Nuovo Dio o nuovo idolo?

Claudia Paganini, Il nuovo Dio. Intelligenza artificiale e ricerca del senso religioso dell’uomo. Queriniana, 2026
di Stefano Molino
Il breve saggio di Claudia Paganini sceglie un titolo esplicito quanto provocatorio: la tesi sostenuta è che l’intelligenza artificiale venga vissuta oggi come un nuovo Dio, atto a soddisfare la ricerca del senso religioso degli esseri umani. È una tesi interessante che la filosofa italo-austriaca argomenta muovendo da una precisa scelta di metodo, da cui dipende l’intero testo: la definizione di Dio adottata non è di tipo ontologico, ma funzionale. Non si tratta cioè di illustrare la natura di Dio, le sue caratteristiche e le sue qualità, come fanno in genere i manuali di teologica sistematica. L’autrice adotta un approccio funzionale, da filosofa e non da credente, ponendo la domanda: a cosa serve Dio? Perché gli esseri umani, in diverse religioni, lo cercano, sono disposti a sacrifici, sforzi, guerre, pur di sentirsi approvati e accettati da lui? La risposta dell’autrice è che credere in Dio offre molteplici vantaggi: “Da una lato, la promessa di trovare un senso in un mondo troppo spesso vissuto come caotico e minaccioso; dall’altro di poter affrontare la morte, come pure la possibilità di trasformare relazioni sociali carenti, trasferendole nella sfera divina. D’altra parte, invocando Dio è possibile trovare argomenti in favore del proprio gruppo di appartenenza. È possibile giustificare le proprie pretese di potere, stabilire o imporre regole sociali, stimolare l’economia attraverso l’introduzione di culti, rituali, regole di vita ecc.. Dio è particolarmente utile all’uomo perché solo in lui si può soddisfare il bisogno innato di trovare un “tu” trascendente. ” (p. 9) Da questa premessa di fondo derivano una serie di conclusioni relative alle caratteristiche che gli uomini avrebbero dato nel corso della storia alle diverse divinità immaginate in varie religioni, volte, appunto, alla soddisfazione di una serie di necessità. Poiché queste necessità sono oggi soddisfatte per lo più dall’IA, si può opportunamente sostenere che essa abbia preso il posto che prima occupava Dio. La gran novità è che si tratta di un dio creato proprio dagli uomini, la cui esistenza è quindi provata. Il libro procede dunque ad analizzare le caratteristiche delle diverse divinità che animano i panteon di varie religioni, e mostra come queste stesse caratteristiche siano ugualmente attribuibili all’IA. Alcuni esempi: in diverse religioni si è affermata l’idea di dio come unico, quindi il monoteismo. Parimenti l’IA sta diventando “un’unica fonte di conoscenza” (p.36). È adattabile ad ogni dominio (sanità, cultura, sicurezza, sostegno psicologico ecc.) e, viene temuta, proprio come nel monoteismo si teme Dio. Come il Dio delle religioni l’IA è onnipotente, si pensa che possa fare tutto, e che l’intera gestione dei processi umani possa finire in mano sua, con conseguenze dubbiose per il futuro dell’umanità. Ragionamenti simili vengono fatte sulle altre caratteristiche delle divinità, ad ognuna delle quali è consacrato un capitolo del libro: onnipresenza, onniscienza, onnipotenza, trascendenza, accessibilità, giustizia, senso e provvidenza. Per ognuna di queste l’autrice presenta in una prima parte del capitolo il modo in cui gli dei hanno fornito una soluzione nel corso della storia, e una seconda parte in cui mostra che l’IA cerca di fare la stessa cosa. Sottolinea che l’importante non è se realmente l’IA riesca o meno a soddisfare le esigenze umane, ma il fatto che gli umani vadano a cercarne la soddisfazione in lei. Proprio come i credenti hanno sempre continuato a credere nelle loro divinità, nonostante queste non risolvano sistematicamente tutti i loro problemi e non rispondano a tutte le loro domande. Conclude dicendo che l’IA ha le fattezze di un nuovo Dio, creato dall’uomo e quindi chiaramente esistente, ma che non si sa se riuscirà a svolgere il compito che dovrebbe svolgere meglio degli dei che l’hanno preceduta. Potrebbe fare molto bene o molto male.
