani, sostenuti dall’ala sinistra, hanno portato avanti una campagna volta al riconoscimento dell’islamofobia come forma di razzismo.
Una delle caratteristiche dell’Islam è il suo senso di supremazia, come espresso in questo versetto:
“Voi siete la migliore nazione prodotta [come esempio] per l’umanità. Ordinate ciò che è giusto e proibite ciò che è sbagliato e credete in Allah. Se solo le persone della Scrittura avessero creduto, sarebbe stato meglio per loro. Tra loro ci sono credenti, ma la maggior parte di loro sono corrotti”. (Q 3:110). Fasiqun significa corrotto.
Il Corano chiama i non musulmani anche najas, che significa sporchi. In un certo senso questo è simile all’insegnamento chassidico, per cui i gentili sono sporchi e dovrebbero bollire negli escrementi.
L’Islam divide il mondo nella Casa dell’Islam e nella Casa della guerra. Tutti i non musulmani, incluso l’Occidente, appartengono alla Casa della Guerra e poiché sono fasiqun, corrotti, i musulmani hanno il dovere di combatterli
La narrazione musulmana afferma che Maometto e i primi musulmani furono perseguitati. E sebbene l’Islam sia stato all’offensiva per 1400 anni, in qualche modo i musulmani crescono con un senso di vittimismo.
La maggior parte dei musulmani cresce così con un senso di supremazia e di disprezzo per la cultura ebraico–cristiana. Allah aveva infatti dato l’intera terra a Maometto e ai suoi seguaci! Questo dà loro un senso di diritto che spiega il comportamento di alcuni musulmani in Occidente. Tendono a comportarsi come persone privilegiate ma perseguitate, che meritano più diritti e privilegi di chiunque altro.
Terza domanda
Esiste una prospettiva cristiana nei confronti degli attuali disordini? Cosa possono fare i cristiani in un contesto in cui lo scontro tra occidentali e musulmani raggiunge una violenza così estrema?
La prospettiva cristiana dovrebbe essere quella della saggezza e dell’amore. A volte è meglio tacere. Né Gesù né i suoi discepoli si sono coinvolti nelle proteste contro la crudeltà romana presente in Palestina. Dobbiamo comprendere queste dinamiche e incoraggiare le buone relazioni basate sull’uguaglianza di tutti gli esseri umani. Ma dovremmo incoraggiare le nostre autorità a controllare l’immigrazione in modo tale che le persone siano aiutate ad integrarsi. In una delle sue parabole Gesù insegnò l’importanza di calcolare il costo di una casa, prima di intraprendere un progetto di costruzione (Lc 14:28–30) e bisogna esprimere il punto di vista attraverso gli eletti nel parlamento e la stampa libera facendo notare che l’immigrazione non regolamentata è negativa per gli immigrati e la gente del posto.
I cristiani dovrebbero essere un buon esempio di prudenza e di tolleranza. Dovremmo impegnarci nei confronti dei musulmani per mostrare loro una visione del mondo migliore, uno stile di vita migliore, vale a dire Gesù la “via, la verità e la vita”. Le rivolte fomentano solo l’odio e l’odio va contro il cuore di Dio la cui sostanza è amore.
Dobbiamo incoraggiare più cristiani a intraprendere la carriera politica e giornalistica, sapendo che dovranno prepararsi a navigare controcorrente. Sostenere i valori cristiani in un mondo di menzogne, intrighi ed egoismo sarebbe per loro la croce da portare. I ministri cristiani del Vangelo non dovrebbero essere coinvolti nella politica.
Dobbiamo pregare per la saggezza, il coraggio e l’integrità in politica.
L’alleanza innaturale tra grandi aziende e politica ha come risultato che poiché gli immigrati, legali o meno, accetteranno salari bassi, allora i politici tendono a non fare nulla riguardo all’immigrazione; quando i politici vanno in pensione (spesso relativamente giovani) hanno prospettive incredibili nel mondo delle grandi aziende, quali ricompense per i favori fatti alle grandi aziende.
[I riferimenti culturali e politici sono da riferire naturalmente alla società inglese, e sono dell’autore, ndR]
L’articolo Disordini nella terra di Sua Maestà proviene da DiRS GBU.
source https://dirs.gbu.it/disordini-nella-terra-di-sua-maesta/
Ci fa evangelici “una solida e serena convinzione”
di Giacomo Carlo Di Gaetano
Iovino ha fatto un capolavoro giornalistico. Non c’è che dire, anche in considerazione della diffusione del libro. Non c’è giorno in cui non si aggiunga un opinionista, un recensore, un’intervista alla lunga sequela di coloro che segnalano la novità rappresentata dal libro.
Dobbiamo allora, in prima istanza, dire qualcosa sul progetto che sta dietro il prodotto editoriale.
Tutto parte dall’amicizia tra l’attuale Pontefice e il pastore Giovanni Traettino, figura di spicco dell’evangelismo pentecostale e carismatico italiano e punto di riferimento della “Chiesa della Riconciliazione”. Questa amicizia raggiunge l’apice nella visita che Francesco fa al pastore, alla sua famiglia e alla chiesa di evangelica di Caserta il 28 luglio 2014. Il libro contiene belle e preziose foto di questo evento, in particolare quelle nella casa del pastore Traettino.
Il lavoro di Iovino comincia all’indomani di questo evento con un percorso di avvicinamento allo stesso pastore, che l’autore rivela di non aver conosciuto in precedenza, e poi di preparazione dell’intervista vera e propria che si è svolta il 7 novembre del 2023 presso Casa Santa Marta, la residenza del pontefice, anche questo evento corredato di foto a colori.
Si tratta dunque di un libro che intende fissare subito, senza perdere tempo, il flusso di eventi che hanno ruotato e ruotano intorno a questa amicizia, facendola conoscere, raccontandola e caricandola, come è naturale che sia, di significati e prospettive che guardano al futuro.
Lo ribadiamo, una bella operazione “giornalistica”. Insisto sul qualificativo perché sarebbe un errore approcciare il libro da un lato con le lenti amplissime e indefinite dello sguardo ecumenico e, dall’altro lato, sbirciandolo dall’angustissimo e contraddittorio evangelico “buco della serratura”, che in altri tempi ho definito “approccio identitario al cattolicesimo”.
Tra questi estremi c’è infatti il ricco spazio costituito dal materiale proveniente da confronti e rapporti tra cattolici ed evangelici che richiede chiavi di lettura più adeguate e spendibili nell’unica ottica alla quale un evangelico può attenersi per leggere e interpretare i fenomeni della storia e della vita in generale, vale a dire quella del vangelo (faccio tutto per il vangelo … esclamava Paolo, 1 Cor 9). Abbiamo tra le mani dunque un libro relativo al rapporto tra cattolicesimo ed evangelismo – nella versione italiana di un simile rapporto. Questo è un fatto ineludibile che, ancor prima di essere declinato nella prospettiva della documentazione giornalistica, impone una riflessione preliminare.
Di che cosa parliamo quando parliamo di rapporti tra evangelici e cattolici? L’espressione potrebbe essere espressa con altre formule (cattolicesimo/protestantesimo – ma ho i miei dubbi sull’adeguatezza di questa formula per il libro di cui stiamo parlando, nonostante l’autore provi a inserire l’evento-intervista in un panorama più ampio, vedi pp. 53-55).
Io direi che ci sono almeno tre risposte da dare alla domanda relativa al contenuto di materiale che si occupa del rapporto tra cattolici ed evangelici.
Per prima cosa potremmo avere a che fare con materiale che si occupa del cattolicesimo in sé e per sé, con un approccio tipico di studiosi di storia della chiesa, di storia del dogma, di teologia, etc.. In questo approccio il punto di partenza dello studioso (evangelico o cattolico o secolare) conta un po’ meno. L’idea è che nel descrivere un mondo, e il cattolicesimo è un’intera costellazione di mondi, ci si sforzi di essere il più obiettivi possibili nella sua descrizione. Sarà importante, in questo approccio, tra le tante precauzioni metodologiche, fare attenzione per esempio ai registri comunicativi con i quali il cattolicesimo, i suoi esponenti o sezioni quali Conferenze episcopali, etc. oppure lo stesso pontefice, si esprimono. Un’intervista ha una collocazione che è differente da un documento ufficiale e nello studio bisognerà pensare al modo opportuno di articolare queste due fonti. Il ricorso a spot o a frasi ad effetto per parlare di cattolicesimo non appaiono adeguati in questo primo approccio che, ribadiamolo, ha lo scopo di descrivere il cattolicesimo. La descrizione obiettiva si presta poi a essere usata per diverse finalità. Sicuramente, la testimonianza cristiana al vangelo potrebbe giovarsi di simili descrizioni.
All’estremo opposto dell’approccio focalizzato sul contenuto c’è l’approccio focalizzato sull’interesse di chi parla di cattolicesimo. L’ho definito approccio identitario al cattolicesimo (AIC). In questo caso tutto lo studio del cattolicesimo (ma anche di qualsiasi altro oggetto di studio) ha lo scopo di far emergere gli approcci evangelici al cattolicesimo. Si studia il cattolicesimo, de jure e de facto, per capire che cosa pensano e fanno gli evangelici (di tutto il mondo) nei suoi confronti. L’approccio identitario al cattolicesimo è allora un mascherato studio della condizione dell’evangelismo, volto a suggerire una maggiore circospezione e tutela nei confronti di ipotetici complotti finalizzati a portare gli evangelici sotto la cupola di Roma. Questo approccio, che non si pone lo scopo della testimonianza al vangelo, potrebbe intravedere nel lavoro di Iovino un pericoloso precedente. Unico motivo, più o meno dichiarato, è quello di intruppare gli evangelici in una novella e gigantesca dieta planetaria (dieta era il termine usato nel XVI secolo per i dibattiti, a volte sanguinosi, tra cattolici ed evangelici) con tanti emuli di Lutero e Calvino intenti a segnare i limiti di ciò che non può essere attraversato, nel rapporto con il cattolicesimo.
