Quando gli stessi termini sono un’opportunità per la testimonianza al vangelo di Gesù Cristo

La testimonianza da rendere al nome di Gesù Cristo, se posta al centro dell’approccio al cattolicesimo, informa il desiderio di condividere il vangelo sottraendo i nostri interlocutori al ruolo di cavie di campagne evangelistiche e restituendo alle relazioni una tonalità in cui il vivere insieme diviene l’occasione per mostrare gli effetti della presenza reale dell’opera rinnovatrice e trasformatrice del vangelo.
La testimonianza al nome di Gesù Cristo orienta la conversazione teologica. Quale che sia il tema, il locus o il dogma da analizzare l’approccio di un discepolo di Gesù Cristo dovrebbe essere quello di mostrare che “tutte le strade portano a Gesù Cristo”.
La testimonianza al nome di Gesù Cristo distoglie la nostra attenzione da considerazioni di ordine strategico relative alle “politiche” della Santa Sede sul rapporto con le altre confessioni cristiane, nei confronti del variegato mondo protestante ed evangelico. Volta per volta valuta, nelle innumerevoli e frequentissime occasioni di scambio, confronto, dialogo quanto spazio e quale ruolo viene dedicato al nome del Signore Gesù Cristo e alla testimonianza che un discepolo può rendergli.
Infine, e di conseguenza, la testimonianza al nome di Gesù Cristo confessato (solus Christus) ma anche agito e incarnato chiarisce lo spazio della possibile cooperazione in ambito missiologico.
Lavorare insieme a organismi o personalità cattoliche diviene una vera e propria avventura, tutta da esplorare, quando si chiede e si ottiene di farlo nel nome di Gesù Cristo.
A questo punto dobbiamo prendere in carico la circospezione di chi invita alla cautela e al sospetto, puntando i riflettori sulla possibile confusione semantica che si crea nella prossimità con i mondi del cattolicesimo. Con tutte le conseguenze del caso. La precauzione sta nel fatto che diversi termini e concetti sono espressi in maniera speculare se non addirittura sovrapponibile da evangelici e cattolici. La Chiesa Cattolica Romana, che sia più cattolica o più romana, non importa, confessa il nome di Gesù Cristo; usa la Scrittura; parla di un’offerta di salvezza, si ancora ai grandi Concili Ecumenici dei primi secoli dell’era cristiana.
In un’epoca in cui la pressione ecumenica sembra favorire una convergenza su uno stesso vangelo, il suggerimento è quello che “i protestanti evangelici dovrebbero cercare di andare oltre le caratteristiche che appaiono come comuni in virtù di un vocabolario che si vorrebbe condiviso” (L. De Chirico, Stesse parole, mondi diversi, Caltanissetta, 2021, p. 18)
Questa constatazione (usiamo le stesse parole ma “a volte” intendiamo cose diverse) pone il tema della chiarificazione semantica. Che cosa denotiamo quando entrambi confessiamo il nome di Gesù Cristo e parliamo della sua opera di salvezza?
Qualcosa di simile accadde già all’epoca della Riforma del XVI secolo quando si tentò un gigantesco sforzo di chiarificazione ricorrendo al qualificativo “sola”: dapprima solus Christus in relazione alla querelle sulle indulgenze e il sola gratia come suo correlato; poi subito dopo venne il sola fide e ancora il sola Scriptura e infine, molto dopo, il soli Deo gloria.
L’emersione del qualificativo rivela ancora oggi la ricerca e l’adozione di un metodo di confronto che esprime bene il “vivere e confrontarsi con”. Oggi, senza il rischio di roghi, scomuniche e guerre di religione tipiche di quell’epoca questo metodo è uno stimolo a emulare quello sforzo e non semplicemente a ripetere stancamente le formule.
Alla luce delle evoluzioni della teologia cattolica, ma anche del protestantesimo il qualificativo “sola” non si colloca in una ipotetica operazione di correzione semantica ma è da annoverare appunto tra i tentativi più o meno riusciti per far risplendere la testimonianza a Gesù Cristo, e non alla Riforma, ai Riformatori né tanto meno alla Controriforma.
Qui dunque abbiamo un discernimento e una sfida.
Un discernimento.
L’idea di andare oltre l’uso che i cattolici fanno di termini fondamentali della fede cristiana imprime all’interlocuzione una torsione pericolosa. Si tratta di una mossa autoreferenzialmente contraddittoria.
Il teorema “stesse parole mondi diversi” potrebbe essere infatti applicato a una vasta gamma di termini e concezioni tipicamente evangeliche, rivelando in tal modo distanze, distinguo e differenze impressionanti. Si pensi ai controversi termini di “predestinazione” oppure “elezione”; per non dire nulla dell’espressione “battesimo dello Spirito Santo”, “pastore”, “battesimo”, rapimento, etc. Tutto questo è il frutto della cacofonia evangelica che proviene dai secoli del confessionalismo denominazionale (1600-1800). Le differenze semantiche che richiamano mondi diversi sono evidentissime nonostante si cerchi di camuffarle al di sotto di un surrettizio appello all’unità evangelica.
L’operazione della chiarificazione semantica, dunque, quando si pretende applicarla alla teologia cattolica, può essere compiuta solo a costo di un gioco del tipo fuscello e trave di cui ci parla il Maestro!.
Oltre alla contraddizione c’è una sfida epistemologica.
Se i termini assumono sensi diversi in ragione dei mondi in cui sono inseriti allora abbiamo che quei termini (Maria per esempio) non solo non possono unire, in ragione dei mondi in cui sono inseriti, ma non possono neanche dividere poiché una loro comparazione è impossibile, dato la differenza dei mondi.
Per quanto sia evidente che a basket e a calcio si giochi con un pallone, non possiamo analizzare i due sport e compararli partendo dal pallone. Dicendo alla fine che è più bello il calcio.
Ma allora che cosa si può fare in alternativa a prendere la Bibbia, salire sul piedistallo e insegnare ai nostri interlocutori che Maria (restando a Maria) non è quella che dice la teologia mariana e romana? Il ricorso alla sola Bibbia per noi sarà sicuramente decisivo, ma per i nostri interlocutori cattolici sarà giudicato riduttivo (e questo ci addolora).
Ma noi vogliamo infatti “vivere e confrontarci con…”. Non vogliamo salire sul piedistallo; vogliamo rendere testimonianza a Gesù Cristo!
Un modo alternativo di andare oltre la sovrapposizione semantica di termini apparentemente identici sta nel fatto che questi termini lungi dal rappresentare un ostacolo, o una tentazione, possono essere usati come ponti, come tratti di strada da fare insieme con i nostri amici cattolici, come accadeva nella prassi apostolica nelle sinagoghe del primo secolo dell’area mediterranea o sull’areopago della città di Atene.
Il cristianesimo antico, ma anche per certi versi la Riforma (lo abbiamo visto con il ricorso al qualificativo “sola”) ha sempre privilegiato l’immersione nella condizione dell’interlocutore, piuttosto che il restare a distanza e segnare le differenze.
Meno male che ci sono “stesse parole” nonostante i mondi diversi.
Possiamo dire che questa è una grazia provvidenziale che lo Spirito offre al tempo che intercorre tra Pasqua e la Parousia, nel momento in cui nel nostro tentativo di rendere testimonianza al nome di Gesù Cristo ci troviamo al cospetto di questa cosa straordinaria, incredibile, quanto irricevibile, che si chiama cattolicesimo?
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