Per dare una valutazione a questo testo , vorrei fare due osservazioni. La tesi di Claudia Paganini è stimolante ed aiuta a riflettere sullo spazio enorme che l’AI sta prendendo. Senza dubbio dal punto di vista dell’importanza che assume si potrebbe sostenere che occupa uno spazio sovrapponibile a quello che le divinità occupavano in epoche precedenti la secolarizzazione. Il punto problematico sta, a mio modo di vedere, nella scelta metodologica di un approccio funzionale alla divinità. Se si definisce Dio in base ai bisogni umani, e quindi come una sorta di mega-risposta a ogni bisogno, il ragionamento non fa una piega: l’IA può sembrare un nuovo Dio, anche più efficace dei precedenti. Ora, Claudia Paganini insiste sul suo rifiuto di definire Dio ontologicamente. Bisognerà però ammettere che l’esperienza di Dio, l’incontro con lui, quello che tanti credenti chiamano “conversione”, trascende i limiti dei meri “bisogni umani”, della richiesta di senso in un mondo caotico che, secondo l’autrice, avrebbe dato vita al monoteismo. L’autrice sostiene che: “prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale, la ricerca di un senso attraverso il contatto personale con il soprannaturale celeste doveva affrontare un serio problema, ovvero l’irraggiungibilità di Dio. L’esperienza spirituale della vicinanza di Dio riempie completamente l’individuo in quel preciso momento, lo travolge e non lascia spazio alle domande critiche della ragione, ma è un’esperienza sempre fugace, svanisce col tempo e perde forza nel ricordo. E soprattutto non può essere “creata”, cioè non può essere indotta in modo affidabile. (p. 157). Ritengo che quest’affermazione sia molto lontana da quanto, al contrario, esperiscono quotidianamente numerosi credenti di tutto il mondo. Vero che l’esperienza di Dio non può essere creata, ma falso che si tratta di un’esperienza fugace che svanisce col tempo; al contrario, continua nel tempo ed incide sulla persona e sul carattere. Del resto, quest’affermazione è conseguenza logica dell’approccio scelto: se si definisce Dio in modo funzionale, come prodotto dei bisogni umani, se ne perde la natura, che sfugge al processo di razionalizzazione a cui l’autrice vorrebbe sottoporla. Potremmo dire piuttosto che Claudia Paganini ha intelligentemente individuato le dinamiche della creazione non già di un nuovo Dio, ma di un nuovo idolo, che per l’appunto esiste in quanto creato dall’uomo. Non crediamo dunque che l’IA possa veramente prendere il posto di Dio configurandosi come nuovo Dio, in quanto è chiaramente un prodotto materiale e non riuscirà a coprire quel bisogno di trascendenza, quel senso di eternità che permane nel cuore umano. (Eccl 3:11). Questo non ci porta tuttavia a screditare la riflessione di Claudia Paganini. Discordiamo nel merito, ma credo che la sua riflessione sia utile ad allertare rispetto a uno strumento estremamente potente che prende appunto le fattezze di un idolo. Ci spinge a chiederci continuamente in che misura lo usiamo come strumento e in che misura invece ci abbandoniamo a lei fiduciosi. È una questione che potrebbe essere rivolta a molteplici prodotti tecnologici e scientifici (medicina, mezzi di trasporto, armi) ma che effettivamente con l’IA arriva a monopolizzare numerose sfere dell’esistenza. L’autrice non muove da una posizione fideistica, eppure credo che un monito a chi crede lo lanci, nella misura in cui costringe a chiedersi da un lato quali siano le profonde motivazioni della fede, ovvero: i nostri bisogni o la chiamata imperativa di un Dio trascendente; dall’altro quali siano i rischi di un entità così fortemente totalizzante, che potenzialmente occupa la sfera precedentemente occupata da Dio. Ci spinge a chiedervi se andiamo o meno verso una forma di idolatria. Sicuramente sono riflessioni già sentite rispetto alla televisione, alla rete internet, e a qualsiasi altro strumento a carattere globalizzante, ma è utile rinnovarle e declinarle davanti ad un fenomeno di così ampia portata. In conclusione, la filosofa non demonizza l’IA né la glorifica: si inserisce nell’insieme voluminoso di riflessioni che oggi hanno spinto anche il papa a pronunciarsi in materia con un’enciclica e che, senza voler bollare ogni prodotto tecnologico come nefasto, contribuiscono a tenere alta la guardia riguardo ad un’indiscutibile novità. La caratteristica interessante di questo testo è che mentre molti contributi tendono a valutare o denunciare le conseguenze potenzialmente nefaste dell’IA sui bambini, giovani o anche adulti, oppure a tentare di definirla ontologicamente, cioè chiedendosi se sia veramente una “intelligenza”, Claudia Paganini da filosofa solleva il problema di cosa possa giungere a rappresentare l’IA per gli uomini, indipendentemente dalle conseguenze che questo potrà comportare.
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