Ma c’è un terzo modo di intendere e studiare il rapporto tra cattolici ed evangelici. Non centrato sull’oggetto studiato (il cattolicesimo); non sull’interesse di chi studia (approccio identitario) ma semplicemente focalizzato sul rapporto in sé e per sé.
Di cosa stiamo parlando, nel nostro caso? Di un incontro tra un pontefice e un pastore evangelico (PUNTO).
Sicuramente è qualcosa di straordinario e Iovino non lesina espressioni enfatiche per il suo capolavoro giornalistico (un momento di luce purissima, p. 57). Il libro appartiene allora a un materiale, prezioso, che racconta ciò che è accaduto tante altre volte, magari a livelli inferiori, quanto ad autorevolezza dei protagonisti. E non mi riferisco agli incontri ecumenici veri e propri ma a una lunga sequela di eventi, incontri, dibattiti che si organizzano a livello di parrocchie, di sedi arcivescovili, in contesti di celebrazioni storiche, di presentazioni di iniziative sociali e di varia natura, etc.
Questo materiale non deve essere derubricato al livello di indicazione universale, ma neanche nazionale, su quello che è lo stato dei rapporti tra il cattolicesimo e l’evangelismo. È al contrario un materiale prezioso che testimonia di una vera e propria provvidenza divina che ha permesso il superamento dei secoli e dei decenni bui in cui queste comunità di fede si guardavano in cagnesco. Nel libro sono presenti numerosi accenni a questi tempi bui: c’è la testimonianza di Bergoglio (pp. 32); c’è il riferimento alla Circolare Buffarini-Guidi (pp. 52sg.), etc. Per inciso: Iovino non conosce forse pienamente la storia ottocentesca dell’evangelismo italiano e la faticosa conquista, condita di stragi e attentati, della libertà di culto. Il materiale relativo ai rapporti tra cattolici ed evangelici racconta dunque una bella storia di rispetto crescente, stima e apprezzamenti. Grazie a Dio per questo.
Un’altra caratteristica di questo tipo di materiale, a cui appartiene a pieno titolo il nostro volume, è quello rappresentato dal sentimento espresso dai protagonisti di questi eventi; essi tendono a proiettare l’esperienza positiva del singolo evento verso un futuro che potrebbe riservare ulteriori tappe. Nel libro si parla di raggiungere una maggiore unità nella diversità (p. 55). Non ho la sfera di cristallo ma penso di poter dire che questa speranza è molto bella in quanto restituisce l’atmosfera positiva dell’evento che racconta (figuriamoci: l’intervista a un papa da parte di un giornalista evangelico, p. 47); dice naturalmente poco a proposito del futuro. I protagonisti dell’approccio identitario al cattolicesimo potranno stare tranquilli: ci saranno sempre evangelici che passeranno dall’altra parte così come cattolici che faranno il percorso inverso. Le cose non cambieranno di molto. Speriamo, questo sì, che, grazie a iniziative del genere, cresca il rispetto e la stima reciproca e si possa, in nome di un’stanza superiore, quella del vangelo, permettere che le anime conoscano la salvezza in Gesù.
Adesso veniamo al libro, che si presenta diviso in tre parti.
Nella prima c’è la cronaca dell’Intervista vera e propria, con un resoconto dettagliato delle domande e delle risposte dei due protagonisti in un clima, manco a dirlo, di amicizia, cortesia e con accenti di indubbia, trasparente, cristiana e, perché no, evangelica (in senso lato) comunanza.
Nella seconda parte, dal titolo “Ascoltiamoci”, l’autore cerca di fare un bilancio dell’evento-intervista, ripercorrendo il percorso delle domande e corredandolo di sue personali riflessioni e di citazioni bibliche. Mi pare di capire, o di interpretare, che queste citazioni vogliano creare, in qualche modo, una zona cuscinetto tra due mondi che non sono solo rappresentati plasticamente dai titoli dei personaggi coinvolti, il pastore evangelico e il pontefice, ma che attraversano, lo si percepisce molto bene, l’intimo del giornalista e del credente Alessandro (Non è semplice trovare buoni motivi per sostenere le proprie aperture, non è semplice trovare parole per spiegare il bisogno di smuovere stati di immobilità durati decenni, p. 64). È questa la parte più autoriale, se così possiamo dire, del libro, quella in cui il giornalista si improvvisa teologo.
La terza parte è una raccolta, preziosa, di fonti (discorsi, interviste e testimonianze) che hanno fatto seguito all’evento del 2014 e giungono fino al giorno d’oggi (pp. 105-173).
In questa terza parte sono riportati i discorsi del pontefice e di Traettino in occasione della visita di Francesco a Caserta.
L’intervista si sviluppa seguendo una successione di domande. Mi pare che non venga spiegata la successione dei temi e delle domande (sono tredici e sono elencati opportunamente nell’indice). I temi che scandiscono le domande erano comunque presenti nei due discorsi del 2014, tenuti a Caserta. Ma a un lettore attento come potrebbe essere il sottoscritto avrebbe fatto piacere una giustificazione della loro articolazione, per esempio quale domanda prima e quale domanda poi. Questa nota sulla successione dei temi ha anche a che fare con un altro fatto, vale a dire che non sempre si coglie una simmetria nelle risposte che forniscono i due protagonisti.
Mi spiego e faccio l’esempio del tema della diversità (pp. 38-44). Non si capisce perché su questo tema Bergoglio parli di migrazioni e dunque di diversità culturali, di globalizzazione e di integrazione mentre il pastore Traettino si sofferma sulla diversità che si registra tra cristiani. Sarebbe stato interessante ascoltare Bergoglio affrontare di petto, e nel contesto dell’intervista, il tema della diversità all’interno del cristianesimo, e dello stesso cattolicesimo, così come ascoltare Traettino parlare di diversità culturale, di immigrazione e così via. Questo non significa che i protagonisti non affrontino i temi relativi alle differenze tra cattolici ed evangelici. Ma non si capisce perché proprio in quel punto le risposte non rispettino una certa simmetria.
Le differenze teologiche vengono trattate con un approccio fenomenologico piuttosto che dottrinario. Il che restituisce delle convergenze suggestive. Penso per esempio al tema della confessione, declinato da Bergoglio in chiave comunitaria, declinazione nei confronti della quale Traettino non può che essere d’accordo. Eppure la confessione è e resta un sacramento. Idem per la questione del vicariato, così come sul ruolo della Madre di Dio.
È probabile che il clima di rispetto e di apprezzamento reciproco, a cui abbiamo alluso, abbiano bisogno di questo ampio spazio fenomenologico in cui i singoli dogmi vengono in qualche modo sfumati per lasciare lo spazio nel dialogo a ciò che di positivo creano. Bello. Ma i dogmi ci sono e questo lo sanno sia Traettino sia Bergoglio. Non dobbiamo suggerirglielo noi.
Ci sono due punti in cui l’autore nelle domande e gli intervistati nelle risposte usano l’espressione “teologia”: teologia dell’essenziale (p. 18) e teologia del poliedro (p. 23). Concentriamoci un attimo su questi due punti perché essi mi sembrano i più qualificanti del volume.
Teologia del poliedro. Bergoglio allude alla figura del poliedro, con buona pace di Iovino che ci confessa non essere bravo in matematica (geometria), quando, nel suo discorso del 2014, parla della diversità tra evangelici e cattolici (cioè proprio l’argomento che manca nella risposta a Iovino). Lì Bergoglio prendendo spunto da un’espressione che, se la memoria non mi inganna, era di Oscar Cullman, vale a dire “diversità riconciliata” e facendo leva sull’azione dello Spirito (con un riferimento abbastanza esplicito a 1 Corinzi 12) afferma che l’unità tra i cristiani assomiglia a un poliedro (anche un prisma?) in cui ogni faccia è beneficiaria dell’unica azione dell’unico Spirito ma si esprime nelle sue proprie peculiarità che siano quelle della chiesa di Roma, delle chiese della Riforma, o del movimento pentecostale: “il poliedro è una unità, ma con tutte le parti diverse; ognuna ha la sua peculiarità, il suo carisma. Questa è l’unità nella diversità” (p. 106). Bergoglio riteneva che questa figura potesse esprimere un nuovo volto del vecchio progetto ecumenico.
Il vecchio progetto ecumenico, che pure aleggia in alcune risposte e in tutto il volume, prendendo spunto da un altro brano neotestamentario (Giovanni 17 – vi allude Traettino – p. 110) poneva capo a un’altra figura “geometrica”, quella del cerchio (una ruota) in cui i raggi convergono al suo centro dove il centro, fuor di metafora, è Cristo.
Qui abbiamo un ampio campo di confronto tra evangelici e cattolici che si avvantaggia del fatto che non si sviluppa a suon di versetti sparati l’uno contro l’altro o di costruzioni teologiche che si contrappongono. No, ancora una volta, ricorrendo alla mediazione dei fenomeni a cui danno vita le costruzioni teoriche, abbiamo il vantaggio di discutere a partire da costellazioni metaforiche e figurative.
Giusto un piccolo assaggio. La figura dell’ecumenismo storico, il cerchio, se da un lato esprime un grande afflato teleologico (si va tutti verso Cristo) pone il problema di quale sia il punto di partenza. Gesù Cristo non è solo l’omega ma anche l’alfa; non è solo un punto di arrivo ma anche un punto di partenza. Parliamo dello stesso Cristo quando riflettiamo e tiriamo dentro al discorso ecumenico tutta la vicenda della ricerca del Gesù storico nel suo rapporto con il Cristo della fede? O qual è lo status del Risorto in rapporto a due segmenti della storia del cristianesimo, vale a dire la chiesa nella sua condizione istituzionalizzata (successione) oppure la predicazione della Parola che è viva in ragione del Vivente?
La nuova figura per i rapporti ecumenici, quella del poliedro, è debitrice nei confronti di 1 Corinzi 12. Ma non sarebbe questa una sorta di santificazione e cristallizzazione dello status storico raggiunto dalle chiese? E se ogni faccia del poliedro ha la sua ragion d’essere nel carisma ricevuto, non sarebbe questa una gigantesca premessa per un relativismo teologico in cui è bene che ognuno stia al proprio posto, premesso che ci riconosciamo nei carismi ricevuti e che ce li teniamo cari senza metterli in discussione? Qui l’approccio identitario al cattolicesimo, quello in cui si studia il cattolicesimo per dirsi alla fine “dobbiamo essere più protestanti” trova una sua ragion d’essere proprio nel poliedro proposto da Francesco. In questo caso, veramente, si finisce sotto la cupola di Roma (sic). E infine, potrebbero darsi altre, nuove facce del poliedro? Chi le introduce, come verranno accolte, quale autorità potrà alla fine dire: ecco, il poliedro si è arricchito di una nuova faccia?
I due modelli, cerchio e poliedro, si dimostrano deficitari non nei confronti di questa o quella prospettiva confessionale, ma deficitari nei confronti del vangelo. Non hanno forse affermato i due protagonisti, Bergoglio e Traettino, in più punti, che bisogna pensare a un cristianesimo in cammino? Solo il vangelo è ciò che può mettere in cammino donne uomini che rinunciano alle loro identità, siano esse cattolica, protestante o pentecostale!
La teologia dell’essenziale (p. 18). Qui, se capisco bene lo sviluppo dell’ottimo lavoro fatto da Iovino, mi pare di percepire uno slittamento. Quando il pastore Traettino introdusse nel 2014 il tema dell’essenziale, riprendendo una frase di Raniero Cantalamessa (gli evangelici sono cristiani col carisma dell’essenzialità, p. 111), declinò egregiamente quella caratteristica in una una pagina impregnata di cristocentrismo con il chiaro riferimento a 1 Corinzi 3:11: “la conversione a Cristo; la relazione personale con Cristo; l’imitazione di Cristo …” (p. 112).
Quando il tema viene ripreso nell’intervista (pp. 18sg.) l’essenzialità viene declinata in modo diverso: “chiederei a entrambi di raccontarmi l’essenza dell’amore per Dio e dell’amore di Dio, facendo riferimento a quella che potremmo definire teologia dell’essenziale” (Iovino). Le risposte sono abbastanza conseguenti, volgendosi verso quello che appare essere il grande paradigma che il mondo post-cristiano chiede alle chiese cristiane di interpretare. Un paradigma in cui si esprima nell’amore (Vattimo parlava di caritas) il tutto del cristianesimo. Per carità, tutto potrebbe tenersi: il cristocentrismo è un’elaborazione che non esclude il tema dell’amore di Dio per il mondo e del possibile amore del mondo per Dio e degli uomini tra loro (“energia sorgiva per tutte le relazioni”, Traettino, p. 19).
Ma questa è una grande sfida epistemologica: il cristianesimo può essere ridotto a una sua essenza che si limiti a un afflato inclusivo generalizzato senza prevedere l’altro tema della verità e, ahimè, dell’esclusione?
Il libro in questo senso è un esercizio interessante che ci spinge a interrogarci. Hanno risposto Bergoglio e Traettino a questa sfida? Hanno colto le differenze che insistono tra il vangelo e le conseguenze del vangelo. Il pastore Traettino del discorso del 2014 mi piace di più del pastore che nel 2023 risponde alla domanda sull’essenzialità.
Devo concludere questa lunga riflessione. Questo è un libro che dà a pensare, che stimola anche là dove il lettore potrebbe aver desiderato maggiore coerenza. Un libro da non leggere con le lenti semplicisticamente ecumeniche ma neanche da leggere con i paraocchi dell’approccio identitario al cattolicesimo, magari suggerendo che esso potrebbe essere espressione di uno scivolamento che si vorrebbe evitare all’evangelismo italiano e addirittura mondiale.
Un libro, al contrario, da leggere con curiosità, con generosità nei confronti di chi lo ha pensato e assemblato. E se da questa venisse fuori la necessità di tornare a pensare sempre e di nuovo a partire dal vangelo, allora vuol dire che si è trattato di una “buona” lettura.
L’articolo Ci fa evangelici “una solida e serena convinzione” proviene da DiRS GBU.
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L’uomo che sapeva parlare di Dio. Ricordo personale di Paolo Ricca.
Questa mattina si è diffusa piuttosto rapidamente la notizia che è venuto a mancare la notte scorsa il teologo valdese Paolo Ricca, figura di grande spessore culturale, credente profondamente partecipe del messaggio cristiano e tra i maggiori studiosi italiani del pensiero della Riforma. Si tratta di una perdita per il mondo del protestantesimo storico italiano e per tutto il mondo evangelico.
In questo mio ricordo non entrerò sempre nella discussione sul suo pensiero, ma soprattutto sul rapporto che ho avuto con questo studioso e che ho avuto il piacere di incontrare in diverse circostanze ed in diverse epoche della mia vita.
Penso che la prima volta che ho sentito una conferenza di Paolo Ricca fosse quando avevo appena iniziato l’università ad inizi anni 1980 e si stava celebrando il cinquecentenario della nascita di Lutero. Ricca, che era già docente di storia della Chiesa alla Facoltà Teologica Valdese, venne a presentare a Bari un testo di Lutero e, devo ammettere, che la sua chiara presentazione ha sicuramente invogliato me, giovane studente di filosofia appassionato del messaggio evangelico, ad approfondire il pensiero della Riforma e dei principali riformatori.
Qualche anno dopo mi sono iscritto alla Facoltà Teologica Valdese ed ho studiato e fatto l’esame di storia della Chiesa con lui. Si è trattato di un affascinante colloquio (durato più di due ore) che è stato di grande interesse e di valore. Ricordo ancora le domande (non sempre facili) cui ho dovuto rispondere, ma mi rimane l’idea di un grande insegnante che aveva cura della formazione dei suoi studenti.
Una terza circostanza che ricordo è quella sempre di un incontro barese, in occasione del Cinquecentenario della Riforma, nel 2017. Invitato dal Consiglio Pastorale delle Chiese di Bari, Ricca, nel giro di pochi giorni, nonostante l’età, fece ben quattro discorsi ad un pubblico di tipo diverso. Di questi quello che mi ha impressionato di più è stato il dialogo con i ragazzi del mio liceo. Originariamente non era un evento programmato, ma proprio durante un incontro di aggiornamento con docenti di storia di scuola superiore, venne a lui in mente di voler parlare in una scuola. La sua passione per la Riforma e per il messaggio di ritorno alla Parola di Dio e ad una nuova libertà, appassionò diversi studenti del mio liceo e anche in questo caso devo ammettere l’efficacia del suo messaggio a giovani adolescenti che difficilmente (pur studiosi come possono essere quelli che frequentano un liceo classico) si appassionano a questioni riguardanti il cristianesimo.
Le ultime due volte in cui incontrato Ricca sono piuttosto recenti e hanno a che fare con due avvenimenti di quest’anno. Il primo è quello del Convegno GBU dedicato all’ateismo. In quel caso si decise di intervistare Ricca su una delle sue ultime pubblicazioni, il libro Dio. Apologia, uno dei testi più interessanti pubblicato da un teologo evangelico in Italia e dedicato proprio ad una dettagliata analisi dell’ateismo contemporaneo (soprattutto nella prima parte del testo). Io e Giacomo Carlo di Gaetano pensavamo di poter finire l’intervista in circa 30 minuti: il fiume di parole di Ricca ci ha portato a fare una trasmissione di più di un’ora, dove si può vedere tutta la passione dell’anziano teologo e che ancora oggi può essere rivista da ognuno di noi.
L’ultima volta che ho visto Ricca è stato qualche mese fa, il 25 maggio per l’esattezza, quando, di nuovo a Bari, era venuto per l’inaugurazione della Libreria Bonhoeffer, unica libreria evangelica presente sul territorio dove abito. Anche in questa circostanza la sua conferenza dedicata al teologo tedesco fu di grande spessore.
Una serie di incontri che mi hanno insegnato diverse cose sulla persona, oltre che sul teologo. In primo luogo, la profondità della sua fede. Si poteva non essere d’accordo con lui teologicamente, ma non si poteva non ammettere che fosse un uomo di grande fede che metteva la predicazione e l’annuncio del Vangelo al primo posto.
In secondo luogo, la capacità comunicativa. Ricca (e l’ho vissuto personalmente) era capace un pomeriggio di parlare agli studiosi, la mattina di parlare a degli studenti di Liceo, la sera alla cittadinanza e la domenica predicare al popolo di Dio. Tutto questo riuscendo sempre a trovare il tono e le parole giuste ed a riuscire a trovare un contatto con il pubblico con cui parlava.
In terzo luogo, il pensiero. Ricca nella sua fase pastorale e di insegnamento alla Facoltà, ha voluto essere soprattutto un insegnante, scrivendo realmente poco, ma curando la conoscenza del pensiero riformato in Italia (sua è la cura delle opere scelte di Lutero, che ha permesso a diversi italiani di conoscere meglio il fondatore della Riforma Protestante); una volta “ritiratosi” ha iniziato a scrivere degli argomenti che maggiormente lo appassionavano e, per questo, il lettore italiano può trovare pubblicate, prevalentemente da Claudiana, diversi suoi scritti che vanno da quelli più propriamente storici, a quelli di spessore teologico, a quelli esegetici (il suo ultimo libro pubblicato è dedicato al Vangelo di Marco) alle predicazioni, attività a cui non ha mai rinunciato e che mostra come, ancora oggi, dopo più di cinquecento anni, la predicazione della Parola, rivesta un ruolo fondamentale nel mondo evangelico.
Fondamentalmente barthiano nella sua impostazione teologica, Ricca è stato anche un campione del dialogo all’interno del cristianesimo. Essendo stato osservatore al Concilio Vaticano II, è entrato in un interessante dialogo con il mondo cattolico che lo ha rispettato e lo ha anche ascoltato in molte circostanze. E’ stato anche campione del dialogo con il mondo pentecostale, l’ala evangelica conservatrice più numerosa in Italia, con cui è riuscito a tenere un ottimo rapporto nonostante le divergenze teologiche.
La sua opera andrà valutata col tempo, come alcuni sostengono, ma sicuramente va detto che si tratta di uno dei pochi teologi evangelici italiani che hanno dato un contributo originale al pensiero teologico degli ultimi anni. Le sue opere andranno lette con attenzione e tutti noi nel mondo evangelico siamo a lui debitori di qualcosa e non dobbiamo dimenticare la sua capacità di saper parlare di Dio al nostro secolo, compito non sempre facile per noi e che Ricca ha saputo fare egregiamente.
Valerio Bernardi – DIRS GBU
L’articolo L’uomo che sapeva parlare di Dio. Ricordo personale di Paolo Ricca. proviene da DiRS GBU.
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Cercasi collaboratori!
di Simon Cowell, Staff GBU Puglia
Uno dei miei passi biblici preferiti è Filippesi 1. La lettera ai filippesi è giustamente conosciuta come “la lettera della gioia”, per il grande feeling che c’è fra l’apostolo Paolo e questa piccola chiesa situata nell’antica città romana di Filippi. Appena fatti i saluti iniziali, Paolo scrive così:
Avete notato il motivo primario per questo profondo ringraziamento da parte dell’apostolo? È la loro partecipazione al vangelo – questa buona opera cominciata in loro da Dio, per rendere i filippesi non solo ricevitori del vangelo, ma partecipanti attivi in esso. A volte consideriamo poco quanto meravigliosa sia questa frase. Paolo, un gigante della chiesa primitiva, il primo grande missionario della storia, uomo scelto da Dio per portare il vangelo ai gentili – lui considerava la collaborazione di questa chiesa, piccola ed insignificante, come una cosa preziosissima, motivo di vera gioia. Come mai?
La collaborazione nel vangelo
Paolo sapeva che l’opera del vangelo è troppo ampia, troppo vasta e troppo importante da essere lasciata solo ai “professionisti”, o agli “esperti” (anche a quelli capaci e bravi come gli apostoli!) Proclamare Gesù e la vita eterna in Lui è la missione primaria della chiesa, di tutta la chiesa, inclusa questa piccola comunità a Filippi. È questo un principio biblico fondamentale: ogni ministero cristiano è una collaborazione. Nel caso di Paolo e i filippesi, era Paolo ad attraversare il mediterraneo (più di una volta!) predicando Cristo e fondando chiese, ed erano i filippesi a contribuire in due modi importantissimi: il sostegno in preghiera, e il sostegno finanziario.
L’importanza della preghiera
Parlando del suo imprigionamento e dei suoi “rivali” nel vangelo, Paolo scrive ai filippesi: “so infatti che ciò tornerà a mia salvezza, mediante le vostre suppliche e l’assistenza dello Spirito di Gesù Cristo”. Anche se non erano presenti con lui fisicamente, nelle sue difficoltà esprimeva Paolo l’importanza delle loro preghiere – l’unica cosa menzionata oltre l’aiuto dello Spirito Santo!
Collaborare nel vangelo vuol dire pregare – intercedere con il Signore degli Eserciti, affinché faccia ciò che può fare solo Lui: trasformare i cuori e le menti per accettare Cristo Gesù e la vita eterna in lui solo.
L’importanza del donare
Sempre ai filippesi, Paolo parla più di una volta delle gioia che lui ha nella loro collaborazione finanziaria nel vangelo:
Paolo ribadisce anche che questa collaborazione finanziaria non è una questione relativa al suo bisogno, e certamente non alla sua avarizia. Sottolinea invece i benefici per i filippesi, a motivo della loro generosità:
Tutto ciò per dire che donare a quelli che proclamano il vangelo non è né un sacrificio, né un investimento, ma un mezzo con cui Dio può benedirci. Nel donare cresciamo nei frutti spirituali; nel donare riceviamo dalla ricchezza divina. Non c’è da meravigliarsi che l’apostolo fosse pieno di gioia vedendo questi suoi cari fratelli mostrare pienamente l’opera dello Spirito Santo in loro!
Il GBU, il vangelo e te
La collaborazione nel vangelo, dunque, è uno dei motivi principali per il ringraziamento e per la gioia dell’apostolo Paolo. La missione del GBU è che la proclamazione del vangelo di Gesù Cristo continui anche oggi in ogni ateneo italiano – che possiamo in qualsiasi modo condividere Gesù da studente a studente. Ma come Paolo non poteva e non voleva svolgere questo progetto da solo, così è per noi del GBU.
Cerchiamo collaboratori! Cerchiamo persone che siano disposte a lottare in preghiera insieme a noi, che siano desiderosi anche loro di vedere Gesù proclamato e glorificato nelle facoltà italiane, e che vogliano sostenere questa opera con i loro beni materiali. Se tu non sei già un nostro collaboratore, o un nostro socio, o un nostro sostenitore, oggi è il giorno di entrare in questa bellissima collaborazione – per la salvezza delle anime individuali, per la crescita della chiesa italiana (e non solo!), e per la nostra edificazione reciproca. Per saperne di più, clicca il link sotto!
https://gbu.it/investi/come-donare/
Il teologo della speranza
Si è spento ieri, dopo 98 anni di vita su questa terra, il teologo luterano Jürgen Moltmann, uno dei massimi pensatori della seconda metà del XX secolo, che ha avuto il merito di influenzare non solo la teologia luterana e protestante mainline, ma anche quella evangelica, grazie ai diversi dottori di ricerca di area evangelica che si sono formati con lui.
Volevo partire da un mio ricordo per delineare brevemente il panorama dei suoi studi e della sua influenza. Giovane studente di filosofia entusiasta della propria ricerca (così si deve essere a 22 anni) mi rivolsi a lui per un colloquio chiedendo un suo parere sulla mia tesi di laurea. Devo dire che ne uscii deluso in parte perché criticò il mio interessarmi ad un pensatore come Martin Heidegger ed al suo rapporto con la teologia. Negli anni 1980 riteneva che la tematica dell’esistenza umana e del suo rapporto con il divino e della sua possibilità di decisione fosse “superata” dagli eventi. Oggi, cum grano salis, devo dire che in parte comprendo meglio le sue critiche ed il suo volersi posizionare al di là del dibattito teologico e filosofico che vi era stato nei paesi di lingua tedesca tra le due guerre e che sicuramente aveva prodotto grandi pensatori (mi riferisco a K. Barth, a Bonhoeffer ed a R. Bultmann) ma che aveva fatto vivere uno dei periodi più infausti della sua storia ad un Paese in cui il protestantesimo in realtà poco aveva fatto per fronteggiare il Nazismo (in qualche modo vi si era anche compromesso), era giusto anche perché bisognava creare un nuovo orizzonte di pensiero in cui muoversi ed in cui costruire una teologia che avesse una visione ottimista della vita.
Il punto di partenza del pensatore tedesco sarà duplice, come dovrebbe essere per chiunque si ponga il problema di parlare di Dio nel proprio: confrontarsi con il tempo presente e guardare alla tradizione da cui si proviene mettendo la riflessione sul testo biblico al centro. Il punto di riferimento teorico iniziale (perché da lì si andrà oltre) sarà il testo monumentale (tra l’altro poco letto in Italia) del filosofo marxista tedesco Ernst Bloch Il principio speranza. Bloch aveva pubblicato il suo libro negli anni 1950 ed aveva iniziato a concepirlo prima del secondo conflitto mondiale per concluderlo poco dopo, cercando di costruire un nuovo modello utopico che potesse dare una visione verso il meglio alla società che risorgeva dalle ceneri del secondo conflitto: lo stesso filosofo, benché ateo, aveva dato attenzione alla questione escatologica nel pensiero teologico. Questa intenzionalità di Bloch sarà ripresa da Moltmann nel suo primo grande libro teologico, Teologia della speranza, dove, con diretto riferimento all’opera del pensatore marxista, si dava spazio ad una delle cosiddette tre virtù teologali e si faceva divenire la speranza il perno di un nuovo modo di vedere teologico che avesse al centro la riflessione sulle cose ultime, sul Regno di Dio e sulla promessa di un mondo migliore. Pubblicato nel 1964 le reazioni furono positive da parte di alcuni che usarono il testo come spunto per una “nuova” teologia politica, più negativa da parte dei teologi “classici” del protestantesimo (come lo stesso Barth) che vedevano nel puntare alle cose ultime un esito poco realistico della teologia e poco centrato sul Solus Christus.
Bisogna però dare atto che il superamento di una certa teologia di origine riformata portò sicuramente dei frutti positivi anche nell’analisi del testo biblico e nella ripresa dei temi escatologici che erano stati in parte abbandonati dalla teologia protestante del XX secolo e che furono ripresi proprio in questo periodo. In parte per rispondere alle obiezioni mossegli agli inizi degli anni 1970 il pensatore tedesco pubblicò Il Dio crocifisso, che aveva come sottotitolo la Croce di Cristo come fondamento e critica della teologia cristiana. Sulla base di una lettura attenta dei testi biblici, Moltmann guarda alla morte di Cristo non dalla parte antropologica (ovvero quella che concerne il perdono dei peccati dell’uomo) ma dalla parte della sofferenza di Dio che perdona e che diventa il vero centro della teologia cristiana, la proposta di un “contropotere” di Dio rispetto ai soprusi degli uomini. L’opera susciterà anch’essa grande discussione, e, forse, talvolta si è dato troppo peso al suo valore nella teologia politica piuttosto che nella riflessione sul divino che rimane assolutamente importante.
Moltmann continuerà la sua riflessione volutamente non sistematica (nonostante il superamento del pensiero barthiano si ammette implicitamente l’impossibilità di poter scrivere una nuova Dogmatica completa, ma di potersi occupare soprattutto di argomenti fondamentali in opere singole) con riflessioni sulla Trinità (in Trinità e regno di Dio abbraccerà la visione economica della tre persone più che quella ontologica, ritenendola più utile per capire la dinamicità del divino), sulla Chiesa (La Chiesa nella forza dello Spirito) in cui si ribadirà l’importanza della terza persona della divinità per conferire il senso di comunione alla Chiesa e comunità paritaria, nel confronto con l’ebraismo (i suoi dialoghi con Pinchas Lapide sono tra i primi fatti da un teologo luterano con il pensiero ebraico dopo il Nazismo).
Quando lo incontrai nel 1985 era impegnato su un nuovo fronte, quello della costruzione di una teologia della creazione in stampo ecologista, anticipando di molti anni (almeno per l’Italia) una discussione “teologica” di problemi che oggi sono alla ribalta e su cui poca attenzione è stata data dal mondo evangelico. Il Creato va pertanto salvaguardato con attenzione e con cura e l’uomo è responsabile di fronte a Dio della cura del mondo in cui siamo stati posti. La teologia “verde” di Moltmann lo ha portato negli ultimi anni alla riflessione sui grandi temi dell’etica e, quindi, in una sorta di cerchio, ad un ritorno su quelle che possono essere considerate le cose penultime.
Tralasciando gli scritti autobiografici, quelli scritti con la moglie (Moltmann-Wendel) che si possono, insieme agli altri citati, tutti leggere in lingua italiana, data l’attenzione che è stata data a questo pensatore anche da parte del mondo cattolico postconciliare, volevamo soffermarci sul suo lascito nel mondo evangelico, citando almeno tre autori che ne hanno subito l’influenza. Il primo è John Stott che scrisse la Croce di Cristo anche in risposta ad un Cristo troppo “politico” e poco “annunciante” che poteva emergere dall’opera di Moltmann ma che ne subì l’influenza anche nell’organizzazione del Movimento di Losanna come momento di raccolta degli evangelici. Ancora più forte è stata l’influenza su due importanti pensatori odierni che sono Bauckham e Volf. Entrambi allievi di Moltmann con cui hanno studiato, hanno il primo continuato la sua opera nel campo dell’escatologia e della teologia della creazione, il secondo nel campo della teologia della Speranza e della Croce collegata alla riconciliazione, alla teologia politica ed al vivere con gioia e bene la vita che Dio ci dona. Quindi, a prescindere da quello che possiamo pensare su alcune sue interpretazioni dei testi biblici che potrebbero sembrare poco ortodosse, rimane un pensatore che ha attraversato la seconda metà del XX secolo ed il cui contributo è stato determinante nella formazione dell’odierno pensiero teologico. La nostra raccomandazione pertanto è di leggere i suoi testi che ormai possono essere considerati dei classici del pensiero teologico.
Valerio Bernardi – DIRS GBU
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Dopostoria
di Claudio Monopoli
L’effetto Streisand
L’effetto Streisand è quel fenomeno per cui un fatto che non avrebbe avuto un’ampia risonanza mediatica, nel momento in cui viene censurato vive una propagazione molto più grande di quella che avrebbe avuto originariamente. È ciò che è accaduto nei giorni passati con lo scrittore Antonio Scurati, giornalista e scrittore vincitore del premio Strega nel 2019 con il primo libro della sua trilogia basata principalmente sulla figura di Mussolini, dalla sua ascesa fino alla sua morte. Il suo discorso in occasione del 25 aprile e della festa della liberazione dal Nazifascismo è stato cancellato dalla programmazione della Rai. Ha fatto scalpore che la giornalista Serena Bortone abbia deciso di leggere comunque il suo monologo che altro non faceva che ripercorrere momenti drammatici del nostro passato fascista, come l’omicidio Matteotti, e che metteva nuovamente in luce l’incapacità da parte di molti membri del governo, che strizzano l’occhio ad un’ala politica nostalgica del regime, di definirsi antifascisti.
Scurati e il romanzo della Dopostoria
Senza dimenticare le vicende politiche attuali e del secolo scorso, soffermiamoci però anche sulla dignità autoriale di Antonio Scurati e sul suo pensiero critico che offre molti spunti di riflessione.
Nella sua celebre trilogia su Mussolini, i libri di Antonio Scurati si distinguono per l’uso prevalente del racconto in prima persona. La voce narrante coincide quasi sempre al punto di vista del personaggio principale e alla sua interpretazione degli eventi storici. Lo scrittore adotta spesso un narratore omodiegetico e una focalizzazione interna, permettendo così ai lettori di immergersi completamente nell’esperienza dei personaggi, vivendo la storia attraverso i loro occhi e senza conoscere più di quanto i personaggi stessi sappiano.
All’occorrenza però libera il narratore onnisciente, (quello Manzoniano dei Promessi sposi per intenderci), che con sferzante ironia giudica quanto il lettore ha appena letto, entrambi consci dei drammi storici futuri. L’approfondimento storico delle vicende è lodevole, fonti e documenti sono accurati, la mole di lavoro è cospicua. Certo non bisogna dimenticarsi la finzione narrativa necessaria per costruire, incordare e intessere la trama. D’altronde l’obiettivo non è storiografico ma novellistico. Lo scrittore attribuisce a tale tipologia di romanzi non tanto l’etichetta di romanzi storici quanto quella di «romanzi della Dopostoria […] scritti da una generazione nata subito dopo la fine di tutto questo (gli orrori del ‘900) e subito prima dell’inizio di tutto il resto». Opere scritte dunque da coloro che hanno inesperienza degli orrori, schiera che include lo stesso Scurati, ma che attraverso i mass media e le fonti storiche cercano di rientrare in contatto con l’esperienza della Storia. Scurati riflette sulla perdita senso dalla mancata esperienza e dunque sul continuo tentativo di ricerca di senso per una vita cronologicamente e culturalmente non vicina a quella del “secolo breve” che affrontava il pericolo dell’apocalisse umana anno dopo anno. «I romanzi della Dopostoria stanno, dunque, in questo paradosso e ne assumono la contraddizione: attingono la propria materia narrativa alla storia epico-tragica del Novecento, che ha inaugurato l’era dell’esperienza testimoniale, ma sono scritti da una generazione di non-testimoni inesperti. Sono, insomma, per forza di cose, tutti vangeli apocrifi»: insomma manca l’autorità della testimonianza.
Se quindi la mancanza di esperienza è collegata ad una crisi del senso, qualora l’esperienza avvenisse, ritornerebbe il senso?
La negazione della spiritualità
Da cristiani del XXI secolo possiamo affermare di non essere stati testimoni oculari della morte e risurrezione di Gesù; inoltre oggi il pensiero critico materialistico nega la minima plausibilità del concetto di resurrezione o di Dio al livello razionale. Su tale negazione di una dimensione spirituale parla lo stesso Scurati, che tutt’altro si definisce credente, eppure afferma che la spiritualità sia oggi «quasi impronunciabile, perché intesa come negazione del metodo filosofico stesso. Al mondo letterario, poi, risulta estranea: anzi, il suo ambito è occupato da una sorta di paraletteratura spiritualista, a opera di autori come Paulo Coelho. Eppure, quel vuoto rimane e, dall’esterno, si ha la sensazione che anche le istituzioni religiose abbiano in alcuni casi abdicato alla spiritualità come centro della propria missione. […] L’uomo di oggi Ha fatto opera attiva di negazione della spiritualità. Ne è prova l’abitudine a cercare di spiegare fatti spirituali con categorie materiali: ma questo non è pensiero razionale, bensì la superstizione del nostro tempo».
Per scurati una dimensione spirituale sembrerebbe dunque intrinseca nell’essere umano e negarla sarebbe più irrazionale di affermarla.
L’esperienza del cristiano
A differenza di altri eventi storici del passato di cui ineluttabilmente ormai è negata l’esperienza, al cristiano contemporaneo, che si fonda su una storia molto più antica di quella del seconda guerra mondiale, oserei affermare che tale esperienza invece non possa essergli negata: il cristiano che si definisca tale, (non basta culturalmente), è perché ha sperimentato personalmente la salvezza, una morte e risurrezione a livello spirituale. Quest’esperienza, sebbene non possa essere spiegata con formule scientifiche, ha un impatto così profondo sulla sua psiche, sulla sua mente e perfino sul suo corpo, che egli sente di non poter più vivere come prima. Ciò porta ad un cambiamento radicale nella vita, con l’acquisizione di uno scopo e di un significato che trascendono la materia.
Dunque se è vero che, come afferma Scurati, i romanzi dell’inesperienza perdono senso e cercano di riacquisirlo disperatamente per donare nuova carica ad eventi del passato chiusi nelle epoche, il cristiano non può rientrare in questa definizione di inesperto, privo di esperienza: il cristiano è colui che ha sperimentato l’amore di Cristo e ha ritrovato senso.
L’esperienza dello Spirito
Sembra che lo stesso scrittore discuta la possibilità di attribuire allo Spirito questa funzione significatrice quando parlando delle chiese afferma che «dovrebbero essere o tornare a essere non solo scrigni d’arte, ma luoghi in cui lo Spirito si è fatto storia»; invece oggi siamo «affetti da quella malattia che è il “presentismo”, una delle direttrici che ci tiene maggiormente lontani dall’esperienza spirituale e che riduce la fine della vita a un mero estinguersi, sotto una cappa nichilistica di angoscia».
Lo Spirito, con ogni accezione con cui l’autore lo intende, deve tornare a ridonare senso, l’alternativa è il nichilismo e l’angoscia.
Historiae magistra vitae
Non si vuole forzare un ragionamento o delle conclusioni lontane dall’autore ma sicuramente è interessante notare tali temi ed eventuali ragionamenti e risposte che possano scaturire da quanto scandagliato.
Potrebbe scaturire una contro domanda: perché l’esperienza dello Spirito sarebbe differente dalle altre ricerche di riattribuzione di senso?
In una recente intervista l’attuale presidente del senato Ignazio La Russa intervistato dalla giornalista Berlinguer scherzando (ma fino a che punto?) ha dichiarato di apprezzare i libri di Scurati, soprattutto il primo della trilogia che ovviamente parla dell’ascesa del fascismo fino al delitto Matteotti. Da insegnante di storia racconto ai miei studenti che “historia magistra vitae” (la storia è maestra di vita), ma è veramente così? Se il nostro presidente del senato allude ad un piacere nel leggere dell’ascesa del fascismo e meno della sua disfatta potremmo dire che la storia qui è stata una cattiva maestra, e che poco è stato imparato.
I frutti
Che tipo di frutto viene prodotto dall’inesperienza del neo-fascismo che tenta di affermare la sua esperienza e per donargli un senso? Un frutto sgradevole e poco digeribile, come la censura da cui abbiamo preso spunto (e non solo). Al contrario coloro che si definiscono cristiani quali frutti producono? Coloro che affermano l’esperienza dello Spirito, come vengono visti dall’esterno? Personalmente sono disposto a venir considerato stolto e irrazionale per l’affidarmi ad un’entità che non posso misurare con il linguaggio scientifico-matematico, e che il mio modo di vivere venga valutato ingenuo e fideistico, ma odierei non dimostrare l’amore, a chiunque sia, quell’amore che riflette l’amore del Dio in cui credo e di cui ho fatto esperienza e che dona senso al mio vivere.
«Io vi do un nuovo comandamento: che vi amiate gli uni gli altri. Come io vi ho amati, anche voi amatevi gli uni gli altri. Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri».
Ringrazio Dio e chiunque abbia favorito nel corso dei secoli la libera espressione del pensiero, nel luogo in cui mi trovo oggi, e ho speranza che termini al più presto qualsiasi persecuzione.
«Per me il cristianesimo è apocalittico, vive nell’attesa di un altro mondo. Possiede l’idea grandiosa che protendersi verso la fine è un modo di concentrarsi su ciò che viene prima, di scoprirne il senso. Ridurre il cristianesimo a pratica sociale, a scapito della meditazione sulla fine, è un grave errore. Esso è costituzionalmente rivolto al Regno che verrà» (Antonio Scurati)
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Che ansia!
Vivere nel mondo di oggi può essere spaventoso! Ci sono così tante paure che si presentano in forme e intensità diverse, da quelle globali come le pandemie o le guerre, a quelle personali come il fallimento degli studi o delle relazioni. Possono essere razionali come forme di autoconservazione, o irrazionali e paralizzanti. Per quanto i media ci mostrino una tragedia dopo l’altra e i social network aumentino la pressione per diventare una versione irrealisticamente perfetta di noi stessi, l’importanza della salute mentale non è mai stata così discussa come oggi.
Essere cristiani ed essere ansiosi?
Cercare di dare un senso a questo sviluppo apparentemente contraddittorio da soli, fa girare la giostra dei pensieri nella nostra testa, ma come cristiani si aggiunge un’altra difficoltà: l’aspettativa di essere totalmente in pace con qualsiasi cosa il mondo ci getti addosso, perché abbiamo questa grande promessa che un giorno il Signore ci accoglierà a braccia aperte nella nostra casa eterna; tutti i problemi e le sofferenze che stiamo vivendo ora non saranno più nemmeno un lontano ricordo, ma completamente dimenticati. Sebbene ognuna di queste affermazioni sia vera e motivo sufficiente per adorare, lodare e soprattutto ringraziare il Signore in ogni singolo giorno in questo mondo, non è la fine della storia.
Nella maggior parte dei casi questa verità sul nostro futuro ci riempie di un’incredibile speranza, ma se a volte non è così, può anche essere fonte di senso di colpa e di vergogna, entrambi sentimenti che nessuno ammette volentieri di avere e che quindi possono far pensare che siamo da soli ad affrontarli. Ma non lo siamo e questo è il primo e sicuramente tra i più importanti insegnamenti che ho tratto dalla Festa GBU di quest’anno, dedicata al tema dell’ansia.
Formare comunità contro l’ansia
Più di 150 cristiani provenienti da tutta Italia e dal mondo sono venuti in questo piccolo centro congressi in mezzo al nulla, con ulivi e vigneti a perdita d’occhio, per trascorrere un fine settimana pieno di pioggia primaverile trafitta da raggi di sole, conversazioni ispirate, risate e musica.
Anche se questo sembra il luogo perfetto per dimenticarsi dei pensieri e delle emozioni che si susseguono, era esattamente il posto giusto per non essere distratti, ma per imparare e condividere e costruire insieme una comunità in cui è sicuro fare domande ed essere vulnerabili. Sperimentarlo in prima persona ci aiuta a creare un ambiente simile anche nei nostri gruppi GBU locali, nei nostri gruppi di amici e all’università, per rendere più facile per le persone raggiungere e chiedere supporto.
Dio ci sostiene nella lotta
Nel corso dei quattro giorni abbiamo ascoltato tante testimonianze incoraggianti, in primo luogo dal nostro incredibile oratore ospite Daniele Recca, e come nella Bibbia Dio abbia sostenuto le persone in situazioni difficili. In 1.Re 19:1-18, leggiamo della lotta di Elia per vedere il piano di Dio mentre è in fuga per la sua vita e vediamo come il Signore provvede a fargli continuare la sua opera di profeta.
Anche Gesù stesso ci assicura nel suo famoso sermone sul monte che Dio, come nostro Padre celeste, provvederà a tutto ciò di cui abbiamo bisogno quando cercheremo il suo regno e la sua giustizia invece di preoccuparci dei problemi che il domani potrebbe portare (Matteo 6:32-34).
Contro l’ansia nella pratica
Sebbene la Bibbia offra molte parole incoraggianti ed esempi di persone che prosperano grazie alla potenza del Signore, per me i più utili in questo fine settimana sono stati gli estratti di alcune lettere dell’apostolo Paolo che offrono consigli più pratici su come affrontare l’ansia e le lotte emotive su base quotidiana. In particolare il seguente versetto: “Dio infatti non ci ha dato uno spirito di paura, ma di forza, di amore e di autocontrollo”. (2.Tim 1,7), che Daniele Recca ha citato in uno dei suoi interventi, mi è rimasto impresso anche dopo la Festa e continua a darmi forza per affrontare un mondo che spesso sembra venderci la paura.
Possiamo concentrarci per rendere la nostra fede ancora più potente e resistente, come nell’esempio di Paolo che loda e ringrazia il Signore anche nelle più grandi difficoltà.
Quando reagiamo alle situazioni di paura, possiamo pregare che ciò ci aiuti a esercitare l’autocontrollo e a gestire le nostre emozioni in modo costruttivo, in modo che la nostra reazione sia deliberata e non impulsiva.
Ma soprattutto possiamo seguire l’esempio di Gesù e guardare oltre noi stessi servendo, curando e amando coloro che ci circondano, il che non è una negazione della paura, ma una risposta ad essa, che riflette una fiducia che supera le circostanze immediate, una fiducia totale che il Signore ci salverà e ci porterà al sicuro nel suo regno celeste (2.Tim 4,18).
Lena Zuspann (GBU Torino)
Voi siete la luce… dell’Università
Sì è conclusa da appena due giorni la Festa GBU 2024. Che giorni speciali!
Tra gli ottimi sermoni, gli istruttivi seminari, i momenti di preghiera e di studio biblico, sono stati ancora una volta le storie degli studenti a emozionarmi.
Storie di conversione, di amicizia, di condivisione e comunione, di evangelizzazione. Storie di benedizioni e di sfide, persino di persecuzione in certi casi…
Ma ogni racconto testimoniava di come, in varie città italiane, il nome di Gesù viene oggi proclamato nelle università! A volte con tanti studenti organizzati e preparati, altre con una studentessa solitaria che condivide (forse anche timidamente) la sua fede in Gesù con la sua compagna di corso. ”Che importa? Comunque sia (…) Cristo è annunciato”, parafrasando l’apostolo Paolo.
Questo fanno i gruppi biblici universitari. Questo fanno i nostri studenti. Testimoniano del vangelo. E il Signore, per la sua grazia, ci sta benedicendo.
Il GBU infatti cresce!
Quest’anno alla Festa eravamo circa 160 partecipanti da 27 nazioni del mondo, con un numero di studenti intorno ai 100 iscritti. È stato un record, e di questo siamo grati al Signore. Ma con i numeri, ciò che più conta è che cresca il numero di ragazzi che nelle università viene raggiunto dal messaggio del vangelo, attraverso giovani studenti cristiani valorosi e coraggiosi.
Forse loro non si definirebbero così, troppo concentrati sui loro limiti e le loro insicurezze, ma tali sono! Sono la luce del mondo!
E mi rivolgo ora a voi ragazzi, siete la luce di Cristo nell’università.
Noi Staff vogliamo sostenervi con la chiamata che abbiamo ricevuto dal Signore, quella di servirvi, incoraggiarvi e prepararvi. E vogliamo, insieme a chi leggerà questo notiziario, sostenervi con le nostre preghiere, sapendo che il Signore opera e opererà in voi, e attraverso di voi, in altri studenti. Per la gloria di Cristo, per la salvezza delle anime.
Andiamo avanti, fiduciosi.
A Cristo Gesù tutta la gloria
Domenico Campo (Staff GBU Sicilia)
Il mondo visto dalla croce
di Giacomo Carlo Di Gaetano
Il mondo visto dalla croce
Matteo 27:27–56
È noto che i Vangeli prediligono una prospettiva peculiare non solo per l’intera vicenda terrena di Gesù, Colui che all’unanimità poi confessano come Figlio di Dio e Messia. Ma anche per il racconto dell’evento che occupa buona parte dei Vangeli, vale a dire il racconto della Passione.
L’evento che annualmente la cristianità ricorda sotto la rubrica di Pasqua non ha poi smesso di alimentare una storia degli effetti che percorre la letteratura, le arti, fino al cinema (come non ricordare The Passion di Mel Gibson).
Il Vangelo di Matteo è interessato a presentare il dramma di Gesù nei suoi collegamenti con l’AT, (Salmo 22 e 69 e altre reminiscenze). Il dramma che Gesù vive non è il dramma di un malcapitato le cui ambizioni si scontrano con la cruda realtà della politica e con la forza di occupazione romana. Una vicenda tutt’al più da elencare in sterili e anonimi annali di qualche storico dell’antichità giudaica. Anche se, a giudicare dall’importanza che vi attribuisce il principale di tali storici, Giuseppe Flavio, la crocifissione di Gesù non aveva neanche il blasone della rilevanza nella storia politica e sociale della Giudea di quel tempo (si veda il famoso Testimonium Flavianum, Antichità 18.63). Nell’ottica di Matteo sul Golgota si riflette un tema dell’AT, quello del giusto, ingiustamente sofferente, che nella sua sofferenza si identifica con la causa di YHWH. Questa condizione motiva l’azione giustificante di Dio; e sarà questa, l’azione giustificante di Dio per e in Cristo, la prospettiva che rappresenterà il cuore della riflessione successiva degli apostoli. Ma anche il filo rosso che avvolge la narrazione matteana, se si allarga la prospettiva dal racconto della passione fino a includere tutto il Vangelo. Se n’era ben accorta Dorothy Sayers incentrando la sua pieces teatrale proprio sul Vangelo di Matteo (The man born to be a King, 1942). Questa prospettiva globale e neotestamentaria sull’evento enfatizza il suo valore salvifico e universale.
E tuttavia, non è necessario attendere tutta la riflessione apostolica posteriore, o percorrere in lungo e in largo tutto il Nuovo Testamento; la si può intuire nello scorrere della narrazione. D’altronde, sono noti i tentativi della predicazione cristiana di cogliere “tutto” negli stessi scarni resoconti del Golgota. Si pensi, per esempio, alla tradizione omiletica sulle Sette parole di Gesù alla croce, un elenco che viene fuori dall’affiancamento di tutte e quattro le narrazioni:
1) Padre, perdona loro … (Lc 23:34). 2) Oggi sarai con me in paradiso … (Lc 23:43). 3) Donna, ecco tuo figlio … (Gv 19:26–27). 4) Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato … (Mt 27:46; Mc 15:34). 5) Ho sete … (Gv 19:28). 6) È compiuto .. (Gv 19:30). 7) Padre nelle tue mani rimetto … (Lc23:46).
Per questa Pasqua 2024, segnata da guerre e imbarbarimento della vita planetaria (si pensi agli appuntamenti elettorali dei prossimi mesi che potrebbero cambiare il volto dell’intero vivere associato dell’umanità) proponiamo tre piccole istantanee che emergono dalla combinazione dei dialoghi e di alcuni particolari del racconto di Matteo. Queste istantanee potrebbero ben essere il risultato di uno sguardo che si eleva non di molto rispetto allo spazio visivo dei protagonisti, quel tanto che basta per capire come si vede il mondo dalla croce.
Il mondo visto dalla croce
I vari personaggi che parlano appartengono principalmente a tre gruppi sociali: le forze di occupazione; il potere religioso e l’opinione pubblica. È possibile però intravedere un quarto soggetto la cui prospettiva fa capolino nelle frasi di diversi attori: è il potere diabolico
Le ingiurie si concentrano nello spazio temporale dell’agonia di Gesù. Esse fanno leva sulla presunta e millantata potenza di Gesù, una potenza che era stata allusa da Gesù sia nei fatti sia nelle parole (distruggi e salvato, confidato e affermato). Le ingiurie chiedono una instanziazione di questa potenza: è ora il momento della sua manifestazione. Sono ingiurie perché colui che potrebbe rovesciare la situazione non fa niente in quanto, questa è l’insinuazione, non può fare proprio niente! Ma per il loro tramite si esprime la molteplicità dei volti del mondo materiale e soprannaturale che ha rifiutato e continua a rifiutare il Figlio di Dio.
1a L’ingiuria che proviene dal potere (v. 37) Al di sopra del capo gli posero scritto il motivo della condanna: Questo è Gesù, il re dei Giudei.
L’iscrizione romana rivelava la condanna (insurrezione), e ironizzava sulle aspettative giudaiche. Finché c’era Roma, questa era la fine che facevano tutti i presunti Re. La targa riprendeva però la medesima convinzione espressa dai Magi al capitolo 2 del Vangelo. Questi personaggi, muovendosi da una direzione opposta a quella dei Romani che venivano da Occidente, vale a dire, partendo dall’Oriente, giunsero a Betlemme proprio in cerca del Re dei Giudei che è nato (2:2). Già in quella circostanza si era profilato uno scontro tra Gesù, allora un bambino e il potere; in quel caso quello di Erode.
Abbiamo dunque una prima mappa della reazione del potere o dei potenti:
– i Romani animati da una visione del potere che non ammetteva deroghe. La lex aveva il primato sulla considerazione della persona e delle circostanze (si pensi ai dubbi di Pilato).
– I Magi, rappresentanti forse di un potere che faceva leva su altri elementi e stimolati da un potere sovrannaturale (la stella) si erano resi disponibili a confrontarsi con la novità.
– In mezzo c’erano i Giudei che nella loro ostinazione complicano, a loro svantaggio, la situazione: parlano addirittura del Re d’Israele (v. 42).
Non è difficile discernere quale avrebbe dovuto essere l’approccio corretto del potere, allora come in tutti i tempi. Ancora oggi il potere non sa quale posizione assumere nei confronti del vangelo.
1b L’ingiuria che proviene dal mondo della religione (v. 40) Tu distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci
Il tempio era un altro fuoco spaziale del dramma che si stava vivendo. L’ingiuria è religiosa in quanto si interessa al cuore del “potere religioso”. Veicolava una falsa accusa: Gesù aveva sicuramente preannunciato la fine del tempio, ne aveva denunciato l’uso distorto (una casa di ladri piuttosto che, una casa di preghiera, cap. 21) ma non aveva mai manifestato intenti iconoclastici. I suoi discepoli, all’indomani della risurrezione, avranno il tempio come luogo privilegiato per esporre la nuova via. Gesù aveva in mente il ruolo globale del tempio, non solo per i Giudei o per gli antichi Israeliti (tabernacolo). Doveva essere il luogo in cui avrebbero dovuto ritrovarsi e rivolgersi tutte le esperienze dell’umanità, dove Dio incontrava gli uomini (Dt 12; Is 66).
In quel preciso momento, mentre lo ingiuriavano, egli stava sostituendo, senza toccare una pietra del tempio, il ruolo di quel santuario, la sua fisionomia: l’ora è venuta, aveva detto alla samaritana, in cui l’adorazione e l’incontro con Dio non sarebbero state più geo–localizzate; sarebbe stato il suo corpo, quello sì, distrutto e ricomposto in tre giorni (Gv 2:19) il nuovo luogo dell’incontro.
Ma in quel momento il mondo della religione non era interessato a riforme e scatti in avanti; era intento a difendere le proprie prerogative, in una mortale e sempre ricorrente alleanza con il potere.
Il mondo della religione ha interesse a perpetrarsi e a difendere i propri simboli. Ed è per questo che rifiuta la croce o al più la rende consona alle sue prerogative. Si pensi al ruolo delle tradizioni pasquali come messo in luce dagli studi di antropologia e di etnologia.
1c L’ingiuria che proviene dal demonio (v. 40) Se sei Figlio di Dio. (v. 43) Si è confidato in Dio: lo liberi ora, se lo gradisce, poiché ha detto: “Sono Figlio di Dio”.
L’altra ingiuria colpisce l’identità di Gesù facendo uso di una delle citazioni del Salmo 22. Il suo affidarsi a Dio al punto da chiamare Dio PADRE. Questo gli viene rinfacciato. Si tratta di un’ingiuria chiaramente diabolica in quanto metteva in discussione l’identità di Gesù. Non aveva voluto dimostrare la sua figliolanza al comando del diavolo (cap. 4)? Ora questa presunta identità e il suo legame millantato venivano chiaramente smascherati.
Abbiamo qui una visione del divino alla mercé della voluttà umana (a parlare sono infatti uomini), che esprime un travisamento del messaggio della salvezza e per questo espressione del demoniaco. L’ingiuria procede in questi termini:
– se salvi te stesso, noi ti crederemo (v. 42)
Avrebbe potuto essere vero? Che fede sarebbe stata quella di chi, semplicemente, prendendo atto del miracoloso, si piega? Con le bestie dell’Apocalisse accade qualcosa del genere: esse riscuotono il successo e vengono seguite grazie alla loro identità miracolosa, seducente (Ap capp. 12 e 13). Nell’ingiuria demoniaca c’è sempre una credenza parzialmente corretta. Nell’ipotetica fede degli oltraggiatori sarebbe mancata l’altra faccia della fede che salva, il ravvedimento. Gesù aveva annunciato il regno di Dio predicando la fede e il RAVVEDIMENTO.
La formula avrebbe dovuto essere ed è sempre: – Mi pento, credo che tu mi puoi salvare!
1d L’ingiuria che proviene dal mondo dagli uomini (v. 42) Ha salvato altri e non può salvare se stesso; (vv. 47 e 49)… Costui chiama Elia … lascia vediamo se Elia viene a salvarlo (vv. 47 e 49)
Se ai Romani interessa il potere, se ai capi sacerdoti interessa il tempio, se a Satana interessa il legame Padre/Figlio, agli uomini, a tutti gli uomini, possiamo dire a tutte le creature, tranne Satana, interessa la SALVEZZA, nelle sue varie forme.
Negli ultimi anni si parla di salvare il pianeta; di fronte agli ultimi eventi bellici si parla di salvare la pace. Si è anche parlato di salvare l’umanità … dal virus. Tutti scenari che richiamano il tema della salvezza. Ma quale salvezza? È in primo luogo una salvezza all’occidentale: una prospettiva di vita florida, la possibilità di coltivare ambizioni per sé e per i propri cari. Questa è la salvezza che abbiamo ricercato nel mezzo della pandemia e ora della guerra. Ma gli scenari di crisi rivelano che questa salvezza è insufficiente. Da Kiev a Gaza la gente non scappa solamente o non vuole solo scappare; prega! Ecco allora che il tema della salvezza nei termini biblici riaffiora sempre e nuovamente. I dissacratori dicono a Gesù sulla croce, ha salvato tanti! È vero ed era anche vero che uno lo aveva appena salvato o forse lo stava per salvare, il ladrone!
Ma qui il Salvatore non può salvare se stesso. In realtà non deve salvarsi; se salvasse se stesso, se lo facesse, allora non potrebbe salvare più nessun’altro. Non è spiegata, ma qui agisce potentemente, e per il tramite dell’ingiuria, la logica della sostituzione: uno si perde perché gli altri possano salvarsi. Ecco che nell’ingiuria del mondo degli uomini, che in continuazione chiede conto a Dio degli elementi che lo farebbero fiorire ma che gli mancano – la presenza del male – proprio nel silenzio mortale di Dio si delinea l’unica vera strada della salvezza biblica. Questa strada è indicata dal grido che mette a tacere le rimostranze del mondo che rifiuta.
La logica della sostituzione non può essere solo descritta. È accaduto altre volte che qualcuno si è sostituito ad altri (soprattutto in tempi di guerra – Salvo D’Acquisto). Bisogna penetrarla, la logica della sostituzione, e a questo serve il grido di Gesù. Il grido non esprime dolore fisico (non ce la faccio più) ma denuncia una condizione spirituale: l’abbandono. Quando Dio abbandona, giudica; il grido esprime il dolore per il giudizio di Dio Padre. Questo grido apre uno squarcio profondissimo, e incomprensibile per noi, nella vita intima di Dio: uno dei misteri più impenetrabili di tutti i vangeli! Come può essere che i due confidenti (v. 43), così intimamente uniti da non poterli distinguere, ora si trovino separati;
– uno, il Padre, chiamato solo in questa circostanza da Gesù con l’appellativo, Dio, che si separa
– l’altro, il Figlio, lasciato solo nella sua sofferenza.
Che cos’è che faceva orrore al Padre tanto da doversene distanziare? Si trattava di qualcosa che sicuramente, per poter essere gestito, per poter consentire e permettere la salvezza, andava trattato proprio a quella maniera. Gli apostoli, e noi con loro, troviamo la risposta nelle straordinarie parole che Isaia aveva riservato al Servo dell’Eterno, che doveva essere Israele, ma che alla fine è risultato essere un suo figlio illustre e giusto (Isaia 53:3sg.)
Quella condizione, essere lì come oggetto dell’abbandono di Dio, non era per uno qualunque. Non era per un eroe: gli eroi dell’AT erano al più tipi di chi poteva veramente sostituirsi. Figuriamoci se poteva essere un profeta, seppur blasonato come Elia. No! Quella condizione la poteva occupare solo uno per il quale essa era inconcepibile, che non poteva stare lì. Giovanni Battista aveva chiamato Gesù Figlio dell’uomo, aveva profetizzato, cioè, che avrebbe esercitato il giudizio.
Ecco perché si parla di sostituzione e non semplicemente di un mettersi al posto di …. La sostituzione implica non solo che quel posto non gli spettava, perché era giusto; ma soprattutto implica che solo lui poteva prendere su di se quello che era sugli altri. Perché Lui, in quel posto non avrebbe mai dovuto starci! Pietro lo spiegherà bene: egli ha portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno della croce! (2:24). Ecco la salvezza: qualcuno perde affinché tanti vincano. La sostituzione, infatti, apre un mondo nuovo.
Guardando dalla croce, un Gesù che aveva bevuto fino all’ultima goccia del calice dell’ira di Dio, vede ora un mondo nuovo che si apre. Se prima i soldati si erano protesi verso Gesù per prenderlo in giro adesso, alla fine, uno di essi si inginocchia idealmente riconoscendo l’errore commesso (veramente) e riconoscendo la natura di Gesù che era fatta oggetto di insulti.
Per lui, per il Centurione, non è stato necessario che scendesse dalla croce. È bastato il modo in cui è morto, è bastato cogliere l’atmosfera e ciò che si stava palesando in quel momento per riconoscere che sì, qui c’era il Figlio di Dio. Riconoscere la natura di Gesù (Figlio di Dio) qui alla croce, vuol dire riconoscere il Figlio di Dio che porta i peccati e dunque rappresenta una chiara manifestazione della fede salvifica. Non una fede demoniaca (se ti salvi ti crediamo).
E per di più, a riconoscerlo ora era un pagano, un romano, non uno dei Giudei, per i quali Gesù era venuto. Ecco il mondo nuovo che si apre, il mondo della missione, della messe matura che non sarà più ora limitata al solo campo d’Israele, ma all’intero mondo (cap. 28).
Il Centurione è l’avanguardia di questo mondo nuovo, un mondo in cui il solo riconoscimento dell’identità di Gesù (chiunque confessa il nome del Signore sarà salvato) unito al ravvedimento metterà in moto il meccanismo della sostituzione. Il centurione ha preceduto tutti quanti noi.
Ecco allora, in conclusione, il quadro completo del mondo visto dalla croce:
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